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lunedì 24 ottobre 2016

Perchè l'Italia vuole censire i pensionati che si sono trasferiti all'estero?

Prima diamo dell'imbecille al governo della May per due iniziative davvero senza senso: è cioè  perchè voleva censire tutti i lavoratori stranieri in Inghilterra ed anche perché chiedeva agli studenti italiani che studiano nelle scuole d' Inghilterra, di specificare se sono, per origine, napoletani o siciliani, e  poi noi facciamo una cosa analoga a quella duplice idiota iniziativa inglese, quando cioè desideriamo censire tutti i pensionati che negli ultimi anni si sono trasferiti stabilmente in paesi dove con la loro pensione - solitamente misera - vivono più tranquilli, perché meno tartassati dallo Stato, perché lì la vita costa meno, e perché i beni fondamentali, come casa luce acqua, sono a buon mercato?
In tutto sarebbero qualche migliaio. La pensione, tassata nel paese di attuale residenza, ma inviata dall'Italia, per effetto  di una tassazione inferiore, diventa per i poveri pensionati - COSTRETTI a cercarsi un posto dove non vivere di stenti - più sostanziosa.

Per quale ragione l'Italia vuole censirli? Forse per richiamarli in patria? Forse per promettere loro di aumentargli la pensione se tornano a vivere in Italia? E, a questa condizione, siamo sicuri che si mettano nuovamente in viaggio per far ritorno nel paese d'origine?
 Non si vorrà mica impedire loro di vivere all'estero, negando il principio sacrosanto della libera circolazione dei cittadini ?
 O forse più semplicemente perché l'Italia s'è accorta che se il flusso verso paesi in cui il costo della vita è più basso, dovesse continuare anzi aumentare (anche fomentato da continui servizi giornalistici che dipingono questi paesi come una nuova terra promessa ) e che ad oggi ha fatto già emigrare fra i 400.000 e 500.000 italiani, tutti i soldi delle loro pensioni vengono, ovviamente, spesi all'estero, con un grave danno per il nostro commercio e per l'erario?

Forse questa seconda ragione comincia a preoccupare in Italia. Ed è bene che preoccupi. Perchè da noi c'è una fetta del paese che vive da signori, e la gran massa restante nell'indigenza. Discussioni su vitalizi e pensioni spropositate per effetto di leggi ad hoc per favorire gli uomini di potere, se ne fanno da tempo, come altrettanto da tempo si discute delle pensioni troppo basse da aumentare, pena la povertà.
 Allora piuttosto che censire gli espatriati 'forzati' per esercitare una qualche azione di dissuasione o ricatto nei loro confronti, si cominci SUBITO a tagliare ed eliminare vitalizi, i costi della politica, i mille privilegi che ogni categoria s'è accaparrato nel tempo,  le pensioni alte, troppo favorevoli al pensionato senza che questi se le sia meritate versando i relativi contributi.  Si dia finalmente seguito alle parole, anche in un altro campo, quello dell'innalzamento reale ed effettivo delle pensioni minime, e poi si ragioni su un'attività di persuasione rivolta ai nostri pensionati residenti all'estero, perché tornino a vivere in Italia.

Forse non tutti lo faranno, anzi saranno certamente pochissimi, perché - non senza ragione - temono qualche tranello, non immediato, ordito ai loro danni dagli incompetenti, inqualificabili e profittatori dei loro governanti; però forse il flusso futuro di questi emigranti pensionati potrebbe arrestarsi o ridursi notevolmente. perché al di là dei vantaggi economici, nell'animo degli Italiani da nord a sud, batte forte il cuore di nostalgia per il proprio paese.

mercoledì 11 novembre 2015

Non c'è due senza tre. Di direttori 'onorari a vita' o 'emeriti': da Muti a Temirkanov, e di nuovo a Muti

Ha cominciato Riccardo Muti, al quale il titolo di 'direttore onorario a vita' dell'Orchestra dell'Opera di Roma gli ha portato un tale sfiga che dopo pochissimi anni si è dimesso, e quel titolo onorifico è rimasto appeso nella bacheca del teatro, mentre l'interessato se l'è scrollato di dosso come si fa con la polvere  caduta sull'abito scuro.
Un giorno andrebbe raccontata la storia vera dell'arrivo di Muti a Roma, della sua permanenza e del suo addio che è riuscito a rompere un'amicizia che durava da anni fra il direttore e Paolo Isotta- che l'ha raccontato nel suo ultimo libro. Quel titolo onorifico dato ad un direttore appena sbarcato a Roma, serviva solo a mostrare a tutti che in qualche maniera il teatro l'aveva legato a sé; non avendo ottenuto che il direttore assumesse l'incarico, vero, di direttore musicale. Se ne è confezionato uno finto, di incarico. Di più, quel titolo onorifico non è che gli abbia portato bene a Muti.
 A Roma, come abbiamo già segnalato ieri, ad un altro direttore, Yuri temirkanov, viene attribuito quel titolo onorifico da parte dell' Orchestra dell'Accademia di santa Cecilia, e speriamo che non gli porti altrettanto sfiga. L'Accademia spiega che è la prima volta che tale titolo viene attribuito ad un direttore. E Bernstein? No, lui era 'presidente onorario dell'orchestra ' non sappiamo se a vita , o soltanto per un pò. E lui, non ricordiamo più se per sdebitarsi con Siciliani, a seguito di tale titolo,  o per meritarselo, oltre le sue abituali presenze in stagione ( come del resto fa Yuri Temirkanov), venne  a Roma a tenere un corso per  giovani direttori d'orchestra, che si portò dagli USA (fra quelli italiani nessuno venne ammesso a seguire tale corso come allievo effettivo, non avendo superato la prova di idoneità; e, se non ricordiamo male, a quel corso partecipò da semplice uditore anche l'attuale sovrintendente dall'Ongaro - o forse ricordiamo male?) e eseguì una memorabile 'Bohème' all'Auditorium della Conciliazione con cantanti giovani , AMERICANI. L'orchestra era galvanizzata dal direttore, come anche tutti i giovani interpreti.
 Adesso un nuovo caso sta per verificarsi, riguardante questa volta un direttore cui quel titolo ha già creato qualche imbarazzo, e cioè Riccardo Muti. La Scala, Pereira in persona, non sa più cosa fare per farlo tornare a dirigere, ci sta provando in tutti i modi; a luglio una mostra gli verrà dedicata, per festeggiare i suoi 75 anni, ed in più, sempre nella prospettiva del ritorno, si agita l'intenzione di volerlo nominare 'direttore emerito', onorificenza di nuovo, freschissimo, caduco conio; sebbene lui alla Scala ci sia già stato per quasi vent'anni; come anche Abbado, al quale quel titolo non è stato mai dato anche recentissimamente.
 Che Muti debba dirigere anche alla Scala, e - secondo noi -  dovrebbe dirigere anche a Santa Cecilia come pure all'Opera di Roma ed nche altrove in Italia, non certo dappertutto, è perfino superfluo ribadirlo-  se fossimo in un paese normale, e  noi non lo siamo. Invece, Muti, in Italia,  può decidere di dirigere solo la sua Orchestra Cherubini, e nessuno può dirgli nulla. Cosa, ad esempio?
Ma che il noto direttore, accetti un altro incarico onorifico  come 'captatio benevolentiae' per il suo ritorno alla Scala, o come risarcimento postumo, non  crediamo accetterà nè che gli faccia bene accettarlo. E lui che è mezzo napoletano oltre che mezzo pugliese, conosce bene il detto :' timeas Mediolanenses et dona ferentes'. In  guardia maestro, se vuole tornare a dirigere l'Orchestra della Scala, lo faccia anche senza  il titolo  di ' direttore emerito'.

martedì 20 gennaio 2015

Arrestata Helga Schmidt, la zarina di Valencia

E' stata arrestata la sovrintendente del Palau de les Arts di Valencia che si è rivelato, dopo qualche anno appena, un monumento allo spreco anche architettonico - se non andiamo errati è venuta fuori anche qualche magagna costruttiva del grande complesso.
Le accuse sono più d'una , dai contratti irregolari che avrebbero fatto finire nelle tasche di importanti artisti ( Mehta, Domingo, Maazel - pace all'anima sua; sembrerebbero tutti artisti riconducibili ad una  agenzia  di rappresentanza con sede nel Principato di Monaco, ben nota alla cronache per cachet mai normali, cioè sempre gonfiati) somme stratosferiche, troppo grandi  in ogni caso,  insulto vero e proprio in tempo di crisi; alla spese folli della  bionda Zarina, ai suoi compensi. Insomma materia che conosciamo bene e che se venisse indagata anche in Italia, metterebbe forse in luce irregolarità di cui da sempre si parla, ma mai apertamente e pubblicamente.
 Da anni si parla di responsabilità degli amministratori, ma poi  tutto viene messo a tacere. Si dice di contratti non proprio regolari di alcuni artisti, con clausole fumose - esattamente come quelle impiegate dalla Schmidt per regalare soldi ai suoi sodali -  sui quali poi si glissa al momento di prendere - è proprio il caso di dirlo - il toro per le corna.
 Dall'epoca in cui finirono in galera, per  qualche ora soltanto e per poca cosa, personaggi come Lanza Tomasi, Siciliani, per la legge sulle agenzie di rappresentanza artistica - una semplice azione dimostrativa - non  si è mai visto un solo sovrintendente dietro le sbarre anche dopo i disastri ben noti anche al grande pubblico.
 In Italia, come sempre, alla scoperta segue l' affossamento, altrimenti dopo le reiterate quotidiane denunce dei giornali su irregolarità amministrative  in ogni campo, qualcuno  verrebbe messo nella condizione di non nuocere più. Ed invece no. Ogni scandalo - di quelli grossi - fa emergere figure altolocate, onnipresenti, e sempre al timone del comando,  e poi li  fa dimenticare come se nulla avessero fatto, lasciandole pronte ad intervenire alla prima occasione. Cosa che loro fanno.
 Una semplice domanda. Perchè il Ministero, senza il quale nessuna attività musicale potrebbe aver luogo in Italia, non dà regole precise e chi sgarra va a casa, anzi va in galera? Semplicemente perchè ogni ministro  vuole aver mano libera per aiutare chi gli è amico e far morire di stenti chi gli si oppone. Questa è la regola italiana. Eppure Valencia è vicina, e si dice che molte delle cose addebitate alla Schmidt erano ben note.  Ma allora, perchè adesso vengono tenuti in grande considerazione alcuni personaggi  dell'italietta che alla corte della Schmidt hanno fatto il loro apprendistato? Non sarebbe meglio diffidarne, mentre invece li stanno candidando ad ogni sovrintendenza che si libera?

venerdì 10 ottobre 2014

Teatro Regio di Torino. Vergnano, Noseda, Fournier

Vergano e  Noseda non possono più convivere, ormai fanno vita da separati in casa, o l'uno o l'altro deve andar via. Non possono più restare ambedue ai vertici del Regio di Torino - è quanto scrivevano  a settembre i giornali bene informati , come la Stampa, la quale aggiungeva che l'assessore alla cultura di Torino, Braccialarghe, sparava a zero sia contro l'uno che contro l'altro, avendo per ciascuno pallottole dedicate.
Poi il miracolo: Vergnano vuole che Noseda vada via? E Noseda resta. Noseda , che aveva fatto da testimone di nozze a Vergnano, vuole separarsi definitivamente da lui, e Vergnano resta. Quale salutare balsamo abbia usato Fassino non è dato sapere, nè possiamo pensare che il balsamo  usato abbia nome e cognome e cioè: Gaston Fournier-Facio, coordinatore artistico del Teatro alla Scala dal 2007, sotto Lissner, e prima con il medesimo, o quasi, incarico a Santa Cecilia, e prima ancora al Maggio Fiorentino, dopo un passaggio con Henze a Montepulciano e con Bussotti alla Biennale - ma qui  parliamo dei tempi della seconda guerra mondiale. Fournier ha sessantasette anni, è sposato a Leonetta Bentivoglio, ed è papa di un giovanissimo compositore, appena diciassettenne che proprio l'altro ieri, in concomitanza con la sua candidatura a Torino, ha debuttato al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno con una operina (melologo), nell'ambito del festival gestito da Ada Gentile, 'Nuovi spazi musicali'.
 Gaston Fournier ha un curriculum di tutto rispetto, come attendente alla direzione artistica, e in aggiunta 'conosce le lingue', che oggi conta assai - si diceva la stessa cosa di Cesare Mazzonis, tanti anni fa, quando da mancato cantante, alle dipendenze di Francesco Siciliani, giunse alla Scala, dopo l'esperienza alla RAI di Roma, che noi ricordiamo per una sua prova di grande meschinità nei nostri confronti - che un giorno racconteremo.
 Però questo non bastava al cursus honorum di Fournier, se hanno ritenuto di  dover aggiungere sue esperienze artistiche sia al Covent Garden che al Festival di Salisburgo. Bugie millantate  che nel suo curriculum istituzionale nel sito della Scala, ovviamente, non compaiono. Con Londra e Salisburgo, nonostante parli molte lingue, non ha mai avuto rapporti professionali inerenti la direzione artistica, se non forse in occasione di coproduzioni con Santa Cecilia o con la Scala, dove invece, come si sa, ha lavorato. E questo per Torino dovrebbe bastare ed avanzare.
 Con Londra, ad essere precisi, forse sì. Quando ci è andato con l'avv. Vittorio Ripa di Meana, sotto la gestione Berio a Santa Cecilia, per fare concretamente al m. Pappano, la proposta di venire a Roma. Pappano lo aveva segnalato lui a Berio,  fidandosi innanzitutto delle prime interviste fatte da sua moglie, Leonetta Bentivoglio al direttore, per Repubblica, quando era a Bruxelles e forse ancora non si sapeva della sua andata a Londra. Fatto sta che Pappano viene a Roma, dopo la morte di Berio,  quando succede al compositore il poeta musicologo Cagli, alla presidenza di Santa Cecilia. Pappano arriva a Roma, ma la convivenza , nella direzione artistica fra Fournier e  Bucarelli - della corte di Cagli - non funziona. Fournier prende la strada di Milano - noi pensammo per 'spianare la via dell'arrivo a Pappano, al termine del suo mandato a Roma e Londra', come poi non è stato. Che la sua partenza da Roma fosse il frutto dell'evidente dissidio con Cagli, fu a tutti esplicitamente noto, quando  Cagli alla presentazione della prima stagione senza l'aiuto di Fournier, non lo ringraziò neppure a denti stretti, come si usa fare fra persone civili,  e dovette farlo Pappano che a Fournier e sua moglie, Bentivoglio, doveva riconoscere qualche parte nella sua venuta a Roma. Solo noi  facemmo notare lo sgarbo.
 Ed ancora noi, oggi, facciamo notare che non c'era assolutamente bisogno che facesse scrivere delle sue inesistenti esperienze a Londra e Saliburgo, quasi che Roma, Firenze e Milano non fossero sufficienti ad accreditarlo presso un teatro italiano non di primissima grandezza,  e dove  certamente non è tornata la pace fra sovrintendente  (attaccato alla poltrona da ormai 15 anni) e direttore musicale (con grande voglia di crescere) come forse fra breve riemergerà. In quel caso Fournier, che alle prime armi ebbe esperienza anche diplomatica, dovrà usare anche quella sua arma segreta per non vivere in un inferno a Torino.

giovedì 9 ottobre 2014

VIVE LA CALLAS? LA WARNER RIPUBBLICA TUTTE LE SUE REGISTRAZIONI FATTE IN STUDIO

Un noto istituto italiano specializzato in ricerche nel campo musicale, i cui risultati pubblica mensilmente sul bollettino di casa, ha effettuato un sondaggio dal quale è risultato che Maria Callas è la 'cantante più importante del secolo scorso', conclusione più o meno immaginata, ma non ci ha detto se è anche la più popolare. E allora ci siamo messi a cercare altre prove per avvalorare il risultato, quasi scontato, di quel sondaggio e per vedere se la Callas sia anche stata la più popolare, e se valore e popolarità siano in stretto rapporto. E, infine, quale sia il grado di popolarità di Maria Callas al momento.
Quale sistema usare per definire il grado di popolarità di un personaggio pubblico, un artista conosciuto? La risposta, nè facile né ovvia, ci ha condotti, attraverso i nostri sistemi poco scientifici, a ribadire che la popolarità di un personaggio dipende soprattutto dalla professione svolta e anor più dal mezzo che lo fa conoscere: Pippo Baudo è certamente più popolare di Carlo Rubbia; almeno così è risultato a noi; ma mettere sullo steso piano le due professioni è quasi una bestemmia. Perciò non conta affatto la profesione né la utilità sociale della medesima; perchè, come nel nostro caso, incide enormemente sul grado di popolarità il mezzo attraverso il quale un personaggio viene conosciuto. La televisione, ad esempio, nel caso di Baudo, per la cui potenza di popolarità si arriva a dire che 'se non sei in televisione semplicemente non esisti' , è il mezzo che procura a chicchessia la popolarità più sfacciata.
Stringendo la ricerca alla musica, nelle varie professioni., ci siamo chiesti fra cantanti, strumentisti, direttori d'orchestra ed anche compositori, perché no?, quali musicisti siano più popolari? E se il palcoscenico sia una cassa di risonanza capace di amplificare la notorietà degli artisti, al pari della televisione?
Abbiamo sempre pensato, senza fare ricerche e indagini in tal senso, che la popolarità maggiore fra i musicisti, l'avessero i cantanti, per la ragione che moltissimi pensano di poter fare ciò che fa il cantante, mentre nessuno, ragionevolmente, crede di poter fare quel che fa il direttore d'orchestra, lo strumentista e, meno ancora, il compositore. E che il cantante, per tale ragione, è il musicista con il quale più facilmente ci si identifica e che lo rende popolare agli occhi di tutti. Come dimostrano, indirettamente, schiere di imitatori di cui la televisione è piena e con le quali vivacchia in assenza di idee.
E perciò cercare i personaggi più popolari fra i cantanti ci era parsa la strada migliore per proseguire l' indagine. Il che faceva anche al nostro caso, visto che l'oggetto primo della nostra ricerca era Maria Callas.
Per avere una prima conferma abbiamo fatto ricorso all'anagrafe popolare più vasta ed aggiornata: la rete. Digitando alla rinfusa, nomi di cantanti, direttori, compositori, strumentisti, abbiamo, ad esempio, scoperto che Bach ha il numero di annunci maggiore di tutti ( 162.000.000. Una vera scoperta!), Mozart 97.000.000 e Beethoven 18.600.000. E che, solo dopo di loro appaiono, per numero di annunci, i cantanti - i più popolari, naturalmente. Pavarotti, guida la classifica, con 10.700.000 annunci, Maria Callas 2.080.000; mentre Verdi è a quota 3.770.000, superato da Puccini che si attesta a 5.140.000. Karajan si ferma a quota 1.410.000, da non credersi; e Glenn Gould, tanto per citare un pianista fra i più conosciuti ed idolatrati, ne ha 2.070.000. Sorprendente, ad un passo dalla Callas. Arturo Benedetti Michelangeli e Cecilia Bartoli, in fondo alla classifica, con circa 650.000 annunci ciascuno. Neanche a prenderli in considerazione.
Questa nostra indagine, non scientifica, ha, secondo noi, il merito di mettere le cose in ordine, ponendo al vertice della piramide musicale i compositori, senza i quali Callas e Pavarotti non potevano che fischiettare canzoni popolari sotto la doccia, o mentre si sbarbavano, nel caso di Pavarotti. Una vendetta postuma contro quel modo barbaro di intendere la musica - avallato da una comunicazione che spara a caratteri cubitali il nome degli interpreti e con caratteri minuscoli, quasi illeggibili, quello dei compositori - che mette cioè gli interpreti al primo posto, e poi i compositori.
Bach è il musicista più popolare di tutta la storia, anche più del grandissimo, fondamentale Beethoven e dell'amatisimo Mozart. Ed anche di Pavarotti e Karajan. Pavarotti resta fra i più amati e conosciuti, ma probabilmente non per il suo valore musicale, bensì per la bellissima voce, ed anche per la simpatia, oltre che per la morte recentissima; e, forse, anche di lui fra qualche anno si perderà ogni ricordo; in quel momento toccherà a qualche casa discografica tenerne vivo il ricordo, immettendo nuovamente sul mercato pacchi di dischi.
Il discorso, attenenndoci al verdetto della rete, è ancor più sfavorevole per la Callas, almeno per il grado della sua attuale popolarità, ma, a differenza di Pavarotti, il suo peso musicale è enormemente più grande, come ha confermato il noto istituto di indagine musicale. Mentre a rinverdirne la popolarità, ci pensa ora la sua casa discografica, pubblicando tutte le sue registrazioni effettuate in studio.
Studiando il fenomeno Callas abbiamo scoperto che esiste negli archivi della Fonit Cetra di Torino, il suo primo provino discografico, nel quale canta 'Casta diva'. Quando in una delle tante ricorrenze si è fatto ascoltare quel provino, di una giovanissima cantante, la commozione ha preso tutti.
Del suo esordio sulle scene in età abbastanza precoce, sotto i vent'anni, e dei suoi studi alla fine degli anni Trenta, ad Atene, dove si era trasferita dalla nativa New York ( era nata nel 1923, il 12 dicembre) con Elvira De Hidalgo, la sua maestra cui è rimasta sempre devota, e con la quale ha mantenuto una fitta corrispondenza epistolare, si sa tutto
Della sua scoperta e del successivo esordio italiano, prima all'Arena ( dove il 3 agosto 1947 cantò 'Gioconda', ed aveva 23 anni) e poi alla Fenice e solo dopo a Firenze, ad opera di una coppia di musicisti illuminati e di grande fiuto, il direttore Tullio Serafin e l'organizzatore/musicista Francesco Siciliani, anche. Così Siciliani ci raccontò l'incontro con la giovane cantante, del quale a distanza di molti anni ricordava anche il mese ed il giorno:16 ottobre 1948, “in casa del maestro Serafin con il quale Lei aveva già cantato, in via dei Monti Parioli, a Roma.
Alcuni giorni prima dell'incontro in casa Serafin - ci raccontò Siciliani all'indomani della mnorte della celebre cantante - ascoltavo 'Tristano' alla radio. Ricordo che l'ascoltai fino alla fine per conoscere il nome della cantante che interpetava Isotta, dalla cui voce ero rimasto colpito: Maria Callas. All'epoca ero direttore artistico del Maggio Fiorentino. Pochi giorni prima di quell'incontro ricevetti una telefonata angosciata di Serafin. Ho qui con me - mi disse con voce concitata - una cantante greco-americana che ha già lavorato con me, ha fatto poi una serie di audizioni, a cominciare dalla Scala, senza esito. Ora è, di conseguenza, costretta ad imbarcarsi a Napoli per l'America; non ha soldi e dovrà viaggiare in classe 'emigrante'. Perchè non viene a Roma per ascoltarla?”
Incontrai, dunque, Maria in casa di Serafin: era una donna un po' rotonda, ma dal vitino stretto e con uno sguardo magico. Una grande personalità. Serafin si mise al pianoforte e accompagnò la Callas in 'Turandot', 'Gioconda', 'Tristano' ecc... in un repertorio di grande taglio drammatico. Ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad una cantante eccezionale. Le chiesi con chi aveva studiato, mi rispose: De Hidalgo, un grande soprano di coloratura. Ma allora, perché non interpreta questo repertorio, le chiesi? Perché non me lo fanno cantare, fu la sua risposta. Mi misi allora io al pianoforte e le feci cantare 'Puritani'. Mi convinsi immediatamente di aver scoperto con lei quello che nell'Ottocento era detto 'soprano drammatico di agilità', che all'importanza della voce univa la possibilità di fare colorature di espressione, non di solo virtuosismo. Chiamai subito il sovrintendente fiorentino, Pariso Votto, fratello di Antonino - il celebre direttore - e gli esposi il caso. Feci fare alla Callas un contratto triennale per riprendere il repertorio per il quale sembrava essere fatta la sua voce. Cominciammo con 'Norma', anche posticipando l'inizio della stagione invernale. Le recite di 'Norma', due appena, ottennero un successo travolgente. Seguirono 'Traviata' e 'Lucia' - in quest'ultima opera fece tremare il teatro, perché eravamo abituati ad ascoltare Lucia da voci di soprano lirico leggero. Poi 'Puritani', 'Orfeo ed Euridice' di Haydn, diretto da Erich Kleiber (padre di Carlos), 'Vespri siciliani', che poi riprese anche alla Scala, diretta da De Sabata. Per due anni ancora ebbi modo di lavorare con Lei, facendole studiare un'opera, che poi non è stata più ripresa, 'Armida' di Rossini, nella quale la Callas credette di aver raggiunto i vertici dell'arte, ma quei vertici li raggiunse davvero quando le feci studiare, nonostante la sua riluttanza, 'Medea' di Cherubini. Dimenticavo: dopo le recite di 'Norma' della fine 1948, a settembre dell'anno dopo, la portai a Perugia, alla Sagra Musicale Umbra ( il celebre festival di cui Siciliani è stato per decenni direttore ndr.) dove, interpretò, dopo pianti e ripensamenti, il 'S. Giovanni Battista' di Stradella in prima ripresa moderna”.
Questi i primi anni di carriera, già luminosa, di Maria Callas, raccanotata dal suo 'scopritore', ruolo nel quale la Callas, a Siciliani, affiancava Serafin, dal quale riconosceva di aver appreso una grande lezione: “ recitare attraverso la musica. Mi diceva. Non rendere Gilda 'graziosa'. Sarà pure vergine, ma non dimenticare che muore per amore!”.
Dopo quegli inizi la Callas, nel corso della sua non lunga carriera, operò una vera rivoluzione nel repertorio operistico, professando la sua fedeltà assoluta al testo, e sancendo la fine definitiva dell'epoca d'oro del belcanto. Via le 'belle voci' con il 'cuore in mano' e lo 'spartito in soffitta'. Ebbe scarsa considerazione della tradizione che definiva ironicamente: 'l'ultima cattiva interpretazione', per concludere che la tecnica, che possedeva in grado altissimo, doveva sottoporsi alla necessità drammatica. E così, con tale uso della tecnica, la poesia faceva il suo ingresso nel mondo dell'interpretazione vocale. Per questa sua unicità, lei ha fatto scuola, ma senza avere eredi, contrariamente a ciò che qualche studioso ebbe a proporre, affermando che se al tempo della Calla fossero state attive la Caballè o la Sutherland, queste le avrebbero dato filo da torcere. No, Monserrat Caballè, la più bella voce del secolo, come anche Joan Sutherland, magnifica cantante, mai e poi mai avrebbero potuto essere antagoniste della Callas, e tanto meno sue eredi. Belle voci, ottime interpreti, ma non interpreti di storica rilevanza.
Un duro colpo lo diede anche alla sostanziale impreparazione della critica 'vocalistica' –-che non l'amò - ed alle grosse carenze della musicologia che, “illuminata dal genio dell' arte vocale e dal soffio vitalizzante dell' arte tragica della Callas, dovrà smentire frettolose bocciature, minimizzanti etichettature, e sghembe suddivisioni gerarchiche di cui erano costellate certe 'Storie della Musica' in circolazione” (Franco Soprano).
Ma allora la Callas è diventata più popolare di Giuseppe Verdi? Non sappiamo. In un'asta recente, un pacco di lettere indirizzate alla sua maestra De Hidalgo ha trovato subito il compratore, e non ad un prezzo di favore, mentre una bella e storica collezione di lettere di Giuseppe Verdi è rimasta invenduta. Come spiegarcelo? Non sappiamo. Noi preferiamo pensare che quella vendita si spieghi semplicemente con il feticismo nei riguardi di grandi personalità e di ogni loro cosa, oppure con la semplice, diffusa mania del possesso; e che Verdi perciò sia - e debba restare - più popolare di Maria Callas.
                                                                                    ( Suono. Per gentile concessione)





mercoledì 9 aprile 2014

Giornali,dischi,foto in mostra per Arturo Benedetti Michalengeli.Alla Nazionale di Roma

Premettiamo per dovere di cronaca che la mostra non l’abbiamo vista. Abbiamo invece letto e riletto il catalogo della mostra ospitata  nella Biblioteca Nazionale di Roma, ed aperta fino a tutto maggio, nel quale i materiali esposti – poveri! – sono illustrati uno per uno.
 Si tratta di articoli di giornali, quasi tutti provinciali ( ‘Il popolo di Brescia’ ‘Il Giornale di Brescia’, ‘Brescia Oggi’ più di tutti), reperiti a seguito di lunga (?) ricerca nei giacimenti della Nazionale romana. Ne valeva la pena?  I curatori sanno che esistono anche riviste di musica, le cui collezioni sicuramente sono anche alla Nazionale? Oltre questi giornali,  c’è qualche libro per il quale è stato richiesto il prestito a collezioni private, il che dovrebbe deporre della difficile reperibilità degli stessi volumi. E, invece , non è così. ‘Il pianoforte’ di Alfredo Casella, volume più volte ripubblicato,  vi è esposto solo perché  vi si legge – ed è l’unica citazione - che in Italia ci sono pianisti  molto bravi…fra i quali Michelangeli. Mentre invece non viene citato né mostrato ‘Crepuscolo del pianoforte’, un famoso libro di Beniamino Dal Fabbro, dove si legge una stroncatura di Benedetti Michelangeli. Poi vi sono copertine di dischi, per le quali si è andati a scomodare  il ’Fondo Siciliani’ della Biblioteca, quando sarebbe stato sufficiente rivolgersi alla casa discografica  del pianista oppure anche alla Fondazione intitolata al maestro, della cui esistenza i curatori  forse non sono a conoscenza.
 Il catalogo, graficamente fra i più brutti e lugubri degli ultimi tempi, contiene anche qualche articolo che esula dall’argomento della mostra, come quello sulla storia del pianoforte, dove, quanto a date e circostanze, vi sono alcune inesattezze. 
 Alla mostra e al catalogo hanno lavorato  ricercatori con nessuna esperienza e conoscenza in fatto di musica, come anche giovani storiche dell’arte.

 La mostra è stata curata da Adriana Ghislanzoni; alla sua realizzazione ha contribuito Il Centro Studi Atesini.