Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.
E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a Roberto Abbado (Valencia), e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua improvvisa notorietà?
E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.
La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala, ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti. Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.
Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato' e soprattutto di 'affermazione' all'estero: Amsterdam e poi Lipsia.
Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per scorrazzare anche per l'Italia).
Rustioni così facendo, ha indirettamente voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito. Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema. Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.
Visualizzazione post con etichetta Chailly. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chailly. Mostra tutti i post
lunedì 12 marzo 2018
Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.
Etichette:
Abbado,
bartoli,
battistoni,
Chailly,
Chiarot,
dego,
di battista,
gatti,
luisi,
mehta,
muti,
Renzi,
roberto abbado,
rustioni,
scappucci,
veltroni
martedì 16 gennaio 2018
Gianandrea Noseda, musicologo, studioso di Puccini, presenta la VERA (?) TURANDOT secondo Puccini
Questa sera, al Teatro Regio di Torino, va in scena Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Gianandrea Noseda.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
sabato 9 dicembre 2017
Adesso che Rai 1 trasmette la prima della Scala a sant'Ambrogio, il teatro milanese deve riflettere sul titolo inaugurale.
Non tutti i titoli del melodramma sono adatti ad una inaugurazione, pur nel più grande teatro del mondo, se trasmessa in diretta televisiva. Di questo occorre che i dirigenti del teatro milanese si convincano e magari rivedano le scelte già annunciate, che non devono essere necessariamente cancellate, semmai semplicemente posposte.
Forse converrebbe che fin d'ora la Scala stabilisca un calendario di inaugurazioni di stagione puntando sui grandi titoli del repertorio del melodramma, quello più conosciuto, più popolare - tanti ve ne sono che mancano dal cartellone scaligero da tempo.
Forse è venuta l'ora che si ricominci a riproporli con la nuova direzione musicale affidata, per i prossimi anni, a Riccardo Chailly.
Le scoperte, le rarità hanno l'intera stagione per figurare nel cartellone, senza che ciò faccia perdere una sola posizione nella classifica mondiale alla Scala.
I teatri di provincia hanno necessità di affidarsi ad un titolo raro per l'inaugurazione di stagione, per catturare l'attenzione dei media che normalmente è rivolta altrove. La Scala no.
L'anno scorso la Butterfly pucciniana fece oltre 2.600.000 telespettatori, quest'anno Chénier è sceso a 2.000.000 - e la ragione sta esclusivamente nella minore popolarità del titolo di Umberto Giordano. Per far risalire gli ascolti non ci vuole Attila di Verdi, titolo quasi sconosciuto, benchè recentemente Muti lo abbia diretto all'Opera di Roma, ma uno di quei titoli le cui arie la gente, ma sempre più raramente, ancora orecchia.
La Rai, che per la disabitudine del nostro paese al melodramma ha colpe gravi, assieme alla scuola ed all'analfabetismo musicale generale, ha cantato vittoria per il risultato dello Chénier, facendo finta di non ricordare che da un anno all'altro ha perso 600.000 telespettatori circa. Ma non bisogna farci caso, sarebbe molto più felice se il pubblico raddoppiasse. E perciò La Scala faccia di tutto per raggiungere un risultato anche doppio. Perchè no?
Serve solo che i suoi dirigenti si convincano che per una diretta della prima rete televisiva nazionale non tutti i titoli vanno bene, e che sfruttare i titoli più noti non vuol dire negare la propria funzione, semmai dimostrare quanto ancora viva sia nel più grande e noto teatro operistico la tradizione interpretativa italiana, che si misura sul grande repertorio, al quale Attila, benchè di Verdi - lo ripetiamo per l'ennesima volta - non appartiene.
Forse converrebbe che fin d'ora la Scala stabilisca un calendario di inaugurazioni di stagione puntando sui grandi titoli del repertorio del melodramma, quello più conosciuto, più popolare - tanti ve ne sono che mancano dal cartellone scaligero da tempo.
Forse è venuta l'ora che si ricominci a riproporli con la nuova direzione musicale affidata, per i prossimi anni, a Riccardo Chailly.
Le scoperte, le rarità hanno l'intera stagione per figurare nel cartellone, senza che ciò faccia perdere una sola posizione nella classifica mondiale alla Scala.
I teatri di provincia hanno necessità di affidarsi ad un titolo raro per l'inaugurazione di stagione, per catturare l'attenzione dei media che normalmente è rivolta altrove. La Scala no.
L'anno scorso la Butterfly pucciniana fece oltre 2.600.000 telespettatori, quest'anno Chénier è sceso a 2.000.000 - e la ragione sta esclusivamente nella minore popolarità del titolo di Umberto Giordano. Per far risalire gli ascolti non ci vuole Attila di Verdi, titolo quasi sconosciuto, benchè recentemente Muti lo abbia diretto all'Opera di Roma, ma uno di quei titoli le cui arie la gente, ma sempre più raramente, ancora orecchia.
La Rai, che per la disabitudine del nostro paese al melodramma ha colpe gravi, assieme alla scuola ed all'analfabetismo musicale generale, ha cantato vittoria per il risultato dello Chénier, facendo finta di non ricordare che da un anno all'altro ha perso 600.000 telespettatori circa. Ma non bisogna farci caso, sarebbe molto più felice se il pubblico raddoppiasse. E perciò La Scala faccia di tutto per raggiungere un risultato anche doppio. Perchè no?
Serve solo che i suoi dirigenti si convincano che per una diretta della prima rete televisiva nazionale non tutti i titoli vanno bene, e che sfruttare i titoli più noti non vuol dire negare la propria funzione, semmai dimostrare quanto ancora viva sia nel più grande e noto teatro operistico la tradizione interpretativa italiana, che si misura sul grande repertorio, al quale Attila, benchè di Verdi - lo ripetiamo per l'ennesima volta - non appartiene.
venerdì 8 dicembre 2017
Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala
Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano, musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era Riccardo Chailly.
Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio - modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.
Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.
La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei all'opera non ci va, ma che ha semplicemente risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno, di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del 'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di 2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico), e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo.
A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.
Questa mattina conosceremo anche il verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai, 'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione e costanza richiederebbero.
Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra di Rossini.
In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche, ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni propongono un centinaio di titoli. Dunque nel giro di una decina di anni ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE, presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.
Così facendo terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.
Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio - modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.
Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.
La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei all'opera non ci va, ma che ha semplicemente risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno, di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del 'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di 2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico), e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo.
A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.
Questa mattina conosceremo anche il verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai, 'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione e costanza richiederebbero.
Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra di Rossini.
In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche, ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni propongono un centinaio di titoli. Dunque nel giro di una decina di anni ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE, presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.
Così facendo terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.
Etichette:
barenboim,
carlucci,
Chailly,
chenier,
concerto di capodanno,
di bella,
Lissner,
ortombina,
pereira,
teatro alla scala,
teatro la fenice
venerdì 1 dicembre 2017
Le cose che non capiremo mai
Due, due soltanto questa volta, che hanno a che fare, ambedue, con la tv.
I giornali annunciano che la 'prima' della Scala - con Andrea Chenier diretto da Chailly - il prossimo sette dicembre verrà trasmesso indiretta su Rai 1, invece che sul canale deputato per la 'riserva musicale', Rai 5. E per mostrare che, semel in anno, la Rai fa le cose come si deve, attrezza la diretta con un conduttore, anzi due, un maschietto ed una femminuccia. Il primo in carne, come del resto quasi sempre, questa volta il direttore di Rai News 24, Di Bella; la seconda , una silfide bionda, Milly Carlucci.
Sicuramente il primo spiegherà la storia del protagonista dell'opera, la seconda si dedicherà alle signore che solitamente a Sant'Ambrogio, sfoggiano abiti più improbabili ed altrettali scollature, da esibire e confrontare nel foyer, durante l'intervallo dell'opera.
Gli ascolti saranno certamente più lusinghieri di quelli che avrebbe garantito il passaggio su Rai 5- dove quasi sempre a malapena si raggiungono le 100.000 unità e lo share si ferma allo stesso livello della ancor flebile crescita italiana, cioè ai decimali. Ma come al solito mostreranno la incongruità dei conduttori rispetto all'opera. I quali, o vengono scelti fra competenti ai quali però nessuno insegna quale linguaggio usare in tv parlando di melodramma, oppure ci si affida a volti noti, anche fisicamente estranei all'opera, ed anche questa volta, la doppia scelta annunciata non fa eccezione.
Si aggiunga poi il fatto che il titolo inaugurale non è certo dei più popolari e che a risollevare le sorti dello share non basterà la presenza della bella protagonista Anna Netrebko, per far concludere , alla fine, che l'opera non si addice alla tv.
Si registra questi giorni un 'Concerto di Natale' uno dei tanti che le tv mandano in onda durante le feste e che non è quello registrato nella Basilica di san Francesco di Assisi e che va in onda su Rai 1 il giorno di Natale, dopo la benedizione papale.
Quello di cui vi parliamo viene registrato in Sala Nervi, in Vaticano, e lo trasmetterà Mediaset. Ciò che ci ha incuriositi è la presenza di un'orchestra il cui nome ci fa sorridere e dire che solo in Italia, provincia del mondo musicale, possono accadere cose simili, senza che nessuno le noti e si indigni. Al concerto partecipano numerosi cantanti, sul podio il m. Renato Serio, e l'orchestra impegnata - udite udite - raccogliticcia, sia chiaro!- è l' ORCHESTRA sinfonica UNIVERSALE ITALIANA. Non bastava uno solo degli aggettivi che, in coppia, appaiono improbabili?
I giornali annunciano che la 'prima' della Scala - con Andrea Chenier diretto da Chailly - il prossimo sette dicembre verrà trasmesso indiretta su Rai 1, invece che sul canale deputato per la 'riserva musicale', Rai 5. E per mostrare che, semel in anno, la Rai fa le cose come si deve, attrezza la diretta con un conduttore, anzi due, un maschietto ed una femminuccia. Il primo in carne, come del resto quasi sempre, questa volta il direttore di Rai News 24, Di Bella; la seconda , una silfide bionda, Milly Carlucci.
Sicuramente il primo spiegherà la storia del protagonista dell'opera, la seconda si dedicherà alle signore che solitamente a Sant'Ambrogio, sfoggiano abiti più improbabili ed altrettali scollature, da esibire e confrontare nel foyer, durante l'intervallo dell'opera.
Gli ascolti saranno certamente più lusinghieri di quelli che avrebbe garantito il passaggio su Rai 5- dove quasi sempre a malapena si raggiungono le 100.000 unità e lo share si ferma allo stesso livello della ancor flebile crescita italiana, cioè ai decimali. Ma come al solito mostreranno la incongruità dei conduttori rispetto all'opera. I quali, o vengono scelti fra competenti ai quali però nessuno insegna quale linguaggio usare in tv parlando di melodramma, oppure ci si affida a volti noti, anche fisicamente estranei all'opera, ed anche questa volta, la doppia scelta annunciata non fa eccezione.
Si aggiunga poi il fatto che il titolo inaugurale non è certo dei più popolari e che a risollevare le sorti dello share non basterà la presenza della bella protagonista Anna Netrebko, per far concludere , alla fine, che l'opera non si addice alla tv.
Si registra questi giorni un 'Concerto di Natale' uno dei tanti che le tv mandano in onda durante le feste e che non è quello registrato nella Basilica di san Francesco di Assisi e che va in onda su Rai 1 il giorno di Natale, dopo la benedizione papale.
Quello di cui vi parliamo viene registrato in Sala Nervi, in Vaticano, e lo trasmetterà Mediaset. Ciò che ci ha incuriositi è la presenza di un'orchestra il cui nome ci fa sorridere e dire che solo in Italia, provincia del mondo musicale, possono accadere cose simili, senza che nessuno le noti e si indigni. Al concerto partecipano numerosi cantanti, sul podio il m. Renato Serio, e l'orchestra impegnata - udite udite - raccogliticcia, sia chiaro!- è l' ORCHESTRA sinfonica UNIVERSALE ITALIANA. Non bastava uno solo degli aggettivi che, in coppia, appaiono improbabili?
Etichette:
andrea chenier,
Chailly,
di bella,
mediaset,
milly carlucci,
orchestra sinfonica uni versale italiana,
Rai 1,
Rai 5,
renato serio,
scala di milano
mercoledì 8 novembre 2017
Riccardo Chailly dichiara di voler liberare la musica dai luoghi comuni. Quali? Nel frattempo, perchè non evita inesattezze e falsità?
Il Messaggero, di qualche giorno fa, a firma Rita Vecchio, titolava così l'intervista a Riccardo Chailly, dopo il suo primo anno ufficiale da 'direttore musicale' della Scala: Libero la musica dai luoghi comuni.
Quali siano questi luoghi comuni del liberatore Chailly sinceramente lui non l'ha detto o noi non lo abbiamo capito. A meno che lui non si riferisse all'esecuzione della Messa da requiem per Rossini in programma ( scoperta ed eseguita in Germania anni fa), allo Chenier che inaugura la stagione a Sant'Ambrogio, o al Puccini che ha voluto riportare in abbondanza, dopo l'ingiusta astinenza del periodo Lissner-Barenboim.
Che altro? La riproposta della Gazza ladra di Rossini che dopo il suo battesimo milanese, giusto 200 anni fa, non era stata più rappresentata? Che disonore!
Sì, Chailly sta riportando la musica italiana alla Scala, per non distruggere quella tradizione operistica che ha fatto nel mondo, della Scala e della scuola italiana un punto di riferimento. Vero, ma quali sono i luoghi comuni dai quali vuole liberare la musica?
Forse dovrebbe lui liberarsi da luoghi comuni e falsità, come quella relativa al 'successo de La Gazza a causa degli ascolti tv' - come ha dichiarato. Chailly non ricorda o finge di non ricordare che quegli ascolti su Rai 5 sono stati disastrosi - appena 74.000 telespettatori, con uno share drammatico:0,3% .
Se la vera novità della gestione Pereira-Chailly sta nella riproposta qua e là di titoli non frequenti o nella riscoperta di musiche dimenticate o ritenute perdute (come nel caso della Messa da requiem per Rossini o dello Chant funèbre di Strawinsky), Chailly sa bene che ogni istituzione che si rispetti, nel mondo, lo fa normalmente. Dunque dove starebbe la vera grande novità, e quale luogo comune che egli voglia abbattere o che abbia già abbattuto?
Per solidarietà professionale, passiamo sopra le imprecisioni e la sciatteria redazionale della collega che l'ha intervistato. Qualche perla ci sia consentita:
- Chailly " dirige la sua bacchetta nel bifronte sinfonico e orchestrale".
-" La sua tournée ha scompaginato gli schemi: un repertorio insolito, diverso quasi ogni sera e senza l'uso di fondi pubblici ( ?). Lei è un maestro un pò fuori le righe"
- "Anche la Messa per Rossini (oltre il ritrovato Chant funèbre di Strawinsky,ndr.)... Come riesce a districarsi fra tutti questi impegni?" Quali impegni?
Chailly risponde, senza che nessuno, stando alla domanda, gliel'abbia chiesto: " non è un'abilità. La direzione del Festival di Lucerna, della Filarmonica e dell'Orchestra della Scala ..."
La prossima volta più attenzione, e Lei maestro Chailly, non dica falsità o cose avventate.
Quali siano questi luoghi comuni del liberatore Chailly sinceramente lui non l'ha detto o noi non lo abbiamo capito. A meno che lui non si riferisse all'esecuzione della Messa da requiem per Rossini in programma ( scoperta ed eseguita in Germania anni fa), allo Chenier che inaugura la stagione a Sant'Ambrogio, o al Puccini che ha voluto riportare in abbondanza, dopo l'ingiusta astinenza del periodo Lissner-Barenboim.
Che altro? La riproposta della Gazza ladra di Rossini che dopo il suo battesimo milanese, giusto 200 anni fa, non era stata più rappresentata? Che disonore!
Sì, Chailly sta riportando la musica italiana alla Scala, per non distruggere quella tradizione operistica che ha fatto nel mondo, della Scala e della scuola italiana un punto di riferimento. Vero, ma quali sono i luoghi comuni dai quali vuole liberare la musica?
Forse dovrebbe lui liberarsi da luoghi comuni e falsità, come quella relativa al 'successo de La Gazza a causa degli ascolti tv' - come ha dichiarato. Chailly non ricorda o finge di non ricordare che quegli ascolti su Rai 5 sono stati disastrosi - appena 74.000 telespettatori, con uno share drammatico:0,3% .
Se la vera novità della gestione Pereira-Chailly sta nella riproposta qua e là di titoli non frequenti o nella riscoperta di musiche dimenticate o ritenute perdute (come nel caso della Messa da requiem per Rossini o dello Chant funèbre di Strawinsky), Chailly sa bene che ogni istituzione che si rispetti, nel mondo, lo fa normalmente. Dunque dove starebbe la vera grande novità, e quale luogo comune che egli voglia abbattere o che abbia già abbattuto?
Per solidarietà professionale, passiamo sopra le imprecisioni e la sciatteria redazionale della collega che l'ha intervistato. Qualche perla ci sia consentita:
- Chailly " dirige la sua bacchetta nel bifronte sinfonico e orchestrale".
-" La sua tournée ha scompaginato gli schemi: un repertorio insolito, diverso quasi ogni sera e senza l'uso di fondi pubblici ( ?). Lei è un maestro un pò fuori le righe"
- "Anche la Messa per Rossini (oltre il ritrovato Chant funèbre di Strawinsky,ndr.)... Come riesce a districarsi fra tutti questi impegni?" Quali impegni?
Chailly risponde, senza che nessuno, stando alla domanda, gliel'abbia chiesto: " non è un'abilità. La direzione del Festival di Lucerna, della Filarmonica e dell'Orchestra della Scala ..."
La prossima volta più attenzione, e Lei maestro Chailly, non dica falsità o cose avventate.
lunedì 6 novembre 2017
Igor Strawinsky in memoria del suo maestro Nikolaj Rimskij-Korsakov. Chant funèbre, riscoperto nel 2015, lo dirige Chailly a Milano, dopo Lucerna, e dopo la prima assoluta a San Pietroburgo, nel 2016, diretta da Gergiev
Nel settembre 2015, durante l’incontro internazionale della Società di Musicologia a S. Pietroburgo, viene annunciato dalla musicologa russa Natalia Braginskaya un clamoroso ritrovamento: si tratta delle parti orchestrali dell’inedito e irreperibile Pogrebal’naya pesnya (Funeral Song/Chant funèbre) op. 5 di Igor Stravinskij, dedicata al suo maestro Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov ed eseguita un’unica volta in sua memoria nel 1909 sotto la bacchetta di Felix Blumenfeld, prima di scomparire nei meandri delle biblioteche di San Pietroburgo.
Nel febbraio del 2015 al Conservatorio di S. Pietroburgo il materiale autografo del Funeral Song viene fortuitamente ritrovato durante la ristrutturazione e il conseguente trasloco della Biblioteca: le parti d’orchestra erano accatastate e dimenticate in un armadio.
Dopo la clamorosa riscoperta e la ricostruzione della partitura orchestrale, a dicembre 2016 si tiene la Prima esecuzione moderna al teatro Marinsky di San Pietroburgo con l'orchestra del teatro e il celebre direttore Valery Gergiev. A questa seguono rapidamente in tutta Europa numerose Prime nazionali, inclusa la Prima svizzera il 19 agosto 2017 al KKL di Lucerna con la Lucerne Festival Orchestra e il suo attuale direttore Riccardo Chailly.
domenica 8 ottobre 2017
Antonio Pappano. Svelato l'arcano della bacchetta da lui impugnata per il 'Re Ruggero' di Szymanowski
Noi c'eravamo, alla vigilia, incamminati per una strada pericolosa, nella lettura della 'bacchetta' di Pappano, per la prima volta impugnata dal direttore, come sottolineava con enfasi la copertina del 'Trovaroma' di Repubblica.
Per noi quella bacchetta era 'magica' e serviva al direttore principalmente per due scopi. Il primo, arrivare fino in fondo all'esecuzione assai impegnativa, sebbene la partitura fosse a lui arcinota avendola già diretta a Londra, e nello stesso tempo tentare, disperatamente, ancora una volta di far entrare quel 'Mysterium' nel repertorio dei teatri; il secondo, mettere a tacere quanti avrebbero potuto storcere il naso e turarsi le orecchie di fronte ad una inaugurazione di stagione così inusuale.
Il primo, grazie alla bacchetta per noi 'magica' è parzialmente riuscito, non sappiamo ancora dell'esito dell'entrata dell'opera di Szymanowski nel repertorio dei teatri, sebbene confidiamo molto sulla sua potenza - della bacchetta 'magica'; il secondo , forse, anche, perchè il pubblico a fine esecuzione ha applaudito, e la critica pure inneggiato al 'fenomenale' Pappano 'con la bacchetta', il quale, qualunque cosa tocchi, la trasforma in oro, come ha fatto con il leone tutto d'oro con il quale l'Accademia, pubblicitariamente , ha rappresentato l'effigie di re Ruggero.
Poi però è arrivata la solita guastafeste che ha distrutto tutto il castello magico che, a fatica, avevamo costruito intorno a quella bacchetta. La guastafeste si chiama Carla Moreni, solitamente bene informata, per via diretta, degli accadimenti e delle previsioni che riguardano l'Accademia, che è venuta a dirci la ragione di quella bacchetta: una banale tendinite alla mano destra del direttore. Ed ha aggiunto, per la serie che 'non tutti i malanni vengono per nuocere' che , con la bacchetta, 'il gesto di Pappano si è fatto più chiaro', mentre - aggiungiamo noi, tirando le somme del discorso - quello di Temirkanov, che si ostina a dirigere senza bacchetta, è tremendamente scuro, meglio: pochissimo chiaro, sebbene efficace, a detta di taluno.
La guastafeste,però, per farsi perdonare la disillusione prodotta almeno in noi, ha rivelato una anticipazione (?) che le potrebbe essere stata sussurrata all'orecchio, con la preghiera, da lei disattesa, di non parlarne con nessuno, mentre Lei, per farsi perdonare, ne ha parlato.
Perché, ancora una volta, e sarebbe la terza, Pappano ci riproverà con 'Re Ruggero', nel 2021 e alla Scala, nell'anno in cui si conclude l'ennesimo contratto con Santa Cecilia, iniziato nel 2005 ed anche quello con il Covent Garden di Londra, addirittura precedente? Potrebbe essere il biglietto di ingresso alla Scala di Pappano, con un incarico di peso: direttore musicale? Ma non c'è Chailly? Dopo Chailly, o perchè scommette che Riccardo, dopo qualche anno, fuggirà pure lui dalla Scala, come hanno fatto in passato sia Abbado che Muti?
Ma la lettura dei giornali ci ha riservato un'altra sorpresa. Premettiamo che noi, da quando c'è quella brava persona di Dall'Ongaro alla sovrintendenza, non siamo più graditi a Santa Cecilia, e perciò di tutto quello che avviene, di buono e di cattivo, lo sappiamo solo dai giornali, ai quali siamo costretti ad attenerci.
(Detto fra parentesi, non è che la messa al bando inflittaci da Dall'Ongaro - a seguito di una causa contro di noi che ha perso su tutta la linea ( ben gli sta!) - ci turbi più di tanto. Di musica, nella nostra vita, ne abbiamo ascoltata tantissima, almeno il doppio di quella bastevole per una vita interamente ad essa votata; e perciò, ora, una sorta di 'cura del silenzio' non ci dispiace del tutto).
I giornali, dicevamo, ci hanno raccontato, all'unanimità, della delusione ed inefficacia, ma anche della inopportunità del 'video live' che ha accompagnato l'esecuzione, ed anche della ovvietà della cosiddetta 'mise en espace' che faceva arrivare un protagonista dalla platea, mentre un altro lo piazzava in alto nelle gallerie, fronte pubblico. Cose viste, straviste, inutili, dizzinali e banali.
Ci hanno, perciò, anche detto indirettamente, per lo meno ce lo hanno fatto capire, che Pappano e Dall'Ongaro non hanno creduto fino in fondo alla inusuale scelta di inaugurare con l'opera di Szymanowski, e per questo hanno chiamato la coppia Masbedo, sperando che il loro lavoro la rendesse meno indigesta, più accettabile da coloro che, frequentando Santa Cecilia, vogliono sentire la grande musica, soprattutto nelle serate speciali, concedendo che, in qualche occasione meno importante, si possa procedere anche alla riscoperta di capolavori presunti e ingiustamente dimenticati.
Per ora quella scelta è stata bocciata: contestata dal pubblico e disapprovata in coro dalla critica.
Sbagliando si impara?
Per noi quella bacchetta era 'magica' e serviva al direttore principalmente per due scopi. Il primo, arrivare fino in fondo all'esecuzione assai impegnativa, sebbene la partitura fosse a lui arcinota avendola già diretta a Londra, e nello stesso tempo tentare, disperatamente, ancora una volta di far entrare quel 'Mysterium' nel repertorio dei teatri; il secondo, mettere a tacere quanti avrebbero potuto storcere il naso e turarsi le orecchie di fronte ad una inaugurazione di stagione così inusuale.
Il primo, grazie alla bacchetta per noi 'magica' è parzialmente riuscito, non sappiamo ancora dell'esito dell'entrata dell'opera di Szymanowski nel repertorio dei teatri, sebbene confidiamo molto sulla sua potenza - della bacchetta 'magica'; il secondo , forse, anche, perchè il pubblico a fine esecuzione ha applaudito, e la critica pure inneggiato al 'fenomenale' Pappano 'con la bacchetta', il quale, qualunque cosa tocchi, la trasforma in oro, come ha fatto con il leone tutto d'oro con il quale l'Accademia, pubblicitariamente , ha rappresentato l'effigie di re Ruggero.
Poi però è arrivata la solita guastafeste che ha distrutto tutto il castello magico che, a fatica, avevamo costruito intorno a quella bacchetta. La guastafeste si chiama Carla Moreni, solitamente bene informata, per via diretta, degli accadimenti e delle previsioni che riguardano l'Accademia, che è venuta a dirci la ragione di quella bacchetta: una banale tendinite alla mano destra del direttore. Ed ha aggiunto, per la serie che 'non tutti i malanni vengono per nuocere' che , con la bacchetta, 'il gesto di Pappano si è fatto più chiaro', mentre - aggiungiamo noi, tirando le somme del discorso - quello di Temirkanov, che si ostina a dirigere senza bacchetta, è tremendamente scuro, meglio: pochissimo chiaro, sebbene efficace, a detta di taluno.
La guastafeste,però, per farsi perdonare la disillusione prodotta almeno in noi, ha rivelato una anticipazione (?) che le potrebbe essere stata sussurrata all'orecchio, con la preghiera, da lei disattesa, di non parlarne con nessuno, mentre Lei, per farsi perdonare, ne ha parlato.
Perché, ancora una volta, e sarebbe la terza, Pappano ci riproverà con 'Re Ruggero', nel 2021 e alla Scala, nell'anno in cui si conclude l'ennesimo contratto con Santa Cecilia, iniziato nel 2005 ed anche quello con il Covent Garden di Londra, addirittura precedente? Potrebbe essere il biglietto di ingresso alla Scala di Pappano, con un incarico di peso: direttore musicale? Ma non c'è Chailly? Dopo Chailly, o perchè scommette che Riccardo, dopo qualche anno, fuggirà pure lui dalla Scala, come hanno fatto in passato sia Abbado che Muti?
Ma la lettura dei giornali ci ha riservato un'altra sorpresa. Premettiamo che noi, da quando c'è quella brava persona di Dall'Ongaro alla sovrintendenza, non siamo più graditi a Santa Cecilia, e perciò di tutto quello che avviene, di buono e di cattivo, lo sappiamo solo dai giornali, ai quali siamo costretti ad attenerci.
(Detto fra parentesi, non è che la messa al bando inflittaci da Dall'Ongaro - a seguito di una causa contro di noi che ha perso su tutta la linea ( ben gli sta!) - ci turbi più di tanto. Di musica, nella nostra vita, ne abbiamo ascoltata tantissima, almeno il doppio di quella bastevole per una vita interamente ad essa votata; e perciò, ora, una sorta di 'cura del silenzio' non ci dispiace del tutto).
I giornali, dicevamo, ci hanno raccontato, all'unanimità, della delusione ed inefficacia, ma anche della inopportunità del 'video live' che ha accompagnato l'esecuzione, ed anche della ovvietà della cosiddetta 'mise en espace' che faceva arrivare un protagonista dalla platea, mentre un altro lo piazzava in alto nelle gallerie, fronte pubblico. Cose viste, straviste, inutili, dizzinali e banali.
Ci hanno, perciò, anche detto indirettamente, per lo meno ce lo hanno fatto capire, che Pappano e Dall'Ongaro non hanno creduto fino in fondo alla inusuale scelta di inaugurare con l'opera di Szymanowski, e per questo hanno chiamato la coppia Masbedo, sperando che il loro lavoro la rendesse meno indigesta, più accettabile da coloro che, frequentando Santa Cecilia, vogliono sentire la grande musica, soprattutto nelle serate speciali, concedendo che, in qualche occasione meno importante, si possa procedere anche alla riscoperta di capolavori presunti e ingiustamente dimenticati.
Per ora quella scelta è stata bocciata: contestata dal pubblico e disapprovata in coro dalla critica.
Sbagliando si impara?
martedì 15 agosto 2017
Dove vanno i critici musicali italiani d'estate? Snobbano l'Italia, salvo qualche eccezione,retribuita, e scelgono l'estero
Abbiamo atteso qualche giorno, pensando che seppure con un pò di ritardo, qualche nostro collega ci avrebbe informato degli esiti di alcuni festival così importanti che se ne sono accorti gli stranieri che li frequentano di anno in anno, in numero maggiore degli stessi italiani. E invece no, almeno per alcuni. Gli stranieri vengono in Italia per i nostri festival - intendiamo il pubblico oltre i critici - e i nostri critici vanno all'estero a sentire concerti. E l'Italia resta scoperta. I critici spiegano anche perchè.
In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.
E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.
I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.
Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.
Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?
Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani, innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.
Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.
E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.
C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.
I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.
Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.
In ossequio ad una teoria che vorrebbe più utile al lettore la presentazione di un'opera o di un concerto, la critica musicale italiana tralascia di aggiornare i propri lettori sugli esiti di concerti ed opere. Sia chiaro, i critici anticipano con puntualità la vita musicale in Italia - nel qual caso la loro azione sarebbe utile al lettore. L'anticipano solo nel caso in cui succeda qualcosa di strano o curioso per la regia in un'opera, o per il debutto di un interprete, specie se giovane (ma nella musica si continuano a definire giovani anche interpreti che hanno superato la quarantina), meglio ancora se giovanissimo e, se di sesso femminile, se ha quel non so che di attraente che esula dalle sue capacità musicali.
E' accaduto, in questa estate accaldata, con il 'fenomeno' Currentzis, direttore d'orchestra quarantasettenne, greco di origine, attivo in Russia, in preda a estasi continue, al termine delle quali dà conto al giornalista che gli capita a tiro o che va a stanarlo, del contenuto delle sue visioni misto a fatti reali e legittime aspirazioni professionali.
I maggiori giornali italiani l'hanno intervistato a Salisburgo dove Markus Hinterhauser, tornato alla guida del festival e in cerca di clamore, l'ha fatto debuttare con la sua singolare orchestra 'MusicAeterna', alla quale trasmette, costringendola a vivere in una sorta di 'comune', il suo fluido mistico.
Per effetto dell'estasi - ancora in trance? - ha visto nel futuro una sua collaborazione con il nostro Paolo Sorrentino per una prossima regia di Wagner, alla quale stanno lavorando insieme. Paolo Sorrentino gli avrebbe anticipato alcune caratteristiche del suo debutto operistico riguardante la Tetralogia che egli vorrebbe mettere in scena, ma cominciando dal Crepuscolo.
Sogno o son desto, Currentzis non se lo chiede mai, quando straparla. A farlo tornare con i piedi per terra ci ha pensato l'ufficio stampa del regista, il quale ha precisato, nello stile di chi parla da sveglio e sa quel che dice, che Sorrentino non ha nessun progetto operistico, neanche con Currentzis, che non conosce neppure. Ma allora che aveva scritto il Corriere della Sera? Cappelli, l'intervistatore, se l'era inventato, o Currentzis aveva scambiato il sogno con la realtà? E perché Cappelli non ha verificato?
Salisburgo è stata oggetto di attenzione da parte dei critici dei maggiori giornali italiani, innanzitutto per il ritorno di Muti a dirigere un'opera (Aida), da tutti osannato. Giusto clamore.
Poi, invece, altri si sono recati a Lucerna ad assistere alla seconda uscita della Lucerna Festival Orchestra, orfana di Abbado e sotto la guida di Chailly, per dirci che quella orchestra è un'orchestra di virtuosi, ma che suona 'con l'anima'. Il lettore ringrazia per la precisazione.
E in Italia non c'era proprio nulla che meritasse attenzione? Che so, Pesaro? No. Dopo che la Aspesi ha dato il via al festival, come fa da molti anni a questa parte, tutti i critici si sono defilati, ritenendo esaurito il loro compito, reso inutile dall'annuncio della papessa rossiniana, una specie di madrina del festival pesarese, del quale decreta il successo prima ancora che inizi.
C'è stato qualche critico che si è spinto a Martina Franca per assistere ad una delle riprese moderne tanto care al festival pugliese, concentrandosi sull'opera di Meyerbeer diretta da Fabio Luisi. E basta? No. C'è un festival che si è meritato una certa attenzione, e non è una novità.
I critici sono andati, dietro retribuzione, in pellegrinaggio a Macerata, per la stagione dello Sferisterio, invitati dal solerte direttore artistico, Micheli, a presentare le opere in programma. E già che c'erano hanno approfittato per raccontarcene gli esiti.
Questa è la vita dura del critico musicale italiano d'estate.
Etichette:
Aspesi,
Chailly,
coriere della sera,
currentzis,
festival di salisburgo,
lucerna festival orchestra,
luisi,
markus hinterhauser,
muti,
paolo sorrentino,
valerio cappelli
lunedì 5 giugno 2017
Teatro alla Scala. Stagione 2017/18. Il sindaco/ presidente, Sala, non apprezza e ammonisce
Solo pochi giorni fa è stata presentata la nuova stagione che si aprirà con l'Andrea Chenier ( direttore Chially,regista Martone; interpreti principali i coniugi Netrebko-Eyvazov). Poi, finalmente arriverà, la nuova opera di Kurtag, Fin de partie; Fledermaus ( Zubin Mehta direttore), Simon Boccanegra diretto da Chung; Orfeo ed Euridice, nella versione francese, direttore Mariotti; Francesca da Rimini di Zandonai - Fabio Luisi sul podio; Aida, nella messinscena e regia di Zeffirelli, direttore Santi; Don Pasquale; Fierrabras id Schubert ( Harding); Il pirata di Bellini, direttore Frizza; Alì Babà e i 40 ladroni di Cherubini (progetto Accademia); Ernani diretto da Adam Fischer; La finta giardiniera di Mozart diretta da Fasolis; ed Elektra di Strauss diretta da Dohnanyi.
Che dire? Che chi comanda si fa la stagione che vuole. Degli interessi del pubblico molti responsabili tendono a fottersene. Si può solo notare che la Scala, per la prossima stagione, fa la sofisticata, nel senso dell'imprevedibile, del non corrente , dell'antitradizionale. Tutto nella regola, ad anni alterni. Quest'anno dopo l'abbuffata pucciniana, per reagire all'astinenza negli anni di Lissner, niente Puccini, astinenza di nuovo. Non sarebbe stato più opportuno abbuffarsi meno la stagione passata e presentare Puccini a piccole dosi, stagione dopo stagione - il discorso vale anche per Verdi, Rossini, come anche Mozart. Meno per Wagner, il quale, negli anni passati, prima di Pereira, è stato il nume tutelare scaligero, anche più di Verdi.
Si può solo domandare, forse esigere, una volta stabilito il cartellone, che i nomi degli interpreti, siano all'altezza dei titoli per i quali sono stati scritturati - il che non è sempre automatico, neanche alla Scala?
Ciò che invece si può dire, anche ad alta voce, è che Sala, sindaco di Milano, presidente della Scala (non per meriti o competenza, ma per statuto), ma che notoriamente non ha studiato musica all'Accademia di Vienna, non sarebbe di per sé autorizzato a dire, alla presentazione della stagione: si può fare di meglio! Voleva forse mandare un messaggio a Pereira sui conti? No, perchè quelli sembrerebbero in ordine. Se sui titoli, chi gli da l'autorità per farlo? Forse il suo assessore alla cultura, il compositore Del Corno? Se è stato lui a dargli la dritta, non poteva pensarci lui direttamente con Pereira, con il quale si sentirà immaginiamo spesso, quando ancora lavorava alla formazione del cartellone? Gli poteva dire: fa meglio! Che so, mettici anche qualche titolo del grande repertorio che quest'anno sembra accantonato!
Dire, alla presentazione del cartellone che 'si può fare di meglio', è come perdere l'occasione per star zitto e cogliere quella di dire una assoluta banalità, inutile.
Pereira gli ha risposto, a tono: certo si può fare sempre di più, e se mi accontentassi di ciò che faccio sarei un asino. Bravo!
Come si vede , a conti fatti, a banalità si risponde con banalità, e tutto resta come prima.
Ma forse Sala ha voluto mandare un avvertimento a Pereira: non ti sentire troppo sicuro. L'avrà capito?
Che dire? Che chi comanda si fa la stagione che vuole. Degli interessi del pubblico molti responsabili tendono a fottersene. Si può solo notare che la Scala, per la prossima stagione, fa la sofisticata, nel senso dell'imprevedibile, del non corrente , dell'antitradizionale. Tutto nella regola, ad anni alterni. Quest'anno dopo l'abbuffata pucciniana, per reagire all'astinenza negli anni di Lissner, niente Puccini, astinenza di nuovo. Non sarebbe stato più opportuno abbuffarsi meno la stagione passata e presentare Puccini a piccole dosi, stagione dopo stagione - il discorso vale anche per Verdi, Rossini, come anche Mozart. Meno per Wagner, il quale, negli anni passati, prima di Pereira, è stato il nume tutelare scaligero, anche più di Verdi.
Si può solo domandare, forse esigere, una volta stabilito il cartellone, che i nomi degli interpreti, siano all'altezza dei titoli per i quali sono stati scritturati - il che non è sempre automatico, neanche alla Scala?
Ciò che invece si può dire, anche ad alta voce, è che Sala, sindaco di Milano, presidente della Scala (non per meriti o competenza, ma per statuto), ma che notoriamente non ha studiato musica all'Accademia di Vienna, non sarebbe di per sé autorizzato a dire, alla presentazione della stagione: si può fare di meglio! Voleva forse mandare un messaggio a Pereira sui conti? No, perchè quelli sembrerebbero in ordine. Se sui titoli, chi gli da l'autorità per farlo? Forse il suo assessore alla cultura, il compositore Del Corno? Se è stato lui a dargli la dritta, non poteva pensarci lui direttamente con Pereira, con il quale si sentirà immaginiamo spesso, quando ancora lavorava alla formazione del cartellone? Gli poteva dire: fa meglio! Che so, mettici anche qualche titolo del grande repertorio che quest'anno sembra accantonato!
Dire, alla presentazione del cartellone che 'si può fare di meglio', è come perdere l'occasione per star zitto e cogliere quella di dire una assoluta banalità, inutile.
Pereira gli ha risposto, a tono: certo si può fare sempre di più, e se mi accontentassi di ciò che faccio sarei un asino. Bravo!
Come si vede , a conti fatti, a banalità si risponde con banalità, e tutto resta come prima.
Ma forse Sala ha voluto mandare un avvertimento a Pereira: non ti sentire troppo sicuro. L'avrà capito?
sabato 27 maggio 2017
Rai Cultura. Il concerto della Filarmonica della Scala a Taormina per i potenti della terra
Nulla da dire solo sulla durata del concerto: 50 minuti scarsi. Tutto il resto, dal programma al direttore, alla regia non ne ha azzeccata una Rai Cultura e Scala insieme.
Cominciamo dal direttore. Perchè un coreano? Risponderanno che hanno voluto mandare un segnale di internazionalità. Sì, ma a chi? Non si trattava di un concerto, in apertura del G7, nel quale si voleva mostrare una delle eccellenze riconosciute del nostro paese, che ospitava i potenti della terra? E cioè la Scala? Allora il suo direttore musicale Riccardo Chailly che impegni aveva tanto importanti da disertare l'appuntamento di Taormina? Non v'è ragione che tenga. Dell'appuntamento internazionale a Taormina si sapeva da tempo, e del concerto pure; Chailly non poteva tenersi libero per il concerto della 'sua' orchestra? E questo è già il primo passo falso sul quale molti dei telespettatori avranno certamente riflettuto, ponendosi la nostra stessa domanda, e non riuscendo a darsi una risposta soddisfacente.
Poi il programma, partito con un trittico (Puccini, Verdi) più adatto ad una commemorazione di fatto doloreoso o addirittura ad un funerale - e pensiamo specialmente all'intermezzo della Butterfly, un funerale, oltre che alla sinfonia dell'INNOMINATA - e che, solo dopo, ha toccato Rossini ( Guglielmo Tell e Italiana in Algeri), che magari qualche segnale positivo sarà riuscito a mandare se non altro con i suoi ritmi vivaci e con la trionfale squillante conclusione dell'Ouverture dal Tell ,per finire con un omaggio alla Sicilia: Mascagni, intermezzo dalla Cavalleria rusticana.
La composizione del programma fa pensare quanto incapaci siano certe istituzioni anche importanti a calibrarlo alle diverse circostanze e in un teatro all'aperto, per quanto tirato a lucido e con una buona acustica; ma anche di come Rai Cultura non sia capace di dire la sua alle istituzioni, quando si mostrano sorde alle esigenze anche televisive, oltre che di circostanza.
Conosciamo il problema. Perchè per oltre dieci anni, per conto della Rai (Rai 1), abbiamo lavorato alla composizione del programma del Concerto di Capodanno dalla Fenice; ogni anno abbiamo sudato le classiche sette camicie per far capire al direttore artistico del teatro veneziano che quello era un concerto particolare che abbisognava di un programma particolare. Non sempre siamo riusciti fino in fondo, anche perchè lui si è sentito come offuscato dalla nostra presenza dalla quale, in parte, deriva la fortuna di quel concerto, suo ( del direttore artistico Ortombina) malgrado ( anche i due pezzi d'obbligo conclusivi: Va pensiero e Brindisi, furono una nostra scelta!) E, infatti, da quando non ce ne siamo più occuparti, e cioè da tre anni a questa parte, il direttore artistico ha avuto mano libera nel confezionare programmi INADATTI e gli ascolti, per la prima volta nella ormai lunga storia del Capodanno veneziano, sono calati drasticamente: in tre anni il Concerto ha perso quasi 500.000 telespettatori, pur restando sempre al disopra dei 4.000.000 dive la nostra attenta e intransigente vigilanza l'aveva portato.
Siamo sicuri che se ponessimo il problema 'del programma e della sua congruità alla circostanza', ai dirigenti di Rai Cultura, ci risponderebbero, da filosofi e pensatori quali si ritengono, che era meglio non assumere toni trionfalistici e rilassati perchè quella riunione non faceva ben sperare quasi su nulla. Si sa i filosofi sanno sempre mettere una pezza su tutto. Solo che i filosofi, quando lo sono per davvero, lavorano altrove, non alla direzione di un canale televisivo.
Infine la regia che viene sempre affidata da Rai Cultura per i concerti, in maggioranza, a persone assolutamente inadatte a gestire la ripresa e trasmissione di un appuntamento musicale, per quanto se ne conoscano le difficoltà intrinseche. Ad esempio, possibile che la regista non abbia mai pensato di inquadrare la giovanissima 'spalla' dell'orchestra della Scala, la violinista Giulia Marzadori?
Tralasciamo il resto, per dire anche qualcosa sul pubblico. Ad esempio su Macron che mano nella mano della sua maestra signora è arrivato quasi a concerto iniziato - cafone di un presidente! - e sul teatro semivuoto. Ci diranno che c'erano ragioni di sicurezza per lasciare buona parte delle gradinate senza pubblico. Ma almeno il primo ordine poteva essere occupato per intero.
Forse l'unico ad essersi avvantaggiato del concerto, in ogni senso, è stato l'antico teatro che per l'occasione è stato rimesso a nuovo, ripulito e dotato di una struttura in legno dove ha preso posto l'orchestra. Ma speriamo che, a concerto finito, non abbiano già deciso di smontarla per portarla altrove, magari in un altro teatro, della città italiana che prossimamente ospiterà riunioni internazionali analoghe e dello stesso livello.
Sempre professionale, infine, lo speaker Roberto Chevalier, anche se i testi ( della Teodoro) che gli hanno affidato potevano essere meglio curati e con una spolverata, anche minima, di fantasia, oltre gli annunci di prammatica.
Cominciamo dal direttore. Perchè un coreano? Risponderanno che hanno voluto mandare un segnale di internazionalità. Sì, ma a chi? Non si trattava di un concerto, in apertura del G7, nel quale si voleva mostrare una delle eccellenze riconosciute del nostro paese, che ospitava i potenti della terra? E cioè la Scala? Allora il suo direttore musicale Riccardo Chailly che impegni aveva tanto importanti da disertare l'appuntamento di Taormina? Non v'è ragione che tenga. Dell'appuntamento internazionale a Taormina si sapeva da tempo, e del concerto pure; Chailly non poteva tenersi libero per il concerto della 'sua' orchestra? E questo è già il primo passo falso sul quale molti dei telespettatori avranno certamente riflettuto, ponendosi la nostra stessa domanda, e non riuscendo a darsi una risposta soddisfacente.
Poi il programma, partito con un trittico (Puccini, Verdi) più adatto ad una commemorazione di fatto doloreoso o addirittura ad un funerale - e pensiamo specialmente all'intermezzo della Butterfly, un funerale, oltre che alla sinfonia dell'INNOMINATA - e che, solo dopo, ha toccato Rossini ( Guglielmo Tell e Italiana in Algeri), che magari qualche segnale positivo sarà riuscito a mandare se non altro con i suoi ritmi vivaci e con la trionfale squillante conclusione dell'Ouverture dal Tell ,per finire con un omaggio alla Sicilia: Mascagni, intermezzo dalla Cavalleria rusticana.
La composizione del programma fa pensare quanto incapaci siano certe istituzioni anche importanti a calibrarlo alle diverse circostanze e in un teatro all'aperto, per quanto tirato a lucido e con una buona acustica; ma anche di come Rai Cultura non sia capace di dire la sua alle istituzioni, quando si mostrano sorde alle esigenze anche televisive, oltre che di circostanza.
Conosciamo il problema. Perchè per oltre dieci anni, per conto della Rai (Rai 1), abbiamo lavorato alla composizione del programma del Concerto di Capodanno dalla Fenice; ogni anno abbiamo sudato le classiche sette camicie per far capire al direttore artistico del teatro veneziano che quello era un concerto particolare che abbisognava di un programma particolare. Non sempre siamo riusciti fino in fondo, anche perchè lui si è sentito come offuscato dalla nostra presenza dalla quale, in parte, deriva la fortuna di quel concerto, suo ( del direttore artistico Ortombina) malgrado ( anche i due pezzi d'obbligo conclusivi: Va pensiero e Brindisi, furono una nostra scelta!) E, infatti, da quando non ce ne siamo più occuparti, e cioè da tre anni a questa parte, il direttore artistico ha avuto mano libera nel confezionare programmi INADATTI e gli ascolti, per la prima volta nella ormai lunga storia del Capodanno veneziano, sono calati drasticamente: in tre anni il Concerto ha perso quasi 500.000 telespettatori, pur restando sempre al disopra dei 4.000.000 dive la nostra attenta e intransigente vigilanza l'aveva portato.
Siamo sicuri che se ponessimo il problema 'del programma e della sua congruità alla circostanza', ai dirigenti di Rai Cultura, ci risponderebbero, da filosofi e pensatori quali si ritengono, che era meglio non assumere toni trionfalistici e rilassati perchè quella riunione non faceva ben sperare quasi su nulla. Si sa i filosofi sanno sempre mettere una pezza su tutto. Solo che i filosofi, quando lo sono per davvero, lavorano altrove, non alla direzione di un canale televisivo.
Infine la regia che viene sempre affidata da Rai Cultura per i concerti, in maggioranza, a persone assolutamente inadatte a gestire la ripresa e trasmissione di un appuntamento musicale, per quanto se ne conoscano le difficoltà intrinseche. Ad esempio, possibile che la regista non abbia mai pensato di inquadrare la giovanissima 'spalla' dell'orchestra della Scala, la violinista Giulia Marzadori?
Tralasciamo il resto, per dire anche qualcosa sul pubblico. Ad esempio su Macron che mano nella mano della sua maestra signora è arrivato quasi a concerto iniziato - cafone di un presidente! - e sul teatro semivuoto. Ci diranno che c'erano ragioni di sicurezza per lasciare buona parte delle gradinate senza pubblico. Ma almeno il primo ordine poteva essere occupato per intero.
Forse l'unico ad essersi avvantaggiato del concerto, in ogni senso, è stato l'antico teatro che per l'occasione è stato rimesso a nuovo, ripulito e dotato di una struttura in legno dove ha preso posto l'orchestra. Ma speriamo che, a concerto finito, non abbiano già deciso di smontarla per portarla altrove, magari in un altro teatro, della città italiana che prossimamente ospiterà riunioni internazionali analoghe e dello stesso livello.
Sempre professionale, infine, lo speaker Roberto Chevalier, anche se i testi ( della Teodoro) che gli hanno affidato potevano essere meglio curati e con una spolverata, anche minima, di fantasia, oltre gli annunci di prammatica.
mercoledì 3 maggio 2017
Il ministro Madia spieghi perchè la direzione artistica è vietata e la direzione musicale no ai pensionati. Ed anche la differenze fra direzione artistica e musicale
Dalla
circolare n.4 del 2015 del ministro Madia sul divieto di conferire
consulenze ed incarichi a pensionati nella Pubblica Amministrazione,
si legge, a proposito degli incarichi che non rientrano in tale
divieto che: “ Il
divieto prescritto non si applica agli incarichi di direttore
musicale,direttore del coro e direttore del corpo di ballo, atteso
che essi non rientrano in nessuna delle ipotesi contemplate dalla
legge, anche in considerazione della specifica natura delle relative
prestazioni”.
Che
va letto, o andrebbe letto, nel senso che tali incarichi sono di
natura 'più tecnica' e non dirigenziale.
L'unica
possibilità consentita dalla legge cui tale circolare esplicativa fa
riferimento, è quella di incarichi della durata non superiore ad un
anno e gratuiti. IL caso dei consiglieri Rai, pensionati, fa testo ed
anche scuola.
A
noi interessa qui considerare la distinzione che tale circolare fa
tra alcuni incarichi in ambito musicale, dove la direzione artistica
non è consentita, ma quelle musicale, corale e coreutica invece sì.
Ma mentre appaiono chiare le differenze fra una direzione artistica e la direzione di coro o di un corpo di ballo - queste ultime due cono responsabilità 'tecniche'- non è facile venire a capo della differenza sostanziale che correrebbe, a guardare la circolare Madia, fra la direzione artistica a la direzione musicale. Ma forse tale distinzione s'è fatta per salvare alcune situazioni che altrimenti sarebbero esplose. Chi si meraviglia dimentica quante leggi e circolari sono state fatte in passato per salvare casi singoli. Perché non potrebbe accadere anche oggi, seppure in percentuali ridotte?
Il direttore musicale - è inutile negarlo - non può essere estraneo alla direzione artistica. Perché Muti non accettò l'incarico di direttore musicale dell'Opera di Roma? Perché tale incarico avrebbe comportato oltre che la direzione vera e propria di alcune produzioni, anche la responsabilità dell'orchestra , in accordo con la direzione artistica che lì era rappresentata da Alessio Vlad - messo lì d Muti perché fosse la suo servizio. Perciò è impossibile prefigurarsi che un direttore musicale non abbia voce nella programmazione artistica, mentre è vero il contrario e cioè che il direttore artistico non metta bocca sull'orchestra - anche perché qualche volta potrebbe non capire di cosa si tratta.
E così, stante il divieto per i pensionati, dopo i 65 anni di età, di assumere incarichi direttivi nella Pubblica Amministrazione, o in istituzioni e fondazioni che ad essa fanno capo, l'escamotage della 'direzione musicale' consente a chicchessia di accedervi, giacché è connaturata alla direzione musicale anche la responsabilità artistica. O no? Si vuol dire che Chailly o Pappano o Luisi - che comunque sono sotto i 65 anni e non sono pensionati – sulla direzione artistica delle istituzioni nelle quali sono impegnati non mettono bocca? Anche da pensionati potrebbero con quel medesimo incarico continuare a farlo, basta mettergli al fianco una segreteria organizzativa, in campo artistico.
Alla luce di questo, risulta davvero incomprensibile come abbia fatto la Rai ad assumere come direttore artistico per la sua Orchestra sinfonica nazionale di Torino, un pluripensionato, sugli ottanta, come è Cesare Mazzonis. Forse che lui non era dipendente dirigente, ma lavoratore autonomo? Poteva essere, in tutti gli anni in cui è stato sovrintendente o direttore artistico di fondazioni come quelle liriche o della Rai stessa dove è la terza o quarta volta che vi fa ritorno?
E come è possibile che l'esperto in economia della cultura, qual è Carlo Fuortes, assuma come direttore dell'ufficio stampa del teatro dell'Opera di Roma, Renato Bossa, con un incarico triennale remunerato, un dipendente pubblico in pensione, che ha superato i 65 anni d'età, che ha insegnato fino a qualche anno fa presso l'Accademia nazionale di danza a Roma?
Anche
questi casi rientrano in quelli esenti dal divieto, stando a ciò
che si legge nella circolare esplicativa del ministro Madia'? O forse
no?
lunedì 24 aprile 2017
Note musicali. Gianna Fratta e Speranza Scappucci. 'Gazza ladra' alla Scala dopo quasi due secoli dalla prima
Gianna Fratta , il direttore d'orchestra che ha diretto il Concerto di Natale in Senato - come Muti e Maazel - ed anche i Berliner (Symphoniker), nel cammino di avvicinamento ai Philharmoniker, al Corriere ha dichiarato che non è ancora giunta l'ora per chiamare i direttori donne come conviene, e cioè direttrice e maestra. E che tale ora giungerà quando una inaugurazione alla Scala sarà diretta da un direttore donna.
Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta. La nomina della Scappucci segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.
E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.
Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?
Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini, si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.
Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta. La nomina della Scappucci segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.
E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.
Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?
Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini, si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.
Etichette:
barenboim,
Chailly,
coriere,
giovanna fratta,
girardi,
Lissner,
opera di liegi,
pereira,
puccini,
Rossini,
scala,
speranza scappucci,
stefano mazzonis,
verdi,
Wagner
giovedì 9 marzo 2017
Accademia di s.Cecilia, 2002. Perchè Chung andò via sbattendo la porta. La vera storia
Il mancato bis ‘ Va’
pensiero’ di Giuseppe Verdi, accelerò l'arrivo a Roma di Tony
Pappano, italiano d’origine, inglese di nascita ed americano di
formazione, direttore musicale della Royal Opera House Covent Garden
di Londra. Tutto può essere fatto risalire a quel bis,
programmato da Chung e vietato da Berio, il 22 dicembre 2002, in
occasione del concerto d’inaugurazione della sala grande (poi Sala
Santa Cecilia) del grande Auditorium di Roma costruito da Renzo Piano
e comunemente chiamato ‘Parco della Musica’.
Myung-Whun Chung era,
all’epoca dei fatti, direttore principale dell’Orchestra
dell’Accademia di santa Cecilia, al suo secondo incarico; e Luciano
Berio, Presidente-Sovrintendente. Quel bis della discordia che segnò
l’ufficializzazione del dissidio fra Luciano Berio e Myung-Whun
Chung, avrebbe fatto stringere i tempi della trattativa riservata già avviata
con Antonio Pappano, come futuro sostituto del direttore coreano, all'oscuro dei contatti.
Bene informati giurano,
infatti, che Berio, prima ancora del fattaccio, avesse messo gli
occhi addosso a Pappano, come futuro sostituto di Chung. A suggerire
il nome del direttore, di origine italiana in grande ascesa, sarebbero stati Gaston Fournier-Facio , coordinatore artistico
dell’Accademia e Vittorio Ripa di Meana, avvocato e membro del
consiglio di amministrazione ( in rappresentanza dei soci privati)
della Fondazione ‘Accademia di santa Cecilia’. Ma il dissidio fra
Berio e Chung, acuito da quello scontro, era di molto anteriore e
fondato su ben altre ragioni.
Innanzitutto il carattere dei due:
dittatoriale il primo, chiuso il secondo. E forse un certo peso
l’ebbero anche i contratti ‘speciali’ fatti ad alcune prime
parti dell’orchestra, chiamati direttamente da Berio, mentre Chung,
responsabile dell’orchestra, aveva sempre seguito la strada dei
concorsi, impegnandosi contemporaneamente in un lavoro continuo con
le ‘prime’ parti. Quell’iniziativa di Berio, non condivisa da
Chung, portò a Roma ottimi solisti, a condizioni molto favorevoli
anche economicamente, alle quali dovevano seguire prestazioni
‘solistiche’, come previste nel contratto ‘speciale’. La
decisione di Berio procurò non pochi malumori fra i professori
dell’orchestra e, di conseguenza, anche fra la direzione e la
sovrintendenza. Dunque ragioni di dissidio fra Chung e Berio ce
n’erano a non finire, prescindendo da Pappano.
Anche della ricerca
subito orientata verso quel giovane direttore, quarantaduenne, ma già
molto lanciato, la cui famiglia è di origini italiane, Berio non
informò né Chung, neppure dopo che questi aveva comunicato
ufficialmente all’orchestra che alla fine del suo secondo mandato
romano avrebbe lasciato ( il che fece con una lettera, in occasione
del definitivo trasferimento dei concerti da via della Conciliazione
al nuovo Auditorium), né i rappresentanti dell’orchestra - l’uno
e gli altri appresero la notizia, come tutti, dai giornali. Ad un
sovrintendente che non fosse Berio, l’orchestra ceciliana e
naturalmente anche Chung, questa non gliel’avrebbero fatta passare
liscia. A Berio sì, anche per la complessa situazione creata dalla
sua grave malattia.
Dunque da quel momento
non si parlò più di rinnovo, ma di fine della collaborazione, con
la scusa di quel dannato bis. Dispotico e duro nei modi con chi non
lo assecondava, sovrintendente dal 21 settembre del 2000, Berio era
divenuto più intrattabile a causa della grave malattia che lo
condusse nel giro di pochi mesi alla morte. Ma da principio s’era
circondato di persone di fiducia, ‘strettissima’ fiducia, che
gli professavano dedizione totale ed ubbidienza assoluta ,
‘perinde ac cadaver’, secondo l’antica regola gesuitica; e
dunque chi gli si opponeva non era gradito e neppure tollerato,
specie poi quando, come nel caso di Chung, quella sporca storia era
finita sui giornali. Ma come andarono effettivamente le cose?
Chung e Berio avevano
concordato il programma del concerto inaugurale. Tre nuovi brani
commissionati per l’occasione a tre compositori italiani ( Vacchi,
Colla, Nieder) poi la Fantasia beethoveniana,
per pianoforte coro e orchestra op.80 ( Maurizio Pollini solista) e
La sagra della primavera
di Stravinskij a conclusione. In quei giorni, sempre a causa della
malattia, Berio era spesso lontano dall’Accademia.
Durante le
prove, dai rappresentanti del Coro era venuto a Chung il suggerimento
di impegnarlo almeno in un bis, oltre che nella Fantasia
di Beethoven. E Chung, accogliendo quella giusta richiesta, aveva
provato il celebre coro verdiano dal Nabucco,‘Va
pensiero’. La mattina stessa del concerto, anzi pochi minuti prima
del concerto, Berio bussa al camerino di Chung e gli intima, con fare
poco rispettoso, che non si fa nessun bis. A nulla servono le
ragioni del direttore; Berio ribadisce il suo no, con una durezza
che il direttore principale dell’orchestra e responsabile del
concerto inaugurale non gli perdonò. E fra i due iniziò una vera e
propria guerra. Poco più di un mese dopo il fattaccio, in
coincidenza del primo concerto dopo il trasferimento definitivo
dell’Accademia nel nuovo Auditorium, che avvenne l’8 febbraio del
2003 ( Chung diresse la Sinfonia n. 8, ‘dei
Mille’ di Gustav Mahler), il Corriere
della Sera, con un articolo di Valerio Cappelli, rese nota la lettera, indirizzata
alla direzione dell’Accademia ed all’Orchestra, con la quale
Chung diceva chiaramente che alla fine del suo secondo mandato, che
coincideva con l’avvio della stagione 2005-2006, non intendeva
prolungare la sua permanenza a Roma. Il direttore coreano, in verità,
andava ripetendo con convinzione, già prima di quell’occasione,
che dopo otto anni di permanenza in un posto era meglio cambiare
aria, e qualche volta aggiungeva- ed aggiunge ancora ora - che non
continuerà per molto tempo ancora a girare come una trottola per il
mondo.
Berio proseguì nel suo
durissimo atteggiamento con Chung, al punto che la successiva
inaugurazione della stagione 2003-2004
( 8 ottobre 2003, con
Wozzeck di Alban Berg,
in versione semiscenica, nel nuovo auditorium) gliela tolse; al suo
posto chiamò Daniele Gatti. Chung tornerà sul podio
dell’Accademia, dopo la morte di Berio avvenuta il 29 maggio del
2003, a dirigere una serata inaugurale, soltanto nella stagione
2004-2005. Il 16 ottobre 2004, l’ultima sua stagione da ‘direttore
principale’ dell’Orchestra dell’Accademia, diresse l’Idomeneo
di Mozart, con un cast straordinario, nel
quale compariva, debuttante a Roma, anche Magdalena Kozena, compagna
ufficiale di Simon Rattle, in un abito che rendeva di pubblico
dominio anche la sua avanzata maternità.
Resa pubblica da Chung
la sua volontà di lasciare Roma allo scadere del suo mandato,
cominciò il gioco delle possibili candidature alla successione. Si
fecero i nomi di alcuni italiani emergenti, subito scartati perché troppo deboli per essere catapultati all’improvviso su un podio
direttoriale di un certo prestigio ed ora reso più appetibile dal
nuovo Auditorium che molte capitali d’Europa invidiano a Roma e che
finalmente restituiva all’Orchestra dell’Accademia una sede
stabile e degna di questo nome; e scartati anche perché questi
giovani direttori non sembravano mostrare segni di precoce
genialità, quelli stessi che, prima di Chung, avevano fatto puntare
su Christian Thielemann e poi optare per Daniele Gatti.
Alcune vecchie ed
antiche glorie, inoltre, non erano più disponibili, a causa
dell’età. Wolfgang Sawallisch dichiarò che forse un tempo
avrebbe preso in considerazione la proposta, ma ora, passati gli
ottant’anni, era da rispedire al mittente con tante grazie. Ed a
sua volta fece qualche nome, come Fabio Luisi, del quale ‘ si dice
un gran bene a Monaco di Baviera’, aggiunse. Gli si domandò un
giudizio sul nome di Pappano che cominciava a circolare. Dichiarò
che non lo conosceva, ma che aveva ascoltato alcuni suoi dischi e ne
era rimasto ben impressionato (Pappano ricorderà che aveva partecipato ad un concorso come ‘accompagnatore’ a Monaco,
durante l’era Sawallisch, alcuni anni prima del suo incarico a
Bruxelles, al Teatro de la Monnaie, che data al 1992. Passò
l’audizione, ma Pappano preferì Francoforte a Monaco. Venne fuori
anche il nome di Yuri Temirkanov, indisponibile, ed anche del nostro
Riccardo Chailly, ancora legato al Concertgebouw di Amsterdam e, a
Milano, all’Orchestra Verdi. Chailly, che quasi sicuramente
non era interessato a venire a Roma, con un incarico stabile, non
immaginava come sarebbero andate successivamente le cose della sua
carriera. Chailly venne effettivamente interpellato, i rapporti fra
Berio e Chailly erano ottimi: il direttore aveva tenuto a battesimo
il nuovo finale di Turandot scritto da Berio. Ma Chailly non aveva
nessuna intenzione di lavorare a Roma e perciò non accettò.
(Successivamente il direttore milanese ha lasciato Amsterdam per
insediarsi a Lipsia, al Gewandhaus, istituzione storica e gloriosa,
la cui immagine è oggi un po’ appannata; ed ha lasciato anche
Milano, per protestare contro le inadempienze delle Istituzioni che
non hanno ancora dotato la bella orchestra milanese delle risorse
sufficienti per la sopravvivenza, mentre orchestre ‘fantasma’
vengono ampiamente foraggiate dal medesimo ministero - ma anche per
dissidi insanabili, a causa delle infinite difficoltà economiche
dell’orchestra, con il direttore generale, Luigi Corbani:
canovaccio di una storia già vista a Milano, alla Scala).
Cominciò dunque a
circolare con insistenza il nome di Antonio Pappano. Quarantatre
anni, stanco di girare il mondo, autonomamente accarezzava l’idea
di una seconda sistemazione fissa, questa volta ‘sinfonica’, da
affiancare a quella ‘lirica’ londinese. E Roma rappresentava la
sede ideale, aveva il sapore di un ritorno a casa.
Nelle settimane che
seguirono, in coincidenza con i concerti di Wolfgang Sawallisch a
Roma, il 29 marzo 2003 ( mentre divampavano le polemiche per alcune
dichiarazioni di Sawallisch non proprio entusiastiche sull’acustica
della sala grande, progettata da Renzo Piano – “si sa che anche
grandi architetti - aveva detto il direttore - non sempre prestano
attenzione all’acustica di una sala, quando costruiscono un
auditorium” ) Berio comunicò ufficialmente che il Consiglio di
amministrazione dell’Accademia di santa Cecilia aveva nominato
direttore musicale dell’Orchestra dell’Accademia, per cinque
anni, dall’ ottobre 2005 al settembre del 2010, Antonio Pappano, di
origini italiane, fra le bacchette più quotate del momento. Chung e
l’Orchestra seppero dell’avvenuta nomina dai giornali.
Nel breve volgere di un paio di mesi, Berio muore. Era il 27 maggio 2003.Fino al dicembre del
medesimo anno regge le sorti dell’Accademia Sergio Perticaroli,
vice presidente della medesima Accademia. Perticaroli fa subito una
mossa che per il futuro dell’Accademia avrebbe potuto rivelarsi
davvero molto utile. Nomina consulente alla direzione artistica Hans
Landesmann, personalità notissima negli ambienti musicali, con
conoscenze altolocate, a capo di istituzioni musicali internazionali
di altissimo prestigio. Quella nomina ‘esterna’ fu interpretata
dagli Accademici ceciliani come uno ‘sgarbo’ alla loro competenza
musicale - alcuni di essi, già molto avanti negli anni, senza farne
mistero, miravano al vertice di santa Cecilia - e quello sgarbo non
fu estraneo al tramonto definitivo della candidatura di Perticaroli
alla Presidenza-Sovrintendenza dell’Accademia.
ll 2 dicembre 2003, al
terzo turno di ballottaggio, quando non occorreva più un quorum
alto, Bruno Cagli viene eletto per la terza volta alla carica di
Sovrintendente dell’Accademia, donde s’era dimesso prima della
fine del mandato per un insanabile dissidio con l’orchestra
scontenta delle norme contrattuali inserite nello statuto della
fondazione.
Etichette:
berio,
cagli,
Chailly,
chung,
colla,
gatti,
luisi,
nieder,
pappano,
Pollini,
sawallisch,
Temirkanov,
vacchi
domenica 15 gennaio 2017
Muti alla Scala: torna non torna, torna non torna, torna non torna...
In queste settimane in modo speciale, ma anche a giugno, in occasione di una mostra dedicatagli dal Teatro alla Scala, e quando si seppe della tappa milanese con la Chicago Symphony Orchestra, fissata per i prossimi giorni, si discute animatamente sul ritorno di Riccardo Muti nel teatro che diresse per una ventina d'anni circa (19, come Abbado prima di lui) e dal quale, nel 2005, uscì sbattendo la porta, e forse anche accompagnato alla porta, non con le buone, dai suoi orchestrali. Una ferita non facile da emarginare.
Ora, dopo oltre dieci anni di assenza dalla Scala, il suo ritorno pur con una orchestra che non è quella del teatro - come era già accaduto all'indomani della sua uscita burrascosa dalla Scala, quando vi diresse i Wiener - ha riacceso le speranza di un suo ritorno a dirigere, in buca, la sua 'ex' orchestra. che , in verità, specie di recente, gli ha scritto una lettera per invitarlo a tornare, richiesta che hanno sottoscritto sia Pereira che Chailly - non sappiamo quanto convinti, ma ragionevolmente.
Certamente con maggiore convinzione di Lissner che dichiarò di lavorare per il suo ritorno, ma di concreto nulla fece mai ; e in più di un caso, dopo le sue dichiarazioni in tal senso, Muti si sentì costretto a sbugiardarlo. Lissner teneva al ritorno di Abbado più che di Muti, ed in questo riuscì.
Ora Muti ha fatto un passo avanti: è arrivato a rispondere ad una domanda precisa sul suo ritorno a Milano: mai dire mai. Ma per ora, ed a breve, sicuramente no. A meno che non ci faccia la rivelazione bomba, che tutti si attendono, nei prossimi giorni, comunicando che Aida, che dirigerà quest'estate a Salisburgo, nella stagione successiva sarà importata dalla Scala - come del resto fece negli anni di sua permanenza a Roma, quando le opere che vi diresse erano tutte - speriamo di non ricordare male - importante da Salisburgo, dove le aveva dirette la stagione precedente.
Nei vari resoconti giornalistici di questi giorni, laddove si racconta degli impegni in teatro nel corso della sua carriera, curiosamente non si dice mai degli anni in cui lavorò , se pure con un incarico senza senso, DIRETTORE ONORARIO A VITA, all'Opera di Roma - come se quegli anni li avesse volutamente cancellati dalla memoria. E, infatti, siamo convinti che è più facile che Muti torni a breve alla Scala, per dirigervi un'opera con i complessi del teatro milanese, che all'Opera di Roma. Fuortes ,del possibile futuro ritorno di Muti, non parla più da tempo, ma continua a mantenere sul sito del teatro l'incarico bislacco con cui il teatro cercò di mettere una toppa dopo il rifiuto di assumere l'incarico di direttore musicale.
Noi, parlando super partes - come non siamo capaci quando si tratta di noi stessi - ambiremmo che Muti tornasse a dirigere in Italia, nei nostri teatri, ma anche all'Accademia di Santa Cecilia - perchè no? - come pure che Pappano, ad esempio, dirigesse una volta l'anno un'opera nel Teatro della Capitale. Ma questi non resteranno che pii desideri, stando le assurde convenzioni del mondo musicale.
In conclusione, Muti tornerà alla Scala? Che domanda è questa ci risponderebbe qualcuno? Muti sta tornando in questi giorni ed è evidente che al suo camerino - se davvero si vuole il suo ritorno - ci dovrebbe essere il pellegrinaggio dei suoi ex orchestrali, ma anche la visita oltre che di Pereira- che è forse l'unico che al suo ritorno tiene moltissimo - anche di Chailly, che - FORSE - non tiene altrettanto.
Ora, dopo oltre dieci anni di assenza dalla Scala, il suo ritorno pur con una orchestra che non è quella del teatro - come era già accaduto all'indomani della sua uscita burrascosa dalla Scala, quando vi diresse i Wiener - ha riacceso le speranza di un suo ritorno a dirigere, in buca, la sua 'ex' orchestra. che , in verità, specie di recente, gli ha scritto una lettera per invitarlo a tornare, richiesta che hanno sottoscritto sia Pereira che Chailly - non sappiamo quanto convinti, ma ragionevolmente.
Certamente con maggiore convinzione di Lissner che dichiarò di lavorare per il suo ritorno, ma di concreto nulla fece mai ; e in più di un caso, dopo le sue dichiarazioni in tal senso, Muti si sentì costretto a sbugiardarlo. Lissner teneva al ritorno di Abbado più che di Muti, ed in questo riuscì.
Ora Muti ha fatto un passo avanti: è arrivato a rispondere ad una domanda precisa sul suo ritorno a Milano: mai dire mai. Ma per ora, ed a breve, sicuramente no. A meno che non ci faccia la rivelazione bomba, che tutti si attendono, nei prossimi giorni, comunicando che Aida, che dirigerà quest'estate a Salisburgo, nella stagione successiva sarà importata dalla Scala - come del resto fece negli anni di sua permanenza a Roma, quando le opere che vi diresse erano tutte - speriamo di non ricordare male - importante da Salisburgo, dove le aveva dirette la stagione precedente.
Nei vari resoconti giornalistici di questi giorni, laddove si racconta degli impegni in teatro nel corso della sua carriera, curiosamente non si dice mai degli anni in cui lavorò , se pure con un incarico senza senso, DIRETTORE ONORARIO A VITA, all'Opera di Roma - come se quegli anni li avesse volutamente cancellati dalla memoria. E, infatti, siamo convinti che è più facile che Muti torni a breve alla Scala, per dirigervi un'opera con i complessi del teatro milanese, che all'Opera di Roma. Fuortes ,del possibile futuro ritorno di Muti, non parla più da tempo, ma continua a mantenere sul sito del teatro l'incarico bislacco con cui il teatro cercò di mettere una toppa dopo il rifiuto di assumere l'incarico di direttore musicale.
Noi, parlando super partes - come non siamo capaci quando si tratta di noi stessi - ambiremmo che Muti tornasse a dirigere in Italia, nei nostri teatri, ma anche all'Accademia di Santa Cecilia - perchè no? - come pure che Pappano, ad esempio, dirigesse una volta l'anno un'opera nel Teatro della Capitale. Ma questi non resteranno che pii desideri, stando le assurde convenzioni del mondo musicale.
In conclusione, Muti tornerà alla Scala? Che domanda è questa ci risponderebbe qualcuno? Muti sta tornando in questi giorni ed è evidente che al suo camerino - se davvero si vuole il suo ritorno - ci dovrebbe essere il pellegrinaggio dei suoi ex orchestrali, ma anche la visita oltre che di Pereira- che è forse l'unico che al suo ritorno tiene moltissimo - anche di Chailly, che - FORSE - non tiene altrettanto.
giovedì 8 dicembre 2016
Rivolto agli specialisti: Qualche fischio al programma di sala ed agli 'speciali' giornalistici sulla Scala
Questo post si rivolge ai soli specialisti o a tutti quelli ai quali, credendosi tali, piace fare le pulci a questo e quello, quando non rigano dritto.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
Etichette:
arthur groos,
casa ricordi,
Chailly,
corriere,
dieter schickling,
edizioni clichy,
enrico girardi,
franco pulcini,
gianturco,
michele girardi,
palo madeddu,
puccini,
remo giazotto,
scala,
sciarino,
stradella
Butterfly alla Scala. 'Prima assoluta mondiale'. Che vuol dire?
Ieri, in alto sullo schermo, durante la diretta televisiva della Butterfly inaugurale dalla Scala su Rai 1, si leggeva la seguente dicitura: PRIMA ASSOLUTA MONDIALE.
Sulla 'PRIMA', si può anche concordare, sia perché si trattava della 'prima' alla Scala (serata inaugurale e prima recita) sia perché in fondo, dopo oltre un secolo, quella versione scaligera del 1904, mai più ripresa, perchè soppiantata dalla versione cosiddetta di 'Brescia' ( che Puccini, dal 1904 in avanti considerò definitiva, con alcuni aggiustamenti ulteriori negli anni immediatamente successivi) tornava nel teatro per il quale era stata scritta, quasi come fosse la prima volta.
Allora che senso aveva il secondo aggettivo della indicazione televisiva ( che certamente la televisione non si è inventata e quindi gliel'ha suggerito la Scala): ASSOLUTA?
Certamente non si tratta di una prima assoluta, perchè allora quella di Milano del 1904 come dobbiamo chiamarla: ANTEPRIMA? Una PRIMA ASSOLUTA si ha solo al battesimo di un'opera. A meno che - come nel nostro caso - i curatori della versione del 1904 non si siano permessi qualche licenza, magari prendendo anche spunto dalla versione successiva, cosiddetta ' di Brescia'. E solo in questo caso la Scala avrebbe potuto parlare di PRIMA ASSOLUTA. E' successo questo? O forse la prima versione, quella che Puccini ritirò perché fu accolta malamente, è stata ricostruita in mancanza della partitura originale? Perché, se invece la partitura della versione milanese è stata conservata, i curatori dell'edizione adottata da Chailly hanno fatto né più e né meno che il lavoro che si fa per ogni edizione. Dunque senza toccarla; perciò quella di sant'Ambrogio 2016 altro non era che la riproposta della versione bocciata e poi rivista. Dunque nè PRIMA nè ASSOLUTA.
A questo punto il terzo degli aggettivi: MONDIALE avrebbe senso solo se letto come la prima volta che nel mondo si vede l'opera in questa versione, giacché dopo l'apparizione del 1904 a Milano non è stata mai più ripresa.
E allora la dicitura più corretta e meno enfatica sarebbe stata 'PRIMA RIPRESA MODERNA'. Ma per la Scala (e forse anche per Rai 1) non era abbastanza.
Infine, ci piacerebbe sapere cosa pensano i membri del Comitato delle opere di Puccini - che nulla hanno a che fare con i curatori delle opere di Puccini per Ricordi , la Scala e Chailly- di questa operazione. Già perché attorno all'osso Puccini, dove c'è ancora da spolpare, si accaniscono canizze di varia estrazione.
Sulla 'PRIMA', si può anche concordare, sia perché si trattava della 'prima' alla Scala (serata inaugurale e prima recita) sia perché in fondo, dopo oltre un secolo, quella versione scaligera del 1904, mai più ripresa, perchè soppiantata dalla versione cosiddetta di 'Brescia' ( che Puccini, dal 1904 in avanti considerò definitiva, con alcuni aggiustamenti ulteriori negli anni immediatamente successivi) tornava nel teatro per il quale era stata scritta, quasi come fosse la prima volta.
Allora che senso aveva il secondo aggettivo della indicazione televisiva ( che certamente la televisione non si è inventata e quindi gliel'ha suggerito la Scala): ASSOLUTA?
Certamente non si tratta di una prima assoluta, perchè allora quella di Milano del 1904 come dobbiamo chiamarla: ANTEPRIMA? Una PRIMA ASSOLUTA si ha solo al battesimo di un'opera. A meno che - come nel nostro caso - i curatori della versione del 1904 non si siano permessi qualche licenza, magari prendendo anche spunto dalla versione successiva, cosiddetta ' di Brescia'. E solo in questo caso la Scala avrebbe potuto parlare di PRIMA ASSOLUTA. E' successo questo? O forse la prima versione, quella che Puccini ritirò perché fu accolta malamente, è stata ricostruita in mancanza della partitura originale? Perché, se invece la partitura della versione milanese è stata conservata, i curatori dell'edizione adottata da Chailly hanno fatto né più e né meno che il lavoro che si fa per ogni edizione. Dunque senza toccarla; perciò quella di sant'Ambrogio 2016 altro non era che la riproposta della versione bocciata e poi rivista. Dunque nè PRIMA nè ASSOLUTA.
A questo punto il terzo degli aggettivi: MONDIALE avrebbe senso solo se letto come la prima volta che nel mondo si vede l'opera in questa versione, giacché dopo l'apparizione del 1904 a Milano non è stata mai più ripresa.
E allora la dicitura più corretta e meno enfatica sarebbe stata 'PRIMA RIPRESA MODERNA'. Ma per la Scala (e forse anche per Rai 1) non era abbastanza.
Infine, ci piacerebbe sapere cosa pensano i membri del Comitato delle opere di Puccini - che nulla hanno a che fare con i curatori delle opere di Puccini per Ricordi , la Scala e Chailly- di questa operazione. Già perché attorno all'osso Puccini, dove c'è ancora da spolpare, si accaniscono canizze di varia estrazione.
martedì 6 dicembre 2016
Perchè non ci hanno fatto sapere cosa pensavano di Butterfly di Puccini, i giovani invitati per l'anteprima alla Scala?
E' ormai tradizione - inaugurata da Lissner- che qualche giorno avanti la paludata ed inavvicinabile ( per i prezzi alle stelle, con o senza bagarini!) serata inaugurale, la Scala apra le sue porte a quasi duemila giovani, al di sotto dei trent'anni, per 'iniziarli'- così dicono! - al mondo dell'opera lirica. Negli anni passati abbiamo letto di giovani veramente interessati a ciò che ascoltavano e vedevano in palcoscenico e che avevano assistito all'intera rappresentazione in un silenzio, dove si sentono volare solo le mosche, carico di tensione e frutto di attenzione.
Ieri abbiamo letto il lungo reportage del Corriere sull'anteprima - 'primina' l'ha chiamata la giornalista - con giovani e giovanissimi. Abbiamo letto che fra essi vi erano anche ragazzi ( undici/ dodici anni) conciati per le feste, proprio come faranno domani i loro padri o nonni che tireranno fuori
dall'armadio il vestito ( qualcuna anche lo 'svestito') della festa milanese. Ed anche di trentenni che quest'anno sono all'ultima loro 'primina' scaligera.
Ma il reportage, quasi interamente, raccontava dei pareri dei ragazzi sulla vicenda alla base dell'opera amatissima di Puccini, alla quale nulla potrà aggiungere la scelta di Chailly/Pereira di far ascoltare la versione del 1904, quella che fu fischiata alla Scala e poi, solo qualche mese dopo applaudita, con sopraggiunte modifiche, a Brescia. Magari costituitrà una curiosità per i musicologi, ma al pubblico che conosce la Butterfly ' di Brescia' che gli frega di ascoltarne la versione' prima dei tagli', sui quali Puccini nel resto della sua vita non è mai ritornato, per riammetterli nella versione cosiddetta 'definitiva'?
Uccidersi per amore, la povera Butterfly? ma siamo pazzi, non ne vale la pena- fa una ragazza. Come no, replica indignata un'altra (che si sente legge i giornali e guarda la tv)? E quel vigliacco di Pinkerton? Uomini così non ve ne sono più, corregge un'altra ragazza o ragazzo, poco importa. Una che forse, per sua fortuna, vive fuori del mondo, e non legge giornali e non guarda la tv.
E l'opera, che pensavano dell'opera? Lo spettacolo dell'opera, appena si è in grado di goderlo, affascina non poco anche i giovani.
Abbiamo ancora impressa nella memoria una Butterfly, anni fa, all'Opera di Roma - se non ricordiamo male nel periodo natalizio, quando anche la Capitale è meta di turisti . Davanti ai nostri occhi molti giovani orientali che alla fine della rappresentazione erano letteralmente e sorprendentemente commossi, FINO ALLE LAGRIME, mentre si consolavano vicendevolmente.
Voi pensate che a commuoverli sia stata la storia della giapponesina con la sua tragica fine? Una storia che conoscevano bene anche prima di arrivare a teatro? No, la commozione l'aveva generata la straordinaria efficacissima musica di Puccini. Sulla quale ci sarebbe piaciuto leggere almeno qualche riga nel lungo reportage del Corriere. Mentre abbiamo letto anche della presenza in teatro della discendente del musicista, Simonetta, ultranovantenne, alla quale auguriamo giorni felici, come ad ogni essere umano, ma della cui presenza alla Scala sinceramente poco ci importa, ma della musica e dell'opera nulla!
Ieri abbiamo letto il lungo reportage del Corriere sull'anteprima - 'primina' l'ha chiamata la giornalista - con giovani e giovanissimi. Abbiamo letto che fra essi vi erano anche ragazzi ( undici/ dodici anni) conciati per le feste, proprio come faranno domani i loro padri o nonni che tireranno fuori
dall'armadio il vestito ( qualcuna anche lo 'svestito') della festa milanese. Ed anche di trentenni che quest'anno sono all'ultima loro 'primina' scaligera.
Ma il reportage, quasi interamente, raccontava dei pareri dei ragazzi sulla vicenda alla base dell'opera amatissima di Puccini, alla quale nulla potrà aggiungere la scelta di Chailly/Pereira di far ascoltare la versione del 1904, quella che fu fischiata alla Scala e poi, solo qualche mese dopo applaudita, con sopraggiunte modifiche, a Brescia. Magari costituitrà una curiosità per i musicologi, ma al pubblico che conosce la Butterfly ' di Brescia' che gli frega di ascoltarne la versione' prima dei tagli', sui quali Puccini nel resto della sua vita non è mai ritornato, per riammetterli nella versione cosiddetta 'definitiva'?
Uccidersi per amore, la povera Butterfly? ma siamo pazzi, non ne vale la pena- fa una ragazza. Come no, replica indignata un'altra (che si sente legge i giornali e guarda la tv)? E quel vigliacco di Pinkerton? Uomini così non ve ne sono più, corregge un'altra ragazza o ragazzo, poco importa. Una che forse, per sua fortuna, vive fuori del mondo, e non legge giornali e non guarda la tv.
E l'opera, che pensavano dell'opera? Lo spettacolo dell'opera, appena si è in grado di goderlo, affascina non poco anche i giovani.
Abbiamo ancora impressa nella memoria una Butterfly, anni fa, all'Opera di Roma - se non ricordiamo male nel periodo natalizio, quando anche la Capitale è meta di turisti . Davanti ai nostri occhi molti giovani orientali che alla fine della rappresentazione erano letteralmente e sorprendentemente commossi, FINO ALLE LAGRIME, mentre si consolavano vicendevolmente.
Voi pensate che a commuoverli sia stata la storia della giapponesina con la sua tragica fine? Una storia che conoscevano bene anche prima di arrivare a teatro? No, la commozione l'aveva generata la straordinaria efficacissima musica di Puccini. Sulla quale ci sarebbe piaciuto leggere almeno qualche riga nel lungo reportage del Corriere. Mentre abbiamo letto anche della presenza in teatro della discendente del musicista, Simonetta, ultranovantenne, alla quale auguriamo giorni felici, come ad ogni essere umano, ma della cui presenza alla Scala sinceramente poco ci importa, ma della musica e dell'opera nulla!
sabato 3 dicembre 2016
Coro 'a bocca chiusa' vorremmo consigliare, per Butterfly su Rai 1 dalla Scala. Perchè no?
Chiunque venga chiamato 'a cantarla' a Puccini prima durante ( nel corso dell'intervallo) e dopo la diretta televisiva della Butterfly che quest'anno inaugura la stagione della Scala, sempre meglio di Massimo Bernardini che Rai 5 ci ha già propinato per il Fidelio da Santa Cecilia e che saremmo felici di non ascoltare più, poco importa a noi se lui è finalmente tornato alla sua prima passione giovanile e cioè alla musica, senza essersi prima chiarito le idee sulla stessa, visto che ha convinto Rai Cultura sulla equivalenza fra musica 'leggera' - la sua - e 'pesante', quella che incautamente gli hanno affidato come presentatore ed intrattenitore. Va bene, oseremmo dire - salvo sorprese - chiunque altro, non lui, che già consociamo.
Anche Antonio Di Bella, che forse anche lui è un cultore della musica e dell'opera - e noi non lo sapevamo - al quale in coppia con la bionda Serena Scorzoni, da tempo nota alla tv, per la musica, proveniente da Rai News 24, non sempre a suo agio, non sempre all'altezza e preparata, e che prima prima faceva coppia con un noto musicista ( la coppia era soprannominata ' la bella e la bestia', per gioco) e poi con un giovane direttore ( che s'è messo in testa di mettere i jeans alla musica classica) prima che con il suo direttore.
Ma per la 'prima' alla Scala, Rai Cultura non bada a spese. Chiama anche Milly Carlucci, regina del ballo in tv, e la signora del pomeriggio di Rai Uno, Cristina Parodi, che la coppia di conduttori incontrerà per caso nel foyer, onde ripagarla dell'assenza per un pomeriggio dalla sua trasmissione, senza riguardo per i telespettatori che per un pomeriggio ne potrebbero anche fare a meno, senza risentirne, e solo per respirare un'aria diversa.
Ci saranno anche altri ospiti, tutti già programmati, ma incontrati per caso in palchi, palchetti e foyer. Uno studioso di Puccini, magari un suo biografo, no. Che ce ne facciamo?
L'operazione Butterfly, voluta dai vertici Rai, ha naturalmente più senso del Macbeth che la tv 'dei professori' ci propinò tanti anni fa, con scarso successo, come era da immaginare. Perchè Butterfly oltre che essere un bel capolavoro è opera popolarissima come quella verdiana non era e non è.
E noi ci sentiamo più coinvolti. Per questo vorremmo dare un consiglio allo stuolo di chiacchieroni su Butterfly, prima versione, che quella testa dura di Chailly ha voluto riportare alla Scala, a mò di risarcimento, quando avrebbe potuto presentare la versione 'rifatta', che trionfò a Brescia dopo il fiasco milanese, che è quella che tutti consociamo ed apprezziamo. Sull'esempio della 'farfallina' che attende il ritorno dell'ufficiale americano, in silenzio, consigliamo ai chiacchieroni invitati di mettersi uno di fianco all'altro, per un eloquente coro 'a bocca chiusa'. Noi lo apprezzeremmo. Con un vantaggio non da poco per Rai 1: se intuiamo che ciò che stanno cantando 'a bocca chiusa', non ci piace, non siamo costretti a cambiar canale.
Anche Antonio Di Bella, che forse anche lui è un cultore della musica e dell'opera - e noi non lo sapevamo - al quale in coppia con la bionda Serena Scorzoni, da tempo nota alla tv, per la musica, proveniente da Rai News 24, non sempre a suo agio, non sempre all'altezza e preparata, e che prima prima faceva coppia con un noto musicista ( la coppia era soprannominata ' la bella e la bestia', per gioco) e poi con un giovane direttore ( che s'è messo in testa di mettere i jeans alla musica classica) prima che con il suo direttore.
Ma per la 'prima' alla Scala, Rai Cultura non bada a spese. Chiama anche Milly Carlucci, regina del ballo in tv, e la signora del pomeriggio di Rai Uno, Cristina Parodi, che la coppia di conduttori incontrerà per caso nel foyer, onde ripagarla dell'assenza per un pomeriggio dalla sua trasmissione, senza riguardo per i telespettatori che per un pomeriggio ne potrebbero anche fare a meno, senza risentirne, e solo per respirare un'aria diversa.
Ci saranno anche altri ospiti, tutti già programmati, ma incontrati per caso in palchi, palchetti e foyer. Uno studioso di Puccini, magari un suo biografo, no. Che ce ne facciamo?
L'operazione Butterfly, voluta dai vertici Rai, ha naturalmente più senso del Macbeth che la tv 'dei professori' ci propinò tanti anni fa, con scarso successo, come era da immaginare. Perchè Butterfly oltre che essere un bel capolavoro è opera popolarissima come quella verdiana non era e non è.
E noi ci sentiamo più coinvolti. Per questo vorremmo dare un consiglio allo stuolo di chiacchieroni su Butterfly, prima versione, che quella testa dura di Chailly ha voluto riportare alla Scala, a mò di risarcimento, quando avrebbe potuto presentare la versione 'rifatta', che trionfò a Brescia dopo il fiasco milanese, che è quella che tutti consociamo ed apprezziamo. Sull'esempio della 'farfallina' che attende il ritorno dell'ufficiale americano, in silenzio, consigliamo ai chiacchieroni invitati di mettersi uno di fianco all'altro, per un eloquente coro 'a bocca chiusa'. Noi lo apprezzeremmo. Con un vantaggio non da poco per Rai 1: se intuiamo che ciò che stanno cantando 'a bocca chiusa', non ci piace, non siamo costretti a cambiar canale.
martedì 11 ottobre 2016
Riccardo Chailly e la Messa da requiem di Verdi. Il meccanismo del prevedibile
Una breve nota del Corriere, di qualche giorno fa, esaltava l'interpretazione del celebre capolavoro di Giuseppe Verdi, la Messa da requiem, ad opera di Chailly, stabile alla Scala di Milano, con i complessi del teatro milanese - noto, secondo la vulgata chic di Chailly, come Verdi Requiem - rivelava allo stesso tempo che il maestro ha deciso che non dirigerà, per i prossimi anni, la Messa di Verdi, per SOTTRARLA al MECCANISMO del PREVEDIBILE.
Che voleva dire Chailly, anzi cosa ha voluto dire? Che un'opera, specie se di grande impatto, ogni tanto va smessa per qualche tempo, onde evitare incrostazioni, cattiva tradizione, banalizzazioni, usura? Forse voleva dire questo, traducendolo nel suo gergo dotto: 'meccanismo del prevedibile'?
Quand'era all'Orchestra Verdi, e poi naturalmente a Lipsia, ma immaginiamo dirà la stessa cosa ora che è a alla Scala, è cioè che una Passione di Bach, quella secondo Matteo sarebbe da preferire, deve essere eseguita ogni anno( e alla 'Verdi' l'hanno preso in parola), deve diventare un punto fermo e ricorrente di ogni stagione musicale che si rispetti. Bach sì e Verdi no, con particolare riferimento alle due opere citate? E perchè? Che differenza c'è? E se si applicasse questa stessa regola alle Traviate, alle Bohème, ai Barbieri, ma anche ai Flauti magici e ai Don Giovanni, che accadrebbe? Che dopo aver presentato nel corso di una stagione un capolavoro assoluto come sono i titoli citati, si dovrebbe poi, nelle successive, evitarli accuratamente per non correre il rischio del cosiddetto 'meccanismo del prevedibile'?
Diversamente sarebbe se un direttore od un interprete dicesse che per un periodo non vuole più eseguire un certa opera, perché quello che aveva da idre - 'da far dire', siamo precisi - a quell'opera lo aveva detto, e altro non saprebbe aggiungere o cambiare, per cui meglio tenersi alla larga per un periodo prima di affrontarlo nuovamente, dopo attenta riflessione. Questo è un discorso sensato; e forse Chailly, che sensato è certamente, voleva dire solo questo. Ogni interprete è libero di scegliere cosa eseguire e quando. Ma non di dettare leggi o lanciare avvertimenti.
Perchè se, invece nella sua testa gli frullava altro, basterebbe fargli notare che un capolavoro, può essere eseguito regolarmente in una stagione, magari affidandolo ogni volta ad interpreti differenti. Perchè no? Non è possibile pensare che, alla Scala, finchè c'è lui come direttore, la Messa da requiem di Verdi non si possa più ascoltare. Ricade nello stesso tragico errore dei suoi predecessori, ed anche del suo amico e maestro Claudio Abbado, il quale non ha mai voluto dirigere Puccini, cosa che hanno fatto alla Scala Lissner-Barenboim, e lui ora giustamente rimedia con una robusta iniezione di opere pucciniane, con una delle quali (Butterfly) quest'anno inaugura addirittura la stagione, dopo aver presentato nel corso della primavera anche La fanciulla del West.
E se si applicasse lo stesso criterio alle Sinfonie di Beethoven? O ci sono autori ed opere per i quali il teorema chaillyano non vale?
La prossima volta Chailly pensi bene prima di parlare. E se lui non vuol dirigere nei prossimi anni il capolavoro verdiano, Pereira lo affidi ad altri, perché è impensabile che non lo si possa più eseguire alla Scala finchè c'è Chailly, semplicemente perché lui ha deciso di non dirigerlo.
Che voleva dire Chailly, anzi cosa ha voluto dire? Che un'opera, specie se di grande impatto, ogni tanto va smessa per qualche tempo, onde evitare incrostazioni, cattiva tradizione, banalizzazioni, usura? Forse voleva dire questo, traducendolo nel suo gergo dotto: 'meccanismo del prevedibile'?
Quand'era all'Orchestra Verdi, e poi naturalmente a Lipsia, ma immaginiamo dirà la stessa cosa ora che è a alla Scala, è cioè che una Passione di Bach, quella secondo Matteo sarebbe da preferire, deve essere eseguita ogni anno( e alla 'Verdi' l'hanno preso in parola), deve diventare un punto fermo e ricorrente di ogni stagione musicale che si rispetti. Bach sì e Verdi no, con particolare riferimento alle due opere citate? E perchè? Che differenza c'è? E se si applicasse questa stessa regola alle Traviate, alle Bohème, ai Barbieri, ma anche ai Flauti magici e ai Don Giovanni, che accadrebbe? Che dopo aver presentato nel corso di una stagione un capolavoro assoluto come sono i titoli citati, si dovrebbe poi, nelle successive, evitarli accuratamente per non correre il rischio del cosiddetto 'meccanismo del prevedibile'?
Diversamente sarebbe se un direttore od un interprete dicesse che per un periodo non vuole più eseguire un certa opera, perché quello che aveva da idre - 'da far dire', siamo precisi - a quell'opera lo aveva detto, e altro non saprebbe aggiungere o cambiare, per cui meglio tenersi alla larga per un periodo prima di affrontarlo nuovamente, dopo attenta riflessione. Questo è un discorso sensato; e forse Chailly, che sensato è certamente, voleva dire solo questo. Ogni interprete è libero di scegliere cosa eseguire e quando. Ma non di dettare leggi o lanciare avvertimenti.
Perchè se, invece nella sua testa gli frullava altro, basterebbe fargli notare che un capolavoro, può essere eseguito regolarmente in una stagione, magari affidandolo ogni volta ad interpreti differenti. Perchè no? Non è possibile pensare che, alla Scala, finchè c'è lui come direttore, la Messa da requiem di Verdi non si possa più ascoltare. Ricade nello stesso tragico errore dei suoi predecessori, ed anche del suo amico e maestro Claudio Abbado, il quale non ha mai voluto dirigere Puccini, cosa che hanno fatto alla Scala Lissner-Barenboim, e lui ora giustamente rimedia con una robusta iniezione di opere pucciniane, con una delle quali (Butterfly) quest'anno inaugura addirittura la stagione, dopo aver presentato nel corso della primavera anche La fanciulla del West.
E se si applicasse lo stesso criterio alle Sinfonie di Beethoven? O ci sono autori ed opere per i quali il teorema chaillyano non vale?
La prossima volta Chailly pensi bene prima di parlare. E se lui non vuol dirigere nei prossimi anni il capolavoro verdiano, Pereira lo affidi ad altri, perché è impensabile che non lo si possa più eseguire alla Scala finchè c'è Chailly, semplicemente perché lui ha deciso di non dirigerlo.
Iscriviti a:
Post (Atom)