La Scala ha venduto al kazakistan - non al governo di quel paese, ma al suo teatro nazionale o come cavolo si chiama - l'allestimento (con annessa regia) della celeberrima grandiosa 'Aida' di Franco Zeffirelli, fatta per la Scala, ripresa decine e decine di volte, la cui proprietà, fatta salvi i diritti delgi autori, è totalmente scaligera. Zeffirelli l'ha presa male: un mio allestimento venduto. un allestimento fra i più celebrati? Colpa del disprezzo che del mio lavoro ha sempre mostrato di avere Lissner ed il suo giro di pseudo intellettualoidi, i quali ora sono migrati in altre lande a fra disastri.
Zeffirelli insomma non accetta neppure una vendita o cessione fatta rispettando tutte le leggi ed i diritti. La Scala gli risponde che i diritti degli autori ( lo stesso Zeffirelli e Millenotti, il costumista) sono stati rispettati ed a loro è stato corrisposto quanto dovuto. A Zeffirelli non basta. Lui legge tale vendita come un atto di lesa maestà di un artista osannato e portato in trionfo nel mondo, mentre da noi no o molto meno.
La Scala gli ha detto anche che è proprietaria di una ventina di allestimenti dello scenografo-regista e che tali allestimenti sono stati ripresi complessivamente almeno cinquecento volte nel corso degli anni, e cita come esempio anche il fatto che fra breve tornerà in scena anche il celeberrimo suo allestimento di Bohème di Puccini. Dunque nessun atto di lesa maestà.
Se poi La Scala vuole vendere per far soldi, è nel suo diritto. Zeffirelli certo potrebbe rispondere: perché allora non vendete allestimenti meno famosi e celebrati? E la Scala : perché nessuno li vuole, e perché quegli allestimenti, come l'Aida, di Zeffirelli, in una nazione 'del terzo mondo' senza offesa per il Teatro del kazakistan - fanno colpo molto di più di tanti altri che nel vecchio mondo europeo piacciono tanto agli intellettuali. E Zeffirelli: quindi preferite privarvi di allestimenti che garantiscono successo, magari per commissionarne altri, pagati più di quanto ricavate dalla vendita, e magari mai più ripresi perché inadatti?
La Scala infine ha fatto sapere che l'accordo di vendita prevede che se il teatro milanese volesse in futuro riprendere ancora l'allestimento di Zeffirelli, il Kazakistan glielo deve cedere gratuitamente. ma anche questo non basta a placare Zeffirelli che minaccia denuncia.
Insomma il 'batti e ribatti' potrebbe andare avanti fino all'infinito. Ha ragione Zeffirelli, ma ha ragione anche la Scala, quando dice che se si vuol vendere qualcosa per far soldi si vende un prodotto che ha mercato, e visto che l'Aida di Zeffirelli è stata vista e rivista, si può anche vendere senza offendere la persona del suo autore.
Il quale autore, ce lo perdonerà, non è mai intervenuto per mettere un freno agli omaggi che da anni - da quando Berlusconi e amici, i leghisti come Tosi con il suo 'luogotenente' in Arena, sono al potere - gli rende l'Arena di Verona, in maniera esagerata. Noi lo abbiamo segnalato anche nell'ultima stagione dove figuravano molti allestimenti di Zeffirelli. Cero l'Arena lo fa anche per risparmiare sui nuovi, e perché quegli allestimenti fanno colpo sulle platee popolari estive. Però che la stagione in Arena si debba reggere, per alcuni anni di seguito, quasi totalmente su opere con allestimenti di Zeffirelli, E' TROPPO. Anche se Zeffirelli resta un maestro RICONOSCIUTO E CELEBRATO.
Visualizzazione post con etichetta bohème. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bohème. Mostra tutti i post
giovedì 30 ottobre 2014
sabato 2 agosto 2014
All'Opera di Roma c'è l' ordine di tener su il morale della truppa
L'abbiamo scritto che non tolleriamo che vengano raccontate balle come quelle raccontate dall'Opera di Roma che fa sapere che tutto va bene, che le serate di questa estate a Caracalla sono tutte esaurite e che gli incassi sono alle stelle, quando si sa che molte cose ancora non vanno; mentre noi vorremmo che tutto si appianasse in nome di una normalità mai tanto desiderata, e che e si pensasse a lavorare con dedizione.
Ieri e oggi due diversi giornali tornano a cantare l'Opera di Roma, dove si vede che c'è un corpo tecnico ed artistico che non ha eguali. Ma con quale faccia? Solo perché occorre riaffermare che con la cura Muti - seppure a distanza e saltuaria - il teatro è irriconoscibile? Irriconoscibile lo è, ma forse nel senso opposto. Ieri la protagonista femminile del Barbiere, scoperta da Muti, che elogia il teatro nel suo insieme- si vede, diceva, che ha una tradizione artistica preziosa che conserva gelosamente e mostra in ogni occasione; oggi lo dicono il regista del Barbiere, Mariani, e, se non andiamo errati anche Livermore, regista di Bohème, e perfino Rustioni, finalmente sul podio dell' opera pucciniana, dopo scioperi e cancellazioni. Sembra quasi che nei contratti di ciascuno degli artisti scritturati - non in quello generale dei dipendenti interni che ne dicono ad ogni occasione peste e corna - sia stata inserita la clausola 'parlar bene dell'Opera ad ogni costo'. Condividiamo il giusto spirito di corpo ( fra parentesi: molti anni fa noi che facevamo diverse trasmissioni per Radio 3 mettemmo in piazza alcune cose disdicevoli nella gestione di quella rete - c'era di mezzo, come al solito, la politica dei favoritismi; il nostro capo ci chiamò per dirci che condivideva, ma che 'i panni sporchi di casa non si lavano in piazza'. E da quel momento -metà degli anni Ottanta - e fino ad oggi non abbiamo mai più lavorato a Radio 3; e neppure messo più piede neanche come ospite), ma quando lo si vuole esercitare per inneggiare ad una realtà che sembra più un carrozzone che un teatro, allora, forse, è esagerato.
P.S. Se ogni volta che parliamo dell'Opera di Roma, non scriviamo 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', scusateci. Lo facciamo solo perché quel nome è troppo lungo, non perché l'Opera della Capitale non lo meriti o non ne sia all'altezza.
Ieri e oggi due diversi giornali tornano a cantare l'Opera di Roma, dove si vede che c'è un corpo tecnico ed artistico che non ha eguali. Ma con quale faccia? Solo perché occorre riaffermare che con la cura Muti - seppure a distanza e saltuaria - il teatro è irriconoscibile? Irriconoscibile lo è, ma forse nel senso opposto. Ieri la protagonista femminile del Barbiere, scoperta da Muti, che elogia il teatro nel suo insieme- si vede, diceva, che ha una tradizione artistica preziosa che conserva gelosamente e mostra in ogni occasione; oggi lo dicono il regista del Barbiere, Mariani, e, se non andiamo errati anche Livermore, regista di Bohème, e perfino Rustioni, finalmente sul podio dell' opera pucciniana, dopo scioperi e cancellazioni. Sembra quasi che nei contratti di ciascuno degli artisti scritturati - non in quello generale dei dipendenti interni che ne dicono ad ogni occasione peste e corna - sia stata inserita la clausola 'parlar bene dell'Opera ad ogni costo'. Condividiamo il giusto spirito di corpo ( fra parentesi: molti anni fa noi che facevamo diverse trasmissioni per Radio 3 mettemmo in piazza alcune cose disdicevoli nella gestione di quella rete - c'era di mezzo, come al solito, la politica dei favoritismi; il nostro capo ci chiamò per dirci che condivideva, ma che 'i panni sporchi di casa non si lavano in piazza'. E da quel momento -metà degli anni Ottanta - e fino ad oggi non abbiamo mai più lavorato a Radio 3; e neppure messo più piede neanche come ospite), ma quando lo si vuole esercitare per inneggiare ad una realtà che sembra più un carrozzone che un teatro, allora, forse, è esagerato.
P.S. Se ogni volta che parliamo dell'Opera di Roma, non scriviamo 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', scusateci. Lo facciamo solo perché quel nome è troppo lungo, non perché l'Opera della Capitale non lo meriti o non ne sia all'altezza.
martedì 29 luglio 2014
La Cisnal aggiunge un paio di elementi comici nella tragedia dell'Opera di Roma
Gli irriducibili sindacalizzati nel sindacato CISNAL dell'Opera di Roma, che rappresentano intorno al 10% del totale dei dipendenti, continuano a fare la 'faccia feroce' anche dopo che la CGIL è venuta a più miti pensieri. Loro ancora non ci stanno e gettano in faccia a tutti le loro ragioni.
La pianta organica è il primo argomento di trattativa non ancora conclusa. Se riducete l'organico dell'Opera - sostengono gli acuti sindacalizzati dipendenti - a "400 unità, siamo ridotti al rango di un teatro di provincia". In somma per i Cisnalsini che hanno in cima ai loro pensieri il ruolo del loro teatro e nient'altro, avendo l'Opera di Roma 'Capitale - e sottolineano 'Capitale' - solo 400 dipendenti, difficilmente potrebbe svolgere il compito che la nazione si aspetta e che loro intendono garantire. Naturalmente nessuno ha chiesto loro di indicare un solo teatro di provincia che ha 400 dipendenti.
Secondo argomento: questa sera , alla Bohème non scioperiamo perchè non abbiamo dato il preavviso di 48 ore, una regola alla quale ci siamo sempre attenuti nella nostra azione rivendicativa. Insomma gli scioperanti, assoluta minoranza, messi alla berlina e fuori gioco, non scioperano stasera, ma non perchè non hanno più la forza di farlo, semplicemente perchè a norma sindacale non hanno avuto le 48 ore di tempo per proclamare lo sciopero, dal momento che anche la CGIL s'era pronunciata per la ripresa delle recite a Caracalla con orchestra. Che poi più che una ripresa, sarebbe la prima, visto che in precedenza s'erano avute recite con accompagnamento di solo pianoforte e cancellazioni che certamente non hanno fatto bene all'immagine dell'Opera, di quella stessa Opera che perfino i Cisnalini dicono di difendere e tenere alta nella considerazione generale.
Certo finisce in commedia, ma va bene purchè finisca. E del resto era andata così anche quando gli stessi sindacati minacciarono lo sciopero della Manon diretta da Muti, alla viglia della tournée in Giappone. Poi revocarono lo sciopero, senza aver ottenuto prima alcunchè.
La pianta organica è il primo argomento di trattativa non ancora conclusa. Se riducete l'organico dell'Opera - sostengono gli acuti sindacalizzati dipendenti - a "400 unità, siamo ridotti al rango di un teatro di provincia". In somma per i Cisnalsini che hanno in cima ai loro pensieri il ruolo del loro teatro e nient'altro, avendo l'Opera di Roma 'Capitale - e sottolineano 'Capitale' - solo 400 dipendenti, difficilmente potrebbe svolgere il compito che la nazione si aspetta e che loro intendono garantire. Naturalmente nessuno ha chiesto loro di indicare un solo teatro di provincia che ha 400 dipendenti.
Secondo argomento: questa sera , alla Bohème non scioperiamo perchè non abbiamo dato il preavviso di 48 ore, una regola alla quale ci siamo sempre attenuti nella nostra azione rivendicativa. Insomma gli scioperanti, assoluta minoranza, messi alla berlina e fuori gioco, non scioperano stasera, ma non perchè non hanno più la forza di farlo, semplicemente perchè a norma sindacale non hanno avuto le 48 ore di tempo per proclamare lo sciopero, dal momento che anche la CGIL s'era pronunciata per la ripresa delle recite a Caracalla con orchestra. Che poi più che una ripresa, sarebbe la prima, visto che in precedenza s'erano avute recite con accompagnamento di solo pianoforte e cancellazioni che certamente non hanno fatto bene all'immagine dell'Opera, di quella stessa Opera che perfino i Cisnalini dicono di difendere e tenere alta nella considerazione generale.
Certo finisce in commedia, ma va bene purchè finisca. E del resto era andata così anche quando gli stessi sindacati minacciarono lo sciopero della Manon diretta da Muti, alla viglia della tournée in Giappone. Poi revocarono lo sciopero, senza aver ottenuto prima alcunchè.
Etichette:
bohème,
caracalla,
CGIL CISNAL,
manon,
muti
venerdì 25 luglio 2014
La corda è sul punto di spezzarsi al Teatro dell'Opera di Roma Capitale
Tira e tira, la corda anche la più solida alla fine si spezza. Ieri ennesimo incontro senza nulla di fatto, domani la Bohème andrà in scena a Caracalla per la terza volta senza orchestra, con l'accompagnamento del solo pianoforte, tra la protesta generale del pubblico. Martedì, se i rivoltosi ed anche facinorosi - chiamiamoli con il loro nome - non recederanno dai loro proposti sfascisti, il teatro dell'Opera darà via libera, con il consiglio di amministrazione convocato per quel giorno, al fallimento coatto. E...buonanotte ai suonatori.
Si chiude per ricominciare, naturalmente tutti fuori anche quegli oltre trecento che non sono d'accordo con gli scioperanti.
Riccardo Muti tace, non prende posizione quando forse una sua parola potrebbe avere peso per la soluzione che tutti auspicano. Ma forse lui lascia che si scornino fra di loro!
Fuortes, che dopo appena un semestre ha capito quanto sia difficile reggere un (quel) teatro - il suo la voro all'Auditorium o al Petruzzelli sono al confronto una passeggiata di salute - ha già messo le mani avanti. Se fallimento ci sarà, con l'affido del teatro ad un commissario, lui non vuole essere il commissario che deve liquidare e rifondare una nuova struttura. Ha dichiarato che non vuole farlo anche perché è un lavoro che non a fare. Mani alzate di Fuortes di fronte alle difficoltà.
La ragione per cui non ha lasciato l'Auditorium - come avrebbe dovuto fare - è proprio l'aver immediatamente intuito che la sfida all'Opera era grandissima e rischiava di travolgere lui e la sua fama di bravo amministratore. Come sta per accadere.
L'Auditorium è una casa d'appuntamenti offerta ogni volta al miglior offerente, chiavi in mano, a cifre non tanto modiche - una sala costa più dell'intero Circo Massimo! Naturalmente l'Auditorium ha una sua programmazione, ma la cosa non cambia, perchè, comunque, non ha una struttura produttiva con personale artistico e tecnico proprio, come un teatro d'opera. Ciò non toglie che nel decennio ormai trascorso la sua gestione abbia prodotto buoni risultati.
Oggi il Corriere ha battuto tutti. Richiamo in prima pagina; articolone in cronaca, intervento nelle 'opinioni', e terzo articolone nella 'romana', con il solito pastone sulla recente storia del teatro. Che si dà gloriosa a partire dal dopoguerra. Sbagliato. Si veda la storia da prima della guerra ed anche durante la guerra stessa, e si resterà stupefatti per il livello di produttività e la qualità stessa delle produzioni. Un esempio per tutti il 'Wozzeck' di Berg, in piena occupazione nazista, nel 1942.
Poi si tira in ballo, nel suddetto pastone, anche lo spettro di Sinopoli che ebbe una sua esperienza all'Opera, nella quale trascinò Sergio Sablich che poi, non ottenuto il risultato sperato, abbandonò a se stesso. (A proposito di Sablich, abbiamo notato, sfogliando il libriccino 'il mio Wagner' che nell'introduzione alle conversazioni di Sinopoli, Cappelletto, all'epoca assunto come 'drammaturgo' all'Opera - A FARE CHE? - non nomina neppure una volta Sablich, che pure era il Sovrintendente e di conseguenza gli aveva fatto il contratto ben compensato, naturalmente su richiesta di Sinopoli, suo amico).
Sinopoli paragonò Roma, a causa dell'Opera, a Tunisi. Durante quell'esperienza, Sinopoli di danni ne combinò - ampliò il personale tirando dentro tanti suoi amici, una vergogna! - e forse il più grosso gli fu impedito di compierlo: formare un'orchestra 'internazionale' che si sarebbe aperta e chiusa, all'occorrenza, con la quale che fare? Non l'ha mai spiegato bene. Un direttore che si assume la responsabilità di un teatro lavora con l'orchestra stabile e la porta ai livelli che egli desidera - Sinopoli poteva farlo. Perchè non lo fece? Allora evitiamo di santificarlo per miracoli che non ha fatto. Non dimentichiamo che lui le sue cose se le aggiustava come voleva. Ricordate quell'altra sparata sull'Auditorium di via della Conciliazione? Quello non è un auditorium, e fino a quando Roma non avrà un auditorium non tornerò a dirigervi. E infatti ebbe un incarico a Londra, certamente più interessante e per il quale fece quella sparata contro Roma. poi però a Roma tornò a dirigere, prima ancora che fosse pronto l'Auditorium - morì prima, ma avrebbe avuto senz'altro da ridire, magari, a ragione, per i problemi acustici, specie della sala grande - ma al Teatro Olimpico, un cinema, diciamo la verità un grande garage la cui acustica lasciava a desiderare alle orecchie di tutti, ma non del sofisticato Sinopoli. Formò a Roma un'orchestra da camera, con la quale prese a fare il repertorio sinfonico, Schubert, se ricordiamo bene all'Olimpico, il cui palcoscenico per l'orchestra aveva dimensioni ridotte. Un' Orchestra troppo piccola anche per Schubert, ma lui acutissimo trovò la scappatoia ideologica. Schubert è un autore cameristico, dunque con una formazione ridotta le linee delle sue composizioni emergono con maggiore evidenza. E tutti i giornalisti suoi amici lo seguirono. E, infine, le sue operazioni wagneriane senza rappresentazione: la musica da sola è sufficiente. Non sappiamo cosa avrebbe opposto Wagner.
Infine, torniamo a Carlo Fuortes che continua a sparare cifre di biglietti venduti e incassi; ma forse lo fa per incoraggiare i soldati alla lotta, come qualunque generale. Perchè dal 'Messaggero' apprendiamo che al 'Barbiere' di Caracalla andato in scena con orchestra ( la stessa che sciopera in 'Bohème') c'era 'molta gente'. Non era tutto esaurito,?allora come ha fatto l'incasso sbandierato? E poi ci volete dire una volta per tutte quanti posti ha Caracalla? anche per capire dove poggia quella astrusa pretesa degli scioperanti ( sfascisti!!!, che c'entrano loro con i posti?) che avrebbero voluto 5000 posti a Caracalla contro gli attuali 4000 agibili.
Si chiude per ricominciare, naturalmente tutti fuori anche quegli oltre trecento che non sono d'accordo con gli scioperanti.
Riccardo Muti tace, non prende posizione quando forse una sua parola potrebbe avere peso per la soluzione che tutti auspicano. Ma forse lui lascia che si scornino fra di loro!
Fuortes, che dopo appena un semestre ha capito quanto sia difficile reggere un (quel) teatro - il suo la voro all'Auditorium o al Petruzzelli sono al confronto una passeggiata di salute - ha già messo le mani avanti. Se fallimento ci sarà, con l'affido del teatro ad un commissario, lui non vuole essere il commissario che deve liquidare e rifondare una nuova struttura. Ha dichiarato che non vuole farlo anche perché è un lavoro che non a fare. Mani alzate di Fuortes di fronte alle difficoltà.
La ragione per cui non ha lasciato l'Auditorium - come avrebbe dovuto fare - è proprio l'aver immediatamente intuito che la sfida all'Opera era grandissima e rischiava di travolgere lui e la sua fama di bravo amministratore. Come sta per accadere.
L'Auditorium è una casa d'appuntamenti offerta ogni volta al miglior offerente, chiavi in mano, a cifre non tanto modiche - una sala costa più dell'intero Circo Massimo! Naturalmente l'Auditorium ha una sua programmazione, ma la cosa non cambia, perchè, comunque, non ha una struttura produttiva con personale artistico e tecnico proprio, come un teatro d'opera. Ciò non toglie che nel decennio ormai trascorso la sua gestione abbia prodotto buoni risultati.
Oggi il Corriere ha battuto tutti. Richiamo in prima pagina; articolone in cronaca, intervento nelle 'opinioni', e terzo articolone nella 'romana', con il solito pastone sulla recente storia del teatro. Che si dà gloriosa a partire dal dopoguerra. Sbagliato. Si veda la storia da prima della guerra ed anche durante la guerra stessa, e si resterà stupefatti per il livello di produttività e la qualità stessa delle produzioni. Un esempio per tutti il 'Wozzeck' di Berg, in piena occupazione nazista, nel 1942.
Poi si tira in ballo, nel suddetto pastone, anche lo spettro di Sinopoli che ebbe una sua esperienza all'Opera, nella quale trascinò Sergio Sablich che poi, non ottenuto il risultato sperato, abbandonò a se stesso. (A proposito di Sablich, abbiamo notato, sfogliando il libriccino 'il mio Wagner' che nell'introduzione alle conversazioni di Sinopoli, Cappelletto, all'epoca assunto come 'drammaturgo' all'Opera - A FARE CHE? - non nomina neppure una volta Sablich, che pure era il Sovrintendente e di conseguenza gli aveva fatto il contratto ben compensato, naturalmente su richiesta di Sinopoli, suo amico).
Sinopoli paragonò Roma, a causa dell'Opera, a Tunisi. Durante quell'esperienza, Sinopoli di danni ne combinò - ampliò il personale tirando dentro tanti suoi amici, una vergogna! - e forse il più grosso gli fu impedito di compierlo: formare un'orchestra 'internazionale' che si sarebbe aperta e chiusa, all'occorrenza, con la quale che fare? Non l'ha mai spiegato bene. Un direttore che si assume la responsabilità di un teatro lavora con l'orchestra stabile e la porta ai livelli che egli desidera - Sinopoli poteva farlo. Perchè non lo fece? Allora evitiamo di santificarlo per miracoli che non ha fatto. Non dimentichiamo che lui le sue cose se le aggiustava come voleva. Ricordate quell'altra sparata sull'Auditorium di via della Conciliazione? Quello non è un auditorium, e fino a quando Roma non avrà un auditorium non tornerò a dirigervi. E infatti ebbe un incarico a Londra, certamente più interessante e per il quale fece quella sparata contro Roma. poi però a Roma tornò a dirigere, prima ancora che fosse pronto l'Auditorium - morì prima, ma avrebbe avuto senz'altro da ridire, magari, a ragione, per i problemi acustici, specie della sala grande - ma al Teatro Olimpico, un cinema, diciamo la verità un grande garage la cui acustica lasciava a desiderare alle orecchie di tutti, ma non del sofisticato Sinopoli. Formò a Roma un'orchestra da camera, con la quale prese a fare il repertorio sinfonico, Schubert, se ricordiamo bene all'Olimpico, il cui palcoscenico per l'orchestra aveva dimensioni ridotte. Un' Orchestra troppo piccola anche per Schubert, ma lui acutissimo trovò la scappatoia ideologica. Schubert è un autore cameristico, dunque con una formazione ridotta le linee delle sue composizioni emergono con maggiore evidenza. E tutti i giornalisti suoi amici lo seguirono. E, infine, le sue operazioni wagneriane senza rappresentazione: la musica da sola è sufficiente. Non sappiamo cosa avrebbe opposto Wagner.
Infine, torniamo a Carlo Fuortes che continua a sparare cifre di biglietti venduti e incassi; ma forse lo fa per incoraggiare i soldati alla lotta, come qualunque generale. Perchè dal 'Messaggero' apprendiamo che al 'Barbiere' di Caracalla andato in scena con orchestra ( la stessa che sciopera in 'Bohème') c'era 'molta gente'. Non era tutto esaurito,?allora come ha fatto l'incasso sbandierato? E poi ci volete dire una volta per tutte quanti posti ha Caracalla? anche per capire dove poggia quella astrusa pretesa degli scioperanti ( sfascisti!!!, che c'entrano loro con i posti?) che avrebbero voluto 5000 posti a Caracalla contro gli attuali 4000 agibili.
Etichette:
auditorium,
barbiere,
berg,
bohème,
caracalla,
corriere,
Fuortes,
londra,
Messaggero,
muti,
Petruzzelli,
roma,
sablich,
sinopoli,
tunisi,
Wagner,
wozzeck
giovedì 24 luglio 2014
Vincenzo Bolognese difende privilegi?
In una breve intervista a Paolo Boccacci di Repubblica la 'spalla' dell
'Orchestra dell'Opera di Roma, rispedisce al mittente le accuse di 'sfasciacarrozze' che da molte parti si sono levate contro i dipendenti del Teatro dell'Opera di Roma Capitale, artefici dello sciopero della Bohème a Caracalla,tuttora pendente. Nei giorni scorsi erano state smentite le cifre relative agli scioperanti che non sono il 30% dei dipendenti affiliati ai due sindacati contestatari, bensì il 50%. Come a dire che gli aderenti sono più numerosi, dunque devono avere più voce in capitolo, rappresentando quasi la metà dei dipendenti dell'Opera, mentre, a loro dire, Fuortes tiene fuori dagli incontri istituzionali che avvia con gli altri due sindacati, perchè va dicendo che numericamente, contano poco.
Ma Bolognese dice anche altro. Che lui sciopera non per avere più soldi- benchè guadagni meno di un usciere della Camera ( ma non dice se a fine carriera!) - ma per difendere la qualità. E la qualità vuol dire anche rimpinguare la piana organica dell'orchestra che oggi è a quota 90, mentre dovrebbe essere di 117, e per la cui mancanza ogni volta si scritturano temporaneamente strumentisti esterni.
Non siamo esperti di metri quadrati e di loro capienza, se relativi a strumentisti con strumenti, ma siamo certi che nella buca dell'Opera come di qualunque altro teatro, 117 strumentisti non c'entrerebbero neanche l'uno sull'altro. Forse, in questo caso, Bolognese non dice che per effetto di permessi, motivati e non, ogni volta l'orchestra è sotto organico, quello attuale, e perciò ricorre a contratti esterni. Se l'Opera producesse di più, se tutti i suoi lavoratori lavorassero di più, allora forse di 117 strumentisti, salvo rarissimi casi per strumenti poco usati e quindi non in organico, si sarebbe costretti a ricorrere a esterni.
E Bolognese dimentica forse di dire che l'appartenenza all'Orchestra dell'Opera non impedisce ai suoi strumentisti di svolgere attività esterna - forse qualche volta assentandosi dall'Opera? - attività sacrosanta ma che in nessun caso dovrebbe danneggiare e creare problemi all'impegno professionale principale. E così?
Forse qualche precisazione, perciò, meriterebbe la breve chiacchierata con Paolo Boccacci. Come quella letta proprio oggi, su alcuni giornali, e cioè che Bolognese nei primi sei mesi ha lavorato per 62 giorni complessivamente, ma ha percepito ogni mese lo stipendio per 26 giorni lavorativi. E gli altri quattro mesi che ha fatto? ha suonato nell'esercizio della libera professione? Bene ha fatto. Non è che si è messo a studiare quattro mesi per suonare 62 giorni. Le cose da chiarire sono molte. Come anche andrebbe spiegata e giustificata quell'aggiunta allo stipendio per la trasferta a Caracalla, all'aperto. Siamo pazzi?
Tempo fa una giovane violinista di Santa Cecilia, oggi promossa sul campo, ci mostrò la sua busta paga; allora lavorava con contratti a tempo determinato. Beh, il suo stipendio di allora era più alto del nostro, con una anzianità di quarant'anni di insegnamento in Conservatorio. Dunque sulle cifre che ogni tanto vengono sbandierate per dire a tutti che la vita di un orchestrale è davvero dura, andrebbe fatta una seria riflessione, perché nella maggior parte dei casi sono cifre false e bugiarde. Oggi, in Italia, e forse anche dappertutto, gli orchestrali si devono mettere in testa che il loro è un bel lavoro, affatto mal pagato, e che devono guadagnarselo lo stipendio lavorando di più e meglio. Perché il grande problema di oggi è che il lavoro non c'è anche in campo artistico, dunque chi ce l'ha deve tenerselo stretto e lavorare per meritarselo.
'Orchestra dell'Opera di Roma, rispedisce al mittente le accuse di 'sfasciacarrozze' che da molte parti si sono levate contro i dipendenti del Teatro dell'Opera di Roma Capitale, artefici dello sciopero della Bohème a Caracalla,tuttora pendente. Nei giorni scorsi erano state smentite le cifre relative agli scioperanti che non sono il 30% dei dipendenti affiliati ai due sindacati contestatari, bensì il 50%. Come a dire che gli aderenti sono più numerosi, dunque devono avere più voce in capitolo, rappresentando quasi la metà dei dipendenti dell'Opera, mentre, a loro dire, Fuortes tiene fuori dagli incontri istituzionali che avvia con gli altri due sindacati, perchè va dicendo che numericamente, contano poco.
Ma Bolognese dice anche altro. Che lui sciopera non per avere più soldi- benchè guadagni meno di un usciere della Camera ( ma non dice se a fine carriera!) - ma per difendere la qualità. E la qualità vuol dire anche rimpinguare la piana organica dell'orchestra che oggi è a quota 90, mentre dovrebbe essere di 117, e per la cui mancanza ogni volta si scritturano temporaneamente strumentisti esterni.
Non siamo esperti di metri quadrati e di loro capienza, se relativi a strumentisti con strumenti, ma siamo certi che nella buca dell'Opera come di qualunque altro teatro, 117 strumentisti non c'entrerebbero neanche l'uno sull'altro. Forse, in questo caso, Bolognese non dice che per effetto di permessi, motivati e non, ogni volta l'orchestra è sotto organico, quello attuale, e perciò ricorre a contratti esterni. Se l'Opera producesse di più, se tutti i suoi lavoratori lavorassero di più, allora forse di 117 strumentisti, salvo rarissimi casi per strumenti poco usati e quindi non in organico, si sarebbe costretti a ricorrere a esterni.
E Bolognese dimentica forse di dire che l'appartenenza all'Orchestra dell'Opera non impedisce ai suoi strumentisti di svolgere attività esterna - forse qualche volta assentandosi dall'Opera? - attività sacrosanta ma che in nessun caso dovrebbe danneggiare e creare problemi all'impegno professionale principale. E così?
Forse qualche precisazione, perciò, meriterebbe la breve chiacchierata con Paolo Boccacci. Come quella letta proprio oggi, su alcuni giornali, e cioè che Bolognese nei primi sei mesi ha lavorato per 62 giorni complessivamente, ma ha percepito ogni mese lo stipendio per 26 giorni lavorativi. E gli altri quattro mesi che ha fatto? ha suonato nell'esercizio della libera professione? Bene ha fatto. Non è che si è messo a studiare quattro mesi per suonare 62 giorni. Le cose da chiarire sono molte. Come anche andrebbe spiegata e giustificata quell'aggiunta allo stipendio per la trasferta a Caracalla, all'aperto. Siamo pazzi?
Tempo fa una giovane violinista di Santa Cecilia, oggi promossa sul campo, ci mostrò la sua busta paga; allora lavorava con contratti a tempo determinato. Beh, il suo stipendio di allora era più alto del nostro, con una anzianità di quarant'anni di insegnamento in Conservatorio. Dunque sulle cifre che ogni tanto vengono sbandierate per dire a tutti che la vita di un orchestrale è davvero dura, andrebbe fatta una seria riflessione, perché nella maggior parte dei casi sono cifre false e bugiarde. Oggi, in Italia, e forse anche dappertutto, gli orchestrali si devono mettere in testa che il loro è un bel lavoro, affatto mal pagato, e che devono guadagnarselo lo stipendio lavorando di più e meglio. Perché il grande problema di oggi è che il lavoro non c'è anche in campo artistico, dunque chi ce l'ha deve tenerselo stretto e lavorare per meritarselo.
martedì 22 luglio 2014
La cura di Fuortes, il rianimatore, non è dura. Ma se l'Opera di Roma Capitale non la assume, rischia...
La minaccia di Marino di mettere in liquidazione l'Opera di Roma Capitale, è semplicemente uno spauracchio, agitato tanto per mettere paura. Figurati se quei navigati sindacalisti, più bravi come sindacalisti che nel resto, si fanno mettere in ginocchio. Si sa che è assai difficile, anzi impossibile, che si possano portare in tribunale i libri contabili dell'Opera di Roma per chiederne il fallimento. Le si è cambiato anche il nome, in 'Teatro dell'Opera di Roma Capitale', per renderla imperitura, quando si sa che di capitale in quel teatro non c'è molto altro, oltre Muti ed il volenteroso Fuortes. Resta il fatto che i sindacati stanno tirando troppo la corda, manifestando contro un piano industriale definito dal Sovrintendente, nel quale grandi traumi sono evitati.
Che dovrebbero dire i lavoratori di intere fabbriche che sono da mesi in cassa integrazione e senza speranze di trovare un lavoro futuro? Perché è questa la situazione, quei pochi scioperanti irresponsabili non possono far finta di non sapere. Dall'Opera andranno via una sessantina di dipendenti - l'Opera ne ha quasi 500 - a nessuno sarà tolto un soldo dallo stipendio, però tutti si devono mettere in testa che devono LAVORARE, più di quanto lavorano oggi. E' la condizione indispensabile per accedere al fondo 'salva teatri' del Ministero e ricominciare il cammino virtuoso del risanamento economico e della riscossa artistica, che ancora non è garantita, a dispetto della presenza di Muti, che va gridando ai quattro venti che la sua orchestra è oggi una delle migliori del mondo: bum!
Il piano Fuortes, che i sindacati conoscono bene anche se fanno finta del contrario, non è un piano 'lacrime & sangue', quale forse in teatro meriterebbero i molti che non hanno mai protestato per la finanza allegra della gestione De Martino. E se quel piano non accettano immediatamente, riprendendo a lavorare subito a Caracalla anche per la prossima replica di 'Bohème', e continuano invece a tirare la corda, può anche accadere che quella corda si spezzi.
E' inutile continuare a fare la 'faccia feroce', tanto torneranno a fare la 'faccia fessa' come hanno già fatto quando hanno minacciato lo sciopero della prima di Muti e poi l'hanno ritirato.
Meglio non esagerare. E che stiano esagerando lo deduciamo dal fatto che le loro condizioni contrattuali sono più che onorevoli - di questi tempi si può stare anche peggio.
Tornino, perciò, a lavorare, anzi a lavorare di più e poi, in seguito, chiedano di essere compensati per la mole e la qualità del lavoro raggiunte. Adesso rischiano di brutto, i sindacati CGIL e FIALS. Mentre i rispettivi capibastone hanno fatto il voto del silenzio.
Che dovrebbero dire i lavoratori di intere fabbriche che sono da mesi in cassa integrazione e senza speranze di trovare un lavoro futuro? Perché è questa la situazione, quei pochi scioperanti irresponsabili non possono far finta di non sapere. Dall'Opera andranno via una sessantina di dipendenti - l'Opera ne ha quasi 500 - a nessuno sarà tolto un soldo dallo stipendio, però tutti si devono mettere in testa che devono LAVORARE, più di quanto lavorano oggi. E' la condizione indispensabile per accedere al fondo 'salva teatri' del Ministero e ricominciare il cammino virtuoso del risanamento economico e della riscossa artistica, che ancora non è garantita, a dispetto della presenza di Muti, che va gridando ai quattro venti che la sua orchestra è oggi una delle migliori del mondo: bum!
Il piano Fuortes, che i sindacati conoscono bene anche se fanno finta del contrario, non è un piano 'lacrime & sangue', quale forse in teatro meriterebbero i molti che non hanno mai protestato per la finanza allegra della gestione De Martino. E se quel piano non accettano immediatamente, riprendendo a lavorare subito a Caracalla anche per la prossima replica di 'Bohème', e continuano invece a tirare la corda, può anche accadere che quella corda si spezzi.
E' inutile continuare a fare la 'faccia feroce', tanto torneranno a fare la 'faccia fessa' come hanno già fatto quando hanno minacciato lo sciopero della prima di Muti e poi l'hanno ritirato.
Meglio non esagerare. E che stiano esagerando lo deduciamo dal fatto che le loro condizioni contrattuali sono più che onorevoli - di questi tempi si può stare anche peggio.
Tornino, perciò, a lavorare, anzi a lavorare di più e poi, in seguito, chiedano di essere compensati per la mole e la qualità del lavoro raggiunte. Adesso rischiano di brutto, i sindacati CGIL e FIALS. Mentre i rispettivi capibastone hanno fatto il voto del silenzio.
sabato 12 luglio 2014
Nevica a Caracalla
Le nuove frontiere dello spettacolo. A Caracalla, dove non si sa ancora se Bohème andrà in scena, causa agitazione sindacale che potrebbe rientrare, solo a poche ore dall'inizio della rappresentazione - con quali conseguenze sulla qualità dello spettacolo non è difficile immaginare - domani accadrà l'inverosimile, sempre che Bohème vada in scena. A meno che, per compensare i fedeli spettatori che comunque, nel dubbio, andranno a Caracalla sperando di poter assistere alla rappresentazione dell'opera di Puccini, non si faccia nevicare comunque.
Insomma il regista dell'opera ha pensato che era sprecata la spesa della macchina per la neve se questa avesse a cadere solo sul palcoscenico; perciò , a temperatura intorno ai 30°, quale si presume ci sarà domani sera, prenderà a nevicare prima sul palcoscenico e poi sul pubblico, con grande gioia per quello straniero orientale, meno forse per quello italiano che solitamente arriva al teatro delle terme come se dovesse andare ad una serata di gala - non parliamo naturalmente del pubblico che arriva con i torpedoni da fuori Roma e che solitamente è composto o da gitanti anziani che hanno vinto al concorso per l'acquisto di pentole inox, o da veri amanti dell'opera, che della nevicata sulla platea se ne sbattono.
Noi, permetteteci, troviamo semplicemente demenziale che per far colpo sul pubblico dell'opera a Caracalla, al quale interessa l'opera oltre che lo straordinario scenario delle terme, si giochi la carta della nevicata imprevista. Su di essa può puntare solo chi di opera non conosce nulla, capisce poco, e, in definitiva, non gli importa un fico secco. Come, ci viene il dubbio che accada a più di un dirigente del teatro dell'opera. Ci sembra di vedervi uno stile che conosciamo già segnare molti spettacoli dell'Auditorium, dove vige la regola e la convinzione che della musica non freghi niente a nessuno e che perciò occorra fare qualcosa di strano ( elicotteri, metronomi), per rendere interessante l'acquisto di un biglietto.
Infine, il regista, autore dello scoop, dimentica che la neve d'estate a Roma non è una novità. Da tempo un artista si diverte a farla cadere dalle parti di Santa Maria maggiore, per ricordare l'evento atmosferico 'miracoloso' che indicò il luogo sul quale erigere la basilica mariana.
A Roma, come diceva un saggio, tutto è stato già visto e fatto.
Insomma il regista dell'opera ha pensato che era sprecata la spesa della macchina per la neve se questa avesse a cadere solo sul palcoscenico; perciò , a temperatura intorno ai 30°, quale si presume ci sarà domani sera, prenderà a nevicare prima sul palcoscenico e poi sul pubblico, con grande gioia per quello straniero orientale, meno forse per quello italiano che solitamente arriva al teatro delle terme come se dovesse andare ad una serata di gala - non parliamo naturalmente del pubblico che arriva con i torpedoni da fuori Roma e che solitamente è composto o da gitanti anziani che hanno vinto al concorso per l'acquisto di pentole inox, o da veri amanti dell'opera, che della nevicata sulla platea se ne sbattono.
Noi, permetteteci, troviamo semplicemente demenziale che per far colpo sul pubblico dell'opera a Caracalla, al quale interessa l'opera oltre che lo straordinario scenario delle terme, si giochi la carta della nevicata imprevista. Su di essa può puntare solo chi di opera non conosce nulla, capisce poco, e, in definitiva, non gli importa un fico secco. Come, ci viene il dubbio che accada a più di un dirigente del teatro dell'opera. Ci sembra di vedervi uno stile che conosciamo già segnare molti spettacoli dell'Auditorium, dove vige la regola e la convinzione che della musica non freghi niente a nessuno e che perciò occorra fare qualcosa di strano ( elicotteri, metronomi), per rendere interessante l'acquisto di un biglietto.
Infine, il regista, autore dello scoop, dimentica che la neve d'estate a Roma non è una novità. Da tempo un artista si diverte a farla cadere dalle parti di Santa Maria maggiore, per ricordare l'evento atmosferico 'miracoloso' che indicò il luogo sul quale erigere la basilica mariana.
A Roma, come diceva un saggio, tutto è stato già visto e fatto.
domenica 6 luglio 2014
Riccardo Muti la pensa come noi
Riccardo Muti, all’ultimo concerto con l’Orchestra
Cherubini e l’Orchestra Giovanile Italiana in memoria di Claudio
Abbado, ha parlato contro chi, nel nostro paese, con il placet della politica,
scrittura orchestre straniere per esibirsi da noi a suonare la musica
italiana, ignorando complessi nazionali giovanili di qualità
superiore cui simili occasioni vengono negate per mero snobismo. Il riferimento al Teatro alla Scala ed alla programmata Bohème estiva
della prossima stagione è chiaro. Abbacinati da una
generica esterofilia, nella musica come, più in generale, in ogni
settore scientifico, intellettuale, industriale etc.., ci riveliamo
incapaci di tutelare il futuro del nostro paese togliendo ai giovani
possibilità concrete di crescita professionale e di realizzazione,
compromettendo non solo le generazioni future ma la sopravvivenza
stessa della nostra identità.
Abbiamo convinto anche Muti su quanto andiamo dicendo e gridando da anni, senza essere mai ascoltati.
giovedì 19 giugno 2014
Pereira la smetta con i 'buu' e gli 'imbrogli'
La figura forse più meschina l'ha fatta il sindaco Pisapia che dopo aver dato ad intendere che Pereira l'aveva fatta grossa - e non era vero; ma riprendere la storia dall'inizio sarebbe troppo lungo - ha dovuto dare il caloroso benvenuto al prossimo sovrintendente della Scala, che addirittura si insedia un mese prima della data prevista, in occasione della presentazione della stagione per l'anno dell'EXPO, e cioè 2014-2015. Pereira, prendendo la parola, e non essendo molto addentro ancora alla lingua oltre che alle cose milanesi e italiane, ha usato la parola 'imbroglio', subito corretto da Pisapia che anche in questo caso, ha parlato di qualche equivoco o giù di lì. Ora tutti chiariti, ovviamente.
E poi la stagione, ma prima i prezzi dei biglietti e qualche annotazione. Innanzitutto i biglietti costano molto, davvero molto, nonostante le facilitazioni. Noi, ad esempio, che apparteniamo alla fascia di coloro che non muoiono di fame e possono vivere dignitosamente, i soldi per andare alla Scala non li avremmo, e, quindi, non ci andremmo mai e poi mai. Per fortuna, il nostro mestiere di critico ce lo consente.
Altra anomalia, ha abbassato il costo dei biglietti delle opere 'ostiche' ( leggi: contemporanee e non di repertorio) ed alzato quelli per i grandi titoli di repertorio. Ma se questo si può fare con qualche titolo perchè non farlo per tutti, onde vedere traboccare il teatro di pubblico? Domanda. Che ne pena Pereira? Il quale poi ha detto di aver riportato, la prossima stagione, a Milano, direttori importanti che non venivano da tempo. Abbiamo letto i nomi, per le opere, e IMPORTANTI non ne abbiamo trovato, e quelli davvero importanti, ma pochissimi, non è ancora certo che vengano a Milano, da Pretre, novantenne, a Maazel che proprio in questi giorni ha annunciato di dover rinunciare alla sua carica monacense per problemi di salute. E dunque tutti gli altri previsti in cartellone, salvo Barenboinm, Chailly- che però ha un incarico stabile e dunque va da sè che si dovrebbe vedere sempre più spesso al Piermarini - Gatti sono di seconda o forse terza fila.
Di nomi importanti, e facce nuove, ve ne saranno ma nella stagione sinfonica e in quella specifica per l'EXPO che vedrà sfilare anche importanti orchestre, ed anche alcune venezuelane: una AUTENTICA PASSIONE di Pereira, ma anche nostra e di moltissimi altri. Ma forse una 'Bohème' con Dudamel non ha senso, dopo le prove non proprio entusiasmanti del giovane direttore in buca al Piermarini; a meno che Pereira non abbia riposto tutte le sue speranze nella compagnia di canto ed ancor più nello storico spettacolo, firmato da Zeffirelli.
E veniamo ai 'buu' che, secondo Pereira - e non è la prima volta che se ne esce con questa affermazione - terrebbero lontane dalla Scala una nutrita schiera di belle ed importanti voci, specie nel nel repertorio italiano. I cantanti temerebbero il feroce loggione della Scala. Verrebbe da dire 'chissenefrega!'.
Il vero problema è un altro ed ha a che fare con le agenzie internazionali che fanno il buono e cattivo tempo nella formazione dei cast, non solo alla Scala. Solitamente un grande teatro o una grande istituzione sinfonica hanno un direttore stabile o musicale che certamente non può essere insensibile ai richiami della sua stessa agenzia, nella scelta di cantanti e solisti strumentali.
Più che le reazioni rumorose dei loggionisti, sono le agenzie a spiegare l'assenza di certi interpreti, come la presenza di altri. E perciò Pereira dimostri di saperci fare, come è accaduto a Zurigo durante la sua gestione, se lo farà cesseranno i 'buu' e le star verranno alla Scala, anzi chiederanno di venirci. In un articolo apparso oggi su Le Repubblica' a firma Aspesi - forse la prima volta che condividiamo quanto scrive la matriarca del giornalismo italiano - si legge di un basso, forse il più in vista oggi che alla Scala non va. Certo che non va se glielo 'vieta'- diciamo così - un direttore che lo ha praticamente scritturato in esclusiva, pena la sua esclusione dal suo cerchio canoro.
E poi la stagione, ma prima i prezzi dei biglietti e qualche annotazione. Innanzitutto i biglietti costano molto, davvero molto, nonostante le facilitazioni. Noi, ad esempio, che apparteniamo alla fascia di coloro che non muoiono di fame e possono vivere dignitosamente, i soldi per andare alla Scala non li avremmo, e, quindi, non ci andremmo mai e poi mai. Per fortuna, il nostro mestiere di critico ce lo consente.
Altra anomalia, ha abbassato il costo dei biglietti delle opere 'ostiche' ( leggi: contemporanee e non di repertorio) ed alzato quelli per i grandi titoli di repertorio. Ma se questo si può fare con qualche titolo perchè non farlo per tutti, onde vedere traboccare il teatro di pubblico? Domanda. Che ne pena Pereira? Il quale poi ha detto di aver riportato, la prossima stagione, a Milano, direttori importanti che non venivano da tempo. Abbiamo letto i nomi, per le opere, e IMPORTANTI non ne abbiamo trovato, e quelli davvero importanti, ma pochissimi, non è ancora certo che vengano a Milano, da Pretre, novantenne, a Maazel che proprio in questi giorni ha annunciato di dover rinunciare alla sua carica monacense per problemi di salute. E dunque tutti gli altri previsti in cartellone, salvo Barenboinm, Chailly- che però ha un incarico stabile e dunque va da sè che si dovrebbe vedere sempre più spesso al Piermarini - Gatti sono di seconda o forse terza fila.
Di nomi importanti, e facce nuove, ve ne saranno ma nella stagione sinfonica e in quella specifica per l'EXPO che vedrà sfilare anche importanti orchestre, ed anche alcune venezuelane: una AUTENTICA PASSIONE di Pereira, ma anche nostra e di moltissimi altri. Ma forse una 'Bohème' con Dudamel non ha senso, dopo le prove non proprio entusiasmanti del giovane direttore in buca al Piermarini; a meno che Pereira non abbia riposto tutte le sue speranze nella compagnia di canto ed ancor più nello storico spettacolo, firmato da Zeffirelli.
E veniamo ai 'buu' che, secondo Pereira - e non è la prima volta che se ne esce con questa affermazione - terrebbero lontane dalla Scala una nutrita schiera di belle ed importanti voci, specie nel nel repertorio italiano. I cantanti temerebbero il feroce loggione della Scala. Verrebbe da dire 'chissenefrega!'.
Il vero problema è un altro ed ha a che fare con le agenzie internazionali che fanno il buono e cattivo tempo nella formazione dei cast, non solo alla Scala. Solitamente un grande teatro o una grande istituzione sinfonica hanno un direttore stabile o musicale che certamente non può essere insensibile ai richiami della sua stessa agenzia, nella scelta di cantanti e solisti strumentali.
Più che le reazioni rumorose dei loggionisti, sono le agenzie a spiegare l'assenza di certi interpreti, come la presenza di altri. E perciò Pereira dimostri di saperci fare, come è accaduto a Zurigo durante la sua gestione, se lo farà cesseranno i 'buu' e le star verranno alla Scala, anzi chiederanno di venirci. In un articolo apparso oggi su Le Repubblica' a firma Aspesi - forse la prima volta che condividiamo quanto scrive la matriarca del giornalismo italiano - si legge di un basso, forse il più in vista oggi che alla Scala non va. Certo che non va se glielo 'vieta'- diciamo così - un direttore che lo ha praticamente scritturato in esclusiva, pena la sua esclusione dal suo cerchio canoro.
sabato 19 aprile 2014
Caracalla modello Auditorium
L'avevamo detto. Alla fine anche al lucidissimo Fuortes si sarebbero confuse le idee, tenendo i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. Quando sta all'Opera programma come se stesse all'Auditorium o al festival di Tivoli, e forse anche viceversa, in taluni casi - perchè nell'uno come nell'altro e nel terzo regno di sua competenza, i fidatissimi consiglieri sono gli stessi ed hanno forse perso la bussola come il loro capo, o forse non riescono a vedere le singole specificità.
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
Etichette:
arriva barbiere di siviglia,
auditorium,
balletto di tokio,
béjart,
bohème,
bolle,
Cappelli,
caracalla,
carmen,
costanzi,
Fuortes,
kleiber,
Marino,
orchestra piazza vittorio,
pereira,
Petruzzelli,
purcell,
vlad
Iscriviti a:
Post (Atom)