"Dei collezionisti che mettono a disposizione degli studiosi e degli appassionati i loro tesori sono certamente il primo. Esistono però collezionisti non altrettanto disponibili. Comunque per Rossini e l’opera del primo Ottocento credo di non avere rivali, dal momento che nel giro delle aste e degli antiquari ci si conosce".
Così Sergio Ragni, che è studioso di Rossini - sua e di Bruno Cagli la cura del monumentale epistolario del musicista edita dalla Fondazione Pesarese per Casa Ricordi - ma anche noto collezionista di cose rossiniane, anche di sua moglie Isabella Colbran, messe insieme in anni ed anni di ricerche e di aste.
Ragni, che ha la fortuna di avere parecchi documenti
importanti ed unici nella sua collezione, ha perciò chiaro in testa il corretto comportamento di un collezionista, la cui collezione - trattandosi di Rossini - fa gola a musicisti e studiosi."Mettere a disposizione di studiosi e appassionati i propri tesori".
Proprio oggi che il 'Corriere della Sera', per mezzo di Valerio Cappelli, ci fa visitare la sua casa museo, trasparentissima per tutti coloro che studiano Rossini, 'Repubblica' racconta di un ritrovamento recentissimo ( musiche organistiche ma anche una pagina del già noto 'preludio a orchestra', inciso da Chailly e che noi facemmo eseguire in un Concerto di Capodanno alla Fenice) nella Villa di Torre del Lago di Puccini, villa che è stata vietata agli studiosi dall'ultima erede del musicista, Simonetta Puccini, scomparsa da poco(dicembre 2017).
Studiosi addentro alle cose pucciniane in diverse occasioni hanno manifestato il timore che documenti importanti possano essere addirittura scomparsi ed anche che di altri Simonetta Puccini non consentisse la visione per fini di studio.
Fatto gravissimo, gli studiosi non hanno potuto pubblicare nel primo volume dell'edizione critica dell'epistolario, il testo di alcune lettere del musicista il cui contenuto riguardante sua moglie, secondo l'erede Puccini ne avrebbe offeso la memoria. Questo, per decisione degli eredi - come si legge nel prezioso volume - che poi era Simonetta Puccini. Un esempio di come gli eredi di una grande personalità possono danneggiarne l'immagine, oltre che creare problemi agli studiosi, anche a quelli esclusivamente interessati alla musica e affatto a vicende personali e sentimenatali. Ora, dopo la morte della Puccini, le porte della Villa di Torre del Lago saranno aperte a tutti e anche lì dentro entrerà finalmente aria nuova, oltre agli studiosi.
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sabato 28 aprile 2018
domenica 25 marzo 2018
Adesso la Presidente del Senato può ridurrre a Palazzo Madama le spese per la musica, come fece, a suo tempo , anche al Ministero della salute, assumendo sua figlia Ludovica. Assuma suo figlio Alvise, direttore d'orchestra
La neo presidente del Senato, fresca di visita al Quirinale, è volata a Genova, dove suo figlio Alvise, al Teatro Carlo Felice, dirige, per due recite, La Rondine di Giacomo Puccini, alternandosi in buca con Acquaviva, direttore artistico del teatro genovese, impegnato in questo caso anche nella direzione d'orchestra. Alvise Casellati e Giuseppe Acquaviva, due irregolari del podio per le quattro recite della non frequentatissima opera di Puccini. I due direttori della Rondine genovese non possono certo considerarsi 'di prima fascia' e neppure di 'seconda'; forse di 'terza' o 'quarta' ? meglio 'irregolari', senza ulteriore non esaltante classifica professionale.
E di fatto come giudicare un direttore che esercita da qualche anno ma che dirige solo in un teatro, Genova, per lo più - Fenice a parte qualche rarissima volta - che non può neanche considerarsi fra i teatri più prestigiosi ed ambiti d'Italia?
Ora però Alvise Casellati, con sua madre Presidente del Senato, può avere la grande occasione.
Si sa che il Senato, per anni, ha avuto un consulente per i concerti - come se ne ospitasse alcuni regolarmente, mentre invece era soltanto una marchetta a favore di un vecchio notabile. Perchè non affidare l'incarico a suo figlio, invece che al vecchio notabile che senz'altro tornerà a bussare alla porta dei suoi sodali politici?
La Casellati ha agito risoluta in tal senso, già molti anni fa, prendendo sua figlia Ludovica come capo di gabinetto, il suo, appena nominata sottosegretaria al Ministero della salute, ai tempi del Ministro Sirchia. In quel caso la strappò a Publitalia dove il suo padrone dell'epoca, Berlusconi, da lei strenuamente difeso in più occasioni, l'aveva piazzata. La figlia della Casellati aveva rinunciato ad uno stipendio consistente in Publitalia, accontentandosi di appena 60.000 Euro del Ministero, per dare una mano alla mamma. Nel caso di Alvise, libero professionista, sua madre non deve strapparlo da niente e da nessuno, meglio ancora!
E poi, un passo dietro l'altro, nulla vieta alla Casellati, alla stregua di quel che ha fatto Grasso con Gianna Fratta, altra direttrice di circuiti tortuosi ed irregolari, di affidare proprio al suo Alvise la direzione del 'Concerto di Natale' in Senato, e magari, poi, anche di candidarlo o farlo candidare! , sempre sull'esempio di quello che ha fatto Grasso con la Fratta, alle prossime politiche che, con questi chiari di luna, non si annunciano lontanissime. Augurando naturalmente al Casellati candidato, sorte migliore della Fratta, bocciata dagli elettori.
Imploriamo solo la Casellati di non fare anche ciò che fece Grasso, che ci disse che la Fratta era una delle più grandi direttrici del mondo. Almeno questa panzana la Casellati ce la risparmi.
E di fatto come giudicare un direttore che esercita da qualche anno ma che dirige solo in un teatro, Genova, per lo più - Fenice a parte qualche rarissima volta - che non può neanche considerarsi fra i teatri più prestigiosi ed ambiti d'Italia?
Ora però Alvise Casellati, con sua madre Presidente del Senato, può avere la grande occasione.
Si sa che il Senato, per anni, ha avuto un consulente per i concerti - come se ne ospitasse alcuni regolarmente, mentre invece era soltanto una marchetta a favore di un vecchio notabile. Perchè non affidare l'incarico a suo figlio, invece che al vecchio notabile che senz'altro tornerà a bussare alla porta dei suoi sodali politici?
La Casellati ha agito risoluta in tal senso, già molti anni fa, prendendo sua figlia Ludovica come capo di gabinetto, il suo, appena nominata sottosegretaria al Ministero della salute, ai tempi del Ministro Sirchia. In quel caso la strappò a Publitalia dove il suo padrone dell'epoca, Berlusconi, da lei strenuamente difeso in più occasioni, l'aveva piazzata. La figlia della Casellati aveva rinunciato ad uno stipendio consistente in Publitalia, accontentandosi di appena 60.000 Euro del Ministero, per dare una mano alla mamma. Nel caso di Alvise, libero professionista, sua madre non deve strapparlo da niente e da nessuno, meglio ancora!
E poi, un passo dietro l'altro, nulla vieta alla Casellati, alla stregua di quel che ha fatto Grasso con Gianna Fratta, altra direttrice di circuiti tortuosi ed irregolari, di affidare proprio al suo Alvise la direzione del 'Concerto di Natale' in Senato, e magari, poi, anche di candidarlo o farlo candidare! , sempre sull'esempio di quello che ha fatto Grasso con la Fratta, alle prossime politiche che, con questi chiari di luna, non si annunciano lontanissime. Augurando naturalmente al Casellati candidato, sorte migliore della Fratta, bocciata dagli elettori.
Imploriamo solo la Casellati di non fare anche ciò che fece Grasso, che ci disse che la Fratta era una delle più grandi direttrici del mondo. Almeno questa panzana la Casellati ce la risparmi.
martedì 16 gennaio 2018
Gianandrea Noseda, musicologo, studioso di Puccini, presenta la VERA (?) TURANDOT secondo Puccini
Questa sera, al Teatro Regio di Torino, va in scena Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Gianandrea Noseda.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
sabato 18 novembre 2017
Vincenzo Bellini. Pubblicato l'epistolario in edizione critica
Finalmente, dopo il ricco
epistolario di Beethoven, e l'altrettanto ricco di Mozart, e dopo il
primo volume dell'epistolario di Puccini, che si annuncia
monumentale - del quale, però, abbiamo messo in passato in evidenza
alcune lacune di ordine testuale ma anche metodologiche:: mancano
alcune lettere perché gli eredi non ne hanno autorizzato la
pubblicazione, e mancano anche le lettere indirizzate a Puccini, come
si usa fare in ogni epistolario che si rispetti, e che dovrebbe
comprendere corrispondenza in uscita e in entrata, anche quando il
lavoro di ricerca si presenti insormontabile e faticosissimo, quasi
impossibile – arriva, dallo stesso editore dell'epistolario di
Puccini, il fiorentino Leo S. Olschki,
l'epistolario di Vincenzo Bellini (Vincenzo
Bellini. Carteggi Pagg. 618. Euro 76)
in edizione critica, curata da Gabriella
Seminara, che del musicista catanese è fra
le studiose più note e apprezzate.
Paragonato agli epistolari
appena citati, quello belliniano, che appare, in fondo, assai
esiguo - 517 lettere di Bellini o a Bellini - le prime diversificate
dalle seconde, attraverso il diverso carattere tipografico: quelle
spedite da Bellini in 'tondo', e quelle ricevute in 'corsivo' - non
si può dire che abbia richiesto meno lavoro alla curatrice, sia
perchè ogni epistolario presenta sempre qualche problema tutto suo,
che va risolto, indipendentemente dalla mole dei documenti, sia
perchè quello di Bellini ne ha di particolari.
La Seminara ha dovuto
condurre un accanito esame di ripulitura, diciamo così,
considerando che uno dei suoi corrispondenti, anzi quello più
ricorrente è quel Florimo, suo amico e biografo, il quale come
spesso accade agli zelanti che si propongono di salvaguardare la
memoria di qualcuno, pensò qualche volta di 'reinterpretare' le
lettere di Bellini, talaltra di distruggerne alcune, ed altre volte
ancora di inventarne di sana pianta.
Lo studioso, in questo
caso, è costretto a smascherare tale azione finalizzata alla
santificazione del personaggio, che a distanza di tempo si rivela
inutile e controproducente, per restituircene l'immagine sua
'originale', diciamo così.
L' edizione critica, nel
nostro caso di un epistolario, deve restituire al momento in cui
viene realizzata, l'intero corpus documentario conosciuto, ripulito
di ogni presenza spuria o anche falsa, e nella veste più vicina
all'originale.
La Seminara ha da tempo
affrontato tali problemi avendo curato a più riprese la
pubblicazione di lettere belliniane; nel difficile e lungo lavoro, ha
acquisito tutti gli strumenti, affinati nel tempo, per dare a Bellini
ciò che è di Bellini; e aggiungeremo, a Florimo quel che è di
Florimo.
A questo punto la ricerca
sull'epistolario belliniano si può dire conclusa e perciò acquista
valore definitivo l'edizione critica appena uscita. Salvo che il
futuro non riservi qualche sorpresa come è accaduto a Giuseppe
Verdi , la cui
corrispondenza con
Cammarano, già pubblicata da Ricordi, a cura dell'Istituto nazionale
di studi verdiani di Parma, a seguito della comparsa di 36 lettere
saltate fuori ad un'asta londinese e acquistate dallo Stato,
necessita di una corposa aggiunta con il relativo esame e raffronto
con le precedenti.
L'epistolario di Bellini
si completa, oltre che con l'introduzione, con tre preziosi indici (
quello dei nomi, quello delle lettere in ordine cronologico, con
l'annotazione del mittente , del destinatario, luogo e data, e un
terzo con l'indice delle opere belliniane citate).
Nel 'carteggio' Bellini
ci racconta, in prima persona, la sua vita, i suoi rapporti con
editori, librettisti, interpreti, impresari, ci fa conoscere le sue
idee sulla musica e sull'opera; i diversi pareri e giudizi, alcuni
affatto teneri, verso colleghi; e molto altro ancora sul mondo del
melodramma ed anche sulla politica - Bellini tenne rapporti, a
Parigi, con diversi esuli italiani. Anticipiamo soltanto che è
vario, ricco e sorprendente per il lettore, studioso o appassionato
di musica, e di quella belliniana in particolare.
Il lettore è introdotto
nei 'carteggi' da uno scritto della Seminara, la quale, dopo aver
citato 'i padri' della edizione critica alla quale ha lavorato, da
Florimo ai più recenti - e che non sono pochi - illustra lo stile
epistolare di Bellini, descrive la sua poetica, fa cenno alla sua
biografia, e infine alle personalità, fin dove possibile, dei
destinatari della sua corrispondenza.
lunedì 24 aprile 2017
Note musicali. Gianna Fratta e Speranza Scappucci. 'Gazza ladra' alla Scala dopo quasi due secoli dalla prima
Gianna Fratta , il direttore d'orchestra che ha diretto il Concerto di Natale in Senato - come Muti e Maazel - ed anche i Berliner (Symphoniker), nel cammino di avvicinamento ai Philharmoniker, al Corriere ha dichiarato che non è ancora giunta l'ora per chiamare i direttori donne come conviene, e cioè direttrice e maestra. E che tale ora giungerà quando una inaugurazione alla Scala sarà diretta da un direttore donna.
Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta. La nomina della Scappucci segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.
E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.
Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?
Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini, si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.
Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta. La nomina della Scappucci segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.
E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.
Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?
Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini, si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.
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martedì 24 gennaio 2017
Verdi farà la stessa (brutta) fine di Puccini, mentre è stata evitata a Rossini
Quando oltre mezzo secolo fa sorse la Fondazione Rossini ed il Festival omonimo - ma all'inglese : Rossini Opera festival, per i più sofisticati: ROF - si stabilì che la Fondazione dovesse essere il braccio 'scientifico' del festival e pare così sia stato, giungendo a redigere una edizione critica dell'intero corpus operistico del grande musicista, del quale si prepara l'anniversario del 2018, centocinquantesimo dalla morte.
Col tempo i rapporti fra Fondazione e Festival si sono deteriorati, ma sino all'altro ieri l'accordo raggiunto ha prodotto i suoi frutti. Forse anche per la permanenza al vertice del Festival del dott. Gianfranco Mariotti, sovrintendente a vita, scortato dalla famiglia.
A Puccini non è toccata la stessa sorte, ed anche Verdi sta rischiando di finire malamente.
Esiste per Puccini un Comitato per l'Edizione nazionale delle sue opere, dove siede fior di studiosi, che procede alla edizione critica delle opere, epistolario compreso - del musicista. La Scala? La Scala con Chailly non si rivolge a detto comitato per le edizioni critiche, ma direttamente ad una coppia di studiosi che lavorano in America, e da loro ha ottenuto, attraverso Casa Ricordi, le opere, in edizione critica, che va rappresentando.
In tutte queste vicende Casa Ricordi ha un ruolo; ma non va sottovalutato che il suo immenso preziosissimo archivio è ormai da anni proprietà della Bertelsmann che l'acquistò anni fa.
Puccini, dicevamo, vanta anche altri consorzi, più che scientifici, celebrativi, uno per ogni città che può vantarsi di aver dato i natali al musicista, o di averlo ospitato stabilmente o per la villeggiatura.
Nel caso di Puccini - vedremo anche per Verdi - c'è l'ombra dei discendenti che vogliono essere venerati come i loro avi, senza averne nessun merito, se non quello del sangue, e non sempre per via direttissima. però contano e vogliono stracontare. Abbiamo in altra occasione sottolineato come il primo volume dell'epistolario pucciniano, rechi alcuni vuoti - 'per volontà degli eredi' - che è il trionfo dell'idiozia e dell'antiscientificità, in nome della discendenza che tutt'altro atteggiamento dovrebbe far loro assumere. Che problemi potrebbero creare alcune lettere del musicista alla sua Elvira, a quasi cento anni dalla morte di Giacomino? Insomma per Puccini tanti comitati a farsi la guerra.
E Verdi? Ci sembra gli stia per toccare lo stesso infausto destino. Dopo la burla della nuova dirigenza dell'Istituto verdiano, nel cui comitato scientifico siedono persone che poco hanno a che fare con gli studi verdiani, a cominciare dal presidente, mentre molto con altro, nasce ora un Comitato scientifico verdiano che deve supportare, sul modello della Fondazione Rossini, l'attività esecutiva e produttiva del Festival Verdi ( anche qui: Verdi Festival) del quale è stato appena messo a capo Roberto Abbado. Nel Comitato è arrivata la longa manus dell'Istituto, attraverso una fedelissima del presidente dell'Istituto, al suo fianco da sempre, già con la Fondazione Scelsi, donde il presidente proviene, e che ha messo a capo del Comitato scientifico dell'Istituto verdiano. Una verdiana doc? Manco per sogno.
Non era più semplice rivolgersi - magari dotandolo di riconosciuti studiosi verdiani, il Comitato scientifico dell'Istituto? No
Se poi si va a vedere in rete che succede con le fondazioni o istituti verdiani si scopre che esiste anche una Fondazione internazionale 'Giuseppe Verdi', che cerca casa, collaboratori, e studiosi.
Un'opera buffa, in omaggio all'autore di Falstaff.
Col tempo i rapporti fra Fondazione e Festival si sono deteriorati, ma sino all'altro ieri l'accordo raggiunto ha prodotto i suoi frutti. Forse anche per la permanenza al vertice del Festival del dott. Gianfranco Mariotti, sovrintendente a vita, scortato dalla famiglia.
A Puccini non è toccata la stessa sorte, ed anche Verdi sta rischiando di finire malamente.
Esiste per Puccini un Comitato per l'Edizione nazionale delle sue opere, dove siede fior di studiosi, che procede alla edizione critica delle opere, epistolario compreso - del musicista. La Scala? La Scala con Chailly non si rivolge a detto comitato per le edizioni critiche, ma direttamente ad una coppia di studiosi che lavorano in America, e da loro ha ottenuto, attraverso Casa Ricordi, le opere, in edizione critica, che va rappresentando.
In tutte queste vicende Casa Ricordi ha un ruolo; ma non va sottovalutato che il suo immenso preziosissimo archivio è ormai da anni proprietà della Bertelsmann che l'acquistò anni fa.
Puccini, dicevamo, vanta anche altri consorzi, più che scientifici, celebrativi, uno per ogni città che può vantarsi di aver dato i natali al musicista, o di averlo ospitato stabilmente o per la villeggiatura.
Nel caso di Puccini - vedremo anche per Verdi - c'è l'ombra dei discendenti che vogliono essere venerati come i loro avi, senza averne nessun merito, se non quello del sangue, e non sempre per via direttissima. però contano e vogliono stracontare. Abbiamo in altra occasione sottolineato come il primo volume dell'epistolario pucciniano, rechi alcuni vuoti - 'per volontà degli eredi' - che è il trionfo dell'idiozia e dell'antiscientificità, in nome della discendenza che tutt'altro atteggiamento dovrebbe far loro assumere. Che problemi potrebbero creare alcune lettere del musicista alla sua Elvira, a quasi cento anni dalla morte di Giacomino? Insomma per Puccini tanti comitati a farsi la guerra.
E Verdi? Ci sembra gli stia per toccare lo stesso infausto destino. Dopo la burla della nuova dirigenza dell'Istituto verdiano, nel cui comitato scientifico siedono persone che poco hanno a che fare con gli studi verdiani, a cominciare dal presidente, mentre molto con altro, nasce ora un Comitato scientifico verdiano che deve supportare, sul modello della Fondazione Rossini, l'attività esecutiva e produttiva del Festival Verdi ( anche qui: Verdi Festival) del quale è stato appena messo a capo Roberto Abbado. Nel Comitato è arrivata la longa manus dell'Istituto, attraverso una fedelissima del presidente dell'Istituto, al suo fianco da sempre, già con la Fondazione Scelsi, donde il presidente proviene, e che ha messo a capo del Comitato scientifico dell'Istituto verdiano. Una verdiana doc? Manco per sogno.
Non era più semplice rivolgersi - magari dotandolo di riconosciuti studiosi verdiani, il Comitato scientifico dell'Istituto? No
Se poi si va a vedere in rete che succede con le fondazioni o istituti verdiani si scopre che esiste anche una Fondazione internazionale 'Giuseppe Verdi', che cerca casa, collaboratori, e studiosi.
Un'opera buffa, in omaggio all'autore di Falstaff.
giovedì 8 dicembre 2016
Rivolto agli specialisti: Qualche fischio al programma di sala ed agli 'speciali' giornalistici sulla Scala
Questo post si rivolge ai soli specialisti o a tutti quelli ai quali, credendosi tali, piace fare le pulci a questo e quello, quando non rigano dritto.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
Cominciamo dal 'programma di sala' - curato da Franco Pulcini - nel quale, come leggiamo nel
lungo inserto del 'Corriere', compaiono scritti di Arthur Groos (che è il curatore delle edizioni pucciniane per la Scala e Chailly, edite da Ricordi; mentre altre edizioni pucciniane, quelle dell'Edizione nazionale delle opere di Puccini, fanno capo ad altri studiosi che si guardano in cagnesco con i primi, sebbene alcuni anni fa facevano tutti parte del medesimo comitato); dunque nulla da eccepire. Segue un secondo, di Dieter Schickling che ha scritto la più accreditata ed attendibile biografia di Puccini - dalla quale anche noi abbiamo attinto per il nostro volumetto biografico sul musicista, appena edito dalle edizioni Clichy: Giacomo Puccini.Sonatore del Regno - e fa parte del Comitato di cui sopra; infine, un terzo di Enrico Girardi.
E qui casca l'asino, come si dice. Perché si fa purtroppo spesso confusione su questo cognome, ed anche su ruolo e competenza, appartenendo esso anche al più noto ed importante studioso italiano di Puccini. Che non è Enrico Girardi, giornalista del 'Corriere' che ha firmato l'articolo del 'programma di sala', curato da Pulcini, bensì Michele Girardi, al quale però la Scala e Chailly, per le ragioni dei diversi curatori dell'edizione critica si sono ben guardati dal rivolgersi.
Michele Girardi e non Enrico Girardi avrebbe dovuto pubblicare sul 'programma di sala' un suo studio pucciniano, giacché molto sa dell'autore e delle sue opere che ha fatto oggetto di studi profondi e lunghi. Ma Milano e la Scala con il Corriere sono 'pappa e ciccia' e...
En passant, diciamo che forse non era il caso che nell'inserto del Corriere si reclamizzasse il romanzo 'Delitto alla Scala' scritto da Franco Pulcini, edito da Ponte alle Grazie.
Tornando all'inserto del 'Corriere' segnaliamo che, nel lungo articolo biografico dedicato ad Alessandro Stradella (oggetto - la sua musica più del personaggio - della nuova opera di Salvatore Sciarrino, in programma il prossimo novembre, dall' enigmatico e suggestivo titolo ' Ti vedo, ti sento, mi perdo'), scritto da Paolo Madeddu, si racconta la vita avventurosa del musicista finito, forse per mano di sicari, a Genova, dove si era rifugiato dopo Roma, Venezia a Torino. Nell'articolo si dice testualmente che la sua 'biografia è stata oggetto di studio soprattutto di musicologi francesi'. Esatto? Non proprio.
Se si va su Wikipedia, alla voce 'Stradella', nella bibliografia, anche lì ci si imbatte in una sorta di censura dell'opera che deve essere considerata la 'madre' degli studi stradelliani. Si cita lo studio della Gianturco, che sta curando anche l'edizione delle opere, ma si OMETTE volutamente di citare il più antico degli studi stradelliani, che reca la firma di Remo Giazotto, ed è stato pubblicato a Milano nel lontano 1962, e che forse contiene qualche inesattezza ( di inesattezze ve ne sono anche in studi recentissimi, come ha scoperto di recente un musicista; ma non per questo si deve IGNORARE volutamente la prima biografia di Stradella che fu del Giazotto).
A quella colpevole mancanza di Wikipedia abbiamo provveduto noi aggiungendo, in cima alla bibliografia, lo studio ( in due vol. ) di Remo Giazotto , Vita di Alessandro Stradella; ad aggiornare ed anzi correggere le cognizioni poco fondate di Paolo Madeddu provveda direttamente l'interessato.
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martedì 6 dicembre 2016
Perchè non ci hanno fatto sapere cosa pensavano di Butterfly di Puccini, i giovani invitati per l'anteprima alla Scala?
E' ormai tradizione - inaugurata da Lissner- che qualche giorno avanti la paludata ed inavvicinabile ( per i prezzi alle stelle, con o senza bagarini!) serata inaugurale, la Scala apra le sue porte a quasi duemila giovani, al di sotto dei trent'anni, per 'iniziarli'- così dicono! - al mondo dell'opera lirica. Negli anni passati abbiamo letto di giovani veramente interessati a ciò che ascoltavano e vedevano in palcoscenico e che avevano assistito all'intera rappresentazione in un silenzio, dove si sentono volare solo le mosche, carico di tensione e frutto di attenzione.
Ieri abbiamo letto il lungo reportage del Corriere sull'anteprima - 'primina' l'ha chiamata la giornalista - con giovani e giovanissimi. Abbiamo letto che fra essi vi erano anche ragazzi ( undici/ dodici anni) conciati per le feste, proprio come faranno domani i loro padri o nonni che tireranno fuori
dall'armadio il vestito ( qualcuna anche lo 'svestito') della festa milanese. Ed anche di trentenni che quest'anno sono all'ultima loro 'primina' scaligera.
Ma il reportage, quasi interamente, raccontava dei pareri dei ragazzi sulla vicenda alla base dell'opera amatissima di Puccini, alla quale nulla potrà aggiungere la scelta di Chailly/Pereira di far ascoltare la versione del 1904, quella che fu fischiata alla Scala e poi, solo qualche mese dopo applaudita, con sopraggiunte modifiche, a Brescia. Magari costituitrà una curiosità per i musicologi, ma al pubblico che conosce la Butterfly ' di Brescia' che gli frega di ascoltarne la versione' prima dei tagli', sui quali Puccini nel resto della sua vita non è mai ritornato, per riammetterli nella versione cosiddetta 'definitiva'?
Uccidersi per amore, la povera Butterfly? ma siamo pazzi, non ne vale la pena- fa una ragazza. Come no, replica indignata un'altra (che si sente legge i giornali e guarda la tv)? E quel vigliacco di Pinkerton? Uomini così non ve ne sono più, corregge un'altra ragazza o ragazzo, poco importa. Una che forse, per sua fortuna, vive fuori del mondo, e non legge giornali e non guarda la tv.
E l'opera, che pensavano dell'opera? Lo spettacolo dell'opera, appena si è in grado di goderlo, affascina non poco anche i giovani.
Abbiamo ancora impressa nella memoria una Butterfly, anni fa, all'Opera di Roma - se non ricordiamo male nel periodo natalizio, quando anche la Capitale è meta di turisti . Davanti ai nostri occhi molti giovani orientali che alla fine della rappresentazione erano letteralmente e sorprendentemente commossi, FINO ALLE LAGRIME, mentre si consolavano vicendevolmente.
Voi pensate che a commuoverli sia stata la storia della giapponesina con la sua tragica fine? Una storia che conoscevano bene anche prima di arrivare a teatro? No, la commozione l'aveva generata la straordinaria efficacissima musica di Puccini. Sulla quale ci sarebbe piaciuto leggere almeno qualche riga nel lungo reportage del Corriere. Mentre abbiamo letto anche della presenza in teatro della discendente del musicista, Simonetta, ultranovantenne, alla quale auguriamo giorni felici, come ad ogni essere umano, ma della cui presenza alla Scala sinceramente poco ci importa, ma della musica e dell'opera nulla!
Ieri abbiamo letto il lungo reportage del Corriere sull'anteprima - 'primina' l'ha chiamata la giornalista - con giovani e giovanissimi. Abbiamo letto che fra essi vi erano anche ragazzi ( undici/ dodici anni) conciati per le feste, proprio come faranno domani i loro padri o nonni che tireranno fuori
dall'armadio il vestito ( qualcuna anche lo 'svestito') della festa milanese. Ed anche di trentenni che quest'anno sono all'ultima loro 'primina' scaligera.
Ma il reportage, quasi interamente, raccontava dei pareri dei ragazzi sulla vicenda alla base dell'opera amatissima di Puccini, alla quale nulla potrà aggiungere la scelta di Chailly/Pereira di far ascoltare la versione del 1904, quella che fu fischiata alla Scala e poi, solo qualche mese dopo applaudita, con sopraggiunte modifiche, a Brescia. Magari costituitrà una curiosità per i musicologi, ma al pubblico che conosce la Butterfly ' di Brescia' che gli frega di ascoltarne la versione' prima dei tagli', sui quali Puccini nel resto della sua vita non è mai ritornato, per riammetterli nella versione cosiddetta 'definitiva'?
Uccidersi per amore, la povera Butterfly? ma siamo pazzi, non ne vale la pena- fa una ragazza. Come no, replica indignata un'altra (che si sente legge i giornali e guarda la tv)? E quel vigliacco di Pinkerton? Uomini così non ve ne sono più, corregge un'altra ragazza o ragazzo, poco importa. Una che forse, per sua fortuna, vive fuori del mondo, e non legge giornali e non guarda la tv.
E l'opera, che pensavano dell'opera? Lo spettacolo dell'opera, appena si è in grado di goderlo, affascina non poco anche i giovani.
Abbiamo ancora impressa nella memoria una Butterfly, anni fa, all'Opera di Roma - se non ricordiamo male nel periodo natalizio, quando anche la Capitale è meta di turisti . Davanti ai nostri occhi molti giovani orientali che alla fine della rappresentazione erano letteralmente e sorprendentemente commossi, FINO ALLE LAGRIME, mentre si consolavano vicendevolmente.
Voi pensate che a commuoverli sia stata la storia della giapponesina con la sua tragica fine? Una storia che conoscevano bene anche prima di arrivare a teatro? No, la commozione l'aveva generata la straordinaria efficacissima musica di Puccini. Sulla quale ci sarebbe piaciuto leggere almeno qualche riga nel lungo reportage del Corriere. Mentre abbiamo letto anche della presenza in teatro della discendente del musicista, Simonetta, ultranovantenne, alla quale auguriamo giorni felici, come ad ogni essere umano, ma della cui presenza alla Scala sinceramente poco ci importa, ma della musica e dell'opera nulla!
Dei politici anche Puccini non aveva una buona considerazione
Non voglio sapere nulla di candidati, manifesti elettorali e similia...Io abolirei Camera e deputati, tanto mi sono uggiosi questi eterni fabbricanti di chiacchiere. Se comandassi io tornerei volentieri a 'Carlo Dolovio' buonanima ( Carlo Ludovico di Borbone ex duca di Lucca, ndr)!. A Viareggio eleggano Mundo o Felice il bagnino a me poco importa.
Questa dichiarazione perentoria di Giacomo Puccini, riportata dai suoi biografi, non ci deve far concludere sul qualunquismo di Puccini. Perchè, allora come ora, buona parte dei politici, eletti dal popolo, avvalora quella sua convinzione.
Lo spettacolo che i capi partito stanno dando questi giorni, avventandosi come iene sulle spoglie del Governo Renzi dimissionario, per farne propria una parte delle sue spoglie, ne è la conferma.
Questi 'Eterni fabbricanti di chiacchiere', come li considerava Puccini, sono completamente disinteressati ai problemi dei cittadini che dovrebbero invece risolvere: stanno lì per questo. A nessuno di loro importa che, ora, si vada nell'esercizio cosiddetto 'provvisorio' se non si approva in tempo la 'legge di bilancio', rimandandola al prossimo governo - come sostengono in coro tutti, il prossimo anno. Tutti eccetto uno, per fortuna: il presidente Mattarella che ha chiesto ( imposto e ottenuto) a Renzi di restare al governo ancora per qualche giorno per chiudere l'iter parlamentare della Legge di bilancio che ora attende solo l'approvazione del Senato.
Tutti i partiti ora dicono di volere elezioni subito, non importa con quale legge, perché tutti sperano di trarre beneficio dalle disgrazie abbattutesi - in parte per sua responsabilità, ma non tutte! - sul Governo Renzi. Ora o mai più, sono convinti.
Questo nei fatti; mentre, a parole (le chiacchiere di Puccini) avanzano come ragione che il popolo è sovrano in democrazia e dunque occorre dare al popolo voce facendolo votare per eleggere i suoi nuovi governanti, un'altra schiera - probabilmente - di eterni fabbricanti di chiacchiere.
Falso. Solo i capi partito o candidati leader, dicono di voler andare subito alle elezioni, il prima possibile, già nei primi mesi dell'anno prossimo. Ma dello stesso avviso non sono i PARLAMENTARI, i quali prima di ottobre/novembre 2017 non ci pensano proprio a schiodare, per non perdere il diritto alla pensione che si acquisisce solo dopo quattro anni e poco più di legislatura. Se dunque si va presto alle elezioni, molti di loro perderanno tale diritto, che preme loro molto più degli interessi del paese.
Questa dichiarazione perentoria di Giacomo Puccini, riportata dai suoi biografi, non ci deve far concludere sul qualunquismo di Puccini. Perchè, allora come ora, buona parte dei politici, eletti dal popolo, avvalora quella sua convinzione.
Lo spettacolo che i capi partito stanno dando questi giorni, avventandosi come iene sulle spoglie del Governo Renzi dimissionario, per farne propria una parte delle sue spoglie, ne è la conferma.
Questi 'Eterni fabbricanti di chiacchiere', come li considerava Puccini, sono completamente disinteressati ai problemi dei cittadini che dovrebbero invece risolvere: stanno lì per questo. A nessuno di loro importa che, ora, si vada nell'esercizio cosiddetto 'provvisorio' se non si approva in tempo la 'legge di bilancio', rimandandola al prossimo governo - come sostengono in coro tutti, il prossimo anno. Tutti eccetto uno, per fortuna: il presidente Mattarella che ha chiesto ( imposto e ottenuto) a Renzi di restare al governo ancora per qualche giorno per chiudere l'iter parlamentare della Legge di bilancio che ora attende solo l'approvazione del Senato.
Tutti i partiti ora dicono di volere elezioni subito, non importa con quale legge, perché tutti sperano di trarre beneficio dalle disgrazie abbattutesi - in parte per sua responsabilità, ma non tutte! - sul Governo Renzi. Ora o mai più, sono convinti.
Questo nei fatti; mentre, a parole (le chiacchiere di Puccini) avanzano come ragione che il popolo è sovrano in democrazia e dunque occorre dare al popolo voce facendolo votare per eleggere i suoi nuovi governanti, un'altra schiera - probabilmente - di eterni fabbricanti di chiacchiere.
Falso. Solo i capi partito o candidati leader, dicono di voler andare subito alle elezioni, il prima possibile, già nei primi mesi dell'anno prossimo. Ma dello stesso avviso non sono i PARLAMENTARI, i quali prima di ottobre/novembre 2017 non ci pensano proprio a schiodare, per non perdere il diritto alla pensione che si acquisisce solo dopo quattro anni e poco più di legislatura. Se dunque si va presto alle elezioni, molti di loro perderanno tale diritto, che preme loro molto più degli interessi del paese.
sabato 3 dicembre 2016
'meno BATACLAN...' chiedeva Puccini ai suoi amici romani, alla vigilia della 'prima' di TOSCA
Bataclan, questo nome divenuto tragicamente noto dopo l'assurda strage operata dagli assassini dell'ISIS, nell' omonimo locale di concerti parigino, del novembre dell'anno scorso, è preesistente. La sua etimologia lo riporta alla lingua cinese, dove vuol dire 'locale di spettacolo'. E c'è pure un'operetta di Offenbach che ha lo stesso titolo. Quel nome venne dato al locale francese costruito verso il 1860, sia perché destinato ad ospitare spettacoli e concerti, sia anche per l'aspetto esteriore della facciata che mostrava molti punti di contatto con l'architettura cinese.
Ma per tutti quelli che non sono parigini e non conoscono bene Parigi, nè hanno mai frequentato quel luogo di spettacolo e concerti, il nome Bataclan torna alla ribalta con quella strage, nella quale perì anche una brava e bella studentessa veneziana,Valeria Solesin, che si trovava a Parigi per un dottorato alla Sorbona, e che disgraziatamente, quella sera, aveva deciso di andare ad ascoltare quel concerto che si trasformò sotto le raffiche dei mitra in una sorta di marcia funebre collettiva.
Ma il termine, che voleva dire 'chiasso, caciara, casino ( detto alla romana) preesisteva e veniva in tale senso utilizzato.
Lo si ritrova anche nell'epistolario pucciniano, precisamente in una lettera inviata dal musicista al suo amico sacerdote romano, don Pietro Panichelli, alla viglia del suo trasferimento nella Capitale per seguire le prove e il debutto della sua Tosca, per la quale i consigli delll'amico sacerdote erano stati benedetti, e che avvenne il 14 marzo del 1900.
A dicembre del 1899, scriveva letteralmente a don Panichelli:"Gli amici di Roma, meno BATACLAN faranno intorno alla mia persona, più grato mi avranno" che testimonia chiaramente il carattere schivo ed impacciato del noto musicista,sempre a disagio quando gli si voleva far festa in pubblico- con gli amici intimi era di tutt'altro carattere.
Ma per tutti quelli che non sono parigini e non conoscono bene Parigi, nè hanno mai frequentato quel luogo di spettacolo e concerti, il nome Bataclan torna alla ribalta con quella strage, nella quale perì anche una brava e bella studentessa veneziana,Valeria Solesin, che si trovava a Parigi per un dottorato alla Sorbona, e che disgraziatamente, quella sera, aveva deciso di andare ad ascoltare quel concerto che si trasformò sotto le raffiche dei mitra in una sorta di marcia funebre collettiva.
Ma il termine, che voleva dire 'chiasso, caciara, casino ( detto alla romana) preesisteva e veniva in tale senso utilizzato.
Lo si ritrova anche nell'epistolario pucciniano, precisamente in una lettera inviata dal musicista al suo amico sacerdote romano, don Pietro Panichelli, alla viglia del suo trasferimento nella Capitale per seguire le prove e il debutto della sua Tosca, per la quale i consigli delll'amico sacerdote erano stati benedetti, e che avvenne il 14 marzo del 1900.
A dicembre del 1899, scriveva letteralmente a don Panichelli:"Gli amici di Roma, meno BATACLAN faranno intorno alla mia persona, più grato mi avranno" che testimonia chiaramente il carattere schivo ed impacciato del noto musicista,sempre a disagio quando gli si voleva far festa in pubblico- con gli amici intimi era di tutt'altro carattere.
Coro 'a bocca chiusa' vorremmo consigliare, per Butterfly su Rai 1 dalla Scala. Perchè no?
Chiunque venga chiamato 'a cantarla' a Puccini prima durante ( nel corso dell'intervallo) e dopo la diretta televisiva della Butterfly che quest'anno inaugura la stagione della Scala, sempre meglio di Massimo Bernardini che Rai 5 ci ha già propinato per il Fidelio da Santa Cecilia e che saremmo felici di non ascoltare più, poco importa a noi se lui è finalmente tornato alla sua prima passione giovanile e cioè alla musica, senza essersi prima chiarito le idee sulla stessa, visto che ha convinto Rai Cultura sulla equivalenza fra musica 'leggera' - la sua - e 'pesante', quella che incautamente gli hanno affidato come presentatore ed intrattenitore. Va bene, oseremmo dire - salvo sorprese - chiunque altro, non lui, che già consociamo.
Anche Antonio Di Bella, che forse anche lui è un cultore della musica e dell'opera - e noi non lo sapevamo - al quale in coppia con la bionda Serena Scorzoni, da tempo nota alla tv, per la musica, proveniente da Rai News 24, non sempre a suo agio, non sempre all'altezza e preparata, e che prima prima faceva coppia con un noto musicista ( la coppia era soprannominata ' la bella e la bestia', per gioco) e poi con un giovane direttore ( che s'è messo in testa di mettere i jeans alla musica classica) prima che con il suo direttore.
Ma per la 'prima' alla Scala, Rai Cultura non bada a spese. Chiama anche Milly Carlucci, regina del ballo in tv, e la signora del pomeriggio di Rai Uno, Cristina Parodi, che la coppia di conduttori incontrerà per caso nel foyer, onde ripagarla dell'assenza per un pomeriggio dalla sua trasmissione, senza riguardo per i telespettatori che per un pomeriggio ne potrebbero anche fare a meno, senza risentirne, e solo per respirare un'aria diversa.
Ci saranno anche altri ospiti, tutti già programmati, ma incontrati per caso in palchi, palchetti e foyer. Uno studioso di Puccini, magari un suo biografo, no. Che ce ne facciamo?
L'operazione Butterfly, voluta dai vertici Rai, ha naturalmente più senso del Macbeth che la tv 'dei professori' ci propinò tanti anni fa, con scarso successo, come era da immaginare. Perchè Butterfly oltre che essere un bel capolavoro è opera popolarissima come quella verdiana non era e non è.
E noi ci sentiamo più coinvolti. Per questo vorremmo dare un consiglio allo stuolo di chiacchieroni su Butterfly, prima versione, che quella testa dura di Chailly ha voluto riportare alla Scala, a mò di risarcimento, quando avrebbe potuto presentare la versione 'rifatta', che trionfò a Brescia dopo il fiasco milanese, che è quella che tutti consociamo ed apprezziamo. Sull'esempio della 'farfallina' che attende il ritorno dell'ufficiale americano, in silenzio, consigliamo ai chiacchieroni invitati di mettersi uno di fianco all'altro, per un eloquente coro 'a bocca chiusa'. Noi lo apprezzeremmo. Con un vantaggio non da poco per Rai 1: se intuiamo che ciò che stanno cantando 'a bocca chiusa', non ci piace, non siamo costretti a cambiar canale.
Anche Antonio Di Bella, che forse anche lui è un cultore della musica e dell'opera - e noi non lo sapevamo - al quale in coppia con la bionda Serena Scorzoni, da tempo nota alla tv, per la musica, proveniente da Rai News 24, non sempre a suo agio, non sempre all'altezza e preparata, e che prima prima faceva coppia con un noto musicista ( la coppia era soprannominata ' la bella e la bestia', per gioco) e poi con un giovane direttore ( che s'è messo in testa di mettere i jeans alla musica classica) prima che con il suo direttore.
Ma per la 'prima' alla Scala, Rai Cultura non bada a spese. Chiama anche Milly Carlucci, regina del ballo in tv, e la signora del pomeriggio di Rai Uno, Cristina Parodi, che la coppia di conduttori incontrerà per caso nel foyer, onde ripagarla dell'assenza per un pomeriggio dalla sua trasmissione, senza riguardo per i telespettatori che per un pomeriggio ne potrebbero anche fare a meno, senza risentirne, e solo per respirare un'aria diversa.
Ci saranno anche altri ospiti, tutti già programmati, ma incontrati per caso in palchi, palchetti e foyer. Uno studioso di Puccini, magari un suo biografo, no. Che ce ne facciamo?
L'operazione Butterfly, voluta dai vertici Rai, ha naturalmente più senso del Macbeth che la tv 'dei professori' ci propinò tanti anni fa, con scarso successo, come era da immaginare. Perchè Butterfly oltre che essere un bel capolavoro è opera popolarissima come quella verdiana non era e non è.
E noi ci sentiamo più coinvolti. Per questo vorremmo dare un consiglio allo stuolo di chiacchieroni su Butterfly, prima versione, che quella testa dura di Chailly ha voluto riportare alla Scala, a mò di risarcimento, quando avrebbe potuto presentare la versione 'rifatta', che trionfò a Brescia dopo il fiasco milanese, che è quella che tutti consociamo ed apprezziamo. Sull'esempio della 'farfallina' che attende il ritorno dell'ufficiale americano, in silenzio, consigliamo ai chiacchieroni invitati di mettersi uno di fianco all'altro, per un eloquente coro 'a bocca chiusa'. Noi lo apprezzeremmo. Con un vantaggio non da poco per Rai 1: se intuiamo che ciò che stanno cantando 'a bocca chiusa', non ci piace, non siamo costretti a cambiar canale.
lunedì 14 novembre 2016
Giacomo Puccini. Sonatore del Regno. Presentazione d'autore
L'editore fiorentino Clichy pubblica, nella collana degli 'elefantini', un volumetto di oltre 120 pagine, al prezzo popolare di 6.90 Euro. E' dedicato a Giacomo Puccini, è nient'altro che la sua biografia che si legge tutta d'un fiato - come è convinto l'editore ed anche l'autore - ma che tutta d'un fiato non è stata certamente scritta.
Si tratta - ve lo dice l'autore e dunque credetegli - di una biografia 'd'autore'. Nel senso che il volumetto colleziona brani tratti dall'epistolario del musicista, da testimonianze di amici e conoscenti (attentamente vagliati, per non mischiare grano ad erbacce fra le tante cresciute sulla sua fama ed i suoi vezzi) e da episodi che non sfuggirono, per l'importanza del personaggio, alla cronaca giornalistica, ripresi e rimessi in ordine cronologico per offrire di Puccini la storia della sua vita, dalla nascita alla morte e sepoltura.
Si parte dall'Atto di battesimo con la curiosa sfilza di nomi dati al neonato e che rappresenta l'eredità di tutta la sua famiglia (i primi quattro, dal trisnonno al padre), una specie di 'memento' del suo albero genealogico maschile, e si finisce con la prematura morte, avvenuta a Bruxelles, a causa di un tumore alla gola, alla sua temporanea sepoltura nella tomba della famiglia Toscanini e Milano - senza dimenticare gli attriti che ebbe con il maestro, che una volta definì perfino 'porco' - ed alla sepoltura definitiva nella amatissima 'Torre del Lago'.
E fra la nascita e morte, la ricca sfaccettata natura del musicista. Dagli anni di studio al Conservatorio di Milano ai primi successi e al suo riconoscimento mondiale.
Non mancano naturalmente gli episodi che ne mettono in luce il carattere di uomo semplice e timido, amante del quieto vivere, ma anche delle donne, delle macchine e dei motoscafi, delle dannate sigarette e della caccia, che assieme alla musica, fu la sua seconda dichiarata grande passione.
Non poteva sfuggire al cronista la tragica vicenda del suicidio della cameriera, costrettavi dalla gelosia e dalla accuse di sua moglie Elvira che per questo fu processata e condannata, evitandole però il carcere solo perché era la moglie di Puccini, il quale allungò alla famiglia della ragazza una consistente somma di denaro, per mitigare ( ritirare?) le accuse.
Fa capolino anche la sua disistima totale per la politica, e per i suoi organi di rappresentanza popolare, come anche il tentativo non riuscito da parte del regime fascista di arruolarlo nelle file del partito per vantarsene ( lui la tessera la prese, ma non la richiese mai; dovette accettarla, obtorto collo, per l'insistenza della moglie e della locale sezione; dunque falsa fu la dichiarazione ufficiale fatta da Mussolini, nello steso giorno della sua morte, quando tenne un discorso in Parlamento, per commemorare il grand'uomo, gloria italiana, 'fascista' senza volerlo).
C'è tutto Puccini in questa breve biografia? C'è abbastanza, quasi tutto, evitando accuratamente il pericolo, sempre in agguato, di farne una macchietta od una persona superficiale, quale non era. Certo manca qualcosa che gli amanti e cultori della musica potrebbero lamentare; ma che potranno però colmare con la loro amatoriale o professionale conoscenza. Manca la musica, che però è cosa ben nota a tutti ed è la ragione di questa biografia.
Il pregio di questa biografia, oltre l'indubbia qualità dei materiali scelti con cura e attenzione, è che si può leggerla ogni volta che si vuole, e più d'una volta, sempre senza fatica, fermandosi su qualunque fatto od aspetto che in essa vi compare, senza l'ansia di dover per forza continuare ed arrivare alla fine. Si può fare in ogni momento ed a più riprese, anche tornando sopra passaggi già scorsi, per una ulteriore riflessione, o per il semplice piacere della lettura.
Buona lettura. L'autore
Si tratta - ve lo dice l'autore e dunque credetegli - di una biografia 'd'autore'. Nel senso che il volumetto colleziona brani tratti dall'epistolario del musicista, da testimonianze di amici e conoscenti (attentamente vagliati, per non mischiare grano ad erbacce fra le tante cresciute sulla sua fama ed i suoi vezzi) e da episodi che non sfuggirono, per l'importanza del personaggio, alla cronaca giornalistica, ripresi e rimessi in ordine cronologico per offrire di Puccini la storia della sua vita, dalla nascita alla morte e sepoltura.
Si parte dall'Atto di battesimo con la curiosa sfilza di nomi dati al neonato e che rappresenta l'eredità di tutta la sua famiglia (i primi quattro, dal trisnonno al padre), una specie di 'memento' del suo albero genealogico maschile, e si finisce con la prematura morte, avvenuta a Bruxelles, a causa di un tumore alla gola, alla sua temporanea sepoltura nella tomba della famiglia Toscanini e Milano - senza dimenticare gli attriti che ebbe con il maestro, che una volta definì perfino 'porco' - ed alla sepoltura definitiva nella amatissima 'Torre del Lago'.
E fra la nascita e morte, la ricca sfaccettata natura del musicista. Dagli anni di studio al Conservatorio di Milano ai primi successi e al suo riconoscimento mondiale.
Non mancano naturalmente gli episodi che ne mettono in luce il carattere di uomo semplice e timido, amante del quieto vivere, ma anche delle donne, delle macchine e dei motoscafi, delle dannate sigarette e della caccia, che assieme alla musica, fu la sua seconda dichiarata grande passione.
Non poteva sfuggire al cronista la tragica vicenda del suicidio della cameriera, costrettavi dalla gelosia e dalla accuse di sua moglie Elvira che per questo fu processata e condannata, evitandole però il carcere solo perché era la moglie di Puccini, il quale allungò alla famiglia della ragazza una consistente somma di denaro, per mitigare ( ritirare?) le accuse.
Fa capolino anche la sua disistima totale per la politica, e per i suoi organi di rappresentanza popolare, come anche il tentativo non riuscito da parte del regime fascista di arruolarlo nelle file del partito per vantarsene ( lui la tessera la prese, ma non la richiese mai; dovette accettarla, obtorto collo, per l'insistenza della moglie e della locale sezione; dunque falsa fu la dichiarazione ufficiale fatta da Mussolini, nello steso giorno della sua morte, quando tenne un discorso in Parlamento, per commemorare il grand'uomo, gloria italiana, 'fascista' senza volerlo).
C'è tutto Puccini in questa breve biografia? C'è abbastanza, quasi tutto, evitando accuratamente il pericolo, sempre in agguato, di farne una macchietta od una persona superficiale, quale non era. Certo manca qualcosa che gli amanti e cultori della musica potrebbero lamentare; ma che potranno però colmare con la loro amatoriale o professionale conoscenza. Manca la musica, che però è cosa ben nota a tutti ed è la ragione di questa biografia.
Il pregio di questa biografia, oltre l'indubbia qualità dei materiali scelti con cura e attenzione, è che si può leggerla ogni volta che si vuole, e più d'una volta, sempre senza fatica, fermandosi su qualunque fatto od aspetto che in essa vi compare, senza l'ansia di dover per forza continuare ed arrivare alla fine. Si può fare in ogni momento ed a più riprese, anche tornando sopra passaggi già scorsi, per una ulteriore riflessione, o per il semplice piacere della lettura.
Buona lettura. L'autore
martedì 11 ottobre 2016
Riccardo Chailly e la Messa da requiem di Verdi. Il meccanismo del prevedibile
Una breve nota del Corriere, di qualche giorno fa, esaltava l'interpretazione del celebre capolavoro di Giuseppe Verdi, la Messa da requiem, ad opera di Chailly, stabile alla Scala di Milano, con i complessi del teatro milanese - noto, secondo la vulgata chic di Chailly, come Verdi Requiem - rivelava allo stesso tempo che il maestro ha deciso che non dirigerà, per i prossimi anni, la Messa di Verdi, per SOTTRARLA al MECCANISMO del PREVEDIBILE.
Che voleva dire Chailly, anzi cosa ha voluto dire? Che un'opera, specie se di grande impatto, ogni tanto va smessa per qualche tempo, onde evitare incrostazioni, cattiva tradizione, banalizzazioni, usura? Forse voleva dire questo, traducendolo nel suo gergo dotto: 'meccanismo del prevedibile'?
Quand'era all'Orchestra Verdi, e poi naturalmente a Lipsia, ma immaginiamo dirà la stessa cosa ora che è a alla Scala, è cioè che una Passione di Bach, quella secondo Matteo sarebbe da preferire, deve essere eseguita ogni anno( e alla 'Verdi' l'hanno preso in parola), deve diventare un punto fermo e ricorrente di ogni stagione musicale che si rispetti. Bach sì e Verdi no, con particolare riferimento alle due opere citate? E perchè? Che differenza c'è? E se si applicasse questa stessa regola alle Traviate, alle Bohème, ai Barbieri, ma anche ai Flauti magici e ai Don Giovanni, che accadrebbe? Che dopo aver presentato nel corso di una stagione un capolavoro assoluto come sono i titoli citati, si dovrebbe poi, nelle successive, evitarli accuratamente per non correre il rischio del cosiddetto 'meccanismo del prevedibile'?
Diversamente sarebbe se un direttore od un interprete dicesse che per un periodo non vuole più eseguire un certa opera, perché quello che aveva da idre - 'da far dire', siamo precisi - a quell'opera lo aveva detto, e altro non saprebbe aggiungere o cambiare, per cui meglio tenersi alla larga per un periodo prima di affrontarlo nuovamente, dopo attenta riflessione. Questo è un discorso sensato; e forse Chailly, che sensato è certamente, voleva dire solo questo. Ogni interprete è libero di scegliere cosa eseguire e quando. Ma non di dettare leggi o lanciare avvertimenti.
Perchè se, invece nella sua testa gli frullava altro, basterebbe fargli notare che un capolavoro, può essere eseguito regolarmente in una stagione, magari affidandolo ogni volta ad interpreti differenti. Perchè no? Non è possibile pensare che, alla Scala, finchè c'è lui come direttore, la Messa da requiem di Verdi non si possa più ascoltare. Ricade nello stesso tragico errore dei suoi predecessori, ed anche del suo amico e maestro Claudio Abbado, il quale non ha mai voluto dirigere Puccini, cosa che hanno fatto alla Scala Lissner-Barenboim, e lui ora giustamente rimedia con una robusta iniezione di opere pucciniane, con una delle quali (Butterfly) quest'anno inaugura addirittura la stagione, dopo aver presentato nel corso della primavera anche La fanciulla del West.
E se si applicasse lo stesso criterio alle Sinfonie di Beethoven? O ci sono autori ed opere per i quali il teorema chaillyano non vale?
La prossima volta Chailly pensi bene prima di parlare. E se lui non vuol dirigere nei prossimi anni il capolavoro verdiano, Pereira lo affidi ad altri, perché è impensabile che non lo si possa più eseguire alla Scala finchè c'è Chailly, semplicemente perché lui ha deciso di non dirigerlo.
Che voleva dire Chailly, anzi cosa ha voluto dire? Che un'opera, specie se di grande impatto, ogni tanto va smessa per qualche tempo, onde evitare incrostazioni, cattiva tradizione, banalizzazioni, usura? Forse voleva dire questo, traducendolo nel suo gergo dotto: 'meccanismo del prevedibile'?
Quand'era all'Orchestra Verdi, e poi naturalmente a Lipsia, ma immaginiamo dirà la stessa cosa ora che è a alla Scala, è cioè che una Passione di Bach, quella secondo Matteo sarebbe da preferire, deve essere eseguita ogni anno( e alla 'Verdi' l'hanno preso in parola), deve diventare un punto fermo e ricorrente di ogni stagione musicale che si rispetti. Bach sì e Verdi no, con particolare riferimento alle due opere citate? E perchè? Che differenza c'è? E se si applicasse questa stessa regola alle Traviate, alle Bohème, ai Barbieri, ma anche ai Flauti magici e ai Don Giovanni, che accadrebbe? Che dopo aver presentato nel corso di una stagione un capolavoro assoluto come sono i titoli citati, si dovrebbe poi, nelle successive, evitarli accuratamente per non correre il rischio del cosiddetto 'meccanismo del prevedibile'?
Diversamente sarebbe se un direttore od un interprete dicesse che per un periodo non vuole più eseguire un certa opera, perché quello che aveva da idre - 'da far dire', siamo precisi - a quell'opera lo aveva detto, e altro non saprebbe aggiungere o cambiare, per cui meglio tenersi alla larga per un periodo prima di affrontarlo nuovamente, dopo attenta riflessione. Questo è un discorso sensato; e forse Chailly, che sensato è certamente, voleva dire solo questo. Ogni interprete è libero di scegliere cosa eseguire e quando. Ma non di dettare leggi o lanciare avvertimenti.
Perchè se, invece nella sua testa gli frullava altro, basterebbe fargli notare che un capolavoro, può essere eseguito regolarmente in una stagione, magari affidandolo ogni volta ad interpreti differenti. Perchè no? Non è possibile pensare che, alla Scala, finchè c'è lui come direttore, la Messa da requiem di Verdi non si possa più ascoltare. Ricade nello stesso tragico errore dei suoi predecessori, ed anche del suo amico e maestro Claudio Abbado, il quale non ha mai voluto dirigere Puccini, cosa che hanno fatto alla Scala Lissner-Barenboim, e lui ora giustamente rimedia con una robusta iniezione di opere pucciniane, con una delle quali (Butterfly) quest'anno inaugura addirittura la stagione, dopo aver presentato nel corso della primavera anche La fanciulla del West.
E se si applicasse lo stesso criterio alle Sinfonie di Beethoven? O ci sono autori ed opere per i quali il teorema chaillyano non vale?
La prossima volta Chailly pensi bene prima di parlare. E se lui non vuol dirigere nei prossimi anni il capolavoro verdiano, Pereira lo affidi ad altri, perché è impensabile che non lo si possa più eseguire alla Scala finchè c'è Chailly, semplicemente perché lui ha deciso di non dirigerlo.
martedì 3 maggio 2016
Nei nostri teatri d'opera troppa attenzione agli spettacoli, meno alla musica
L'altro ieri, nella recensione del 'Trittico' pucciniano, in scena all'Opera di Roma, ad opera di un noto critico, evidentemente sbilanciato in favore del teatro romano, abbiamo notato la sottolineatura della svolta positiva del teatro, nel segno della 'contemporaneità' registica; ma siamo rimasti profondamente colpiti dalle battute finali di quella recensione, dedicata quasi esclusivamente a raccontare cosa s'era inventato quel diavolo di Michieletto - al momento, presente contemporaneamente in quattro o cinque teatri italiani e non - per dimostrare che quelle tre opere in un atto hanno un medesimo filo conduttore che egli con la sua regia ha finalmente evidenziato.
Concludeva l'illustre critico che Carlo Fuortes, con la sua gestione dell'Opera di Roma, ci sta ABITUANDO MALE, così male che gli sarà difficile d'ora in avanti apprezzare gli spettacoli degli altri teatri lirici italiani.
Il critico si metteva perciò, con quella sua conclusione azzardata (ed anche sconclusionata?) sulla scia di coloro i quali, incoraggiati dallo steso Fuortes, vanno sostenendo che finalmente la regia è di casa all'Opera, perché senza di essa il melodramma sarebbe finito. Sì, proprio così, secondo quanto si è sentito dire più d'una volta recentemente e cioè che solo i registi riusciranno a tenere in vita l'opera. La regia, non la musica, che è sopravvissuta a diverse differenti stagioni scenografiche e registiche.
Che questa idea stia facendo breccia massicciamente nella critica si capisce dallo spazio che essa riserva per raccontare ciò che si è visto in teatro, relegando alle quattro righe finali qualunque annotazione sui cantanti il direttore e l'orchestra. Forse perché son sa cosa dire della parte musicale? O perché su alcuni di tali elementi meglio tacere?
Noi non riusciamo più a capire se ciò che si è ascoltato nel canto e dall'orchestra abbia una qualche dignità; i giornali non ne parlano, mentre si dilungano a raccontarci quale stravaganza o innovazione il regista sì è inventato ed ha proposto.
E Verdi, e Puccini cosa direbbero se assistessero a questi spettacoli, che vorrebbero reinventare le loro opere, ma che senza la musica richiamerebbero a mala pena un decimo del pubblico attuale che accorre ad ascoltare la loro Traviata o il Trittico, e non la Traviata di Talevi o il Trittico di Michieletto? Siamo convinti che caccerebbero 'i mercanti dal tempio'.
Giorni fa leggevamo delle numerose e puntigliose annotazioni di Verdi relative alla scena ed ai cantanti e delle recenti pubblicazioni degli studiosi pucciniani delle 'messe in scena' delle sue opere, ai suoi tempi. A che servono? E a chi?
Noi vorremmo sapere anche come cantano gli artisti scritturati, se i cast erano adatti al titolo in cartellone, come suonava l'orchestra, convinti che le opere sono principalmente canto e musica, su storie talvolta anche bizzarre, ma che non si risolvono con altre bizzarrie.
Che è poi quello che interessa anche il pubblico di tante nazioni anche lontane che invitano i complessi dei nostri teatri, certi che lì vi porteranno la grande tradizione operistica ( canto e musica) più che la transitoria innovazione registica, del nostro paese che di quella tradizione dovrebbe continuare ad essere depositaria, al di sopra delle mode passeggero, oltre che custode gelosa e fiera.
E per l'Opera di Roma, che si è lasciata sfuggire Riccardo Muti - con tutti i difetti ed i rimproveri che gli si possono rivolgere - a quando la nomina di un direttore musicale se non di pari grado - un pò difficile a reperirsi - che almeno conosca il mestiere, abbia esperienza, e sappia tenere all'erta un' orchestra delle cui qualità non sentiamo più dire, dai tempi in cui Muti l'ha lasciata.
Concludeva l'illustre critico che Carlo Fuortes, con la sua gestione dell'Opera di Roma, ci sta ABITUANDO MALE, così male che gli sarà difficile d'ora in avanti apprezzare gli spettacoli degli altri teatri lirici italiani.
Il critico si metteva perciò, con quella sua conclusione azzardata (ed anche sconclusionata?) sulla scia di coloro i quali, incoraggiati dallo steso Fuortes, vanno sostenendo che finalmente la regia è di casa all'Opera, perché senza di essa il melodramma sarebbe finito. Sì, proprio così, secondo quanto si è sentito dire più d'una volta recentemente e cioè che solo i registi riusciranno a tenere in vita l'opera. La regia, non la musica, che è sopravvissuta a diverse differenti stagioni scenografiche e registiche.
Che questa idea stia facendo breccia massicciamente nella critica si capisce dallo spazio che essa riserva per raccontare ciò che si è visto in teatro, relegando alle quattro righe finali qualunque annotazione sui cantanti il direttore e l'orchestra. Forse perché son sa cosa dire della parte musicale? O perché su alcuni di tali elementi meglio tacere?
Noi non riusciamo più a capire se ciò che si è ascoltato nel canto e dall'orchestra abbia una qualche dignità; i giornali non ne parlano, mentre si dilungano a raccontarci quale stravaganza o innovazione il regista sì è inventato ed ha proposto.
E Verdi, e Puccini cosa direbbero se assistessero a questi spettacoli, che vorrebbero reinventare le loro opere, ma che senza la musica richiamerebbero a mala pena un decimo del pubblico attuale che accorre ad ascoltare la loro Traviata o il Trittico, e non la Traviata di Talevi o il Trittico di Michieletto? Siamo convinti che caccerebbero 'i mercanti dal tempio'.
Giorni fa leggevamo delle numerose e puntigliose annotazioni di Verdi relative alla scena ed ai cantanti e delle recenti pubblicazioni degli studiosi pucciniani delle 'messe in scena' delle sue opere, ai suoi tempi. A che servono? E a chi?
Noi vorremmo sapere anche come cantano gli artisti scritturati, se i cast erano adatti al titolo in cartellone, come suonava l'orchestra, convinti che le opere sono principalmente canto e musica, su storie talvolta anche bizzarre, ma che non si risolvono con altre bizzarrie.
Che è poi quello che interessa anche il pubblico di tante nazioni anche lontane che invitano i complessi dei nostri teatri, certi che lì vi porteranno la grande tradizione operistica ( canto e musica) più che la transitoria innovazione registica, del nostro paese che di quella tradizione dovrebbe continuare ad essere depositaria, al di sopra delle mode passeggero, oltre che custode gelosa e fiera.
E per l'Opera di Roma, che si è lasciata sfuggire Riccardo Muti - con tutti i difetti ed i rimproveri che gli si possono rivolgere - a quando la nomina di un direttore musicale se non di pari grado - un pò difficile a reperirsi - che almeno conosca il mestiere, abbia esperienza, e sappia tenere all'erta un' orchestra delle cui qualità non sentiamo più dire, dai tempi in cui Muti l'ha lasciata.
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giovedì 28 aprile 2016
'Quando a tordi e quando a grilli'. A proposito delle edizioni critiche delle opere di Giacomo Puccini
Il popolare detto: 'quando a tordi e quando a grilli' che per i cacciatori indica il succedersi di stagioni floride e stagioni magre, se letto all'incontrario, e cioè 'quando a grilli e quando a tordi' fotografa con esattezza la situazione dell'edizione critica delle opere di Giacomo Puccini. Musicista sul quale solo di recente abbiamo acquisito una più approfondita conoscenza, a seguito della quale abbiamo faticato non poco per districarci fra le varie istituzioni di Lucca o Viareggio e del resto della Toscana, che vantano progeniture nello studio e nella cura degli interessi 'musicali' del maestro.
Queste ed altre notizie abbiamo appreso sfogliando il primo volume dell'epistolario del musicista edito a cura del Comitato scientifico per 'L'Edizione nazionale delle opere di Puccini', nel quale siede la crema degli studiosi del musicista lucchese, che è stato incluso, di diritto, nell'edizione nazionale, consci del valore che la corrispondenza di un musicista può avere nello studio delle sue opere.
Ad essere sinceri abbiamo anche appreso che c'è ancora chi, fottendosene del valore delle lettere per gli studiosi, pone il veto sulla pubblicazione del contenuto di alcune di esse inviate dal musicista a sua moglie, Elvira, durante i primi anni di convivenza, nelle quali naturalmente il 'protofemminismo' pucciniano, si esprime in tutta la sua forza, nel tentativo di spezzare le catene con le quali Elvira voleva tenere legato a sé il musicista, donnaiolo incallito.
Adesso però ci interessa un altro aspetto della questione, riguardante l'edizione delle opere del maestro; di esso siamo venuti a conoscenza leggendo l'intervista di Giuseppina Manin a Chailly che ha anticipato al Corriere alcuni particolari della Fanciulla del West che sta per tornare nella stagione scaligera.
Un fatto assolutamente nuovo per la Scala che aveva condannato all'ostracismo le opere pucciniane negli ultimi anni, sotto la gestione Lissner, e che, per sempre, le ha espunte dal suo repertorio uno dei nostri più noti direttori, Claudio Abbado, e forse non solo lui ( Su quest'ultimo argomento e sulle ragioni di una tale inspiegabile esclusione, avevamo richiesto, per uno degli ultimi numeri di Music@, un articolo a Michele Girardi, studioso pucciniano, al massimo della nostra stima, alla vigilia di un suo corso universitario dedicato ad 'Abbado alla Scala';articolo che non ottenemmo prima di abbandonare la direzione di Music@).
Abbiamo appreso dall'intervista al Corriere che Chailly riceverà l'edizione critica dell'opera pucciniana dalle mani di Gabriele Dotto 'direttore dell'edizione critica' delle opere di Puccini per Ricordi'.
E l'edizione nazionale delle opere di Puccini, finalmente varata dal governo (nel 2007) ha nulla a che fare con quella curata da Dotto? E Dotto fa parte anche del comitato scientifico al quale prima accennavamo. No. Da una parte Ricordi, con Dotto e Parker, dall'altra il Comitato per l'Edizione nazionale ecc...
Insomma si è atteso anni ed anni per promuovere l'Edizione nazionale di un musicista fra i più rappresentati al mondo, ed al momento in cui la si ottiene, dopo durissime lotte, di edizioni critiche se ne preparano due, una contro l'altra, una indipendente dall'altra (Dotto, che prepara quella per Ricordi, prima incluso nel Comitato di cui sopra, assieme a Parker, subito dopo si era dimesso. Ha avuto qualche responsabilità Ricordi in tale decisione?).
E' chiaro che le due edizioni e gli studiosi preposti sono un anacronismo che solo in Italia poteva prendere forma. Anacronismo su anacronismo, laddove tutti si attenderebbero che correndo in due si faccia prima, sembra che tutti e due procedano al rallentatore.
Ora verrebbe da chiedersi perché Casa Ricordi, una volta avviata l'Edizione nazionale non si sia fatta avanti per proporre una fruttuosa e naturale collaborazione fra il Comitato e la casa editrice che per tutta la vita è stata quella di Puccini? Non è facile dare una risposta. Forse al comitato scientifico non piacciono, perché sorpassate( ?), le edizioni delle opere già messe in commercio da Ricordi; o Dotto pensa la medesima cosa di quel poco che l'Edizione nazionale ha già pubblicato?
Nel settore degli studi non dovrebbe contare tanto chi è arrivato prima, quanto il valore e l'attendibilità del risultato. Ora se le opere già edite da Ricordi - che è un editore e che quindi sacrosantemente bada anche al guadagno - non sono condivise dagli studiosi, perchè non dirlo, proponendo le necessarie correzioni?
Dalla stessa intervista a Chailly, apprendiamo che ascolteremo, questi giorni alla Scala, una Fanciulla come non l'abbiamo mai ascoltata, e cioè quella scritta da Puccini, l'Urtext pucciniano; mentre noi l'abbiamo ascoltata con i tagli e le correzioni che vi aveva apportato Toscanini, vivo Puccini che le aveva accettate, lasciando correre, fin dalla 'prima' a New York.
E qui una domanda sorge spontanea a proposito di Toscanini. Non s'è sempre detto che per il noto direttore la parola del musicista - la sua musica - era intoccabile come la Bibbia?
Queste ed altre notizie abbiamo appreso sfogliando il primo volume dell'epistolario del musicista edito a cura del Comitato scientifico per 'L'Edizione nazionale delle opere di Puccini', nel quale siede la crema degli studiosi del musicista lucchese, che è stato incluso, di diritto, nell'edizione nazionale, consci del valore che la corrispondenza di un musicista può avere nello studio delle sue opere.
Ad essere sinceri abbiamo anche appreso che c'è ancora chi, fottendosene del valore delle lettere per gli studiosi, pone il veto sulla pubblicazione del contenuto di alcune di esse inviate dal musicista a sua moglie, Elvira, durante i primi anni di convivenza, nelle quali naturalmente il 'protofemminismo' pucciniano, si esprime in tutta la sua forza, nel tentativo di spezzare le catene con le quali Elvira voleva tenere legato a sé il musicista, donnaiolo incallito.
Adesso però ci interessa un altro aspetto della questione, riguardante l'edizione delle opere del maestro; di esso siamo venuti a conoscenza leggendo l'intervista di Giuseppina Manin a Chailly che ha anticipato al Corriere alcuni particolari della Fanciulla del West che sta per tornare nella stagione scaligera.
Un fatto assolutamente nuovo per la Scala che aveva condannato all'ostracismo le opere pucciniane negli ultimi anni, sotto la gestione Lissner, e che, per sempre, le ha espunte dal suo repertorio uno dei nostri più noti direttori, Claudio Abbado, e forse non solo lui ( Su quest'ultimo argomento e sulle ragioni di una tale inspiegabile esclusione, avevamo richiesto, per uno degli ultimi numeri di Music@, un articolo a Michele Girardi, studioso pucciniano, al massimo della nostra stima, alla vigilia di un suo corso universitario dedicato ad 'Abbado alla Scala';articolo che non ottenemmo prima di abbandonare la direzione di Music@).
Abbiamo appreso dall'intervista al Corriere che Chailly riceverà l'edizione critica dell'opera pucciniana dalle mani di Gabriele Dotto 'direttore dell'edizione critica' delle opere di Puccini per Ricordi'.
E l'edizione nazionale delle opere di Puccini, finalmente varata dal governo (nel 2007) ha nulla a che fare con quella curata da Dotto? E Dotto fa parte anche del comitato scientifico al quale prima accennavamo. No. Da una parte Ricordi, con Dotto e Parker, dall'altra il Comitato per l'Edizione nazionale ecc...
Insomma si è atteso anni ed anni per promuovere l'Edizione nazionale di un musicista fra i più rappresentati al mondo, ed al momento in cui la si ottiene, dopo durissime lotte, di edizioni critiche se ne preparano due, una contro l'altra, una indipendente dall'altra (Dotto, che prepara quella per Ricordi, prima incluso nel Comitato di cui sopra, assieme a Parker, subito dopo si era dimesso. Ha avuto qualche responsabilità Ricordi in tale decisione?).
E' chiaro che le due edizioni e gli studiosi preposti sono un anacronismo che solo in Italia poteva prendere forma. Anacronismo su anacronismo, laddove tutti si attenderebbero che correndo in due si faccia prima, sembra che tutti e due procedano al rallentatore.
Ora verrebbe da chiedersi perché Casa Ricordi, una volta avviata l'Edizione nazionale non si sia fatta avanti per proporre una fruttuosa e naturale collaborazione fra il Comitato e la casa editrice che per tutta la vita è stata quella di Puccini? Non è facile dare una risposta. Forse al comitato scientifico non piacciono, perché sorpassate( ?), le edizioni delle opere già messe in commercio da Ricordi; o Dotto pensa la medesima cosa di quel poco che l'Edizione nazionale ha già pubblicato?
Nel settore degli studi non dovrebbe contare tanto chi è arrivato prima, quanto il valore e l'attendibilità del risultato. Ora se le opere già edite da Ricordi - che è un editore e che quindi sacrosantemente bada anche al guadagno - non sono condivise dagli studiosi, perchè non dirlo, proponendo le necessarie correzioni?
Dalla stessa intervista a Chailly, apprendiamo che ascolteremo, questi giorni alla Scala, una Fanciulla come non l'abbiamo mai ascoltata, e cioè quella scritta da Puccini, l'Urtext pucciniano; mentre noi l'abbiamo ascoltata con i tagli e le correzioni che vi aveva apportato Toscanini, vivo Puccini che le aveva accettate, lasciando correre, fin dalla 'prima' a New York.
E qui una domanda sorge spontanea a proposito di Toscanini. Non s'è sempre detto che per il noto direttore la parola del musicista - la sua musica - era intoccabile come la Bibbia?
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lunedì 25 aprile 2016
Jackson,Bowie,Prince. Sempre lo stesso inutile rituale.
Muore una star della musica di grande consumo e diffusione, ed ogni volta la famiglia mette in atto il medesimo stanco rituale. Funerali privati, cremazione nella maggior parte dei casi, e sepoltura (o custodia) delle ceneri in luogo segreto.
Perchè, viene da domandarsi? Per volontà dei diretti interessati che avranno espresso, quando erano in vita, la volontà di scomparire con il proprio corpo dopo la morte, perché sufficientemente e bastantemente rappresentati dalla loro musica? Verrebbe da rispondere di sì, considerando che in molti casi quella loro vita nel corpo, per l'esausto connubio di 'genio e sregolatezza', in totale disuso, meglio dimenticarla.
(Diversamente sono andate le cose, post mortem, per altri giganti della musica, come Stravinskij o Boulez o Stockhausen, morti e sepolti sotto gli occhi di tutti).
Ed invece, magari anche per volontà dei diretti interessati, la decisione di custodire le ceneri in luoghi segretissimi l'assumono i famigliari, e per più d'una ragione, la principale delle quali ha a che fare con i soldi.
Cioè? Gli eredi temono che qualcuno trafughi quelle ceneri, ormai inutili, e chieda un riscatto, a pagare il quale, agli occhi del mondo, non potrebbero rifiutarsi, visto che per anni e anni, senza merito e fatica, hanno goduto ed ancora godranno dei benefici economici del loro parente defunto.
Ma c'è anche un altro rito, altrettanto stucchevole ed ugualmente legato ai soldi, che la parentela tutta e i suoi più stretti collaboratori inscenano. Questo secondo è da mettere in rapporto con l'opera del defunto. Sii sparge la voce che esista un baule segretissimo colmo di tesori musicali, che pian piano verranno disvelati. Nel caso di Prince i giornali hanno parlato, alcuni di circa duemila inediti, altri addirittura di ventimila o trentamila. Inediti che acquisterebbero valore solo se il defunto sia stato, in vita, assai avaro - cosa che non si può certo dire di Prince che, in vita, ha pubblicato una cinquantina circa di album e dunque un bel pò. Che altro possiamo scoprire di lui che già non ci ha fatto conoscere?
Serve solo per mettere in ansia i produttori e lo stesso mercato discografico sul quale far giungere, ad intervalli regolari altra 'merce' da vendere a caro prezzo, promettendo sempre il capolavoro. Un giornale, a tal proposito, ha parlato, del baule segreto di Prince, come del santo Graal, è custodito la musica perfetta. Tutti quelli già noti non lo sarebbero- vien da ribattere?
Si potrebbe obiettare che anche per musicisti di altro ambito si va alla ricerca di archivi segreti. Anche recentemente se ne è parlato. Sì, è vero, come nei casi - fra i più noti - di Verdi e Puccini. Ma la ragione di tale affannosa ricerca ha un diverso scopo, che è quello di venire a capo e studiare la genesi e la tormentata, più o meno, gestazione di questa o quell'opera, sulla quale si nutrono dubbi per qualche passaggio talora importante, per realizzare le cosiddette edizioni critiche attraverso lo studio approfondito di tutti i materiali a disposizione.
Nessuna ricerca di Graal in questo caso, perchè ci si attiene alla volontà del musicista che quando ha licenziato un'opera, rendendola pubblica, ha messo la parola fine ad ogni dubbio ad ogni variante, ad ogni alternativa.
E nessuna ricerca di Graal anche per un'altra ragione . E cioè, che se pure si scoprisse qualcosa di assolutamente sconosciuto, sarebbe opportuno osservare la consegna del musicista che, salvo casi particolari, non ha voluto rendere pubblica questa o quella musica, ritenendosi sufficientemente rappresentato dal resto.
Noi perciò non attenderemo la scoperta del Graal di Prince o di Bowie, il loro Graal di qualunque metallo esso sia, lo abbiamo già trovato nelle loro opere, in quantità sufficiente per farci inebriare. Per chi se ne inebri.
Perchè, viene da domandarsi? Per volontà dei diretti interessati che avranno espresso, quando erano in vita, la volontà di scomparire con il proprio corpo dopo la morte, perché sufficientemente e bastantemente rappresentati dalla loro musica? Verrebbe da rispondere di sì, considerando che in molti casi quella loro vita nel corpo, per l'esausto connubio di 'genio e sregolatezza', in totale disuso, meglio dimenticarla.
(Diversamente sono andate le cose, post mortem, per altri giganti della musica, come Stravinskij o Boulez o Stockhausen, morti e sepolti sotto gli occhi di tutti).
Ed invece, magari anche per volontà dei diretti interessati, la decisione di custodire le ceneri in luoghi segretissimi l'assumono i famigliari, e per più d'una ragione, la principale delle quali ha a che fare con i soldi.
Cioè? Gli eredi temono che qualcuno trafughi quelle ceneri, ormai inutili, e chieda un riscatto, a pagare il quale, agli occhi del mondo, non potrebbero rifiutarsi, visto che per anni e anni, senza merito e fatica, hanno goduto ed ancora godranno dei benefici economici del loro parente defunto.
Ma c'è anche un altro rito, altrettanto stucchevole ed ugualmente legato ai soldi, che la parentela tutta e i suoi più stretti collaboratori inscenano. Questo secondo è da mettere in rapporto con l'opera del defunto. Sii sparge la voce che esista un baule segretissimo colmo di tesori musicali, che pian piano verranno disvelati. Nel caso di Prince i giornali hanno parlato, alcuni di circa duemila inediti, altri addirittura di ventimila o trentamila. Inediti che acquisterebbero valore solo se il defunto sia stato, in vita, assai avaro - cosa che non si può certo dire di Prince che, in vita, ha pubblicato una cinquantina circa di album e dunque un bel pò. Che altro possiamo scoprire di lui che già non ci ha fatto conoscere?
Serve solo per mettere in ansia i produttori e lo stesso mercato discografico sul quale far giungere, ad intervalli regolari altra 'merce' da vendere a caro prezzo, promettendo sempre il capolavoro. Un giornale, a tal proposito, ha parlato, del baule segreto di Prince, come del santo Graal, è custodito la musica perfetta. Tutti quelli già noti non lo sarebbero- vien da ribattere?
Si potrebbe obiettare che anche per musicisti di altro ambito si va alla ricerca di archivi segreti. Anche recentemente se ne è parlato. Sì, è vero, come nei casi - fra i più noti - di Verdi e Puccini. Ma la ragione di tale affannosa ricerca ha un diverso scopo, che è quello di venire a capo e studiare la genesi e la tormentata, più o meno, gestazione di questa o quell'opera, sulla quale si nutrono dubbi per qualche passaggio talora importante, per realizzare le cosiddette edizioni critiche attraverso lo studio approfondito di tutti i materiali a disposizione.
Nessuna ricerca di Graal in questo caso, perchè ci si attiene alla volontà del musicista che quando ha licenziato un'opera, rendendola pubblica, ha messo la parola fine ad ogni dubbio ad ogni variante, ad ogni alternativa.
E nessuna ricerca di Graal anche per un'altra ragione . E cioè, che se pure si scoprisse qualcosa di assolutamente sconosciuto, sarebbe opportuno osservare la consegna del musicista che, salvo casi particolari, non ha voluto rendere pubblica questa o quella musica, ritenendosi sufficientemente rappresentato dal resto.
Noi perciò non attenderemo la scoperta del Graal di Prince o di Bowie, il loro Graal di qualunque metallo esso sia, lo abbiamo già trovato nelle loro opere, in quantità sufficiente per farci inebriare. Per chi se ne inebri.
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domenica 27 marzo 2016
Lettere di Puccini a sua moglie Elvira Bonturi secretate nell'edizione 'nazionale' dell'epistolario
Dell'epistolario di Giacomo Puccini, di cui è uscito appena il primo volume dell'impresa che ne comprenderà una decina almeno e che si concluderà chissà quando, abbiamo scritto nei mesi scorsi, segnalando quali aspetti del carattere del musicista e dell'uomo emergono da quelle missive che, solo per la ventina d'anni che vanno dal 1877 al 1896, raggiungono la bella cifra di oltre settecento. E che quando l'opera sarà conclusa si dice che comprenderà intorno alle ventimila missive del musicista. Solo del musicista, e nessuna di tanti mittenti che scrivevano a lui. Chissà perché, mentre sarebbe stato opportuno dare spazio anche ai suoi corrispondenti, laddove possibile e il materiale fosse reperibile.
Va da sé che la corrispondenza alla quale gli studiosi sono più interessati è quella relativa alle sue opere, che saranno pur di numero limitato ma che, come tutti sanno, furono attraversate da infiniti travagli, dei quali l'epistolario dà conto bastante, essendo fra i suoi destinatari più assidui l'editore, i librettisti, i direttori, i cantanti ecc... oltre naturalmente ai più normali amici, parenti e famigliari stretti.
Alla fine del primo volume, oltre gli interessantissimi e preziosi apparati - di cui avemmo già a scrivere - c'è un pugno di lettere di cui si conosce, per precedenti relazioni, il contenuto che viene riassunto, ma non il testo originale per intero, andato forse perduto o perchè in possesso di privati non reperibili al momento della pubblicazione.
Nel corso del volume, invece, vi è un gruppo di lettere, per fortuna non nutrito, tutte indirizzate ad Elvira Bonturi, moglie del musicista, delle quali non si pubblica il testo, per volontà degli eredi, che poi è solo una e non è che la nipote di quella Elvira Bonturi, Simonetta Puccini, figlia di Antonio Puccini, unico figlio del musicista.
Che cosa ci sarà in quelle lettere di così compromettente, anche a distanza di quasi 130 anni, al punto da far decidere alla nipote del musicista di non autorizzarne la pubblicazione?
Nulla di così compromettente, ma di assai strano ed incomprensibile sì, perchè in una edizione nazionale, finanziata con soldi pubblici, non può il CAPRICCIO senza motivo di una erede, proibire la pubblicazione del testo di una missiva. Non ha senso e l'erede in questione non dovrebbe avere voce in capitolo al riguardo.
Vero è che si potrà porre rimedio in uno dei prossimi volumi; ci sarà il tempo di rimediare con qualche appendice successiva ai vari volumi - e si rimedierà appena possibile - non appena alcun veto potrà essere più avanzato da chicchessia. Resta comunque inaccettabile ed incomprensibile - benchè legittimo, purtroppo! - il comportamento dell'erede.
Va da sé che la corrispondenza alla quale gli studiosi sono più interessati è quella relativa alle sue opere, che saranno pur di numero limitato ma che, come tutti sanno, furono attraversate da infiniti travagli, dei quali l'epistolario dà conto bastante, essendo fra i suoi destinatari più assidui l'editore, i librettisti, i direttori, i cantanti ecc... oltre naturalmente ai più normali amici, parenti e famigliari stretti.
Alla fine del primo volume, oltre gli interessantissimi e preziosi apparati - di cui avemmo già a scrivere - c'è un pugno di lettere di cui si conosce, per precedenti relazioni, il contenuto che viene riassunto, ma non il testo originale per intero, andato forse perduto o perchè in possesso di privati non reperibili al momento della pubblicazione.
Nel corso del volume, invece, vi è un gruppo di lettere, per fortuna non nutrito, tutte indirizzate ad Elvira Bonturi, moglie del musicista, delle quali non si pubblica il testo, per volontà degli eredi, che poi è solo una e non è che la nipote di quella Elvira Bonturi, Simonetta Puccini, figlia di Antonio Puccini, unico figlio del musicista.
Che cosa ci sarà in quelle lettere di così compromettente, anche a distanza di quasi 130 anni, al punto da far decidere alla nipote del musicista di non autorizzarne la pubblicazione?
Nulla di così compromettente, ma di assai strano ed incomprensibile sì, perchè in una edizione nazionale, finanziata con soldi pubblici, non può il CAPRICCIO senza motivo di una erede, proibire la pubblicazione del testo di una missiva. Non ha senso e l'erede in questione non dovrebbe avere voce in capitolo al riguardo.
Vero è che si potrà porre rimedio in uno dei prossimi volumi; ci sarà il tempo di rimediare con qualche appendice successiva ai vari volumi - e si rimedierà appena possibile - non appena alcun veto potrà essere più avanzato da chicchessia. Resta comunque inaccettabile ed incomprensibile - benchè legittimo, purtroppo! - il comportamento dell'erede.
venerdì 11 marzo 2016
Perchè non andiamo pazzi per i titoli tirati a forza; e per gli scoop giornalistici che scoop non sono.
Non andiamo pazzi dei titoli tirati a forza ed ogni giorno - perfino l'immaginifico 'Manifesto' non sarebbe capace di tenere il ritmo di una titolazione idiota ma ad effetto ogni giorno - benchè noi stessi qualche volta ne abbiamo inventato qualcuno particolarmente riuscito. Qualcuno sì, ma non tutti i giorni, o tutti i numeri di un giornale come il nostro dell'poca, Piano Time, mensile.
Ce ne vengono in mente due, di quegli anni di gioventù; uno che raccontava dell'avvicendamento fra Abbado e Muti alla Scala; in copertina la facciata del Piermarini ed i due direttori, suonava: ' La Scala del paragone', rubando il titolo di un'opera di Rossini. Non male. E, il secondo, per un 'Flauto magico', sempre alla Scala, quando Muti chiamò a collaborarvi come regista Roberto De Simone. Il titolo quella volta fu 'Napoletani a Milano', senza intenti razziali ovviamente, neppure sottintesi; e fu il cinema a suggerircelo. Sono i primi che ci vengono in mente, ma forse in sette anni qualche altro ve ne fu.
Ora, tanto per fare un esempio di titolistica che non ci piace, perchè banale, abusata, senza un briciolo di fantasia ed intelligenza, che abbiamo letto proprio in questi giorni, per una iniziativa musicale romana: 'Tutti pazzi per Schumann', alludendo all'esecuzione delle Sinfonie di Schumann a Santa cecilia, dei suoi Quartetti ( non abbiamo capito se alla Filarmonica o alla IUC; nemmeno il cronista deve averlo capito ) e forse del suo Concerto per pianoforte, nuovamente a Santa Cecilia, o qualcosa del repertorio pianistico, ma più avanti, affidato a Beatrice Rana, l'astro nascente del pianismo italiano. Noi al posto dei fantasiosi titolisti accademici avremmo scritto. "Tutto Schumann: siamo Pazzi?" .
Ma dove una schiera di titolisti, più numerosa e più agguerrita di qualunque giornale, lavora notte e giorno, è ad Agorà, trasmissione del mattino, ore 8, su Rai 3. Ogni giorno un titolo che, identificando la chiacchiera quotidiana, condotta e gestita con professionalità da Gerardo Greco, deve colpire - per la sua idiozia, lasciatecelo dire. Non ce ne viene in mente uno in particolare, ma basta accendere lunedì mattina, come anche martedì e mercoledì, giovedì e venerdì, insomma un giorno qualunque della settimana, sabato escluso, per essere abbagliati da tanto lavoro di geniale invenzione. Se non credete a noi non dovete che attendere lunedì.
P.S. Oggi venerdì 18 marzo, sciopero dei mezzi pubblici dalle 8.30 alle 12.30 a Roma, osservata speciale di Agorà di Rai 3 che MANTIENE il primato della titolistica idiota: BOTTE DA URBE.
Negli scoop veri o farlocchi , nelle inchieste mensili che nulla rivelano che già non sapevamo, si è invece specializzata una delle poche riviste musicali, sopravvissute alla decimazione causata dall'assenza di lettori di musica in Italia. A dargli manforte è regolarmente, ad ogni uscita, un giornalone milanese. Un esempio?
L'altro numero/mese si leggeva dello strano destino di una cassa di documenti, un archivio segreto verdiano, forse conservato nella villa di Sant'Agata, che, nel paese del melodramma, conoscono soltanto i proprietari, lontani eredi del musicista. Ed anche di un secondo archivio, quello pucciniano, così gelosamente custodito a Torre del Lago, nella villa del musicista, dalle sue ultime vestali, dal quale sembrerebbero scomparse alcune carte importanti, come ci dicono alcuni noti studiosi di Puccini.
Nell'uno come nell'altro caso, due ville 'dei misteri', dei quali non si viene a capo se non con l'esproprio, per fini culturali e sociali, mentre gli eredi quando possono mettono ancora veti assurdi, senza che nessuno li denunci ad alta voce, come quello imposto appunto dagli eredi pucciniani che non hanno consentito, nell'epistolario del musicista di cui è stato appena pubblicato il primo di una decina di volumi, che venissero riprodotte, integre nel testo, alcune lettere presenti in appendice, con una nota che ne illustra il contenuto. Cosa ha fatto assumere tale stupida decisione per lettere di oltre un secolo fa?
Nel numero /mese in uscita, come anticipato dal Corrierone e dalla Repubblica, una cinquantina di musicisti e personalità della cultura, hanno inviato una lettera a Mattarella per invitarlo ad intervenire per aprire quegli archivi agli studiosi. Un appello, che non si nega a nulla e nessuno, in Italia è ancora una notizia, anzi uno scoop. Forse perchè gli appelli, inutili, sono oggi più rari di ieri.
Ce ne vengono in mente due, di quegli anni di gioventù; uno che raccontava dell'avvicendamento fra Abbado e Muti alla Scala; in copertina la facciata del Piermarini ed i due direttori, suonava: ' La Scala del paragone', rubando il titolo di un'opera di Rossini. Non male. E, il secondo, per un 'Flauto magico', sempre alla Scala, quando Muti chiamò a collaborarvi come regista Roberto De Simone. Il titolo quella volta fu 'Napoletani a Milano', senza intenti razziali ovviamente, neppure sottintesi; e fu il cinema a suggerircelo. Sono i primi che ci vengono in mente, ma forse in sette anni qualche altro ve ne fu.
Ora, tanto per fare un esempio di titolistica che non ci piace, perchè banale, abusata, senza un briciolo di fantasia ed intelligenza, che abbiamo letto proprio in questi giorni, per una iniziativa musicale romana: 'Tutti pazzi per Schumann', alludendo all'esecuzione delle Sinfonie di Schumann a Santa cecilia, dei suoi Quartetti ( non abbiamo capito se alla Filarmonica o alla IUC; nemmeno il cronista deve averlo capito ) e forse del suo Concerto per pianoforte, nuovamente a Santa Cecilia, o qualcosa del repertorio pianistico, ma più avanti, affidato a Beatrice Rana, l'astro nascente del pianismo italiano. Noi al posto dei fantasiosi titolisti accademici avremmo scritto. "Tutto Schumann: siamo Pazzi?" .
Ma dove una schiera di titolisti, più numerosa e più agguerrita di qualunque giornale, lavora notte e giorno, è ad Agorà, trasmissione del mattino, ore 8, su Rai 3. Ogni giorno un titolo che, identificando la chiacchiera quotidiana, condotta e gestita con professionalità da Gerardo Greco, deve colpire - per la sua idiozia, lasciatecelo dire. Non ce ne viene in mente uno in particolare, ma basta accendere lunedì mattina, come anche martedì e mercoledì, giovedì e venerdì, insomma un giorno qualunque della settimana, sabato escluso, per essere abbagliati da tanto lavoro di geniale invenzione. Se non credete a noi non dovete che attendere lunedì.
P.S. Oggi venerdì 18 marzo, sciopero dei mezzi pubblici dalle 8.30 alle 12.30 a Roma, osservata speciale di Agorà di Rai 3 che MANTIENE il primato della titolistica idiota: BOTTE DA URBE.
Negli scoop veri o farlocchi , nelle inchieste mensili che nulla rivelano che già non sapevamo, si è invece specializzata una delle poche riviste musicali, sopravvissute alla decimazione causata dall'assenza di lettori di musica in Italia. A dargli manforte è regolarmente, ad ogni uscita, un giornalone milanese. Un esempio?
L'altro numero/mese si leggeva dello strano destino di una cassa di documenti, un archivio segreto verdiano, forse conservato nella villa di Sant'Agata, che, nel paese del melodramma, conoscono soltanto i proprietari, lontani eredi del musicista. Ed anche di un secondo archivio, quello pucciniano, così gelosamente custodito a Torre del Lago, nella villa del musicista, dalle sue ultime vestali, dal quale sembrerebbero scomparse alcune carte importanti, come ci dicono alcuni noti studiosi di Puccini.
Nell'uno come nell'altro caso, due ville 'dei misteri', dei quali non si viene a capo se non con l'esproprio, per fini culturali e sociali, mentre gli eredi quando possono mettono ancora veti assurdi, senza che nessuno li denunci ad alta voce, come quello imposto appunto dagli eredi pucciniani che non hanno consentito, nell'epistolario del musicista di cui è stato appena pubblicato il primo di una decina di volumi, che venissero riprodotte, integre nel testo, alcune lettere presenti in appendice, con una nota che ne illustra il contenuto. Cosa ha fatto assumere tale stupida decisione per lettere di oltre un secolo fa?
Nel numero /mese in uscita, come anticipato dal Corrierone e dalla Repubblica, una cinquantina di musicisti e personalità della cultura, hanno inviato una lettera a Mattarella per invitarlo ad intervenire per aprire quegli archivi agli studiosi. Un appello, che non si nega a nulla e nessuno, in Italia è ancora una notizia, anzi uno scoop. Forse perchè gli appelli, inutili, sono oggi più rari di ieri.
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domenica 6 marzo 2016
Opera di Roma- Accademia di Santa Cecilia. PUBBLICITA' INGANNEVOLE
L'abbiamo letta proprio oggi su Repubblica, la pubblicità che annuncia quel carnet di cinque spettacoli d'opera e concerti che i due enti romani offrono al pubblico a prezzi ridotti. E cioè a 230,00 Euro, per una poltrona di platea che sono i posti più costosi. Magari, detto per l'Auditorium, sono i più costosi ma anche quelli dai quali peggio si sente (storia ben nota!).
L'Opera di Roma e Santa Cecilia hanno scelto loro gli spettacoli interessati da questa prima operazione di collaborazione - della quale abbiamo parlato bene nei giorni scorsi - che però qualche dubbio, proprio sulle modalità, lo fanno venire. Ad esempio, perchè una persona che per la prima volta mette piede in un teatro d'opera dovrebbe scegliere il 'Benvenuto Cellini' di Berlioz, e financo il 'Trittico' pucciniano dei quali non gli viene in aiuto neanche una nota già conosciuta, come potrebbe accadere con titoli più popolari? E questa è già una obiezione.
L'anno prossimo sarebbe più opportuno far partire in tempo la collaborazione, proponendo abbonamenti 'parziali' a spettacoli d'opera , balletto e concerti delle due istituzioni, lasciando però la scelta allo spettatore, e magari con ulteriori sconti per coloro che sono al di sotto dei trent'anni, i cosiddetti giovani, nei quali, stando alle statistiche, si registrerebbe le più diffusa estraneità a teatri d'opera e a concerti classici. Come sarà opportuno anche che i programmi tengano d'occhio questo possibile nuovo spettatore, proponendo in cartellone titoli più popolari.
Ma veniamo al capitolo della pubblicità ingannevole, nel cui caso ci imbattiamo nella stessa volontà di non essere chiari fino in fondo. In detta pubblicità, apparsa sul quotidiano 'La repubblica' si legge, ben evidente, che i giovani sotto i trent'anni, per il medesimo abbonamento parziale a cinque serate paga 100,00 Euro. E la cifra è ciò che subito si legge , ancor prima dell'età degli eventuali spettatori cui è destinata la facilitazione.
Poi con caratteri quasi invisibili, in una riga nascosta fra le pieghe della pubblicità che elenca gli spettacoli ed i concerti interessati, si legge la cifra dei 230,00 Euro, alla quale avevamo fatto riferimento quando abbiamo scritto la prima volta su questo blog dell'iniziativa.
Esattamente come fanno banche, assicurazioni o compagnie telefoniche, quando ti vogliono fregare: scrivono in piccolo ciò che non vogliono si legga a prima vista, e mettono in risalto solo i lati positivi delle loro offerte, della cui mendacità ti accorgi solo quando ti rivolgi ad esse perchè hai un problema o devi rinnovare la polizza.
La prossima volta dunque si scriva chiaramente delle due opzioni, si dia all'abbonato l'opportunità di scegliersi gli spettacoli che vuole nell'ambito del cartellone, e poi non si restringa l'operazione ad un lasso di tempo (neppure due mesi) che dovrebbe vedere il neo abbonato abbuffarsi di musica per tutto il resto dell'anno. Meglio, no?
L'Opera di Roma e Santa Cecilia hanno scelto loro gli spettacoli interessati da questa prima operazione di collaborazione - della quale abbiamo parlato bene nei giorni scorsi - che però qualche dubbio, proprio sulle modalità, lo fanno venire. Ad esempio, perchè una persona che per la prima volta mette piede in un teatro d'opera dovrebbe scegliere il 'Benvenuto Cellini' di Berlioz, e financo il 'Trittico' pucciniano dei quali non gli viene in aiuto neanche una nota già conosciuta, come potrebbe accadere con titoli più popolari? E questa è già una obiezione.
L'anno prossimo sarebbe più opportuno far partire in tempo la collaborazione, proponendo abbonamenti 'parziali' a spettacoli d'opera , balletto e concerti delle due istituzioni, lasciando però la scelta allo spettatore, e magari con ulteriori sconti per coloro che sono al di sotto dei trent'anni, i cosiddetti giovani, nei quali, stando alle statistiche, si registrerebbe le più diffusa estraneità a teatri d'opera e a concerti classici. Come sarà opportuno anche che i programmi tengano d'occhio questo possibile nuovo spettatore, proponendo in cartellone titoli più popolari.
Ma veniamo al capitolo della pubblicità ingannevole, nel cui caso ci imbattiamo nella stessa volontà di non essere chiari fino in fondo. In detta pubblicità, apparsa sul quotidiano 'La repubblica' si legge, ben evidente, che i giovani sotto i trent'anni, per il medesimo abbonamento parziale a cinque serate paga 100,00 Euro. E la cifra è ciò che subito si legge , ancor prima dell'età degli eventuali spettatori cui è destinata la facilitazione.
Poi con caratteri quasi invisibili, in una riga nascosta fra le pieghe della pubblicità che elenca gli spettacoli ed i concerti interessati, si legge la cifra dei 230,00 Euro, alla quale avevamo fatto riferimento quando abbiamo scritto la prima volta su questo blog dell'iniziativa.
Esattamente come fanno banche, assicurazioni o compagnie telefoniche, quando ti vogliono fregare: scrivono in piccolo ciò che non vogliono si legga a prima vista, e mettono in risalto solo i lati positivi delle loro offerte, della cui mendacità ti accorgi solo quando ti rivolgi ad esse perchè hai un problema o devi rinnovare la polizza.
La prossima volta dunque si scriva chiaramente delle due opzioni, si dia all'abbonato l'opportunità di scegliersi gli spettacoli che vuole nell'ambito del cartellone, e poi non si restringa l'operazione ad un lasso di tempo (neppure due mesi) che dovrebbe vedere il neo abbonato abbuffarsi di musica per tutto il resto dell'anno. Meglio, no?
martedì 5 gennaio 2016
A proposito delle ville dei misteri di Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini.
In un nostro precedente post riguardante alcuni misteri sulle carte conservate troppo gelosamente o su quelle sparite dalle ville di Verdi e Puccini, avevamo chiamato in causa rispettivamente Fabrizio Della Seta, per Giuseppe Verdi, e Michele Girardi per Giacomo Puccini; invitando i due notissimi studiosi a dire pubblicamente ciò che sanno sull'argomento. Per Verdi, a Della Seta domandavamo di dirci tutto quello che sa, avendo egli avuto accesso, seppur relativamente, a quell'archivio segreto, quando ha curato l'edizione critica di 'Traviata'. E a Girardi di raccontarci dei furti da Villa Puccini, di cui tutti sanno, senza che ancora sia stato con certezza individuato nè il ladro o i ladri, né i suoi complici.
Ora si fa vivo a mezzo lettera personale, Della Seta, dicendoci che lui ciò che sapeva l'ha già detto ultimamente al 'Corriere della Sera', dunque non esiste per Verdi altro mistero a svelare. Ha detto cioè che quell'archivio, di cui ora non si conosce esattamente la locazione, è conteso fra gli eredi del musicista, le due famiglie di eredi, e l'Ospizio per musicisti di Milano. La contesa ereditaria fra le due famiglie occulterebbe allo sguardo attento degli studiosi quel patrimonio, la cui catalogazione non è nota, che per le due famiglie vuol dire soltanto soldi: a chi venderlo meglio, e chi ha diritto ad incassare il ricavato.
L'articolo del 'Corriere' ne ha stimolato altri anche su giornali stranieri di altrettanta denuncia ed una interrogazione parlamentare per chiedere al Governo di mettere fine a questa giostra di giostrai ed offrire le carte agli studiosi.
Si è fatto vivo nella disputa anche l'Istituto di studi verdiani che ora è presieduto dall'illustre studioso Nicola Sani, il quale ha detto, di essere riuscito con un colpo della sua bacchetta magica. a mettere d'accordo una delle due famiglie di eredi ( Carrara Verdi, che siede anche nell'Istituto parmense) e l'Ospizio verdiano; e perciò fra breve sarà avviata la digitalizzazione di tali documenti che l'Istituto parmense metterà in rete.
Per Puccini le cose sono ancora avvolte nelle nebbie, come dimostra anche il fatto che nella recente pubblicazione del primo volume dell'epistolario pucciniano, nella edizione critica, nelle ultime pagine sono pubblicate alcune lettere delle quali si conosce il destinatario ed anche sommariamente il contenuto, ma non il testo integrale... 'per volontà degli eredi'! - così c'è scritto, a quasi cento anni dalla morte del musicista. Che si aspetta?
E qui il Governo e la società degli studiosi non ha nulla da dite agli eredi, che poi non sono che la nipote Simonetta?
Ora si fa vivo a mezzo lettera personale, Della Seta, dicendoci che lui ciò che sapeva l'ha già detto ultimamente al 'Corriere della Sera', dunque non esiste per Verdi altro mistero a svelare. Ha detto cioè che quell'archivio, di cui ora non si conosce esattamente la locazione, è conteso fra gli eredi del musicista, le due famiglie di eredi, e l'Ospizio per musicisti di Milano. La contesa ereditaria fra le due famiglie occulterebbe allo sguardo attento degli studiosi quel patrimonio, la cui catalogazione non è nota, che per le due famiglie vuol dire soltanto soldi: a chi venderlo meglio, e chi ha diritto ad incassare il ricavato.
L'articolo del 'Corriere' ne ha stimolato altri anche su giornali stranieri di altrettanta denuncia ed una interrogazione parlamentare per chiedere al Governo di mettere fine a questa giostra di giostrai ed offrire le carte agli studiosi.
Si è fatto vivo nella disputa anche l'Istituto di studi verdiani che ora è presieduto dall'illustre studioso Nicola Sani, il quale ha detto, di essere riuscito con un colpo della sua bacchetta magica. a mettere d'accordo una delle due famiglie di eredi ( Carrara Verdi, che siede anche nell'Istituto parmense) e l'Ospizio verdiano; e perciò fra breve sarà avviata la digitalizzazione di tali documenti che l'Istituto parmense metterà in rete.
Per Puccini le cose sono ancora avvolte nelle nebbie, come dimostra anche il fatto che nella recente pubblicazione del primo volume dell'epistolario pucciniano, nella edizione critica, nelle ultime pagine sono pubblicate alcune lettere delle quali si conosce il destinatario ed anche sommariamente il contenuto, ma non il testo integrale... 'per volontà degli eredi'! - così c'è scritto, a quasi cento anni dalla morte del musicista. Che si aspetta?
E qui il Governo e la società degli studiosi non ha nulla da dite agli eredi, che poi non sono che la nipote Simonetta?
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