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sabato 22 ottobre 2016

La musica prima passione di Massimo Bernardini

Il testo che potete leggere nel post precedente è quello che abbiamo preso di sana pianta dal sito di Rai 5 e che suona come presentazione ufficiale del nuovo programma affidato a Bernardini: 'Nessun Dorma'. Sì, perchè l'autore e conduttore di 'Tv talk', ora torna alla sua prima passione, dice quel testo, la musica, salvo poi  scoprire che quella sua antica passione riguarda sì la musica, ma una musica ben diversa da quella per cui ora viene scritturato da Rai 5,  novello divulgatore, emulo di Leonard Bernstein,  e di cui dovrebbe farci capire ogni cosa; la musica di Bernardini  è quella che  tutti chiamano 'leggera'  non senza ragione, anche se  leggera non è sempre.
La musica di cui Bernardini si è occupato, quando l'ha fatto sui giornali, era dunque ben diversa. E, per tornare alla tv, nelle passate stagioni si è già occupato di musica, proprio di quella per la quale aveva lavorato in gioventù e che era la sua passione, ed il suo programma, nonostante la competenza vantata, è stato un disastro. A Rai 5 lo sanno?
Ora, Rai 5 lo vuole ad ogni costo, si inventa un  nuovo programma per lui. Ma forse con la convinzione che comunque coloro i quali guarderanno il suo programma sono una esigua minoranza. E forse è vero. E. di conseguenza, andasse anche non male, ma malissimo, tanto danno comunque non potrà fare. Solo che qui non si stratta di un programma come Petruska, bensì della proposta di grandi concerti o rappresentazioni teatrali  importanti, dunque con ascolti molto più alti del Petruska, che si ferma mediamente fra i 20-30 mila.
La scelta è frutto della  scarsa considerazione in cui si tiene la musica, quella 'seria' o 'forte', non quella di Bernardini, in Rai. Comunque vi sapremo dire, perchè stasera seguiremo le sue spiegazioni per capire il Fidelio di Beethoven  - ci contiamo -  e tante altre cose, come promette il programma. Arrivederci a  domani.

domenica 3 maggio 2015

Turandot diretta da Chailly è stata un successo. Anche a Rai 5. Perchè non rimandare in onda 'All'Opera!' ?

Senza dubbio quella dell'altro ieri,  anche a causa del successo ottenuto, poteva a ragione considerarsi la serata inaugurale di stagione della Scala, mentre era soltanto la serata che inaugurava in teatro l'Expo milanese, con la Turandot diretta da Chailly; e la serata inaugurale di stagione è stata, come sempre il 7 dicembre, con il Fidelio, discusso, diretto da Barenboim.
L'opera pucciniana, con il finale scritto da Berio una decina di anni fa, che ha sostituito  a Milano quello  di Alfano in uso da sempre nei teatri,  ha avuto successo anche nella versione televisiva, trasmessa in diretta da Rai5, finalmente anche con una bella regia, affidata a Patrizia Carmine. Ha fatto nientemeno che il 2,52 % di share - un record per la rete - con 593.000 telespettatori, e, come ricorda nel suol articolo la Aspesi, con un picco, alle ore 22, di 733,235 spettatori e quasi il 3% di share. Davvero un successo che dovrebbe far  tornare i dirigenti Rai sui loro passi, e convincerli a  rimettere in palinsesto quella fortunata trasmissione andata in onda fra il 1999 e 2004, dal titolo 'All'Opera!', in seconda serata, su Rai 1, che di telespettatori ne faceva anche il doppio e, in taluni casi anche di più, di quelli  fatti da Rai 5, nella riuscita formula che alternava il racconto della trama, ad opera del suadente Antonio Lubrano - un successo personale che si aggiungeva  a quello degli anni di 'Mi manda Lubrano' - all'ascolto dei brani più belli del nostro melodramma. In tutto, in una durata, un'ora circa, compatibile con i tempi televisivi.
 Quella trasmissione, nonostante il successo, le proteste seguite alla sua cancellazione e le rassicurazioni dei dirigenti Rai di un tempo per un suo quasi immediato ritorno, sono trascorsi oltre dieci anni e nessuno si prende la responsabilità di rimetterla in onda. La si potrebbe ritrasmettere già così come è andata in onda allora, per sei estati conescutive, avendo in archivio quasi 60 titoli, fra i più popolari del melodramma e nelle realizzazioni registiche e scenografiche le più riuscite. Senza nessun costo aggiuntivo, magari  in cicli di dieci titoli per volta, come si faceva all'epoca.
  Forse a sottolineare negativamente che la Rai non lo fa, nonostante i proclami, viene ora il progetto sul melodramma  che reca la firma di Emanuela Giordano, regista e responsabile della 'Casa dei teatri' a Roma, la quale, nel rinato Teatro Torlonia della omonima villa, ha organizzato due mostre ed alcuni concerti sull'opera, intitolando il suo progetto 'All'Opera!', con il punto esclamativo - e non è detto che la Giordano non si sia ricordata,  in questa occasione, di quella bella nostra trasmissione ( già, perchè noi ne eravamo l'autore, e ne andiamo ancora fieri!).

martedì 9 dicembre 2014

Barenboim e l'italianità musicale. Un pensiero interessato e tardivo a Muti?



Terminato il 'Fidelio' inaugurale della stagione milanese, Barenboim ha fatto alcune dichiarazioni. Innanzitutto, rivolgendosi a chi lo ha accusato, lui e Lissner, di trascurare il repertorio operistico italiano (e ci riferiamo a Verdi, Bellini, Donizetti, Rossini, e mettiamoci anche Puccini, perchè no?) ha risposto che 'l'italianità' non è una questione di passaporto. Insomma, che si può fare opera italiana, o 'all'italiana' , anche eseguendo Wagner, Mozart, Strauss, Beethoven, Bizet, innestandovi la grande tradizione storica e musicale del nostro paese, imprescindibile. E che,  perciò, se non si esegue alla Scala nessuno o quasi degli autori grandissimi sopra citati, non si può essere tacciati di 'antiitalianità'.
 E' una teoria che non sta in piedi , come può risultare a chiunque, come non sta in piedi  pure un'altra, che da questa direttamente discende, e cioè che la venuta di Barenboim e Lissner alla Scala, dopo l'epoca Muti, è servita a portare un po' di Europa in Italia, secondo l'interpretazione di qualche giornale, che ha scritto che con la coppia 'estera' alla Scala sono arrivati anche i grandi nomi della regia 'internazionale'. Vabbè, ma è stata vera gloria? Barenboim e i giornalisti, fiancheggiatori del direttore argentino e di Lissner, sostengono che era necessario; noi no, perchè pensiamo che nell'opera lo spettacolo conta - e come potrebbe essere diversamente? - ma conta innanzitutto la musica, ed ancor di più ci sembra conti quando si vedono regie ed ambientazioni che lasciano sinceramente sbalorditi, per la loro estraneità all'opera rappresentata. E quella del 'Fidelio', per restare in tema, non lo era del tutto, perchè mantenere l'ambientazione in un carcere, in ossequio a Beethoven, avrebbe sottolineato l'inferno che in quei luoghi si vive, e in Italia più che negli altri paesi d'Europa.
Barenboim per sottolineare che l'appartenenza ad una nazione non è legata al passaporto, ha detto che se lui avesse dovuto dirigere solo musica del suo paese, per farla conoscere nel mondo, avrebbe diretto e fatto eseguire solo il tango, che è la bandiera musicale argentina. Un colpo basso di Barenboim, che però non fa al nostro caso.
E poi ha invitato tutti in Italia - ma forse si rivolgeva al ministro Franceschini, l'unico con una carica istituzionale presente alla prima milanese - ad impegnarsi perché l'Italia, “come dice Riccardo Muti, non diventi da paese della musica, il paese della storia delle musica”. Intendendo che la musica va tenuta in grande considerazione, altrimenti diventiamo il paese nel quale secoli fa è nata l'Opera, dove sono vissuti grandi musicisti, il paese che ha costruito meravigliosi strumenti musicali ecc... questo dice Muti, e sottoscrive Barenboim, il quale in tutti questi anni non ha mai pronunciato neanche il nome del suo predecessore alla guida della Scala; e ricordarsene solo ora è un po' ruffiano.
Ed ha aggiunto, rivolto a chi lo accusa di non aver mai diretto un'opera del grande repertorio italiano a Milano, che lui questo repertorio lo fa a Berlino. Bella scusa.
In realtà qualcuno ha detto e scritto, negli anni passati, che la ragione del suo mancato impegno nel repertorio italiano a Milano si giustificava con la mancanza di sicurezza del direttore argentino in tale repertorio;  sicurezza che a Berlino - aggiungiamo noi - sentiva di avere ed a Milano no. Perchè Berlino non è Milano, ed il suo teatro berlinese non è la Scala, dove non gli avrebbero fatto nessuno sconto in fatto di interpretazione e di tradizione esecutiva del grande melodramma italiano. In una parola, in fatto di 'stile'. Lasciando in pace Toscanini quando diceva che 'la tradizione è l'ultima cattiva interpretazione'. Altri tempi, altre circostanze.









lunedì 8 dicembre 2014

La prima della Scala. La diretta su RAI 5 non è filata liscia come l'olio. Da Firenze Muti si lamenta, e non dovrebbe

 Certamente meglio dello scorso anno, quando - se ricordiamo bene - c'erano state interruzioni, interviste mozzicate ed altro.
 Quest'anno, salvo ciò che abbiamo scritto ieri a proposito dell'introduzione, dell'intervallo e dei disordini nella piazza antistante il teatro dei quali neppure una eco lontana era giunto alle orecchie degli 'addobatissimi' presentatori, le cose più indecenti si sono avute negli ultimi minuti dell'opera. Più di una volta sono saltate le immagini, ed è apparso il 'salvatore' schermo nero, qualche altra volta è andato via l'audio e le ultimissime pagine dell' opera sono state funestate da  un audio indecente.
 Perchè? Forse perché si stava in una fabbrica dismessa -dove la regia aveva ambientato l'opera - con le forniture elettriche che ogni tanto saltano; o  dove, forse, aveva fatto saltare veramente la corrente quella scapestratella di Marcellina, con quel suo dannato ferro da stiro, quando ha capito che con Fidelio con c'era 'trippa per gatti', perchè non era un uomo ma una donna - nell'intervallo, tuttavia, il duo Mattei-Aspesi non s'è lasciato sfuggire l'accenno al bacio 'saffico' fra le due, che palle. E la sottolineatura all'inferno delle fabbriche che chiudono  è tornato anche nella sigla finale della diretta, più curata della diretta medesima, quando si sono visti  complessi industriali d'altri tempi.
 Orchestra, voci e direzione come si convengono ad un grande teatro. Che certamente ora con il maggior peso che gli verrà dalla presenza del repertorio italiano - fra i più grandi di tutti i tempi - non rischia di 'provincializzarsi' , caro Panza, dopo la sua 'europeizzazione' nell'epoca Lissner, dovuta principalmente alla presenza di registi della grande scena internazionale. Il giornalista del Corriere, intervistato dalla Mattei, ha dimenticatoi di dire che l'Opera è innanzitutto musica e canto, e in secondo luogo spettacolo, e che, perciò, di spettacolo aggiunto si tratta. E, qualche volta, anche inutile e dannoso, perchè il primo e più grande elemento di spettacolo all'opera, deriva dalla musica e dalla voce umana; in misura minore perfino dalla vicenda.
 Comunque in tutti questi anni la presenza di Barenboim che con il 'Fidelio' si cessa a Milano, è stata salutare per il teatro, non perchè egli non abbia mai voluto fare Verdi o gli altri italianucci che rispondono ai nomi di Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini Mascagni, Leoncavallo ecc... ma solo perché ha tenuto fermo il timone in un momento in cui la nave scaligera rischiava di sbattere sugli scogli, a seguito del divorzio traumatico di Muti dal teatro.
A proposito di Muti. Corre voce che si stiano intessendo nuovamente i rapporti con il Teatro dell'Opera di Firenze, dove egli aveva mosso i primi passa da direttore stabile. Un consiglio: non c'è due senza tre, di uscite intendiamo. Attenzione maestro, ancor prima di entrarvi.  Il quale maestro ha trovato il tempo di lamentarsi della stampa italiana che presta più attenzione ad orchestre giovanili straniere quando scorazzano su è giù per l'Italia che alla sua 'Cherubin'i. No, maestro, è fuori strada. Lei non può lamentarsi, non si dimentichi  che nei giornali ha addirittura dei giornalisti 'personali',  i quali basta che lei alzi il telefono e nel giro di qualche or se li ritrova proni, dietro la porta di casa.

domenica 7 dicembre 2014

Fidelio alla Scala. Intervalli inutili e disastrosi nella diretta di RAI 5. Degli scontri nella piazza antistante neanche un accenno

La Scala, innanzitutto non è a Milano,  dove, nella piazza antistante prima dell'inizio dell'opera si sono verificati disordini e scontri fra i giovani cosiddetti dei centri sociali e le forze dell'ordine,  dei quali non è filtrato nel foyer neanche un accenno, e neanche, a dire la verità. nel breve TG di RAI News 24. Né lo ha fatto la pubblicità che mostrava una piazza in bianco e nero, nella quale da una carrozza scendeva Edison e signora, che prometteva al mondo che di lì a poco avrebbe inventato la luce elettrica, con la quale volano gli aerei e si fa il gelato che due giovani gustavano con grande piacere.
Come se niente fosse nel corso della diretta di RAI 5; ne hanno dato notizia solo i TG. Eppure la diretta dell'opera vera e propria era stata preceduta  da una lunga IMPROVVISATA ed INUTILE introduzione e inframezzata da un altrettanto lungo intervallo, nel corso del quale si è ascoltata anche la signora dei salotti milanesi Natalia Aspesi, quella cui andava a genio Lissner e non altrettanto Pereira.
Interrogata dalla divina - ce lo consenta - Mattei,  'banaluccia' e sempre ovvia, in nome della volgarizzazione - ha dichiarato testualmente che Lei dall'inaugurazione della Scala si aspetta sempre qualcosa di più accattivante(e invece quest'anno le hanno dato Fidelio, aggiunta del redattore) però mi hanno detto che Fidelio è un'opera importante.  Ecco uno di quei casi in cui la finta intellettuale farebbe bene a non  svelare i buchi neri della sua personalità. Maria Concetta Mattei, per vendicarsi dell'idiozia della giornalista, ha sbagliato anche il titolo della sua  rubrica di  posta del cuore sul Venerdì di Repubblica.
 Dalle carceri ad una fabbrica dismessa, qualche perplessità. L'inferno di oggi - meglio che 'gli inferi' su cui hanno voluto puntare i divulgatori da strapazzo - verrebbe meglio rappresentato da una fabbrica. Perchè, invece, nella carceri è come stare  alle Seychelles?
 Infine i giovani dei Centri sociali che se la prendono con Beethoven. Può esser la musica, la musica del più grande genio dell'umanità che lotta contro l'ingiustizia, per la libertà ed inneggia all'amore che non conosce ostacoli, il nemico da combattere?  Poverini. forse scambiano Beethoven per il marito della Merkel alla base di tanti nostri problemi. Il loro nemico sta altrove, lo combattano lì dove si annida e fa danni enormi.
 La coppia divulgatrice di RAI 5 potrebbe a breve perdere uno dei componenti, causa impegni  di forza e potere maggiori.  La notizia sarà accolta, almeno da noi, con non celata soddisfazione. Perché anche questa diretta va archiviata nel capitolo della inutilità e  sciatteria, del 'facciamo presto', degli improbabili ed inutili interlocutori 'scappa e fuggi',  del 'troppa carne al fuoco', del 'parlare di giovani e carcerati fa chic', del 'parla tu che io non mi ricordo'; seguito dal 'basta a parlare  tu che ora tocca a me'. Per dire cosa?

domenica 9 novembre 2014

Alla Scala di Milano quando scioperano non fanno come all'Opera di Roma

'Ciao, Alexander'. Alexander è Pereira, il sovrintendente della Scala. 'Possiamo parlarti', prosegue il capo banda (musicale) a nome di tutti. 'Per giorno 19 stiamo pensando di scioperare. E siccome sappiamo che lo sciopero potrebbe far saltare la recita in programma del 'Simone' diretta da Barenboim - sempre  che non la faccia saltare lui che in queste settimane fa la spola fra Berlino e Milano, prendendo due aerei al giorno: stasera dirige la 'Nona' per l'anniversario della caduta del muro a Berlino, e domani una recita del 'Simone' verdiano a Milano - e potrebbe anche recare qualche danno alla preparazione del 'Fidelio' inaugurale che andrà in scena fra meno di un mese, vogliamo parlarti, anticipandoti che  mancando ancora  nove giorni allo sciopero; e che possiamo anche accordarci e ritirarlo'. Che stile sindacale, il capo banda ( musicale) milanese.
 A Milano scioperano i tecnici che non hanno ancora ricevuto la diaria per il viaggio in Kazakistan, dove sono andati a  montare le scene dell'Aida di Zeffirelli furioso; e le maschere , precarie, assunte ogni anno e, a quel che si dice, sotto organico. 'Alexander facci sapere, noi lo sciopero vorremmo evitarlo, anche per il momento particolare'. Alexander promette che troverà una soluzione e si congedono. Prima di salutarli, Alexander azzarda al capobanda: 'aspetto sempre la vostra risposta per il primo maggio 2015, quando si inaugura l'EXPO e noi abbiamo in programma 'Turandot'.' Non preoccuparti, lo sciopero lo abbiamo solo minacciato, ti pare che scioperiamo proprio nel giorno in cui la Scala e Milano sono sotto i riflettori mondiali?' Ciao, ciao. E via.
 A Roma no, lo sciopero - anche qui l'annuncio lo dà  sempre il capo banda (sempre musicale, tale e quale a Milano) - viene minacciato ed attuato, quasi senza preavviso. 'Potremmo scioperare per la prima ed anche per tutte le recite seguenti', minaccia al cospetto del direttore del personale, non del sovrintendente Fuortes, che non si fa vedere e che i sindacati non vuole proprio vederli, in trasferta a Musica per Roma. Uomo avvisato...
Mentre  fervono  le prove e si è ad una settimana dalla prima,  dalla sovrintendenza nessuna risposta né incontro o colloquio. E allora  durante una prova, non importa chi sta sul podio, anche Muti, il capo banda annuncia: dobbiamo interrompere la prova, maestro, perché abbiamo una assemblea sindacale, per decidere se proseguire nella lotta. Valerio Cappelli, che all'Opera di Roma ha diretto parecchi titoli, come ha scritto sul Corriere, sa cosa voglia dire interrompere le prove e riprenderle magari dopo un'ora, senza la certezza che andranno poi fino alla fine dell'orario. Così non si lavora. E poi magari il clima di incertezza  arriva a lambire anche la vigilia della prima, fino a sfidare i vertici del teatro,   e la prima stessa, annunciando, in barba al pubblico, che la recita, quella sera, non può aver luogo perché l'orchestra ed il coro - non tutto beninteso, ma  non si fa in tempo a chiamare degli aggiunti - hanno deciso di scioperare. E la recita seguente? si vedrà. Intanto qualche volta ci si attrezza ad andare in scena  con l'accompagnamento del solo pianoforte, fra i fischi e i buu di chi ha pagato il biglietto e si vede trattato a pesci in faccia.
 Alexander studia come risolvere il problema, Fuortes - a Roma  il 'tu' non è ammesso, anche perchè il capo banda e la banda intera ( musicale l'uno e l'altra) il sovrintendente non lo vedono neppure - da dietro le quinte attende che siano tutti sfiniti ed affamati per venire a patti, come sembrerebbe aver ottenuto, secondo la vulgata giornalistica, alla viglia di avviare il disastro per il quale s'è beccato,fregandosene, gli insulti di mezzo mondo.