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sabato 11 ottobre 2014

Gatti e Mariotti, ma anche Ernani, Chailly e Pereira

Gatti, Daniele Gatti. Gli hanno fatto fare il giro del mondo in quarantotto ore: da Firenze a Torino, dopo aver scartato definitivamente la Scala del suo amico Pereira, offerta al milanesissimo Chailly, tre quarti di nobiltà scaligera e milanese; alla fine l'ha scritturato Amsterdam. Chissà che non faccia lo stesso percorso che ha già fatto Chailly: Amsterdam, Lipsia e poi Milano. In fondo Gatti condivide anche con Chailly il medesimo destino, ottimi direttori entrambi, ma sempre secondi. Per capirci, se Pappano avesse deciso di mollare Londra e Roma , per trasferirsi a Milano, non ci sarebbe stata lotta; avrebbe vinto lui su Gatti e anche su Chailly, e Fournier sarebbe rimasto alla Scala, nonostante Pereira. Della serie 'se mia nonna ecc...ec... ma le cose non sono andate così.
 A Bologna hanno fatto un contratto a Mariotti, 'in grande ascesa' - scrivono - della premiata ditta pesarese, dove il teatro  passa le estati per la generosità di Mariotti padre.
 A proposito di Bologna, anzi di Francesco Ernani, sovrintendente a Bologna, e prima a Roma, scrivono di lui, oggi, che ai tempi della sua sovrintendenza a Roma, si facevano qualcosa come 260 spettacoli, alzate di sipario, per essere più precisi, l'anno. Con tutta la stima per Ernani, 260 ci sembran troppi. Ma forse noi ci siamo distratti e non abbiamo tenuto il conto.

venerdì 12 settembre 2014

Il Riccardo (Chailly) della 'Scala d'oro' non ha un cuore di leone

Abbiamo letto sul numero dell'Espresso in edicola, la prima intervista 'esclusiva' al nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala dell'era Pereira ( che però rischia di concludersi anzitempo), che dal prossimo primo gennaio sarà direttore 'principale' al posto di Barenboim , che a maggio, dirigendo 'Turandot' ( di Puccini, con il finale di Berio), aprirà ufficialmente la stagione della 'Scala per l'Expo' e che dal 1 gennaio 2017 sarà direttore musicale del teatro milanese.
Per Chailly si tratta di un ritorno 'in famiglia', ma anche 'di famiglia'. Suo padre è stato direttore artistico della Scala nel triennio 1968-1971, e lui  Riccardo, Claudio Abbado volle come assistente per la stagione sinfonica nel 1972, che non aveva ancora vent'anni. Poi dicono che i debutti anzitempo sono un fatto di questi anni recenti, e che allora, al contrario di quel che accade oggi, le famiglie non contavano. Vero, anche a noi risulta che  non hanno mai contato, né oggi e neanche ieri!
 Comunque Chailly s'è costruita subito una grande carriera debuttando poco più che ventenne nei luoghi musicali che contano, nei due continenti e poi la chiamata a Salisburgo, da karajan in persona, per sostituirlo ai primi anni Ottanta - allora si disse perché non gli poteva far ombra, certo solo a causa della sua giovane età, per buona pace dei maligni - fino agli impegni importanti ad Amsterdam e Lipsia, ma con la mente e il cuore sempre a Milano, alla Scala da dove era partito, incarico che  da molto prima di ora egli  era convinto di meritare, anche per nascita.
 Appena ne avremo il tempo, ricopieremo l'intervista che gli facemmo per 'Piano Time', che all'epoca dirigevamo - in un pomeriggio piovoso  a Salisburgo, seduti ad un bar.
 Da questa intervista esclusiva non abbiamo appreso granché - prossimamente Chailly esponga senza timore le sue idee sulla Scala - salvo la sua intenzione, condivisa da Pereira, di ritornare alla tradizione che negli anni di Lissner-Barenboim - almeno per il grande repertorio italiano - sembrava essere stata accuratamente sepolta. Ha ragione Chailly quando dice che La Scala deve essere innanzitutto questo, che poi è ciò che è sempre stata. Ed anche ciò per cui il nome della Scala è noto nel mondo.
   Una delle poche novità è che lui vuole riportare  a Milano tutti quelli che non hanno ancora 'condotto' . I tram? E ' quella  becera mania che anche il suo intervistatore, Riccardo Lenzi, mostra da tempo,inglesizzando il nome ( conduttore) ed il ruolo ( conduce) del direttore d'orchestra, che poi fa il paio con quel modo altrettanto barbaro di indicare alcune opere, come il Requiem di Verdi che Chailly  preferisce sempre e comunque chiamare il 'Verdi Requiem'. Contento lui!
Viene toccato anche l'argomento 'loggione', sul quale Chailly è allineato a Pereira, sbagliando  come lui. Quando la Scala tornerà ad esser il primo teatro del mondo, gli artisti chiederanno, nonostante la marcatura a vista del loggione, di potervi cantare, suonare e dirigere. E' una legge banalissima.
Oggi vi sono grandi nomi  convinti di potersi costruire una carriera, girando alla larga dalla Scala, e forse hanno in parte ragione; ma quando la Scala tornerà ad essere il centro mondiale del melodramma italiano ( che è poi il repertorio fra i più alti di ogni tempo. cosa che Lissner e Barenboim hanno volutamente ignorato!) ciò non sarà più possibile, e questo vale  anche per Alagna come per la Bartoli ecc...
Noi, poi, vorremmo che a Milano come a Roma,  e Chailly vi ha appena fatto cenno, non vi fossero più lotte fra istituzioni che danneggiano tutti; sogneremmo che a Roma, ad esempio, Muti diriga l'Orchestra di Santa Cecilia come Pappano all'Opera; stessa cosa a Milano fra Scala, Verdi ed altre importanti realtà cittadine. Ma forse  questo è ancora lontano a venire, perchè i musicisti, anche sommi, sono uomini come tutti, con le loro miserie, meschinità, invidiuzze recondite.

sabato 28 giugno 2014

Giovanni Floris in RAI. Un caso con finale previsto

Parleremo di un caso che ha a che fare con la storia della musica ed ha protagonisti due personalità del massimo rilievo di detta storia: Georg Philipp Telemann e  Johann Sebastian Bach. A tal scopo ci corre l'obbligo di premettere che, a seguire, parleremo  di un caso di questi giorni che riguarda un onesto professionista televisivo che con i personaggi storici c'entra come il 'culo con le Quarantore', secondo un efficace detto toscano.
Telemann, uno dei musicisti più osannati e colti di ogni tempo, occupò vari incarichi, musicali s'intende, nel corso della sua esistenza: assai prestigioso quello di direttore musicale della città di Amburgo, per la quale egli provvedeva a scrivere opere per il teatro e musica strumentale, anche quella eseguita in pubblici ritrovi. Un giorno - si era nel 1722- venne a morire un musicista che occupava un posto di grande prestigio, non certamente pari al suo, ma comunque tale, e cioè quello di compositore della Chiesa di San Tommaso di Lipsia. Cosa fa il grande e furbo musicista?  Abbandona Amburgo e va a Lipsia a reclamare quel posto che gli spettava, perché glielo aveva promesso il vecchio maestro, a patto che però sposasse sua figlia. Telemann non l'aveva sposata quella genoveffa - un prezzo troppo caro da pagare! - ma alla  morte del titolare reclamava quel posto per sè. E ne aveva tutto il diritto per il gran suo nome. Perciò si fa fare il contratto, per lui molto favorevole, a Lipsia con un compenso di tutto rispetto. Nel frattempo da Amburgo continuavano a richiederne il ritorno. Telemann traccheggiò, fino a quando non ottenne da Amburgo un aumento di stipendio ed altri privilegi. Allora, fottendosene di Lipsia, fece ritorno ad Amburgo. Quel posto a Lipsia l'ottenne, superato un duro esame, Bach, al quale però si richiesero compiti più gravosi di quelli richiesti a Telemann, perchè la cittadina voleva lavare l'offesa recata da Telemann. Il caso di Telemann - signor 'Quarantore' secondo il detto toscano -  sembra assai simile a quello di Floris, -'culo' secondo il medesimo detto - il quale forte del suo nome e degli ascolti, avrebbe finto di essere vittima di una ipotetica epurazione da parte del capo del governo,  avrebbe poi avviato  'quasi finte' trattative con Mediaset e La7, e, poi, ottenuto quello che voleva ha accettato di restare alla Rai, che gli ha aumentato il compenso, invece che diminuirglielo come ha fatto con tutti gli altri, con la scusa che la sua trasmissione si allunga e che avrà come appendice una striscia quotidiana - come a pesare a suon di Euro ogni minuto in più di trasmissione.
 'Il culo e le Quarantore' serve solo a dire che tra Floris e Telemann corre la stessa distanza  che corre fra il giorno e la notte, non è perciò una frase offensiva della grande professionalità e creatività del grande conduttore televisivo.
N.B. Con il termine 'Quarantore' si indica l'esposizione del Sacramento durante la Quaresima, dunque quanto di più sacro al mondo.