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lunedì 25 giugno 2018

Le interviste inutili: Beatrice Venezi

Non è la prima volta che qualche giornale - ma si è intromessa nella faccenda anche la tv - intervista la direttrice d'orchestra Beatrice Venezi.

Le ragioni di tanto clamore ed interesse  sono tutte facili da individuare, anche perchè comuni a tutte le interviste, ma difficili da condividere, perchè tutte basate su presupposti inutili che non vanno alla sostanza delle cose  per la giovane direttrice.

L'hanno intervistata -  e l'altro ieri l'ha fatto anche Valerio Cappelli sul 'Corriere' - perchè Lei è donna, e le donne direttrici, si rammenta nell'intervista, non sono tante ( come, ad esempio, non lo sono neanche le donne compositrici  -  anche questa  sconvolgente rivelazione faceva qualche giorno fa sempre Cappelli, intervistando Silvia Colasanti, di casa al Festival di Giorgio Ferrara, ex Due Mondi, lasciandosi sfuggire che da sempre le donne, specie le mogli, si sono sacrificate per i loro mariti, come ad esempio, scrive Cappelli, la moglie di.... Mendelssohn,  mentre voleva riferirsi non alla moglie del musicista ma alla sorella, e cioè  a Fanny).

L'hanno intervistata perchè Lei è giovane, anzi la più giovane su piazza, avendo solo 28 anni; perchè è bella (ed oggi la bellezza nelle arti dello spettacolo dal vivo conta così tanto che ad una brava cantante è stata imposta una dura cura dimagrante, altrimenti pur con la sua bella voce, non avrebbe fatto carriera - ed anche questo lo hanno rivelato giorni fa alcuni giornali che hanno  intervistato una ormai nota, anche per questo, cantante americana); e perchè ha ormai diretto importanti orchestre: dalla 'Nuova Scarlatti' all'Orchestra di Lucca o a quella del Festival Puccini di Torre del Lago, a quella della Suntory Hall di Tokio che dirigerà fra un paio di mesi. Roba da far  sbiadire  i Wiener Philharmorniker ( 'di Vienna' ha specificato un giornalone, che novità!) o i Berliner.

 E poi  Cappelli, in special modo, l'ha forse intervistata, perché Lei è impegnata nel sociale,  e  perché Forbes 'delle inutilità', l'ha inserita fra le 30 persone italiane più influenti (dove?);  ed anche perché fa la pubblicità ad una nota casa automobilistica?

Le rivelazioni non finiscono qui. Cappelli, bisogna riconoscerlo,  è capace di tirarle fuori  anche ai più recalcitranti. Beatrice, giovane e bella, dirige da 'donna' cioè con abiti lunghi e tacco 8. Lei non vuole rinunciare alla sua femminilità solo perché sale sul podio. Le donne devono restare tali anche sul podio - afferma sicura. E la pianista cinese che veste minigonne  inguinali o abiti lunghi con spacchi chilometrici? Non mi piace, controbatte la Venezi a Cappelli, lei così facendo soddisfa solo la curiosità maschilista ma perde in femminilità.

  Ma il suo essere donna - incalza severo Cappelli - l'ha aiutata o penalizzata? All'inizio mi dicevano: "siccome sei bella, pretendi di essere anche brava"?  Non si è capito se la riflessione degli acuti severi orchestrali  era la constatazione che Lei era sì bella ma brava davvero no.  Servirebbe chiarimento.

 Cappelli si spinge oltre: è stata mai importunata per il suo essere giovane e bella?  Come no? - risponde la direttrice. Ci ha provato anche un  noto corpulento direttore, di cui ero assistente, che una sera mi ha invitato a cena dopo le prove in teatro. Io gli ho detto sì, ma invitiamo tutta la compagnia; e lui ci ha ripensato, perché non era sicuro di avere soldi sufficienti  nella sua carta di credito.

 Alla fine dell'intervista abbiamo saputo molte cose della direttrice italiana giovane e bella. Ma nulla di come dirige. A noi, che abbiamo visto in rete qualche video che la riguarda,  è parso - per quanto possa contare il nostro parere -  che nella direzione,  e nella musica in generale, Lei debba ancora imparare molto, e correggere molto altro.

sabato 21 gennaio 2017

Riccardo Muti annuncia (o minaccia) rivelazioni (postume) sulla sua uscita traumatica dalla Scala e dall'Opera di Roma

Muti è tornato alla Scala con l'attuale sua orchestra , la Chicago Symphony, per due concerti. E tantooè bastato per far pensare a tutti e titolare ai giornali: Muti torna alla Scala. In realtà Muti alla Scala era tornato poco dopo la sua traumatica uscita nel 2005, in tournée con i Wiener - come ora con l'Orchestra americana. Ed era già tornato in giugno, quando il teatro glia aveva dedicato una mostra, curata dal suo amico-biografo Lorenzo Arruga.
 Dunque alla Scala, in veste nuova e diversa modalità, Muti è tornato più volte; cosa che, ad esempio, non ha mai fatto con Roma, pur essendo tornato anche a Roma, varie volte, ma sempre tenendosi lontano dal Costanzi. E forse tornerà a dirigere alla Scala, la sua orchestra, in un tempo non tanto lontano, magari Wally di Catalani, come ha fatto  presagire.

Ora, della sua duplice uscita traumatica - qualcuno ha raccomandato a Muti di  non invischiarsi in altri incarichi in Italia, perchè 'non c'è due senza tre' riferendosi alla possibile rottura - nonostante le infinite e differenti ricostruzioni nessuno sa la cosiddetta 'verità', ammesso che ve ne sia una, ed una sola; non si sa come siano andate veramente le cose e quali siano state le vere cause degli abbandoni. Nè qualche luce chiarificatrice sugli eventi hanno gettato, in tempi recenti, due libri di  memorie scritti da due persone che con Muti hanno avuto rapporti, come Mauro Meli, il cui passaggio dalla Scala è stato velocissimo, dopo Fontana, od anche Paolo Isotta, amico fraterno del direttore che nel suo recente scoppiettante volume fra cronaca e memorie, ha attaccato anche duramente  l'amico di una volta e la famiglia.

Ad oggi la visione di Muti non la conosciamo fino in fondo, e completa, tanto da poter essere messa a confronto con le versioni  degli spettatori più o meno interessati e più o meno informati. La darà mai il direttore?
 Forse sì, o forse no. Perchè per ora l'ha soltanto annunciata o forse 'minacciata', dichiarando che sta raccogliendo la sua verità in un libro che però ha disposto che venga pubblicato solo dopo la sua morte.
Ora sarebbe pazzo chi, per l'avidità di leggere la versione di Muti, si augurasse che egli tolga presto il disturbo, 'definitivo' .  Meglio che continui a dirigere ed insegnare ed a dispensarci anche la sua verve e simpatia, nonostante tutto quello che gli si può rimproverare, e che noi stessi e tanti altri come noi - gli abbiamo nel corso degli anni rimproverato.
Perchè a noi ed a tantisimi altri come noi, in fondo, di quel che ci potrà raccontare sui suoi anni a Milano e Roma - dei quali qualcosa già sappiamo, e questo già ci basta - non frega proprio nulla.

P.S. Poi Muti ha precisato, a proposito delle sue memorie sugli ultimi momenti a Milano e Roma, e sulle ragioni che lo portarono a rompere definitivamente, che le pubblicherà quando sentirà la fine vicina, e non dopo che avrà tolto il disturbo da questa terra.  Suvvia, se ha cose a dire interessanti per l'opinione pubblica, meglio che lo faccia quando ancora la memoria è fresca, perché più avanti va con gli anni e più gli si potrà rimproverare che se l'è suonata e cantata da solo, senza nessun controcamto.

domenica 22 marzo 2015

Dimenticatemi, supplica RICCARDO MUTI. Lasciatemi in pace, dichiara a Rita Sala del Messaggero

Con una intervista a Rita Sala - l'unica portavoce giornalistica del maestro del quale raccoglie puntualmente ed a ritmi serrati, pensieri e pronunce, senza mai  avventurarsi in interpretazioni, che poi risultano più o meno, anche se benevolmente e senza colpa, errate - sul 'Messaggero' di oggi  dà il microfono al Maestro, alla vigilia di una  sua importante tournée mondiale che lo vede a capo prima  della Cherubini , e dopo anche dei Berliner e dei Wiener. L'occasione serve a Muti ed anche a Rita sala per parlare del prossimo - estivo - nuovo impegno del maestro, quello didattico, nel senso tecnico del termine, nella direzione d'orchestra e concertazione, che lo impegnerà a Ravenna, nel corso del festival di sua moglie Cristina, per la preparazione del Falstaff che  proprio al Ravenna festival vedrà il debutto.
Muti ripete che, ad un certo punto della vita, si sente quasi morale l'obbligo di trasmettere alle giovani generazioni un patrimonio di tradizioni e saperi che potrebbe andar perduto. Del quale lui protagonista della vecchia scuola di sente depositario.
 Ma l'occasione per ribadire tali concetti altre volte già espressi dal maestro - di nuovo c'è solo che nella scelta dei dieci allievi effettivi conteranno i titoli di studio degli aspiranti, nel caso specifico, di pianoforte e composizione, senza i quali lui non ammetterà nessuno al corso di direzione e maestro collaboratore, e bene fa! - gli serve anche e per l'ennesima volta per correggere alcune sue dichiarazioni recenti, anzi alcune interpretazioni di sue recenti dichiarazioni, apparse nientemeno, le une e le altre e non del medesimo segno, sul Corriere, firmate da due esegeti del maestro, uno dei quali sembra essere passato alla scuola apocrifa, ed un altro restato a quella canonica di sempre, la quale pure sembrerebbe non esser piaciuta, perchè non auitentica, al maestro.
 Comunque il maestro è amareggiato al punto che dichiara a Rita Sala: Lasciatemi in pace, dimenticatemi. A seguito egli spiega di "certe dichiarazioni che avrei presuntamente fatto,osservazioni  improbabili spacciate per mie, sono arrivato ad una precisa consapevolezza:vorrei essere lasciato in pace. Dimenticatemi. Non chiamatemi in continuazione per avere giudizi su questo e quell'evento.Non chiedetemi di prendere posizione su qualsiasi argomento,vicino o lontano da me, spesso e volentieri anche non musicale... Adesso vorrei lavorare in pace, al di là delle dietrologie, e del 'misundestanding' "- che vorrà dire, noi non capiamo, ma lo trascriviamo comunque.

giovedì 9 ottobre 2014

Sull'Opera di Roma il silenzio dei giornali. E' già storia vecchia?

L'Opera di Roma oggi è scomparsa del tutto dai giornali, storia vecchia ormai. Ma, davvero, non c'è nulla di nuovo?
Così non sembra a noi, dopo le rivelazioni, ancora più allarmanti delle precedenti di Fuortes, ieri. Cosa ha detto di così allarmante, dopo aver fatto la faccia feroce ( licenziamenti)? Ha detto, ma questo è già noto, che nessuno resterà disoccupato, che tutti saranno riassunti ( ma allora perché  esternalizzarli, verrebbe da domandarsi), precisando, però, che l'epoca del posto fisso è chiusa definitivamente e che ogni tre quattro anni anche le orchestre stabili dovranno essere sottoposte a verifiche professionali. Questa sì sacrosanta decisione.
Se venisse applicata a tutte le categorie che oggi plaudono alla decisione di Fuortes, a cominciare dai giornalisti...
Sulla precarizzazione, ormai quasi una moda ed una bandiera, qualche riflessione. A margine della riforma del lavoro appena avviata dal governo, c'è una direttiva che  accorda incentivi fiscali ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato: dunque l'obiettivo è quello di non precarizzare ulteriormente, anzi di andare sempre più verso il tempo 'indeterminato'. E si parla anche di un sistema che via via assicuri maggiore protezione. In questo panorama normativo, costituirebbero una eccezione le orchestre, organismi che, pur sottoposti a verifiche professionali periodiche, hanno bisogno di una stabilità per dare il meglio di sé. Ma questo, ovviamente, nè Franceschini, nè Marino e neppure Fuortes possono saperlo e capirlo, anche se dovrebbero.
Ma Fuortes ha rivelato anche altri particolari. Ha detto che nel corso di quest'anno ha firmato, autorizzandoli, quasi 1000 permessi artistici, ha detto anche che l'orchestra lavora solitamente al 48% dei suoi componenti, e che l'organico necessario per ogni recita, per effetto delle regole sindacali che nessuno osa ancora toccare, viene raggiunto con esterni contrattualizzati per i singoli titoli. Anche per il prossimo 'Rigoletto', ha dovuto ricorrere a 38 aggiunti sul totale di poco più di 70 strumenti richiesti dall'organico, e su un'orchestra che conta 90 professori fissi.
Sono questi i veri mali, oltre naturalmente agli scioperi duri che - lo ricordava questi giorni Gisella Belgieri - portarono alla disastrosa chiusura delle orchestra sinfoniche della RAI di Roma, Milano e Napoli, dando un colpo durissimo al sistema della musica sinfonica in Italia.
Fuortes lo dice solo ora? E aggiunge anche che ormai 'Aida' è sfumata perché - ha detto - vale la pena investire 1 milione di Euro nella sua produzione, se l'esito non è scontato? Come come? Tutte ora dobbiamo venire a saperle questa anomalie, compresa quella del costo di un allestimento, che si annunciava di 'luci e proiezioni', e che apprendiamo sarebbe costata intorno al Milione di Euro? Le notizie di tali sprechi Fuortes li ha tirati fuori solo ora, quando s'è visto mezzo mondo della musica italiana contro, forse per dire: non mi fate parlare altrimenti ogni giorno tiro fuori altri disastri ai quali si assiste da tempo senza che nessuna opposizione e stop venga avanzato.
Certo avrebbe una ragione, una delle poche, dalla sua, Fuortes. Ma ci meraviglia che lui, proprio lui, che si intende di amministrazione, non abbia cominciato, alle prime avvisaglie delle manifestazioni sindacali, a dire agli scioperanti: signori...non si può andare avanti così. Non abbiamo più soldi e voi continuate a chiedere privilegi? Tutti questi permessi artistici non li autorizzo e non chiamo esterni per ogni produzione, come costretto a fare; 90 strumentisti, devono bastare. E poi, e poi anche la storia del costo della produzione di 'Aida'. Signori, 1 milione di Euro per la produzione, a causa della presenza di Muti? Sta forse in queste cose, non dette, una delle cause della uscita di scena del grande direttore, che forse avrebbe preteso troppo da un teatro con le casse vuote?
Muti, infine. Oggi la sua esegeta più accreditata, Rita Sala sul Messaggero, scrive di un concerto di Muti con i Wiener ad Oslo. Ed anche della sua prossima tournée con l'Orchestra Cherubini, che prenderà il via da Firenze e, dopo aver toccato Napoli, Altamura e Foggia, per 'consacrare con la musica' luoghi teatrali nuovi o recentemente riaperti, terminerà e Bari ( Petruzzelli), dove era andato nel dicembre 2009, il 21 . Una data che ricordiamo molto bene, perchè all'indomani di quel concerto, Muti venne in macchina, accompagnato da sua moglie e da Nastasi, ad inaugurare ufficialmente la nuova sede ' provvisoria' del Conservatorio 'Casella' dell'Aquila, dove allora anche noi insegnavamo. Per questo gli siamo immensamente grati.
Appena diffusasi la notizia che Muti sarebbe andato a Firenze nel nuovo Teatro dell'Opera, subito s'è cominciato a dire che Nardella, il nuovo sindaco di Firenze, se la notizia dell'abbandono di Zubin Mehta risultasse vera, spererebbe che Muti accetti di tornare a Firenze a capo del Maggio, dove aveva iniziato la sua folgorante carriera di direttore.
Se un consiglio possiamo darlo al maestro, per l'affetto e la stima che ci lega a lui, il consiglio è di lasciar perdere, perché non c'è due senza tre, nel senso dell'accettazione seguita da abbandono.


sabato 4 ottobre 2014

Fuortes e Marino danno i numeri sull'Opera di Roma con Orchestra esternalizzata

Il PD è un curioso partito. Da Franceschini a Zingaretti a Marino ed alla federazione  romana con Cosentino sono tutti dalla parte di Fuortes, nonostante l'evidente incapacità sua  a gestire l'emergenza e  l'impotenza, ancora sua, a prospettare una soluzione che sia una soluzione. L'unico che gliele canta a Fuortes è il presidente del partito, del PD intendiamo, Matteo Orfini che  ha detto chiaramente che Fuortes deve andare a casa, per evidente incapacità, e Cofferati conferma tale giudizio.
  Gli scioperi e la continua belligeranza armata di fronde sindacali hanno messo nei guai il teatro, fanno sapere, ridimensionato gli abbonamenti ( ma allora perchè Marco Lodoli  scrive oggi, su Repubblica, di aver visto con i suoi occhi file di persone al botteghino, ieri proprio ieri, per abbonarsi, e fra essi anche giovani? Ma allora che vanno raccontando?) e allontanato gli sponsor, che  sarebbero arrivati - guarda caso - nonostante Fuortes avesse prospettato la sua infame decisione.  Non si può credere a queste bugie su bugie 'pro domo sua', di Fuortes, che  non è la stessa domus del Teatro dell'Opera. Nemmeno Muti avrebbe avuto tanti sponsor in  fila a spingere per entrare.
Poi l'ennesima bugia e falsità riguardante i grandi teatri europei. Oggi il sovrintendente dell'Opera di Vienna  ha mandato a dire all'ignorante Fuortes che i grandi teatri del mondo hanno un'orchestra stabile, interna, e non potrebbe essere altrimenti, se vogliono svolgere attività continua. Se poi intendono fare tre recite al mese, beh allora è un'altra storia. Ma  Fuortes ha già detto che aumenterà di molto le recite del teatro, portandole ad oltre cento ( diciamo che in queste cento sono compresi melodramma, balletto e qualche altra cosa) altrimenti i finti risparmi ( quasi 4 milioni) con l'orchestra esternalizzata sfumerebbero. Anche su questo particolare il sovrintendente di Vienna precisa: se un teatro fa sulle cento recite l'anno non può non avere un'orchestra stabile ed interna. Non potrebbe avere questo ritmo di programmazione con una orchestra esterna. E il sovrintendente dell'Opera di Vienna che fa 300 alzate di sipario l'anno e che condivide con il Musikverein i Wiener queste cose  immaginiamo che le sappia e parli con cognizione di causa, la stessa che Fuortes non ha e non sa neanche dove è di casa, venendo lui dall'esperienza di Musica per Roma che è un residence, affittato ora a questo ora a quello. Non è un caso che Santa Cecilia che, nel residence di Fuortes ha affittato due sale,  ed ha una programmazione concertistica settimanale, tre concerti a settimana, tre di prove ed uno di riposo, non potrebbe fare a meno dell'orchestra stabile.  Fuortes non riesce ad immaginare che con un andirivieni di orchestre, anche s è sempre la stessa , che esce ed entra, avrà più guai che risparmi.  Proverà, in caso di inefficienza a protestare l'orchestra? Ma come può  protestare l'orchestra che Muti dice essere la migliore di Italia?
 Le incognite  sulla miracolosa soluzione di Fuortes e Marino sono infinite, e potrebbero anche portare ad una fine ancor più disastrosa del teatro che dicono di voler salvare.
 Infine, il capitolo stagione, a cominciare dall'Aida inaugurale orfana di Muti. Si farà, non si farà? C'è discordanza di pareri  al vertice: secondo Fuortes e Marino: se si troverà un direttore  per sostituire Muti, si farà. Ma lo stanno cercando o vogliono dar la colpa anche  di questo agli scioperanti, quando invece rivela  altre crepe nella dirigenza,  questa volta soprattutto nella direzione artistica che privata  del suo protettore Riccardo, mostra la sua incapacità a fronteggiare situazioni di emergenza che un teatro deve mettere in conto? Oggi, però Battistelli ha dichiarato che l'Aida salterà perché non ci sarà un direttore che voglia sostituire Muti. Che baggianate. Ma allora la Scala avrebbe dovuto chiudere dopo l'uscita di Muti. Ed invece non ha chiuso ed è andata avanti come un treno, con tutte le critiche che uno può muovere alla gestione Lissner. La differenza vera con la Scala è che Lissner  è un manager che sa il fatto suo, e Fuortes dei fatti  relativi alla gestione di un teatro sa poco. Anzi a voler giudicare dagli sfracelli di questa sua gestione,  ci tocca dire che non sa proprio nulla.
 E i sindacati?  Anime nobili? No, la politica dei farabutti li aveva abituati a pensare che anche tirando e tirando, la corda comunque non si sarebbe mai rotta, perchè poco prima della rottura  sarebbe giunto Zorro, il salvatore mascherato ora da Alemanno ora da... non ci vengono in mente in nomi degli inutili reggitori del teatro.  E, invece, questa volta la corda , tira e tira, si è rotta. Adesso si pentono di averla fatta rompere, ma ormai il danno è fatto, anche perchè sulla loro strada non hanno trovato un abile amministratore che li facesse ragionare dicendo loro che il paese di bengodi di un tempo, anche recente, come quello di De Martino - che non  ebbe alcuna opposizione in teatro dal capo della CGIL, che con De Martino aveva sottoscritto un patto di pace, avendone sposata la sorella - quel paese non c'è più. E se non si dimostra intelligenza si rischia di  fare disastri peggiori di quelli dai quali ogni volta si finge di volersi tirar fuori.  Che Dio gliela mandi buona al teatro ed alla sua orchestra.
Comunque a fine anno i consigli di amministrazione delle cosiddette fondazioni lirico sinfoniche che per la legge - altra famigerata decisione!- Veltroni sono  diventati enti di diritto privato,  decadranno , al loro posto verranno nominati i consigli di 'indirizzo'- una rivoluzione epocale - il sovrintendente dovrà esser nominato dal Ministero e al Ministero rendere conto della sua amministrazione. Ma il Ministero non diceva che era sua volontà liberarsi dei 'carrozzoni' teatrali?
 Allora, tutto  ritornerà nella mani di Nastasi, altro irremovibile, nonostante i disastri che recano la sua firma distruttrice, il quale nel  ministero è il vero burattinaio che muove tutti i ministri incompetenti, che sono la totalità.

mercoledì 1 ottobre 2014

Il giorno del giudizio sull'Opera di Roma Capitale

E siamo arrivati al redde rationem. Ieri i giornali ex amici  e fiancheggiatori del teatro, e soprattutto della precedente amministrazione, non hanno badato a spese, scritturando economisti e opinionisti forse all'oscuro del lavoro specifico dei musicisti e della situazione reale in Italia e all'estero, per sostenere la tesi di Fuortes, sapendo che è la tesi di Nastasi, che conosciamo da tempo. Il grande grosso direttore generale dello spettacolo che ha trovato un posto fisso anche a sua moglie, Giulietta Minoli, al San Carlo di Napoli, costringendo la poveretta ad andare su e giù per un tozzone di pane,  vuole precarizzare  tutte le orchestre,  nel preciso intento di ridurne drasticamente il numero e di far girare le poche sopravvissute da nord a sud della penisola come trottole. Con quali vantaggi per la musica non l'ha mai spiegato ( ma anche per le finanze), perchè non lo sa, non capendoci un fico secco.
 Per ridurre, anzi eliminare - giustamente - la possibilità che lo sciopero di un gruppetto, al quale si oppone la maggioranza, mandi all'aria una recita per ragioni non sempre comprensibili e difendibili, la ricetta che si propone è: sciogliamo l'orchestra (ma anche il coro) e rifondiamola, facendo  contratti a tempo ( stagione, annuale o triennale), esternalizzando l'elemento principale di un teatro: i musicisti, che fornirebbero le loro prestazioni, secondo contratto e per le recite stabilite, lasciando loro la possibilità di esercitare anche e contemporaneamente la libera professione, prima proibita
da un decreto del solito Nastasi, un paio d'anni fa, salvo che non fosse di iniziativa dell'ente dal quale i musicisti dipendevano ( la clausola serviva a salvare la Filarmonica della Scala, emanazione della stessa orchestra del teatro, dal quale è autorizzata, e che permette ai musicisti, organizzati  in  autonomia (diciamo così) di guadagnare molto, restando nel ventre della Scala medesima.
 L'esternalizzazione e la conseguente precarietà del rapporto di lavoro dei musicisti dovrebbe , secondo Fuortes (leggi: Nastasi) essere il toccasana per ogni male al Teatro dell'Opera di Roma, per cominciare. E non è detto che il modello sperimentato a Roma non possa poi esser esportato - che è ciò che Nastasi vuole e va accarezzando da tempo e continuerà a farlo, fino a quando qualcuno non si sveglia e lo manda a casa, come sembrava  volere anche Orfini, ora al vertice del PD di Renzi, non più tardi di un anno fa, parlando delle difficoltà dei teatri. E del resto che questo modello 'all'italiana' non funzionerà ce lo ha raccontato già l'esperienza disastrosa, e più costosa, del Regio di Parma, sotto la gestione Meli ( con un'orchestra che è costata di più ma che in termini di qualità ha reso di meno. Chi volesse informarsi di quella tragedia legga  il blog di Luigi Boschi, nel quale è stata raccontata per filo e per segno anche negli aspetti tragicomici oltre che giudiziari) o quella del Petruzzelli, modello Fuortes, che ha assoldato giovani musicisti, tramite concorso, li ha contrattualizzati per un triennio e dopo si vedrà. Poi quando è andato via, il successore, Biscardi, ha dovuto cancellare due titoli dal cartellone, per mancanza di soldi ( in quello stesso bilancio che Fuortes aveva risanato, come dice di aver già fatto in pochi mesi anche a Roma. ma chi gli può credere?) ed il direttore principale Rustioni ha preferito lasciare.  Il posto fisso occorre dimenticarselo. ma questo andrebbe detto anche a Fuortes e pure a Nastasi che siedono saldi, incollati, alle loro poltrone da anni , almeno un decennio.
 Fuortes e Nastasi hanno suggerito ai giornali amici le pezze d'appoggio di tale loro progetto disastroso: le più grandi orchestre straniere, specie quelle europee, hanno una organizzazione simile.  Sì, simile, forse, ma Nastasi e Fuortes dimenticano di dire che  le storie dei Wiener o dei Berliner sono molto diverse.
 Con questa buffonata si vuole coprire l'incapacità degli amministratori - in ciò Fuortes e Marino sono dei campioni - di governare l'emergenza. I giornali ieri ci riferivano di scioperi anche a Chicago, per le stesse ragioni per cui in tutto il mondo si sciopera: stipendi e garanzie - come a dire che gli scioperi inseguono il m. Muti - a seguito dei quali un concerto di Muti era saltato; ma dopo quello sciopero i concerti sono ripresi regolarmente. Se Fuortes avesse saputo gestire l'emergenza forse il caos presente non si sarebbe mai neppure materializzato. E del resto anche al MET c'è stato qualcosa di simile. Gelb ha detto ai sindacati che di soldi ce ne erano meno e che quindi i compensi andavano ridotti.  Di fronte a simili  realtà che fare? Accettare, suggerisce la ragione e così hanno fatto a New York; esternalizzare vuole la triade Fuortes-Nastasi(Franceschini)-Marino: i barbari.
 Infine. Mentre credono di poter realizzare facilmente questa rivoluzione copernicana , per cominciare a Roma, per poi estenderla altrove, all'Opera non sono capaci di trovare un direttore per l'Aida inaugurale abbandonata da Muti. Ma che c. ci stanno a fare? Pensano che rendendo ancor apiù difficile la situazione  faranno ingoiare il rospo della ristrutturazione?

martedì 30 settembre 2014

Quando i barbari analfabeti chiacchierano a vanvera, e i giornali ossequienti riportano

Fra le tante idiozie ascoltate o lette questi giorni, c'è anche quella che vuole il sistema che si intenderebbe instaurare in Italia - e cioè: orchestra con contratti a tempo determinato, con un carico di prestazioni predeterminato e il resto del tempo impiegato dai singoli per la libera professione - sarebbe in atto in buona parte dell'Europa. Ma come si fa a sentire simile sciocchezze senza sobbalzare sulla sedia?
Vanto di ogni orchestra di qualità è la  solidità e continuità del lavoro d'insieme, condizione indispensabile per creare e tramandare tradizione musicale e stile, ma anche qualità e individualità del suono.
Vero è che all'estero, le orchestre, a maggior ragione le migliori, fanno continuamente verifiche artistiche fra gli orchestrali: chi non è all'altezza va via. Ma è evidente che gli orchestrali fanno  a gara per restarvi, dimostrandosi all'altezza del ruolo ricoperto, in ogni verifica. Questo sarebbe salutare, non ciò che si vorrebbe proporre in Italia.
 Quando durante l'estate, nel corso del Festival di Salisburgo, il più importante del mondo, ci si lamenta spesso degli 'aggiunti' in orchestra anche dei Wiener o Berliner - non nell'orchestra dell'Opera di Roma, con buona pace del maestro Muti - e il lamento riguarda l' aggiunta di professori a tempo 'determinato', necessaria per l'enorme mole di lavoro che attende l'orchestra dei Wiener,  orchestra stabile del festival -  ci lamenta perchè quell'orchestra, popolata, qualche volta troppo, di aggiunti, non risulta più all'altezza del suo nome.
Figurarsi se questo può interessare ai nostri governanti ed a quelli oggi impegnati nella soluzione del rebus dell'Opera di Roma.
 Che gliene fotte a loro se il paese che ha inventato l'opera ed anche la musica - possiamo ugualmente dirlo - si riduce a ciò che essi vogliono si riduca, mettendo sotto i piedi la qualità necessaria, senza la quale la musica non esiste ?
 Sorprende poi il fatto che i giornali che riportano simili idiozie, non si prendono la briga neanche di un piccolo, magari soltanto sommesso, commento - ma che state dicendo?- in seguito a verifica dei fatti
 Il che dà la misura di quanto un paese di ignoranti sia perfettamente riflesso, oltre che nei suoi governanti, anche nei suoi giornali.

lunedì 21 luglio 2014

Un'inchiesta al mese: Il pubblico del melodramma in Italia. Diamo voce al classico

Abbiamo capito la tecnica. Se dici che presenti un'inchiesta e se anticipi i risultati sui grandi mezzi di comunicazione e regali anche CD,  una rivista qualche copia in più la vende. Perchè sia chiaro a tutti: una rivista di musica seria - pesante, classica o 'musica e basta', l'ultima trovata di qualche associazione con deficit  mentale - in Italia vende qualche migliaio di copie, in parte dovute all'allegato CD.  CD + rivista al prezzo di poco più di 10 Euro, per chi non ha CD, è un affare. E la rivista? Serve solo per non far alzare l'IVA del CD, comprato  dai fondi di magazzino delle multinazionali e venduto senza l'IVA regolamentare, perchè venduto  'come allegato redazionale alla rivista'. La stessa strada tentata anni fa da un'altra rivista che oggi è in affanno - e ce ne dispiace.
Però non si può dire che le inchieste ed i sondaggi, al ritmo di uno al mese, non influiscano sulle vendite, se ogni mese, proprio a causa di quelle inchieste/sondaggi, i lettori hanno qualche sorpresa. Come quella, ad esempio, relativa al più grande cantante del secolo scorso che ha dato un risultato davvero sorprendente che neanche le più acute previsioni avrebbero potuto azzeccare: Maria Callas. Chi lo avrebbe potuto immaginare? E chi è questa signora - si saranno chiesti i lettori della rivista?
Sorprese maggiori dall'inchiesta sulle migliori orchestre, dove  la sorpresa è stata che la migliore è quella del'Accademia di Santa Cecilia di Roma. Ora, anche a noi che all'orchestra romana vogliamo un bene enorme pari alla stima, ci è sembrato un risultato davvero imprevedibile, ma meritato se lo dice la ben nota rivista, forte del parere dei 50 critici interpellati ogni volta, al punto che neanche i Wiener o i Berliner retrocessi, hanno potuto nulla obiettare.
 Sul numero di questo mese l'inchiesta ancora più accattivante riguarda il pubblico delle fondazioni liriche e del melodramma in generale, in Italia. 'Dal 2008 al 2013 l'opera ha perso in Italia 100.000 spettatori' . Con questa agghiacciante rivelazione si apre l'inchiesta in questione. Poi per mitigare ed attutire il colpo, al termine spettatori si sostituisce 'ingressi'. Cioè a dire quando si parla dei centomila non si intende necessariamente spettatori 'paganti', perchè le cifre aggiornatissime della SIAE, date in esclusiva alla nota rivista,  riguarderebbero paganti e 'portoghesi', i quali ultimi, nel teatro che abbiamo più frequentato negli ultimi anni, popolavano platea e palco 'reale' - una  vergogna  tutte quelle quelle facce note in ben altri ambienti prendere posto nel palco di rappresentanza a Roma.
 Ma anche perchè non si capirebbe il grandissimo divario fra le entrate di botteghino di due teatri che hanno un pubblico non  differente quanto sarebbe, proporzionalmente, logico attendersi.
Insomma fra tutti i teatri si sarebbero persi, nel giro di cinque stagioni, 100.000 posti fra ingressi e pubblico pagante; ma nel 2013 la tendenza a perdere pubblico si sarebbe invertita, essendoci stati quasi 50.000 spettatori in più - che, naturalmente, si spera paganti. Una piccola svista della rivista che non ci dice se , a causa di tale aumento, nei cinque anni presi in esame, la diminuzione del pubblico sarebbe di 50.000 circa.
In cima alla classifica dei teatri virtuosi per produzione e pubblico la Fenice di Venezia,  altra rivelazione.
Naturalmente ci sono delle eccezioni. Bari, ad esempio, fa sapere la acutissima inchiesta, nel 2008 aveva un teatrino dove era ospitata la stagione lirica, pochi posti e pochissimi spettacoli; nel 2013 si è svolta invece al Petruzzelli, teatro grandissimo e qualche titolo in più che portano l'aumento al 250% in più. Questo miracolo davvero era inimmaginabile.
La Scala avrebbe avuto, secondo l'inchiesta, il maggior calo di presenze nel quinquennio?. E' così oppure i calcoli sono stati fatti sulla presunzione di presenze?
 Alla crisi economica che alla fine non poteva non toccare anche i teatri, nell'inchiesta si fa un rapido accenno.
 E, poi, rivela  l'inchiesta: i teatri chiedono finanziamenti triennali, riduzione dell'IVA su biglietti, accesso al 'fondo salvateatri' anche da parte di teatri che intendono investire senza che abbiamo buchi di bilancio; cancellazione dell'IRAP... argomenti questi di cui per la prima volta sentiamo parlare.
 Insomma senza l'inchiesta mensile, che ci porta 'chiara e forte' la voce della classica, non possiamo  più vivere.
 Stiamo pensando, per emulare il successo delle inchieste della nota rivista, di proporvene una anche noi, ma dovete concederci del tempo, per riflettere,  per non fare un buco nell'acqua. Perchè emulare la nota rivista non è  impresa semplice.

sabato 5 aprile 2014

Musica rock e altro... Boulez, ad esempio

Nel precedente post abbiamo accennato alla nostra collaborazione al settimanale di 'Repubblica' 'Musica rock e altro', uscito negli anni Novanta. Noi naturalmente scrivevamo dell'altro cui il titolo faceva riferimento. E per questo forse ci sentivamo anche altro dalla redazione, della quale non facevano parte  i critici musicali 'classici' del quotidiano. Collaborava al settimanale anche Vincenzo Cerami. Dopo una riunione di redazione, una delle pochissime alle quali partecipammo, finita la discussione,  Cerami e noi uscimmo, dopo aver salutato tutti. All'uscita Cerami ci venne vicino e ci disse, candidamente: 'cosa c'entriamo noi con quelli?', indicando l'intera redazione del settimanale che era fatta di rockettari. Non voleva alludere a nulla di diverso in fatto di generazione, pochi anni separavano semmai  qualcuno di loro  da noi;  si trattava piuttosto di diversa formazione. Insomma dopo qualche anno di collaborazione, durante la quale continuammo a  sentirci come corpo estraneo, anche perchè qualche critico classico di 'Repubblica'  chiedeva a noi la ragione della sua esclusione dalla redazione del settimanale musicale, decidemmo di uscirne.
Il nostro posto lo prese  un musicista che allora non aveva tutto il potere che ha oggi, ma che  su quel potere, allora ridotto, andava già costruendo le sue future fortune. La sua permanenza durò poco, anzi pochissimo, per una bufala vergognosa che rifilò al giornale appena vi mise piede.
  Andiamo un momento indietro nella storia. In una delle ultime venute a Roma di Pierre Boulez con i Wiener, la DG organizzò con il celebre musicista una intervista pubblica, nell'albergo in cui risiedeva. Boulez parlava francese e noi eravamo fra i pochi giornalisti presenti a parlar quella lingua e dunque a dialogare con lui.  Quell'intervista la pubblicammo sul mensile SUONO. Era una bella, ricca, circostanziata intervista. Passano gli anni e il nostro sostituto al settimanale di Repubblica, in una delle sue prime uscite, pubblica una intervista a Boulez. Leggendola ci domandammo quando quella intervista avesse avuto luogo. E pensammo anche: bel colpo! Poi man mano che andavamo avanti nella lettura, scoprivamo di conoscere già le risposte del musicista. Fu allora che andammo a riprendere la nostra intervista uscita  su 'Suono' e...con grande meraviglia scoprimmo, confrontando le due interviste che buona parte di quella pubblicata su 'Musica rock e altro', e quindi spacciata per intervista fresca di giornata, non era che quella nostra intervista di qualche anno prima copiata per la gran parte, parola per parola. Fotocopiammo 'Suono'  e la stessa cosa facemmo con 'Musica rock e altro' ed inviammo i due testi, nei quali avevamo evidenziato i passi, numerosi, comuni, anzi identici, a  Roberto Campagnano, allora  responsabile del giornale,  per fargli capire quale polpetta avvelenata avesse inviato alla redazione il nuovo arrivato, nostro sostituto. E così, naturalmente, terminò nel breve volger di qualche settimana la carriera giornalistica di quel signore che tuttavia proseguì a grandi passi la sua avanzata  in altri campi. E tuttora continua.

sabato 25 gennaio 2014

Muti orfano di Abbado


 Non vogliamo parlare delle rispettive carriere musicali, sulle quali  in questi giorni sulla base di  un copione unico, si sono esercitati tutti i giornali. Vogliamo, in questo caso, guardare ai due con gli occhi del cronista, non del critico musicale.
E, adesso, che faranno i giornalisti che periodicamente attendevano la chiamata di  Abbado per correre da lui e poi, una volta tornati in redazione, attendevano un' analoga chiamata da Muti? Perchè, se non lo sapete, le cose andavano esattamente così. I due si facevano una sorta di guerra a distanza,  da nemici di fatto, a dispetto di ciò che avevano in comune, come una coppia di fratelli (coltelli).
Differivano,  profondamente, per il diverso carattere:  chiuso, ombroso, quasi scostante Abbado, apertissimo,  compagnone, spiritosissimo Muti; e la diversa indole musicale: Muti più viscerale, natura di musicista; Abbado più  razionale, costruito con studio ed applicazione; ma anche per le famiglie d'origine: Abbado ha alle spalle musicisti, Muti liberi professionisti: suo padre era medico a Molfetta.
Ma ciò che li univa era molto di più di tutto quello che li ha divisi, in ogni senso. Innanzitutto l'aver iniziato da giovani una grande carriera, Abbado a Milano, Muti a Firenze; l'essere stati a capo di  orchestre di fama mondiale, da quelle londinesi per ambedue alle americane per Muti, mentre Abbado ha prevalentemente lavorato in Europa; il forte legame dei due, seppure con diverse modalità, con i Wiener.
E poi la Scala. Sembra un destino: ambedue vi sono rimasti come direttori stabili o musicali che dir si voglia per diciotto anni: dal 68 all'86 Abbado, dall'86 al 2004 Muti. Nessuno dei due è arrivato  alla soglia dei venti anni,  colonne d'Ercole di 'permanenza' che nessuno può superare indenne, e poi l'uscita di ambedue a seguito di forti contestazioni. La Scala 'madre' che aveva accolto i due giovani direttori nel suo grembo diventa 'matrigna', alla soglia della maggiore età (di permanenza): li  caccia fuori casa o se ne vanno sbattendo la porta, a seconda dei punti di vista. Anche se vien voglia di dire che  una permanenza così lunga alla fine stufa, ed impone, anche senza traumi, un ricambio.
Per ambedue l'amicizia con Napolitano. Abbado per  ragioni di comune militanza politica e forse di più lunga data, Muti per conterraneità campana, sebbene non bisogna mai dimenticare che Muti ha vissuto la sua giovinezza a Molfetta ed ha fatto i primi studi musicali al Conservatorio di Bari, proseguendoli a Napoli.
 Ciascuno dei due ha fatto concretamente terra bruciata attorno all'altro. Negli anni scaligeri quando c'era Abbado Muti credo non abbia mai diretto alla Scala - anche se di questa notizia non siamo così certi; mentre sappiamo bene che negli anni di Muti a Milano, Abbado  non vi ha mai più messo piede, nonostante  gli ipocriti appelli - Claudio torna! - specie dopo la malattia.
 Ambedue, sebbene la bilancia in questo caso penda a favore di Abbado, hanno dedicato belle energie ai giovani. Abbado ha inventato  parecchie orchestre giovanili di grandissimo pregio, ultima la Mozart, per la quale tutti  - speriamo non solo a parole - sembrano prodigarsi perché sopravviva al suo fondatore; Muti ha inventato la sua Cherubini. E negli ultimi tempi hanno  giocato anche a prestarsele,  per mostrare al mondo intero che  erano amici e che l'antagonismo di cui anche noi parliamo, è pura invenzione giornalistica e di costume.
 Ma anche in famiglia ci sono molte affinità: in ciascuna famiglia dei due direttori c'è un regista ed un operatore musicale che hanno operato (o operano) a stretto contatto con il patriarca. Per Abbado, Daniele il regista ed Alessandra  a capo di Ferrara Musica, organizzatrice delle tournée dei Berliner in Italia,  organizzatrice anche per la Mozart; per Muti, la figlia Chiara regista ed attrice, e sua moglie Cristina, a capo del Ravenna festival. E nessuno ci venga a dire, dopo morte, che Abbado non abbia fatto nulla per i figli, perchè direbbe il falso;  il che vale anche per Muti: Chiara e Cristina sono di casa all'Opera di Roma, dove lui resta il sovrano assoluto, anche dopo l'arrivo di Fuortes, chiamato a  mettere in sesto le disastrate finanze del suo regno.
 Adesso c'è un punto che  li diversificherà  e che mai potrà accomunarli:  morto Abbado, senatore a vita,  Muti non potrà  mai esserlo, prendendo il suo posto ( come si andava dicendo ed auspicando alla viglia della nomina di Abbado, dai suoi estimatori);  per ragioni di opportunità, ma anche perchè Muti non lo vorrebbe mai per...

mercoledì 22 gennaio 2014

La sciatteria dei Wiener Philharmoniker

Ci hanno distrutto un mito, il mito dell'orchestra più bella del mondo: i Wiener Philharmoniker. E noi che ogni volta che ci capitava di citarli  premettevamo sempre: i Wiener  sono un'altra cosa, sono sempre i Wiener.
 Quante volte abbiamo ripetuto in pubblico e privato, in occasione dei Concerti di capodanno da Vienna e Venezia, che i due concerti quanto a programma non è che fossero molto diversi, anzi il concerto veneziano ha sempre avuto musica molto ma  molto più bella di quella viennese; e, del resto, anche quanto a direttori, non si differenziavano poi tanto, anzi in qualche caso - come per Pretre, il direttore che aveva prima diretto a Venezia e solo dopo debuttato a Vienna, nonostante i suoi ottant'anni ed i molti anni attivo sulla piazza viennese- Venezia aveva dato la sveglia a Vienna,  precedendola nelle scelta. Ma sull'orchestra no, nulla da dire: i Wiener sono i Wiener e qualunque altra orchestra , anche quelle indicate da recenti classifiche 'FARLOCCHE' tanto care ad una specializzatissima  rivista di musica, non può stargli alla pari, Scala, Santa Cecilia e Fenice comprese. In questa nostra convinzione avevamo parecchi sodali, specie quelli che dalle pagine del Corriere ogni anno ci dicevano - nonostante i successi televisivi e di pubblico del concerto veneziano- che con i Wiener non c'era nulla da fare.
 Ora, invece, proprio dalle pagine di quel giornale, il critico musicale e non un cronista che si occupa anche di cose musicali com'è quello che in questi anni ha sposato l'inutile ed infruttuosa campagna antivenezia, da quelle stesse pagine, arriva un'affermazione che ci sconvolge la vita e cambia radicalmente le nostre convinzioni. Scrive il noto critico milanese a proposito di un concerto a Milano dell'orchestra viennese diretta da Chailly: " Le classifiche delle orchestre sono demenziali - in questo concordiamo specie quando i risultati  sono fuori di ogni logica - perchè ogni singola prestazione dipende da mille variabili di repertorio,convinzione, acustica e da chi li dirige facendo cosa. Nel caso dei WIENER un comparativo assoluto si può però usare. Sono l'orchestra più VOLUBILE del mondo, capace di meraviglie incomparabili come di prestazioni  ai limiti della SCIATTERIA. Quando suonano come possono e sanno si fanno perdonare ogni cosa, però".
 Che ogni prestazione di un'orchestra dipenda sempre da molte variabili non è un mistero, e che, di solito, le orchestre anche le più blasonate non rendano quando sono in tournée in una sala che non conoscono e cc.. non ci vuole che venga a dircelo il collega illustre del quotidiano milanese, lo sappiamo da noi per esperienza, personale e professionale, diretta. Ma che i Wiener, anche nelle peggiori situazioni, possano scendere al di sotto di uno standard  che tutti comunque e sempre gli riconoscono, su questo non possiamo concordare con il nostro collega. E con qualche altro che - ricordiamo chiaramente, a causa della assurdità dell'affermazione - che, anni fa, in occasione di un concerto della Philharmonia di Londra a Milano faceva rilevare una stecca del primo corno, e magari in mille altre occasioni aveva cantato le meraviglie dell'orchestra  che so io... non facciamo nessun nome, perchè dovremmo fare un elenco interminabile.
 I Wiener per noi sono sempre i Wiener