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lunedì 18 giugno 2018

L'Opera di Firenze nel profondo rosso. Dei conti

Da quello che dice il Commissario del Mibact alle Fondazioni liriche, e scrivono anche i giornali, l'Opera di Firenze è nella condizione finanziaria peggiore di tutte le altre fondazioni liriche italiane, perfino dell'Opera di Roma e del Comunale di Bologna, con i suoi  62 milioni  di Euro di debiti pregressi, accumulati negli ultimi decenni, per i quali  Cristiano Chiarot, chiamato da Venezia al capezzale del malato fiorentino gravissimo, che è riuscito a raggiungere il pareggio di bilancio, nulla ha potuto. Anzi, contemporaneamente, ha lanciato l'SOS: servono subito una decina di milioni di Euro, non abbiamo liquidità; e Renzi che, per l'Unità d'Italia, aveva messo nel programma anche un pacco di milioni per il nuovo teatro della sua città, adesso non può fare più nulla, perchè i cordoni della borsa sono passati in altre mani, e quella del Comune,  nelle mani da Nardella, non suona, pechè di fiorini non ne ha più da dare all'Opera.

Colpisce in questa storia il fatto che almeno negli ultimi  due decenni circa siano passati nelle stanze della sovrintendenza fiorentina i big delle istituzioni culturali, che big evidentemente non erano e non sono, pur continuando ad essere considerati tali e ad essere contesi, non appena lasciano, correndo e di notte per non essere raggiunti dagli inseguitori con i forconi, una poltrona.

A Firenze c'è stato Francesco Giambrone, all'inizio degli anni Duemila,  per il successo (di deficit) conseguito a Palermo anni prima, c'è stato anche il 'grande&grosso' direttore generale Nastasi come commissario, c'è stata l'ing. Colombo, Francesca (in arte Micheli), c'è stato uno dei due fratelli che erano gli avvocati di fiducia di Renzi, e cioè Francesco  Bianchi, ed ora Chiarot che certamente ha le mani legate e che forse si è reso conto di aver fatto il passo più grande della gamba, venendo via dalla tranquilla Fenice, ed ora forse medita, prima che sia troppo tardi, di darsela anche lui a gambe levate.

 Bene, tutti questi campioni dell'amministrazione culturale - materia che tutti vanno insegnando nelle università dei loro paesi. Capito a che cosa si sono ridotte le università? - compreso il Commissario Nastasi, nulla hanno fatto per sanare negli anni il debito, nè per ridurlo quantomeno. E tutti sono accomunati dalla stessa tecnica utilizzata per uscire di scena.

Sono sempre andati via prima che scoppiasse il bubbone. Loro  si sono dimessi, dicendo che lasciavano perchè interessati 'ad altri progetti', e l'indomani, puntualmente i giornali scrivevano della difficile, anzi tragica situazione finanziaria del Teatro del Maggio fiorentino. 

Di una in particolare siamo stati testimoni oculari, durante la sovrintendenza Colombo. Recatici a Firenze per intervistare Zubin Mehta,  nella bacheca del teatro, leggemmo del consistente ritardo, forse uno o due mesi, del pagamento degli stipendi per mancanza di liquidità. Anche la sovrintendente Colombo era stata chiamata, dopo il gigante Giambrone, per mettere ordine nei conti. Anche Lei  non riuscì nell'intento, al suo posto Renzi mise Bianchi, e dopo Bianchi, anche lui uscito prima della denuncia del buco profondo del bilancio, è arrivato Chiarot, l'impotente, perchè forse nulla o pochissimo può.

lunedì 8 gennaio 2018

Ancora sulla 'Carmen' assassina di Firenze

La sera della 'prima' di Carmen di Bizet  Firenze, si sono registrate vivaci proteste, soprattutto all'indirizzo della regia di Leo Muscato, al quale l'ha suggerita (prima imposta e poi accettata) il sovrintendente Cristiano Chiarot, al quale l'avrebbero suggerite le lavoratrici del Maggio.

Insomma quando una cosa va male è sempre difficile individuare  di chi è ha la responsabilità diretta. Chiarot ha detto che non appena ha manifestato quella sua pazza idea, è riuscito a convincere il regista dapprima diffidente,  e ha avuto l'appoggio di tutte le lavoratrici del Maggio che hanno pensato subito di organizzare una manifestazione di donne( l'aveva fatto alcuni anni fa a Firenze anche Giambrone, chiamato a salvare il Maggio, e  che  era andato via  lasciandolo peggio di come l'aveva trovato, cioè nella merda del deficit di bilancio; non vorremmo che medesima sorte toccasse a Chiarot!). Molte si sono autoconvocate - per discutere di 'femminicidio' - e  sono arrivate in teatro - nella Caffetteria - con qualcosa di rosso addosso, ma tutte con scarpette rosse in borsa, che hanno, come s'usa da tempo, depositate sul pavimento all'ingresso.
Anche la vicepresidente del Senato ha lodato l'iniziativa 'politica' di appoggio, e Chiarot ha cantato vittoria. Di numeri. Che sono poi l'unico argomento che vorremmo uscisse dalla sua bocca.

Chiarot ha già annunciato che tutte le recite di Carmen sono esaurite (il nuovo Teatro dell''Opera fiorentino ha una capienza di 1800 posti circa), e che le opere ed i concerti stanno registrando un consistente aumento di pubblico, a seguito della campagna promozionale.

 Ora siccome conosciamo bene queste tecniche di propaganda - Fuortes a Roma ne è un campione riconosciuto - vorremmo che alla fine delle recite di Carmen: sette, otto... Chiarot rendesse noto il numero di biglietti venduti: 1800 moltiplicato per il numero delle recite. Solo così crederemo al miracolo fiorentino.  Ma non per il 'fuoco di paglia' dello scandalo registico di Carmen (dubitiamo che i fiorentini siano così idioti da essersi precipitati all'Opera della loro città per vedere la scena, l'ultimissima, un paio di minuti in tutto, in cui Carmen spara a Don Josè, sempre che la pistola funzioni) ma perché  l'opera di Bizet - come forse Chiarot in questo caso, di proposito, dimentica - è fra le opere più rappresentate ed amate di sempre.

 D'ora in avanti Chiarot faccia il suo mestiere: alla fine delle recite di ciascun titolo dica quanti biglietti ha venduto dei 1800 di cui dispone ogni sera; non basta che dica  il pubblico è cresciuto, troppo generico e potremmo non credergli. Vogliamo numeri. E solo con i numeri saremo felicissimi di  constatare la  rinata passione per l'opera, a Firenze, nell'era Chiarot.

lunedì 8 maggio 2017

Palermo e Roma scoprono l'OPERA CAMION, dopo almeno una ventina d'anni che in Italia viene spesso praticata.

La 'grande' scoperta dell'Opera camion, come se fosse la scoperta dell'America - mentre è solo la scoperta, fuori tempo, dell'acqua calda - che i Teatri lirici di Roma e Palermo vantano come propria e come rivoluzionaria, in effetti, anche in Italia, nella provincia italiana, è scoperta ben nota e praticata.Due soli esempi a cominciare dalla più vicina nel tempo. 

Un camion con l'opera  bell'e pronta per essere  disvelata ed esportata  senza grandi spese, nelle cittadine vicine, l'aveva  già attrezzato la Istituzione Sinfonica Abruzzese, con sede a  L'Aquila,  quand'era diretta da Vittorio Antonellini. Ricordiamo che una volta ce ne parlò con entusiasmo.

 Ma nella provincia italiana, specie quella più provincia delle altre, l'Opera camion l' ha conosciuta molti e  molti anni fa, e di una di queste occasioni fummo noi  personalmente testimoni perché coinvolti. Ci consentirete, d'ora in avanti, di parlarvene in prima persona.

Trinitapoli, che è la cittadina pugliese, dove sono nato e dove, in occasione della festa patronale, le bande musicali facevano e fanno fare alla popolazione una specie di ripasso del grande repertorio, quello più popolare, del melodramma italiano, nell'estate dei primi anni Duemila ospitò una di queste rappresentazioni, alla quale fui invitato a partecipare, meglio a presentare l'opera che si rappresentava, e cioè Tosca. Il sindaco mi aveva chiesto una simile cortesia, avendo visto in tv, Rai 1, la trasmissione 'All'Opera!, presentata da Antonio Lubrano e di cui ero autore. 

 A fianco della Cattedrale di Trinitapoli, in uno spazio raccolto ed idoneo, nel pomeriggio stesso del giorno della rappresentazione, giunse un camion con la scenografia; con un pullman sarebbero giunto più tardi - in effetti molto più tardi, per alcune disavventure occorse al mezzo di locomozione - gli orchestrali e i solisti di canto. L'opera era stata rappresentata il giorno prima in Basilicata o giù di lì. E da lì a Trinitapoli ce ne è di strada. Il camion s'era mosso all'alba per giungere in tempo, il pullman con gli orchestrali ed i cantanti, molto più tardi.
 Gli orchestrali ed i cantanti giunsero con molto ritardo, e nonostante la stanchezza per la rappresentazione del giorno prima, ed il viaggio avventuroso, tennero testa - come sanno fare professionisti navigati, anche se non sulla cresta dell'onda - alla rappresentazione.
 Il sindaco mi disse che aveva ottenuto la rappresentazione pagando la somma di Euro 7-8000 (non ricordo con esattezza) tutto compreso. L'impresa che organizzava quelle rappresentazioni, che ho sempre definito 'spedizioni punitive', a causa dello stress inutile e dannoso, cui vengono sottoposti i musicisti, veniva, con tutto l'armamentario, da uno dei paesi dell'Est Europa (Romania o Bulgaria). Non credo fosse il primo viaggio operistico in Italia, nè penso sia stato l'ultimo. Forse i lettori  di questo blog, delle regioni del meridione d'Italia, potrebbero dare conferma.
 Allora, cosa hanno inventato Giambrone e Fuortes, i due Sovrintendenti che vogliono sembrare sempre un passo avanti agli altri?  Naturalmente fanno bene a posteggiare il camion nelle piazze di Roma e Palermo, offrendo gratuitamente il melodramma, mentre nei loro teatri costerebbe troppo caro ai cittadini. Ma non pensino che da quelle rappresentazioni vissute come un regalo delle istituzioni alle periferie, derivi un biglietto in più venduto ai loro botteghini, perché in pochi potrebbero permetterselo.  Se non ci crdete, date un'occhiata ai prezzi dei biglietti. 

domenica 5 marzo 2017

Bianchi a Firenze . La congiura

A noi qualche dubbio sull'uscita, imprevista per quel che ne sappiamo, del sovrintendente Francesco Bianchi, fratello del più noto e più influente Alberto, dall'Opera di Firenze, è venuto, come abbiamo accennato in  un post dei giorni scorsi.
Il dubbio cioè, confermato da tanti altri amministratori che l'hanno preceduto - da Giambrone allo stesso Nastasi commissario a Firenze, alla Colombo, prima commissario e poi sovrintendente, facendo perciò lo stesso cammino successivamente  percorso da Francesco Bianchi - che il risanamento del bilancio della fondazione lirica fiorentina, sia un risanamento di facciata, momentaneo e provvisorio. I predecessori di Bianchi avevano tutti risanato i bilanci, ma poi appena si erano allontanati da Firenze, qualcuno era venuto a dirci che la toppa non era riuscita a coprire il grande buco  che perciò  stava lì a minacciare qualunque pur abile amministratore.
 Nel caso di Francesco Bianchi, non sappiamo se il suo nome l'abbia fatto all'ex premier  Renzi, il fratello di lui, e cioè il più noto, avvocato 'amministrativista', Alberto, che pare, su richiesta, abbia messo bocca su quasi tutte le nomine di rilievo - quella dell'Opera certamente è buon ultima per peso specifico-  dell'amministrazione Renzi, prima a Firenze poi a Roma.

 Certo in questi giorni, visto il clamore negativo di alcune di quelle nomine e del ruolo giocato da Bianchi senior, il noto avvocato avrebbe preferito non essere mai entrato in rapporti amicali e professionali con il giro di Renzi. Perchè, quasi tutti gli ex amici ed anche i favoriti nelle nomine,  segnalati a Renzi da Bianchi, sono   diventati  suoi principali accusatori: da Marroni a Vannoni, maritato De Siervo - altro cognome del giglio magico di Renzi - il cui capostipite, ex presidente della Consulta, fra i primi che bocciò la sua riforma costituzionale, bocciata poi anche dagli elettori, e fu l'inizio della sua, di Renzi, fine.

Insomma quasi tutti i beneficiati da Renzi, nel senso che sono stati messi in posti di prestigio e responsabilità, per il tramite di Alberto Bianchi, ora si rivelano delle serpi che sputano veleno  contro chi, apprezzandoli e stimandoli, li aveva messi seduti su qualche poltrona ben retribuita.
Che è successo di tanto grave per giustificare un  tale voltafaccia vergognoso? Forse che i ricatti, in questi anni, appellandosi a quegli incarichi concessi loro per amicizia, non sono mai terminati, al punto da infastidirli non poco?
 O forse hanno accusato per salvarsi a loro volta il culo, temendo che venga scoperto qualche irregolarità o favore? Intanto  si sono messi a rivelare le pressioni subite, ma alle quali, pur ascoltandole, non hanno mai dato seguito, come hanno messo ben in chiaro.

Ma forse siamo solo all'inizio della faida che si sta consumando dentro il giglio magico renziano, e chissà quali altre sorprese potrà riservarci.

sabato 14 gennaio 2017

ANFOLS. Sito istituzionale. Alla voce 'STAMPA' è fermo a novembre

L'ANFOLS, presieduta da Cristiano Chiarot, vice Giambrone, è l'associazione di categoria delle Fondazioni liriche ( un tempo si diceva: lirico sinfoniche, ma da quando Santa Cecilia ha ottenuto l'autonomia di gestione è uscita dall'associazione, come anche la Scala) ; ha un suo sito istituzionale, al quale uno si rivolge anche per sapere cosa è accaduto, cosa sta per accadere ed anche cosa bolle in pentola nelle Fondazioni liriche italiane. Il sito fornisce documenti, leggi, ed anche una rassegna stampa che, se non andiamo errati, viene fornita quotidianamente dall' AGIS di Carlo Fontana.

Dobbiamo confessare che in qualche momento abbiamo avuto l'impressione che  nella rassegna stampa fosse praticata una certa selezione degli articoli e delle istituzioni, secondo il criterio opinabile ma deprecabile del gradimento. Ma forse è stata solo una momentanea impressione.

E' invece una certezza il fatto che il sito dell' ANFOLS, da almeno un paio di mesi non viene aggiornato,in special modo nel settore della Rassegna stampa. Come se nulla fosse nel frattempo accaduto. Infatti l'ultimo articolo pubblicato, in ordine di tempo risalente a novembre, è quello relativo alla permanenza o meno di Daniele Gatti all'Opera di Roma con un incarico stabile. Permanenza limitata -  per decisione saggia del direttore - alla responsabilità dell'inaugurazione delle prossime stagioni romane. E basta. Ma  anche di questo non v'è traccia nel sito dell'ANFOLS.

E perciò ci siamo chiesti se l'AGIS non fornisca più la sua rassegna stampa, se l'ANFOLS non abbia più soldi per pagare tale fornitura o se, sia all'AGIS che all'ANFOLS, per quello che conta, danno il giusto peso alla stampa. Cioè nessuno. Ed è evidente che noi propendiamo per questa terza ipotesi.

P.S. Sul sito dell'ANFOLS, nella Home Page, il visitatore trova il seguente invito: "clicca su STAMPA e troverai  ogni giorno la rassegna stampa fornita dall'AGIS".
 Lo abbiamo fatto, ma la rassegna stampa, come abbiamo denunciato l'altro ieri con questo post era ferma alla fine di novembre!

sabato 21 maggio 2016

ANFOLS & CONSERVATORI. Una proposta MOLESTA per dare speranza e futuro ai giovani musicisti italiani

Come ci ha confermato la cronaca di questi giorni - vedi la fine dell' EUYO - le orchestre, soprattutto giovanili, che si chiudono sono in numero maggiore di quelle che si aprono - che anzi non se ne aprono affatto, specie in Italia. Dove se ne sono chiuse tante. A cominciare dall'Orchestra giovanile di Santa Cecilia, la più gloriosa e con un reale futuro di lavoro - fatta chiudere da Berio, sindaco Rutelli, perché non si trovavano 400.000 Euro.  Mentre lo stesso Berio, elargiva compensi fuori merccato per le cosiddette 'lectio magistralis' di musicologi suo amici ( 70.000 Euro circa cadauno, lo abbiamo scritto tante volte a ridosso degli avvenimenti in oggetto), si aumentava il compenso come capo di Santa Cecilia: una eredità che Cagli ha mantenuto, fino al divieto di superare una certa soglia: 240.000,  anche Cagli ha goduto di un compenso stratosferico, oltre 300.000 Euro.
 La 'giovanile' di Santa Cecilia non venne più riaperta, anche sotto Cagli, perchè  -si disse - gli orchestrali illuminati della celebre orchestra non vedevano di buon occhio i giovani che si stavano facendo strada (ed anche, indirettamente, concorrenza?); e neanche Pappano ha ripreso quel progetto. Non ci si venga a dire che ora esiste la Juni Orchestra. E' un'altra cosa, iniziativa benemerita ma un'altra cosa.
 Qual è la situazione odierna, dopo la chiusura anche della Mozart (di cui si attende, almeno ce lo auguriamo, una prossima riapertura, per iniziativa privata!), dell'Orchestra Sinfonica di Roma, dell'Orchestra del Lazio, per fermarci al Lazio che conosciamo meglio?
E' la seguente. Orchestre giovanili non ve ne sono praticamente più. Salvo quelle create in ogni Conservatorio per soddisfare la pessima velleità di 'produrre', a ritmi forzati ( il Conservatorio di Roma, ad esempio, suona quasi ogni giorno dappertutto. Più volte ci siamo chiesti: ma quando studiano questi ragazzi?), anche durante gli anni di formazione.
Contemporaneamente sono nate iniziative didattiche di perfezionamento, dopo gli studi in Conservatorio, al fine di avviare praticamente i giovani musicisti alla professione. Ne sono nate alla Scala, al Maggio Fiorentino ( dal quale proprio in questi giorni arrivano voci allarmanti di default!), a Napoli ( San Carlo) e all'Accademia di Santa Cecilia, dove i corsi di perfezionamento sono fra i più antichi di Italia.
Senza contare, naturalmente, l'ottima  Scuola di Fiesole( che proprio in questi giorni ha visto un avvicendamento nella direzione, passata da Lucchesini a Meunier) che, in anni recenti, ha svolto magnificamente, nonostante le stupide contestazioni dei vari conservatori e dei loro docenti, il ruolo che l'assenza di accademie in Italia le ha delegato: quello cioè di avviare concretamente gli strumentisti più bravi all'esercizio della professione .Ora Fiesole ha ricevuto un riconoscimento ufficiale e si è consociata con alcuni Conservatori, come  Ferrara.
Volutamente, taciamo della tragica orte dell'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani (ONC), affidata dal Ministero a mani incompetenti  e fatta perciò, di fatto, vivere in perenne stato comatoso.  Un'altra delle schifezze italiane  con la benedizione del Ministero.
 E veniamo alla nostra modestissima proposta indirizzata agli attuali, illuminati e lungimiranti  - detto senza ironia - reggitori dell'ANFOLS: Chiarot, presidente, Giambrone, vice.
  Le nostre fondazioni liriche devono, data l'attuale situazione, stabilire ciascuna rapporti stretti con i Conservatori della zona per fornire, senza lunghi spostamenti e senza spese per gli studenti, con regolarità, assistenza e formazione agli studenti più bravi, impegnando, per l'insegnamento, le prime parti delle loro orchestre. In tal modo si creerebbero automaticamente dei vivai dai quali 'raccogliere' i futuri sostituti degli strumentisti delle relative orchestre.
 Perché non si è fatto prima, se è cosa, all'apparenza, così semplice? Da parte dei Conservatori, perché gli insegnanti, ad ogni proposta di tal genere, si sentivano sottovalutati rispetto ai loro colleghi che lavorano in Orchestra; da parte delle Fondazioni liriche perché gli strumentisti fino ad oggi hanno difeso strenuamente i loro privilegi, gli orari di lavoro ecc...
I Conservatori, che fingono di sbracciarsi in difesa del futuro dei loro studenti, mettano da parte queste invidiuzze fra membri della medesima casta; le Fondazioni liriche si adoperino per far capire agli strumentisti che  fra i loro compiti ci deve essere anche quello di formare i futuri strumentisti.
E Conservatori e Fondazioni liriche tengano presente che gli uni e le altre  vivono con soldi pubblici. perché, nonostante l'inutile e velleitaria riforma 'Veltroni', senza la presenza dello Stato nessuna di queste istituzioni sopravviverebbe.
 E dunque comincino a modificare  certe  cattive abitudini, anche se sedimentate ed incancrenite, e collaborino per dare una speranza di futuro, una concreta e professionale formazione strumentale gratuita, e l'effettiva possibilità  ai giovani di prendere un domani il posto dei loro colleghi e maestri, quando dovessero andare in pensione. Naturalmente il più tardi possibile.

lunedì 14 dicembre 2015

Il buco dell'Opera di Firenze è una voragine

Quando abbiamo letto la relazione del Commissario che amministra e gestisce il fondo per il salvataggio (dai fallimenti) del comparto delle Fondazioni lirico-sinfoniche, ci sono venuti i brividi vedendo che la cifra, in assoluto la più alta, di cui ha bisogno una delle 14 Fondazioni per salvarsi, è quella dell' Opera di Firenze: 34 milioni di Euro. Che devono servire, essendo concessi dallo Stato alle Fondazioni in difficoltà, a coprire il deficit accumulato negli anni, non a pagare  nello stesso tempo la cattiva amministrazione che, secondo il Commissario, è da ravvisare in alcuni comportamenti non ancora del tutto in linea con quanto previsto dalla legge,  almeno per il periodo del primo semestre  2015, oggetto della  sua relazione.
 Le fondazione che usufruiscono di tali somme per sanare i debiti pregressi relativi al bilancio ed al patrimonio, se non si mettono in regola entro il 2016, e cioè se non fanno corrispondere attivo e passivo, entrate ed uscite, devono essere dichiarate fallite, chiudere ecc.. con tutte le conseguenze legali di simili situazioni.
 Ora l'Opera di Firenze è quella che sembra correre maggiori rischi per il presente ed il futuro.
 Adesso a Firenze c'è il commissario, un commissario di fiducia del premier e del suo socio Nardella, e sarebbe davvero il colmo se  proprio il teatro toscano - quello nel quale il premier Renzi, s'è allenato a non addormentarsi durante le recite d'opera dei drammoni wagneriani, ai quali l'ha sottoposto Zubin Mehta, negli anni passati,come ha dichiarato pensando di essere spiritoso - risultasse fra i meno virtuosi e fosse costretto a chiudere. Ed a lasciare incompiuto il nuovo teatro, che  ha bisogno ancora di una bella manciata di milioni ( 150, se non andiamo errati) per essere terminato, altrimenti si andrebbe ad aggiungere alle già numerose incompiute della storia, nel qual genere il nostro paese vanta un primato mondiale.
 E' chiaro che ora il sovrintendente, già commissario di fiducia di Renzi, Bianchi, correrà ai ripari, facendo tesoro anche dei consigli elargiti gratuitamente - non come quella montagna di soldi per ripianare le voragini del debito che comporta il pagamento di interessi seppure agevolati -  dal Commissario del Governo attraverso la sua relazione semestrale, pena il fallimento, come abbiamo detto.
 Ma come si è giunti a questa situazione? Chi li ha fatti tutti quei debiti? Si può dare la colpa a quella poveretta della Colombo, l'ing. Francesca Colombo, che ha governato il teatro per poco più di un anno, prima di Bianchi, e che appena arrivata fu costretta a dichiarare che non aveva i soldi per pagare gli stipendi, pregando quindi i dipendenti di pazientare per un pò? Certo che no. La colpa  è degli amministratori del teatro che si sono succeduti alla gestione commissariale di Nastasi, che a avrebbe messo le cose a posto -altrimenti che commissario del ciufolo è stato? - e che hanno preceduto quella della Colombo, e cioè Francesco Giambrone e Paolo Arcà, sovrintendente il primo, direttore artistico il secondo.
 Giambrone, prima e più di Arcà, ha la  responsabilità di quel buco madornale, fuori di dubbio. E che ne  è stato dopo? Giambrone s'è sfilato appena intravista la possibilità di esser cacciato; Arcà s'è fermato per un po ancora e poi, quando la Colombo stava per abbandonare, in tempo anche lui, è andato a svernare altrove, dicendo che 'aveva altri progetti più interessanti cui dedicarsi'.  E  poi ?Poi, semplicemente, il sindaco di Palermo, al cui servizio Giambrone ha sempre lavorato, l'ha nominato sovrintendente del Teatro Massimo della capitale dell'isola?
 Ora se un amministratore dopo aver male amministrato viene anche premiato ( il caso in Italia è abbastanza frequente, come insegna anche quello recente di Banca Marche, con Bianconi) cosa ci si può attendere in tutta risposta? Che vada a fare buchi o voragini altrove.

domenica 5 luglio 2015

Un'ideuzza che Franceschini e Nastasi potrebbero sfruttare per raddrizzare le gambe alle fondazioni liriche. Ammesso che lo vogliano

Ci sono teatri lirici (fondazioni si deve dire, dall'era Veltroni) che hanno conti in ordine ed altri - E SONO LA MAGGIORANZA - che i conti in ordine non l'hanno mai avuto, se non rarissimamente, perchè dopo un risanamento (vero?) tornano a fare buchi nel bilancio, come i drogati in crisi di astinenza. Insomma i buchi (di bilancio, nei teatri) costellano la loro storia.
 L'ultimo caso riguarda Firenze che dopo la partenza della Colombo e l'arrivo del commissario renziano, sembrava essere tornato a posto ed invece - è di qualche mese fa l'allarme - non ha soldi per pagare gli stipendi. Ma allora che fa il Commissario, ora Sovrintendente? Non potrebbe anche lui accedere al 'fondo salva teatri' come ha fatto Fuortes che ha ottenuto la bella somma di 25 milioni di Euro?
 Non parliamo del caso più drammatico, quello di Cagliari che, governato per volere di Gianni Letta e Salvo Nastasi, dalla Crivellenti, per una stagione, più o meno, si meritò da Nastasi anche un premio per buona amministrazione, e poi,  è bastato un nuovo passaggio di Meli, per farlo ripiombare nel deficit, come scrivono in queste settimane i revisori ed i sindacati. Viene certo da chiedersi: quella della Crivellenti fu buona amministrazione tutta  e quella di Meli  tutta cattiva amministrazione, oppure un male endemico - quella della cattiva amministrazione - ha colpito da tempo il teatro lirico di Cagliari, e, una gestione sì ed una no, riemerge evidente, al punto che anche la nuova sovrintendenza non sa come fare e neanche cosa fare - benchè cosa fare forse dovrebbe saperlo, anche in riferimento alla stagione; e invece non lo sa, come ci raccontano i giornali isolani?
 Nel frattempo è stato rinnovato il vertice dell'associazione che riunisce le fondazioni liriche italiane, ora affidata a due campioni: il sovrintendente veneziano, Cristiano Chiarot ( presidente) e il palermitano Francesco Giambrone ( vicepresidente). Campioni di buona amministrazione, in qualche caso di veri e propri  miracoli amministrativi.
 Prendiamo allora i due e  tutti gli altri campioni che governano i nostri teatri e che hanno mostrato di saperci fare nell'amministrazione risanando bilanci,  in taluni casi al limite del miracolistico, e spostiamoli nei teatri che  di risanare i bilanci non vogliono sapere. Avremmo così Chiarot, Giambrone,  Fuortes, Pereira ( lui potremmo lasciarcelo alla Scala; c'è appena arrivato e non ha dovuto faticare molto  perchè i bilanci a Milano, in un modo o nell'altro sono da amni in regola),Vergnano, Roi ( forse c'è anche lui fra i sovrintendenti miracolanti), Dall'Ongaro ( pure lui può restare a Santa Cecilia; anche perchè La Scala e l'Accademia  hanno ottenuto proprio a causa dei bilanci in ordine uno statuto speciale che consiste in una più autonoma gestione) che sanno come si risanano i bilanci e potrebbero farlo in qualunque teatro come hanno dimostrato di saper fare  nei teatri che amministrano. Franceschini e Nastasi, una volta stabilizzata la situazione economica nei rispettivi teatri dei campioni che fanno miracoli, potrebbero spedire in missione i bravi amministratori, come , del resto, si fa con i dirigenti pubblici ( e i sovrintendenti che altro sono?) o nelle aziende, quando si vede che una va male; il proprietario prende un bravo manager e lo incarica di raddrizzarle le gambe.
E così avremmo  un decina di teatri, fra risanati e in via di risanamento con i bilanci in ordine, due ( Scala e Santa Cecilia) che sono addirittura autonomi e forse solo un paio per i quali  Franceschini e Nastasi dovrebbero provvedere a manager capaci. Per un paio solo saranno in grado di farlo, senza accettare o domandare ad amici e suggeritori consigli non certo disinteressati. Non è una bella idea?

mercoledì 1 luglio 2015

Vessazione dei Palermitani, al Teatro Massimo

Se uno una cosa sa fare, inutile chiedergli di fare altro, anche costringendolo. Prendiamo il nuovo direttore artistico del Teatro Massimo di Palermo, Pizzo, siciliano di nascita ma romano d'adozione, che fa al nostro caso, venendo egli da Musica per Roma, codazzo di Carlo Fuortes, artefice, sempre il Pizzo Oscar, della rassegna 'Contemporanea', nata con lo scopo di spendere tutto ciò che si poteva per  abbagliare i provinciali, che si sono perse le performances roventi delle avanguardie. Ad indottrinarli, abbagliarli - meglio  - ci ha pensato, negli anni romani, il Pizzo, con la Sinfonia per i cento metronomi di Ligeti, il Quartetto per archi ed elicotteri di Stockhausen, le 'Vessazioni' di Satie, le Streghe di Venezia di Montresor- Glass- e la preziosa collaborazione di Cerami e Giorgio Barberio Corsetti. che forse aveva un senso proporli al variegato pubblico dell'auditorium romano, non a quello di un teatro dalla grande tradizione.
 Ed ora, in attesa di ascoltare a Palermo, atterrati nel piazzale antistante il Massimo, gli elicotteri di Stockhausen ed i cento metronomi di Ligeti, eccoti importati  le Streghe di Venezia che all'Auditorium di Roma si videro nel 2009 - le vedemmo anche noi, nulla di memorabile - e le 'Vessazioni', ma dei cittadini di Palermo, firmate da Satie, incolpevole, per colpa del Pizzo, dalle quali sapientemente ci tenemmo alla larga, nel 2012, e per le quali non faremmo mai e poi mai un viaggio a Palermo ad ascoltare una pletora di pianisti  reclutati  all'ultimo minuto e speriamo recalcitranti e riluttanti, onde far terminare la gara idiota dopo solo il primo minuto, quanto dura il brano.
 Aggiungendo poi le 'Sirene per mare- Sinfonia per grandi navi' di Alvin Curran, e  i ' Pianeti', di Holst ovviamente, al castello, con il prezzemolino Odifreddi ( già scritturato da Pizzo per gli elicotteri di Stockhausen) si completa l'estate al massimo del Massimo di Palermo.
 Poi, naturalmente, presentata in pompa magna, c'è anche la stagione d'opera che si apre con 'Gotterdammerung' di Wagner - per rinfrescare la vocazione wagneriana di Palermo - si snoda lungo vie strabattute alcune e tortuose altre del melodramma, in eccesso le seconde, a significare la vocazione 'internazionale' di Palermo, segnata dalla presenza di grandi direttori - e questo vale anche per la stagione sinfonica. Ma quali sono i grandi direttori sbandierati dal sovrintendente Giambrone?

martedì 12 maggio 2015

La commedia infinita del teatro d'opera in Italia. Professionisti e dilettanti.Protagonisti e comparse


Per effetto della legge 'Valore cultura' i vertici delle nostre fondazioni liriche alla fine del 2014 sono decaduti, e subito dopo tutti ricomposti, in gran parte all'insegna del dilettantismo, con molti debutti, ed altrettante riconferme. Tutto come prima, come sempre.E qualche volta anche peggio.
Si è generata una nebulosa per cui fare cose lontane da quelle che si sanno veramente fare è sexy ed attraente. E i risultati, purtroppo, si vedono”- ha scritto Roberto Cotroneo sul settimanale del 'Corriere'. E ciò, in Italia vale dappertutto; ad eccezione di quei pochissimi settori nei quali se sei una schiappa si vede subito e ti buttano fuori, come nel campo della ricerca, bistrattata in Italia, anche perchè i fondi per gli studi in quel caso non te li dà nessuno.
Nelle fondazioni liriche, un settore nel quale il nostro paese dovrebbe eccellere, i vertici sono stati alla fine dello scorso anno, rinnovati in gran parte, ed alcuni riconfermati, gli elementi per una svolta decisiva non si vedono. La legge che imponeva il rinnovo dei consigli di gestione, che un tempo si chiamavano CdA ( Consigli di Amministrazione) ed oggi Consigli di Indirizzo (CdI), ha ridotto il numero dei loro componenti, e li ha privati di alcune loro mansioni importanti; nello stesso tempo maggiore autonomia ha riconosciuto al sovrintendente, una sorta di amministratore delegato; senza però stabilire se ai cattivi amministratori si debba richiedere conto dei buchi di bilancio, come necessario e salutare.
Ha stabilito, invece, che le Fondazioni liriche che navigano in cattive acque, possono chiedere il 'salvagente' del fondo speciale, a patto che osservino alcune disposizioni, alla stregua di ciò che l'Europa e il FMI pretendono dalla Grecia, per scongiurarne il fallimento.
Ma quella stessa legge che impone alle fondazioni che la scelta dei suoi amministratori debba spettare al Ministero risulta fra le più disattese, specie da quelle fondazioni i cui amministratori locali sono in grado di fare la voce grossa con 'mezzodisastro' Franceschini e 'grande&grosso' Nastasi, e che in alcuni casi, hanno fatto bene ad alzare la voce nei riguardi del Ministero che invece di amministrare il settore, passa il suo tempo a mettere il potere in mani amiche, anche se incapaci. Sta qui il punto. E del resto è questo un gioco che la politica conosce bene. Ministri e sottosegretari girano come trottole da un ministero all'altro, senza avere competetnza in nessuno, lasciando perciò grande spazio di manovra ai superburocrati che fanno il buono e cattivo tempo. A causa di ministri incompteneti, essi pure dilettanti.
Nel braccio di ferro fra Ministero ( leggi: Nastasi) e sindaci che vogliono farsi valere, in alcuni casi vincono i sindaci ( come per il Teatro Petruzzelli a Bari, dove il sindaco, Decaro, ha imposto Biscardi, che il Ministero non voleva; ed a Verona dove Girondini, imposto da Tosi, è stato confermato dal Ministero); in altri la spunta il Ministero, fottendosene delle tensioni che possono sorgere far sovrintendente e sindaco ( presidente del teatro) al quale il sovrintendente è inviso, come nel caso di Napoli, dove il Ministero starebbe per riconfermare la Purchia, sostenuta da 'grande&grosso', Nastasi. In ogni caso, a dispetto dei disastrati conti delle fondazioni, a Verona come a Napoli, ed anche a Bari che comunque è un caso a parte, perchè la più giovane fondazioni lirica d'Italia.
Per questo, coloro i quali nutrono tanti sospetti nei riguardi di Nastasi, potentissimo e protettissimo, a causa dell'incompetenza dei vari ministri, e in forza dei suoi padrini eccellenti, vedi Gianni Letta, hanno tutte le ragioni possibili dalla loro parte. Ci si può fidare di un direttore generale, commissario di un teatro, nel quale crea un Museo per mettervi come coordinatrice sua moglie, come nel caso del MeMus del Teatro san Carlo, dove fino all'altro ieri figurava in pianta stabile, come coordinatrice, Giulia Minoli, sua moglie? E non è che un esempio della tracotanza del potere.
Un altro capitolo che meriterebbe maggiore attenzione da parte del ministero è quello dei compensi sia ai vertici delle Fondazioni che agli artisti scritturati, dove vige la più totale anarchia. Alla Scala, ad esempio, Lissner aveva un compenso da manager di azienda privata, intorno al 1.000.000 di Euro, tutto compreso, mentre ora a Pereira è stato riconosciuto un compenso nella norma, e cioè di 240.000 Euro; e Santa Cecilia l'unica 'sinfonica' fra le fondazioni, riconosceva a Bruno Cagli un compenso di oltre 300.000 Euro, nonostante che avesse egli una affollata direzione artistica, con dirigenti e consulenti. E comunque il presidente/sovrintendente dell'Accademia prenderebbe lo stesso stipendio del direttore generale della Rai, che ha ben altre responsabilità.
Recentemente una rivista ha fatto i conti, su dati forniti dallo stesso Ministero, in tasca ad ogni fondazione, rilevandovi anomalie e disparità che il Ministero ben conosce ma che si guarda dall'eliminare. E così il sovrintendente dell'Arena guadagna 240.000 Euro; Vergnano del Regio di Torino, quasi 190.000 di Euro; Giambrone, a Palermo, 170.000; Chiarot a Venezia 165.000, mentre il suo direttore artistico, Ortombina, 167.000; Ernani a Bologna ne prendeva fino a febbraio, quad'era in carica, soltanto 120.000, e non sappiamo ancora quanti ne daranno a Nicola Sani, suo successore.
A queste ed altre anomalie, un'altra se ne è aggiunta negli ultimi anni. I ritardati pagamenti agli artisti, specie se giovani. Ritardi di mesi quando non addirittura di anni (Cagliari - si dice - è in cima alla lista delle fondazioni che non pagano), con richieste di riduzione di cachet, nonostante il ritardo; e ritardi negli stipendi dei dipendenti delle Fondazioni. Insomma un settore in grave crisi - una decina di fondazioni su quattordici sono con l'acqua alla gola e obbligate a ricorrere al fondo speciale di salvaguardia - mentre il Ministero continua a gestire le poltrone, sulle quali ha la faccia tosta di rimettervi amministratori, mesi prima commissariati.
Anche il Governo sembra disinteressato al settore, salvo che per il completamento del teatro della città del premier, tant'è che non ha ancora dato la sveglia a Franceschini e non si è ancora posto il problema dell'allontanamento di Nastasi dalla sua poltronissima, nonostante le numerose critiche che gli sono piovute e gli piovono ogni giorno addosso, anche dal suo stesso partito ( Orfini lo ha fatto in più di una occasione pubblica); mentre lui, Nastasi, ora vanta anche l'amicizia di Nardella.
Ed ora un rapido giro fra tutte le fondazioni, cominciando da Torino.
Al Regio di Torino regna incontrastato, da troppi anni, Walter Vergnano, cresciuto alla scuola del barone Francesco Agnello, nel CIDIM. Il dissidio che lo opponeva al suo direttore musicale, Noseda, sembra essere ufficialmente ricomposto, con l'arrivo di Gaston Fournier, costretto a sloggiare dalla Scala di Pereira, come direttore artistico. Torino si conferma come una delle fondazioni con i conti in ordine - così si dice, salvo poi a chiedere soccorso al Comune per la ricostituzione del patrimonio – e con la trinità di vertice in ordine: sovrintendente, direttore artistico, direttore musicale: 'unicuique suum', che tradotto vuol dire a ciascuno il suo mestiere. Ed ha anche annunciato la prossima stagione, come usa fare da qualche anno.
All'Arena di Verona il sindaco Tosi, che ha la maggioranza nel neo Consiglio di Indirizzo della Fondazione, è riuscito a far digerire al ministero la riconferma del sovrintendente Girondini, raro esempio di geometra sovrintendente, contro il quale s'era addirittura pronunciata una accolta di musicologi e musicisti, e nonostante che la platea più grande d'Europa presenti una voragine nei conti altrettanto grande. Al suo posto di direttore artistico resta Paolo Gavazzeni, della ben nota famiglia ( alla quale appartiene anche il critico musicale del 'Giornale', che ha rapporti di consulenza con il Teatro Comunale di Bologna, come fosse la cosa più normale del mondo). A Verona, Nastasi non ha potuto o voluto far nulla, forse perchè Girondini, per lungo tempo a capo dell'associazione che riunisce le fondazioni liriche italiane, s'era guadagnato, a dispetto di tutti, il lasciapassare per la riconferma, proprio dal Ministero. Tosi aveva fatto un bando per la ricerca del nuovo sovrintendente. Si sono presentati una quarantina di candidati, fra i quali non c'era Girondini. Fatto sta che, fottendosene sia del bando che delle candidature farsa, alla fine è rimasto Girondini.
Al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, c'è stata una svolta nella gestione, con l'arrivo di Francesco Pace, il quale, pur fuori dal giro, ha sbaragliato la lunga lista di concorrenti, compreso il sovrintendente uscente, Orazi, al quale sembrava essere stato promesso( da chi?) il Teatro San Carlo di Napoli; dove Nastasi riuscirà ad imporre la Purchia commissariata, nonostante il commissariamento e l'aperta opposizione di De Magistris.
La Fondazione triestina sembra oltre i confini italiani, di essa poco si sa ed ancor meno si scrive sui giornali, è come situata in una zona franca. L'arrivo di un manager, che sembra competente, forse la farà svoltare e rientrare nel gioco delle fondazioni italiane e magari farle aumentare la produzione e la qualità.
Al Teatro La Fenice di Venezia le cose sono rimaste come erano prima del grande (finto) cambiamento. Al vertice Cristiano Chiarot; direttore artistico Ortombina; è andato via solo il direttore principale, Matheuz, il venezuelano, che con i vertici non andava più d'accordo, dopo i primi mesi di idillio lavorativo, e le cui direzioni sono state troppe volte aspramente criticate; ma anche il prezioso coordinatore della direzione artistica, Piearangelo Conte, ha preso la strada di Firenze. Fra breve, al posto di Matheuz, arriverà un altro giovane, straniero, raccomandatissimo, e forse sarà quello venuto via da Valencia. La fondazione veneziana ha da qualche anno i conti in ordine, così dicono tutti oltre i vertici medesimi, ( a fine aprile è stato presentato il bilancio del 2014, certificato da società esterna, dal quale risulta anche un leggero attivo!) e un indice di produttività fra i massimi, al punto da essere portata a modello in Italia; ha una programmazione di diverse annualità, molto varia, un pò stagione e un pò festival, ed una calendarizzazione a metà strada fra quella di un teatro 'italiano'(teatro di regia) ed uno 'tedesco' ( (teatro di repertorio) e sul podio esibisce regolarmente anche grandi bacchette, come ad esempio Chung. Non c'è che da augurarle che duri. Perchè ciò potrebbe, tra breve, farle ottenere anche l'autonomia di gestione, da poco riconosciuta alla Scala e a Santa Cecilia.
Il Teatro alla Scala, dopo l'uscita anzitempo di Lissner e di tutta la sua corte ( direzione artistica, ufficio stampa) si è messo nelle mani di Alexander Pereira per i prossimi cinque anni, dimenticando il passo falso con cui aveva iniziato la sua collaborazione - gli spettacoli acquistati dal 'suo' festival di Salisburgo - e rinunciando al periodo di prova contemplato nel suo primo contratto. Ora gli è stato riconosciuto un buon stipendio ( 240.000 Euro, con un netto risparmio su Lissner, un quarto appena), sta gestendo il teatro nel periodo dell'Expo, ha già presentato la prossima stagione, annunciando una quindicina di titoli d'opera e cinque o sei di balletto, e sembra ormai accettato dal CdI del teatro, dal sindaco (che non si ricandiderà ) ed anche dal Ministero, da dove Nastasi aveva fatto capire che per quel posto di sovrintendente, o magari di Commissario ( prima della definitiva assunzione di Pereira) era lui ancora una volta interessato. Pensare che come commissario, pur restando sempre direttore generale del Ministero, s'era già fatto, senza grandi risultati, il giro di molti teatri italiani, da Firenze a Napoli, a Bari; e anche in altri avrebbe voluto mettere piede, come Milano, appunto, Roma, e Genova (dove aveva mandato un suo fedelissimo, un vero disastro) lasciando in tutti i casi, dopo il suo ritorno al Ministero, un equilibrio così instabile che, dopo pochi mesi, dava luogo a nuovi buchi di bilancio. Ora la Scala avrà nuovamente anche un direttore musicale, Riccardo Chailly, che ha promesso, d'accordo con Pereira, di far tornare il teatro milanese a risplendere soprattutto nella tradizione del melodramma italiano che Lissner-Barenboim avevano deliberatamente tentato in tutti i modi di oscurare, togliendogli la sua più preziosa identità storico musicale.
Scendendo verso ovest, la prima tappa è al Teatro Carlo Felice di Genova, dove da poco è approdato il nuovo sovrintendente nella persona di Maurizio Roi, proveniente dalla Toscanini di Parma. Il teatro ha vissuto e forse vive ancora momenti drammatici: senza vertici e senza soldi; e Roi ha il compito di portare nel teatro più moderno d'Italia, un po' di pace e serenità e di avviarlo a navigazione sicura.
Asnche al Teatro Comunale di Bologna c'è stato ultimamente un cambio al vertice; mandato a casa (perchè? per limiti di età?) Francesco Ernani, ha preso il suo posto Nicola Sani che di Ermani era consulente per la direzione artistica, e che forse vorrà tenere per sé il doppio incarico, avvalendosi della collaborazione del direttore musicale, il giovane Mariotti, pesarese/rossiniano di origine, formazione ed ascendenza, gratificato da frequenti successi. Ernani aveva dichiarato di aver trovato un bilancio disastrato, ereditato dalla gestione Tutino; non sappiamo se tale buco sia stato nel frattempo risanato; certo è che in un teatro che non ha i conti in ordine, metterci come sovrintendente un debuttante in tale ruolo, qual è da considerarsi Nicola Sani, è un rischio serio, affatto calcolato. La programmazione del teatro bolognese si segnala per la novità delle proposte e per la calata in Italia di regie 'di sorpresa' come è nello stile e d 'abitudine per Nicola Sani che altrettanto aveva fatto anche a Roma, dove pure vi era stato chiamato da Ernani.
L'Opera di Firenze che sembrava navigare in acque tranquille dopo l'arrivo di Francesco Bianchi, banchiere, alla sovrintendenza, ha scioperato nella serata inaugurale del Maggio. E' stato fra i primi dei nostri teatri a rinnovare il Consiglio di Indirizzo e ad indicare Bianchi sovrintendente, subito nominato da Nastasi, amico di Nardella, in ossequio al volere del premier. Come coordinatore artistico è arrivato dalla Fenice Pierangelo Conte, che il suo apprendistato l'ha fatto per molti anni in laguna e che ora ha la possibilità di gestire in prima persona la programmazione di un grande storico teatro. A Firenze c'è anche la figura del direttore generale:Alberto Triola, che a Bologna era l'ombra di Tutino, e che ha lavorato alla Scala e dirige il Festival di Martina Franca, e che perciò mette il naso anche nella programmazione artistica ( sua l'idea dell'opera nuova di Tutino a Firenze).
Ma la calma in teatro è solo apparente. Per l'ennesima volta il pagamento degli stipendi è stato ritardato e ritardi ci sono pure nel pagamento degli artisti ospiti, Mehta, direttore a vita dell'orchestra, sembra da tempo in procinto di lasciare, e così, nelle more, Firenze s'è lasciata sfuggire Daniele Gatti, accolto trionfalmente ad Amsterdam, al Concertgebow; Maggiodanza, il corpo di ballo del teatro, è stato sciolto e licenziato, e il nuovo teatro ha bisogno di altre consistenti risorse economiche per essere completato. Dove li troverà ora che l'occasione dell'anniversario 150° dell'Unità d'Italia è passato e la cricca è finita dietro le sbarre? Ma forse Renzi li troverà in un modo o nell'altro, per darli al teatro d'opera della sua città ed agli amici Nardella e Bianchi.
Al Teatro Lirico di Cagliari è andata in scena l'ennesima tragicommedia per la succesione a Mauro Meli , tornato per la seconda volta in Sardegna, e per la seconda volta fatto fuori dal rinnovato CdI. Meli era tornato a Cagliari dopo l'uscita di scena della Crivellenti, nominata sovrintendente per volontà e virtù di Gianni Letta e Salvo Nastasi. Per la successione a Meli, richiamato per evitare che la nave affondasse, il sindaco Zedda aveva bandito il solito concorso farsa, al quale s'era naturalmente presentato anche Meli, inviso al sindaco,ma gradito e sostenuto dalla Barracciu, ora sottosegretario ai beni Culturali, per volontà di Renzi, il quale per proteggerla dal fuoco amico del suo stesso PD, a seguito delle spese pazze di carburante delle quali non aveva saputo dare convincenti giustificazioni, l'ha chiamata sul continente.
A Cagliari è approdata Angela Spocci, anzi riapprodata. Conosce l'amministrazione a causa di precedenti importanti incarichi, ma deve ricostruire il teatro, formulare in breve una programmazione, che ora manca, e fare ogni cosa perchè i buchi di bilancio vengano coperti e mai più prodotti. Impresa non facile. E poi avrà bisogno anche di un direttore artistico che l'affianchi e, perchè no, anche di un direttore musicale, perchè un'orchestra, che spesso è stata osannata da giornalisti prezzolati, ma che è passata attraverso tempeste di ogni genere e di lunga durata è chiaro che ha bisogno di essere rifondata. Avrà la Spocci la forza ed anche i mezzi per permettersi un direttore stabile dell'orchestra, a questo punto molto utile, anzi indispensabile? Apprendiamo , mentre scriviamo, che i sindacati chiedono le dimissioni della Spocci, per incapacità, calo vistoso di pubblico e di abbonamenti. Ci risiamo.
E Roma? Sempre meno ladrona di quanto i ladri della Lega di Bossi e Salvini farebbero intendere. Mandati a casa gli incapaci di professione che hanno avuto all'Opera per un triennio il loro quartier generale, il Teatro dell'Opera sembra navigare in acque più tranquille pur ricorrendo alla legge Bray, il cui sovrintendente da poco è stato ufficialmente nominato, Carlo Fuortes. Il quale, nei mesi del casino generale, aveva persino carezzato l'insane progetto di 'esternalizzare' orchestra e coro, facendo la figura dell'ignorante agli occhi dell'Europa musicale. Non agli occhi dell' ignorante Marino e della sua collaboratrice Marinelli che, anche per amor di partito, ne hanno elogiato le doti di amministratore, nelle quali erano compresi anche i modi spicci e i passi falsi. Il quale, per una ennesima decisione di non scegliere, ha lasciato i suoi più stretti collaboartori al loro posto ( da Alessio Vlad a Roberto Gabbiani) ha annunciato l'arrivo come direttrice del corpo di ballo della debuttante nel ruolo Eleonora Abbagnato, la bravisima ed avvenente ballerina, moglie di un calciatore di una squadra cittadina e perciò accasata a Roma, la cui nomina è un'ulteriore dimostrazione della incapacità ed inadeguatezza di Fuortes e Marino a governare una istituzione come il teatro dell'Opera. Anche Caracalla nelle loro mani finirà per diventare un circo equestre o una 'disneyland' dello spettacolo, con rovine originali. Il tempo lo dirà. Ed ora temiamo anche per l'annunciata prossima nomina del direttore musicale, purtroppo minacciata. Mentre Fuortes ha annunciato che il suo tetaro varà non uno ma due direttori artistici, il secondo ( o primo?) è Battistelli, relegato al ruolo di programmare il 'moderno' in teatro e la la stagione sinfonica.
Dall'altra parte del Tevere viaggia tranquilla l'Accademia di Santa Cecilia, dove da poco è cambiato il timoniere, che ora è Michele dall'Ongaro, gran manovratore, mentre tutto lo staff creato da Cagli e ben oleato e foraggiato economicamente, resta lo stesso, come pure al suo posto resta Antonio Pappano, vera gloria dell'Accademia, per i prossimi cinque anni. Dall'Ongaro viene alla scuola di Cagli e perciò è assai difficile, a dispetto delle dichiazioni di inizo mandato, come quella di una maggiore attenzione agli artisti italiani, che qualcosa possa cambiare. E del resto Dall'Ongaro agli italiani non ha mai prestato attenzione, anche nel suo precedente incarico all'Orchestra sinfonica nazionale della Rai di Torino; perchè dovrà fare a Roma ciò che non ha mai fatto a Torino? Comunque a Santa Cecilia, finchè c'è Pappano c'è speranza, andato via lui, i Cagli, un tempo, o i Dall'Ongaro ora, poco o nulla possono fare.
Il Teatro San Carlo di Napoli nella tempesta, con il braccio di ferro tra il sindaco De Magistris, in minoranza nel CdI, e il ministero di Nastasi, per la nomina del nuovo sovrintendente, che Nastasi vorrebbe ancora Purchia e De Magistris assolutamente no, ha vinto proprio il Ministero. Riconfermata, la Purchia, la signora ragioniera, richiamerà il direttore artistico De Vivo, geometra (come assicurano i bene informati napoletani)? Solo con la riconferma della Purchia il teatro potrà godere di tanti benefici ministeriali, come, in passato, quell'enorme dispendio di denaro pubblico che è stata la inutile trasferta americana, a San Francisco, dei complessi del teatro, interamente finanziata da Nastasi che voleva dar lustro al teatro di cui era stato fino a poco prima commissario. Una vergogna. Per la quale, solo per questa, dovrebbero indagarlo e metterlo fuori gioco. Il posto lasciato vuoto dalla Purchia a Catania, dove si era impegnata con il sindaco Bianco a trasferirsi, è stato felicemente occupato da Roberto Grossi, presidente di Federculture, già direttore generale di Santa cecilia, persona per bene e competente e con molte idee.
Il Teatro Petruzzelli di Bari, la più giovane tra le Fondazioni liriche italiane, con qualche vantaggio che tale gioventà presenta, sembra messo in sicurezza dal sindaco Decaro, che ha voluto al vertice come presidente- unico caso in Italia dove le Fondazioni sono presiedute dai sindaci - lo scrittore-magistrato Carofiglio, che ha sostenuto la riconferma di Massimo Biscardi alla sovrintendenza (ruolo nel quale anche lui è un vero debuttante, avendo sempre svolto mansioni di direttore artistico), benchè osteggiato - come riferiscono i bene informati - da Nastasi, sempre lui. Basta! Ora il teatro barese ha bisogno di tutto: di una programmazione vera, degna di una fondazione lirica almeno come produttività; dopo l'uscita di scena di Daniele Rustioni, finito al Teatro di Lione in Francia, di un direttore musicale senza il quale una orchestra giovane rischia di restare sempre giovane e non maturare mai, ed ha bisogno anche di idee oltre che di soldi che comunque Decaro non gli farà mancare.
Infine il Teatro Massimo di Palermo dove è tornato, come il postino del celebre film, per la seocnda volta, Franceco Giambrone, attendente del sindaco palermitano. Lui il Massimo l'aveva già governato una volta, ne era uscito fra polemiche e anche debiti(?), era rimasto per qualche tempo a spasso - insegnando in varie università come in Italia è accaduto a vari amministratori che avrebbero dovuto essere titolari di diritto delle cattedre di 'disastro economico' - per poi approdare a Firenze da dove era dovuto andar via, sempre per i suoi meriti di cattivo amministratore. A Palermo ha chiamato un debuttante nella direzione artistica, Oscar Pizzo, che le ossa se le è fatte con 'Contemporanea', all'Auditorium di Roma, fedelissimo di Fuortes, ma assolutamente a digiuno di teatro d'opera e di vocalità; per l'una e l'altra mancanza supplisce Giambrone, il quale s'è voluto circondare di un altro siciliano per la direzione stabile dell'orchestra: Gabriele Ferro che, in questa stagione, visto il suo importante ruolo, dirige un titolo appena.
                                                                      (SUONO, mensile. per gentile concessione)







domenica 8 marzo 2015

Contrordine. C'è da pagare anche Pizzo che lavora tanto, ed anche Ferro che, però, dirige pochissimo

Avevamo scritto, nei giorni della nomina di Oscar Pizzo alla direzione artistica del Teatro Massimo di Palermo, che l'esempio del neo direttore artistico che lavorava gratuitamente andava imitato.Ma non crediamo che molti abbiano seguito il nostro consiglio. perchè avrebbero dovuto. Il lavoro va compensato.
 In quegli stessi giorni abbiamo pensato che comunque il teatro dava qualcosa a Pizzo, insegnandogli sotto l'attenta vigilanza di Francesco Giambrone,gran maestro, il mestiere di direttore artistico di un teatro, mestiere che , come abbiamo detto già tante volte di lui e di molti altri che come lui debuttano in grandi istituzioni in tale mestiere, non hanno mai praticato.
Ma ci siamo ancora una volta sbagliati. Pizzo anche lui non senza ragione ha preteso di essere pagato, con appena 100.000 Euro l'anno - diciamo 'appena' perchè Giambrone ne prende 170.000 di Euro: 100.000 per l'incarico di Sovrintendente; 50.000 per quello di General manager, e 20.000 come istruttore/allenatore/insegnante di Pizzo.
Gabriele Ferro, direttore musicale del teatro, del quale pure c'era scritto un tempo sul sito che lavorava gratuitamente, ha preteso anche lui  un compenso - mica è l'unico fesso che lavora gratis. Ma il suo compenso non viene riportato, anche perchè si confonde con i suoi cachet da direttore di opere e concerti.
 Anche a santa Cecilia, alla voce Antonio Pappano, un tempo, quando Cagli prendeva sui 330.000 Euro, c'era scritto 150.000 Euro. Poi ci devono aver ripensato, a seguito dei tagli ai compensi superiori a 240.000 Euro. E Pappano, per far bella figura,  ha fatto cancellare ogni compenso specifico, tanto lui si rifa con i cachet di direttore, a fronte dei quali il suo compenso fisso da direttore musicale era ben poca cosa. Supponiamo, senza conoscere le cifre esatte.
 Ancora sul  Teatro Massimo. Si legge nel sito della notevole presenza di Gabriele Ferro, direttore musicale dell'orchestra del teatro, sia nei concerti che nell'opera. Sì, ha ragione chi l'ha scritto: Ferro in dodici mesi dirige un titolo d'opera ( Flauto magico) e due concerti.  Presenza perciò notevole, anzi notevolissima.

giovedì 5 marzo 2015

Finto bando pubblico per manifestazione di interesse alla nomina di sovrintendente delle fondazioni liriche.Napoli,verona,cagliari, parma...

Da qualche mese la democrazia s'è impiantata prepotentemente nella gestione delle nostre istituzioni culturali, prime fra tutte le fondazioni liriche che rappresentano una rete ben distribuita sul territorio, produttiva se viene ben amministrata, e di enorme interesse per lo sviluppo.
 D'ora in avanti, viene da pensare che episodi come quelli del Teatro Massimo di Palermo dove il sindaco Orlando ha messo a capo, per sua insindacabile volontà e disposizione, il suo assessore Giambrone - già al secondo giro, essendo passato anni fa dall'assessorato comunale al teatro - non si verificheranno più in Italia.
 Quando si deve scegliere il vertice di una fondazione lirica che ha una notevole responsabilità in fatto di gestione e di promozione culturale, i sindaci - che restano, nonostante la loro palese ignoranza in materia, a capo delle fondazioni liriche, del loro consiglio di indirizzo intendiamo - si stanno a bituando ad utilizzare lo strumento del bando pubblico. Chi intende essere valutato per la sovrintendenza di una fondazione lirica, ritenendo di avere titoli ed esperienza necessari ed adeguiati,  segnali il suo nome all'ente, accludendo il suo curriculum di studi e professionale. Chi averà più titoli ed esperienza sarà prescelto. Tutto bene, sì. Salvo che per una postilla del bando. I sindaci non sono tenuti a scegliere necessariamente dall'elenco dei candidati, possono insomma fottersene e fare di testa propria.
 E' quanto è accaduto, ad esempio, a Parma, al Teatro Regio - che non è  fondazione lirica, sebbene abbia un passato ed una storia assolutamente grandiosi. Pizzarotti ha fatto anche lui un bando, ha creato una commissione esaminatrice e poi ha scelto due persone  che non si erano neppure candidate. Non vogliamo difendere i candidati ritenuti idonei dalla commissione presieduta da Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice. Anche il candidato segnalato dalla Commissione non aveva i requisiti di esperienze neppure di preparazione per ottenere quell'incarico. E, perciò, in quel caso ci sentiamo di dire, per le nostre modeste conoscenze, che quella Commissione aveva toppato, oppure aveva scelto il meno peggio in fatto di preparazione ed esperienza.
 Anche il Teatro di Cagliari, dopo l'uscita di Meli, era ricorso al medesimo bando. Fra i candidati ci sembra abbia fatto una scelta giusta, nominando Angela Spocci, che non apparterrà alla crema della crema del mondo musicale, però il mestiere di sovrintendente lo ha già fatto e pure a Cagliari, da commissario, anni fa.
 Ora ci prova anche Napoli per sostituire la Purchia, il cui mandato è terminato. E anche nel bando del San Carlo, firmato da De Magistris, c'è la solita clausola di salvaguardia del conosciuto vizio della politica di impicciarsi di cose che non conosce e non capisce. E siamo certi che la scelta anche a Napoli avverrà per insindacabile decisione di De Magistris che presiede il cosiddetto Consiglio di indirizzo.
Come del resto è accaduto a Roma, dove la riconferma di Fuortes - che ancora non molla 'Musica per Roma', per la quale il sindaco ha promesso anche lì un bando internazionale, che ancora non si è visto -  è stata fatta da un Consiglio di indirizzo nel quale siede la crocerossina Maria Pia Garavaglia, la scrittrice e televisiva Maria Pia Ammirati, una signora addetta alle pubbliche relazioni - della quale non ricordiamo il nome, ci perdoni - ed un economista. Dunque ha scelto Marino, incurante della figuraccia che lui e Fuortes hanno fatto agli occhi del mondo con la cosiddetta minacciata 'esternalizzazione'. Vedremo cosa saprà fare Fuortes. Per ora il bilancio l'ha sanato il governo ( Legge Bray) e non lui, e gli sponsor ancora non li ha nè trovati nè portati, solo minacciati. Staremo a vedere.
 A Genova ha scelto il sindaco Doria, chiamando da Parma  Maurizio Roi ( a Parma Genova era già ricorsa in un'altra occasione. Speriamo vada tutto bene, visto che quello genovese è uno dei teatri nella grande tormenta). Ed anche Bologna, spodestato Ernani, ha messo in trono Sani, per volontà esclusiva, divina addirittura, nonostante la matrice politica del sindaco.
 Trieste, sembra fuori dei confini italiani, facciamo fatica a capire che cosa succede lì.
 Ora c'è anche il Caso Arena di Verona, il cui sovrintendente uscente, Girondini, imposto già una volta dal democratico Tosi, senza averne competenza ed esperienza, ma solo fedeltà al sindaco, era  stato contestato anche pubblicamente, da alcuni esponenti  del mondo musicale che ne chiedevano la destituzione. E invece no, dopo il bando, e le infinite candidature, come i sovrintendenti appartenenti alla 'compagnia di giro per le sovrintendenze' fra cui anche Catello De Martino, Francesco Ernani, Angela Spocci, Mauro Meli, e pure Ferdinando Pinto, il quale si sarà detto. ma se partecipano tutti quei... perchè non posso partecipare io, in considerazione del glorioso passato della sua gestione al Petruzzelli, ante incendio; ed altri trentacinque candidati, quell'elenco è stato stracciato dal sindaco.Tosi se ne è fregato di tutto e tutti ed ha fatto candidare dal Consiglio di indirizzo nuovamente Girondini che, ovviamente non compare in quell'elenco. A Lui pensa Tosi.
 Ci dite, di grazia, perchè dovremmo credere alle riforme ed alla volontà del ministero di Franceschini e Nastasi di voltar pagina.

giovedì 26 febbraio 2015

Gioacchino Lanza Tomasi, antico e nobile come e quanto l'INDA, di nuovo in pista.

S'era lamentato qualche tempo fa il principe: si sono dimenticati di me. Il principe palermitano lamentoso è Gioacchino Lanza Tomasi, che dal 2006 non ha incarichi 'di vertice' e  'ben remunerati', due condizioni senza le quali egli non ha mai abbandonato la sua  nobile dimora.   Dagli anni Settanta a metà del Duemila, Gioacchino Lanza Tomasi s'è fatto il giro delle sette chiese dello spettacolo italiano, finendo, dulcis in fundo, dopo alcuni anni a capo dell'Istituto di Cultura italiano a New York, a guidare la Sovrintendenza del Teatro San Carlo di Napoli, da dove sarà costretto ad uscire per i bilanci non troppo in ordine, giacché arrivò il commissariamento ministeriale. Poi lo stesso Nastasi, commissario del Ministero,  ma già anche allora direttore generale del Ministero, lo riabilitò pubblicamente dicendo che egli era stato un ottimo amministratore, al punto da volerlo nella 'Commissione centrale musica' del Ministero, la commissione, per intenderci, che dà pareri al ministro sulla qualità della programmazione delle istituzioni musicali,  e su altri elementi in base ai quali  vengono poi stabiliti i finanziamenti per ciascuna.
 Una breve parentesi, prima di salire al ministero, per Lanza Tomasi   che aveva avuto un incarico siciliano, al Teatro Bellini di Catania,  quello di consulente per i  'grandi eventi'- grandi spese. Destino davvero singolare: il ministero che commissaria un  teatro, dimettendone il sovrintendente, è lo stesso ministero che riabilita e promuove il sovrintendente fatto dimettere. Ed è lo stesso ministero che, ancora,  ascoltato l'accorato appello del principe, che si sente messo da parte, lo rimette in gioco, alla bella età di 81 anni. Insomma dall'inizio degli anni Settanta e fino a metà degli anni Duemila, il principe non era stato fermo un solo giro: finito un incarico ne aveva avuto un altro. Si comprende perciò la maraviglia del principe dopo che da  alcuni anni è senza lavoro e deve mantenere una dimora costosissima, come  da quando lo conosciamo va lamentando. A Palermo Orlando non ha ritenuto di rimetterlo in sella al  Teatro Massimo, preferendogli il più ossequioso ed aitante Giambrone, ed ancora una volta Lanza Tomasi è rimasto a bordo campo.
Poi, quando non ce l'ha fatto più, ha sbottato. 'Si sono dimenticati di me'. Chi si sarebbe dimenticato di lui, oltre il suo partito che per quasi quarant'anni gli ha garantito sempre posizioni di vertice e ben remunerati?
 La sorpresa, assieme alla notizia, l'abbiamo avuta oggi, leggendo una sua intervista sul Messaggero, nella quale egli traccia le linee programmatiche della sua sovrintendenza che il ministro ha firmato durante le vacanze di fine anno, quando tutti pensano ad altro.
 Nel corso dell'intervista firmata dalla sempre ottima Rita Sala - non è la stessa giornalista che aveva firmato anche la precedente a Lanza Tomasi nella quale egli si lamentava di essere stato messo da parte. Era stato Antonio Gnoli di Repubblica a raccogliere la confidenza del Gioacchino disperato, pubblicate il 12 ottobre 2014 - la giornalista scrive che Lanza Tomasi per fare il sovrintendente dell'Inda, viene letteralmente 'STRAPPATO ai suoi studi ed alla scrittura. E lo conferma anche l'intervistato, il quale dichiara che tale nomina è piovuta a ciel sereno, e che lui non se l'aspettava affatto. Ma il  comunicato del Ministero non dice testualmente che, fra i tre nomi - che non siamo riusciti a capire quali siano - segnalati dal Consiglio di amministrazione dell'Istituto Italiano del Dramma Antico di Siracusa ( Inda) - il Ministro aveva scelto il principe?  A SUA INSAPUTA, una modalità assai in voga di questi tempi, perchè non si addice ad un principe mendicare un incarico.

mercoledì 26 novembre 2014

In 'CONTEMPORANEA' Pizzo a Palermo e Roma

L'altro ieri avevamo scritto della prossima stagione 'Contemporanea' di 'Musica per Roma' che oggi è stata presentata, come recita l'invito che abbiamo ricevuto, all'Auditorium, dal solito  nobile parterre presieduto da Fuortes (che, naturalmente, non decide ancora se stare da un parte o dall'altra: Opera di Roma o Musica per Roma); nel quale invito, però, per la prima volta mancava il nome di Oscar Pizzo, curatore,  ab origine, della rassegna, ma volato ad ottobre al Massimo di Palermo; mentre, invece,  sempre nello stesso invito, per conto dell'Accademia di Santa Cecilia, non figurava Cagli bensì dall'Ongaro. Se due più due fa quattro, il dubbio che ormai la rassegna fosse passata nelle mani accademiche di dall'Ongaro, sovrintendente dell'Accademia 'in pectore', almeno in quello di Cagli, era perfino superfluo. E dall'Ogaro ha le carte in regola per curare una simile rassegna. Lo sappiamo e lo abbiamo anche scritto l'altro ieri.
 Oggi ci viene spedito un nuovo, secondo invito, riveduto e corretto, che abbiamo ricevuto soltanto alle 12.49 (per la conferenza che aveva avuto già luogo, alle ore 12. C'è bisogno di fare qualche commento?), nel quale si scrive che alla presentazione della rassegna ci sarà anche Oscar Pizzo, 'curatore' della medesima, poco importa che si sia trasferito a Palermo ( per vendicarsi di Fuortes gli ha giocato un brutto tiro, non chiamandolo in sostituzione di Alessio Vlad, a Roma, perchè non lo ritiene all'altezza per tale ruolo? Strano, perchè l'ha chiamato anche a Bari, come  suo  consulente musicale al Petruzzelli. Già solo 'consulente musicale', non per l'Opera perché per quella, nuovamente, non lo riteneva abbastanza preparato, al contrario di  Giambrone che lo ha chiamato a Palermo.  Fuortes e Giambrone a parte, Pizzo nel melodramma è un neofita, e dunque sempre impreparato resta. Non sarebbe stato meglio che avesse fatto un pò di gavetta in qualche piccolo teatro? L'apprendistato non è più di moda, mentre vanno le carriere fulminanti.).
Il nostro post, potrebbe  aver creato qualche problema - anche se ci viene da dire che i problemi, qualora ve ne siano - li ha creati l'invito n.1 di Musica per Roma. Oppure Pizzo, che certamente deve aver preparato la stagione prima di volarsene a Palermo, s'è risentito ed ha chiesto di essere presente.
 Ambedue le ragioni. Ma come si fa a scordarsi di un direttore artistico che lavora per Musica per Roma, per l'Ambasciata di Francia e, nientemeno, che per il Teatro Massimo di Palermo, dunque richiestissimo per competenza ed anche inventiva?
 Il nuovo invito ha posto rimedio alla ingiuriosa dimenticanza. Oggi non abbiamo potuto esser presenti alla conferenza. e ci è dispiaciuto, soprattutto perchè  c'è mancato di vedere  qualche evidente  giustificato imbarazzo su alcune facce.

lunedì 24 novembre 2014

Contemporanea, si cambia. La rassegna di Musica per Roma sarà curata, per l'Accademia di Santa Cecilia, da Michele dall'Ongaro. Mercoledì la presentazione

La rassegna ' Contemporanea' di Musica per Roma, ospitata nell'Auditorium di Renzo Piano, e curata fin dalla prima edizione da Oscar Pizzo ( per qualche stagione in coppia con Guido Barbieri che, poi, per volontà di Giorgio Battistelli  è approdato sull'altra sponda italiana: Abruzzo, con un'appendice nelle Marche), in collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, da quest'anno cambia gestione, come si dirà dopo domani alla conferenza di presentazione: viene assunta in prima persona dall'Accademia di Santa Cecilia che la produce con Musica per Roma.
 La rassegna, che si ricorda soprattutto per alcuni appuntamenti  destinati a far scalpore (che era poi l'intento principale, se non unico di tale rassegna che altri non ne aveva) come la maratona pianistica di 24 ore dedicata a Satie, il 'Quartetto degli elicotteri' di Stockhausen o il 'Poema sinfonico per 100 metronomi' di Ligeti, ha perso il suo curatore,  Pizzo che, dopo una  breve trasferta a Bari al seguito di Fuortes, è volato a Palermo - chiamatovi da Giambrone, come direttore artistico del Teatro Massimo, incarico che sino alla fine di quest'anno esercita gratuitamente, perché anche i suoi soldi servono a pagare lo stipendio del sovrintendente che l'ha graziato chiamandolo a Palermo: appena 170.000 Euro l'anno! - e tale incarico è stato assunto dall'Accademia di Santa Cecilia che, nella diffusione della musica contemporanea non ha mai brillato, ad eccezione delle rare presenze di questi ultimi tempi, semel in anno, con Pappano divulgatore. Non sarà sfuggito a nessuno, ad esempio, che Boulez non vi è stato mai invitato e che la prima commissione di un'opera ad Henze è giunta quando il musicista, ottantenne,  era già con un piede nella fossa,  come ha commentato divertito e con amarezza il compositore medesimo.Ma ora le cose sembrano andare  diversamente.
 A presentare la stagione, assieme all'onnipresente Fuortes, ci sarà Michele dall'Ongaro e non Bruno Cagli. E una ragione c'è, anzi più d'una. Non chiedete perchè. Attualmente, dall'Ongaro è  vice Presidente dell'Accademia, per  volontà di Cagli che lo vorrebbe - se corrisponde ancora a verità quanto ha dichiarato appena qualche mese fa a Valerio Cappelli del Corriere della Sera - suo successore come presidente/ sovrintendente/ direttore artistico; preferendolo senza ombra di dubbio a Giorgio Battistelli che di Cagli è stato antagonista nella passata tornata di votazioni. Nella prossima, fissata per il 13 dicembre, potrebbe essere eletto, perciò, successore di Cagli, se, confermando la sua volontà di ritirarsi finalmente, facesse confluire i voti dei suoi fedelissimi su di lui che vedrebbe finalmente realizzato il suo sogno, per il quale ha lavorato da quando ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo della musica.
Ma perchè dall'Ongaro cura una rassegna di musica contemporanea? Semplice. Perché lui di mestiere fa il compositore. Non un compositore qualunque, ma uno dei più grandi compositori viventi, come lo additava qualche anno fa Mario Bortolotto, in una storica corrispondenza dalla Biennale Musica di Venezia per 'Il foglio'. E Bortolotto è critico d'onore.
La musica contemporanea ha rappresentato il terreno di coltura del suo potere sulle onde radio prima  e  attraverso le immagini televisive poi, giacché  è riuscito ad invadere anche la giovane RAI 5.
Dall'Ongaro è da almeno una decina d'anni, forse più, il responsabile per la musica di Radio Tre, successivamente è diventato Sovrintendente dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, Accademico della Filarmonica romana, responsabile dei Concerti del Quirinale, e, poi, aveva altri incarichi (fra tutti il Festival Pontino) che nel tempo ha smesso, perché forse non più importanti come lo erano all'inizio della sua carriera in RAI. Alla quale deve, senza eccezione, ogni passo in avanti nella sua carriera di compositore che s'è allargata ed arricchita a dismisura  esattamente da quando  ha avuto quell'incarico di responsabilità a Radio Tre. Chi non  è convinto vada sul sito del suo editore ( Suvini Zerboni) e  legga tutte le esecuzione e commissioni giunte a dall' Ongaro dopo il suo incarico a Radio Tre, quando si impennarono, letteralmente. Ma forse fu pura coincidenza.
  Che sia la RAI alla base della sua vorticosa ascesa lo ha detto apertamente Cagli quando ha sostenuto la candidatura di dall'Ongaro in Accademia a vice presidente. Testualmente ha detto - come ripresero le  numerose lettere inviate agli Accademici nelle quali  tale ascesa di dall'Ongaro per volere di Cagli era duramente criticata - che dall'Ongaro aveva in RAI  incarichi che potevano giovare all'Accademia, anche economicamente, passando in secondo piano perfino la sua parentela con gli Abbado.
Si tratta di fatti noti,  e già oggetto di un documentatissimo articolo di Elisabetta Ambrosi su 'Il fatto quotidiano', dell'ottobre scorso, quando tali lettere aperte di protesta, alcune firmate da notissimi accademici ( il card. Bartolucci, il pianista Campanella) giunsero in Accademia. Dunque noi non aggiungiamo neanche una virgola.
Che dall'Ongaro abbia la responsabilità diretta di quella rassegna è perfino ovvio, la materia dei compositori d'oggi la conosce a memoria, perché oggetto privilegiato del suo lavoro  a Radio Tre, dove ha fatto scelte seguendo criteri chiarissimi, in base ai quali decidere chi trasmettere regolarmente e chi mai. C'è da augurarsi che non lo faccia anche in Accademia; e, secondo il nostro modesto parere, non avrebbe dovuto farlo neanche in RAI.
 Se alle elezioni per la successione a Cagli l'avrà vinta su Battistelli, avremo un ragione, alemno  una  per gioirne: dovrà lasciare tutti i suoi incarichi, con la conseguenza che il mercato del lavoro musicale di colpo si allargherà, offrendo a chi aspira ad incarichi di prestigio nuove opportunità, ed a noi la possibilità di respirare finalmente aria nuova.

mercoledì 12 novembre 2014

Classic Voice si documenti veramente nelle sue inchieste

Una rivista che ogni mese propone ai suoi lettori una inchiesta bisogna che la faccia sul campo non fidandosi dei dati che questa o quella istituzione fornisce, perché il più delle volte sono dati falsi, o per lo meno falsificati.
 Corrisponde a verità il fatto che , ad esempio, il costo di orchestra e coro a Roma, incide per il 20% sul bilancio dell'ente, dunque i cosiddetti costi fissi che nei nostri teatri raggiungono oltre il 75% del budget generale, non possono essere attribuiti tutti ai musicisti che delle istituzioni operistiche sono la spina dorsale. O no? E gli amministrativi, il sovrintendente e gli altri componenti i vertici, quanto incidono? Perchè nessuno si è preso la briga, fra una inchiesta e l'altra, di andare a controllare le ondate di assunzioni nei teatri, ad ogni cambio di colore dell'amministrazione comunale che, come si sa,  ha la presidenza del teatro cittadino? Quelli non si toccano, producano o meno, non importa, siano pochi e troppi importa ancora meno. La croce ricade solo sulle spalle dei musicisti che hanno stipendi non così lusinghieri: in media il 20% inferiori a quelli dei loro simili fuori d'Italia.
 Che però lavorano molto di più. Questo l'inchiesta lo dice appena, ma sbaglia quando fa la classifica dei teatri nei quali si lavora di più. Un tempo al primo posto c'era il Massimo di Palermo, che faceva un migliaio di concerti l'anno, con il teatro chiuso. Una idea brillante. ogni giorno quattro cinque strumentisti facevano una decina di concerti e così la somma cresceva, come pure i contributi statali e regionali, facendone il teatro più mangiasoldi d'Italia. Ora con Giambrone ed Orlando non sarà più così, per l'eternità.
 Nell'inchiesta di Classic Voice, le giornate lavorative dei musicisti dei teatri ( calcolate sulla base di prove, concerti e recite serali) sono basse e sono soprattutto false, come nel caso del San Carlo di Napoli che, quest'anno, con una settantina di recite d'opera, forse meno, sventola la bellezza di 217 giorni lavorativi. Sono cifre inventate che Classic Voice non va a controllare  e neppure smentisce. E allora che razza di inchiesta è?
 La verità, soltanto accennata, è che in Italia i Teatri producono poco, molto poco, e, di conseguenza i musicisti lavorano altrettanto poco. Dovrebbero assicurare, almeno i 14 più importanti,  una presenza costante del repertorio operistico nelle grandi città. E, invece , non lo fanno, tutti puntano all'evento - che poi evento non risulta essere - si preparano per settimane e tengono aperto il teatro una sera ogni cinque.
 Colpa dei sovrintendenti, tuona Classic Voice, che non sanno organizzare il lavoro per aumentarne la produttività. Vero, ma allora occorre dire anche che i teatri devono aprire  quasi ogni sera, che i cachet dei solisti devono essere abbassati - non ci si venga a dire che esiste un calmiere, tutti lo sanno, nessuno lo applica perchè trova il modo per aggirarlo - gli allestimenti devono costare meno, molto meno di quanto non costano oggi, e devono essere ripresi anche nelle stagioni successive al debutto, e poi i prezzi dei biglietti devono essere abbassati per avere ogni sera il teatro pieno. Questo significa mettere a frutto i finanziamenti pubblici.
 E poi, ultima cosa, chi sbaglia e non sa amministrare va via, non senza aver prima pagato gli errori fatti. Anche questo non si fa, purtroppo non solo in Italia ed anche  in nessuna altra parte del mondo. Vero è, però, che ladri, imbroglioni  ed incapaci, quanti ce ne sono in Italia ai vertici delle istituzioni culturali pubbliche, messi lì da politici ignoranti, corrotti ed incompetenti, non ce ne sono nel resto del mondo.

sabato 8 novembre 2014

Palermo e Roma. Due teatri d'opera segnati dalle modeste pretese dei dipendenti. Non dei capi

Curioso che i due teatri che per anni hanno avuto dal Comun, Roma, e dalla Regione, Palermo, i finanziamenti più sostanziosi, dei quali tutti INDISTINTAMENTE hanno approfittato, oggi abbiano deciso che, essendo tutte morte le vacche grasse, e non potendosi più mungere alcunchè, valeva la pena rassegnarsi a far penitenza:  cingendosi di cilicio i fianchi  e coprendosi il capo di cenere.
 I dipendenti dei due teatri hanno cioè detto, quasi sottoscritto, accordi in tal senso: dobbiamo , anche perché  lo vogliamo, lavorare di più per  meritarci gli stipendi che abbiamo, comunque decurtati delle indennità, alcune ridicole, altre offensive, di cui abbiamo goduto finora.
Giusta decisione, in attesa di vederla sottoscritta e poi osservata alla lettera. Tutti dobbiamo soffrire, tranne uno. Il sovrintendente, l'unico che gode per tutti. Insediatosi a luglio, Francesco Giambrone, ha un compenso fra i più alti d'Italia, e stessa sorte, felice sorte, tocca a Fuortes che guadagna 240.000 Euro l'anno, anche se quei soldi glieli dà Musici per Roma, mentre il teatro gli dà un gettone di presenza di 1000 Euro al mese, gli stessi maledetti della storica canzone. Ma quando lascerà Musica per Roma( noi continuamo a volere che lasci l'Opera , anzi ce lo auguriamo, per far ritorno all'Auditorium) guadagnerà sempre 240.000 Euro, ponendosi quindi in cima alla classifica dei sovrintendenti italiani, per essere il più pagato? No, scusate, il più pagato è Cagli che fino a qualche mese fa aveva la bella cifretta di 340.000 Euro, giacchè lui da solo nella sua esile persona assommava il triplice incarico di presidente/sovrintendente e direttore artistico dell'Accademia di Santa Cecilia. Troppo per le sue spalle per non pretendere di essere pagato a dovere.
 La storia dei dipendenti dei teatri che finalmente sono stati indotti a ragionare e quella dei loro superiori che continuano a pensare di vivere nel paese di bengodi propongono l'annoso vecchio dilemma italiano. il popolo piange e si dispera, mentre chi comanda ride  e se la gode.

giovedì 6 novembre 2014

De minimis non curat musicus, sia egli professionista o critico. Noterella a margine di un articolo del Corriere della Sera

Un articolo del Corriere di ieri, a firma  Enrico Girardi, ci ha confermato in una nostra vecchia, vecchissima convinzione e cioè che ai critici o ai musicisti di professione, salvo i casi in cui sono toccati in prima persona, non piace intervenire su questioncine di poco peso del nostro mondo musicale, come ad esempio le storie riguardanti la Scala di Lissner-Pereira o le vicende dell'Opera di Roma. Questa croce la buttano, solitamente, sulle spalle dei cronisti, non addentro alle cose musicali e quindi più soggetti a ripetute cantonate, inesattezze e luoghi comuni come quelli, ripetuti fino alla noia in queste ultime settimane, delle strane indennità di cui gli strumentisti delle fondazioni liriche godrebbero ancora.
 Girardi si occupa della 'maxima quaestio' dell'uscita del cofanetto discografico con le Sonate di Beethoven finalmente completate da Pollini, ma poi le dichiarazioni del pianista sull'Opera di Roma e sulle Fondazioni liriche in generale, a lui non interessano neanche per un momento. In questo caso non fa uno sproloquio neanche sulle Sonate di Beethoven,  che in altra occasione e con maggior spazio avrebbe fatto - come se quelle sonate fossero una novità e non fossero già arcinote ai lettori dei giornali, ai frequentatori delle sale da concerto ed, infine, anche agli acquirenti di dischi, ai quali tutti Girardi non avrebbe potuto dire nulla di nuovo che non sia stato già detto e scritto da ben più autorevoli esegeti o commentatori.
 E Girardi non è il solo a pensarla in questa maniera nella classificazione di 'minima' e 'maxima' cui dedicarsi, perché allineato perfettamente con quanto pensa e fa la totalità dei critici musicali italiani, riuniti in associazione 'silente', presieduta da Angelo Foletto da secoli, come prima anche da Duilio Courir, ma che troppo frequentemente fa affari con le grandi istituzioni musicali italiani, con conferenze, presentazioni, scritti nei programmi di sala e nelle pagine 'eventi' di molti giornali, ed anche con il 'Premio Abbiati' che distribuisce buoni  e cattivi voti a questo e quello.
L'ultima volta che ha preso una posizione, la benemerita silente associazione, è stato nella querelle fra Isotta e Lissner,  per l'uscita di scena di Susanna Colombo dalla direzione dell'ufficio stampa del Comunale di Firenze e  nell'allontanamento di Cognata dalla sovrintendenza del Massimo di Palermo, da parte di Giambrone fratello, cioè Francesco, fratello del politico, per andarci lui.  A tal proposito a noi venne all'epoca un cattivo pensiero. Si  sapeva della calorosa accoglienza che il teatro siciliano aveva sempre fatto ai critici; con il commissario gli stessi critici forse temettero che quella accoglienza fosse ridimensionata e perciò intervennero?
Nel silenzio generale di musicisti e critici hanno sciolto negli ultimi anni  quattro orchestre  formate prevalentemente da giovani ( Orchestra giovanile di Santa Cecilia, epoca Berio, Orchestra del Lazio, Orchestra sinfonica di Roma, Orchestra Mozart), ed ora si stava tentando di dare un  duro colpo alle orchestre delle fondazioni liriche con il 'caso Roma'. Che altro e di più grave deve accadere perché si sveglino?

lunedì 20 ottobre 2014

Il clan dei siciliani va al massimo. Nomine nel Teatro lirico di Palermo

Sembra ricomposto l'organigramma del Teatro Massimo di Palermo dopo la 'seconda primavera'  siciliana, con Leoluca Orlando di nuovo  a reggerne le sorti comunali. Il sindaco ha sacrificato per il bene del teatro ( e della città aggiungono i maligni) il suo assessore alla cultura, Francesco Giambrone, come aveva già fatto nella prima primavera siculo-palermitana, destinandolo per la seconda volta - un film già visto e che potrebbe ripetersi all'infinito con i prossimi giri di valzer e gli ineluttabili ritorni - a condurre in porto la nave del Teatro Massimo che sempre lui e Giambrone, avevano  ricevuto in dote quasi preda di un naufragio ( economico), da Cognata - come hanno gridato ai quattro venti. La storia è ben nota, ad ogni cambio di casacca comunale, il sindaco quando vuol mandare  a casa uno degli amministratori designati dalla precedente giunta, tira fuori un buco nel bilancio - la quale cosa purtroppo assai spesso  è reale - della società che amministra, come puntualmente hanno fatto l'ammiraglio leoluca ed il capitano di vascello francesco, al momento in cui  hanno visto la nave loro destinata,  attraccata in porto.
 Il capitano di vascello, in perfetto accordo con l'ammiraglio, sta rinnovando tutti gli incarichi di vertice nei vari settori della sua nave,  dal capo macchina al capo cuoco al capo sala al maestro dell'orchestrina. E dove va a cercarli, se non dove risiede la società armatrice, nel nostro caso in Sicilia?
 Ecco le prime nomine: a guidare la sala macchine, in accordo perfetto con l'ammiraglio, Francesco il capitano di vascello ha chiamato Oscar; che torna in Sicilia, dopo aver lavorato in continente ed in Francia con altri armatori. Il suo cognome, Pizzo, non è fra i più adatti  all'ambiente palermitano, ma tant'è uno il cognome non se lo può scegliere, e poi ha tempo per smentirne il significato, lo farà con le sue azioni. E' stimato, è originario di Siracusa, ed anche se cambia lavoro, dal ricevimento merci e passeggeri alla sala macchine, gioca a suo favore la giovane età e l'intelligenza acuta che presto userà  per adattarsi ad ogni situazione.
La musica dell'orchestra che allieterà la navigazione, che si augura  felice, è affidata a Gabriele Ferro, siciliano di Palermo, se non andiamo errati; che finora non ricordiamo abbia goduto di grande considerazione nella sua città natale. Ora, dopo aver navigato anche in Allemagna, torna nell'isola.  Negli isolani è impossibile cancellare il ricordo della patria, che essendo  da grande mare circondata è terra a sè, difficile da assimilare a qualunque altra.
 E così l'Orlando 'ritornato' sta ricomponendo a Palermo il 'clan dei siciliani' ( Giambrone, Pizzo, Ferro), detto esclusivamente per le origini dei tre, senz'altra allusione denigratoria. Ci mancherebbe.

mercoledì 1 ottobre 2014

Il Pizzo a Palermo

Il mago Giambrone, Francesco ( da non confondere con il di lui fratello, noto esponente e parlamentare dell'ex partito di Di Pietro e capo del partito siciliano di Orlando) medico ed aspirante critico musicale passato a fare l' assessore  e il sovrintendente - andata e ritorno - e poi di nuovo  l'assessore  e  il sovrintendente,  in un film già visto, ha tirato fuori dal suo cilindro la soluzione da oscar per il Massimo, dove è tornato per volontà del suo padrone, il  sindaco di Palermo,  Orlando, per la seconda volta. L'aveva promesso. Per la direzione artistica - che avrebbe potuto tenere lui, con la stessa competenza con cui tiene la sovrintendenza -  ho in serbo una sorpresa: un nome che spiazzerà tutti. Detto fatto. Questo il nome, ed è da Oscar: Pizzo. In sostituzione del precedente, un regista, messo lì da Cognata, purtroppo a digiuno completo di musica, come  l'ottimo Giambrone ha avuto modo di sottolineare, pretendendo quella  competenza della quale ha fatto la sua bandiera professionale in tutta la vita.
 Con l'Oscar Pizzo questo problema non esiste. Pizzo è un pianista, anche se oggi non suona quasi più perchè ha saltato il fosso e s'è buttato, spinto da Fuortes, nella direzione artistica. Nel caso specifico quella rassegna di musica 'Contemporanea' che da qualche anno ha luogo all'Auditorium, nel corso della quale  egli ha attivato contemporaneamente un centinaio di metronomi, in una singolare sinfonia ritmica, ha fatto fare le ore piccole a tanti appassionati nella '24 ore Satie', ed infine ha fatto  atterrare nel piazzale  antistante l'Auditorium, ben quattro elicotteri e li ha poi fatti levare in volo, con i musicisti che avevano sotto braccio la musica di Stockhausen, tanto suonarla non serviva, a causa del rumore assordante delle pale di quei mostri volanti.
Giambrone, conoscendo queste imprese da Oscar, gli ha detto che voleva anche a Palermo  queste performances per le rinate - ad opera di Giambrone sovrintendente - 'settimane' musicali di molti decenni fa dedicate alla musica contemporanea. E  nelle prossime settimane egli farà sentire ai palermitani che sa davvero suonare, presentandosi proprio in uno dei concerti previsti da Giambrone. La qual cosa fa pensare alla lunga trattativa che Giambrone ha avuto con Fuortes, per fregargli quel diabolico inventore di cose pazze per l' Auditorium romano.
Giambrone, inoltre, ha avuto modo di saggiare da vicino la competenza del Pizzo  attraverso quelle rassegne italo-francesi che egli ha curato sotto l'egida dell'Ambasciata transalpina in Italia, 'Suona francese' che ha poi partorito anche un 'Suona italiano', nel corso delle quali ha avuto come partner anche i Conservatori italiani,  compreso quello di Palermo, presidente Giambrone, ancora lui, dominus  siciliano, che nelle ultime edizioni è stato oltremodo presente. L'opera del Pizzo in queste rassegne è stato prevalentemente quello del  'postino' smistatore il quale ha ricevuto tante proposte - in Italia ci sono persone che sanno farne -   e che se le pagano anche (come è accaduto per molti appuntamenti di queste rassegne), pur di apparire.
 Giambrone dunque ha apprezzato questa capacità di valorizzare tutto e tutti e, alla fine, ha deciso per  il  Pizzo. Il quale , dovendo fare il direttore artistico di un teatro, deve occuparsi prevalentemente di melodramma, come non ha mai fatto prima, ma le cui competenze, pari alle sue di Giambrone,  il medesimo Giambrone avrà avuto modo di verificare da vicino.
 Imparerà. Del resto la musica la conosce e la sa leggere. All'inizio sarà  forse  un pò  faticoso, ma a questo penserà Giambrone e tutta l'équipe del teatro che si occupa della produzione artistica. Del resto non è il primo caso di apprendistato  fatto non nelle  piccole ma istruttive botteghe, ma direttamente dagli scranni più alti di importanti istituzioni.
 Ci vengono alla mente altri esempi, recenti, di musicisti di successo, catapultati a fare cose che non avevano fatto mai prima e che dunque si temeva non sapessero fare.
 Ne parlava, accusandolo, Cagli, riferendosi a Giorgio Battistelli, compositore che del  film musicale ha fatto la sua carta vincente, in occasione delle ultime elezioni per la sovrintendenza di Santa Cecilia, che videro  Battistelli sfidare Cagli e Cagli vincere. Il quale parlando di Battistelli  aveva detto - come riportato in alcune lettere rese note ai giornali - che  'quello non era in grado neanche di organizzare un concerto'. Mentre lui sì. Che è poi ciò che, prima, Battistelli, a sua volta, aveva, più o meno, detto di un compositore romano, Nicola Sani, oggi  consulente artistico del Teatro di Bologna, al tempo della sua  direzione  artistica dell'Opera di Roma: 'quello del melodramma non sa neanche che  esiste'. L'uno e l'altro oggi fanno i direttori artistici, e perciò devono aver imparato. A meno che da ambedue non si pretenda che conoscano come si organizza un concerto, o quali voci sono necessarie per un particolare titolo operistico. A questo ci pensa  l'équipe tecnica che ogni istituzione musicale ha (  ed è costretta ad avere, per l'incapacità dichiarata di tanti direttori artistici. E questo vale dalla Scala a ... e il resto non dico!) nei vari 'esperti di voci'  o 'segretari'  e 'coordinatori' artistici e, nei teatri, 'responsabili di cast' e consulenti vari.
 Dunque anche il Pizzo può farcela, da lui Giambrone vuole idee che facciano accendere i riflettori sul suo teatro, che ha un'immagine un pò appannata.
Come l'ha presa questa fuga il Fuortes in grande difficoltà sulla piazza romana? Non lo sappiamo. Certo che privarsi dell'inventore sarà stato duro, anche perchè  difficile da rimpiazzare, uasi impossibile. A meno che  il Pizzo medesimo non decida di tenersi Roma ( 'Contemporanea') e  Parigi ('Suona francese' e 'Suona italiano'), insieme a Palermo.