A domanda risponde. Maestro Muti, la Rai antepose al suo precedente concerto viennese, nel 2004, il concerto dalla Fenice, alla prima edizione. Ora tornando lei a Vienna, non poteva tornare sui suoi passi riproponendo su Rai 1 il suo concerto, e mandando su Rai 2 il Concerto veneziano?
E il Maestro risponde: "Bisogna chiederlo ai dirigenti Rai. Tra l'altro la prima volta volta della Fenice coincise, nel 2004, con il mio precedente concerto al Musikverein. I viennesi rimasero disorientati per il fatto che, con un direttore italiano, l'Italia per la prima volta compisse una scelta autartica. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, alla Rai ritengono sia giusto così. Certo il Concerto di Vienna è unico, non solo per la qualità dell' Orchestra ma perché quella musica a cavallo tra il sorriso e la lacrima fa parte di un periodo storico particolare e si adatta all'atmosfera del primo dell'anno, evocando desideri e sogni che non esistono in altri repertori. Non credo che i miei musicisti di Chicago sarebbero interessati al brindisi della Traviata o al Va' pensiero, e si sa quanto ami queste opere, ma con la fine dell'anno c'entrano poco".
Cominciamo dal principio, perchè la storia del Concerto della Fenice la conosciamo bene, per filo e per segno, perché fin dall'inizio ce ne siamo occupati direttamente sempre, relativamente alla formulazione del programma, e spesso anche per altro, per conto della Rai.
Sì, il primo Concerto di Capodanno da Venezia, in diretta su Rai 1, coincise con il precedente impegno di Muti a Vienna; e Muti aveva diretto il concerto inaugurale della risorta Fenice, anche quello trasmesso in diretta, appena una decina di giorni prima del Capodanno 'italiano', che Muti definisce autartico.
Muti conosce le ragioni di quella iniziativa? Eccole. La sig. Anna Elena Averardi, consulente per l'immagine del teatro veneziano, ebbe l'idea di suggerire alla direzione di Rai 1 (Fabrizio Del Noce) di trasmettere da Venezia il Concerto di Capodanno. Nelle intenzioni della sig.ra Averardi, accolte da Dal Noce, c'era il desiderio di festeggiare la ricostruzione dello storico teatro veneziano, 'dov'era, com'era'. Il Concerto, diretto da Maazel, ebbe successo, superando, per share e telespettatori, tutte le precedenti edizioni di quello viennese; e forse anche per tale manifesto gradimento, si decise di continuare - come si fa da quindici anni - a mandare in onda da allora, ininterrottamente, in diretta su Rai 1, il Concerto da Venezia, senza però cancellare quello da Vienna, che viene trasmesso su Rai 2, subito dopo quello veneziano, a partire dalle 13,30.
Questa è la storia. Negli anni il concerto è stato diretto da importanti direttori: Maazel, Pretre, il quale dopo il concerto veneziano venne invitato per la prima volta a dirigere quello viennese, Masur, Gardiner, Roberto Abbado, Harding e solo uno dei ricorrenti problemi di salute vietarono a Temirkanov di dirigerlo, sebbene annunciato e sostituito all'ultimo minuto.
Nel tempo, noi, che oltre che sulla formulazione del programma siamo stati spesso interpellati anche sulla scelta dei direttori e dei cantanti, abbiamo consigliato alcuni nomi, come ad esempio, per i direttori, quello di Tony Pappano. Al quale però i dirigenti dell'epoca si rivolsero in giugno per il successivo dicembre. La risposta di Pappano fu ovvia e piccata: c'ho da fare tra Roma e Londra. Eravamo riusciti a convincere Cagli - con il quale allora avevamo buoni rapporti - a cedere per una trasferta il suo direttore, adducendo come ragione che la visibilità della tv avrebbe giovato a Pappano, da poco in Italia. E ne avevamo parlato anche con Pappano, del quale proprio in quegli anni stavamo scrivendo la biografia, ottenendone risposta affermativa, in linea di principio.
Poi avendo spesso visto sul podio della Fenice Chailly, Chung, Gatti, avevamo consigliato al direttore artistico - l'attuale sovrintendente Ortombina - di invitarli. La risposta, sempre uguale. era: non verranno ( non verrebbero?). Senza dirci però se li aveva invitati. Lui dava per scontato che non sarebbero venuti. Perchè allora, quest'anno, Chung ha accettato?
A dire la verità non gli abbiamo mai chiesto di Muti, e perciò non possiamo dire se Ortombina l'abbia invitato e, se sì, quale sia stata la sua risposta.
Ora, dice Muti, ma suggerisce Cappelli e avrebbe desiderato il 'politico ignoto' Giro, la Rai avrebbe dovuto in occasione del ritorno suo a Vienna, scalzare Venezia da Rai 1 e rimetterci il concerto viennese. Perché, lo spiega a suo modo: perchè lui è il massimo direttore italiano vivente, perchè i Wiener sono una delle più grandi orchestre, perchè il Concerto viennese è il più visto nel mondo, perchè il programma del concerto viennese è più adatto di quello veneziano per un concerto di inizio d'anno. Insomma, dice Muti, napoletano, alla fine del suo ragionamento: la Marcia di Radestzki è meglio del brindisi della Traviata.
E' qui che non seguiamo più il maestro italiano. I valzer viennesi sono per semplice tradizione programma del Concerto di Capodanno da Vienna ; nè più e nè meno di come i brani più popolari del nostro melodramma lo sono per il Concerto dalla Fenice, da quindici anni. Dunque non spiega per quale ragione Rai 1 dovrebbe rinunciare a tale iniziativa che, per una volta, valorizza, in patria, il patrimonio musicale che il mondo ci invidia e al quale Muti dichiara il suo particolare attaccamento ed apprezzamento.
Se lo vuole qualche italiano, che Vienna cioè torni dov'era, su Rai 1, non è ragione sufficiente perchè non si dia ascolto a quei 4.400.000 telespettatori - quanti erano fino a quando noi ce ne siamo occupati, mentre ora sono scesi fino a quasi 3.600.000, ma noi tuttavia speriamo che la discesa da quest'anno si fermi - che, a rigor di cifra, sono stati sempre in numero maggiore di quelli che in ogni edizione hanno guardato ed ascoltato il Concerto da Vienna su Rai 1 e che ora possono seguirlo su Rai 2. Il passaggio da Rai 1 a Rai 2 non è da intendersi come DECLASSAMENTO, bensì come semplice SPOSTAMENTO.
Se poi gli orfani di Vienna restano comunque insoddisfatti e inconsolabili, nulla vieta che, per manifesta ritorsione, si rechino a Vienna - del resto alcuni anni fa l'aveva fatto lo stesso Cappelli, come scrisse sul 'Corriere', in compagnia ( buona quella!) di Catello De Martino, l'indimenticato sovrintendente del disastro all'Opera di Roma, al tempo di Riccardo Muti - e come potrebbe fare, perchè i mezzi ce li ha, anche Francesco Giro, ex sottosegretario alla cultura del Governo italiano che preferisce Vienna e la sua musica a Venezia ed alla musica italiana. Non si tratta di autarchia nella scelta italiana; mentre negli oppositori, si tratta di evidente stupido autolesionismo.
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giovedì 28 dicembre 2017
Riccardo Muti dal podio viennese del Concerto di Capodanno se la prende con il Concerto veneziano di Capodanno e con la Rai. L'arcitaliano fa l' antitaliano
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venerdì 17 febbraio 2017
Corriere della sera. Insopportabili idiozie a proposito del concerto romano (Accademia di s.Cecilia) di Sol Gabetta ed Alan Gilbert
Cominciamo dal titolo, anche se non è la cosa peggiore che si è letta, e che viene dopo. 'La prima volta di Alan Gilbert e Sol Gabetta', titola il quotidiano nelle pagine 'romane' . Il lettore cosa si può immaginare ? Se non guardasse la foto che ritrae un direttore (seduto, ma con la bacchetta in mano - e per questo lo si dovrebbe riconoscere) ed una violoncellista che però non si capisce dove stia suonando, perchè ha i capelli al vento (suona all'aperto o è cotonata?) penserebbe a due che raccontano la storia del loro primo incontro. D'amore; o del primo bacio appassionato. E invece no.
Si tratta di storia molto più semplice, quasi banale: i due per la prima volta suonano insieme. Mamma mia che notizia! Ogni giorno, nel mondo, ci sono decine di migliaia di casi simili e se i giornali di tutti i paesi volessero dar peso a questi incontri, dovrebbero dedicarvi pagine e pagine. Inutili! Semmai è la prima volta per Gilbert a Roma, e questa potrebbe essere una notizia ( trattandosi di un direttore a capo di una delle grandi orchestre americane da tempo; ma forse è un semplice accidente dovuto al giro delle agenzie); dove invece, Gabetta, di nome Sol ( che significa quel suo nome? forse questo un lettore italiano gradirebbe sapere e certo non lo troverà nell'articolo) è di casa, e questa, perciò, non è una notizia per noi.
Avanti, e veniamo al repertorio. Gilbert ci presenta una sua sintesi della Tetralogia wagneriana, alla quale ha lavorato per molto tempo, per giungere a pigiarla tutta in meno di un'ora. Ma non ci aveva provato anni fa anche Maazel, beccandosi non poche critiche? A che pro ritentare una impresa che si sa fallimentare quando il repertorio possibile è vastissimo? Perchè andare a toccare opere intoccabili? Che direste se uno scrittorello di oggi sintetizzasse per noi, semplicemente per non tenerci occupati per molto tempo nella lettura, un grande romanzo, in una dozzina di pagine?
Nella affannosa ricerca del nuovo si esibisce anche la celebre violoncellista argentina, Sol Gabetta, che è stanca di suonare sempre le stesse cose, essendo il repertorio per violoncello non vastissimo. Che dovrebbe dire, allora, un fagottista, ma anche un cornista e perfino un violista, per non parlare di un contrabbassista?
Analogo insensato discorso lo fece molti anni fa una celebre avvenente violinista, compagna di Claudio Abbado (col quale ci fece anche un figlio), la quale, quando si separò da Abbado e si mise con un musicista dell'altro campo, fece lo stesso discorso e s'imbarcò nell'avventura jazzistica. E se avesse fatto il batterista il suo nuovo compagno, cosa avrebbe fatto la Mullova? La ballerina di tip tap?
Ma forse la Gabetta voleva dire che essendo diventata famosa, ora può scegliere Lei il suo repertorio e non subire imposizioni.
Il peggio viene ora, e sta nella didascalia della foto, dove si legge un'autentica bestialità, sintomo di incompetenza e di mancanza di proprietà di linguaggio (oggi abbiamo preso esempio dal Corriere, ma non molto tempo fa, su Repubblica, tanto per dare una botta al cerchio e una alla botte,. una giornalista non aveva chiara in mente la differenza che passa fra un 'coreografo' ed uno 'scenografo', e perciò attribuiva al secondo, allo 'scenografo', una coreografia, e potremmo continuare con questa sciatteria che ci disturba ed offende!).
" A sinistra un ritratto della violoncellista argentina che si esibirà sulle note di Bohuslav Martinu nel Concerto per violoncello n.3". Sta a vedere che ha scambiato, didascalia facendo, la violoncellista per una ballerina? La violoncellista "suonerà il concerto" ecc... oppure "solista nel concerto" ecc... questo avrebbe dovuto scrivere, non altro, come ha fatto.
Anche per non far venire il dubbio al lettore che la violoncellista , cammin facendo, avrebbe abbandonato il violoncello per esibirsi, danzando, sulle note del povero malcapitato Martinu.
Di idiozie se ne leggono ogni giorno ed anche in abbondanza. Noi ci accontenteremmo se solo si riducesse la quantità, visto che sembra impossibile pretendere maggiore professionalità, essendo la musica affidata al primo arrivato nelle redazioni.
Si tratta di storia molto più semplice, quasi banale: i due per la prima volta suonano insieme. Mamma mia che notizia! Ogni giorno, nel mondo, ci sono decine di migliaia di casi simili e se i giornali di tutti i paesi volessero dar peso a questi incontri, dovrebbero dedicarvi pagine e pagine. Inutili! Semmai è la prima volta per Gilbert a Roma, e questa potrebbe essere una notizia ( trattandosi di un direttore a capo di una delle grandi orchestre americane da tempo; ma forse è un semplice accidente dovuto al giro delle agenzie); dove invece, Gabetta, di nome Sol ( che significa quel suo nome? forse questo un lettore italiano gradirebbe sapere e certo non lo troverà nell'articolo) è di casa, e questa, perciò, non è una notizia per noi.
Avanti, e veniamo al repertorio. Gilbert ci presenta una sua sintesi della Tetralogia wagneriana, alla quale ha lavorato per molto tempo, per giungere a pigiarla tutta in meno di un'ora. Ma non ci aveva provato anni fa anche Maazel, beccandosi non poche critiche? A che pro ritentare una impresa che si sa fallimentare quando il repertorio possibile è vastissimo? Perchè andare a toccare opere intoccabili? Che direste se uno scrittorello di oggi sintetizzasse per noi, semplicemente per non tenerci occupati per molto tempo nella lettura, un grande romanzo, in una dozzina di pagine?
Nella affannosa ricerca del nuovo si esibisce anche la celebre violoncellista argentina, Sol Gabetta, che è stanca di suonare sempre le stesse cose, essendo il repertorio per violoncello non vastissimo. Che dovrebbe dire, allora, un fagottista, ma anche un cornista e perfino un violista, per non parlare di un contrabbassista?
Analogo insensato discorso lo fece molti anni fa una celebre avvenente violinista, compagna di Claudio Abbado (col quale ci fece anche un figlio), la quale, quando si separò da Abbado e si mise con un musicista dell'altro campo, fece lo stesso discorso e s'imbarcò nell'avventura jazzistica. E se avesse fatto il batterista il suo nuovo compagno, cosa avrebbe fatto la Mullova? La ballerina di tip tap?
Ma forse la Gabetta voleva dire che essendo diventata famosa, ora può scegliere Lei il suo repertorio e non subire imposizioni.
Il peggio viene ora, e sta nella didascalia della foto, dove si legge un'autentica bestialità, sintomo di incompetenza e di mancanza di proprietà di linguaggio (oggi abbiamo preso esempio dal Corriere, ma non molto tempo fa, su Repubblica, tanto per dare una botta al cerchio e una alla botte,. una giornalista non aveva chiara in mente la differenza che passa fra un 'coreografo' ed uno 'scenografo', e perciò attribuiva al secondo, allo 'scenografo', una coreografia, e potremmo continuare con questa sciatteria che ci disturba ed offende!).
" A sinistra un ritratto della violoncellista argentina che si esibirà sulle note di Bohuslav Martinu nel Concerto per violoncello n.3". Sta a vedere che ha scambiato, didascalia facendo, la violoncellista per una ballerina? La violoncellista "suonerà il concerto" ecc... oppure "solista nel concerto" ecc... questo avrebbe dovuto scrivere, non altro, come ha fatto.
Anche per non far venire il dubbio al lettore che la violoncellista , cammin facendo, avrebbe abbandonato il violoncello per esibirsi, danzando, sulle note del povero malcapitato Martinu.
Di idiozie se ne leggono ogni giorno ed anche in abbondanza. Noi ci accontenteremmo se solo si riducesse la quantità, visto che sembra impossibile pretendere maggiore professionalità, essendo la musica affidata al primo arrivato nelle redazioni.
domenica 13 settembre 2015
Ma allora credono veramente a ciò che hanno scritto nelle pagine 'Eventi' del 'Sole 24 Ore' di oggi. Anche Quirino Principe ci crede?
Quando ci capita sotto gli occhi una di quelle pagine 'Eventi' - sempre più frequenti, con le quali le istituzioni culturali, comprese fondazioni liriche e grandi istituzioni musicali, quelle che possono permetterselo economicamente, finanziano i giornali, comprandosi, neppure tanto tacitamente, una loro benevola attenzione, almeno nelle serate inaugurali - ci viene l'orticaria, al semplice pensiero che con il denaro si può far scrivere qualunque cosa, temendo anche di leggervi fra gli autori degli immancabili, spesso immeritati, panegirici concordati, il nome di qualche nostro conoscente, verso il quale nutriamo stima incondizionata o al quale ci lega sincera amicizia.
Già tante volte siamo stati ad un passo dal leggervi i nomi di quella ristrettissima cerchia di persone cui teniamo, coinvolta in tale traffico, identificabile nel peccato di 'simonia' laica.
Dove sta il traffico, e dove la 'simonia', viene da dire al lettore delle pagine 'Eventi' del Sole 24 ore di oggi, ben quattro pagine, dedicate - al costo di 10-15.000 Euro? - all'Accademia di Santa Cecilia che, fra qualche settimana, inizia la sua nuova stagione concertistica?
Non uno ma tanti sono i cantori che in quelle pagine, inneggiano alla nuova stagione, la più grande del mondo, i quali nella confusione della scrittura delle rispettive parti scrivono cose in aperta contraddizione, come quando, raccontandoci che nella serata inaugurale, prima della 'Nona' di Beethoven anticipano che ci sarà un nuovo pezzo di Luca Francesconi, in una lingua del continente nero, un brano per 'soprano' - e viene mostrata la bellissima cantante nera - e orchestra; e, nella stessa pagina, sotto, leggiamo che il brano, sempre quello di Francesconi, è per 'coro' e orchestra, e in questo errore incorre addirittura il capo in testa dell'Accademia. Ma questa non è che una svista, anche perdonabile.
Ciò che invece non è semplice svista è il panegirico della programmazione e del suo autore, in continuità con il predecessore.
Ora dal novero di questi cantori della 'Domenica del Sole' vogliamo sfilarci per segnalare due note che riteniamo stonate, non saltate ai loro occhi.
Innanzitutto il ciclo di sinfonie beethoveniane affidato a Pappano, esaurito nel breve volgere di un mese, con due sinfonie servite ogni sera e che a noi ha dato sempre l'impressione delle 'margaritas ante porcos' dove le 'margaritas' sono le sinfonie' ed i 'porcos', involontari, noi ascoltatori che più di 'una perla per volta' non riusciamo ad apprezzare, e, di conseguenza, dalla seconda in poi, la sprechiamo.
Non sarebbe bastata una sinfonia a sera, facendola precedere da qualche altro brano di musica di minore spessore, minore complessità di struttura e minore profondità?
Siamo stati, per tale ragione, sempre contrari ai cicli completi - pensiamo alle maratone di Abbado con i Berliner a Roma, e a Maazel che in poche ore le eseguì tutte a Londra, davanti a sfiniti ascoltatori - e sempre convinti che i programmi 'all'antica', congegnati in altra maniera: uno o due brani, di minore durata e impegno nell'ascolto, e poi, a conclusione, una sinfonia, fossero la migliore soluzione, anche se non ricordiamo più chi dei nostri colleghi si sia scagliato contro tale tecnica di confezione di programmi da concerto, in voga nel passato.
Ma poi c'è una seconda nota, stonata, e ci fermiamo a due, fra quelle non saltate all'occhio vigile dei cantori nostri conoscenti. e cioè l'assenza totale di musicisti italiani fra quelli invitati da Santa Cecilia. Dunque la musica in Italia è stata smantellata ed i nostri amici cantori non se ne sono accorti, tanto da non denunciarla?
Forse queste due note che a noi appaiono stonate, alle orecchie dei cantori del 'Sole' non appaiono tali. Altrimenti Quirino Principe, che ha la nostra massima stima e che ci onora della sua amicizia - ed ambedue vorremmo ancora conservare in futuro - almeno lui, le avrebbe corrette sulla parte che gli hanno assegnato.
Già tante volte siamo stati ad un passo dal leggervi i nomi di quella ristrettissima cerchia di persone cui teniamo, coinvolta in tale traffico, identificabile nel peccato di 'simonia' laica.
Dove sta il traffico, e dove la 'simonia', viene da dire al lettore delle pagine 'Eventi' del Sole 24 ore di oggi, ben quattro pagine, dedicate - al costo di 10-15.000 Euro? - all'Accademia di Santa Cecilia che, fra qualche settimana, inizia la sua nuova stagione concertistica?
Non uno ma tanti sono i cantori che in quelle pagine, inneggiano alla nuova stagione, la più grande del mondo, i quali nella confusione della scrittura delle rispettive parti scrivono cose in aperta contraddizione, come quando, raccontandoci che nella serata inaugurale, prima della 'Nona' di Beethoven anticipano che ci sarà un nuovo pezzo di Luca Francesconi, in una lingua del continente nero, un brano per 'soprano' - e viene mostrata la bellissima cantante nera - e orchestra; e, nella stessa pagina, sotto, leggiamo che il brano, sempre quello di Francesconi, è per 'coro' e orchestra, e in questo errore incorre addirittura il capo in testa dell'Accademia. Ma questa non è che una svista, anche perdonabile.
Ciò che invece non è semplice svista è il panegirico della programmazione e del suo autore, in continuità con il predecessore.
Ora dal novero di questi cantori della 'Domenica del Sole' vogliamo sfilarci per segnalare due note che riteniamo stonate, non saltate ai loro occhi.
Innanzitutto il ciclo di sinfonie beethoveniane affidato a Pappano, esaurito nel breve volgere di un mese, con due sinfonie servite ogni sera e che a noi ha dato sempre l'impressione delle 'margaritas ante porcos' dove le 'margaritas' sono le sinfonie' ed i 'porcos', involontari, noi ascoltatori che più di 'una perla per volta' non riusciamo ad apprezzare, e, di conseguenza, dalla seconda in poi, la sprechiamo.
Non sarebbe bastata una sinfonia a sera, facendola precedere da qualche altro brano di musica di minore spessore, minore complessità di struttura e minore profondità?
Siamo stati, per tale ragione, sempre contrari ai cicli completi - pensiamo alle maratone di Abbado con i Berliner a Roma, e a Maazel che in poche ore le eseguì tutte a Londra, davanti a sfiniti ascoltatori - e sempre convinti che i programmi 'all'antica', congegnati in altra maniera: uno o due brani, di minore durata e impegno nell'ascolto, e poi, a conclusione, una sinfonia, fossero la migliore soluzione, anche se non ricordiamo più chi dei nostri colleghi si sia scagliato contro tale tecnica di confezione di programmi da concerto, in voga nel passato.
Ma poi c'è una seconda nota, stonata, e ci fermiamo a due, fra quelle non saltate all'occhio vigile dei cantori nostri conoscenti. e cioè l'assenza totale di musicisti italiani fra quelli invitati da Santa Cecilia. Dunque la musica in Italia è stata smantellata ed i nostri amici cantori non se ne sono accorti, tanto da non denunciarla?
Forse queste due note che a noi appaiono stonate, alle orecchie dei cantori del 'Sole' non appaiono tali. Altrimenti Quirino Principe, che ha la nostra massima stima e che ci onora della sua amicizia - ed ambedue vorremmo ancora conservare in futuro - almeno lui, le avrebbe corrette sulla parte che gli hanno assegnato.
mercoledì 2 settembre 2015
Nuove atmosfere parmigiane, antichi vizi italiani nella Filarmonica Toscanini di Parma
E' stata presentata la decima edizione della stagione sinfonica della Filarmonica Toscanini di Parma che , da quando è nata, mantiene il nome di 'Nuove atmosfere'. Alla presentazione erano presenti ovviamente il direttore artistico, Rosetta Cucchi, ed il direttore principale dell'orchestra Luigi Lanzillotta, oltre i rappresentanti di alcuni partner istituzionali dell'Orchestra.
Il programma 2015-16 ha come principale filo conduttore l'esaltazione della voce umana, presente in molti programmi, e la riscoperta di autori poco frequentati - ingiustamente - oltre ad alcuni altri del Novecento storico.
Tutto bene, tutto meraviglioso si dirà. Ciò che leggendo il programma non si può constatare è il livello dell'orchestra che, un tempo, vivo Maazel, sebbene in una formazione sui generis, aveva raggiunto una qualità riconosciuta. Ora c'è solo da augurarsi che, anche senza Maazel e senza l'inserimento di facce e professionalità nuove, Lanzillotta ed i suoi sodali abbiano a cuore la tenuta qualitativa dell'orchestra, e la perseguino con accanimento.
Lo stesso accanimento che ci sembra di leggere scorrendo la lista dei direttori ospiti della stagione. Accanimento nell'invitare solo DIRETTORI STRANIERI, ed accanimento nell'evitare accuratamente la presenza di DIRETTORI ITALIANI. Lanzillotta e la Cucchi, unici italiani, corresponsabili della programmazione, ci spieghino la ragione per noi assolutamente incomprensibile.
Restiamo in attesa.
P.S.
In data 15 luglio 2015, compare in questo nostro blog, un post dal medesimo titolo e con il medesimo contenuto: nessun italiano fra i direttori, oltre Lanzillotta. Qualche ragione, sicuramente non nobilissima, ci sarà pure. Perchè Cucchi e Lanzillotta non ce la rivelano?
Il programma 2015-16 ha come principale filo conduttore l'esaltazione della voce umana, presente in molti programmi, e la riscoperta di autori poco frequentati - ingiustamente - oltre ad alcuni altri del Novecento storico.
Tutto bene, tutto meraviglioso si dirà. Ciò che leggendo il programma non si può constatare è il livello dell'orchestra che, un tempo, vivo Maazel, sebbene in una formazione sui generis, aveva raggiunto una qualità riconosciuta. Ora c'è solo da augurarsi che, anche senza Maazel e senza l'inserimento di facce e professionalità nuove, Lanzillotta ed i suoi sodali abbiano a cuore la tenuta qualitativa dell'orchestra, e la perseguino con accanimento.
Lo stesso accanimento che ci sembra di leggere scorrendo la lista dei direttori ospiti della stagione. Accanimento nell'invitare solo DIRETTORI STRANIERI, ed accanimento nell'evitare accuratamente la presenza di DIRETTORI ITALIANI. Lanzillotta e la Cucchi, unici italiani, corresponsabili della programmazione, ci spieghino la ragione per noi assolutamente incomprensibile.
Restiamo in attesa.
P.S.
In data 15 luglio 2015, compare in questo nostro blog, un post dal medesimo titolo e con il medesimo contenuto: nessun italiano fra i direttori, oltre Lanzillotta. Qualche ragione, sicuramente non nobilissima, ci sarà pure. Perchè Cucchi e Lanzillotta non ce la rivelano?
domenica 14 giugno 2015
In onore del Verdi massone ricostituita l'antica via dell'osservanza, che unisce tre centri della congrega.
Se Verdi era massone ed anticlericale - ma le due cose non sono congiunte per forza - ormai lo pensano tutti. E prima ancora che un recente studio sul 'Falstaff ' ne offrisse ragioni perfino musicali come si trovano, ad esempio, nel 'Flauto' mozartiano. Ora in omaggio a Verdi si è voluta ricostruire, con una precisa indicazione di percorso e sentieri che attraversando il centro Italia, legano Siena a Bologna a Parma, per intanto. Salvo poi ad includere in detto sentiero, nei mesi a venire, anche Perugia e Roma, capitali della massoneria. Non quella deviata, per carità, ma quella che, più modestamente e disinteressatamente ( !) in nome dell'appartenenza, fa affari, risolve diatribe, distribuisce mansioni di potere. In questo caso nel nome e con la benedizione di Verdi.
Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana e con la direzione di una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta, comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione che ha cadenza annuale.
E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato, nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana - lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule - al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.
Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana e con la direzione di una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta, comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione che ha cadenza annuale.
E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato, nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana - lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule - al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.
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venerdì 5 giugno 2015
All'Accademia di Santa Cecilia non fanno come alla Scala, in caso di defezioni di artisti ospiti
Proprio così. Alla Scala, in caso di defezioni di artisti ospiti, come negli ultimi tempi ve ne sono state parecchie, non fanno davvero come i loro cugini dell'Accademia di santa Cecilia, le uniche due fondazioni lirico-sinfoniche italiane che hanno ottenuto autonomia di gestione.
Pereira ha tenuto a sottolinearlo. Se un artista all' ultimo momento, per ragioni plausibili, da forfait, la Scala è pronta a sostituirlo con un altro di pari bravura e notorietà, per il peso che una istituzione deve nell'opinione pubblica ed il rispetto nei confronti del suo pubblico.
A Santa Cecilia, invece - possiamo dirlo con assoluta certezza fino a quando dall'Accademia ricevevamo regolarmente le comunicazioni, oggi non più, per punizione; perché osiamo scrivere talvolta ciò che l'Accademia di dall'Ongaro e prima di Cagli non desidera che si scriva!!! - quando un direttore, soprattutto un direttore non tiene fede ad un impegno, loro ricorrono all'assistente di Pappano, Rizzari, risparmiando quindi enormemente, o a qualcun altro direttore non del medesimo livello di notorietà, almeno di notorietà, se pensiamo che negli ultimi anni tali sostituzioni redditizie per l'Accademia hanno riguardato direttori di grandissimo peso, come Temirkanov, Maazel, Pretre, mai sostituiti adeguatamente.
E perciò, a differenza di Pereira che vuole sempre mantenere alto il nome della Scala,anche nelle emergenze, a Santa Cecilia negli ultimi anni ogni sostituzione è stata benedetta, come una manna, perchè ha fatto restare nelle casse dell'Accademia soldi che altrimenti sarebbero dovuti uscire per pagare quelle star non a buon mercato, come invece lo sono Rizzari o un qualunque altro direttore della sua stessa notorietà, per quanto bravo.
Pereira ha tenuto a sottolinearlo. Se un artista all' ultimo momento, per ragioni plausibili, da forfait, la Scala è pronta a sostituirlo con un altro di pari bravura e notorietà, per il peso che una istituzione deve nell'opinione pubblica ed il rispetto nei confronti del suo pubblico.
A Santa Cecilia, invece - possiamo dirlo con assoluta certezza fino a quando dall'Accademia ricevevamo regolarmente le comunicazioni, oggi non più, per punizione; perché osiamo scrivere talvolta ciò che l'Accademia di dall'Ongaro e prima di Cagli non desidera che si scriva!!! - quando un direttore, soprattutto un direttore non tiene fede ad un impegno, loro ricorrono all'assistente di Pappano, Rizzari, risparmiando quindi enormemente, o a qualcun altro direttore non del medesimo livello di notorietà, almeno di notorietà, se pensiamo che negli ultimi anni tali sostituzioni redditizie per l'Accademia hanno riguardato direttori di grandissimo peso, come Temirkanov, Maazel, Pretre, mai sostituiti adeguatamente.
E perciò, a differenza di Pereira che vuole sempre mantenere alto il nome della Scala,anche nelle emergenze, a Santa Cecilia negli ultimi anni ogni sostituzione è stata benedetta, come una manna, perchè ha fatto restare nelle casse dell'Accademia soldi che altrimenti sarebbero dovuti uscire per pagare quelle star non a buon mercato, come invece lo sono Rizzari o un qualunque altro direttore della sua stessa notorietà, per quanto bravo.
martedì 20 gennaio 2015
Arrestata Helga Schmidt, la zarina di Valencia
E' stata arrestata la sovrintendente del Palau de les Arts di Valencia che si è rivelato, dopo qualche anno appena, un monumento allo spreco anche architettonico - se non andiamo errati è venuta fuori anche qualche magagna costruttiva del grande complesso.
Le accuse sono più d'una , dai contratti irregolari che avrebbero fatto finire nelle tasche di importanti artisti ( Mehta, Domingo, Maazel - pace all'anima sua; sembrerebbero tutti artisti riconducibili ad una agenzia di rappresentanza con sede nel Principato di Monaco, ben nota alla cronache per cachet mai normali, cioè sempre gonfiati) somme stratosferiche, troppo grandi in ogni caso, insulto vero e proprio in tempo di crisi; alla spese folli della bionda Zarina, ai suoi compensi. Insomma materia che conosciamo bene e che se venisse indagata anche in Italia, metterebbe forse in luce irregolarità di cui da sempre si parla, ma mai apertamente e pubblicamente.
Da anni si parla di responsabilità degli amministratori, ma poi tutto viene messo a tacere. Si dice di contratti non proprio regolari di alcuni artisti, con clausole fumose - esattamente come quelle impiegate dalla Schmidt per regalare soldi ai suoi sodali - sui quali poi si glissa al momento di prendere - è proprio il caso di dirlo - il toro per le corna.
Dall'epoca in cui finirono in galera, per qualche ora soltanto e per poca cosa, personaggi come Lanza Tomasi, Siciliani, per la legge sulle agenzie di rappresentanza artistica - una semplice azione dimostrativa - non si è mai visto un solo sovrintendente dietro le sbarre anche dopo i disastri ben noti anche al grande pubblico.
In Italia, come sempre, alla scoperta segue l' affossamento, altrimenti dopo le reiterate quotidiane denunce dei giornali su irregolarità amministrative in ogni campo, qualcuno verrebbe messo nella condizione di non nuocere più. Ed invece no. Ogni scandalo - di quelli grossi - fa emergere figure altolocate, onnipresenti, e sempre al timone del comando, e poi li fa dimenticare come se nulla avessero fatto, lasciandole pronte ad intervenire alla prima occasione. Cosa che loro fanno.
Una semplice domanda. Perchè il Ministero, senza il quale nessuna attività musicale potrebbe aver luogo in Italia, non dà regole precise e chi sgarra va a casa, anzi va in galera? Semplicemente perchè ogni ministro vuole aver mano libera per aiutare chi gli è amico e far morire di stenti chi gli si oppone. Questa è la regola italiana. Eppure Valencia è vicina, e si dice che molte delle cose addebitate alla Schmidt erano ben note. Ma allora, perchè adesso vengono tenuti in grande considerazione alcuni personaggi dell'italietta che alla corte della Schmidt hanno fatto il loro apprendistato? Non sarebbe meglio diffidarne, mentre invece li stanno candidando ad ogni sovrintendenza che si libera?
Le accuse sono più d'una , dai contratti irregolari che avrebbero fatto finire nelle tasche di importanti artisti ( Mehta, Domingo, Maazel - pace all'anima sua; sembrerebbero tutti artisti riconducibili ad una agenzia di rappresentanza con sede nel Principato di Monaco, ben nota alla cronache per cachet mai normali, cioè sempre gonfiati) somme stratosferiche, troppo grandi in ogni caso, insulto vero e proprio in tempo di crisi; alla spese folli della bionda Zarina, ai suoi compensi. Insomma materia che conosciamo bene e che se venisse indagata anche in Italia, metterebbe forse in luce irregolarità di cui da sempre si parla, ma mai apertamente e pubblicamente.
Da anni si parla di responsabilità degli amministratori, ma poi tutto viene messo a tacere. Si dice di contratti non proprio regolari di alcuni artisti, con clausole fumose - esattamente come quelle impiegate dalla Schmidt per regalare soldi ai suoi sodali - sui quali poi si glissa al momento di prendere - è proprio il caso di dirlo - il toro per le corna.
Dall'epoca in cui finirono in galera, per qualche ora soltanto e per poca cosa, personaggi come Lanza Tomasi, Siciliani, per la legge sulle agenzie di rappresentanza artistica - una semplice azione dimostrativa - non si è mai visto un solo sovrintendente dietro le sbarre anche dopo i disastri ben noti anche al grande pubblico.
In Italia, come sempre, alla scoperta segue l' affossamento, altrimenti dopo le reiterate quotidiane denunce dei giornali su irregolarità amministrative in ogni campo, qualcuno verrebbe messo nella condizione di non nuocere più. Ed invece no. Ogni scandalo - di quelli grossi - fa emergere figure altolocate, onnipresenti, e sempre al timone del comando, e poi li fa dimenticare come se nulla avessero fatto, lasciandole pronte ad intervenire alla prima occasione. Cosa che loro fanno.
Una semplice domanda. Perchè il Ministero, senza il quale nessuna attività musicale potrebbe aver luogo in Italia, non dà regole precise e chi sgarra va a casa, anzi va in galera? Semplicemente perchè ogni ministro vuole aver mano libera per aiutare chi gli è amico e far morire di stenti chi gli si oppone. Questa è la regola italiana. Eppure Valencia è vicina, e si dice che molte delle cose addebitate alla Schmidt erano ben note. Ma allora, perchè adesso vengono tenuti in grande considerazione alcuni personaggi dell'italietta che alla corte della Schmidt hanno fatto il loro apprendistato? Non sarebbe meglio diffidarne, mentre invece li stanno candidando ad ogni sovrintendenza che si libera?
giovedì 19 giugno 2014
Pereira la smetta con i 'buu' e gli 'imbrogli'
La figura forse più meschina l'ha fatta il sindaco Pisapia che dopo aver dato ad intendere che Pereira l'aveva fatta grossa - e non era vero; ma riprendere la storia dall'inizio sarebbe troppo lungo - ha dovuto dare il caloroso benvenuto al prossimo sovrintendente della Scala, che addirittura si insedia un mese prima della data prevista, in occasione della presentazione della stagione per l'anno dell'EXPO, e cioè 2014-2015. Pereira, prendendo la parola, e non essendo molto addentro ancora alla lingua oltre che alle cose milanesi e italiane, ha usato la parola 'imbroglio', subito corretto da Pisapia che anche in questo caso, ha parlato di qualche equivoco o giù di lì. Ora tutti chiariti, ovviamente.
E poi la stagione, ma prima i prezzi dei biglietti e qualche annotazione. Innanzitutto i biglietti costano molto, davvero molto, nonostante le facilitazioni. Noi, ad esempio, che apparteniamo alla fascia di coloro che non muoiono di fame e possono vivere dignitosamente, i soldi per andare alla Scala non li avremmo, e, quindi, non ci andremmo mai e poi mai. Per fortuna, il nostro mestiere di critico ce lo consente.
Altra anomalia, ha abbassato il costo dei biglietti delle opere 'ostiche' ( leggi: contemporanee e non di repertorio) ed alzato quelli per i grandi titoli di repertorio. Ma se questo si può fare con qualche titolo perchè non farlo per tutti, onde vedere traboccare il teatro di pubblico? Domanda. Che ne pena Pereira? Il quale poi ha detto di aver riportato, la prossima stagione, a Milano, direttori importanti che non venivano da tempo. Abbiamo letto i nomi, per le opere, e IMPORTANTI non ne abbiamo trovato, e quelli davvero importanti, ma pochissimi, non è ancora certo che vengano a Milano, da Pretre, novantenne, a Maazel che proprio in questi giorni ha annunciato di dover rinunciare alla sua carica monacense per problemi di salute. E dunque tutti gli altri previsti in cartellone, salvo Barenboinm, Chailly- che però ha un incarico stabile e dunque va da sè che si dovrebbe vedere sempre più spesso al Piermarini - Gatti sono di seconda o forse terza fila.
Di nomi importanti, e facce nuove, ve ne saranno ma nella stagione sinfonica e in quella specifica per l'EXPO che vedrà sfilare anche importanti orchestre, ed anche alcune venezuelane: una AUTENTICA PASSIONE di Pereira, ma anche nostra e di moltissimi altri. Ma forse una 'Bohème' con Dudamel non ha senso, dopo le prove non proprio entusiasmanti del giovane direttore in buca al Piermarini; a meno che Pereira non abbia riposto tutte le sue speranze nella compagnia di canto ed ancor più nello storico spettacolo, firmato da Zeffirelli.
E veniamo ai 'buu' che, secondo Pereira - e non è la prima volta che se ne esce con questa affermazione - terrebbero lontane dalla Scala una nutrita schiera di belle ed importanti voci, specie nel nel repertorio italiano. I cantanti temerebbero il feroce loggione della Scala. Verrebbe da dire 'chissenefrega!'.
Il vero problema è un altro ed ha a che fare con le agenzie internazionali che fanno il buono e cattivo tempo nella formazione dei cast, non solo alla Scala. Solitamente un grande teatro o una grande istituzione sinfonica hanno un direttore stabile o musicale che certamente non può essere insensibile ai richiami della sua stessa agenzia, nella scelta di cantanti e solisti strumentali.
Più che le reazioni rumorose dei loggionisti, sono le agenzie a spiegare l'assenza di certi interpreti, come la presenza di altri. E perciò Pereira dimostri di saperci fare, come è accaduto a Zurigo durante la sua gestione, se lo farà cesseranno i 'buu' e le star verranno alla Scala, anzi chiederanno di venirci. In un articolo apparso oggi su Le Repubblica' a firma Aspesi - forse la prima volta che condividiamo quanto scrive la matriarca del giornalismo italiano - si legge di un basso, forse il più in vista oggi che alla Scala non va. Certo che non va se glielo 'vieta'- diciamo così - un direttore che lo ha praticamente scritturato in esclusiva, pena la sua esclusione dal suo cerchio canoro.
E poi la stagione, ma prima i prezzi dei biglietti e qualche annotazione. Innanzitutto i biglietti costano molto, davvero molto, nonostante le facilitazioni. Noi, ad esempio, che apparteniamo alla fascia di coloro che non muoiono di fame e possono vivere dignitosamente, i soldi per andare alla Scala non li avremmo, e, quindi, non ci andremmo mai e poi mai. Per fortuna, il nostro mestiere di critico ce lo consente.
Altra anomalia, ha abbassato il costo dei biglietti delle opere 'ostiche' ( leggi: contemporanee e non di repertorio) ed alzato quelli per i grandi titoli di repertorio. Ma se questo si può fare con qualche titolo perchè non farlo per tutti, onde vedere traboccare il teatro di pubblico? Domanda. Che ne pena Pereira? Il quale poi ha detto di aver riportato, la prossima stagione, a Milano, direttori importanti che non venivano da tempo. Abbiamo letto i nomi, per le opere, e IMPORTANTI non ne abbiamo trovato, e quelli davvero importanti, ma pochissimi, non è ancora certo che vengano a Milano, da Pretre, novantenne, a Maazel che proprio in questi giorni ha annunciato di dover rinunciare alla sua carica monacense per problemi di salute. E dunque tutti gli altri previsti in cartellone, salvo Barenboinm, Chailly- che però ha un incarico stabile e dunque va da sè che si dovrebbe vedere sempre più spesso al Piermarini - Gatti sono di seconda o forse terza fila.
Di nomi importanti, e facce nuove, ve ne saranno ma nella stagione sinfonica e in quella specifica per l'EXPO che vedrà sfilare anche importanti orchestre, ed anche alcune venezuelane: una AUTENTICA PASSIONE di Pereira, ma anche nostra e di moltissimi altri. Ma forse una 'Bohème' con Dudamel non ha senso, dopo le prove non proprio entusiasmanti del giovane direttore in buca al Piermarini; a meno che Pereira non abbia riposto tutte le sue speranze nella compagnia di canto ed ancor più nello storico spettacolo, firmato da Zeffirelli.
E veniamo ai 'buu' che, secondo Pereira - e non è la prima volta che se ne esce con questa affermazione - terrebbero lontane dalla Scala una nutrita schiera di belle ed importanti voci, specie nel nel repertorio italiano. I cantanti temerebbero il feroce loggione della Scala. Verrebbe da dire 'chissenefrega!'.
Il vero problema è un altro ed ha a che fare con le agenzie internazionali che fanno il buono e cattivo tempo nella formazione dei cast, non solo alla Scala. Solitamente un grande teatro o una grande istituzione sinfonica hanno un direttore stabile o musicale che certamente non può essere insensibile ai richiami della sua stessa agenzia, nella scelta di cantanti e solisti strumentali.
Più che le reazioni rumorose dei loggionisti, sono le agenzie a spiegare l'assenza di certi interpreti, come la presenza di altri. E perciò Pereira dimostri di saperci fare, come è accaduto a Zurigo durante la sua gestione, se lo farà cesseranno i 'buu' e le star verranno alla Scala, anzi chiederanno di venirci. In un articolo apparso oggi su Le Repubblica' a firma Aspesi - forse la prima volta che condividiamo quanto scrive la matriarca del giornalismo italiano - si legge di un basso, forse il più in vista oggi che alla Scala non va. Certo che non va se glielo 'vieta'- diciamo così - un direttore che lo ha praticamente scritturato in esclusiva, pena la sua esclusione dal suo cerchio canoro.
lunedì 21 aprile 2014
Il rito delle multiinaugurazioni, inutile e costoso.
A Firenze come a Roma. Nel dicembre 2011 la prima inaugurazione, con Francesca Colombo sovrintendente. Poi riaperto il cantiere, si tornò al vecchio Teatro Comunale. L'Opera di Firenze non era ancora agibile.
All'inizio del prossimo mese, nuova, seconda inaugurazione dell'Opera di Firenze, con un gala non più solo 'concertistico', ma con un piatto misto di melodramma (Tosca, Otello) e balletto ( torna a danzare, dopo un pentimento durato qualche tempo, Alessandra Ferri). Poi dopo il nuovo bagno di folla di Renzi, e del nuovo commissario del teatro, suo strettissimo sodale, Bianchi, e della seconda inaugurazione de l'Opera di Firenze, si torna al vecchio Comunale , fino al prossimo novembre, quando ci sarà una terza inaugurazione con il Falstaff diretto da Mehta (che sembra agli sgoccioli come direttore musicale dell'orchestra del teatro, alla soglia degli ottant'anni; suo probabile successore Gatti) e con la regia di Ronconi. Sindaco della città non è più Renzi, ma potrebbe essere Nardella e non sappiamo se commissario sarà ancora Bianchi o ne arriverà un altro, oppure si tornerà ad avere un sovrintendente, a teatro 'nuovo nell'edificio' e 'risanato nelle finanze'.
Poi dopo questa terza inaugurazione, l'Opera di Firenze tornerà ad essere cantiere, per la quarta e, si spera, ultima inaugurazione, che dovrebbe avvenire alla fine del 2015. Finora quattro inaugurazioni, ma non è detto che la quarta sia quella definitiva. A che servono tante inaugurazioni, una dopo l'altra, del medesimo edificio? E a chi, eventualmente?
Firenze non insegna nulla di nuovo. Anche Roma seguì la stessa tecnica all'atto di inaugurare l'Auditorium costruito da Renzo Piano. In verità lo fece anche Venezia, per la Fenice ricostruita, ma lì di inaugurazione ve ne furono solo due, la prima con una serie di concerti sinfonici e il primo 'Concerto di Capodanno da Venezia' (contro la cui prosecuzione ha fiatato recentemente anche una pulce, un tempo famosa perché recensiva concerti senza andarci!), poi, a distanza di meno di un anno, la reinaugurazione del teatro, con una Traviata diretta da Maazel e con la regia di Carsen che ancora viene riproposta con identico successo di pubblico.
A Roma, epoca Veltroni l'americano, le inaugurazioni furono tre. Prima la sala Sinopoli, poi la sala grande e poi, ripresi i lavori, Santa Cecilia si trasferì definitivamente , nel giro di un anno e mezzo dalla prima inaugurazione, nel nuovo auditorium. Erano gli anni della (spregiudicata) sovrintendenza di Berio, e la seconda inaugurazione, sancì la rottura definitiva fra il compositore ed il direttore Chung, a causa della inaugurazione della sala grande, battezzata 'Santa Cecilia', del dicembre 2012. Berio, già ammalato in quel periodo, ebbe parecchi contrasti con Roma; ma si sa che a lui non importava nulla del resto del mondo, credeva solo a se stesso.
In tutti i casi, a che servono tante inaugurazioni? Servono, almeno o forse soltanto, a mantenere viva l'attesa e l'attenzione generale sulle nuove sale o sui nuovi teatri. Perchè, si sa, in Italia gli incompiuti architettonici sono molto più numerosi dei manufatti completi ed agibili.
Ma servono soprattutto a chi governa le città o a chi siede al ministero, sebbene in quest'ultimo caso le figure che hanno occupato la poltrona di piazza del Collegio romano, siano state sbiadite ma non dal sole,bensì dalla loro inconsistenza inefficienza ed incapacità; e perciò a nulla sarebbero servite per la loro immagine.
Non sappiamo a Firenze, ma a Roma, ricordiamo bene quelle esaltanti giornate inaugurali, durante le quali Veltroni, ma anche Gianni Letta, sottosegretario di Berlusconi, non mollarono mai neppure per un solo istante la loro poltrona in sala. Sembrarono tutti convertiti alla musica - lo diciamo per Veltroni, perchè Letta segue i concerti ( mai che fosse venuto in mente a Berlusconi di fare un salto all'Auditorium; lui no, si contentava di mandarci Letta, mentre pensava ad altri spettacoli ed in altri luoghi, perchè una sala da concerto o un teatro non è mai stata roba per lui).
Veltroni si prese tutto il merito del lavoro di altri, si trovò cioè l'Auditorium bell'e fatto, si potrebbe dire. Comunque fu all'altezza della situazione. Finite le inaugurazioni, di Veltroni nelle sale da concerto dell'Auditorium, neanche più l'ombra, in questi ultimi dieci anni.
Ma certo quelle inaugurazioni giovarono alla sua carriera politica, anche se poi finì tutto. Veltroni era noto , all'epoca, per il suo impegno giornaliero di sindaco inaugurante. Si raccontava, ironicamente, come ogni mattina giunto al Campidoglio, non domandasse mai l'ordine dei lavori in ufficio, bensì il calendario delle inaugurazioni giornaliere da presenziare.
E Alemanno, che inaugura più volte il cosiddetto 'Ponte della Musica', altra inutile dispendiosa idea veltronianna, al punto che per una ulteriore inaugurazione pensa di intitolarlo ad un musicista romano ( Trovajoli) che nessuno o quasi nel mondo conosce, ma che a Roma aveva amici e seguito e perciò poteva assicurare alla sua traballante poltrona comunale, qualche puntello, dopo i vergognosi flop delle puttane tolte dalla strada (per finta), e dei quattro fiocchi di neve che paralizzarono Roma? Sul ridisegno della toponomastica cittadina ebbe al suo fianco il celebre Mollicone, a capo della Commissione cultura, sul quale anche Riccardo Muti, tirato in ballo, non seppe trattenersi dall'ironizzare ( 'a Roma conosco solo Morricone!)
Perchè sia chiaro, se il nostro paese non ha mai avuto rispetto della sua cultura, del suo passato è semplicemente perchè non ha mai avuto governanti sinceramente convinti che il futuro dell'Italia sta proprio nel rispetto, custodia e valorizzazione del suo passato, che è preludio alla creatività presente e futura.. E Renzi e Franceschini?
All'inizio del prossimo mese, nuova, seconda inaugurazione dell'Opera di Firenze, con un gala non più solo 'concertistico', ma con un piatto misto di melodramma (Tosca, Otello) e balletto ( torna a danzare, dopo un pentimento durato qualche tempo, Alessandra Ferri). Poi dopo il nuovo bagno di folla di Renzi, e del nuovo commissario del teatro, suo strettissimo sodale, Bianchi, e della seconda inaugurazione de l'Opera di Firenze, si torna al vecchio Comunale , fino al prossimo novembre, quando ci sarà una terza inaugurazione con il Falstaff diretto da Mehta (che sembra agli sgoccioli come direttore musicale dell'orchestra del teatro, alla soglia degli ottant'anni; suo probabile successore Gatti) e con la regia di Ronconi. Sindaco della città non è più Renzi, ma potrebbe essere Nardella e non sappiamo se commissario sarà ancora Bianchi o ne arriverà un altro, oppure si tornerà ad avere un sovrintendente, a teatro 'nuovo nell'edificio' e 'risanato nelle finanze'.
Poi dopo questa terza inaugurazione, l'Opera di Firenze tornerà ad essere cantiere, per la quarta e, si spera, ultima inaugurazione, che dovrebbe avvenire alla fine del 2015. Finora quattro inaugurazioni, ma non è detto che la quarta sia quella definitiva. A che servono tante inaugurazioni, una dopo l'altra, del medesimo edificio? E a chi, eventualmente?
Firenze non insegna nulla di nuovo. Anche Roma seguì la stessa tecnica all'atto di inaugurare l'Auditorium costruito da Renzo Piano. In verità lo fece anche Venezia, per la Fenice ricostruita, ma lì di inaugurazione ve ne furono solo due, la prima con una serie di concerti sinfonici e il primo 'Concerto di Capodanno da Venezia' (contro la cui prosecuzione ha fiatato recentemente anche una pulce, un tempo famosa perché recensiva concerti senza andarci!), poi, a distanza di meno di un anno, la reinaugurazione del teatro, con una Traviata diretta da Maazel e con la regia di Carsen che ancora viene riproposta con identico successo di pubblico.
A Roma, epoca Veltroni l'americano, le inaugurazioni furono tre. Prima la sala Sinopoli, poi la sala grande e poi, ripresi i lavori, Santa Cecilia si trasferì definitivamente , nel giro di un anno e mezzo dalla prima inaugurazione, nel nuovo auditorium. Erano gli anni della (spregiudicata) sovrintendenza di Berio, e la seconda inaugurazione, sancì la rottura definitiva fra il compositore ed il direttore Chung, a causa della inaugurazione della sala grande, battezzata 'Santa Cecilia', del dicembre 2012. Berio, già ammalato in quel periodo, ebbe parecchi contrasti con Roma; ma si sa che a lui non importava nulla del resto del mondo, credeva solo a se stesso.
In tutti i casi, a che servono tante inaugurazioni? Servono, almeno o forse soltanto, a mantenere viva l'attesa e l'attenzione generale sulle nuove sale o sui nuovi teatri. Perchè, si sa, in Italia gli incompiuti architettonici sono molto più numerosi dei manufatti completi ed agibili.
Ma servono soprattutto a chi governa le città o a chi siede al ministero, sebbene in quest'ultimo caso le figure che hanno occupato la poltrona di piazza del Collegio romano, siano state sbiadite ma non dal sole,bensì dalla loro inconsistenza inefficienza ed incapacità; e perciò a nulla sarebbero servite per la loro immagine.
Non sappiamo a Firenze, ma a Roma, ricordiamo bene quelle esaltanti giornate inaugurali, durante le quali Veltroni, ma anche Gianni Letta, sottosegretario di Berlusconi, non mollarono mai neppure per un solo istante la loro poltrona in sala. Sembrarono tutti convertiti alla musica - lo diciamo per Veltroni, perchè Letta segue i concerti ( mai che fosse venuto in mente a Berlusconi di fare un salto all'Auditorium; lui no, si contentava di mandarci Letta, mentre pensava ad altri spettacoli ed in altri luoghi, perchè una sala da concerto o un teatro non è mai stata roba per lui).
Veltroni si prese tutto il merito del lavoro di altri, si trovò cioè l'Auditorium bell'e fatto, si potrebbe dire. Comunque fu all'altezza della situazione. Finite le inaugurazioni, di Veltroni nelle sale da concerto dell'Auditorium, neanche più l'ombra, in questi ultimi dieci anni.
Ma certo quelle inaugurazioni giovarono alla sua carriera politica, anche se poi finì tutto. Veltroni era noto , all'epoca, per il suo impegno giornaliero di sindaco inaugurante. Si raccontava, ironicamente, come ogni mattina giunto al Campidoglio, non domandasse mai l'ordine dei lavori in ufficio, bensì il calendario delle inaugurazioni giornaliere da presenziare.
E Alemanno, che inaugura più volte il cosiddetto 'Ponte della Musica', altra inutile dispendiosa idea veltronianna, al punto che per una ulteriore inaugurazione pensa di intitolarlo ad un musicista romano ( Trovajoli) che nessuno o quasi nel mondo conosce, ma che a Roma aveva amici e seguito e perciò poteva assicurare alla sua traballante poltrona comunale, qualche puntello, dopo i vergognosi flop delle puttane tolte dalla strada (per finta), e dei quattro fiocchi di neve che paralizzarono Roma? Sul ridisegno della toponomastica cittadina ebbe al suo fianco il celebre Mollicone, a capo della Commissione cultura, sul quale anche Riccardo Muti, tirato in ballo, non seppe trattenersi dall'ironizzare ( 'a Roma conosco solo Morricone!)
Perchè sia chiaro, se il nostro paese non ha mai avuto rispetto della sua cultura, del suo passato è semplicemente perchè non ha mai avuto governanti sinceramente convinti che il futuro dell'Italia sta proprio nel rispetto, custodia e valorizzazione del suo passato, che è preludio alla creatività presente e futura.. E Renzi e Franceschini?
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sabato 7 dicembre 2013
Si può, anzi si deve fare La Traviata
Chi può rischiare di cantare Violetta alla Scala o in qualunque altro teatro che si rispetti, dopo la Callas? Per anni questo inutile veto ha in qualche modo castrato tutti, direttori, protagonisti - i registi meno - nell'atto di accingersi a proporre una Traviata, nei teatri di gran nome, e solo in quelli, per nostra fortuna, perchè altrimenti della Traviata avremmo perduto ogni pur lieve traccia.
E'accaduto, poi, che alcuni teatri, sfidando lo spettro della Callas, e noncuranti di quel divieto più morale che vocale, abbiano portato in scena Traviata, come ha fatto e continua a farlo da dieci anni La Fenice, ad esempio, con la sua Traviata che inaugurò il teatro ricostruito proprio con il capolavoro di Verdi ( Carsen/ Maazel - la protagonista nelle varie riproposte è cambiata, assieme al direttore, mentre è restato identico quello spettacolo, tuttora ammirato) e finalmente lo fa anche La Scala che per lavare l'onta di aver inaugurato l'anno verdiano ( e wagneriano) con il Lohengrin, rimedia in questo 7 dicembre 2013 con Verdi e la Traviata. E con una Violetta Valery, Diane Damrau di grande personalità vocale.
Perciò pensiamo che una Traviata degna del teatro più importante del mondo si poteva fare anche prima, molto prima; e che si sia atteso troppo, dopo quella di Muti, per poter vedere in cartellone il popolare titolo verdiano. Personalmente non crediamo alla ricerca quasi miracolosa della protagonista come ci vogliono far credere ogni volta sovrintendenti e direttori artistici. Cercano Violetta come qualunque altra protagonista verdiana e non solo verdiana; non c'è bisogno che ci raccontino di storie avventurose:"... cinque anni fa la Damrau fece sapere che si stava preparando a Violetta e che avrebbe voluto farla alla Scala..... "poi, poi il sogno si è avverato ed ecco che fra quest'anno ed il prossimo, una sola Violetta fa cinque produzioni - non saranno troppe, verrebbe da domandarsi, tutte ravvicinate, dopo tanto digiuno? Se non fosse già stata Damrau, chi l'avrebbe corteggiata per tanto tempo? Più interessante domandarsi se c'è qualcuno fra i nostri direttori artistici capace di trovare fra le tante brave cantanti una giovane cui affidare quel ruolo. Nutriamo seri dubbi, e non solo per Violetta.
Ora , dopo aver ascoltato, e visto anche lo spettacolo del giovane regista russo - non giovanissimo, nonostante l'aria da ragazzo- ci vien da dire che anche dopo Callas si può fare una bella Traviata; meglio: dopo Callas, facendo tesoro della sua lezione, non solo si può fare Traviata ma si deve fare, e soprattutto i grandi teatro devono farla, Scala per prima.
Se possiamo aver da ridire su qualche soluzione registica non proprio convincente ( la festa in casa di Flora e le danze sostituite dall'accerchiamento di Alfredo non ci sono piaciute, come non ci sono piaciute in più occasioni, fra le più appassionate, la distanza posta fra i protagonisti, quando invece natura vuole che i corpi si attorciglin); per il resto chi ha manifestato dissenso nei suoi confronti è uno spettatore prevenuto. Anche i dissensi nei confronti di Alfredo erano eccessivi, meritatissimi invece gli applausi a Violetta; pure inutili gli attacchi al direttore da parte di orfani di non si sa chi. Per una Traviata simile metteremmo la firma ogni giorno!
E veniamo, invece, agli intervalli, perchè in televisione contano anche quelli. C'era la bella Maria Concetta Mattei e... Michele. Troppa improvvisazione; sia la bella che... Michele hanno detto più volte 'padre germont', come si direbbe 'padre alfonso' e 'padre bernardino'; mentre invece avrebbero dovuto dire 'papà germont' oppure 'Germont padre', per distinguerlo da germont figlio, alias Alfredo. E poi la solita storia. Si invitano personalità del mondo accademico che poi si trattano a pesci in faccia, togliendo loro la parola o continuando a fare domande scritte sul copione, senza seguire il ragionameno che questo o quella fanno, come quella nostra brava studiosa di opera russa, che sinceramente... che c'azzeccava, direbbe l'ex magistrato. Chi ha mai sentito citare un professore universitario così: 'è insegnante ecc... 'alzi la mano; chi come noi, invece, l'ha sentito per la prima volta, spenga il televisore alla prossima.
RAI 5 deve imparare a fare corretta diffusione e alfabetizzazione musicali. Le dotte espressioni, le questioni musicologiche, possibile che non capiscono che non hanno senso in TV, fra un atto e l'altro, e avendo accanto uno studioso insigne ma dall' aria francamente inquietante?
Una domanda scherzosa, infine, al regista e alla costumista, ambedue: nel vestire e truccare la povera Annina aiutante nella casa 'di tolleranza' di Violetta , non sarà che avete tratto ispirazione dalla Giusi Ferrè?
E'accaduto, poi, che alcuni teatri, sfidando lo spettro della Callas, e noncuranti di quel divieto più morale che vocale, abbiano portato in scena Traviata, come ha fatto e continua a farlo da dieci anni La Fenice, ad esempio, con la sua Traviata che inaugurò il teatro ricostruito proprio con il capolavoro di Verdi ( Carsen/ Maazel - la protagonista nelle varie riproposte è cambiata, assieme al direttore, mentre è restato identico quello spettacolo, tuttora ammirato) e finalmente lo fa anche La Scala che per lavare l'onta di aver inaugurato l'anno verdiano ( e wagneriano) con il Lohengrin, rimedia in questo 7 dicembre 2013 con Verdi e la Traviata. E con una Violetta Valery, Diane Damrau di grande personalità vocale.
Perciò pensiamo che una Traviata degna del teatro più importante del mondo si poteva fare anche prima, molto prima; e che si sia atteso troppo, dopo quella di Muti, per poter vedere in cartellone il popolare titolo verdiano. Personalmente non crediamo alla ricerca quasi miracolosa della protagonista come ci vogliono far credere ogni volta sovrintendenti e direttori artistici. Cercano Violetta come qualunque altra protagonista verdiana e non solo verdiana; non c'è bisogno che ci raccontino di storie avventurose:"... cinque anni fa la Damrau fece sapere che si stava preparando a Violetta e che avrebbe voluto farla alla Scala..... "poi, poi il sogno si è avverato ed ecco che fra quest'anno ed il prossimo, una sola Violetta fa cinque produzioni - non saranno troppe, verrebbe da domandarsi, tutte ravvicinate, dopo tanto digiuno? Se non fosse già stata Damrau, chi l'avrebbe corteggiata per tanto tempo? Più interessante domandarsi se c'è qualcuno fra i nostri direttori artistici capace di trovare fra le tante brave cantanti una giovane cui affidare quel ruolo. Nutriamo seri dubbi, e non solo per Violetta.
Ora , dopo aver ascoltato, e visto anche lo spettacolo del giovane regista russo - non giovanissimo, nonostante l'aria da ragazzo- ci vien da dire che anche dopo Callas si può fare una bella Traviata; meglio: dopo Callas, facendo tesoro della sua lezione, non solo si può fare Traviata ma si deve fare, e soprattutto i grandi teatro devono farla, Scala per prima.
Se possiamo aver da ridire su qualche soluzione registica non proprio convincente ( la festa in casa di Flora e le danze sostituite dall'accerchiamento di Alfredo non ci sono piaciute, come non ci sono piaciute in più occasioni, fra le più appassionate, la distanza posta fra i protagonisti, quando invece natura vuole che i corpi si attorciglin); per il resto chi ha manifestato dissenso nei suoi confronti è uno spettatore prevenuto. Anche i dissensi nei confronti di Alfredo erano eccessivi, meritatissimi invece gli applausi a Violetta; pure inutili gli attacchi al direttore da parte di orfani di non si sa chi. Per una Traviata simile metteremmo la firma ogni giorno!
E veniamo, invece, agli intervalli, perchè in televisione contano anche quelli. C'era la bella Maria Concetta Mattei e... Michele. Troppa improvvisazione; sia la bella che... Michele hanno detto più volte 'padre germont', come si direbbe 'padre alfonso' e 'padre bernardino'; mentre invece avrebbero dovuto dire 'papà germont' oppure 'Germont padre', per distinguerlo da germont figlio, alias Alfredo. E poi la solita storia. Si invitano personalità del mondo accademico che poi si trattano a pesci in faccia, togliendo loro la parola o continuando a fare domande scritte sul copione, senza seguire il ragionameno che questo o quella fanno, come quella nostra brava studiosa di opera russa, che sinceramente... che c'azzeccava, direbbe l'ex magistrato. Chi ha mai sentito citare un professore universitario così: 'è insegnante ecc... 'alzi la mano; chi come noi, invece, l'ha sentito per la prima volta, spenga il televisore alla prossima.
RAI 5 deve imparare a fare corretta diffusione e alfabetizzazione musicali. Le dotte espressioni, le questioni musicologiche, possibile che non capiscono che non hanno senso in TV, fra un atto e l'altro, e avendo accanto uno studioso insigne ma dall' aria francamente inquietante?
Una domanda scherzosa, infine, al regista e alla costumista, ambedue: nel vestire e truccare la povera Annina aiutante nella casa 'di tolleranza' di Violetta , non sarà che avete tratto ispirazione dalla Giusi Ferrè?
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