Noi c'eravamo, alla vigilia, incamminati per una strada pericolosa, nella lettura della 'bacchetta' di Pappano, per la prima volta impugnata dal direttore, come sottolineava con enfasi la copertina del 'Trovaroma' di Repubblica.
Per noi quella bacchetta era 'magica' e serviva al direttore principalmente per due scopi. Il primo, arrivare fino in fondo all'esecuzione assai impegnativa, sebbene la partitura fosse a lui arcinota avendola già diretta a Londra, e nello stesso tempo tentare, disperatamente, ancora una volta di far entrare quel 'Mysterium' nel repertorio dei teatri; il secondo, mettere a tacere quanti avrebbero potuto storcere il naso e turarsi le orecchie di fronte ad una inaugurazione di stagione così inusuale.
Il primo, grazie alla bacchetta per noi 'magica' è parzialmente riuscito, non sappiamo ancora dell'esito dell'entrata dell'opera di Szymanowski nel repertorio dei teatri, sebbene confidiamo molto sulla sua potenza - della bacchetta 'magica'; il secondo , forse, anche, perchè il pubblico a fine esecuzione ha applaudito, e la critica pure inneggiato al 'fenomenale' Pappano 'con la bacchetta', il quale, qualunque cosa tocchi, la trasforma in oro, come ha fatto con il leone tutto d'oro con il quale l'Accademia, pubblicitariamente , ha rappresentato l'effigie di re Ruggero.
Poi però è arrivata la solita guastafeste che ha distrutto tutto il castello magico che, a fatica, avevamo costruito intorno a quella bacchetta. La guastafeste si chiama Carla Moreni, solitamente bene informata, per via diretta, degli accadimenti e delle previsioni che riguardano l'Accademia, che è venuta a dirci la ragione di quella bacchetta: una banale tendinite alla mano destra del direttore. Ed ha aggiunto, per la serie che 'non tutti i malanni vengono per nuocere' che , con la bacchetta, 'il gesto di Pappano si è fatto più chiaro', mentre - aggiungiamo noi, tirando le somme del discorso - quello di Temirkanov, che si ostina a dirigere senza bacchetta, è tremendamente scuro, meglio: pochissimo chiaro, sebbene efficace, a detta di taluno.
La guastafeste,però, per farsi perdonare la disillusione prodotta almeno in noi, ha rivelato una anticipazione (?) che le potrebbe essere stata sussurrata all'orecchio, con la preghiera, da lei disattesa, di non parlarne con nessuno, mentre Lei, per farsi perdonare, ne ha parlato.
Perché, ancora una volta, e sarebbe la terza, Pappano ci riproverà con 'Re Ruggero', nel 2021 e alla Scala, nell'anno in cui si conclude l'ennesimo contratto con Santa Cecilia, iniziato nel 2005 ed anche quello con il Covent Garden di Londra, addirittura precedente? Potrebbe essere il biglietto di ingresso alla Scala di Pappano, con un incarico di peso: direttore musicale? Ma non c'è Chailly? Dopo Chailly, o perchè scommette che Riccardo, dopo qualche anno, fuggirà pure lui dalla Scala, come hanno fatto in passato sia Abbado che Muti?
Ma la lettura dei giornali ci ha riservato un'altra sorpresa. Premettiamo che noi, da quando c'è quella brava persona di Dall'Ongaro alla sovrintendenza, non siamo più graditi a Santa Cecilia, e perciò di tutto quello che avviene, di buono e di cattivo, lo sappiamo solo dai giornali, ai quali siamo costretti ad attenerci.
(Detto fra parentesi, non è che la messa al bando inflittaci da Dall'Ongaro - a seguito di una causa contro di noi che ha perso su tutta la linea ( ben gli sta!) - ci turbi più di tanto. Di musica, nella nostra vita, ne abbiamo ascoltata tantissima, almeno il doppio di quella bastevole per una vita interamente ad essa votata; e perciò, ora, una sorta di 'cura del silenzio' non ci dispiace del tutto).
I giornali, dicevamo, ci hanno raccontato, all'unanimità, della delusione ed inefficacia, ma anche della inopportunità del 'video live' che ha accompagnato l'esecuzione, ed anche della ovvietà della cosiddetta 'mise en espace' che faceva arrivare un protagonista dalla platea, mentre un altro lo piazzava in alto nelle gallerie, fronte pubblico. Cose viste, straviste, inutili, dizzinali e banali.
Ci hanno, perciò, anche detto indirettamente, per lo meno ce lo hanno fatto capire, che Pappano e Dall'Ongaro non hanno creduto fino in fondo alla inusuale scelta di inaugurare con l'opera di Szymanowski, e per questo hanno chiamato la coppia Masbedo, sperando che il loro lavoro la rendesse meno indigesta, più accettabile da coloro che, frequentando Santa Cecilia, vogliono sentire la grande musica, soprattutto nelle serate speciali, concedendo che, in qualche occasione meno importante, si possa procedere anche alla riscoperta di capolavori presunti e ingiustamente dimenticati.
Per ora quella scelta è stata bocciata: contestata dal pubblico e disapprovata in coro dalla critica.
Sbagliando si impara?
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domenica 8 ottobre 2017
domenica 9 luglio 2017
Donnarumma-Raiola hanno ottenuto dal Milan quello che Anzaldi (PD) chiede, senza successo, alla Rai. E gli agenti hanno troppo potere
Giggio ha fatto la stessa manfrina di Fabbio, Donnarumma come Fazio. In qualche modo, sì.
Donnarumma, il giovane portiere del Milan, al quale non è riuscito di prendersi la maturità per andar dietro alla sirena che canta di soldi, gli è riuscito un colpo da maestro, per la verità non nuovo nell'ambiente sportivo come in molti altri. Ha tirato la corda lui e il suo agente, senza spezzarla, fino a quando non ha sfiancato i dirigenti rossoneri, che hanno mollato la presa, ed ha ottenuto da essi sia un lauto compenso - vi dice qualcosa questa tecnica? non l'ha messa in atto anche il nostro Fabbio 'predicatore' ? - che l'assunzione di suo fratello, maggiore solo di anni e non di gloria, portiere anche lui.
Cosa chiede Anzaldi (PD) alla Rai, nell'ultima sua perorazione che, sicuramente come molte altre sue, andrà inascoltata? Chiede innanzitutto di verificare - e questo lo chiede ai giudici contabili - se il compenso di Fabbio è regolare. Ma poi chiede anche di depotenziare gli agenti delle star (vere o presunte) nelle contrattazioni con la Rai. Non solo, chiede anche - e questo ci pare anche sacrosanto - che qualora un agente abbia piazzato in Rai un suo cavallo di razza, non gli metta accanto altri cavalli della sua stessa agenzia, che in nessun altro posto riuscirebbe a piazzare senza il cavallo di razza, o sedicente tale. Nel caso poi di Fabbio, Anzaldi contesta il fatto che la produzione del suo programma sia passato da Endemol a Magnolia, della quale il Fabbio 'predicatore' detiene il 50% della proprietà. Insomma per avere il grande Fabbio la Rai deve pagare lui, pagare il suo agente, Caschetto ( al quale Fabbio, con prosopopea e sfacciataggine, ha fatto in diretta gli auguri per il compleanno; mentre molti si saranno chiesti: Caschetto, chi é costui?) e pagare anche la sua casa di produzione, Magnolia, produttrice e proprietaria del format di 'che tempo che fa'. Mamma mia che format. C'ha anche un proprietario, e c'era anche prima di 'fuori' ecc...: il format delle interviste singole e di gruppo.
In questi giorni più di un critico televisivo, quelli del Corriere e dell'Espresso ad esempio, avrebbero consigliato - magari fuori tempo massimo - alla Rai di non perdere tempo con Fabbio, che non è il vero cavallo di razza, ma di impiegarlo il tempo per mettere in pista, dopo anni di assenza, il vero mattatore: Fiorello - come ha dimostrato in questa ultime settimane anche partecipando all'ultima puntata di Fabbio. Fiorello è la vera star, sul suo ritorno in Rai, anche il nuovo direttore generale dovrebbe darsi da fare. E' lui il nuovo, ammesso che il nuovo sicuro interessi alla Rai.
Ma la vicenda di Dommarumma e del suo agente, come anche di Fabbio con Caschetto ci hanno fatto venire in mente che una strategia simile praticano da sempre gli agenti degli artisti, anche in campo musicale. Nelle loro trattative ti danno un asso, te lo fanno magari pagare un pò scontato ma poi ti obbligano a prendere anche qualche scartina. Tutto questo accade soprattutto con le istituzioni 'di provincia' che vogliono il grande nome e non badano a spese ed anche a ricatti, perché nelle istituzioni che contano le star che sono tali devono per forza esserci, per continuare ad essere considerate tali e vengono pagate meno - così si dice.
Gli agenti dei musicisti, per scendere nel particolare, quando mettono dei propri rappresentati in posti di comando, sono doppiamente felici. Mettiamo il caso di Pappano, stella della IMG Artists, nella quale ha fatto pratica anche una stella, ma non di palcoscenico, che va per la maggiore e non solo in Italia, Paolo Petrocelli.
Con Pappano ai vertici del Covent Garden e di Santa Cecilia, è evidente che la IMG ha più spazio di trattativa nel piazzare i propri artisti. E' altrettanto evidente che Pappano non si fa manipolare come vorrebbe far pensare il nostro esempio, ma resta il fatto che gli artisti della IMG popolano le stagioni di Santa Cecilia, e, siamo sicuri, anche quelle del Covent Garden che non conosciamo nel dettaglio, come, del resto, anche di molte altre grandi istituzioni.
Perchè la IMG lavora solo per grandi artisti. Quelli che sono agli inizi di carriera - dei quali si vanta di essersi occupato il Petrocelli nel suo curriculum che fa impallidire non solo il nostro di curriculm, ma noi stessi che siamo letteralmente spalliditi alla sola lettura, anche per la fatica di star dietro a tutte quelle lingue - difficilmente sono rappresentati dalla IMG, prima di avere già una agenda fitta di impegni autoprodotti.
E con questo si capisce che gli agenti sono certamente utili per dirigere il traffico di una star arrivata, ma sono invece deleteri per i giovani che si affacciano alla professione, anche se hanno capacità e meriti.
Donnarumma, il giovane portiere del Milan, al quale non è riuscito di prendersi la maturità per andar dietro alla sirena che canta di soldi, gli è riuscito un colpo da maestro, per la verità non nuovo nell'ambiente sportivo come in molti altri. Ha tirato la corda lui e il suo agente, senza spezzarla, fino a quando non ha sfiancato i dirigenti rossoneri, che hanno mollato la presa, ed ha ottenuto da essi sia un lauto compenso - vi dice qualcosa questa tecnica? non l'ha messa in atto anche il nostro Fabbio 'predicatore' ? - che l'assunzione di suo fratello, maggiore solo di anni e non di gloria, portiere anche lui.
Cosa chiede Anzaldi (PD) alla Rai, nell'ultima sua perorazione che, sicuramente come molte altre sue, andrà inascoltata? Chiede innanzitutto di verificare - e questo lo chiede ai giudici contabili - se il compenso di Fabbio è regolare. Ma poi chiede anche di depotenziare gli agenti delle star (vere o presunte) nelle contrattazioni con la Rai. Non solo, chiede anche - e questo ci pare anche sacrosanto - che qualora un agente abbia piazzato in Rai un suo cavallo di razza, non gli metta accanto altri cavalli della sua stessa agenzia, che in nessun altro posto riuscirebbe a piazzare senza il cavallo di razza, o sedicente tale. Nel caso poi di Fabbio, Anzaldi contesta il fatto che la produzione del suo programma sia passato da Endemol a Magnolia, della quale il Fabbio 'predicatore' detiene il 50% della proprietà. Insomma per avere il grande Fabbio la Rai deve pagare lui, pagare il suo agente, Caschetto ( al quale Fabbio, con prosopopea e sfacciataggine, ha fatto in diretta gli auguri per il compleanno; mentre molti si saranno chiesti: Caschetto, chi é costui?) e pagare anche la sua casa di produzione, Magnolia, produttrice e proprietaria del format di 'che tempo che fa'. Mamma mia che format. C'ha anche un proprietario, e c'era anche prima di 'fuori' ecc...: il format delle interviste singole e di gruppo.
In questi giorni più di un critico televisivo, quelli del Corriere e dell'Espresso ad esempio, avrebbero consigliato - magari fuori tempo massimo - alla Rai di non perdere tempo con Fabbio, che non è il vero cavallo di razza, ma di impiegarlo il tempo per mettere in pista, dopo anni di assenza, il vero mattatore: Fiorello - come ha dimostrato in questa ultime settimane anche partecipando all'ultima puntata di Fabbio. Fiorello è la vera star, sul suo ritorno in Rai, anche il nuovo direttore generale dovrebbe darsi da fare. E' lui il nuovo, ammesso che il nuovo sicuro interessi alla Rai.
Ma la vicenda di Dommarumma e del suo agente, come anche di Fabbio con Caschetto ci hanno fatto venire in mente che una strategia simile praticano da sempre gli agenti degli artisti, anche in campo musicale. Nelle loro trattative ti danno un asso, te lo fanno magari pagare un pò scontato ma poi ti obbligano a prendere anche qualche scartina. Tutto questo accade soprattutto con le istituzioni 'di provincia' che vogliono il grande nome e non badano a spese ed anche a ricatti, perché nelle istituzioni che contano le star che sono tali devono per forza esserci, per continuare ad essere considerate tali e vengono pagate meno - così si dice.
Gli agenti dei musicisti, per scendere nel particolare, quando mettono dei propri rappresentati in posti di comando, sono doppiamente felici. Mettiamo il caso di Pappano, stella della IMG Artists, nella quale ha fatto pratica anche una stella, ma non di palcoscenico, che va per la maggiore e non solo in Italia, Paolo Petrocelli.
Con Pappano ai vertici del Covent Garden e di Santa Cecilia, è evidente che la IMG ha più spazio di trattativa nel piazzare i propri artisti. E' altrettanto evidente che Pappano non si fa manipolare come vorrebbe far pensare il nostro esempio, ma resta il fatto che gli artisti della IMG popolano le stagioni di Santa Cecilia, e, siamo sicuri, anche quelle del Covent Garden che non conosciamo nel dettaglio, come, del resto, anche di molte altre grandi istituzioni.
Perchè la IMG lavora solo per grandi artisti. Quelli che sono agli inizi di carriera - dei quali si vanta di essersi occupato il Petrocelli nel suo curriculum che fa impallidire non solo il nostro di curriculm, ma noi stessi che siamo letteralmente spalliditi alla sola lettura, anche per la fatica di star dietro a tutte quelle lingue - difficilmente sono rappresentati dalla IMG, prima di avere già una agenda fitta di impegni autoprodotti.
E con questo si capisce che gli agenti sono certamente utili per dirigere il traffico di una star arrivata, ma sono invece deleteri per i giovani che si affacciano alla professione, anche se hanno capacità e meriti.
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sabato 20 maggio 2017
La musica che l'Accademia di Santa Cecilia non vuol sentire. Appunti sulla stagione 2017-18
E' stata presentata la prossima stagione - a detta di un noto gazzettiere e cantore, a fasi alterne: una grandissima stagione - dell'Accademia di Santa Cecilia, sia sinfonica che cameristica, dove però nè il 'grandissimo' e neppure il 'grande' riusciamo a scorgervi, trattandosi di una 'normale' stagione di una istituzione 'prestigiosa', con i soliti nomi, tranne qualche faccia nuova che, evidentemente, appartiene, alla larga, ai medesimi giri di sempre.
Era naturalmente presente anche Pappano, di ritorno da una tournée europea dove ha fatto ascoltare il Respighi con il quale oltre dieci anni fa si era presentato nelle capitali europee la prima volta con la sua orchestra romana. Mentre nelle tournée successive, volendo accreditare l'Orchestra ceciliana fra le star europee, via Respighi e dentro il grande sinfonismo ottocentesco, che è poi quello che anche in questa stagione riprende Pappano, ricorrendo ancora una volta a Mahler, che nel giro di poche stagioni, è stato presentato già infinite volte; e ,addirittura, nel corso di alcune recenti stagioni una medesima sinfonia due volte a poca distanza l'una dall'altra.
Ma c'è una musica alla quale l'Accademia continua ad essere sorda del tutto. In stagione non si riesce più ad ascoltare un nome da tempo assente, e tutte le volte che vengono presentati nomi nuovi, senza eccezione, sono sempre tutti stranieri. Ai quali soli l'Accademia fa credito, anche se giovani; mentre non le riesce di farlo anche per i giovani, soprattutto direttori, italiani, come anche per quelli di un certo nome che, per ottuse tradizioni, non vengono anche a Roma, ma restano magari a Milano o altrove. Cattive abitudini che nessuno si incarica di cambiare o evitare.
Nelle scorse settimana ci si è chiesti perchè Muti o Chailly, tanto per fare due nomi, non debbano dirigere a Roma. Perchè? E noi aggiungiamo: perchè Pappano non dirige anche all'Opera di Roma, perchè?
Quest'anno c'è dell'altro. Da tempo andiamo dicendo che certe agenzie di rappresentanza artistica giocano un ruolo eccessivo nella programmazione. Chi non ci crede vada con la memoria al tempo in cui in Italia dominava con la complicità - disinteressata?- degli organizzatori, Valentin Proczinski, con sede a Montecarlo: 'Old and New Montecarlo', si chiamava, e forse si chiama ancora, la sua agenzia monegasca, che qualche favore fiscale procurava agli artisti che gli avevano affidato la rappresentanza. Anche allora eravamo fra i pochissimi che denunciarono una tale ingiustificata presenza.
Nel programma sinfonico di quest'anno: 28 concerti in tutto, spicca la presenza di direttori, tutti stranieri, che provengono dalla agenzia americana, IMG Artists, dalla quale viene anche Pappano. Facciamo due conti. Se togliamo i due concerti diretti dal nuovo direttore principale, Mikko Franck, e il concerto diretto da Rizzari, assistente di Pappano, da 28 scendiamo a 25 concerti.
Di questi 25, 11 li dirige Pappano, ed è bene che la sua presenza sia così rilevante; 2 sono a affidati a Temirkanov; e un concerto ciascuno ad una schiera di direttori della scuderia IMG, dalla quale viene, primo della lista, Pappano. E cioè. Denève, Petrenko, Orozco-Estrada, Manfred Honeck, Jacob Hrusa. E così i concerti affidati a direttori della IMG sono complessivamente 18 su 25.
A tutto il restante mondo dei direttori, restano appena sette programmi, i quali sono affidati a Chung, Gatti - due ex direttori dell'Orchestra dell'Accademia, con i quali è bene mantenere rapporti - e poi a Gergiev ( che farà tutte le sinfonie di Ciaikovski in tre serate: ancora con queste inutili,offensive scorpacciate?), Luisotti, Noseda e qualche altro, un paio di loro sono stabili in orchestre americane. Forse sono da mettere in relazione alla prossima trasferta di ottobre in USA? Ma questo è solo un cattivo pensiero mentre i conti precedenti sono fatti.
A noi che per diciotto concerti, i direttori provengano tutti della IMG sembra eccessivo. Ed è questa la ragione per cui direttori che da tempo non si ascoltano a Roma si continuerà a non ascoltarli.
Ma c'è anche un'altra cosa, e riguarda la serata inaugurale della stagione con il 'Re Ruggero' di Karol Szymanowski, strenuamente voluta da Pappano che l'opera del compositore polacco ha presentato già a Londra nel 'suo' Covent Garden.
L'opera, scritta al principio del Novecento, la prima volta che la si ascoltò in Italia fu nel 1945, una ventina d'anni dopo la sua stesura, e fu al Massimo di Palermo, essendo l'opera ambientata proprio nella capitale siciliana. Sempre il Massimo di Palermo la fece riascoltare nel 1992, e poi ancora nel 2005. Mai ne seguì una sua ripresa in Italia, e forse neanche in gran parte del mondo, nonostante l'insistenza palermitana.
Ora nessuno intende vietare a Pappano di innamorarsi di un'opera e di eseguirla. Né imporgli un certo repertorio. Però, considerando lo sforzo produttivo che una inaugurazione comporta, ci vien da chiedere al direttore se non era il caso di riversare tale sforzo produttivo, mettendo per un attimo la sordina alla sua passione per 'Re Ruggero', altrove; e, perchè no, su molti capitoli della musica italiana che da tempo non vengono più riletti. E, comunque, su un alto lavoro - fra i tanti dimenticati- per il quale si potrebbe ragionevolmente sperare una ripresa o addirittura l'entrata nel repertorio. Cosa che non accadrà con 'Re Ruggero', nonostante la passione, quasi viscerale per il 'suo' suono, espressa da Pappano per l'opera di Szymanowski.
Era naturalmente presente anche Pappano, di ritorno da una tournée europea dove ha fatto ascoltare il Respighi con il quale oltre dieci anni fa si era presentato nelle capitali europee la prima volta con la sua orchestra romana. Mentre nelle tournée successive, volendo accreditare l'Orchestra ceciliana fra le star europee, via Respighi e dentro il grande sinfonismo ottocentesco, che è poi quello che anche in questa stagione riprende Pappano, ricorrendo ancora una volta a Mahler, che nel giro di poche stagioni, è stato presentato già infinite volte; e ,addirittura, nel corso di alcune recenti stagioni una medesima sinfonia due volte a poca distanza l'una dall'altra.
Ma c'è una musica alla quale l'Accademia continua ad essere sorda del tutto. In stagione non si riesce più ad ascoltare un nome da tempo assente, e tutte le volte che vengono presentati nomi nuovi, senza eccezione, sono sempre tutti stranieri. Ai quali soli l'Accademia fa credito, anche se giovani; mentre non le riesce di farlo anche per i giovani, soprattutto direttori, italiani, come anche per quelli di un certo nome che, per ottuse tradizioni, non vengono anche a Roma, ma restano magari a Milano o altrove. Cattive abitudini che nessuno si incarica di cambiare o evitare.
Nelle scorse settimana ci si è chiesti perchè Muti o Chailly, tanto per fare due nomi, non debbano dirigere a Roma. Perchè? E noi aggiungiamo: perchè Pappano non dirige anche all'Opera di Roma, perchè?
Quest'anno c'è dell'altro. Da tempo andiamo dicendo che certe agenzie di rappresentanza artistica giocano un ruolo eccessivo nella programmazione. Chi non ci crede vada con la memoria al tempo in cui in Italia dominava con la complicità - disinteressata?- degli organizzatori, Valentin Proczinski, con sede a Montecarlo: 'Old and New Montecarlo', si chiamava, e forse si chiama ancora, la sua agenzia monegasca, che qualche favore fiscale procurava agli artisti che gli avevano affidato la rappresentanza. Anche allora eravamo fra i pochissimi che denunciarono una tale ingiustificata presenza.
Nel programma sinfonico di quest'anno: 28 concerti in tutto, spicca la presenza di direttori, tutti stranieri, che provengono dalla agenzia americana, IMG Artists, dalla quale viene anche Pappano. Facciamo due conti. Se togliamo i due concerti diretti dal nuovo direttore principale, Mikko Franck, e il concerto diretto da Rizzari, assistente di Pappano, da 28 scendiamo a 25 concerti.
Di questi 25, 11 li dirige Pappano, ed è bene che la sua presenza sia così rilevante; 2 sono a affidati a Temirkanov; e un concerto ciascuno ad una schiera di direttori della scuderia IMG, dalla quale viene, primo della lista, Pappano. E cioè. Denève, Petrenko, Orozco-Estrada, Manfred Honeck, Jacob Hrusa. E così i concerti affidati a direttori della IMG sono complessivamente 18 su 25.
A tutto il restante mondo dei direttori, restano appena sette programmi, i quali sono affidati a Chung, Gatti - due ex direttori dell'Orchestra dell'Accademia, con i quali è bene mantenere rapporti - e poi a Gergiev ( che farà tutte le sinfonie di Ciaikovski in tre serate: ancora con queste inutili,offensive scorpacciate?), Luisotti, Noseda e qualche altro, un paio di loro sono stabili in orchestre americane. Forse sono da mettere in relazione alla prossima trasferta di ottobre in USA? Ma questo è solo un cattivo pensiero mentre i conti precedenti sono fatti.
A noi che per diciotto concerti, i direttori provengano tutti della IMG sembra eccessivo. Ed è questa la ragione per cui direttori che da tempo non si ascoltano a Roma si continuerà a non ascoltarli.
Ma c'è anche un'altra cosa, e riguarda la serata inaugurale della stagione con il 'Re Ruggero' di Karol Szymanowski, strenuamente voluta da Pappano che l'opera del compositore polacco ha presentato già a Londra nel 'suo' Covent Garden.
L'opera, scritta al principio del Novecento, la prima volta che la si ascoltò in Italia fu nel 1945, una ventina d'anni dopo la sua stesura, e fu al Massimo di Palermo, essendo l'opera ambientata proprio nella capitale siciliana. Sempre il Massimo di Palermo la fece riascoltare nel 1992, e poi ancora nel 2005. Mai ne seguì una sua ripresa in Italia, e forse neanche in gran parte del mondo, nonostante l'insistenza palermitana.
Ora nessuno intende vietare a Pappano di innamorarsi di un'opera e di eseguirla. Né imporgli un certo repertorio. Però, considerando lo sforzo produttivo che una inaugurazione comporta, ci vien da chiedere al direttore se non era il caso di riversare tale sforzo produttivo, mettendo per un attimo la sordina alla sua passione per 'Re Ruggero', altrove; e, perchè no, su molti capitoli della musica italiana che da tempo non vengono più riletti. E, comunque, su un alto lavoro - fra i tanti dimenticati- per il quale si potrebbe ragionevolmente sperare una ripresa o addirittura l'entrata nel repertorio. Cosa che non accadrà con 'Re Ruggero', nonostante la passione, quasi viscerale per il 'suo' suono, espressa da Pappano per l'opera di Szymanowski.
martedì 29 novembre 2016
Notizie fresche dal'Opera di Roma. Sul Tristano dateci un cenno
Domenica, di fronte ad una sala pimpante e plaudente - nonostante le quattro/cinque ore di permanenza in teatro - si è inaugurata la nuova stagione all'Opera di Roma, con Tristano di Wagner, diretto da Daniele Gatti e con la regia di Pierre Audi. Lo spettacolo s'era già visto a Parigi, la scorsa primavera, e a Roma c'era quasi immutato lo stesso cast di Parigi. Poi lo si vedrà anche ad Amsterdam, dove Daniele Gatti ha un incarico prestigiosissimo, perchè questo Tristano è una coproduzione di Parigi, Roma, Amsterdam.
Di esso, da quel che leggemmo già alla 'prima' parigina, e che ci restò impresso nella memoria, sappiamo che i due protagonisti non si toccano mai (da quel giorno giorno l'abbiamo letto infinite altre volte); che Tristano non è poema d'amore bensì tragedia di morte (anche questo l'abbiamo letto molte altre volte); che Gatti è oggi uno degli interpreti wagneriani più stimati ( letto anche questo), e che, molto probabilmente, questo suo debutto a Roma, in teatro, prelude all'annuncio che presto vi assumerà un incarico stabile. Come del resto nella capitale accade già con Pappano che ha un piede a Roma ( Santa Cecilia) ed uno a Londra ( Covent Garden); Gatti a Roma ( Teatro dell'Opera) e ad Amsterdam ( Concertgebouw). Fin qui dunque nulla di nuovo, notizie che già conoscevamo.
Ma ieri i due principali quotidiani nazionali( Corriere, Repubblica) molte altre ne fornivano al lettore che voleva essere informato sull'esito, importante per tutte queste ragioni, dell'inaugurazione di stagione all'Opera di Roma.
Il Corriere , ad esempio, per la prima volta raccontava del mancato toccamento dei due amanti- che si sfiorano appena con la fronte - del probabile annuncio a breve del nuovo incarico romano di Gatti, e poi aggiungeva - notizie fresche di giornata - che era presente all'inaugurazione Padoan, e che il sindaco Raggi è arrivato in teatro, ma poi fatte le foto per i giornali, se ne è andata molto prima che Tristano cominciasse, per impegni (specifica il Corriere: non istituzionali). Senza ricordarci che la fuga è molto simile a quella di un ex ministro della cultura, Melandri, che non andò all'inaugurazione della Scala, preferendole una cena, in occasione di un raduno di grandi chef, all'Hotel Hilton di Roma.
La Repubblica, campione di notizie fresche e sempre interessanti, che domenica scorsa ci ha regalato 'Robinson' per annunciarci l' aumentato impegno del giornale nei confronti della cultura (segno del nuovo corso: una lunga recensione alla nuova opera di Lucia Ronchetti, Inedia Prodigiosa) mentre dedica una pagina intera, in apertura degli 'Spettacoli' ad una Tempesta shakespeariana rappresentata nel Regno Unito, nella 'romana', solo nella 'romana', immortala la sindaca Raggi, in una foto che le ballerine della scuola di danza del teatro, accompagnata da una didascalia succinta ma informatissima: applaudito Tristano all'Opera di Roma; il sindaco è andato subito via, prima che cominciasse la rappresentazione, poi la cena di gala nei laboratori di scenografia del teatro che sono in Via dei Cerchi. Ma non poyevano andare mangiare a casa o al ristorante? E' ancora tempo di cene di gala per gente cui pane e companatico non manca comunque? E chi paga?
En passant, nelle altre pagine di Repubblica, abbiamo letto un titolone che inneggiava alle 'arie di Schumann' che Alexander Lonquich si incaricava di eseguire per il pubblico dell'Accademia di Santa Cecilia. Lonquich s'è messo anche cantare? e quali 'arie' eseguiva? I dubbi ci sono rimasti, tali e quali.
Restiamo in attesa, almeno fino a quando non solo i giornaloni ma anche gli altri si decideranno a farci sapere come è andata la serata all'Opera di Roma, oltre che negli intervalli, e prima e dopo la rappresentazione - compresa la cena di gala - di cui sappiamo ormai tutto; ma anche durante la rappresentazione medesima.
Di esso, da quel che leggemmo già alla 'prima' parigina, e che ci restò impresso nella memoria, sappiamo che i due protagonisti non si toccano mai (da quel giorno giorno l'abbiamo letto infinite altre volte); che Tristano non è poema d'amore bensì tragedia di morte (anche questo l'abbiamo letto molte altre volte); che Gatti è oggi uno degli interpreti wagneriani più stimati ( letto anche questo), e che, molto probabilmente, questo suo debutto a Roma, in teatro, prelude all'annuncio che presto vi assumerà un incarico stabile. Come del resto nella capitale accade già con Pappano che ha un piede a Roma ( Santa Cecilia) ed uno a Londra ( Covent Garden); Gatti a Roma ( Teatro dell'Opera) e ad Amsterdam ( Concertgebouw). Fin qui dunque nulla di nuovo, notizie che già conoscevamo.
Ma ieri i due principali quotidiani nazionali( Corriere, Repubblica) molte altre ne fornivano al lettore che voleva essere informato sull'esito, importante per tutte queste ragioni, dell'inaugurazione di stagione all'Opera di Roma.
Il Corriere , ad esempio, per la prima volta raccontava del mancato toccamento dei due amanti- che si sfiorano appena con la fronte - del probabile annuncio a breve del nuovo incarico romano di Gatti, e poi aggiungeva - notizie fresche di giornata - che era presente all'inaugurazione Padoan, e che il sindaco Raggi è arrivato in teatro, ma poi fatte le foto per i giornali, se ne è andata molto prima che Tristano cominciasse, per impegni (specifica il Corriere: non istituzionali). Senza ricordarci che la fuga è molto simile a quella di un ex ministro della cultura, Melandri, che non andò all'inaugurazione della Scala, preferendole una cena, in occasione di un raduno di grandi chef, all'Hotel Hilton di Roma.
La Repubblica, campione di notizie fresche e sempre interessanti, che domenica scorsa ci ha regalato 'Robinson' per annunciarci l' aumentato impegno del giornale nei confronti della cultura (segno del nuovo corso: una lunga recensione alla nuova opera di Lucia Ronchetti, Inedia Prodigiosa) mentre dedica una pagina intera, in apertura degli 'Spettacoli' ad una Tempesta shakespeariana rappresentata nel Regno Unito, nella 'romana', solo nella 'romana', immortala la sindaca Raggi, in una foto che le ballerine della scuola di danza del teatro, accompagnata da una didascalia succinta ma informatissima: applaudito Tristano all'Opera di Roma; il sindaco è andato subito via, prima che cominciasse la rappresentazione, poi la cena di gala nei laboratori di scenografia del teatro che sono in Via dei Cerchi. Ma non poyevano andare mangiare a casa o al ristorante? E' ancora tempo di cene di gala per gente cui pane e companatico non manca comunque? E chi paga?
En passant, nelle altre pagine di Repubblica, abbiamo letto un titolone che inneggiava alle 'arie di Schumann' che Alexander Lonquich si incaricava di eseguire per il pubblico dell'Accademia di Santa Cecilia. Lonquich s'è messo anche cantare? e quali 'arie' eseguiva? I dubbi ci sono rimasti, tali e quali.
Restiamo in attesa, almeno fino a quando non solo i giornaloni ma anche gli altri si decideranno a farci sapere come è andata la serata all'Opera di Roma, oltre che negli intervalli, e prima e dopo la rappresentazione - compresa la cena di gala - di cui sappiamo ormai tutto; ma anche durante la rappresentazione medesima.
martedì 22 novembre 2016
Pappano giura amore eterno all'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. Sarà ancora passione bruciante?
Il matrimonio di Tony Pappano con l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, di cui è direttore musicale dal lontano 2005, dura da troppi anni per potersi ancora definire un matrimonio 'd'interesse'.
E già che prima ancora di legarsi ufficialmente con l'Accademia, Pappano aveva deciso di convivere, forse per mettere alla prova sia la sposa che se stesso, e per questo già dall'autunno del 2003 - era stato nominato in primavera, ma il matrimonio ufficiale sarebbe stato celebrato a partire dalla stagione 2005-2006 - i tempi di permanenza nella Capitale, abbandonando la fidanzata londinese ( Covent Garden) divennero sempre più lunghi.
Poi il matrimonio ufficiale e 'd' amore' fra lui e Santa Cecilia venne consumato. Il mondo cominciò ad interessarsi all'orchestra dell'Accademia, negletta per anni, per via di quel suo tanto entusiasta sposo che molte altre orchestre avrebbero voluto legare a sé e che sembrava aver riportato fuoco di gioventù nella compagine romana.
Cominciarono i primi successi non solo a Roma, le tournée nel mondo - una sorta di ripetuti viaggi di nozze, dai quali il matrimonio tornava a presentarsi sempre più solido e convinto - e le numerose incisioni discografiche, mentre l'industria del disco piangeva lacrime amare. Pappano era il nuovo cavallo di razza della scuderia dei direttori d'orchestra, e prima la sua, poi anche le altre case discografiche volevano accaparrarselo. E l'hanno fatto, stringendo con Santa Cecilia un patto di cooperazione, con forti sconti di spesa e registrazioni dal vivo, che in tempo di crisi anche per il disco, ha consentito le numerose registrazione, premiate dalle riviste discografiche.
Dunque nel 2005 viene celebrato il matrimonio, rinnovato, presumibilmente ogni tre o quattro anni, fino ad arrivare al 2017, quando sarebbe scaduto l'ennesimo rinnovo, anche dopo l'uscita di scena del sovrintendente emerito Bruno Cagli (con il quale, stando a quel che si dice sottovoce, i rapporti non sono stati sempre idilliaci).
Poi arriva Michele dall'Ongaro, che già lavorava ' a bottega' con Cagli, che lo aveva prima fatto diventare 'Accademico' ( anche su quella sua elezione qualche dubbio viene sollevato), poi istruito a dovere ed infine candidato a succedergli.
Appena insediato, nel febbraio dell'anno scorso, dall'Ongaro, nel presentare pubblicamente la stagione 2015-1016, annuncia coram populo, che Pappano non andrà via quando terminerà il suo contratto e cioè nel 2017, ma resterà ancora per altri due anni fino al 2019, perchè 'i progetti in cantiere sono tanti e sia Pappano che l'Accademia non intendono lasciarli a metà'.
Nel frattempo anche il Covent Garden, la sua eterna fidanzata inglese del 'Pinkerton del podio', annuncia che il fidanzamento si protrarrà fino al 2019. Insomma sono due le donne che si contendono un unico uomo e che si dichiarano, di fatto, contente, pur non avendolo tutto e solo ciascuna per sé.
Passa un anno ad arriviamo ad oggi. Giusto la festa di Santa Cecilia. Di nuovo si fa vivo Michele dall'Ongaro ed annuncia che il matrimonio fra Pappano e l'Accademia di Santa Cecilia continuerà fino al 2021, e che il tempo non ha attutito la passione che lega i due.
Ragionamoci un pò. Dopo una quindicina d'anni insieme, come in qualunque matrimonio, e quello artistico non farebbe eccezione, due cos'altro hanno da dirsi che già non si son detti, che già non conoscono e che già non prevedono prima ancora che uno dei due parli all'altro?
Noi che siamo fermamente convinti che i matrimoni servono anche in arte, perché se un'orchestra viene affidata a fidanzati di passaggio difficilmente nascerà un legame solido, utile sia all'orchestra che al direttore, siamo altrettanto convinti che dopo anni ed anni di vita comune, forse una scappatella, meglio una separazione consensuale quando non un vero e proprio divorzio, farebbe sicuramente bene, come nella vita reale. Servirebbe a ridare nuova linfa alla passione senza la quale anche un matrimonio 'dal podio' non regge e non rende.
Dunque attento Pappano, la routine, sempre in agguato, fa male, anzi malissimo, e può essere addirittura mortale. E Santa cecilia cominci a cercarsi un nuovo aitante fidanzato, da sposare successivamente, se le cose vanno bene, che sia innamorato almeno quanto è sembrato Pappano per tutti questi anni.
Ma forse più semplicemente, prolungando il rapporto con Pappano fino al 2021, Michele dall'Ongaro - sull'esempio di Paolo Baratta alla Biennale che ha già nominato i responsabili per il prossimo ventennio, sentendosi ormai immortale ed inamovibile - vuole fare in modo che l'uscita, eventuale, di scena di Pappano, non coincida con la fine del mandato di dall'Ongaro da sovrintendente, lasciando in Accademia un vuoto duplice, incolmabile.
E già che prima ancora di legarsi ufficialmente con l'Accademia, Pappano aveva deciso di convivere, forse per mettere alla prova sia la sposa che se stesso, e per questo già dall'autunno del 2003 - era stato nominato in primavera, ma il matrimonio ufficiale sarebbe stato celebrato a partire dalla stagione 2005-2006 - i tempi di permanenza nella Capitale, abbandonando la fidanzata londinese ( Covent Garden) divennero sempre più lunghi.
Poi il matrimonio ufficiale e 'd' amore' fra lui e Santa Cecilia venne consumato. Il mondo cominciò ad interessarsi all'orchestra dell'Accademia, negletta per anni, per via di quel suo tanto entusiasta sposo che molte altre orchestre avrebbero voluto legare a sé e che sembrava aver riportato fuoco di gioventù nella compagine romana.
Cominciarono i primi successi non solo a Roma, le tournée nel mondo - una sorta di ripetuti viaggi di nozze, dai quali il matrimonio tornava a presentarsi sempre più solido e convinto - e le numerose incisioni discografiche, mentre l'industria del disco piangeva lacrime amare. Pappano era il nuovo cavallo di razza della scuderia dei direttori d'orchestra, e prima la sua, poi anche le altre case discografiche volevano accaparrarselo. E l'hanno fatto, stringendo con Santa Cecilia un patto di cooperazione, con forti sconti di spesa e registrazioni dal vivo, che in tempo di crisi anche per il disco, ha consentito le numerose registrazione, premiate dalle riviste discografiche.
Dunque nel 2005 viene celebrato il matrimonio, rinnovato, presumibilmente ogni tre o quattro anni, fino ad arrivare al 2017, quando sarebbe scaduto l'ennesimo rinnovo, anche dopo l'uscita di scena del sovrintendente emerito Bruno Cagli (con il quale, stando a quel che si dice sottovoce, i rapporti non sono stati sempre idilliaci).
Poi arriva Michele dall'Ongaro, che già lavorava ' a bottega' con Cagli, che lo aveva prima fatto diventare 'Accademico' ( anche su quella sua elezione qualche dubbio viene sollevato), poi istruito a dovere ed infine candidato a succedergli.
Appena insediato, nel febbraio dell'anno scorso, dall'Ongaro, nel presentare pubblicamente la stagione 2015-1016, annuncia coram populo, che Pappano non andrà via quando terminerà il suo contratto e cioè nel 2017, ma resterà ancora per altri due anni fino al 2019, perchè 'i progetti in cantiere sono tanti e sia Pappano che l'Accademia non intendono lasciarli a metà'.
Nel frattempo anche il Covent Garden, la sua eterna fidanzata inglese del 'Pinkerton del podio', annuncia che il fidanzamento si protrarrà fino al 2019. Insomma sono due le donne che si contendono un unico uomo e che si dichiarano, di fatto, contente, pur non avendolo tutto e solo ciascuna per sé.
Passa un anno ad arriviamo ad oggi. Giusto la festa di Santa Cecilia. Di nuovo si fa vivo Michele dall'Ongaro ed annuncia che il matrimonio fra Pappano e l'Accademia di Santa Cecilia continuerà fino al 2021, e che il tempo non ha attutito la passione che lega i due.
Ragionamoci un pò. Dopo una quindicina d'anni insieme, come in qualunque matrimonio, e quello artistico non farebbe eccezione, due cos'altro hanno da dirsi che già non si son detti, che già non conoscono e che già non prevedono prima ancora che uno dei due parli all'altro?
Noi che siamo fermamente convinti che i matrimoni servono anche in arte, perché se un'orchestra viene affidata a fidanzati di passaggio difficilmente nascerà un legame solido, utile sia all'orchestra che al direttore, siamo altrettanto convinti che dopo anni ed anni di vita comune, forse una scappatella, meglio una separazione consensuale quando non un vero e proprio divorzio, farebbe sicuramente bene, come nella vita reale. Servirebbe a ridare nuova linfa alla passione senza la quale anche un matrimonio 'dal podio' non regge e non rende.
Dunque attento Pappano, la routine, sempre in agguato, fa male, anzi malissimo, e può essere addirittura mortale. E Santa cecilia cominci a cercarsi un nuovo aitante fidanzato, da sposare successivamente, se le cose vanno bene, che sia innamorato almeno quanto è sembrato Pappano per tutti questi anni.
Ma forse più semplicemente, prolungando il rapporto con Pappano fino al 2021, Michele dall'Ongaro - sull'esempio di Paolo Baratta alla Biennale che ha già nominato i responsabili per il prossimo ventennio, sentendosi ormai immortale ed inamovibile - vuole fare in modo che l'uscita, eventuale, di scena di Pappano, non coincida con la fine del mandato di dall'Ongaro da sovrintendente, lasciando in Accademia un vuoto duplice, incolmabile.
venerdì 4 novembre 2016
INTERVISTE. Evitare domande idiote e gente inutile
Quando leggiamo, nell'intervista che ieri Giuseppina Manin ha fatto a Martha Argerich, uscita sul Corriere, la domanda seguente:"Quanto è difficile essere una leggenda del piano?", ci viene da inventarne una anche noi, di tenore simile, da porre eventualmente ad un'altra 'leggenda' del nostro tempo, Kim Kardashian , leggendaria per tutt'altri primati, senza attenderci la risposta: " è difficile convivere e portarsi sempre appresso quell' incontenibile, e per questo leggendario, davanzale, e il suo assicuratissimo lato B, dai quali non si può mai staccare"? Sempre di una 'leggenda' si tratta, anche se diversa dalla Argerich. Lei il 'piano' può lasciarlo a casa, dimenticando per qualche momento la sua 'leggenda', la Kashkashian no.
Perchè quella domanda alla Argerich? La Manin gliel'ha rivolta perchè - immaginiamo - ai suoi occhi pareva contenesse filosofica profondità?
Mentre non la rivolgerebbe a chi può essere considerato 'leggenda' delle miniere o dei pompieri, perchè in questi diversi settori, perderebbe - ai suoi occhi- mordente e interesse.
Che altra risposta si attendeva la Manin, oltre quella, prevedibilissima, che la Argerich le ha offerto, con la postilla - questa sì interessante - della confessione di essere stata un madre non proprio leggendaria (come un recente documentario sulla sua vita, realizzato da una sua figlia, ce l'ha mostrata ) con il proposito però di riscattarsi almeno come nonna 'leggendaria'?
Alla Argerich, così avara nel concedersi - noi l'abbiamo intervistata un paio di volte anni fa, mentre di recente, non siamo mai più riusciti ad avvicinarla, nonostante le promesse - si sarebbero potute porre chissà quante altre domande. Sarebbe bastato proseguire ad approfondire il racconto della sua vita, così avventurosa, fuori dagli schemi, per rendere la rara intervista assai più preziosa. Invece no: "quanto è difficile essere una leggenda del piano"?
La Manin , anche lei 'leggenda del giornalismo', con la quale, a differenza della Argerich, sembra convivere senza tante difficoltà, perdonerà il nostro modestissimo appunto.
Il quale, però, nasce dalla convinzione che le interviste, specie a persone non banali ed inutili - e la Argerich è persona dalla ricca personalità e grande storia - sono occasioni preziosissime che non vanno sciupate. In simili interviste occorre scavare, anche sena pietà, porre domande inopportune - che sono sempre meglio di quelle idiote e banali - e non lasciare mai cadere un discorso se offre spunti per ribattere.
Anche noi di interviste, anche a personaggi famosi della musica, ne abbiamo fatte a centinaia. Evidentemente anche noi avremo, specie in gioventù rivolto domande altrettanto idiote. Solo che le abbiamo volutamente cancellate dalla nostra memoria, forse per la vergogna. Mentre, per un forte senso di autostima professionale non riusciamo a dimenticare alcune domande 'inopportune' , nonostante il tempo trascorso. Possiamo ricordarle. Tre almeno, ci vengono subito in mente.
A Paul Sacher, la più insolente ( ma eravamo molto giovani, e perciò potremmo essere scusati): "senza i suoi soldi sarebbe diventato direttore d'orchestra ed avrebbe potuto assumere un ruolo centrale nella storia della musica del XX secolo"? Tanto insolente che non ricordiamo più la risposta di quel gran signore.
A Vladimir Ashkenazy: "nessuno mai le ha detto, quando studiava, e nei primi anni di carriera che con quelle manine era meglio non pensare alla carriera di pianista"? Anche in questo secondo caso non ricordiamo la risposta.
Infine a Tony Pappano che incontrammo al Covent Garden, all'indomani della sua nomina a direttore musicale dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. Nell'intento di smorzare il suo entusiasmo, secondo noi eccessivo, per tale nomina, gli facemmo notare: non sono mica i Wiener Philharmoniker? E lui prontamente - qui la risposta la ricordiamo bene: "certo, ma anche io non sono Karajan".
Perchè quella domanda alla Argerich? La Manin gliel'ha rivolta perchè - immaginiamo - ai suoi occhi pareva contenesse filosofica profondità?
Mentre non la rivolgerebbe a chi può essere considerato 'leggenda' delle miniere o dei pompieri, perchè in questi diversi settori, perderebbe - ai suoi occhi- mordente e interesse.
Che altra risposta si attendeva la Manin, oltre quella, prevedibilissima, che la Argerich le ha offerto, con la postilla - questa sì interessante - della confessione di essere stata un madre non proprio leggendaria (come un recente documentario sulla sua vita, realizzato da una sua figlia, ce l'ha mostrata ) con il proposito però di riscattarsi almeno come nonna 'leggendaria'?
Alla Argerich, così avara nel concedersi - noi l'abbiamo intervistata un paio di volte anni fa, mentre di recente, non siamo mai più riusciti ad avvicinarla, nonostante le promesse - si sarebbero potute porre chissà quante altre domande. Sarebbe bastato proseguire ad approfondire il racconto della sua vita, così avventurosa, fuori dagli schemi, per rendere la rara intervista assai più preziosa. Invece no: "quanto è difficile essere una leggenda del piano"?
La Manin , anche lei 'leggenda del giornalismo', con la quale, a differenza della Argerich, sembra convivere senza tante difficoltà, perdonerà il nostro modestissimo appunto.
Il quale, però, nasce dalla convinzione che le interviste, specie a persone non banali ed inutili - e la Argerich è persona dalla ricca personalità e grande storia - sono occasioni preziosissime che non vanno sciupate. In simili interviste occorre scavare, anche sena pietà, porre domande inopportune - che sono sempre meglio di quelle idiote e banali - e non lasciare mai cadere un discorso se offre spunti per ribattere.
Anche noi di interviste, anche a personaggi famosi della musica, ne abbiamo fatte a centinaia. Evidentemente anche noi avremo, specie in gioventù rivolto domande altrettanto idiote. Solo che le abbiamo volutamente cancellate dalla nostra memoria, forse per la vergogna. Mentre, per un forte senso di autostima professionale non riusciamo a dimenticare alcune domande 'inopportune' , nonostante il tempo trascorso. Possiamo ricordarle. Tre almeno, ci vengono subito in mente.
A Paul Sacher, la più insolente ( ma eravamo molto giovani, e perciò potremmo essere scusati): "senza i suoi soldi sarebbe diventato direttore d'orchestra ed avrebbe potuto assumere un ruolo centrale nella storia della musica del XX secolo"? Tanto insolente che non ricordiamo più la risposta di quel gran signore.
A Vladimir Ashkenazy: "nessuno mai le ha detto, quando studiava, e nei primi anni di carriera che con quelle manine era meglio non pensare alla carriera di pianista"? Anche in questo secondo caso non ricordiamo la risposta.
Infine a Tony Pappano che incontrammo al Covent Garden, all'indomani della sua nomina a direttore musicale dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. Nell'intento di smorzare il suo entusiasmo, secondo noi eccessivo, per tale nomina, gli facemmo notare: non sono mica i Wiener Philharmoniker? E lui prontamente - qui la risposta la ricordiamo bene: "certo, ma anche io non sono Karajan".
martedì 6 settembre 2016
Nella musica il disco detta legge. Di nuovo, dopo anni di mercato piattissimo
Nonostante oggi i segni di vita del mercato discografico provengano prevalentemente dagli acquisti in rete, senza il supporto fisico, materiale del dischetto di plastica lucente, un qualche movimento anche nel mercato discografico tradizionale sembra registrarsi.
E, benchè vanti ancora sbalzi positivi decimali, un pò come la crescita 'infelice' dell'economia, i discografici e quelli che discografici si improvvisano per l'edicola - vedi i grandi giornali che , in realtà, non hanno mai smesso di vendere dischi in edicola, profittando attraverso lo stratagemma della 'pubblicazione con CD', mentre trattasi di prodotto discografico con cartoncino o libretto annesso - vogliono approfittare del momento, nella speranza che un futuro migliore finalmente ritorni. Illusione!
Quale sorpresa, aprendo oggi il Corriere, e l'altro ieri l'ultimo numero de L'Espresso, nel vedere tante pagine dedicata alla musica. In particolare, nel 'Corriere' ben due pagine monotematiche, e poi ancora una terza con l'intervista-presentazione di una giovane direttrice lituana, che già due anni fa ha debuttato alla corte dell'ex giovane prodigio riccioluto Dudamel, a Los Angeles, e che oggi, a 29 anni, assume la carica di direttore musicale della Orchestra di Birmingham che ha 'dato i natali' anche a Rattle. Ma quelle che maggiormente colpiscono su Corriere, sono le due pagine dedicata ad una iniziativa commerciale nel settore del disco d'opera avviata dal quotidiano.
Per 25 settimane, ogni settimana in vendita in edicola un titolo d'opera registrato nei grandi teatri a cominciare dalla Scala, fino al Metropolitan, al Coven Garden, e financo Parma - che definire un grande palcoscenico, alla stregua degli altri, suona quasi come un insulto. Manca però , ad esempio, Roma ( e tutti gli anni di Muti? forse il direttore non ha concesso i diritti, visto che di recente, e da solo, era passato in una precedente simile iniziativa in edicola)
I cantanti - inutile sottolinearlo - ci sono tutti, c'è perfino l'inossidabile Pavarotti, morto ormai da tanti anni, ed anche Domingo vivisimo, ma rigeneratosi baritono. Anche sui direttori si potrebbe fare il discorso dei teatri, e pure sui registi.
Il diligente critico chiamato a spingere il prodotto della propria azienda, attraverso le sue ben affilate armi dialettiche, giustifica l'ennesima uscita in edicola di prodotti ormai fatti e strafatti, con la curiosità di vedere come nel teatro d'opera succeda di tutto: entrando in un teatro, per riascoltare un titolo popolare, non puoi mai sapere cosa ti attende - scrive il critico.
Il quale si spinge anche oltre, immaginando qualche possibile, seppur debole obiezione. Perchè accettiamo volentieri che i cantanti come i direttori propongano ogni volta esecuzioni diverse, e non dobbiamo accettare che anche lo spettacolo, la regia di esso, proponga qualcosa di nuovo? Giusta risposta, ma ambientare una storia in un contesto lontanissimo da quello nel quale è stata immaginata dal compositore e librettista ed ambientata,e quindi stravolgendola per attualizzarla (ma è così necessario? il pubblico va all'opera per la regia o per la musica? e non può bellamente fottersene della storia?) non non è la medesima cosa che cantare o far suonare l'orchestra secondo criteri stilistici diversi dal passato, che si presume sempre più aggiornati, ma sempre più attinenti e rispettosi del dettato musicale dell'autore.
Non si può paragonare l'evoluzione stilistica del canto e della interpretazione musicale con la regia d'opera contemporanea che oggi tende quasi sempre - le eccezioni sono rarissime - a monopolizzare l'attenzione e le proteste del pubblico dei teatri, ed ancor più quella dei critici dei giornali i quali, se non v'è uno spettacolo spiazzante, reputano quasi inutile andare ad ascoltare l'ennesima Traviata (vedi la delusione della Traviata romana della Coppola, che ha immaginato quasi un 'non regia', che non ha soddisfatto i critici). Non saprebbero cosa scrivere se non hanno da raccontare l'invenzione registica.
Per tornare al mercato discografico, passando a L'Espresso, sottolineiamo appena che i due servizi presenti nell'ultimo numero, il primo dei quali dedicato a Lang Lang ed il secondo ad un violinista 'eccentrico', servivano a segnalare l'uscita di due CD.
E' così. A questa stessa logica, negli ultimi anni di vita, s'era dovuto sottoporre perfino il riottoso Benedetti Michelangeli 'costretto' dalla sua casa discografica a presentarsi in conferenza stampa ad Amburgo per promuovere un suo disco in uscita. Ed era la prima volta che ciò accadeva ad un musicista le cui interviste si contano sulle dita di una mano, comprendendovi anche quelle finte, costruite su ritagli e frattaglie precedenti.
Lontano da una uscita discografica si provi chiunque a domandare una intervista ad una star, riceverà una pernacchia nella peggiore e più incivile delle risposte ( ma capita anche questo!), e, nella migliore, un idiota 'no grazie', 'alla prossima'. Sì 'al prossimo'. Disco.
E, benchè vanti ancora sbalzi positivi decimali, un pò come la crescita 'infelice' dell'economia, i discografici e quelli che discografici si improvvisano per l'edicola - vedi i grandi giornali che , in realtà, non hanno mai smesso di vendere dischi in edicola, profittando attraverso lo stratagemma della 'pubblicazione con CD', mentre trattasi di prodotto discografico con cartoncino o libretto annesso - vogliono approfittare del momento, nella speranza che un futuro migliore finalmente ritorni. Illusione!
Quale sorpresa, aprendo oggi il Corriere, e l'altro ieri l'ultimo numero de L'Espresso, nel vedere tante pagine dedicata alla musica. In particolare, nel 'Corriere' ben due pagine monotematiche, e poi ancora una terza con l'intervista-presentazione di una giovane direttrice lituana, che già due anni fa ha debuttato alla corte dell'ex giovane prodigio riccioluto Dudamel, a Los Angeles, e che oggi, a 29 anni, assume la carica di direttore musicale della Orchestra di Birmingham che ha 'dato i natali' anche a Rattle. Ma quelle che maggiormente colpiscono su Corriere, sono le due pagine dedicata ad una iniziativa commerciale nel settore del disco d'opera avviata dal quotidiano.
Per 25 settimane, ogni settimana in vendita in edicola un titolo d'opera registrato nei grandi teatri a cominciare dalla Scala, fino al Metropolitan, al Coven Garden, e financo Parma - che definire un grande palcoscenico, alla stregua degli altri, suona quasi come un insulto. Manca però , ad esempio, Roma ( e tutti gli anni di Muti? forse il direttore non ha concesso i diritti, visto che di recente, e da solo, era passato in una precedente simile iniziativa in edicola)
I cantanti - inutile sottolinearlo - ci sono tutti, c'è perfino l'inossidabile Pavarotti, morto ormai da tanti anni, ed anche Domingo vivisimo, ma rigeneratosi baritono. Anche sui direttori si potrebbe fare il discorso dei teatri, e pure sui registi.
Il diligente critico chiamato a spingere il prodotto della propria azienda, attraverso le sue ben affilate armi dialettiche, giustifica l'ennesima uscita in edicola di prodotti ormai fatti e strafatti, con la curiosità di vedere come nel teatro d'opera succeda di tutto: entrando in un teatro, per riascoltare un titolo popolare, non puoi mai sapere cosa ti attende - scrive il critico.
Il quale si spinge anche oltre, immaginando qualche possibile, seppur debole obiezione. Perchè accettiamo volentieri che i cantanti come i direttori propongano ogni volta esecuzioni diverse, e non dobbiamo accettare che anche lo spettacolo, la regia di esso, proponga qualcosa di nuovo? Giusta risposta, ma ambientare una storia in un contesto lontanissimo da quello nel quale è stata immaginata dal compositore e librettista ed ambientata,e quindi stravolgendola per attualizzarla (ma è così necessario? il pubblico va all'opera per la regia o per la musica? e non può bellamente fottersene della storia?) non non è la medesima cosa che cantare o far suonare l'orchestra secondo criteri stilistici diversi dal passato, che si presume sempre più aggiornati, ma sempre più attinenti e rispettosi del dettato musicale dell'autore.
Non si può paragonare l'evoluzione stilistica del canto e della interpretazione musicale con la regia d'opera contemporanea che oggi tende quasi sempre - le eccezioni sono rarissime - a monopolizzare l'attenzione e le proteste del pubblico dei teatri, ed ancor più quella dei critici dei giornali i quali, se non v'è uno spettacolo spiazzante, reputano quasi inutile andare ad ascoltare l'ennesima Traviata (vedi la delusione della Traviata romana della Coppola, che ha immaginato quasi un 'non regia', che non ha soddisfatto i critici). Non saprebbero cosa scrivere se non hanno da raccontare l'invenzione registica.
Per tornare al mercato discografico, passando a L'Espresso, sottolineiamo appena che i due servizi presenti nell'ultimo numero, il primo dei quali dedicato a Lang Lang ed il secondo ad un violinista 'eccentrico', servivano a segnalare l'uscita di due CD.
E' così. A questa stessa logica, negli ultimi anni di vita, s'era dovuto sottoporre perfino il riottoso Benedetti Michelangeli 'costretto' dalla sua casa discografica a presentarsi in conferenza stampa ad Amburgo per promuovere un suo disco in uscita. Ed era la prima volta che ciò accadeva ad un musicista le cui interviste si contano sulle dita di una mano, comprendendovi anche quelle finte, costruite su ritagli e frattaglie precedenti.
Lontano da una uscita discografica si provi chiunque a domandare una intervista ad una star, riceverà una pernacchia nella peggiore e più incivile delle risposte ( ma capita anche questo!), e, nella migliore, un idiota 'no grazie', 'alla prossima'. Sì 'al prossimo'. Disco.
martedì 23 agosto 2016
Il melodramma, come sta di salute? Non bene. I cinematografi potrebbero dargli una mano per rimettersi?
Dopo che una tv a pagamento ha trasmesso la Tetralogia wagneriana, tutta in una giornata, non pochi commentatori hanno indicato simili esperimenti come fra i pochi che possono far uscire il melodramma dalla stagnazione ( di pubblico). E parere analogo, largamente positivo, s'è letto relativamente alla proiezione delle opere nei cinema di molti paesi, avviata anni fa dal Metropolitan di New York e seguito, più di recente, anche dal Covent Garden londinese.
I dati relativi alle proiezioni nelle sale cinematografiche parlerebbero chiaro: mentre il pubblico del Metropolitan è sceso a livelli ormai tragici, la proiezione del cartellone del Metropolitan ha fruttato, di contro, negli ultimi anni, la bella cifra di 18 milioni di dollari. E allora perchè non proseguire imitando tale esperimento anche in Italia a cominciare dalla Scala?
Giusta riflessione ed altrettanto giusta indicazione, salvo che non si venga a scoprire che buona parte di coloro che vanno al cinema a vedere le opere trasmesse in diretta, talvolta, dai grandi teatri, altri non sarebbero che coloro i quali frequentano abitualmente i nostri teatri d'opera e che trovano, di tanto in tanto, interessante seguire al cinema ciò che si fa nei teatri del mondo.
Ma al di là del giudizio che si può dare sui due esperimenti, con tutte le precauzioni del caso, il problema principe - quello cioè del calo del pubblico dei teatri e dell'innalzamento dell'età del medesimo resta irrisolto, in tutta la sua gravità.
La soluzione, di pura follia, che taluni prospettano, soprattutto a seguito dei dati incoraggianti delle proiezioni delle opere nei cinema, sarebbe quella di chiudere i teatri che evidentemente, secondo questi soloni, spaventerebbero il pubblico giovane e nuovo. Chi tale soluzione prospetta non conosce quale fantastica emozionante esperienza costituisca la visione/ascolto di un'opera nel luogo per il quale è nata, il teatro. E tale nostra convinzione sarebbe confermata dal crescente numero di visitatori che per qualche istante soltanto vuole immergersi nella fascinosa atmosfera di un teatro d'opera, di cui l'Italia è piena.
Il pubblico perciò non è spaventato dal teatro, inteso come sala nella quale l'opera si rappresenta.
E allora da cosa è dissuaso, se diserta, sia quello giovane - il fenomeno è mondiale - sia quello nuovo?
Noi abbiamo due semplici idee, che con noi molti altri condividono. Senza tornare al principio del disastro, soprattutto italiano - e cioè alla mancanza di conoscenza e pratica musicale dalle scuole - sarebbe il caso che si partisse da due regole fondamentali. Se i teatri ( il guaio investe anche le grandi istituzioni musicali sinfoniche) non sono pieni come dovrebbero le cause principali sono due.
Innanzitutto il repertorio - nella programmazione si continua a tener d'occhio la presenza dei critici, con titoli fuori repertorio, piuttosto che il pubblico che , per essere spronato ad andare all'opera, ha bisogno di titoli noti, arcinoti che conosce e vuole riascoltare ( non è certo con la Tetralogia wagneriana, comunque, che si porta gente nuova e giovane all'opera, questo è chiaro a tutti!). Dunque il cartellone dei teatri, per creare nuovamente affezione al melodramma, deve essere costruito in massima parte sul grande repertorio, che è costituito da capolavori, il cui richiamo non scema col tempo.
E poi il costo dei biglietti che in Italia è troppo alto e costituisce il principale motivo della diserzione di un pubblico nuovo e giovane dall'opera. Sbaglia chi dice che i prezzi dei biglietti sono in linea con quelli degli altri paesi. Sì, ma i nostri stipendi, mediamente, non sono affatto in linea con quelli degli altri paesi. I sostenitori ad oltranza della non esosità dei biglietti del teatro d'opera fanno notare che quando i giovani vanno ad ascoltare le star del rock pagano biglietti abbastanza costosi. Vero, ma si tratta di occasioni speciali. Il pubblico dei teatri deve essere fatto di gente che va a teatro regolarmente, non una volta l'anno. E i teatri devono essere aperti tutte le sere, offrendo quindi la possibilità a tutti di andarci, se non una sera, quella appresso o l'altra ancora.
Operazioni come quella della Traviata romana di questa primavera, con la regia della giovane Coppola, ed i costumi di Valentino, fanno arrivare a Roma le dive di Hollywood o le star delle passerelle della moda, per la gioia di Fuortes e Franceschini e dei fotografi, ma non portano un solo spettatore in più al teatro d'opera. Sono occasioni 'mondane' non 'musicali'.
Infine una colpa non piccola l'ha anche la televisione che crede di aver assolto al suo compito di servizio pubblico, relegando la musica come l'opera ed anche il teatro, in quella riserva indiana di Rai 5, senza provare a rendere 'televisivi' quei prodotti di alto conio, come invece meriterebbero per figurare. Non ci stancheremo mai di ricordare che Rai 1 una decina d'anni fa l'aveva fatto con la bella trasmissione 'All'Opera! con Antonio Lubrano, nella quale fummo impegnati con grande soddisfazione anche noi nelle vesti di autore, per ben sei estati, gratificati da indici di ascolto assai incoraggianti anzi lusinghieri. La Rai, anche quella di Campo Dall'Orto, non solo non pone rimedio a tale anomalia, facendo guadagnare alla musica i canali generalisti che soli le possono dare visibilità, ma anche a trasmettere quelle 'televisive' versioni di una sessantina di grandi titoli del melodramma ci pensa affatto. Sono puntate bell'e pronte, ben fatte e curatissime. Cosa costerebbe? Nulla, e d'estate piuttosto che vedere quelle banalisime repliche viste riviste, forse i grandi titoli del melodramma soprattutto italiano, figurerebbero meglio sul piccolo schermo.
I dati relativi alle proiezioni nelle sale cinematografiche parlerebbero chiaro: mentre il pubblico del Metropolitan è sceso a livelli ormai tragici, la proiezione del cartellone del Metropolitan ha fruttato, di contro, negli ultimi anni, la bella cifra di 18 milioni di dollari. E allora perchè non proseguire imitando tale esperimento anche in Italia a cominciare dalla Scala?
Giusta riflessione ed altrettanto giusta indicazione, salvo che non si venga a scoprire che buona parte di coloro che vanno al cinema a vedere le opere trasmesse in diretta, talvolta, dai grandi teatri, altri non sarebbero che coloro i quali frequentano abitualmente i nostri teatri d'opera e che trovano, di tanto in tanto, interessante seguire al cinema ciò che si fa nei teatri del mondo.
Ma al di là del giudizio che si può dare sui due esperimenti, con tutte le precauzioni del caso, il problema principe - quello cioè del calo del pubblico dei teatri e dell'innalzamento dell'età del medesimo resta irrisolto, in tutta la sua gravità.
La soluzione, di pura follia, che taluni prospettano, soprattutto a seguito dei dati incoraggianti delle proiezioni delle opere nei cinema, sarebbe quella di chiudere i teatri che evidentemente, secondo questi soloni, spaventerebbero il pubblico giovane e nuovo. Chi tale soluzione prospetta non conosce quale fantastica emozionante esperienza costituisca la visione/ascolto di un'opera nel luogo per il quale è nata, il teatro. E tale nostra convinzione sarebbe confermata dal crescente numero di visitatori che per qualche istante soltanto vuole immergersi nella fascinosa atmosfera di un teatro d'opera, di cui l'Italia è piena.
Il pubblico perciò non è spaventato dal teatro, inteso come sala nella quale l'opera si rappresenta.
E allora da cosa è dissuaso, se diserta, sia quello giovane - il fenomeno è mondiale - sia quello nuovo?
Noi abbiamo due semplici idee, che con noi molti altri condividono. Senza tornare al principio del disastro, soprattutto italiano - e cioè alla mancanza di conoscenza e pratica musicale dalle scuole - sarebbe il caso che si partisse da due regole fondamentali. Se i teatri ( il guaio investe anche le grandi istituzioni musicali sinfoniche) non sono pieni come dovrebbero le cause principali sono due.
Innanzitutto il repertorio - nella programmazione si continua a tener d'occhio la presenza dei critici, con titoli fuori repertorio, piuttosto che il pubblico che , per essere spronato ad andare all'opera, ha bisogno di titoli noti, arcinoti che conosce e vuole riascoltare ( non è certo con la Tetralogia wagneriana, comunque, che si porta gente nuova e giovane all'opera, questo è chiaro a tutti!). Dunque il cartellone dei teatri, per creare nuovamente affezione al melodramma, deve essere costruito in massima parte sul grande repertorio, che è costituito da capolavori, il cui richiamo non scema col tempo.
E poi il costo dei biglietti che in Italia è troppo alto e costituisce il principale motivo della diserzione di un pubblico nuovo e giovane dall'opera. Sbaglia chi dice che i prezzi dei biglietti sono in linea con quelli degli altri paesi. Sì, ma i nostri stipendi, mediamente, non sono affatto in linea con quelli degli altri paesi. I sostenitori ad oltranza della non esosità dei biglietti del teatro d'opera fanno notare che quando i giovani vanno ad ascoltare le star del rock pagano biglietti abbastanza costosi. Vero, ma si tratta di occasioni speciali. Il pubblico dei teatri deve essere fatto di gente che va a teatro regolarmente, non una volta l'anno. E i teatri devono essere aperti tutte le sere, offrendo quindi la possibilità a tutti di andarci, se non una sera, quella appresso o l'altra ancora.
Operazioni come quella della Traviata romana di questa primavera, con la regia della giovane Coppola, ed i costumi di Valentino, fanno arrivare a Roma le dive di Hollywood o le star delle passerelle della moda, per la gioia di Fuortes e Franceschini e dei fotografi, ma non portano un solo spettatore in più al teatro d'opera. Sono occasioni 'mondane' non 'musicali'.
Infine una colpa non piccola l'ha anche la televisione che crede di aver assolto al suo compito di servizio pubblico, relegando la musica come l'opera ed anche il teatro, in quella riserva indiana di Rai 5, senza provare a rendere 'televisivi' quei prodotti di alto conio, come invece meriterebbero per figurare. Non ci stancheremo mai di ricordare che Rai 1 una decina d'anni fa l'aveva fatto con la bella trasmissione 'All'Opera! con Antonio Lubrano, nella quale fummo impegnati con grande soddisfazione anche noi nelle vesti di autore, per ben sei estati, gratificati da indici di ascolto assai incoraggianti anzi lusinghieri. La Rai, anche quella di Campo Dall'Orto, non solo non pone rimedio a tale anomalia, facendo guadagnare alla musica i canali generalisti che soli le possono dare visibilità, ma anche a trasmettere quelle 'televisive' versioni di una sessantina di grandi titoli del melodramma ci pensa affatto. Sono puntate bell'e pronte, ben fatte e curatissime. Cosa costerebbe? Nulla, e d'estate piuttosto che vedere quelle banalisime repliche viste riviste, forse i grandi titoli del melodramma soprattutto italiano, figurerebbero meglio sul piccolo schermo.
mercoledì 27 aprile 2016
Tronca azzera la cultura a Roma - Netrebko non canta a Londra - British Museum espone la Sicilia
Per il Natale di Roma, neanche una settimana fa, il commissario Tronca aveva dichiarato di voler investire sulla cultura; ne era così convinto da lanciare la parola d'ordine: 'ROMA CULTURA CAPITALE'. Ma si trattava di una BUFALA, della solita tecnica dell'annuncio smentito a ventiquattr'ore di distanza dallo steso interessato.
I soldi per festeggiare il Natale di Roma li aveva trovati ( dove, ci dica Tronca, se poi non ne ha e non riesce a trovarne per nient'altro), sebbene si trattasse di una celebrazione semi improvvisata; quelli per la cosiddetta 'estate romana' trasformatasi ormai nell'inverno romano (del nostro scontento), non ce li ha e non sa neanche dove trovarli. In realtà non gli frega e quindi neppure si da da fare. Raschiando il fondo del barile, già raschiato da Alemanno, Marino, ha racimolato la bellezza di 500.000 Euro, contro i già insufficienti 750.000 dell'edizione 2015.
E non finisce qui. I criteri per accedere al bando per ottenere alla fine della festa non più di 25.000-30.000 Euro a soggetto partecipante, sono la negazione del concetto di cultura - non è necessario che li stiamo ad elencare; basti solo sapere che quei criteri li stabilì quella mente dell'illuminata Giovanna Marinelli, chiamata da Marino a sostituire la Barca, e che già all'era di Veltroni, a fianco del compianto Borgna, governava la cultura a Roma.
Il prossimo 11 maggio scadono i termini per presentare le domande di partecipazione al bando ( perchè non prorogare addirittura i termini alla fine dell'estate?); e molti soggetti stanno addirittura pensando di non parteciparvi.
Guai a mettere la cultura nelle mani di un commissario; perché anche il più illuminato - e Tronca non sta dando prova di esserlo - sempre commissario resta, e cioè un poliziotto al quale non hanno impartito l'ordine di mettersi a guardia della cultura, anche perché non gli hanno indicato dove trovarla, e lui da solo non sa dov'è.
Che farà il Covent Garden senza Anna Netrebko che ha deciso di non cantare nell'opera inaugurale diretta da Pappano, il prossimo settembre, e cioè 'Norma'? La mia voce si è trasformata in questi ultimi anni, e quello di 'Norma' non è un ruolo adatto a me - ha spiegato la cantante. E Pappano, espertissimo di voci non se ne era accorto? O non lo sapeva? Strano, perchè con lui la Netrebko in questi anni ha cantato spesso e fatto anche dischi. No, Pappano non poteva saperlo quando l'ha ( l'avrebbe - è questa la toppa poco convincente per la cancellazione) scritturata, e cioè quattro anni fa.
Ma chi più si risente della defezione della Netrebko, tanto da prenderla come un' offesa personale è il direttore del teatro londinese, al quale sembra non andargliene una giusta con la celebre cantante che già un'altra volta aveva disdetto un suo impegno a Londra.
Vero, non vero, chissà. L'episodio dovrebbe insegnare a tutti che le regole in vigore nel villaggio globale sono speso fasulle; come quella di scritturare, per accaparrarsele e toglierle alla concorrenza, con molto anticipo, le star.
Al British Museum sì è aperta una mostra che ospita oltre duecento reperti archeologici e storici della Sicilia, prevenienti da un museo palermitano che da anni è chiuso. Ma il fatto interessante è che la mostra sta riscuotendo, almeno dai primi segnali, lo stesso grande successo che anni fa riscosse quella che mostrava molti tesori di Pompei, chiusi nei depositi la gran parte. Un ulteriore esempio di come vengono valorizzati i nostri tesori quando sono affidati a mani straniere (ed esperte, ovvio), e di come noi non siamo capaci neanche di mettere a frutto i tesori che, senza nostro merito, abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti.
Franceschini sarà stato sicuramente presente all'inaugurazione, ma senza le vesti stracciate e il capo cosparso di cenere.
I soldi per festeggiare il Natale di Roma li aveva trovati ( dove, ci dica Tronca, se poi non ne ha e non riesce a trovarne per nient'altro), sebbene si trattasse di una celebrazione semi improvvisata; quelli per la cosiddetta 'estate romana' trasformatasi ormai nell'inverno romano (del nostro scontento), non ce li ha e non sa neanche dove trovarli. In realtà non gli frega e quindi neppure si da da fare. Raschiando il fondo del barile, già raschiato da Alemanno, Marino, ha racimolato la bellezza di 500.000 Euro, contro i già insufficienti 750.000 dell'edizione 2015.
E non finisce qui. I criteri per accedere al bando per ottenere alla fine della festa non più di 25.000-30.000 Euro a soggetto partecipante, sono la negazione del concetto di cultura - non è necessario che li stiamo ad elencare; basti solo sapere che quei criteri li stabilì quella mente dell'illuminata Giovanna Marinelli, chiamata da Marino a sostituire la Barca, e che già all'era di Veltroni, a fianco del compianto Borgna, governava la cultura a Roma.
Il prossimo 11 maggio scadono i termini per presentare le domande di partecipazione al bando ( perchè non prorogare addirittura i termini alla fine dell'estate?); e molti soggetti stanno addirittura pensando di non parteciparvi.
Guai a mettere la cultura nelle mani di un commissario; perché anche il più illuminato - e Tronca non sta dando prova di esserlo - sempre commissario resta, e cioè un poliziotto al quale non hanno impartito l'ordine di mettersi a guardia della cultura, anche perché non gli hanno indicato dove trovarla, e lui da solo non sa dov'è.
Che farà il Covent Garden senza Anna Netrebko che ha deciso di non cantare nell'opera inaugurale diretta da Pappano, il prossimo settembre, e cioè 'Norma'? La mia voce si è trasformata in questi ultimi anni, e quello di 'Norma' non è un ruolo adatto a me - ha spiegato la cantante. E Pappano, espertissimo di voci non se ne era accorto? O non lo sapeva? Strano, perchè con lui la Netrebko in questi anni ha cantato spesso e fatto anche dischi. No, Pappano non poteva saperlo quando l'ha ( l'avrebbe - è questa la toppa poco convincente per la cancellazione) scritturata, e cioè quattro anni fa.
Ma chi più si risente della defezione della Netrebko, tanto da prenderla come un' offesa personale è il direttore del teatro londinese, al quale sembra non andargliene una giusta con la celebre cantante che già un'altra volta aveva disdetto un suo impegno a Londra.
Vero, non vero, chissà. L'episodio dovrebbe insegnare a tutti che le regole in vigore nel villaggio globale sono speso fasulle; come quella di scritturare, per accaparrarsele e toglierle alla concorrenza, con molto anticipo, le star.
Al British Museum sì è aperta una mostra che ospita oltre duecento reperti archeologici e storici della Sicilia, prevenienti da un museo palermitano che da anni è chiuso. Ma il fatto interessante è che la mostra sta riscuotendo, almeno dai primi segnali, lo stesso grande successo che anni fa riscosse quella che mostrava molti tesori di Pompei, chiusi nei depositi la gran parte. Un ulteriore esempio di come vengono valorizzati i nostri tesori quando sono affidati a mani straniere (ed esperte, ovvio), e di come noi non siamo capaci neanche di mettere a frutto i tesori che, senza nostro merito, abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti.
Franceschini sarà stato sicuramente presente all'inaugurazione, ma senza le vesti stracciate e il capo cosparso di cenere.
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domenica 27 marzo 2016
E' il giorno di Michele Gamba, direttore, catapultato all'improvviso sul podio della Scala. Che fine ha fatto Piero Gamba, ex bambino prodigio del podio?
Il Corriere di oggi, a firma Giuseppina Manin, riportava la notizia della sostituzione, fatta nel volger di un paio d'ore al massimo, di Michele Mariotti, febbricitante, con Michele Gamba, di cui, nell'estate del 2014, sempre il Corriere aveva parlato la prima volta. Mariotti, arrivato in teatro, si rende subito conto di essere impossibilitato a dirigere- sta troppo male; il tenore Meli telefona a Gamba, che 'I due Foscari' l'aveva studiato a fondo, nella preparazione al Covent Garden , come assistente di Pappano; il 32enne direttore accetta la sfida: si infila in un taxi e via alla Scala. Il tempo di cambiarsi, scambiare qualche parola con la spalla e scende nella buca dell'orchestra. Sembra che tutto sia filato liscio. Accade. E' accaduto tante volte per la musica, a volte la sostituzione segna l'inizio di una grande carriera; altre, invece, il successo - quasi d'obbligo, per il peso dell'impresa - si limita a quella sola serata e poi di nuovo si finisce nel cono d'ombra della routine, che nell'arte non è un buon ripiego. Di Michele Gamba non sappiamo come andrà, per ora lui lavora a Berlino, come assistente di Barenboim. Ma c'è anche un altro Gamba di cui avremmo voluto sapere di più.
Quando venne fuori il nome di Michele Gamba, con la memoria andammo a tutti i Gamba impegnati nella musica che conoscevamo, dal pianista, al giornalista Mario, fino a quel Pierino Gamba che ebbe esordi di direttore in tenera età di cui si erano perse le tracce - quantomeno noi non sapevamo dove si fosse cacciato e che attività svolgesse. Con l'aiuto di internet, lo ripescammo: il m. Piero Gamba era vivo e vegeto, ma certo avanti negli anni, viveva in America, i suoi rapporti con il podio non ci risultavano frequenti o di qualche peso, tanto che non se ne era sentito più parlare. Osammo scrivergli e proporgli una intervista che accettò. Gli inviammo le domande scritte, alle quali ci aspettavamo - come d'accordo - che rispondesse. Non lo ha fatto, benchè lo avessimo sollecitato più d'una volta. colpa delle nostre domande, ritenute forse impertinenti, mentre impertinenti non lo erano davvero, secondo noi? Giudicate voi
Dodici domande al m. Piero Gamba, ex bambino prodigio, senza risposte
- Come iniziò la sua avventura sul podio, cosa ricorda degli esordi? Non poteva a quella tenera età aver già studiato direzione.
- Chissà se ricorda, tralasciando ciò che scrissero i giornali del tempo, come lei bambino visse quell'avventura, resa ancora più nota con il film 'La grande aurora'.
- I quegli stessi anni ci furono altri casi eclatanti, il più noto di tutti quello di
Maazel
che stupì l'America. Lei ne era a conoscenza, c'era chi cercava di
mettervi in concorrenza?
- Ciò che le è rimasto più impresso nella mente di quello strabiliante esordio.
- Ha mai avuto la sensazione che i suoi genitori volessero sfruttare quel tesoro famigliare inatteso e per il quale non avevano merito alcuno? Che vita 'da bambino' le hanno fatto fare?
- Ricorda quando il clamore attorno a Lei finì o si ridusse drasticamente? Ha coinciso con la sua maggiore età, oppure molto più tardi? Ne ha sofferto o ne aveva già avuto abbastanza di una vita sotto i riflettori?
- bis. In seguito, divenne direttore di professione per scelta. Glielo domando perché chissà quante carriere dopo gli esordi promettenti quanto i suoi, si sono,invece, bruscamente concluse.
- I suoi maggiori successi in quegli anni li ha avuti in Italia o anche altrove?
- Quando e perché decise di trasferirsi in America? Ci dice qualcosa anche della fondazione da lei creata' Symphonicum Europeae'. Quali scopi si prefigge e quale è la sua attività corrente
- Come è andata poi la sua carriera? Guardando al lontano passato ha qualche rimpianto; ha nostalgia di quegli anni; è contento del presente - lei ancora dirige - oppure ad esempio, ha nutrito un po' d' invidia nei confronti di altri direttori, come Maazel che agli esordi simili ai suoi, ha fatto seguire una brillante carriera internazionale.
- Sicuramente avrà sentito parlare della schiera abbastanza nutrita di giovani direttori, oggi sulla cresta dell'onda. Molti di loro non sono stati bambini prodigio come lei, però sono saliti sul podio in età precoce. Un consiglio per loro.
- p.s. Lei ha figli, ha famiglia? Nessuno dei suoi figli o della sua famiglia ha avuto una storia simile alla sua?
mercoledì 16 marzo 2016
Al Covent Garden di Londra stanno prendendo una brutta, stupida piega violenta.
Nei mesi scorsi per il Guglielmo Tell di Rossini, con la regia del nostro Damiano Michieletto s'erano introdotti nello spettacolo alcuni stupri. Non ricordiamo perché e in quale punto, ma poco importa, non ce ne frega assolutamente nulla di questi particolari, comunque irrilevanti. Il teatro ottenne per l'intervento miracoloso (diabolico, perverso?) dell'enfant terrible della regia italiana un qualche rilievo sulle pagine dei giornali anche in Italia. Ed anche più spettatori? Non posiamo dirlo, anche perché simili scene da quando c'è il cinema e la televisione, se ne sono viste in tutte le salse e di tutti i colori. Senza dimenticare che anche la cronaca ce ne ha mostrato o raccontato in enorme quantità, forse anche più crudi di quelli in palcoscenico o sugli schermi, dove comunque non badano a spese. Vederli in scena, dal vivo seppure per finzione, è un'altra cosa, ma il capolavoro di Rossini necessitava davvero di quegli stupri?
Ora, ancora dal Covent Garden, giunge una nuova analoga notizia, riguardante una Lucia di Lammermoor in scena nel teatro londinese, per la quale la regista ingaggiata ha previsto di mostrare quando la fanciulla perde la verginità, che non fu in una notte di grande amore - altrimenti che ci sta a fare la regista in una storia troppo naturale? A tal scopo e per l'impressione che tale scena può fare sugli spettatori, il teatro si è premurato di avvertire che ci sono scene un pò forti, che potrebbero non solo offendere gli spettatori ma generare financo disturbi, malori e svenimenti. E se questo avviso, sintomo di grande sensibilità, producesse l'effetto opposto a quello della curiosità, e cioè tenesse lontani spettatori che altrimenti avrebbero volentieri ascoltato e visto la Lucia donizettiana, ma senza quella scena, di cui - sia chiaro - si poteva senz'altro fare a meno?
Ben gli sta al finto trasgressivo teatro d'opera londinese.
Ora, ancora dal Covent Garden, giunge una nuova analoga notizia, riguardante una Lucia di Lammermoor in scena nel teatro londinese, per la quale la regista ingaggiata ha previsto di mostrare quando la fanciulla perde la verginità, che non fu in una notte di grande amore - altrimenti che ci sta a fare la regista in una storia troppo naturale? A tal scopo e per l'impressione che tale scena può fare sugli spettatori, il teatro si è premurato di avvertire che ci sono scene un pò forti, che potrebbero non solo offendere gli spettatori ma generare financo disturbi, malori e svenimenti. E se questo avviso, sintomo di grande sensibilità, producesse l'effetto opposto a quello della curiosità, e cioè tenesse lontani spettatori che altrimenti avrebbero volentieri ascoltato e visto la Lucia donizettiana, ma senza quella scena, di cui - sia chiaro - si poteva senz'altro fare a meno?
Ben gli sta al finto trasgressivo teatro d'opera londinese.
domenica 22 novembre 2015
Pappano 'dieci e lode'. Una mostra ed un libro celebrativi. Dimenticheranno qualcosa gli esperti cronisti?
Sabato l'Accademia di Santa Cecilia ha celebrato, come abbiamo appreso dai giornali, con una mostra ed un libro, dal medesimo titolo 'Pappano 10 e lode', i primi dieci anni di permanenza di Tony Pappano, sul podio della sua Orchestra sinfonica. Nominato direttore musicale nell'aprile del 2003, da Luciano Berio, ancora per poche settimane sovrintendente dell'Accademia, già gravemente malato.
La mostra ed il libro celebrano i fasti di Pappano e, insieme a lui, dell'Orchestra con la quale il direttore, amatissimo dai romani, ha stabilito un rapporto di tale intensità che gli fa considerare l'orchestra romana, più sua di quella del Covent Garden, dove Pappano è approdato un anno prima e dove tuttora resta guida musicale, e principale animatore artistico, parallelamente alla istituzione romana.
Di questi dieci anni vissuti insieme, neppure tanto pericolosamente visti da un osservatore esterno, il libro, più della mostra - che fissa, invece, soltanto alcuni momenti della sua attività, per la gioia soprattutto degli occhi - sicuramente racconterà ogni cosa, perchè ne resti traccia in futuro. Chissà se nulla verrà tralasciato per dovere ed amore di completezza, nel racconto della storia di questa unione che prosegue e che durerà, almeno sulla carta, fino al 2019, avendo superando la fatidica, critica scadenza dei sette anni.
Non dimenticheranno i due fidatissimi cronisti cui l'Accademia ha affidato il compito di raccontare le gesta del direttore e della sua orchestra, ordinatissima nello schieramento sul campo, Annalisa Bini e Umberto Nicoletti Altimari, come iniziò la storia, i primi contatti, le prime interviste, alcune anche clamorose, ed altro ancora.
Ad esempio, non dimenticheranno che una delle primissime interviste, se non addirittura la prima rilasciata ad un giornale italiano, neppure un mese dopo la sua nomina, avvenne a Londra nel suo studio al Covent Garden (uscita poi su 'Il Giornale') con la sua prima dichiarazione d'amore per l'orchestra romana.
Maestro, tanto entusiasmo per la l'incarico romano... sembra esagerato, fuori luogo, perché in fondo "l'orchestra di santa Cecilia non è mica quella dei Wiener Philharmoniker"- gli faceva notare l'intervistatore. Prontissima e spontanea la risposta del direttore incaricato:"Sì, anch' io non sono Karajan".
Nella sua immediatezza fotografava l'entusiasmo con cui Pappano accettava l'incarico romano che, come si è poi visto, gli sta recando onori e fama anche maggiori dell'incarico londinese.
Non dimenticheranno i due fidatissimi cronisti che la sua prima biografia , intitolata semplicemente 'Tony Pappano, direttore d'orchestra', per i tipi della Skira, apparve nel 2007, a meno di due anni dal suo insediamento ufficiale (ottobre 2005) sul podio dell'Orchestra dell'Accademia: fatto abbastanza inusuale per un direttore che all'epoca non aveva neppure cinquant'anni, benché con una storia professionale stabile, guadagnata con sudore e dedizione, già di una quindicina d'anni.
Certamente non dimenticheranno questi particolari e molti altri.
Lo si fa presente perché già altra volta qualche dimenticanza ha colpito soprattutto quella biografia, raccontata con lo stile asciutto del cronista e il linguaggio dei numeri, la cui presentazione ufficiale venne dall'allora sovrintendente ceciliano, Bruno Cagli, procrastinata di mesi, senza spiegazione; ed una volta effettuata, neppure citata nell'annuario dell'Accademia che raccontava giorno dopo giorno le gesta dell'orchestra del suo direttore e di chiunque altro, ed ogni attività, anche semplicemente ospitata, della istituzione. Tutto veniva menzionato su quell'annuario, tranne quella biografia, evidentemente considerata 'dannata' dal sovrintendente.
E l'episodio potrebbe ripetersi anche oggi che alla sovrintendenza siede persona allevata da Cagli e, fatto ancora più rilevante, sconfitto in tribunale dall'autore di quella biografia che l'attuale sovrintendente, allora dirigente RAI, aveva denunciato per diffamazione.
La mostra ed il libro celebrano i fasti di Pappano e, insieme a lui, dell'Orchestra con la quale il direttore, amatissimo dai romani, ha stabilito un rapporto di tale intensità che gli fa considerare l'orchestra romana, più sua di quella del Covent Garden, dove Pappano è approdato un anno prima e dove tuttora resta guida musicale, e principale animatore artistico, parallelamente alla istituzione romana.
Di questi dieci anni vissuti insieme, neppure tanto pericolosamente visti da un osservatore esterno, il libro, più della mostra - che fissa, invece, soltanto alcuni momenti della sua attività, per la gioia soprattutto degli occhi - sicuramente racconterà ogni cosa, perchè ne resti traccia in futuro. Chissà se nulla verrà tralasciato per dovere ed amore di completezza, nel racconto della storia di questa unione che prosegue e che durerà, almeno sulla carta, fino al 2019, avendo superando la fatidica, critica scadenza dei sette anni.
Non dimenticheranno i due fidatissimi cronisti cui l'Accademia ha affidato il compito di raccontare le gesta del direttore e della sua orchestra, ordinatissima nello schieramento sul campo, Annalisa Bini e Umberto Nicoletti Altimari, come iniziò la storia, i primi contatti, le prime interviste, alcune anche clamorose, ed altro ancora.
Ad esempio, non dimenticheranno che una delle primissime interviste, se non addirittura la prima rilasciata ad un giornale italiano, neppure un mese dopo la sua nomina, avvenne a Londra nel suo studio al Covent Garden (uscita poi su 'Il Giornale') con la sua prima dichiarazione d'amore per l'orchestra romana.
Maestro, tanto entusiasmo per la l'incarico romano... sembra esagerato, fuori luogo, perché in fondo "l'orchestra di santa Cecilia non è mica quella dei Wiener Philharmoniker"- gli faceva notare l'intervistatore. Prontissima e spontanea la risposta del direttore incaricato:"Sì, anch' io non sono Karajan".
Nella sua immediatezza fotografava l'entusiasmo con cui Pappano accettava l'incarico romano che, come si è poi visto, gli sta recando onori e fama anche maggiori dell'incarico londinese.
Non dimenticheranno i due fidatissimi cronisti che la sua prima biografia , intitolata semplicemente 'Tony Pappano, direttore d'orchestra', per i tipi della Skira, apparve nel 2007, a meno di due anni dal suo insediamento ufficiale (ottobre 2005) sul podio dell'Orchestra dell'Accademia: fatto abbastanza inusuale per un direttore che all'epoca non aveva neppure cinquant'anni, benché con una storia professionale stabile, guadagnata con sudore e dedizione, già di una quindicina d'anni.
Certamente non dimenticheranno questi particolari e molti altri.
Lo si fa presente perché già altra volta qualche dimenticanza ha colpito soprattutto quella biografia, raccontata con lo stile asciutto del cronista e il linguaggio dei numeri, la cui presentazione ufficiale venne dall'allora sovrintendente ceciliano, Bruno Cagli, procrastinata di mesi, senza spiegazione; ed una volta effettuata, neppure citata nell'annuario dell'Accademia che raccontava giorno dopo giorno le gesta dell'orchestra del suo direttore e di chiunque altro, ed ogni attività, anche semplicemente ospitata, della istituzione. Tutto veniva menzionato su quell'annuario, tranne quella biografia, evidentemente considerata 'dannata' dal sovrintendente.
E l'episodio potrebbe ripetersi anche oggi che alla sovrintendenza siede persona allevata da Cagli e, fatto ancora più rilevante, sconfitto in tribunale dall'autore di quella biografia che l'attuale sovrintendente, allora dirigente RAI, aveva denunciato per diffamazione.
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umberto nicoletti altimari
mercoledì 10 giugno 2015
I nostri sospetti su Pappano divenuto un problema per l'Accademia di Santa Cecilia erano evidentemente fondati.
Pappano per l'Accademia di Santa Cecilia non è più solo una risorsa; è diventato, per un altro verso, secondo il nuovo sovrintendente dall'Ongaro, un problema, a causa del suo concomitante impegno alla guida del Covent Garden di Londra.
Pappano, impegnato anche a Londra, in certo modo ostacola l'espansione dell'attività dell'orchestra dell'Accademia. Che vorrebbe avere - e non ha da molti anni - una attività estiva, e vorrebbe anche poter partecipare, come orchestra residente, a festival e manifestazioni, mentre ora non può. E parliamo naturalmente di un direttore che alla sua orchestra dedica molto tempo ed altrettanta attenzione. La quale, se oggi è richiesta nel mondo lo deve principalmente alla presenza di Pappano. Sia chiaro, è bene tenerlo a mente.
Il nuovo sovrintendente, perciò, starebbe pensando ad un direttore 'ospite principale' che farebbe al caso dell'Accademia, nei periodi in cui Pappano, fino al 2017, è impegnato a Londra.
Ora siccome a pensar male si indovina, nei giorni scorsi abbiamo ventilato l'ipotesi che dall'Ongaro - nei suoi vasti orizzonti internazionali - starebbe pensando per tale ruolo a Valcuha, attuale direttore dell'Orchestra Rai di Torino, della quale fino allo scorso febbraio era sovrintendente.
Oggi leggiamo la notizia che James Conlon, già annunciato come direttore del prossimo Concerto di Capodanno della Fenice, sarà il prossimo direttore stabile dell'Orchestra Rai di Torino, succedendo a Valcuha. Non sarà che avevamo proprio visto giusto?
Noi ci auguriamo di no, e lo auguriamo all'Orchestra di Santa Cecilia. Perchè per il ruolo non tanto impegnativo di direttore ospite principale, in considerazione anche della presenza di Pappano, dall'Ongaro dovrebbe rivolgersi ad un pezzo da novanta, del quale l'orchestra potrebbe aver bisogno, in coppia con Pappano.
Pappano, impegnato anche a Londra, in certo modo ostacola l'espansione dell'attività dell'orchestra dell'Accademia. Che vorrebbe avere - e non ha da molti anni - una attività estiva, e vorrebbe anche poter partecipare, come orchestra residente, a festival e manifestazioni, mentre ora non può. E parliamo naturalmente di un direttore che alla sua orchestra dedica molto tempo ed altrettanta attenzione. La quale, se oggi è richiesta nel mondo lo deve principalmente alla presenza di Pappano. Sia chiaro, è bene tenerlo a mente.
Il nuovo sovrintendente, perciò, starebbe pensando ad un direttore 'ospite principale' che farebbe al caso dell'Accademia, nei periodi in cui Pappano, fino al 2017, è impegnato a Londra.
Ora siccome a pensar male si indovina, nei giorni scorsi abbiamo ventilato l'ipotesi che dall'Ongaro - nei suoi vasti orizzonti internazionali - starebbe pensando per tale ruolo a Valcuha, attuale direttore dell'Orchestra Rai di Torino, della quale fino allo scorso febbraio era sovrintendente.
Oggi leggiamo la notizia che James Conlon, già annunciato come direttore del prossimo Concerto di Capodanno della Fenice, sarà il prossimo direttore stabile dell'Orchestra Rai di Torino, succedendo a Valcuha. Non sarà che avevamo proprio visto giusto?
Noi ci auguriamo di no, e lo auguriamo all'Orchestra di Santa Cecilia. Perchè per il ruolo non tanto impegnativo di direttore ospite principale, in considerazione anche della presenza di Pappano, dall'Ongaro dovrebbe rivolgersi ad un pezzo da novanta, del quale l'orchestra potrebbe aver bisogno, in coppia con Pappano.
mercoledì 15 aprile 2015
Chris Merritt deve tornare a cantare
Dalle
platee più luminose della Scala, del Met, del Covent Garden, del
Rossini Opera Festival di Pesaro, al buio della disperazione e della
miseria. E' la parabola di Chris Merritt, il grande tenore americano,
considerato uno dei massimi interpreti del '900 del Rossini serio e
in genere del belcanto italiano, che lancia un crowdfunding sul sito
'gofundme', al colmo della disperazione. "Non ho un soldo per
pagare le mie necessità primarie, come spostamenti, alloggi o cibo,
né per pagare le bollette del telefono, dell'acqua o
dell'assicurazione sanitaria", spiega il cantante, la cui
carriera ha subito un forte declino alla fine degli anni '90.
"A
causa di una sfortunata gestione manageriale - scrive Merritt - la
mia carriera ha subito una tremenda flessione fino al punto di
sparire dalle scene. Per questa ragione sono stato costretto a dare
fondo a tutti i miei risparmi", prosegue nell'appello il
cantante, che dice di volere ricominciare a calcare i palcoscenici ma
di non avere un management. Per questo ha lanciato il crowdfunding,
con il quale spera di racimolare la somma di 20mila euro, necessaria
per rilanciare la sua carriera. Stando ai dati pubblicati sul sito
'gofundme', il cantante avrebbe raccolto 11.360 euro da 101 donatori
in quattro giorni. Quante sono le probabilità di rivedere il 63enne
tenore sulle scene?
venerdì 10 ottobre 2014
Teatro Regio di Torino. Vergnano, Noseda, Fournier
Vergano e Noseda non possono più convivere, ormai fanno vita da separati in casa, o l'uno o l'altro deve andar via. Non possono più restare ambedue ai vertici del Regio di Torino - è quanto scrivevano a settembre i giornali bene informati , come la Stampa, la quale aggiungeva che l'assessore alla cultura di Torino, Braccialarghe, sparava a zero sia contro l'uno che contro l'altro, avendo per ciascuno pallottole dedicate.
Poi il miracolo: Vergnano vuole che Noseda vada via? E Noseda resta. Noseda , che aveva fatto da testimone di nozze a Vergnano, vuole separarsi definitivamente da lui, e Vergnano resta. Quale salutare balsamo abbia usato Fassino non è dato sapere, nè possiamo pensare che il balsamo usato abbia nome e cognome e cioè: Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico del Teatro alla Scala dal 2007, sotto Lissner, e prima con il medesimo, o quasi, incarico a Santa Cecilia, e prima ancora al Maggio Fiorentino, dopo un passaggio con Henze a Montepulciano e con Bussotti alla Biennale - ma qui parliamo dei tempi della seconda guerra mondiale. Fournier ha sessantasette anni, è sposato a Leonetta Bentivoglio, ed è papa di un giovanissimo compositore, appena diciassettenne che proprio l'altro ieri, in concomitanza con la sua candidatura a Torino, ha debuttato al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con una operina (melologo), nell'ambito del festival gestito da Ada Gentile, 'Nuovi spazi musicali'.
Gaston Fournier ha un curriculum di tutto rispetto, come attendente alla direzione artistica, e in aggiunta 'conosce le lingue', che oggi conta assai - si diceva la stessa cosa di Cesare Mazzonis, tanti anni fa, quando da mancato cantante, alle dipendenze di Francesco Siciliani, giunse alla Scala, dopo l'esperienza alla RAI di Roma, che noi ricordiamo per una sua prova di grande meschinità nei nostri confronti - che un giorno racconteremo.
Però questo non bastava al cursus honorum di Fournier, se hanno ritenuto di dover aggiungere sue esperienze artistiche sia al Covent Garden che al Festival di Salisburgo. Bugie millantate che nel suo curriculum istituzionale nel sito della Scala, ovviamente, non compaiono. Con Londra e Salisburgo, nonostante parli molte lingue, non ha mai avuto rapporti professionali inerenti la direzione artistica, se non forse in occasione di coproduzioni con Santa Cecilia o con la Scala, dove invece, come si sa, ha lavorato. E questo per Torino dovrebbe bastare ed avanzare.
Con Londra, ad essere precisi, forse sì. Quando ci è andato con l'avv. Vittorio Ripa di Meana, sotto la gestione Berio a Santa Cecilia, per fare concretamente al m. Pappano, la proposta di venire a Roma. Pappano lo aveva segnalato lui a Berio, fidandosi innanzitutto delle prime interviste fatte da sua moglie, Leonetta Bentivoglio al direttore, per Repubblica, quando era a Bruxelles e forse ancora non si sapeva della sua andata a Londra. Fatto sta che Pappano viene a Roma, dopo la morte di Berio, quando succede al compositore il poeta musicologo Cagli, alla presidenza di Santa Cecilia. Pappano arriva a Roma, ma la convivenza , nella direzione artistica fra Fournier e Bucarelli - della corte di Cagli - non funziona. Fournier prende la strada di Milano - noi pensammo per 'spianare la via dell'arrivo a Pappano, al termine del suo mandato a Roma e Londra', come poi non è stato. Che la sua partenza da Roma fosse il frutto dell'evidente dissidio con Cagli, fu a tutti esplicitamente noto, quando Cagli alla presentazione della prima stagione senza l'aiuto di Fournier, non lo ringraziò neppure a denti stretti, come si usa fare fra persone civili, e dovette farlo Pappano che a Fournier e sua moglie, Bentivoglio, doveva riconoscere qualche parte nella sua venuta a Roma. Solo noi facemmo notare lo sgarbo.
Ed ancora noi, oggi, facciamo notare che non c'era assolutamente bisogno che facesse scrivere delle sue inesistenti esperienze a Londra e Saliburgo, quasi che Roma, Firenze e Milano non fossero sufficienti ad accreditarlo presso un teatro italiano non di primissima grandezza, e dove certamente non è tornata la pace fra sovrintendente (attaccato alla poltrona da ormai 15 anni) e direttore musicale (con grande voglia di crescere) come forse fra breve riemergerà. In quel caso Fournier, che alle prime armi ebbe esperienza anche diplomatica, dovrà usare anche quella sua arma segreta per non vivere in un inferno a Torino.
Poi il miracolo: Vergnano vuole che Noseda vada via? E Noseda resta. Noseda , che aveva fatto da testimone di nozze a Vergnano, vuole separarsi definitivamente da lui, e Vergnano resta. Quale salutare balsamo abbia usato Fassino non è dato sapere, nè possiamo pensare che il balsamo usato abbia nome e cognome e cioè: Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico del Teatro alla Scala dal 2007, sotto Lissner, e prima con il medesimo, o quasi, incarico a Santa Cecilia, e prima ancora al Maggio Fiorentino, dopo un passaggio con Henze a Montepulciano e con Bussotti alla Biennale - ma qui parliamo dei tempi della seconda guerra mondiale. Fournier ha sessantasette anni, è sposato a Leonetta Bentivoglio, ed è papa di un giovanissimo compositore, appena diciassettenne che proprio l'altro ieri, in concomitanza con la sua candidatura a Torino, ha debuttato al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con una operina (melologo), nell'ambito del festival gestito da Ada Gentile, 'Nuovi spazi musicali'.
Gaston Fournier ha un curriculum di tutto rispetto, come attendente alla direzione artistica, e in aggiunta 'conosce le lingue', che oggi conta assai - si diceva la stessa cosa di Cesare Mazzonis, tanti anni fa, quando da mancato cantante, alle dipendenze di Francesco Siciliani, giunse alla Scala, dopo l'esperienza alla RAI di Roma, che noi ricordiamo per una sua prova di grande meschinità nei nostri confronti - che un giorno racconteremo.
Però questo non bastava al cursus honorum di Fournier, se hanno ritenuto di dover aggiungere sue esperienze artistiche sia al Covent Garden che al Festival di Salisburgo. Bugie millantate che nel suo curriculum istituzionale nel sito della Scala, ovviamente, non compaiono. Con Londra e Salisburgo, nonostante parli molte lingue, non ha mai avuto rapporti professionali inerenti la direzione artistica, se non forse in occasione di coproduzioni con Santa Cecilia o con la Scala, dove invece, come si sa, ha lavorato. E questo per Torino dovrebbe bastare ed avanzare.
Con Londra, ad essere precisi, forse sì. Quando ci è andato con l'avv. Vittorio Ripa di Meana, sotto la gestione Berio a Santa Cecilia, per fare concretamente al m. Pappano, la proposta di venire a Roma. Pappano lo aveva segnalato lui a Berio, fidandosi innanzitutto delle prime interviste fatte da sua moglie, Leonetta Bentivoglio al direttore, per Repubblica, quando era a Bruxelles e forse ancora non si sapeva della sua andata a Londra. Fatto sta che Pappano viene a Roma, dopo la morte di Berio, quando succede al compositore il poeta musicologo Cagli, alla presidenza di Santa Cecilia. Pappano arriva a Roma, ma la convivenza , nella direzione artistica fra Fournier e Bucarelli - della corte di Cagli - non funziona. Fournier prende la strada di Milano - noi pensammo per 'spianare la via dell'arrivo a Pappano, al termine del suo mandato a Roma e Londra', come poi non è stato. Che la sua partenza da Roma fosse il frutto dell'evidente dissidio con Cagli, fu a tutti esplicitamente noto, quando Cagli alla presentazione della prima stagione senza l'aiuto di Fournier, non lo ringraziò neppure a denti stretti, come si usa fare fra persone civili, e dovette farlo Pappano che a Fournier e sua moglie, Bentivoglio, doveva riconoscere qualche parte nella sua venuta a Roma. Solo noi facemmo notare lo sgarbo.
Ed ancora noi, oggi, facciamo notare che non c'era assolutamente bisogno che facesse scrivere delle sue inesistenti esperienze a Londra e Saliburgo, quasi che Roma, Firenze e Milano non fossero sufficienti ad accreditarlo presso un teatro italiano non di primissima grandezza, e dove certamente non è tornata la pace fra sovrintendente (attaccato alla poltrona da ormai 15 anni) e direttore musicale (con grande voglia di crescere) come forse fra breve riemergerà. In quel caso Fournier, che alle prime armi ebbe esperienza anche diplomatica, dovrà usare anche quella sua arma segreta per non vivere in un inferno a Torino.
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lunedì 22 settembre 2014
L'Aida di Verdi diretta da Pappano che avrebbe irritato Muti
Muti lascia Roma anche perchè Pappano, in febbraio, e dunque ad un paio di mesi di distanza dalla 'sua' Aida di novembre all'Opera, ha messo in programma Aida a Santa Cecilia. Anche se non è la ragione principale, potrebbe aver contribuito all'allontanamento traumatico di Muti da Roma?
Chi ha inventato tale idiozia, e a che scopo qualcuno la alimenta? Potrebbe mai Muti, un gigante della direzione, temere l'affronto - se di affronto si può parlare - di una 'pulce' - come senza ragione ed ingiuriosamente qualche esegeta accreditato della 'vulgata' di Muti, ha definito il direttore suo dirimpettaio a Santa Cecilia? E Allora Pappano che avrebbe dovuto fare quando, anni fa, nel mentre suo padre era in fin di vita - se ricordiamo bene - dovette sostituire all'ultimo minuto al Covent Garden, Muti che dichiarò forfait per un' opera del grande repertorio in programma? In questi anni di tormentata coabitazione a Roma di Muti e Pappano, è stato Pappano, giustamente, a causa dell'età, a recarsi all'Opera a salutare Muti, mentre Muti questa cortesia non l'ha mai ricambiata all'altro direttore italiano che oggi è ricercato quasi quanto lui in ogni parte del mondo.
Per noi si tratta di semplice idiozia e basta. Altrimenti dovremmo pure noi ricorrere ad un' altra similitudine; a quella che vorrebbe certi giganti reggersi su piedi di argilla!
Piuttosto la cosa ci impensierisce, semplicemente guardando il 'nuovo' Marino, quello con la barba, tornato di fresco dagli USA, sua patria per anni, oggi matrigna. Il quale da tempo sta lavorando ad un progetto avveniristico: fare di due fondazioni lirico-sinfoniche, una sola, con grande risparmio per la comunità e gravissima offesa alla musica, della quale naturalmente Marino non si dà pena.
Questo è il momento. L'Opera senza Muti è allo sbando, anche se con i conti a posto; Santa Cecilia è attraversata da tempeste interne a causa della gestione Cagli - che minaccia dimissione da tempo e, diversamente da Muti, non si dimette mai - mai momento più propizio per farne di due una.
Naturalmente tutti ci auguriamo che non accada, ma con un sindaco/presidente del teatro, chirurgo esperto di trapianti, un intervento, con circolazione 'extracorporea' - aggiunta alla 'sua' extracorporeità al mondo della musica - di sostituzione e rimpiazzo di organi, è comunque da temere.
Attendiamo le prossime mosse di Marino e Fuortes.
Chi ha inventato tale idiozia, e a che scopo qualcuno la alimenta? Potrebbe mai Muti, un gigante della direzione, temere l'affronto - se di affronto si può parlare - di una 'pulce' - come senza ragione ed ingiuriosamente qualche esegeta accreditato della 'vulgata' di Muti, ha definito il direttore suo dirimpettaio a Santa Cecilia? E Allora Pappano che avrebbe dovuto fare quando, anni fa, nel mentre suo padre era in fin di vita - se ricordiamo bene - dovette sostituire all'ultimo minuto al Covent Garden, Muti che dichiarò forfait per un' opera del grande repertorio in programma? In questi anni di tormentata coabitazione a Roma di Muti e Pappano, è stato Pappano, giustamente, a causa dell'età, a recarsi all'Opera a salutare Muti, mentre Muti questa cortesia non l'ha mai ricambiata all'altro direttore italiano che oggi è ricercato quasi quanto lui in ogni parte del mondo.
Per noi si tratta di semplice idiozia e basta. Altrimenti dovremmo pure noi ricorrere ad un' altra similitudine; a quella che vorrebbe certi giganti reggersi su piedi di argilla!
Piuttosto la cosa ci impensierisce, semplicemente guardando il 'nuovo' Marino, quello con la barba, tornato di fresco dagli USA, sua patria per anni, oggi matrigna. Il quale da tempo sta lavorando ad un progetto avveniristico: fare di due fondazioni lirico-sinfoniche, una sola, con grande risparmio per la comunità e gravissima offesa alla musica, della quale naturalmente Marino non si dà pena.
Questo è il momento. L'Opera senza Muti è allo sbando, anche se con i conti a posto; Santa Cecilia è attraversata da tempeste interne a causa della gestione Cagli - che minaccia dimissione da tempo e, diversamente da Muti, non si dimette mai - mai momento più propizio per farne di due una.
Naturalmente tutti ci auguriamo che non accada, ma con un sindaco/presidente del teatro, chirurgo esperto di trapianti, un intervento, con circolazione 'extracorporea' - aggiunta alla 'sua' extracorporeità al mondo della musica - di sostituzione e rimpiazzo di organi, è comunque da temere.
Attendiamo le prossime mosse di Marino e Fuortes.
lunedì 1 settembre 2014
DALL'ORGANIZZAZIONE MUSICALE DEGLI ALTRI PAESI ABBIAMO QUALCOSA DA IMPARARE
Dal breve profilo di Michele Gamba, il trentunenne direttore d'orchestra e pianista, assistente di Pappano al Covent Garden, apparso domenica 31 agosto su 'La lettura' (alleg. al Corriere della sera), pur non condividendo il titolo ' Sì, la musica migliora la società' che andrebbe volto a semplice auspicio e speranza, nonostante la cruda realtà, veniamo a sapere del 'Jette Parker Young Artists Programme', che ha la sua sede di attività formativa ed impiego presso il Covent Garden.
Di che cosa si tratta? Di un programma di formazione 'sul campo' di giovani artisti, soprattutto cantanti, che in un biennio apprendono anche i segreti e perfino i trucchi del canto - naturalmente sono già tutti diplomati in detta disciplina - e contemporaneamente debuttano prima in ruoli minori e poi, via via in altri più impegnativi. Costituiscono la 'compagnia stabile' e 'giovanile' del teatro, nel quale allevare gli artisti promettenti e farli materialmente debuttare. Non si fa solo al Covent Garden; con diversa articolazione, compagnie assai simili, stabili, ve ne sono da sempre nei grandi teatri europei e mondiali, e da esse sono uscite già tante star.
In molti grandi teatri, a seguito di audizioni severissime, vengono assunti giovani cantanti che
pian piano vengono fatti debuttare in tutti i ruoli, nei quali si rende necessaria la loro presenza per garantire la normale attività di questo o quel teatro 'di repertorio', ove il sipario si alza 365 giorni l'anno. I giovani cantanti, senza attendere, angosciati!, che qualche agente li chiami per la prima scrittura, escono da quel teatro/bottega, che già posseggono tutti i segreti del mestiere. E' un apprendistato importante perché, nonostante i buoni maestri e le buone scuole, nessun diplomato in canto è in grado di debuttare in palcoscenico appena terminati gli studi. E ciò vale in Italia come in molti altri paesi.
Qualcosa di simile si fa anche nel corso del Festival di Salisburgo da parecchi anni, consentendo ai più bravi di debuttare nell'edizione successiva del festival. E si fa, in qualche modo anche in Italia, ad esempio, con la scuola di canto del Festival della valle d'Itria, come si faceva all'Accademia di Osimo collegata al festival pugliese ai tempo della direzione artistica di Sergio Segalini. Adesso a Martina Franca dirige Triola, che era stato già direttore della scuola di canto al Comunale di Bologna, al tempo di Tutino. Si fa già a Milano, alla Scala, con la sua Accademia, dalla quale sono stati pescati alcuni giovani artisti, e a Santa Cecilia con l'OperaStudio affidata a Renata Scotto. Dunque qualcosa c'è già, ma non è ciò che noi intendiamo sul modello di Londra o di Vienna , per quanto ne sappiamo.
Non c'è bisogno che lo facciano tutti i teatri, ma due o tre fra tutti che poi servono anche tutti i teatri.
Audizioni severe, corsi di grande qualità affidati a maestri veri, permanenza fissa di un biennio nel teatro che scrittura e forma allo stesso tempo, con retribuzione. Ciò consente di avere artisti giovani ma bravi, inizialmente per tanti ruoli minori previsti dal repertorio, per i quali, ad esempio, si chiamano artisti in carriera; si abbatterebbero di molto i costi (perché il teatro otterrebbe la disponibilità, di lunga durata, di cantanti, con una spesa ragionevole) e permetterebbe nel giro di qualche anno, quando tale sistema è a regime, di aumentare anche la produzione che è uno dei problemi maggiori di tutti i teatri italiani, compresi quelli più virtuosi.
La Fenice fa già qualcosa di simile, con una programmazione articolata su diversi cicli, e con titoli ripresi nel corso di due o tre stagioni per i quali fa contratti ad artisti che, per tale impiego pluriennale, sono pronti ad abbassare le loro pretese in fatto di compensi.
Perché tale meccanismo, tanto ragionevole e redditizio, non si mette in pratica anche in Italia? Perché i direttori artistici sono legati a triplo filo agli agenti, dai quali - perché non denunciarlo? - forse prendono mazzette? perché non si vuole 'perdere tempo' nella formazione di giovani musicisti, giacché è molto più facile farseli indicare dagli agenti, benemeriti? perché non si pensa che come è fondamentale creare nuovo pubblico, altrettanto fondamentale è allevare nuovi musicisti? perché fa comodo produrre poco: si lavora meno? perché una volta insediati su alcune poltrone, proprio mantenendo l'immobilità del sistema, vi si rimane attaccati per molti anni?
Se non tutte, qualcuna di queste ragioni è alla base del fatto che in Italia tutti si lamentano ma poi nessuno si muove e quelli che, rarissimamente, lo fanno, se la prendono comodamente. Cominciamo con lo stabilire che per oltre due mandati consecutivi nessun sovrintendente può restare nel suo incarico, al contrario di ciò che accade oggi, quando alcuni restano a capo di istituzioni importanti per decenni. Che interesse possono avere questi matusalemme, non solo di età, a cambiare le cose, come, invece, fa - o dice di voler fare - il nostro Renzi?
Ecco una bella materia di riflessione per Franceschini e Nastasi, ed anche per Pappano al quale apertamente diciamo; perché non fa a Santa Cecilia, magari nel settore degli strumenti, ciò che sta facendo, con buoni risultati nel campo del canto, a Londra?
Forse che è impossibile trovare a Roma, come ha trovato a Londra, un qualche sponsor, che desideri veramente spendere bene i suoi soldi? Teme che non se ne troverebbero fra quanti, ogni giorno, si riempiono la bocca con l'interesse per la causa del 'futuro ai giovani'?
Infine, non si pensa che, mettendo su quelle compagnie stabili, si eviterebbe di far passare la vita ai soliti noti negli aeroporti e sugli aerei?
Di che cosa si tratta? Di un programma di formazione 'sul campo' di giovani artisti, soprattutto cantanti, che in un biennio apprendono anche i segreti e perfino i trucchi del canto - naturalmente sono già tutti diplomati in detta disciplina - e contemporaneamente debuttano prima in ruoli minori e poi, via via in altri più impegnativi. Costituiscono la 'compagnia stabile' e 'giovanile' del teatro, nel quale allevare gli artisti promettenti e farli materialmente debuttare. Non si fa solo al Covent Garden; con diversa articolazione, compagnie assai simili, stabili, ve ne sono da sempre nei grandi teatri europei e mondiali, e da esse sono uscite già tante star.
In molti grandi teatri, a seguito di audizioni severissime, vengono assunti giovani cantanti che
pian piano vengono fatti debuttare in tutti i ruoli, nei quali si rende necessaria la loro presenza per garantire la normale attività di questo o quel teatro 'di repertorio', ove il sipario si alza 365 giorni l'anno. I giovani cantanti, senza attendere, angosciati!, che qualche agente li chiami per la prima scrittura, escono da quel teatro/bottega, che già posseggono tutti i segreti del mestiere. E' un apprendistato importante perché, nonostante i buoni maestri e le buone scuole, nessun diplomato in canto è in grado di debuttare in palcoscenico appena terminati gli studi. E ciò vale in Italia come in molti altri paesi.
Qualcosa di simile si fa anche nel corso del Festival di Salisburgo da parecchi anni, consentendo ai più bravi di debuttare nell'edizione successiva del festival. E si fa, in qualche modo anche in Italia, ad esempio, con la scuola di canto del Festival della valle d'Itria, come si faceva all'Accademia di Osimo collegata al festival pugliese ai tempo della direzione artistica di Sergio Segalini. Adesso a Martina Franca dirige Triola, che era stato già direttore della scuola di canto al Comunale di Bologna, al tempo di Tutino. Si fa già a Milano, alla Scala, con la sua Accademia, dalla quale sono stati pescati alcuni giovani artisti, e a Santa Cecilia con l'OperaStudio affidata a Renata Scotto. Dunque qualcosa c'è già, ma non è ciò che noi intendiamo sul modello di Londra o di Vienna , per quanto ne sappiamo.
Non c'è bisogno che lo facciano tutti i teatri, ma due o tre fra tutti che poi servono anche tutti i teatri.
Audizioni severe, corsi di grande qualità affidati a maestri veri, permanenza fissa di un biennio nel teatro che scrittura e forma allo stesso tempo, con retribuzione. Ciò consente di avere artisti giovani ma bravi, inizialmente per tanti ruoli minori previsti dal repertorio, per i quali, ad esempio, si chiamano artisti in carriera; si abbatterebbero di molto i costi (perché il teatro otterrebbe la disponibilità, di lunga durata, di cantanti, con una spesa ragionevole) e permetterebbe nel giro di qualche anno, quando tale sistema è a regime, di aumentare anche la produzione che è uno dei problemi maggiori di tutti i teatri italiani, compresi quelli più virtuosi.
La Fenice fa già qualcosa di simile, con una programmazione articolata su diversi cicli, e con titoli ripresi nel corso di due o tre stagioni per i quali fa contratti ad artisti che, per tale impiego pluriennale, sono pronti ad abbassare le loro pretese in fatto di compensi.
Perché tale meccanismo, tanto ragionevole e redditizio, non si mette in pratica anche in Italia? Perché i direttori artistici sono legati a triplo filo agli agenti, dai quali - perché non denunciarlo? - forse prendono mazzette? perché non si vuole 'perdere tempo' nella formazione di giovani musicisti, giacché è molto più facile farseli indicare dagli agenti, benemeriti? perché non si pensa che come è fondamentale creare nuovo pubblico, altrettanto fondamentale è allevare nuovi musicisti? perché fa comodo produrre poco: si lavora meno? perché una volta insediati su alcune poltrone, proprio mantenendo l'immobilità del sistema, vi si rimane attaccati per molti anni?
Se non tutte, qualcuna di queste ragioni è alla base del fatto che in Italia tutti si lamentano ma poi nessuno si muove e quelli che, rarissimamente, lo fanno, se la prendono comodamente. Cominciamo con lo stabilire che per oltre due mandati consecutivi nessun sovrintendente può restare nel suo incarico, al contrario di ciò che accade oggi, quando alcuni restano a capo di istituzioni importanti per decenni. Che interesse possono avere questi matusalemme, non solo di età, a cambiare le cose, come, invece, fa - o dice di voler fare - il nostro Renzi?
Ecco una bella materia di riflessione per Franceschini e Nastasi, ed anche per Pappano al quale apertamente diciamo; perché non fa a Santa Cecilia, magari nel settore degli strumenti, ciò che sta facendo, con buoni risultati nel campo del canto, a Londra?
Forse che è impossibile trovare a Roma, come ha trovato a Londra, un qualche sponsor, che desideri veramente spendere bene i suoi soldi? Teme che non se ne troverebbero fra quanti, ogni giorno, si riempiono la bocca con l'interesse per la causa del 'futuro ai giovani'?
Infine, non si pensa che, mettendo su quelle compagnie stabili, si eviterebbe di far passare la vita ai soliti noti negli aeroporti e sugli aerei?
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martedì 29 aprile 2014
Pereira in croce
Nell'articolo intervista di qualche tempo fa della Aspesi - da sempre sfacciata fiancheggiatrice di Lissner - si coglieva, se ricordiamo bene, l'interesse della giornalista a capire le ragioni del prossimo sovrintendente della Scala (lei che ha sempre sostenuto candidature straniere per non far cadere, suo dire, il nostro maggior teatro nel 'provincialismo' : dei salotti milanesi, diciamo noi) ed a far trapelare che dietro la montatura italiana di questo caso potevano esserci le aspirazioni dei perenni candidati in pectore alla poltrona della alla Scala. In verità, ora che ci pensiamo, crediamo di non aver letto mai un suo articolo sull'altra eccellenza milanese che è il Piccolo... chi ha orecchie da intendere intenda. Ma potremmo sbagliarci, sebbene ricordiamo perfettamente di aver letto regolarmente suoi scritti su Milano -Scala, Pesaro-Mariotti ed anche su altre situazioni e personaggi, questi ultimi vergognosi artisticamente, che ci hanno fatto indignare, ma mai uno sul Piccolo e sul suo reggitore, da tempo.
Il caso Pereira ha anche punti non chiari, mentre chiaro è il fatto che assai inopportunamente Pereira s'è mosso con Salsibrugo dove egli è tuttora in carica. Diciamo che è stata più che inopportuna questa sua mossa e finiamola qui.
Però Pererira, è stato nominato (ora ci viene il dubbio che non sia stato ancora nominato ufficialmente: i soliti casini italiani) da tempo per provvedere alle prossisme stagioni di Milan, con l'EXPO alle porte, visto che Lissner continua a lavorarvi ma a mezzo servizio con Parigi, dove sta organizzando anzitempo le prossime stagioni, come è giusto fare. Dunque si riteneva importante che Pereira ben prima di prendere ufficialmente il posto di Lissner lavorasse, pare a costo zero, a programmare il futuro della Scala. Se questa, dunque , è stata l'intenzione di chi gli ha chiesto da gennaio di darsi da fare a Milano, perchè ora lo si rimprovera per l'accordo con Salisburgo? Sarebbe stata la stessa cosa se l'accordo l'avesse fatto con il Covent Garden? E Lissner, l'unico autorizzato fino ad ottobre a firmare contratti per le prossime stagioni - perchè non si può attendere fino ad ottobre- è mai possibile che lui si chiami fuori dal caso? Perchè sicuramente avrà firmato e continuerà a firmare i contratti per le opere che necessariamente Pereira deve programmare per le prossime stagioni. Allora? Ecco dove le cose non sono chiare. Pereira s'è difeso, Pisapia non gli crede fino in fondo e vuole consultare Salisburgo, per capire con esattezza quale tipo di accordo sia stato preso.
A questo punto della storia ci viene il sospetto che il caso sia stato suscitato ad arte - premesso che Pereira ha agito con leggerezza ed anche eccessiva spregiudicatezza formale - perchè si vuole rimettere in discussione la sua sovrintendenza da parte di chi, alla fine dello scorso anno, non era d'accordo con la sua venuta a Milano. Dunque punto e da capo, come nei peggiori esempi delle faccende italiche. E la Scala potrebbe pagare il prezzo più alto, ma non in termini economici.
Il caso Pereira ha anche punti non chiari, mentre chiaro è il fatto che assai inopportunamente Pereira s'è mosso con Salsibrugo dove egli è tuttora in carica. Diciamo che è stata più che inopportuna questa sua mossa e finiamola qui.
Però Pererira, è stato nominato (ora ci viene il dubbio che non sia stato ancora nominato ufficialmente: i soliti casini italiani) da tempo per provvedere alle prossisme stagioni di Milan, con l'EXPO alle porte, visto che Lissner continua a lavorarvi ma a mezzo servizio con Parigi, dove sta organizzando anzitempo le prossime stagioni, come è giusto fare. Dunque si riteneva importante che Pereira ben prima di prendere ufficialmente il posto di Lissner lavorasse, pare a costo zero, a programmare il futuro della Scala. Se questa, dunque , è stata l'intenzione di chi gli ha chiesto da gennaio di darsi da fare a Milano, perchè ora lo si rimprovera per l'accordo con Salisburgo? Sarebbe stata la stessa cosa se l'accordo l'avesse fatto con il Covent Garden? E Lissner, l'unico autorizzato fino ad ottobre a firmare contratti per le prossime stagioni - perchè non si può attendere fino ad ottobre- è mai possibile che lui si chiami fuori dal caso? Perchè sicuramente avrà firmato e continuerà a firmare i contratti per le opere che necessariamente Pereira deve programmare per le prossime stagioni. Allora? Ecco dove le cose non sono chiare. Pereira s'è difeso, Pisapia non gli crede fino in fondo e vuole consultare Salisburgo, per capire con esattezza quale tipo di accordo sia stato preso.
A questo punto della storia ci viene il sospetto che il caso sia stato suscitato ad arte - premesso che Pereira ha agito con leggerezza ed anche eccessiva spregiudicatezza formale - perchè si vuole rimettere in discussione la sua sovrintendenza da parte di chi, alla fine dello scorso anno, non era d'accordo con la sua venuta a Milano. Dunque punto e da capo, come nei peggiori esempi delle faccende italiche. E la Scala potrebbe pagare il prezzo più alto, ma non in termini economici.
sabato 19 aprile 2014
Peccati di giovinezza di Pappano e signora
L'altra sera abbiamo assistito, nella Sala Petrassi dell'Auditorium di Roma, piena di pubblico, ad un concreto indimenticabile per molti versi. Innanzitutto perchè si eseguiva la 'Petite Messe Solennelle' di Rossini, un'opera che in questi ultimi anni ci affascina ogni volta di più, superando qualsiasi altra musica. L'inizio della Messa non riesce mai a trovarci nell'indifferenza; e l'Agnus Dei non finisce di commuoverci, immancabilmente. L'occasione della esecuzione, un concerto 'straordinario' non previsto in stagione, era dato da un anniversario che non poteva passare inosservato: centocinquanta anni fa, la Messa veniva eseguita per la prima volta a Parigi, in casa del Conte Pillet-Will, alla cui consorte la messa era dedicata. Era il 14 marzo 1864, ed era di lunedì. La seconda ragione che rendeva il concerto tanto più prezioso era la presenza ai due pianoforti dei coniugi Pappano - e non si tratta di 'promozione' per ragioni di cuore, per la signora Pappano, Pamela, che è una pianista di classe e che ha conosciuto suo marito a Bruxelles, perchè sia Lui che Lei facevano lo stesso mestiere prima che Tony diventasse direttore, e cioè accompagnavano cantanti, erano il loro istruttore, il ripetitore, colei o colui che segue i cantanti, anche molto celebri, nello studio di una nuova parte o lavorano in teatri che hanno sempre bisogno di tale figura professionale Quando Pappano riviene in Europa dall'America, dove si era trasferito da Londra, alla morte della sua sorellina, ancora molto giovane, a Barcellona, è perchè lo chiamò Romano Gandolfi, che lo aveva conosciuto in una trasferta americana ne aveva apprezzato le qualità musicali e la sua conoscenza del repertorio vocale. Bene, Pamela Pappano questo mestiere lo conosce benissimo e dunque era ora che si presentasse nelle vesti professionali sue proprie e non solo come moglie di Pappano, anche dove suo marito comanda, come accade già a Londra, dove lei lavora al Covent Garden. La passione, l'amore che ambedue mettono nel lavoro al servizio della musica è , potremmo dire, totale, eroica, ed i risultati lo dimostrano.
E poi c'è un'altra ragione che ha reso quella serata unica e che fa onore agli interpreti. Pappano, in queste settimane, è alla Scala per la sua prima direzione operistica ( Les Troyens di Berlioz) e nei due unici giorni di pausa, fra le recite, è corso a Roma per questo concerto. Sono dei purissimi vizi che solo in gioventù si possono coltivare, quando si può ogni tanto anche trascurare il riposo.
A proposito di Berlioz alla Scala, abbiamo letto recensioni sulle quali forse sarebbe opportuno fare qualche riflessione, sia sugli autori che su quello che hanno scritto. Per ora ci fermiamo agli autori: singolare la firma sul Corriere,Torno, che non era quella dei critici canonici, chissà perchè; mentre La Repubblcia che altre volte , raramente in verità, s'era precipitata a scrivere recensioni che forse neppure meritavano di essere scritte, invece, per l'opera di Berlioz ha atteso, come una recita qualunque, la domenica successiva; nessuna recensione invece sul Messaggero; e su La Stampa, ne ha scritto il corrispondente da Parigi, melomane da una vita, ma non un critico del giornale
Dopo Pasqua, Pappano sarà a Roma, per un concerto davvero singolare per il programma che è un programma di quelli che erano assai frequenti nei concerti di moltissimi anni fa, con brani tratti da opere molto complesse ed arcinote. Oggi, se non fosse Pappano a farlo, qualcuno oserebbe gridare allo scandalo. Noi no. E andremo ad ascoltarlo.
E poi c'è un'altra ragione che ha reso quella serata unica e che fa onore agli interpreti. Pappano, in queste settimane, è alla Scala per la sua prima direzione operistica ( Les Troyens di Berlioz) e nei due unici giorni di pausa, fra le recite, è corso a Roma per questo concerto. Sono dei purissimi vizi che solo in gioventù si possono coltivare, quando si può ogni tanto anche trascurare il riposo.
A proposito di Berlioz alla Scala, abbiamo letto recensioni sulle quali forse sarebbe opportuno fare qualche riflessione, sia sugli autori che su quello che hanno scritto. Per ora ci fermiamo agli autori: singolare la firma sul Corriere,Torno, che non era quella dei critici canonici, chissà perchè; mentre La Repubblcia che altre volte , raramente in verità, s'era precipitata a scrivere recensioni che forse neppure meritavano di essere scritte, invece, per l'opera di Berlioz ha atteso, come una recita qualunque, la domenica successiva; nessuna recensione invece sul Messaggero; e su La Stampa, ne ha scritto il corrispondente da Parigi, melomane da una vita, ma non un critico del giornale
Dopo Pasqua, Pappano sarà a Roma, per un concerto davvero singolare per il programma che è un programma di quelli che erano assai frequenti nei concerti di moltissimi anni fa, con brani tratti da opere molto complesse ed arcinote. Oggi, se non fosse Pappano a farlo, qualcuno oserebbe gridare allo scandalo. Noi no. E andremo ad ascoltarlo.
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martedì 15 ottobre 2013
La stampa, e quella di settore in special modo, si trastullano
Accade di leggere in queste ultime settimane, di cui la memoria ancora è viva, di donne che inonderanno il palcoscenico all'aperto dello Sferisterio di Macerata, la prossima estate, come annunciato da tempo dal suo direttore artistico, il regista Francesco Micheli. Il quale ha così profondamente ragionato: se il palcoscenico è pieno di donne, di ogni genere dalle sante alle puttane, perchè non lo può essere anche il podio? e perciò ha chiamato tre direttrici che avranno la responsabilità delle tre opere in cartellone. La profondità di pensiero ci sconvolge, letteralmente. E allora i giornali, anzi un giornale ne parla, sebbene con quattro mesi di ritardo. E passi.
Ma lo stesso giorno, altra rivelazione - i grandi quotidiani si telefonano alla viglia di scoop mondiali - da un altro grande giornale del quale, pure, non diciamo il nome. In Siberia si è isolato un direttore greco, quarantenne, che predica la rivoluzione nel campo della musica: chiudere l'Opéra, il Metropolitan, il Covent Garden ( non ricordiamo se ci ha messo la Scala) perchè sono il regno di Satanasso, dove regna il marketing, gli affari, gli alti cachets, come in molti altri settori musicali, a scapito della musica. E che nel mondo si voglia di cambiare musica - prosegue l'acuto giornale- lo attestano numerose iniziativ; dunque il lupo siberiano non è poi così solitario. E si citano, esemplarmente, i casi di Dudamel, di Lang, due campioni, sul secondo dei quali, in specie, l'ombra del marketing è visibile a mille chilometri dei distanza.
Dunque se nel mondo della musica, quello istituzionale, regna l'affare o il malaffare, perchè nessuno ne parla, per una vera pulizia, nella prospettiva della stesura di una nuova partitura musicale emendata di tutti gli errori e le illegalità, ma anche di semplici, e pur dannosi, travisamenti?
Se se ne parla, lo fa 'Il fatto quotidiano' che solitamente a simili argomenti non dà spazio, come ha fatto agli inizi di ottobre quando ha segnalato il grande giustificato scontento che regna all'Accademia di Santa Cecilia, in relazione soprattutto alla gestione Cagli che dura da una eternità. Il quale Cagli, di recente, si è fatto sentire per protestare contro il decreto 'Valore Cultura' che toglierebbe posti, nel consiglio di amministrazione ( di indirizzo?) agli accademici (ma come fa Cagli a lamentarsi se proprio lui ha riempito il consiglio di membri 'laici', cioè non accademici ceciliani? Vuole,anzi vorrebbe gli uni e gli altri, per la semplice ragione che quelli esterni li ha dalla sua parte; ed anche quelli interni, sono lì, perchè appartengono al suo giro - come ha evidenziato ' Il fatto quotidiano', accennando alle dure lettere che il Cardinale Bartolucci ha inviato in Accademia per lamentare una situazione nella quale si ravviserebbe perfino il 'voto di scambio'.
Perchè di questo i giornali, anche quelli di settore non parlano, ed invece propongono agli ignari lettori, ad ogni uscita, un sondaggio rilevatore di chissà quali segreti, come quello recentissimo dedicato alle voci 'verdiane' dal quale è emerso - udite udite- che oggi i cantanti cosiddetti verdiani sono merce rara e che la più grande cantante è stata - lo sapevate? - maria callas.
Ma perchè non parlano mai anche delle gambe storte delle istituzioni da raddrizzare? un esempio? quella gamba storta dell'invasione degli artisti stranieri in Italia. Un argomento che ci sta particolarmente a cuore.
La risposta è una sola: le istituzioni, anche per apparire in detti sondaggi ai primi posti delle classifiche (per noi tali sondaggi sono farlocchi e comunque inutili ed inattendibili; in essi i Berliner sono scesi di molti gradini) si sdebitano attraverso l'acquisto di pagine pubblicitarie ) e sono le uniche che ancora la danno - la pubblicità- alle riviste di settore. Lunga vita alla buona stampa!
Ma lo stesso giorno, altra rivelazione - i grandi quotidiani si telefonano alla viglia di scoop mondiali - da un altro grande giornale del quale, pure, non diciamo il nome. In Siberia si è isolato un direttore greco, quarantenne, che predica la rivoluzione nel campo della musica: chiudere l'Opéra, il Metropolitan, il Covent Garden ( non ricordiamo se ci ha messo la Scala) perchè sono il regno di Satanasso, dove regna il marketing, gli affari, gli alti cachets, come in molti altri settori musicali, a scapito della musica. E che nel mondo si voglia di cambiare musica - prosegue l'acuto giornale- lo attestano numerose iniziativ; dunque il lupo siberiano non è poi così solitario. E si citano, esemplarmente, i casi di Dudamel, di Lang, due campioni, sul secondo dei quali, in specie, l'ombra del marketing è visibile a mille chilometri dei distanza.
Dunque se nel mondo della musica, quello istituzionale, regna l'affare o il malaffare, perchè nessuno ne parla, per una vera pulizia, nella prospettiva della stesura di una nuova partitura musicale emendata di tutti gli errori e le illegalità, ma anche di semplici, e pur dannosi, travisamenti?
Se se ne parla, lo fa 'Il fatto quotidiano' che solitamente a simili argomenti non dà spazio, come ha fatto agli inizi di ottobre quando ha segnalato il grande giustificato scontento che regna all'Accademia di Santa Cecilia, in relazione soprattutto alla gestione Cagli che dura da una eternità. Il quale Cagli, di recente, si è fatto sentire per protestare contro il decreto 'Valore Cultura' che toglierebbe posti, nel consiglio di amministrazione ( di indirizzo?) agli accademici (ma come fa Cagli a lamentarsi se proprio lui ha riempito il consiglio di membri 'laici', cioè non accademici ceciliani? Vuole,anzi vorrebbe gli uni e gli altri, per la semplice ragione che quelli esterni li ha dalla sua parte; ed anche quelli interni, sono lì, perchè appartengono al suo giro - come ha evidenziato ' Il fatto quotidiano', accennando alle dure lettere che il Cardinale Bartolucci ha inviato in Accademia per lamentare una situazione nella quale si ravviserebbe perfino il 'voto di scambio'.
Perchè di questo i giornali, anche quelli di settore non parlano, ed invece propongono agli ignari lettori, ad ogni uscita, un sondaggio rilevatore di chissà quali segreti, come quello recentissimo dedicato alle voci 'verdiane' dal quale è emerso - udite udite- che oggi i cantanti cosiddetti verdiani sono merce rara e che la più grande cantante è stata - lo sapevate? - maria callas.
Ma perchè non parlano mai anche delle gambe storte delle istituzioni da raddrizzare? un esempio? quella gamba storta dell'invasione degli artisti stranieri in Italia. Un argomento che ci sta particolarmente a cuore.
La risposta è una sola: le istituzioni, anche per apparire in detti sondaggi ai primi posti delle classifiche (per noi tali sondaggi sono farlocchi e comunque inutili ed inattendibili; in essi i Berliner sono scesi di molti gradini) si sdebitano attraverso l'acquisto di pagine pubblicitarie ) e sono le uniche che ancora la danno - la pubblicità- alle riviste di settore. Lunga vita alla buona stampa!
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