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giovedì 31 dicembre 2015

L'Italia all'Opera. A proposito di Musica & Unità d'Italia: Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi



L’ora della liberazione è suonata. E’ il popolo che la vuole: e quando il popolo vuole non v’è potere assoluto che le possa resistere, scriveva Giuseppe Verdi, musicista; ma avrebbe potuto scriverlo Giuseppe Mazzini, patriota.
Fu la musica - inni e melodrammi - a provocare il Risorgimento italiano? Certamente no. Ma se non fu la musica a provocarlo, almeno la musica e i luoghi ad essa consacrati, soprattutto i teatri, costituirono ed alimentarono una spinta verso la liberazione e l’unificazione? Cioè a dire, indirettamente, potrebbe la musica esserne stata involontaria suggeritrice o quantomeno fiancheggiatrice ? O più semplicemente ma efficacemente, la musica accompagnò e sostenne i moti rivoluzionari ed il processo di unificazione?
In questi ultimi mesi, con l’avvicinarsi del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, mentre sembra definitivamente sopita la discussione, inutile e stantìa, sulla sostituzione dell’Inno di Mameli-Novaro, con il ‘Va pensiero’ di Verdi-Solera (anche se episodi di sabotaggio si verificano ancora, per giunta in sedi istituzionali ed occasioni ufficiali, protagonisti importanti, ma incoscienti, esponenti della Lega), sul ruolo che la musica ebbe nel processo di unificazione si è dibattuto ampiamente, con libri, articoli, saggi ed anche in pubblici incontri. In tale dibattito, primeggiano ancora luoghi comuni duri a morire, mentre rarissime sono le occasioni in cui l’argomento Musica-Unità d’Italia viene affrontato con rigore e metodo storico. Tuttavia, per noi non si tratta di arare un terreno vergine.
E tanto per indicare immediatamente una linea di tendenza sul ruolo che la musica ebbe nel processo di unificazione dell’Italia, basta andare a mezzo secolo fa, ad una celebre sequenza del film di Luchino Visconti, ‘Senso’, girata a Venezia nel Teatro La Fenice, durante una rappresentazione de ‘Il trovatore’ di Giuseppe Verdi. In un teatro pieno zeppo sia nei palchi che nella platea, dove si notano parecchie divise militari austriache, il tenore, Manrico, ha appena finito di cantare ‘Di quella pira’, la celebre romanza, e il coro di uomini armati gli fa eco e attacca: ‘All’armi, all’armi/Eccone pronti a pugnar teco,/o teco a morir….’ In quel preciso istante, come fosse suonata una parola d’ordine, il teatro comincia ad agitarsi, dai palchi piovono volantini contro gli Austriaci, e i soldati avvertono in quel preciso istante che in teatro, luogo di semplice finzione, ora non più, sta per cominciare la reale rivolta degli italiani, veneziani in primo luogo, contro il nemico. La vita, la situazione reale s’è saldata al palcoscenico, dal quale scoppia la miccia della rivolta. Esattamente quel che voleva ed auspicava Giuseppe Mazzini nel suo ‘Filosofia della musica’(1836), sostenendo che il melodramma non poteva più limitarsi a soddisfare il pubblico, doveva cambiarlo, ed esso stesso doveva prima mutare, attraverso una riforma musicale consistente nell’abbandono dell’imitazione di Rossini, per andare verso la creazione di un’arte progressiva, sintesi della storia patria con le scuole musicali europee. E, secondo Mazzini, l’unico musicista in grado di attuare tale riforma, era Gaetano Donizetti (il cui ‘Marin Faliero’ andato in scena nel 1835, entusiasmò gli animi, perchè che vi si narrava del contrasto fra la classe popolare custode della moralità e dell’amor di patria ed una fazione di aristocratici degeneri ma detentori del potere; e del Doge che si mette dalla parte del popolo e congiura contro gli stessi nobili. Senonchè il Donizetti, benchè ideologicamente apolitico, assunto da Mazzini ad artefice del cambiamento, ebbe a deludere il pensatore e patriota, quando nel 1841, si avvicinò all’impresario della Scala e del Teatro di corte di Vienna, Merelli ( lo stesso che propose a Verdi il ‘Nabucco’) e, nel 42, accettando l’ incarico di ‘maestro della corte’ asburgica dall’imperatore Ferdinando (Per una assai simile circostanza, anche il genovese Paganini era stato oggetto di critiche feroci da parte di Mazzini, quando accettò un’onorificenza di Francesco I. Mazzini gli rinfacciò di aver portato l’arte musicale ad una prostituzione mercantile, per giunta con il peggior nemico dell’Italia). Chi altri, allora, se non Donizetti? Rossini ?
Rossini no, perchè aveva incarnato l’arte come gioco e diletto, per Mazzini, con l’unica eccezione del ‘Guglielmo Tell’. Rossini, poi, era sembrato addirittura contrario ai movimenti risorgimentali, al punto che si sentì costretto a difendersi in una famosa lettera inviata nel 1864, ad un suo amico palermitano, Filippo Santocanale, avvocato, patriota e deputato liberale: “…alcuni miserabili miei concittadini mi hanno fatto reputazione di codino, ignorando gl’infelici che nella mia adolescenza artistica musicai con fervore e successo le seguenti parole :”Vedi per tutta Italia/ rinascere gli esempi/ d’ardire e di valor!/ Quanto valgan gl’Italiani/ al cimento si vedrà” Cita nella lettera anche il suo Inno dell’Indipendenza, scritto quando entrò il re Murat a Bologna ( quell’inno così cantava: “Sorgi, Italia, venuta è già l’ora:/ l’alto fato compir si dovrà;/ dallo Stretto di Scilla alla Dora/ un sol regno l’Italia sarà!. E il ritornello: “ Del nemico alla presenza/ quando l’armi impugnerà/ un sol regno e indipendenza / gridi Italia e vincerà; e fu accolto con grande calore, tanto che gli fu dato il nome di ‘Marsigliese’ italiana). E, ancora : “ per distruggere l’epiteto di codino, dirò che ho vestito le parole di libertà nel mio ‘Guglielmo Tell’ a modo di far conoscere quanto sia caldo per la mia patria e per i nobili sentimenti che la investono. Vi scrivo tutti questi particolari e vi do sì a lungo la pena di leggermi, perché ho ragione di supporre che non mi avete in gran concetto ‘politicamente’, e onde abbiate in mano un’arma per difendermi, ove venissi attaccato…”. Il ‘Guglielmo Tell’ ma anche ‘Mosè’ furono riprese molte volte nei teatri italiani; in quest’ultima, gli esuli e patrioti italiani lessero la propria avventura mentre scorreva la storia del popolo ebreo incatenato ed oppresso. Pesarono comunque sulla sua reputazione di ‘conservatore’ i rapporti che egli ebbe sia con Ferdinando I, re di Napoli ( per il quale scrisse ‘Elisabetta, regina di Inghilterra’) che, successivamente, con Carlo X, re di Francia, per la cui incoronazione, nel 1825, egli scrisse ‘Il viaggio a Reims’.
E Bellini (1801-1835)? Il suo ‘belcantismo’ fu interpretato dal Mazzini come simbolo dell’individualismo; ed il suo continuo girovagare oltre che la brevissima esistenza lo estraniarono di fatto dal movimento risorgimentale. Tuttavia anche nella sua opera si colsero echi risorgimentali, per lo meno taluni passaggi assai noti furono letti come tali e presi a pretesto per mandare messaggi di rivolta allo straniero dominatore. Si sa della convulsa serata scaligera, nel corso di una rappresentazione di ‘Norma’ nel 1859, quando al coro di ‘Guerra, Guerra’ seguì in teatro un subbuglio memorabile. E sempre a proposito del celebre coro, Alessandro Luzio, sul ‘Corriere della Sera’ del 20 marzo 1929, riferì che Wagner si era meravigliato che tale coro, a causa del suo travolgente impeto xenofobo, non fosse divenuto l’inno nazionale italiano. C’è, infine, il caso de ‘I Puritani’, nel cui finale due bassi ( in quel caso Tamburini e Lablache, a Parigi) cantano all’unisono: ‘Suoni la tromba, e intrepido/ io pugnerò da forte/ Bello è affrontar la morte/ gridando: libertà”. Bellini, dopo il successo parigino, ne scrisse al suo amico Francesco Florimo, descrivendone fin nei minimi particolari l’entusiasmo del pubblico del Theatre des Italiens di Parigi. Scene non nuove e neppure rare, se Heinrich Heine nei suoi resoconti di viaggio, a proposito di una prima alla Scala, riferisce di un dialogo fra un inglese ed un italiano. L’inglese dice all’italiano ‘voi sembrate morti ad ogni cosa, tranne che per la musica, che sola ha ancora la potenza di scuotervi…’
Verdi, la cui stella non brillava ancora anche per la giovane età, non era ovviamente entrato negli orizzonti di Mazzini, a metà degli anni Trenta, avendo egli solo 22 anni. Vi entrò dopo il suo primo grande successo, nel 1842, con ‘Nabucco’, a proposito del quale è bene ricordare, per evitare strumentalizzazioni ed enfatizzazioni antistoriche, che non fu il ‘Va pensiero’ ad essere ripetuto a grande richiesta la sera della prima alla Scala, bensì il coro finale ‘ Immenso Iehovah’, preghiera al dio di Israele. E la ragione, quasi sicuramente, non stava nella musica, bensì nel testo che, nell’originale, suonava: “Spesso al tuo popolo/ donasti il pianto/ ma i ceppi hai franto/ se in te fidò”. La censura non gradì e il testo fu modificato in : Tu spandi l’iride/ l’uom è contento/ tu vibra fulmine/ l’uom più non è”. Che la storia della cattività babilonese del popolo ebraico, potesse essere letta come metafora, non del tutto inconsapevole e casuale, della situazione delle popolazioni della nostra penisola sotto il dominio austriaco, non va dimenticato. E la censura l’aveva capito. Perché Verdi, la cui coscienza civica e politica fu ben evidente, con i suoi primi due grandi successi ( ‘Nabucco’ e ‘Lombardi alla prima crociata’) cominciò ad esercitare una vera azione politica attraverso la sua musica. Il pubblico vedeva dappertutto allusioni, ma Verdi le scopriva prima del pubblico, adattandovi musica ispirata, che finì spesso, per far nascere la rivoluzione in teatro , come Luchino Visconti aveva ben descritto in quella celebre scena di ‘Senso’.
Dopo l’estremizzazione degli anni passati che, ad ogni piè sospinto, vedeva in Verdi il patriota, oggi si è passati all’estremizzazione opposta che si spinge addirittura a negare tale sentimento nel musicista. Verdi certamente non voleva finire in galera o in esilio come altri patrioti, o come lo stesso Wagner che partecipò attivamente ai moti rivoluzionari e dovette andare in esilio in Svizzera, perchè in cima ai suoi pensieri ( di Verdi) c’era il lavoro di compositore, per svolgere il quale, forse accettò qualche compromesso, ad esempio assoggettandosi alla censura, come nel caso dell’’Ernani’ e della ‘Giovanna d’Arco’.
Il sentimento patriottico di Verdi emerge in diverse occasioni, lontano dal palcoscenico, chiaro e forte. Come da una lettera, famosissima, datata 21 aprile 1848, rientrato da Parigi, all’indomani delle ‘Cinque giornate’ di Milano. In quella lettera indirizzata a Francesco Maria Piave scriveva:
“ Figurati se io volea restare a Parigi sentendo una rivoluzione a Milano. Sono di là partito immediatamente sentita la notizia, ma io non ho potuto vedere che queste stupende barricate. Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata, siine persuaso, della sua liberazione. E’ il popolo che la vuole: e quando il popolo vuole non v’è potere assoluto che le possa resistere. Potranno fare, potranno brigare finchè vorranno quelli che vogliono essere a viva forza necessari, ma non riusciranno a defraudare i diritti del popolo. Sì, ancora pochi anni, forse pochi mesi e l’Italia sarà libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di musica!! Cosa ti passa in corpo? Tu credi che io voglia ora occuparmi di note, di suoni. Non c’è, né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli Italiani del 1848. La musica del cannone… Io non scriverei una nota per tutto l’oro del mondo; ne avrei un rimorso consumare della carta da musica, che è sì buona da far cartucce!”. Dopo le ‘Cinque giornate’, i riferimenti metaforici alla situazione non avevano più senso. Occorreva parlar chiaro. Da ciò scaturì anche l’inno su testo di Mameli, chiestogli da Mazzini e che Verdi accompagnò con un biglietto che terminava. ‘ possa quest’inno, fra la musica del cannone, essere presto cantato nelle pianure lombarde” (quell’inno non riuscì a scalzare ‘Fratelli d’Italia’, ormai popolarissimo). Naturalmente negli anni
Cinquanta, le opere non potevano più esser politicamente esplicite e Verdi dovette assoggettarsi alla censura. Emerge, tuttavia, con chiarezza dal pensiero di Verdi che egli auspicava un’Italia unita, ma non voleva che si raggiungesse l’obiettivo attraverso una rivoluzione e relativo spargimento di sangue.
Poi venne il 1861 e la proclamazione dell’Unità d’Italia, sotto il re Vittorio Emanuele II. Cavour , già ministro sabaudo, fu incaricato di reclutare per il nuovo Parlamento italiano le più belle menti della nazione. Così scrisse a Verdi, invitandolo a candidarsi:” la sua presenza darà credito al gran partito nazionale che vuole costituire la nazione sulle solide basi della libertà e dell’ordine”… ed anche del genio musicale. La storia della militanza parlamentare di Verdi è ben nota. Viene eletto nel collegio elettorale di San Donnino. Nella prima sessione del Parlamento italiano, (febbraio - maggio 1861), Verdi fu sempre presente; poi, prima di partire per la seconda sessione, venne a sapere della morte di Cavour, mentre impegni professionali lo attendevano, e da quel momento cominciò a disertare il Parlamento, come egli stesso ammise in una lettera autoironica, indirizzata a Piave: ”Volendo o dovendo fare la mia biografia come membro del Parlamento, non vi sarebbe che a stampare nel bel mezzo di un foglio bianco, a grandi caratteri – i 450 non sono realmente che 449, perché Verdi, come deputato, non esiste”. Ciò nondimeno, Verdi – come scrisse Alberto Savinio – fu il ‘Garibaldi della musica (e Garibaldi il Verdi dei campi di battaglia); Verdi dal cuore a melagrana e dall’occhio umido di commozioni patriottiche, Verdi che all’unità italiana dà l’acciaio dei suoi canti diritti come spade, e il rimbombo dei suoi cori liberatori”.
L’anno seguente l’Unità d’Italia, nell’ Inno delle nazioni, scritto per l’Esposizione di Londra, su testo di Arrigo Boito, ritornò sul tema dell’unità d’Italia, utilizzando ‘Fratelli d’Italia’ e facendo cantare al tenore: “e tu, mia patria… Italia mia… che il Cielo vegli su te/ fino a quel dì che grande,/ Libera ed Una tu risorga al sole”.
Nei giorni delle recenti celebrazioni unitarie, al ‘Corriere della Sera’, un noto musicologo italiano, Eduardo Rescigno, ha rinvenuto una eloquente lettera di Verdi, datata 3 gennaio 1855, ed indirizzata al direttore dell’Opéra di Parigi, Mr. Crosnier, nel periodo in cui Scribe stava scrivendo il libretto de ‘I Vespri siciliani’ ( edizione francese, naturalmente, che precedette quella italiana) “ Contavo sul fatto che il signor Scribe, come mi aveva promesso sin dall’inizio, avrebbe cambiato tutto ciò che offende l’onore degli italiani. Più rifletto su questo soggetto, più mi persuado che sia rischioso. Ferisce i Francesi perché vengono massacrati; ferisce gli Italiani perché il signor Scribe, alterando il carattere storico di Procida ne fa ( secondo il metodo da lui preferito) un comune cospiratore armato dell’inevitabile pugnale. Mio Dio! Nella storia di ogni popolo ci sono virtù e crimini, e noi non siamo peggio degli altri. In ogni modo io sono innanzitutto italiano e, costi quel che costi, non mi renderò complice di una offesa al mio Paese”.

Ciò che di questi tempi mette pensiero - vogliamo sottolinearlo - è che proprio mentre si celebra un importante anniversario dell’Unità d’Italia, accompagnata dal melodramma, e da quello di Giuseppe Verdi in misura preponderante, quello stesso melodramma italiano, si stia tentando di mettere a tacere.
( da un nostro intervento pubblico in occasione delle celebrazioni dei 150 anni  dell'Unità d'Italia)

domenica 24 maggio 2015

CO2 di Battistelli alla Scala. Qualche sospetto e una mascalzonata bella e buona

Non occorre avere la palla di vetro per farsi un'idea di come siano andate le cose alla Scala, in occasione della 'prima' della nuova opera di Battistelli. E che alcune nostre considerazioni, affidate a caldo a questo blog, fossero abbastanza veritiere ce lo conferma l'atteggiamento di molta stampa italiana.
 Strombazzata alla vigilia, la nuova opera 'made in Expo', con interviste al compositore dal 'ricciolo ribelle che fa innamorare le signore milanesi'- come ha sottolineato a proposito dell'opera, l'acuta Aspesi - all'indomani della prima dell'opera su tutti i giornali silenzio  assoluto, come a spiarsi l'un l'altro: 'scrivi prima tu, che poi  scrivo anch'io', che denota disparità di vedute se non addirittura imbarazzo. Alla fine non ha scritto praticamente nessuno.
 Poi - proviamo ad immaginare, senza l'aiuto della palla di vetro che non abbiamo - una telefonata ai giornali per una tiratina d'orecchi: se neanche voi 'giornali amici' ci difendete...
Non possiamo giurarci, ma le cose sono andate proprio così, per quel tanto che consociamo i giornali, visto che facciamo questo mestiere da oltre trent'anni. E così l'amica 'Repubblica'  parla di CO2, a firma del suo critico il quale allunga anche la durata degli applausi finali che le agenzie avevano calcolato in 10 minuti ed il giornale 'amico', a firma del critico 'amico' (che aveva anche intervistato il compositore,  altra intervista dopo quella della Aspesi), aveva portato addirittura a 15 minuti, roba da non credere, neanche ai Filarmonici di Berlino sono toccati tanti applausi e neppure alla trionfale Turandot. Al giornale amico è piaciuta così tanto la novità di Battistelli, per il principio che il nuovo è sempre da preferire ( incoraggiare?) al vecchio (già noto; quand'anche fosse  migliore!), al punto che, contravvenendo alla regola che le recensioni della musica appaiono solo di domenica, quella di CO2 è stata infrasettimanale.
Nessuno, a maggior ragione il giornale 'amico' ha scritto del pubblico. Tutto esaurito? esaurito a metà? 'Sold out', avrebbero potuto scrivere i giornali 'amici' che amano l'inglese, in linea con la lingua del libretto di Burton. Invece no, perchè troppo falsa. Insomma , inutile cercare sui giornali un resoconto dell'opera di Battistelli.
 Neanche sul dotto 'domenicale' del Sole 24 Ore, il quale domenica 17 ha preferito illustrare il prossimo 'Ravenna Festival' della famiglia Muti, allo spreco di quattro righe sull'opera di Battistelli ( e del resto perchè scrivere di un'opera che ha interessato pochi, gratuitamente, quando si possono scrivere paginate, pagate?).
 La sorpresa , nel 'Domenicale del Sole', arriva domenica 24. L'apertura della pagina della musica, è sulla 'Norma' veneziana, con regia 'biennalina', cui si aggiunge un trafiletto, dal titolo 'alla scala'. una ventina di righe cattivissime nella sostanza, anche se all'apparenza elogiative, ma che non dicono quasi nulla - e perciò inutili!- che terminano così:' da tagliare il retorico predicozzo finale, a luci accese, che oltretutto svelano il poco pubblico in sala'.  In cauda venenum, come non  fosse bastato il veleno sputato lungo quelle acide restanti 18 righe.
 Del pubblico non avevamo letto neanche una riga, i numeri erano coperti dalla valanga di applausi, che a questo punto c'è da chiedersi se non provenissero da una fidatissima claque.
 La palma d'oro dell'opera  va certamente al regista che ha fatto uno spettacolo di quelli indimenticabili, per bilanciare  la musica  che indimenticabile non era, salvo forse quel 'poema sinfonico' della 'danza dei tifoni', incastonata in un 'melologo' lungo e noioso, come l'opera è apparsa ad orecchie accorte, e che Battistelli aveva già pronta, per infilarla in qualunque opera, un pò come si racconta  abbia fatto con la famosissima 'una furtiva lagrima' dell'Elisir, Donizetti. Il solito Battistelli, insomma, ancora alla ricerca di una sua strada, che non rinuncia ancora una volta ad attaccarsi ad 'altro'( una scomoda verità di Al Gore) della cui notorietà intende giovarsi.
Ma anche tutto ciò non giustifica affatto il silenzio generale dei giornali; e non giustifica a maggior ragione  la 'mascalzonata' del Sole 24 Ore'. Meglio allora il silenzio.

sabato 28 marzo 2015

GIOVANNA MARINELLI? TENETEVELA. A MILANO, PEREIRA DA' I NUMERI

L'arrivo di Giovanna Marinelli nell'assessorato romano di Piazza Campitelli, dove per un periodo aveva navigato senza sapere bene dove volgere il timone la Barca, era stato salutato come provvidenziale, specie da tutti quelli che la conoscevano da tempo, essendo la Giovanna  sempre stata al Comune di Roma, anche se mai come assessora  prima d'ora. Veltroni , andando via , l'aveva premiata  per il lungo servizio al campidoglio, mandandola al Teatro Argentina ( Veltroni è stato sempre molto generoso con i suoi fedelissimi ( Walter Verini, deputato a sua insaputa) o con gli amici ( Marianna Madia, prima deputata e poi addirittura ministra in barba alla sua competenza,  solo perchè figlia di un suo amico e fedelissimo collaboratore, defunto). Tutti si aspettavano dalla Giovanna che Lei avesse più a cuore della Barca, le sorti della cultura a Roma, visto che di Marino, il  sindaco in bicicletta, non ci si poteva fidare, e la Barca non ne capiva tanto. E così è stato.
 Assai furbamente all'Argentina è arrivato il direttore di Radio 3, Sinibaldi,  uno di quelli cui la sinistra anche più combattiva non può dire di no, anche in casi estremi;  e così Marino ( non il sindaco ma Sinibaldi) e Giovanna, alla cultura a Roma stanno rompendo le ossa o spezzando la schiena, come si dice.
 Si sono  visti all'opera i due prima nel Caso Valle - ' i problemi sono a monte non al Valle', scrivevano ironici gli occupanti dello storico teatro - fatto sloggiare senza troppe proteste, con promesse  in parte disattese - per il futuro vedremo: Intanto c'è poco da stare allegri. Dove sono i fondi per l cultura nel bilancio del Comune?.E, mentre la Giovanna e Marino, Ignazio, trasferiscono la cultura d'inverno, in periferia, al centro città ed ai suoi abitanti, s'è fatto sapere che l'estate sarà più dura dell'inverno. Soldi non ce ne sono, e bisogna che tutte le associazioni, oggi riunite sotto l'etichetta 'i festival di Roma' , animata alla combattiva Carmen Pignataro de 'I solisti del teatro', attive nell'estate romana, i soldi se li procurino da soli. Al 'pubblico'- inteso come istituzione,  Comune nel caso specifico - dell'Estate romana non fotte più nulla e perciò  quest'estate si chiude tutto baracca e burattini. e così la 'missione' della Giovanna e di Sinibaldi, sotto la protezione del Marino in bicicletta, è chiara ed ora si compie.
 La protesta si legge più sui giornali - ANCHE REPUBBLICA NEGLI ULTIMI TEMPI è STATA GIUSTAMENTE SEVERA CON MARINO, a firma  Giuseppe Cerasa, capo della cronaca - che nei movimenti di opinione e nello stesso PD, al quale questo settore, nelle priorità di governo, è diventato l'ultimo o il penultimo.
ULTIMISSIME. IN NOTTATA NEL BILANCIO DEL COMUNE DI ROMA SONO APPARSI 2 MILIONI PER L'ESTATE ROMANA.  SEMPRE SUL FILO DEL RASOIO, SEMPRE ALL'ULTIMO MINUTO. E' BUONA AMMINISTRAZIONE?

Per agitare le acque 'del nulla che fa rumore', Pereira ha annunciato che nella prossima stagione farà un 'Elisir d'amore' a Malpensa, cioè senza palcoscenico. Gli strumentisti in piedi e i cantanti che si muovono fra biglietterie, sale d'aspetto, salsamenterie e gioiellerie, porteranno al popolo che non ne vuol sentire parlare, l'opera di Donizetti. Chi gliel'ha chiesta?  Il grande sovrintendente  sa già che quelli che restano a terra per scioperi aerei, d'ora in avanti, potranno usufruire dell'opera di Donizetti senza pagare il biglietto e per ingannare l'attesa del nuovo volo.

sabato 7 marzo 2015

Caro Chailly,ci spieghi due cosette

Ieri Riccardo Chailly, sul 'Sette' del Corriere della Sera, ha fatto i suo discorso dell corona, nel corso del quale ha spiegato che cosa intende fare, d'accordo con il gran ciambellano Pereira, alla Scala nei prossimi anni. Ci ha detto che prima di tutto la Scala deve tornare ad essere un punto d'arrivo  per i grandi artisti, e costituire per loro la più importante vetrina mondiale, che  i numi tutelari della Scala saranno Verdi e Puccini, e poi anche Rossini e Donizetti, ma anche Bellini - insomma i grandissimi italiani - con una evidente stoccata alla gestione Lissner-Barenboim, e che inaugurerà la prossima stagione con 'Giovanna d'Arco' di Verdi.  Ha detto poi che vuole immissione di sangue giovane nelle vene della sua orchestra e poi ha annunciato progetti internazionali. Tutto bne quel che cominci bene, poi si vedrà all'atto pratico.
 ma due cose semplici vorremmo che Chailly ce le spiegasse, è l'unico che può farlo con cognizione di causa.
Innanzitutto perchè Abbado non ha mai diretto, nè voluto dirigere Puccini, che Chailly dice essere stimato, anzi temuto dallo stesso Mahler, autore preferito di Abbado. Chailly, che  dice di aver sempre frequentato Abbado, sa della  sua avversione a Puccini e ne conosce anche le ragioni. Perchè non ce le spiega?
 E poi, anche se si tratta di una storia più delicata, vorremmo che ci spiegasse le ragioni della sua uscita dalla Verdi, una decina di anni fa, in modo non proprio onorevole. Noi, involontariamente, fummo testimoni, senza conoscerne bene le ragioni, di quella uscita traumatica, perchè proprio negli ultimi mesi di sua permanenza a Milano, invitammo - era il 2004 - l'Orchestra Verdi e lui naturalmente al 'Festival delle nazioni' di Città di Castello. L'Orchestra accettò e con l'orchestra anche Chailly, a detta di Corbani, nostro più diretto referente, poi alla fine lui dette buca. La cosa non ci piacque affatto, e non piacque nè a Corbani e neanche al grande direttore Romano Gandolfi ( del quale raccogliemmo le confidenze non proprio lusinghiere sia nei confronti di Corbani che di Chailly).  E noi  la ritenemmo comunque uno sgarbo anche nei nostri riguardi. Per fortuna il nostro caro amico  e ottimo direttore Roberto Abbado accolse l'invito ed accompagnò l'Orchestra a Città di Castello, in un memorabile concerto.
 Ci piacerebbe che Chailly ci spiegasse, senza attendere una nuova intervista ad un giornale nazionale,  la sua uscita dalla Verdi, e appena possibile anche l'odio, quanto meno il disinteresse ,  non possiamo penare al disprezo- di Abbado per Puccini

martedì 9 dicembre 2014

Barenboim e l'italianità musicale. Un pensiero interessato e tardivo a Muti?



Terminato il 'Fidelio' inaugurale della stagione milanese, Barenboim ha fatto alcune dichiarazioni. Innanzitutto, rivolgendosi a chi lo ha accusato, lui e Lissner, di trascurare il repertorio operistico italiano (e ci riferiamo a Verdi, Bellini, Donizetti, Rossini, e mettiamoci anche Puccini, perchè no?) ha risposto che 'l'italianità' non è una questione di passaporto. Insomma, che si può fare opera italiana, o 'all'italiana' , anche eseguendo Wagner, Mozart, Strauss, Beethoven, Bizet, innestandovi la grande tradizione storica e musicale del nostro paese, imprescindibile. E che,  perciò, se non si esegue alla Scala nessuno o quasi degli autori grandissimi sopra citati, non si può essere tacciati di 'antiitalianità'.
 E' una teoria che non sta in piedi , come può risultare a chiunque, come non sta in piedi  pure un'altra, che da questa direttamente discende, e cioè che la venuta di Barenboim e Lissner alla Scala, dopo l'epoca Muti, è servita a portare un po' di Europa in Italia, secondo l'interpretazione di qualche giornale, che ha scritto che con la coppia 'estera' alla Scala sono arrivati anche i grandi nomi della regia 'internazionale'. Vabbè, ma è stata vera gloria? Barenboim e i giornalisti, fiancheggiatori del direttore argentino e di Lissner, sostengono che era necessario; noi no, perchè pensiamo che nell'opera lo spettacolo conta - e come potrebbe essere diversamente? - ma conta innanzitutto la musica, ed ancor di più ci sembra conti quando si vedono regie ed ambientazioni che lasciano sinceramente sbalorditi, per la loro estraneità all'opera rappresentata. E quella del 'Fidelio', per restare in tema, non lo era del tutto, perchè mantenere l'ambientazione in un carcere, in ossequio a Beethoven, avrebbe sottolineato l'inferno che in quei luoghi si vive, e in Italia più che negli altri paesi d'Europa.
Barenboim per sottolineare che l'appartenenza ad una nazione non è legata al passaporto, ha detto che se lui avesse dovuto dirigere solo musica del suo paese, per farla conoscere nel mondo, avrebbe diretto e fatto eseguire solo il tango, che è la bandiera musicale argentina. Un colpo basso di Barenboim, che però non fa al nostro caso.
E poi ha invitato tutti in Italia - ma forse si rivolgeva al ministro Franceschini, l'unico con una carica istituzionale presente alla prima milanese - ad impegnarsi perché l'Italia, “come dice Riccardo Muti, non diventi da paese della musica, il paese della storia delle musica”. Intendendo che la musica va tenuta in grande considerazione, altrimenti diventiamo il paese nel quale secoli fa è nata l'Opera, dove sono vissuti grandi musicisti, il paese che ha costruito meravigliosi strumenti musicali ecc... questo dice Muti, e sottoscrive Barenboim, il quale in tutti questi anni non ha mai pronunciato neanche il nome del suo predecessore alla guida della Scala; e ricordarsene solo ora è un po' ruffiano.
Ed ha aggiunto, rivolto a chi lo accusa di non aver mai diretto un'opera del grande repertorio italiano a Milano, che lui questo repertorio lo fa a Berlino. Bella scusa.
In realtà qualcuno ha detto e scritto, negli anni passati, che la ragione del suo mancato impegno nel repertorio italiano a Milano si giustificava con la mancanza di sicurezza del direttore argentino in tale repertorio;  sicurezza che a Berlino - aggiungiamo noi - sentiva di avere ed a Milano no. Perchè Berlino non è Milano, ed il suo teatro berlinese non è la Scala, dove non gli avrebbero fatto nessuno sconto in fatto di interpretazione e di tradizione esecutiva del grande melodramma italiano. In una parola, in fatto di 'stile'. Lasciando in pace Toscanini quando diceva che 'la tradizione è l'ultima cattiva interpretazione'. Altri tempi, altre circostanze.









lunedì 8 dicembre 2014

La prima della Scala. La diretta su RAI 5 non è filata liscia come l'olio. Da Firenze Muti si lamenta, e non dovrebbe

 Certamente meglio dello scorso anno, quando - se ricordiamo bene - c'erano state interruzioni, interviste mozzicate ed altro.
 Quest'anno, salvo ciò che abbiamo scritto ieri a proposito dell'introduzione, dell'intervallo e dei disordini nella piazza antistante il teatro dei quali neppure una eco lontana era giunto alle orecchie degli 'addobatissimi' presentatori, le cose più indecenti si sono avute negli ultimi minuti dell'opera. Più di una volta sono saltate le immagini, ed è apparso il 'salvatore' schermo nero, qualche altra volta è andato via l'audio e le ultimissime pagine dell' opera sono state funestate da  un audio indecente.
 Perchè? Forse perché si stava in una fabbrica dismessa -dove la regia aveva ambientato l'opera - con le forniture elettriche che ogni tanto saltano; o  dove, forse, aveva fatto saltare veramente la corrente quella scapestratella di Marcellina, con quel suo dannato ferro da stiro, quando ha capito che con Fidelio con c'era 'trippa per gatti', perchè non era un uomo ma una donna - nell'intervallo, tuttavia, il duo Mattei-Aspesi non s'è lasciato sfuggire l'accenno al bacio 'saffico' fra le due, che palle. E la sottolineatura all'inferno delle fabbriche che chiudono  è tornato anche nella sigla finale della diretta, più curata della diretta medesima, quando si sono visti  complessi industriali d'altri tempi.
 Orchestra, voci e direzione come si convengono ad un grande teatro. Che certamente ora con il maggior peso che gli verrà dalla presenza del repertorio italiano - fra i più grandi di tutti i tempi - non rischia di 'provincializzarsi' , caro Panza, dopo la sua 'europeizzazione' nell'epoca Lissner, dovuta principalmente alla presenza di registi della grande scena internazionale. Il giornalista del Corriere, intervistato dalla Mattei, ha dimenticatoi di dire che l'Opera è innanzitutto musica e canto, e in secondo luogo spettacolo, e che, perciò, di spettacolo aggiunto si tratta. E, qualche volta, anche inutile e dannoso, perchè il primo e più grande elemento di spettacolo all'opera, deriva dalla musica e dalla voce umana; in misura minore perfino dalla vicenda.
 Comunque in tutti questi anni la presenza di Barenboim che con il 'Fidelio' si cessa a Milano, è stata salutare per il teatro, non perchè egli non abbia mai voluto fare Verdi o gli altri italianucci che rispondono ai nomi di Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini Mascagni, Leoncavallo ecc... ma solo perché ha tenuto fermo il timone in un momento in cui la nave scaligera rischiava di sbattere sugli scogli, a seguito del divorzio traumatico di Muti dal teatro.
A proposito di Muti. Corre voce che si stiano intessendo nuovamente i rapporti con il Teatro dell'Opera di Firenze, dove egli aveva mosso i primi passa da direttore stabile. Un consiglio: non c'è due senza tre, di uscite intendiamo. Attenzione maestro, ancor prima di entrarvi.  Il quale maestro ha trovato il tempo di lamentarsi della stampa italiana che presta più attenzione ad orchestre giovanili straniere quando scorazzano su è giù per l'Italia che alla sua 'Cherubin'i. No, maestro, è fuori strada. Lei non può lamentarsi, non si dimentichi  che nei giornali ha addirittura dei giornalisti 'personali',  i quali basta che lei alzi il telefono e nel giro di qualche or se li ritrova proni, dietro la porta di casa.

sabato 6 dicembre 2014

De Rita &Sons: il Censis di padre in figlio. Ora è Roma un pericolo per Ignazio Marino e non viceversa. Augias ha fatto conoscere in Francia Rossini, Bellini, Donizetti

 Augias Corrado, Legionario (d'onore). Al giornalista italiano la Francia ha attribuito la Legion d'onore per i suoi altissimi meriti culturali. Senza il suo impegno di divulgatore anche musicale  - il riferimento è a quelle  videocassette pubblicate da Repubblica e dedicate ad alcuni notissimi musicisti - i Francesi non avrebbero conosciuto Rossini, Bellini, Donizetti. Se i Francesi, per conoscere musicisti della grande storia, hanno bisogno del dilettante Corrado Augias vuol dire che siamo davvero alla frutta. Augias  è un ottimo e conosciutissimo giornalista,  parla della Francia agli italiani e viceversa; ma, per carità, lasci stare i musicisti. Lui, senza il  bravo Modugno, in quelle sue lezioni mostra, senza vergogna, tutta la sua superficiale conoscenza della musica, al cui mondo egli è del tutto estraneo. Eppur si muove.
 Ma quali famiglie? Mio figlio è il candidato che ha titoli per assumere quell'incarico. Non ne avrei potuto trovare un altro più idoneo. Che sia poi mio figlio non conta. E' la giustificazione miserevole che Giuseppe De Rita porta per il passaggio della direzione del CENSIS dalle sue mani in quelle di suo figlio. Il quale, laureato in ingegneria aeronautica, pensò bene fin dall'inizio del suo lavoro, terminati gli studi, di atterrare su una pista, guidato dal pilota automatico che  aveva predisposto suo padre: quello della ricerca sociale prevalentemente. Poi passò a Nomisma  e da lì, prima segretario generale del CENSIS ed ora anche direttore, al posto che è stato di suo padre fino a ieri.
 In Italia, ha detto di recente il CENSIS nel suo annuale rapporto, tutti sono convinti che senza una protezione - unita nei casi migliori a meriti propri - non si va da nessuna parte. E il primo a dar prova dell'affermazione è stato proprio il direttore del CENSIS medesimo, Giuseppe De Rita, facendosi succedere da suo figlio. Perdonate l'uso improprio del verbo, ma la sostanza è ben più grave ed impossibile da perdonare.
 Da qualche giorno non è più Marino il vero pericolo di Roma, bensì la città da lui governata, come  si ritiene da più parti, ad essere un pericolo per lui. E perciò il pericolo dell'altro ieri è oggi sotto minaccia e diventa il bene più prezioso da difendere. Il prefetto è convinto che egli possa essere in pericolo e perciò gli assegna una scorta, vietandogli di usare la sua amatissima bici per gli spostamenti. Il presidente del PD, inviato da Renzi a far pulizia nel Comune  infangato dalla malavita, ha blindato lui ed il suo gabinetto, dicendo fin d'ora che se dovessero esserci nuove elezioni -richieste a gran voce da Movimento 5 Stelle e Forza Italia, più velatamente da Alfano - lui sarebbe il candidato del PD e nessun altro, perchè  forse uno dei pochissimi, addirittura l'unico a non essersi sporcato con la cupola del malaffare.  

domenica 22 dicembre 2013

L'Elias di Mendelssohn interrotto dalla Rai. E poi mandato per intero

In un corsivo apparso sul Corriere di ieri, Giuseppina Manin, assai acutamente, pone la questione dei concerti di musica cosiddetta classica in tv, osservando che la decisione che il cosiddetto 'Concerto di Natale' dalla Scala, che Rai 1 trasmetterà la vigilia di Natale, alle 11 si  interromperà alle 12 esatte per far posto alle tagliatelle della Clerici, è un vera porcata. Lo è nel senso che quell'ora di orologio programmata non è sufficiente a trasmettere l'oratorio  mendelssohniano  che vuole più tempo e che quindi verrà amputato senza pietà. Si provi la Tv pubblica, che difende la cultura  solo a parole,  a tagliare la finale di un Gran Premio, di una  partita di calcio e vedrà che razza di sollevazione popolare ne nasce.  Capace anche di mandare a casa il responsabile della rete. Per la musica no. Ed ha perfettamente ragione. Ma sant'iddio,  se la televisione  si comporta  con la musica come la peggiore delle matrigne, perchè la musica non sventa simili agguati? Come? Semplice.
 La Scala sa da tempo, perchè ce l'ha scritto nel contratto annuale con la Rai, che verranno registrati e trasmessi tot opere, tot concerti; allora pensando ai programmi, perchè non li adegua preventivamente ai tempi televisivi? L'anno scorso l'ha fatto anche con Berlioz ( l'infanzia di gesù ), l'ha mandato in onda, per sua fortura, da un lato, Rai 5, per intero, ma l'hanno visto venti peraone!!!!: un concerto che superi la durata di un'ora, di mattina, ma forse anche di sera, è per la televisione, ma diciamo pure per i telespettaori, una specie di calvario.
E non è la prima volta che la Rai interviene da matrigna con chi evidentemente il suo mestiere di programmatore non sa farlo bene. Qualche anno fa nel concerto di Natale registrato al senato ed affidato all'Accademia di santa Cecilia, si programmava la 'Petite messe' di Rossini, sublime capolavoro. Possibile che i dotti accademici ceciliani non sapessero che la durata della Messa superava di gran lunga la durata del concerto? perchè programmarla, allora? c'è tanta, tantissima bella musica  da fare un'oretta di concerto, perchè non pensarci prima? anche uesto avrebbe dovuto scrivere l'acuta Manin. La quale, fra qualche settimana, scriverà del Concerto di capodanno della Fenice, che entra perfettamente nell'ora prevista. In quel caso scriverà che non gli piaceva la musica. A lei che difende Mendelssohn, non piacerà magari verdi, Rossini, Donizetti, Bellini, Mascagni, Leoncavallo... Ma allora, le risponderemo: chissenefrega: il Concerto piace a qualche milione di telespettatori.
P.s. Oggi, domenica, abbiamo letto i giornali solo nel pomeriggio, impegnati questa mattina in cose più interessanti. Dalla lettura apprendiamo che la Rai trasmetterà l'intero oratorio in questione, anticipando di un'ora l'inizio del concerto.

martedì 17 settembre 2013

Reate Festival: se questo è un festival

Giunto alla quinta edizione, con finanziamenti statali in discesa di anno in anno dopo quelli lauti, esagerati, dei primi anni - come si fa ad avere finanziamenti dal primo anno, se in Italia occorre aver prima fatto tre edizioni di festival per poter chiedere finanziamenti allo Stato? - che altro non erano che  finanziamenti 'occulti' - senza nulla di illecito, ed allora sarebbe meglio dire: camuffati - per Santa Cecilia. Per  l'Accademia, s'intende, il cui sovrintendente-direttore artistico non contento e non occupato abbastanza dal lavoro dell'Accademia, ne assumeva anche altri, come quello di fondatore e direttore artistico del Festival di Rieti, ospitato  in buona parte nel Teatro Vespasiano. L'Accademia  prestava - non gratis, sia chiaro ! - la sua orchestra e dava occasione di  sbocco lavorativo ai migliori allievi della sua iniziativa, meritevole, 'Opera studio', per i quali non trovava spazio nelle sue stagioni canoniche. Poi il Vespasiano si costituì in Fondazione, uscirono allo scoperto  i fautori della trasformazione – Letta presidente, Cagli, presidente onorario del festival che cede, quando lascia la direzione artistica, le redini a Lucia Bonifaci, sovrintendente e Cesare Scarton direttore artistico, persone gradite e sostenute una  da Letta e l’altro da Cagli. Si delinea anche il panorama dei finanziamenti ottenuti dal Ministero, da Nastasi, uomo di Letta, vero benefattore della musica, ma che  oltre che presidente della Fondazione   Teatro Vespasiano, è anche consigliere di amministrazione dell’Accademia di Santa Cecilia.

 L’edizione 2013 che comincia fra qualche giorno ha come suo punto di forza la rappresentazione di 'Anna Bolena' di Donizetti, affidata ad Europa Galante, con la direzione di Flavio Biondi, il quale, assieme alla Bonifaci e Scarton, in maggio ha fatto audizioni a Parma ( la città dove temporaneamente andò in esilio artistico Cagli quando si dimise da sovrintendente dell’Accademia, per organizzarvi il Festival Verdi del 2001, con tanti soldi a disposizione, e portandosi dietro, anche lì Scarton ed il suo seguito, e dove fece fare a Biondi una ‘Sonnambula’ di Verdi - come tutti sanno!) dove però non ha reperito tante voci nuove, ed ha quindi fatto ricorso ad alcune, già collaudate, di Opera Studio, presenti nelle passate edizioni del festival e ad un paio di professionisti.  Oltre Donizetti c’è un concerto di Biondi, da solista con brani per violino solo, adattissimi ad un pubblico attento e preparato come quello di Rieti, e, infine un concerto per organo sullo strumento della cattedrale, costruito da Formentelli su modello di uno storico organo ‘francese’ progettato e mai costruito prima.  E poi due concerti dell'orchestra e coro di ragazzi dell'Opera di Roma, dove è presente anche la Bonifaci. Questo è il Reate Festival del 2013. No, ci sarebbe un appendice, in novembre, intitolata: ‘Verdi, un giovane compositore per  giovani voci, attorno ad ‘Un giorno di Regno’. E’ bastato il titolo ‘giovane due volte’ per far attizzare le orecchie di Nastasi, attentissimo a quanto avviene di nuovo ed originale nel nostro paese in campo musicale, per inserirlo nei ‘progetti speciali’. Per questo, il Ministero  ha finanziato il  festival reatino, ad opera di  Nastasi, il munifico, per ordine dei soliti.