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lunedì 14 agosto 2017

Cinquestelle, acchiappavoti, disposti a tutto, anche a consentire l'abusivismo

L'hanno rimproverato a tutti, nessun partito escluso,  i Cinquestelle, in questi loro pochi anni di vita, di essere disposti a fare qualunque cosa per qualche voto in più. Loro no, sono immacolati, hanno come primo obiettivo il bene del paese e non sono disposti a scendere a compromessi per nessuna ragione al mondo, anche se costretti a sacrificare  madri o sorelle. E fin qui tutto bene, ma solo per qualche anno.

Poi il potere lo attengono con le loro campagne contro tutti, contro la politica e, in questo caso giustamente, contro il malaffare, verso il quale tutti i partiti anche quelli tradizionali e perfino quelli di destra hanno sempre rivolto parole durissime. Tralasciamo alcuni casi eclatanti, quello romano in primis, che raccontano a tutti che i Cinquestelle, una volta ottenuto il potere, addirittura nella capitale ed anche in un importante capoluogo del nord, Torino, hanno cominciato ad imbarcare acqua nella navicella che promettevano essere appena uscita dal cantiere e dunque in ottime condizioni, senza possibilità che andasse a sbattere contro gli scogli e che loro avrebbero condotto  nel mare aperto dell governo cittadino. Sì, parole, promesse. Perché a Roma, ed anche a Torino, in un caso tragico, hanno mandato a sbattere la navicella.

E il popolo che fa? Sembra dargli ancora fiducia, stando ai sondaggi, nonostante che l'amministrazione tragica della Capitale avrebbe dovuto  far scemare tale fiducia se non proprio annullarla.

 Ora la prossima grande scommessa per i Cinquestelle è rappresentata dalle elezioni regionali in Sicilia, che secondo alcuni loro esponenti è il trampolino di lancio per catapultarsi, nella prossima primavera, al governo del paese. Corri cavallo corri! E perciò la partita siciliana riveste un peso ed una importanza ben superiore a quella che avrebbe in altre circostanze, pur trattandosi di elezioni regionali -  elezioni regionali ma di una regione speciale, dove privilegi,  sprechi, malaffare sono di casa. ma loro promettono che in quattro e quattr'otto - come avevano detto, solo detto, per Roma -  raddrizzeranno le zampe allo sciancato cavallino isolano.

E già è pronta la prima medicina, che non sembra possa salvare il cavallino siciliano, anzi si teme che posa condannarlo a morte sicura, è il cosiddetto condono edilizio. L'acuto Di Maio, candidato premier , che va predicando in Sicilia attraversando la regione, con il suo fratello gemello Di Battista in lungo e largo, afferma  che la casa è un bene primario, che non va toccato, che loro non permetteranno più che ci mettano le mani sopra toccato neanche le  voraci banche, che non potrà, per nessuna ragione anche la più sacrosanta, essere pignorata. E tutte le case abusive, sorte per colpa di  quell'abusivimo che ha deturpato il nostro paese e che va combattuto?  Neanche quelle, perchè ,sostiene Di Maio, si tratta di un abusivismo sano, l'abusivismo cioè di chi è indigente e, in barba a tutte le leggi sì è costruito la casa   dove nessuna legge lo consentiva. Quelle case non possono essere abbattute, tutte le altre sì. Così dicendo Di Maio spera di comprarsi il voto, già in Sicilia, sia dei poveracci che hanno i loro tuguri dove non si può, sia dei tanti borghesi che si sono costruiti la casa, anche la seconda oltre che la prima, magari all'ombra dei templi di Agrigento,  o sulle pendici del vulcani italiani ancora attivi e dei quali si teme il risveglio, senza saperne indicare la data, con la conseguenza che  vi sia una nuova Pompei.

A questo Di Maio non pensa. Ora gli interessa prender voti. E l'immagine dei Cinquestelle, duri e puri, va a puttane.

martedì 13 settembre 2016

Michael Gohl, il direttore 'specializzato nel dirigere il pubblico', secondo l'ANSA. Che bestialità è questa?

" Oltre 25.000 persone hanno unito in coro Milano e Torino: piazza Duomo e piazza San Carlo hanno accolto sabato e domenica sera i cantori non professionisti che hanno intonato insieme brani celebri diretti da Michael Gohl, maestro svizzero specializzato nel dirigere il pubblico. Benissimo anche i concerti pomeridiani diffusi in 11 luoghi diversi, con 6.600 spettatori (3.600 a Torino e 3.000 a Milano). "Venticinquemila persone che, tra Milano e Torino, si ritrovano in piazza per cantare, con delle partiture in mano e un direttore a guidare dal palco, ci dicono che, a dispetto degli scettici, ci sono voglia e piacere di incontrare e praticare la musica classica, che c'è desiderio di usare la cultura per stare insieme", afferma Nicola Campogrande, direttore artistico di Mito SettembreMusica. Esauriti i fascicoli con le partiture distribuite gratuitamente ai partecipanti (e non abbandonati alla fine delle esibizioni): fra i brani più coinvolgenti Va' pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi".

Così  batteva l'Ansa a proposito dell'immenso coro che si è riunito, per iniziativa di MiTo, sia a Torino che a Milano, nella giornata riservata ai cantori 'dilettanti'  - cosiddetti. Evidentemente il giornalista dell'Ansa, al quale forse è stato inviato dagli organizzatori soddisfattissimi, un comunicato, non sapeva che anche in Italia il fenomeno dei cantori 'dilettanti - cosiddetti' - senza raggiungere le cifre impressionanti del 'Sistema' venezuelano, è molto diffuso, in maniera capillare soprattutto nelle regioni del nord e centro Italia, coinvolgendo quasi 300.000 persone di ogni età e ceto sociale, come sa anche la neopresidente del festival Anna Gastel. 
E, comunque, bene ha fatto MiTo ed il suo nuovo direttore Campogrande a puntare i riflettori su tale fenomeno: ma che, anche lui ne era all'oscuro? 
Sarebbe opportuno che ogni anno ci fosse  un appuntamento  dedicato ai musicisti 'dilettanti'- che vuol dire soltanto: 'non professionisti'- che per il ramo 'canto' sono riuniti e coordinati dalla FENIARCO, e per gli strumenti a fiato ( bande) dalla ANBIMA. 
 Solo che, nel prossimo comunicato, ripreso pari pari dall'ANSA, si eviti  la bestialità scritta sul direttore  Gohl, e cioè che la sua specializzazione è quella di 'DIRIGERE IL PUBBLICO'.

sabato 23 luglio 2016

Salone del libro: MILANO contro TORINO come Mostra del cinema: ROMA contro VENEZIA

Dopo anni la cosiddetta 'Festa del cinema' di Roma, strenuamente voluta da Veltroni e dal suo giro, in conflitto quasi scandaloso - anche se non è detto che Venezia debba avere il monopolio in campo cinematografico, ma tant'è - con la 'Mostra del cinema' di Venezia, sta ancora cercando una  sua identità. Ogni anno mette una nuova veste, cambia direttore ed è in perenne affannosa ricerca di soldi pubblici  e di sponsor. L'anno scorso, se non ci sbagliamo, è entrato come socio anche il Ministero di Franceschini, il quale sempre l'anno scorso  attraverso il suo Ministero, e la Giannini con il suo,  sono entrati come soci a Torino, nel Salone del libro.
Alla cui sopravvivenza sembrano ora attentare quelli della Fiera di Milano che vorrebbero, a Milano, in maggio e contemporaneamente al Salone torinese, organizzare una Fiera del Libro, nell'area Expo, con la benedizione dell'assessore alla cultura del Comune, il compositore Filippo del Corno, riconfermato da Sala, dopo l'esperienza nel gabinetto Pisapia.

Non sappiamo districarci fra gli 'insiemi'  che compongono le cordate di editori che vogliono restare a Torino e quelli che spalleggiano l'iniziativa milanese. Ci sembra di capire che da una parte  ci sono gli editori indipendenti ed i piccoli editori, mentre i grandi preferirebbero Milano, o viceversa. Importa poco la composizione degli schieramenti pro o contro.
 Ora le due città, ambedue aspiranti a divenire a tutti gli effetti ed in tutti i campi, capitali del nord, e cioè Torino e Milano, dopo che per anni sono andati d'accordo  almeno nel campo della musica producendo insieme il festival  'MiTo' a settembre - che di soldi ne ha macinati tanti e tanti ancora  promette e continua a macinarne, la cui dirigenza è da poco mutata radicalmente portando al vertice artistico il compositore torinese, formatosi a Milano, Nicola Campogrande -  rischiano di farsi una guerra in nome del libro.
 Intanto a Torino la nuova sindaca Appendino ha da poco  firmato un nuovo contratto con la Cl Events, proprietaria del Lingotto,  per l'ospitalità anche del Salone .
 E a Milano fanno sapere che il loro progetto ha rilevanza nazionale perchè farebbe il paio con quello romano 'Più libri più liberi'; ed un terzo che aprirebbe a Bari ( in Puglia ci è rilevato che il 75% della popolazione nel corso dell'anno passato non ha letto neanche un libro!) e, a seguire, anche altri in altre zone del paese dove la lettura non è neanche uno sport per élite, perchè nessuno, secondo le statistiche, lo praticherebbe.
 Noi non siamo addentro al mondo del libro, della lettura e dell'editoria e perciò riferiamo solo i fatti e ci poniamo qualche domanda alla quale da soli non sappiamo rispondere. Come ad esempio a quella relativa alla 'Nave di Teseo',  neonata per mano di Elisabetta Sgarbi: la nave dove va a gettare l'ancora: Milano o Torino?
 Quel che sappiamo invece riguarda il recente passato del Salone del libro di Torino, squassato da scandali che la cultura dovrebbe punire con il carcere a vita, e invece non punisce.  Ma questo non ha nulla a che vedere con il suo trasferimento a Milano o con la guerra  di Milano contro Torino.

mercoledì 14 ottobre 2015

NiCa per MiTo: Nicola Campogrande direttore del festival torino-milanese MiTo

 A tempo di record, gli assessori alla cultura dei due massimi capoluoghi del nord ( Torino e Milano), e cioè Del Corno e Braccialarghe, hanno nominato il nuovo direttore artistico del Festival Mito per il 2016,  che sarà Nicola Campogrande, di  primo mestiere compositore, di secondo: commentatore radiofonico ( quello che in questi anni  gli ha fruttato di più, anche alla luce di questa ultima nomina, e terzo anche divulgatore, come si deduce dall'ultimo libro (che però non abbiamo ancora letto, ma lo leggeremo).
Campogrande, hanno spiegato, è torinese di nascita e milanese di studi, al Conservatorio di Milano; conosce i media,  e lavora molto di fantasia, come ha fatto in occasione dell'Expo, quando ha costruito una serie di variazioni sugli inni nazionali delle nazioni presenti, affidate all'Orchestra Verdi di Milano, che, si spera, dopo l'attenzione riservatagli di derivarne una maggiore presenza nel festival MiTo, dal quale era stata gentilmente tenuta fuori dal trio che l'ha governato in questi anni, e cioè Restagno-Micheli-Colombo, e nel quale sarebbe opportuno che rientri.
 I suoi padrini assessori, nel delinearne il cursus honorum, hanno anche ricordato che Campogrande è il direttore artistico della Filarmonica di Torino. Che è? Ah, sì lo sapevamo; in un suo articolo  apparso su 'La lettura', a cui collabora,  Campogrande aveva parlato di una nuova opera di Azio Corghi commissionata anche dalla sua Filarmonica - lo aveva dichiarato egli stesso, per non attirarsi le critiche sempre pronte quando si vede qualcuno a lavorare troppo 'pro domo sua'.
 Comunque Campogrande ora ha la grande occasione di mostrare la sua capacità organizzativa oltre che ideativa, nel programmare un festival che  certamente non avrà più a disposizione i fondi di un tempo, nè un raccoglitore di soldi qual era Francesco Micheli, di professione finanziere, con l'hobby di famiglia della musica. E, a detta dei due assessori, il Festival è atteso ad una svolta, perchè non ha più senso che le due città si coalizzino senza travasi di pubblico e senza l'arrivo di pubblico nuovo oltre quello indigeno. E poi, alla luce di quando accaduto nell'estate dell'EXPO, andrebbe anche ripensata l'intera offerta che quest'anno non ha certo usufruito dell'EXPO, come non ne ha usufruito neanche la Scala che, senza pudore ha dichiarato: era meglio se chiudevamo il teatro in agosto. Ora, anche se siamo convinti che i soldi spesi per la musica non siano mai buttati, serve interrogarsi quanto faccia bene una offerta eccessiva in rapporto alla domanda. Crediamo che anche questo sia un problema non da poco che MiTo deve affrontare e risolvere.
 L'uscita di scena del terzetto collaudato, era dovuta sicuramente alla nuova situazione economica segnata da finanziamenti ridotti, ed anche agli imprevisti delle prossime elezioni comunali di primavera nei due comuni interessati, specie dopo che il. sindaco di Milano, Pisapia, ha declinato l'invito pressante di tanti,  e anche di Renzi, a ripresentarsi.
Tali elementi di incertezza hanno spinto gli assessori ad ancorare immediatamente la prossima edizione del festival. Ora Campogrande  può dimostrare se sa fare in un campo per lui totalmente nuovo.

sabato 15 novembre 2014

Fondazioni liriche rinnovabili. Grandi manovre a fine 2014

Fra un mese e mezzo circa, la legge chiede che i consigli di amministrazione delle fondazioni liriche vengano sciolti, al loro posto nominati i membri dei nuovi cosiddetti 'consigli di indirizzo' -' la più grande riforma dai tempi di Marconi', come è stata  definita questa riforma epocale di un settore delle istituzioni culturali italiane - i quali indicheranno al Ministro per i beni e le attività culturali il nome del sovrintendente che il ministro suggellerà con la nomina ministeriale. Per evitare l'ingorgo di fine anno, molte fondazioni si sono già organizzate, hanno cambiato nome ai loro consigli di amministrazione, hanno nominato i nuovi membri secondo i nuovi criteri ( più o meno  snelli tali consigli dei precedenti?) i quali a loro volta hanno  segnalato al ministro - ed al suo direttore generale, non scordiamocelo mai - il nome del sovrintendente , il ministro gli ha fatto la nomina e buonanotte ai suonatori. In questa situazione sono ad esempio già Firenze, Torino, Palermo ed altri teatri, mentre i rimanenti della lista dei 14 si stanno preparando alla rivoluzione epocale.
 Il ministro Franceschini, il primo con la barba dopo anni,  ed il  solito direttore generale, Nastasi, quello grande e grosso, dai tempi di Urbani al dicastero - chi era costui? - naturalmente controllano e si spartiscono le nomine, già preventivamente filtrate con i loro occhi - con gli occhi di Franceschini e Nastasi - dai  solerti membri dei consigli di indirizzo e dai loro presidenti, che sono poi i sindaci delle città che ospitano i teatri. Con la qual cosa si chiude il cerchio che ricongiunge le istituzioni, anche culturali del nostro paese, alla politica.
 Che c'entrerà mai la politica con le suddette istituzioni? C'entra moltissimo. Dai buoni rapporti con il potere dipendono l'ammontare dei finanziamenti, seppur soggetti a regole  apparentemente ferree; i vari premi congiunti a tali finanziamenti;  i finanziamenti extra  relativi alla promozione di questo o quel teatro,  e,infine, quelli  relativi alle tournée ecc...insomma teatri e politica non sono indifferenti. E qui per politica si intende, quando si parla di grosse cifre, esclusivamente  il Direttore generale ed il Ministro, contando pressoché nulla le varie commissioni consultive nominate dal ministro ( precisiamo: dal direttore generale che ha sempre le mani in pasta mentre i ministri vanno ad inaugurare musei e monumenti ma si occupano meno della  cucina del ministero dove si preparano spesso anche piatti avvelenati) nell'ottica che preferisce persone dal 'sissignore' facile, cioè ubbidientissime. Si vedano i componenti della commissione Musica, da poco rinnovata, per convincersi.
 Da questo giro di valzer, l'ennesimo, restano fuori due fondazioni. La Scala, che ormai ha dato mandato, come sovrintendente, a Pereira, ma 'a termine', e cioè fino alla fine del 2015 - poi si vedrà. Nel frattempo, il ministero, d'accordo con Pisapia, se regge all'EXPO, già si prepara alle grandi manovre. Anche per la Scala s'era fatto il nome, nelle more della nomina di Pereira, dopo l'annuncio della partenza anticipata di Lissner, indovinate di chi? di Salvo Nastasi. E, cioè, del 'grande e grosso ' direttore generale, il 'convitato di pietra' della cultura italiana, l'ingombrante 'commendatore' che su tutto vigila  ed a cui fanno capo tutte le decisioni - ed è ormai  noto che nei suoi lunghi anni di permanenza a via del  'Collegio romano' (sede del Ministero) di cappellate ne abbia prese più d'una. Ma occorre tenerselo,  perchè non si riesce a disarcionarlo. I suoi protettori sono troppo forti e non lo mollano, sapendo di quale grande potere  egli sia, indirettamente, punto di riferimento. In Italia il solo ministero dà alle Fondazioni liriche un paio di centinaia di milioni di Euro, ogni anno , e con la legge Bray 'salva fondazioni' altri sono lì pronti per essere dispensati alle fondazioni inguaiate, per debiti, ma desiderose - almeno sulla carta e nel segno dei buoni propositi - di sistemare le cose.
Resta fuori anche Santa Cecilia che ha uno statuto a sè al quale ora si aggiunge anche alla riconosciuta autonomia, che prevede che il presidente dell'Accademia, che poi il Ministero nominerà Sovrintendente, venga eletto dai musicisti. Un privilegio difeso a denti stretti da sempre con la scusa che i musicisti sappiano far meglio dei politici e, forti di tale convinzione, non vogliono che nella loro storica confraternita, estranei ci mettano il naso.
Mentre tutti sappiamo quali grandi manovre si stiano preparando e da tempo all'Accademia, esattamente da quando si sa  dello scioglimento dell'attuale consiglio di amministrazione, dove sono presenti parecchi 'accademici' ceciliani, che se poi si va a vedere sono gli stessi  che siedono nel consiglio di amministrazione della consorella Accademia Filarmonica Romana, sorella minore di quella ceciliana ma con una storia, più recente sì, ma nello stesso tempo altrettanto gloriosa che ora ha come presidente Paolo Baratta. (NON MANCA CHI VEDE ALL'OMBRA DELLA MUSICA QUALCHE ALTRA CONSORTERIA SEGRETA, MA NON TANTO). Vi dice qualcosa Il nome di Baratta? Se no, vi diciamo che è l'attuale presidente della Biennale veneziana, già al secondo o terzo mandato, in  scadenza, che però chiede di esser confermato per fare le nomine dei responsabili dei vari settori che saranno in carica per i prossimi anni. Avete capito? Sì, è proprio ciò che state pensando. Baratta è uno di quei boiardi di Stato, anche bravo, che però non molla mai l'osso; di estrazione politica dichiarata di sinistra, molto amato dalla Natalia Aspesi,  allo stesso modo in cui ci ha fatto capire di amare Lissner, ma non altrettanto Pereira.
 Santa Cecilia, che piange da tempo l'uscita di scena, per ora solo minacciata, di Cagli - e chi l'ha detto che uscirà veramente di scena, passando il testimone ad un giovane aitante che in questi ultimi anni s'è cresciuto, istruendolo in ogni cosa - si prepara alla seconda tornata di elezioni, dalla quale potrebbe uscire il nome del nuovo presidente/sovrintendente, che a santa Cecilia, trattandosi di musicista (ma non è sempre così, come nel caso di...    indovinate!) assomma anche la carica di direttore artistico (cosa che andrebbe  rivista, perchè troppi gli incarichi per un sol uomo - forse non sarebbe male che il sovrintendente cedesse ad altri la direzione artistica, come già aveva fatto intravedere uno dei candidati delle passate elezioni interne, Giorgio Battistelli - come  accade ora, essendo quella direzione artistica affollatissima di segretari artistici e coordinatori e consulenti, tutti ovviamente ben pagati, otre il sovrintendente/direttore artistico ed il direttore musicale).
La seconda tornata è fissata per il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, augurandoci tutti noi che la santa aiuti tanti ciechi, o semplicemente 'presbiti', accademici i quali nella prima tornata del 13 ottobre avevano dato 18 voti a Dall'Ongaro - il 'Commendatore' dell'Accademia, con la benedizione di Cagli, 10 voti a Battistelli e 10 a Cagli, il quale ultimo non si è ritirato dall'agone, nonostante gli annunci strazianti della vigilia e l'assenza di pressioni da parte degli accademici a restare.
 Insomma  mentre si attende il 13 dicembre traffici inimmaginabili stanno accadendo sotto la sguardo tenero e compassionevole della Santa della musica.
 Fin d'ora, prima che si giunga alla fatidica data, ci impegniamo a tracciare un profilo dei candidati, accennando anche alle chances rispettive, ma anche a qualche irregolarità verificatasi  al momento dell' ingresso fra gli accademici. Si tratta di cose che gli addetti ai lavori conoscono, seppure non tutti, ma il grande pubblico, che deve capire come vanno queste cose al mondo, non sa e neppure immagina. Le cose, si converrà, non sono così tranquillizzanti, e non vanno poi tanto bene neppure  nelle storica 'Congregazione dei musici in Roma, sotto la protezione di Santa Cecilia', come si chiamava dapprincipio la gloriosa Accademia di Santa Cecilia.

sabato 11 ottobre 2014

Gatti e Mariotti, ma anche Ernani, Chailly e Pereira

Gatti, Daniele Gatti. Gli hanno fatto fare il giro del mondo in quarantotto ore: da Firenze a Torino, dopo aver scartato definitivamente la Scala del suo amico Pereira, offerta al milanesissimo Chailly, tre quarti di nobiltà scaligera e milanese; alla fine l'ha scritturato Amsterdam. Chissà che non faccia lo stesso percorso che ha già fatto Chailly: Amsterdam, Lipsia e poi Milano. In fondo Gatti condivide anche con Chailly il medesimo destino, ottimi direttori entrambi, ma sempre secondi. Per capirci, se Pappano avesse deciso di mollare Londra e Roma , per trasferirsi a Milano, non ci sarebbe stata lotta; avrebbe vinto lui su Gatti e anche su Chailly, e Fournier sarebbe rimasto alla Scala, nonostante Pereira. Della serie 'se mia nonna ecc...ec... ma le cose non sono andate così.
 A Bologna hanno fatto un contratto a Mariotti, 'in grande ascesa' - scrivono - della premiata ditta pesarese, dove il teatro  passa le estati per la generosità di Mariotti padre.
 A proposito di Bologna, anzi di Francesco Ernani, sovrintendente a Bologna, e prima a Roma, scrivono di lui, oggi, che ai tempi della sua sovrintendenza a Roma, si facevano qualcosa come 260 spettacoli, alzate di sipario, per essere più precisi, l'anno. Con tutta la stima per Ernani, 260 ci sembran troppi. Ma forse noi ci siamo distratti e non abbiamo tenuto il conto.

mercoledì 24 settembre 2014

Dai grandi romanzi sentimentali al diavolo che va chiamato con il suo vero nome: le corna. I teatri di napoli bari,firenze,genova,torino e ... nella bufera.

Chi non ha avuto la fortuna ed il piacere di leggere il libretto della nuova opera che si rappresenta al san Carlo di Napoli 'Attacchet 'a san Francisc, san Gennaro nun te vole cchiù', firmato dallo Shakespeare re-DiVivo del golfo, non può capire che cosa si è perso. Nicole' mmar si scambia tenere effusioni con la Rosann che non dimenticherà mai e dalla quale ora, solo per necessità costretto ad emigrare a Broccolino, deve separarsi. Diviso ma sempre unito. E intanto a Napoli  la vedova per forza, cerca un nuovo 'scaldaletto', pensando alle freddi notti invernali. E' la storia racontata, con un lungo comunicato che ha lo spesore di un romanzo, il divorzio fra Luisotti e Purchie,  u' Commissar,  e Vincienz. un harem.
 Una lettera d'amore, come quella napoletana, l'Orchestra dell'Opera di Roma pretendeva da Muti, in punto di separarsi, e non l'ha avuta; ma, incredula, s' è attaccato a tutto, anche a dire che la lettera in cui veniva annunciata la separazione, della quale è stato rivelato solo qualche passaggio, a guisa di quella degli amanti napuletani, qualche parola sull' antico grande  amore deve esserci. tenuto però debitamente nascosto dai vertici del teatro che vogliono addossare la colpa della separazione unicamente agli orchestrali, ai quali non è bastato avere in  casa una moglie ed amante così avvenente e spiritosa, come Muti, ma pretendevano anche continuare ad andare  ogni settimana a fare shopping in via dei Condotti.
 Ma... come in tutti i matrimoni che si sfasciano, anche in quello fra  musicisti e orchestre o  fra musicisti e teatri, meglio abbandonare i toni caramellosi e chiamare il diavolo con le corna: soldi. E' la parola che non si vuole pronunciare per non macchiare una passione, benché tutti sanno che  quando due si separano rivogliono indietro i regali di una volta ed esigono una buonuscita per i reciproci servizi rinfacciati.
 I soldi sono finiti. L'hanno capito i protagonisti delle nostre storie, o continuano ancora ad illudersi che gratta gratta se ne possono anche oggi avere di più? Nessuno vuole perdere  i mezzi per la propria sussistenza, anche più che decorosa, ma pretendere di avere anche i soldi per andare una sera sì e l'altra pure al ristorante non è più possibile  nè in Italia nè nel resto del mondo - come fanno sapere le notizie allarmanti che giungono da tanti teatri che un tempo navigavano in acque felici e tranquille. E che oggi, per poter proseguire la navigazione non vogliono  erto togliere l'aria a chi ci lavora, ma ridimensionare accessori di un tempo sì.
Nei tanti teatri dei quali si sente dire che c'è un giro di poltrone fra direttori, più in uscita che in entrata, non hanno pensato in tempo a fare a meno del superfluo ed oggi si trovano nella merda, letteralmente. Solo chi ci ha pensato in tempo resiste e  può tentare di superare il terremoto economico; gli altri  no. Ciò non vuol dire che in quei teatri felicemente in navigazione, non ci siano tensioni: verranno fuori al momento della separazione fra vertici, consensuale o traummatica, ora però possono pensare a proseguire il cammino.
 E del resto che di soldi si tratta, seppur nessuno li nomini apertamente,  è evidente se si considerano i casi dei teatri di Torino, Genova, Bari, Palermo, Bologna, Firenze oltre che Roma e Napoli . Per il momento non si sente parlare di Milano (s'è già detto fin troppo!) di Cagliari - se n'è già parlato tanto in primavera al momento dell'insediamento di Mauro Meli - Trieste, dove anche il sito del teatro, guidato da Orazi, è in costruzione, figurarsi l'attività artistica e la stagione e Verona, dove  tosi governa per bocca del suo commercialista (o geometra?) Girondini, avendo  a proprio  favore le entrate stratosferiche dell'immenso anfiteatro. Le cui fortune qualche illuso, o in malafede, spera di far piovere anche al sud, e precisamente a Pompei, con la nascita, benedetta dal Ministero di Franceschini e Nastasi- assentissimo in tutto e da anni, tranne che nella cura di interessi personali ( la mogliettina di Nastasi  lavora al San Carlo!!!!) di un nuovo improbabile festival affidato ad una delle bacchette internazionali di maggior prestigio,Veronesi, seguito dall'orchestra  del Bellini di Catania che con i Berliner - non per semplice assonanza - condivide prestanza a fama nel mondo, e per i secoli.

sabato 30 agosto 2014

Milano è un comune? No, una comunella. E Milano e Torino sono un MiTo

Cominciamo dalle novità assolute di quest'anno nell'area milanese, in attesa dell'Expo. Tiene banco, quest'autunno, ma solo per qualche ora, l'arrivo,  chiacchierato già prima della presa di possesso, di Pereira che dopodomani si insedierà sulla poltrona lasciata da Lissner e che ha già più volte lanciato il suo  avveniristico programma di direttore artistico/ sovrintendente: cucire la bocca e legare le mani al loggione. Auguri di buon lavoro al nuovo timoniere della Scala.
Intanto parte  MiTo, il festival di cui tutto il mondo parla, per la novità dell'impostazione e la ricchezza delle prospettive ed il numero inverosimile di proposte. Si svolge fra Milano e Torino, distanti la bellezza di un centinaio di chilometri ( o forse sono di più?) costa alle due amministrazione un fottio di soldi per concerti ed altro che si ripetono nelle due capitali del florido nord , facendo conoscere a Torino fatti e persone del mondo della musica noti solo a Milano, e viceversa. Se, ad esempio, Milano gioca la carta Boccadoro, Torino gli risponde  battendo un colpo con Campogrande ed aggiungendovi, per ringraziare l'Orchestra Rai, il suo direttore artistico, Dall'Ongaro. In realtà si tratta di poca cosa, un pezzetto solo del noto compositore romano emigrato a Torino che meriterebbe molto di più, giacchè gli presta la sua orchestra ed alcuni ensemble per diversi concerti, persino il ricercatissimo Ensemble Noctis, quello delle serenate e ritirate piemontesi notturne.
A guardia della 'comunella' milanese la corte di Micheli ha il suo gazzettiere di fiducia, la Moreni, 24 ore dal sole al buio, e la sua casa editrice, anche quella di fiducia: Ricordi? Sì, quella.
 Se deve dar 'focus' agli autori li sceglie ovviamente dalla casa di fiducia - vedi Vacchi, e poi muori - nella quale il direttore artistico del mitico festival piemontese/lombardo, Enzo Restagno, ha lavorato, e forse lavora tuttora. E, se per caso non lavorasse più, può sempre rivolgersi a chi ha preso il suo posto, Carlo Mazzarelli che dirige l'altro festival, anche quello tutto milanese, che si intitola 'Milano Musica': e come altro si sarebbe potuto chiamare? Roma Musica o Palermo Musica? Neanche per sogno, giacchè Roma e Palermo non esistono - lo dice lo stesso nome del festival . E Mazzarelli, per proseguire nel solco della tradizione inaugurata da  Luciana Pestalozza,  e coadiuvato anche da altri pezzi da novanta, anche di anni, come Mario Messinis che con Ricordi troppo ha fatto da sempre, dedica quest'anno l'intero festival a Romitelli - compositore di grande valore morto giovane, a poco più di quarant'anni - edito da chi? Ma Ricordi!
 Come si vede Milano tiene fede al suo festival e anche quando si allea con Torino non viene meno alla sua missione: vedi Milano e poi... Torino, e basta.
 Un'ultima novità, annunciata con squilli di tromba da Micheli e dal segretario generale del festival, l'ing. Colombo: da quest'anno anche i cani possono ascoltare concerti. Ma non tutti i concerti, mentre i cani tutti. Il costo del biglietto 'animalier' dipende dalla stazza, non dalla razza. Chiariamo bene.

lunedì 3 febbraio 2014

Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi' chi conta e chi no. Quanto guadagnano i dirigenti delle fondazioni liriche italiane

Nella società del 'magnamagna' e del 'fregafinchepuoi', Marchionne è un 'figo'  e la Cattaneo è una 'sfigata', in ragione di quanto l'uno e l'altra guadagnano, anche se onestamente. Marchionne guadagna tantissimo  dunque è al vertice della considerazione di tutti i cittadini della suddetta società; la 'Cattaneo', che uno stipendio decente l'ha visto solo da quando è stata nominata da Napolitano 'senatrice a vita',  di considerazione nella suddetta società non ne riceveva affatto in tutti gli anni passati fra vetrini e microscopi a  fare ricerca medica e biologica. Nulla conta il fatto che le sue ricerche siano importanti e più produttive,  anche in prospettiva storica, di ciò che produce Marchionne. Conta il fatto che Lei agli occhi di tutti valeva poco. E perchè, direte? Perchè nella suddetta società se guadagni molto sei qualcuno; se guadagni poco o pochissimo sei come una merda, ci si perdoni il paragone.
 Ragionando secondo questa logica perversa, secondo la quale - permetteteci ancora un esempio - non c'è insegnante che valga qualcosa, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società, superiore a quello di Marchionne - ne siamo profondamente convinti -  siamo andati a spulciare le classifiche dei compensi dei dirigenti delle fondazioni liriche e delle più importanti istituzioni musicali le quali tutte, secondo una recente legge, devono esporre nei propri siti, curriculum e compenso dei loro vertici, come anche dei collaboratori a vario titolo. Esulano da tale obbligo i compensi artistici. Per spiegarci meglio, prendendo un caso a tutti noto, quello di Pappano, direttore musicale dell'Accademia di Santa Cecilia. Pappano riceve un compenso complessivo per tale sua prestazione, a tale compenso vanno poi aggiunti i compensi per i singoli concerti diretti in sede e nelle tournée.
Premettiamo che a tale obbligo di legge non hanno ancora ottemperato parecchie fondazioni liriche delle 14 italiane, e devono farlo quanto prima perché da tale obbligo dipende la concessioni dei finanziamenti pubblici. Mancano all'appello: Milano (Scala), Roma ( Opera), Cagliari (Comunale), Trieste (Verdi)  e Genova ( Carlo Felice). Ancora una premessa:  esulano dai compensi menzionati i vari benefit che molti dei sovrintendenti e direttori artistici ricevono a vario titolo, quali macchina con autista, appartamento, rimborso spese di vario genere - queste ultime in linea di massima riguardano la quasi generalità dei nostri dirigenti. Nel caso della Scala ad esempio, Lissner aveva dichiarato alla Aspesi, a seguito di polemiche roventi, che lui guadagnava 400.000 Euro, ma non aveva citato i vari benefit che portano, così sembra e non è stato mai smentito, il suo costo per il teatro milanese a quasi 1 milione di Euro. Nell'elenco citeremo i compensi dei sovrintendenti e direttori artisti, ove non diversamente specificato.
 Cominciamo dall'Accademia di S.Cecilia, il cui vertice 'artistico' è affollatissimo, ed ha anche un'altra anomalia, quella che il sovrintendente è, per statuto, anche direttore artistico e che perciò- così si specifica sul sito - ha due compensi che naturalmente si sommano: Cagli, 300.000 ( 200.000+100.000); Pappano, 150.000; Bucarelli, 134.000; Dall'Ongaro, 30.000; Nicoletti, 69.000; Cupolillo, 166.000. A Santa Cecilia insomma c'è un sovrintendente-direttore artistico, un direttore musicale, un segretario artistico, un consulente della direzione artistica, un vicepresidente con incarichi nella direzione artistica, un dirigente per la produzione artistica. Basta così? A proposito dello stipendio di Cagli, sembra che l'ultimo aumento se lo sia fatto Luciano Berio e che Cagli lo abbia mantenuto, beneficiandone suo malgrado.
Nella considerazione generale, relativamente ai guadagni, dopo Cagli viene Girondini, all'Arena di Verona. Girondini, 250.000; Gavazzeni, 98.000. A seguire dobbiamo mettere Musica per Roma , dove il suo amministratore delegato Fuortes guadagna 230.000 cui  sono da aggiungere per i  mesi in cui è stato al Petruzzelli altri 48.000. Poi c'è Pimpinella, 135.000; Severini, 100.000; Pizzo, 48.000
Procediamo con ordine, decrescente. Teatro Regio di Torino. Vergnano, 187.150; Noseda 53.140.
Vergnano è fra i sovrintendenti quello che vanta la più lunga permanenza 'consecutiva' al vertice di un teatro - altrimenti lo supererebbe Cagli; e per Noseda, a quel compenso vanno aggiunti i guadagni per i singoli concerti ed opere che dirige nel corso dell'anno e nelle tournée, come per Pappano. Segue La Fenice di Venezia, l'unico teatro con bilanci solidi e programmazione davvero innovativa. Chiarot, 167.658; Ortombina, 165.000, Conte, 80.000. 
Napoli, commissariata perchè in bancarotta,  al vertice del San Carlo compensa così : Purchia, 151.678; De Vivo, 80.000. Al Comunale di Bologna: Ernani,112.246,Sani 68.640. 
Al Teatro del Maggio fiorentino, commissariato, il commissario Bianchi,103.000,Tangucci 100.000.
Petruzzelli di Bari: di Fuortes abbiamo già detto ( 48.000); Donnini 46.800;Pizzo, 10.000. Per il teatro barese sarebbero necessarie alcune spiegazioni, perchè i contratti riguardano periodi brevissimi. insomma c'è un pò di confusione sotto il cielo; e nella speranza che ci si accorga delle incongruenze, si continui a gridare nel frattempo al miracolo di aver imbandito una tavola  con  due pani e due pesci, giacchè siamo in città marina.
Per il Massimo di Palermo, commissariato, a fronte dei compensi qui di seguito riportati, va esteso il discorso già fatto per il petruzzelli di Bari. Iozzia, 60.000; Amato, 20.000.
 Citiamo , per curiosità un teatro che non è fondazione lirica, il Teatro Regio di Parma: Fontana 140.000; Arcà, 100.000, i cui compensi nonostante la più ridotta attività sono agli stessi livelli delle fondazioni liriche, anche le più attive.
C'è da aggiungere che ad eccezione del commissario messo da Renzi a Firenze, gli altri commissari lavorano gratuitamente (Palermo, Napoli).
 E per i direttori musicali, principali o stabili a seconda dei casi, Rustioni, a Bari, lo è a titolo gratuito;  stesso discorso per Matheuz a Venezia, che non è neanche citato; e forse anche per Muti , direttore 'onorario a vita', a Roma, come anche per Zubin Mehta a Firenze. Non sappiamo di Barenboim alla Scala, come anche di Luisotti a Napoli.
 Al termine di questa sufficientemente  eloquente  sequenza di cifre, si può concordare con coloro i quali sosterrebbero che chi guadagna di più vale e rende di più, oltre ad avere una responsabilità più grande? Certamente no. Perchè i vari compensi non sono mai messi in rapporto ad una buona amministrazione, perchè se così fosse, ogni volta  che un teatro viene commissariato - e i casi sono molti e ricorrenti - i resposnabili del disastro dovrebbero rispondere della loro cattiva amministrazione. Nè si può dire che i compensi vanno messi in relazione alle maggiori o minori responsabilità amministrative, se, nel caso di Cagli, abbiamo il compenso più alto per il bilancio più piccolo. E allora? Allora continua ad esserci  troppo disordine sotto il cielo della musica in Italia;  anche perchè nessuno si decide a mettere ordine.
ULTIM'ORA. Anche l'Opera di Roma ha reso noti i compensi dei suoi masismi dirigenti: Fuortes 13.000 Euro, Vlad 95.000; De Martino , mandato via da sovrintendente, ma paracadutato nell'incairico di direttore generale e del personale, ha un compneso di Euro 180.000. UNA VERGOGNA. Doivrebbe pagare aòl tetaro i dieci milioni di buco fattoi in un solo anno.

sabato 24 agosto 2013

Ora la crisi colpisce anche la cultura, lo dice Federculture

Ci siamo. Per la prima volta, il calo dei ‘consumi’ culturali è grave, quasi drammatico, dopo anni di tenuta nonostante la crisi. Nel 2012, infatti, gli italiani sono andati di meno a cinema, a teatro, ai concerti e alle mostre d’arte, oltre al fatto che leggono meno libri (ma questa non è una novità), mentre i musei hanno perso un visitatore su 10, come racconta il rapporto di Federculture, sulla cultura in Italia nell’anno 2012.
Il Rapporto di Federculture lancia l’allarme sul settore, ma avverte: il problema non è solamente imputabile alla crisi. Nonostante tutto, agli italiani la cultura piace. Il problema è da imputarsi al sistema. Basti considerare che i visitatori di tutti i musei statali italiani superano leggermente quelli di Londra, ad esempio. Il presidente di Federculture, Roberto Grossi, denuncia apertamente:
“Siamo in un tunnel: si registra una completa assenza di fiducia, anche tra gli operatori del settore, e tutto questo a causa di leggi stupide. La responsabilità cade sulla totale assenza di programmazione e su una politica debole che allontana i privati”.
Alla luce di quanto diffuso dal rapporto 2012 sulla cultura stilato da Unioncamere e Symbola, si evidenziava invece un potenziale produttivo del Pil di quasi il 5% da parte della cultura, capace di coinvolgere centinaia di migliaia di imprese e di creare posti di lavoro.
Ciò denota come la colpa del sistema sia effettivamente non priva di ragioni. Basti considerare l’esempio Pompei, emblema di noncuranza del Governo per quello che da più parti, e non a torto, viene definito il vero petrolio del Paese.
Nel dettaglio, dai 72 miliardi del 2011 si è scesi ai 68,9 miliardi di spesa "culturale" del 2012. Il settore che ne ha risentito di più è quello dei concerti (-8,7%), seguito dal teatro (-8,2%), dal cinema (-7,3%) e dai musei (-5,7%).
A pesare di più sul settore, la mancanza delle attenzioni statali e soprattutto degli investimenti privati, con un crollo delle sponsorizzazioni (-9,6% rispetto all’anno precedente, e addirittura -42% rispetto al 2008).
Bologna e Torino sono le città italiane che hanno più risentito della crisi della cultura, registrando un calo rispettivamente del 17,7% e del 14,7%.
Male anche Roma e Milano, con una riduzione del 6,3% e del 5,7%. Sugli scudi, invece, Firenze e Venezia, con un incremento, rispettivamente, dell’8,3% e del 4,8%. Ma forse il peggio non è finito, e la luce in fondo al tunnel non si vede ancora.