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venerdì 4 maggio 2018

Giorgio Battistelli parla con Carlo Maria Cella, al Maggio Fiorentino, della 'Musica del '68'. Ma all'epoca non aveva quindici anni appena?

Battistelli  nel '68 aveva 15 anni e forse neppure sapeva cosa fosse la musica e che fare da grande(si diplomerà in composizione soltanto dieci anni dopo, nel 1978). Ma Chiarot -  che con Battistelli ha un antico legame ancor prima di emigrare da Venezia a Firenze: chissà perché -  ha chiamato lui a parlare di un argomento e di un periodo che non ha vissuto, perchè ancora ragazzo che viveva in un paesino laziale, perchè a Firenze Battistelli ha uno dei suoi feudi:  è direttore della Orchestra della Toscana,  e perciò anche partner del Maggio. Quando si dice 'la persona giusta' per 'la riflessione giusta'.
 Nessun ragione perciò per rivolgersi a  esperto che esercitava già la professione musicale nel '68 ed era in condizione di capire cosa stesse succedendo anche nella musica - dove forse nulla accadde di così eclatante da mettere in diretto rapporto con  quel movimento che cambiò la società.

 La dichiarazione di Pollini prima del concerto al Conservatorio di Milano, il 3 marzo 1970, contro la guerra del Vietnam c'entra qualcosa? O forse Battistelli si limiterà a chiacchierare con Cella dell'impegno sociale e politico manifesto degli artisti? In questo caso Battistelli potrebbe spiegare come mai  in anni recenti decidesse di candidarsi a sindaco di Albano  Laziale - suo borgo natio, alle porte di Roma - o l'adesione attraverso le sue opere alla campagna per la salvezza del pianeta (CO2) almeno che non indichi a tutti una nuova strada per la salvezza, quella che ha da poco intrapreso  in preda ad una crisi mistico-religiosa: la salvezza è nella Bibbia.
 Ma tutto questo non ha nulla da spartire con il Sessantotto.

venerdì 19 maggio 2017

Fate la carità ai musicisti. Il nuovo 7 ( Corriere della Sera) diretto da Severgnini racconta quanto guadagnano i musicisti in Italia

Una decina di anni fa, all'epoca dei primi  numeri di Music@ - la nostra amata rivista ridotta ora a Musica+ - affrontammo il problema dei 'guadagni' dei musicisti - categoria tuttavia molto complessa ed articolata - mettendo in copertina un giovane violinista  che suonava per strada con la custodia dello strumento aperta a terra, a  mò di cappello per l' elemosina.
 Dall'inchiesta, all'interno della rivista, emergeva un duplice realtà. E cioè che, coloro i quali, per loro fortuna e merito soprattutto, erano inquadrati nelle orchestre lirico-sinfoniche nazionali, non se la passavano poi tanto male. Guadagnavano tanto? Poco? Più dei loro colleghi  europei? Meno? Inutile tornare sull'argomento. Perchè ciò che più ci premeva illustrare all'epoca era la situazione dei musicisti 'giovani' , non ancor inquadrati in nessuna di quelle strutture stabili, che in Italia  sono una quindicina, e sulla estrema precarietà del loro lavoro.
 Da quella immagine che noi ponemmo in copertina parte l'inchiesta pubblicata ieri sul 7  del Corriere della Sera, ora diretto da Beppe Severgnini, ed affidata a Rita Querzè, che dovrebbe essere una giovane giornalista, collaboratrice del settimanale, dunque precaria ella stessa, e non del settore musicale.

Fare i conti in tasca ai musicisti, anche a quelli stabili o stabilizzati, fino a quando - e la data attesa con grande trepidazione è quella del 31 dicembre 2018 - lo saranno , nelle Fondazioni lirico- sinfoniche, non è facile. Il  7 pensa di poter affermare che un musicista italiano, a differenza di molti suoi colleghi europei, ad inizio di carriera guadagna quasi quanto un metalmeccanico, o poco più. Naturalmente, considerato che  le Fondazioni lirico sinfoniche italiane, pur inquadrate  con il medesimo contratto nazionale di lavoro ( vi consigliamo tuttavia  di non leggerlo, capireste molto poco: è lunghissimo, prevede infiniti livelli di inquadramento e stipendiali, e arrivati all'ultima pagina non saprete quando guadagni un  musicista stabile in Italia) hanno anche contratti integrativi delle singole fondazioni, le loro buste paga sono differenti e talvolta molti distanti le une dalle altre e tutte da quelle del metalmeccanico.

Quelle della Scala - ovvio - sono al vertice, ma non si capisce perché siano altrettanto alte, ad esempio, quelle dell'Opera di Firenze ( non sarà anche questa la ragione dello stratosferico buco di bilancio dell'ente fiorentino che ora il neo sovrintendente, Chiarot, dovrà cercare di colmare?), mentre sono basse quelle della Fenice come anche quelle dell'Opera di Roma ecc... ( le tabelle illustrative le abbiamo prese da un articolo di Mattioli per La Stampa). Almeno così erano fino a qualche tempo fa.

Leggendo, anche se  di fretta, il Contratto di lavoro nazionale, l'ultimo ma di molti anni fa, vi scorgiamo infiniti appigli per altri emolumenti, indennità di vario genere, da quella per la 'mensa' a quella per lo 'strumento' proprio, a quella per spettacoli all'aperto a quella per le tournée, a quelle per il matrimonio ( e chi si sposa più d'una volta ha sempre diritto a quel premio/indennità che è pari quasi ad una  mensilità?).

Ciò che stupisce  e sorprende nell'articolo del 7, è il numero di mensilità che i musicisti inquadrati percepiscono ( o percepirebbero?) all'anno, e cioè 16. Non tredici come i comuni mortali, e neanche 14 come alcune categorie di privilegiati e di pensionati poveri, ma sedici addirittura. Come si arriva a 16?  Tredicesima, quattordicesima, cui vanno aggiunte altre due mensilità che figurano nel contratto come premi vari di produzione  e che, in Italia, si danno a tutti, anche ai dipendenti di istituzioni che hanno bilanci in profondo rosso; perciò, senza dire che quel rosso l'hanno creato i lavoratori,  una qualche parte l'hanno avuto anch'essi.

Da 12 a 16 il passo non è breve e neppure normale. E' come se, a livello di stipendio, l'anno per i nostri orchestrali avesse un quadrimestre in più: quattro e non tre, come il calendario.
 Se qualcuno sapesse spiegarci le 16 mensilità ci farebbe un enorme piacere, a noi ed ai lettori.
Perciò è evidente che le 16 mensilità spalmate sui mesi dell'anno, che sono 12, fanno salire  un bel pò il compenso mensile. E dunque gli stipendi dei primi che vengono definiti 'come quelli dei metalmeccanici' non sarebbero più equiparabili  ai secondi. E perciò non ci preoccuperemmo più di tanto dei musicisti stabilizzati.

Destano invece seria preoccupazione i musicisti,  freschi di studi, capaci e meritevoli che non sanno a quale santo votarsi, per intraprendere una carriera musicale che non sia quella del solista ( la notissima musicista che dirige il Conservatorio di Milano invita a non farsi illusioni: si tratta di una carriera quasi impossibile! bella prospettiva), dove pure, a seconda della notorietà e del settore ( i solisti di canto ed i direttori guadagnerebbero enormemente di più dei solisti strumentali; fra i quali i grandi pianisti guiderebbero la classifica dei compensi) ci sono dislivelli  di compenso inimmaginabili.
 All'inizio sembrerebbero tutti sfruttati, come forse tutti i giovani del mondo che desiderano fare sul campo un apprendistato non retribuito: il guaio è che tale situazione, chi regge le istituzioni la vorrebbe perpetrata nel tempo e forse anche all'infinito ( le cosiddette orchestre ' di formazione' sono da includere in questa casistica?).

E i giovani di cosa vivono? Di matrimoni, serate, improvvisazioni per strada? Domandatelo a chi queste cose le vive sulla sua pelle, a tutti quelli che conoscete, ma non a quella giovanissima direttrice - come ha fatto il 7-  che già deve ringraziare il cielo se sale sul podio, data la sua evidente inesperienza. E non si citi il caso di Gustavo Dudamel, che è e resta comunque una eccezione.

martedì 2 maggio 2017

Il 'GIOVANE' Gianluca Capuano. Giovane perchè?

A Gianluca Capuano abbiamo dedicato giorni fa un post, per accreditarci, parzialmente, la sua scoperta più di dieci anni fa ( invitandolo, nel 2004, per  eseguire Giacomo Carissimi al Festival delle Nazioni di Città di Castello) mentre oggi si legge in rete che l'ha scoperto (ed anche lanciato la notissima cantante Cecilia Bartoli, che certamente ,in fatto di lancio, ha molti più numeri di noi a quel tempo). Ne abbiamo parlato perchè alla sua direzione era affidata l'opera mozartiana inaugurale del maggio Fiorentino, edizione 80, di quest'anno. Idomeneo è andato in scena a Pistoia, con la regia di Michieletto, per omaggiare la cittadina  scelta come Capitale della cultura quest'anno (naturalmente il sindaco s'è accordato con il suo omologo fiorentino, Nardella, per far piovere nelle casse vuote del Maggio un pò di soldi che la scelta di Pistoia portava in dote).
Oggi ne scriviamo per precisare una cosetta che ci è capitato di leggere nei giornali dell'altro ieri.  Dove abbiamo letto che Idomneo era stato diretto dal GIOVANE Capuano? giovane in che senso? Nel senso che la sua professione direttoriale è giovane? No, perchè da quando lo conosciamo, da oltre dieci anni, egli era già direttore e esercitava tale professione soprattutto nel settore oratoriale, dove faceva anche molto bene.
 E allora Giovane perchè? Anagraficamente? Falso. Gianluca Capuano è nato 49 anni fa.Sulla soglia dei cinquanta dunque si è giovani? vecchi certamente no, ma neanche giovani, salvo che non si ammetta che si passa, appena superati i cinquanta,  in un colpo dalla giovinezza alla matura età.

giovedì 2 marzo 2017

Riccardo Muti torna a Firenze per il G7 della cultura, a fine marzo

Firenze è sempre stata considerata come una sorta di zona franca, fra Milano (Scala) e Roma (Opera), dove, invece, chi ci è passato, prima o poi, ha dovuto pagare pegno. I casi di Abbado e Muti stanno a testimoniarlo.
Sia Abbado, quand'era in vita, che Muti prima di tornare a Roma o a Milano  s'erano fatti ascoltare a Firenze, accampando talora ragioni sentimentali. Nel caso di Muti,  perchè Firenze era stato il suo primo incarico stabile in Italia, dopo la vittoria del Premio Cantelli, chiamatovi da Roman Vlad, la riconoscenza verso il quale Muti ha sempre dimostrato anche  prendendo per mano il suo figlio diletto e piazzandolo all'Opera di Roma, dove forse con le sole sue forze  non sarebbe mai giunto, come anche in altri incarichi sui quali  il grande direttore mantiene una sua influenza, se non diretta, almeno di prestigio.

Comunque resta il fatto che sia Abbado che Muti, in Italia, nei periodi di maretta con le rispettive orchestre di titolarità passata, oltre le orchestre giovanili dagli stessi fondate ( le Orchestre  Mozart e Cherubini), le rare volte che hanno diretto in Italia, hanno diretto a Firenze, l'Orchestra del Maggio fiorentino, fra le più prestigiose. L'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, altra anomalia, nè l'uno nè l'altro  l'hanno diretta per anni; e, nel caso di Muti, crediamo una delle sue rare volte ai tempi di Siciliani, perciò un secolo fa.

Ora Muti torna a dirigere, in due concerti, l'Orchestra fiorentina che da poco ha un suo direttore musicale, in Fabio Luisi, ed un direttore ' a vita', più o meno, in Zubin Mehta che l'ha guidata per anni ed anni. Ma non ha più un sovrintendente, dopo le dimissioni irrevocabili di Francesco Bianchi che ha fatto sapere pubblicamente di aver risanato i conti della Fondazione. E tutti si augurano che sia la volta buona.

Nei giorni scorsi ci siamo permessi di suggerire a Nardella ed anche a Franceschini, ai quali spetta il compito di individuare e nominare il nuovo capo dell'Opera di Firenze, il nome di Carlo Fontana, che, fra tutti i manager  'culturali' in circolazione ed in fondo liberi da incarichi simili è forse il più titolato. Sempre che lui lo voglia e che voglia anche abbandonare la presidenza dell'AGIS, dove sembra essere da anni a 'bagnomaria'. E sarebbe sicuramente la scelta migliore per Firenze. Naturalmente sarebbe opportuno, vista la disponibilità di Bianchi a restare sino alla fine di aprile, che la nomina eventuale di Fontana avvenisse  dopo la fine di marzo, per non  fargli incrociare come padrone di casa Muti, con il quale i rapporti alla Scala non furono alla fine e forse anche durante, sempre felici.
 Dopo la fine di marzo il suo arrivo a Firenze sarebbe provvidenziale.

Ed ora  una noterella sul programma che Muti dirigerà a Firenze: sinfonia da Guglielmo Tell di Rossini, Schubert, Sinfonia n.8, 'Incompiuta' e Brahms, Sinfonia n.2. Un programma che a noi sembra fatto non con la testa e considerando il dovuto peso che si deve alla musica ed alle singole opere.
Due sinfonie, in ciascuna delle due parti del concerto a noi sembrano come buttate lì, specie se consideriamo il senso che soprattutto la sinfonia di Schubert ha nella storia. Il programma ideale anche per il pubblico -  non diverso potrebbe essere il discorso per il primo dei due concerti riservato agli ospiti del G7 che a tutto penseranno tranne che alla musica e che non vedranno l'ora di andarsene via - sarebbe di una prima parte  composta da brani, due o tre, sulla falsariga della magnifica sinfonia rossiniana, che preparano alla seconda, dove da sole la Sinfonia di Schubert o Brahms sarebbero più che sufficienti.

 Noi siamo sempre stati contrari ai programmi maratona, ed a quelli che in quattro serate,  buttate lì due per sera, esauriscono, ad esempio, le sinfonie di Beethoven.  Un simile ciclo con un simile ritmo non giova  né alla musica  né a chi l'ascolta.

 Se poi la scelta di Muti è caduta su quei brani perché li straconosce, come anche l'orchestra fiorentina, in modo che con due prove  possa concertarle, peggio ancora.

sabato 25 febbraio 2017

Opera di Firenze.Lascia il sovrintendente Francesco Bianchi che sostiene di averne risanato i conti. Carlo Fontana sarebbe un ottimo successore

Era nell'aria che sarebbe uscito dall'ex Maggio fiorentino, Franceco Bianchi messo lì dal duo Renzi-Nardella ( suo fratello era stato assessore renziano), sul quale circolavano già molte chiacchiere che avevano a che fare con la sua incapacità a reggere una fondazione lirica, anche dal semplice punto di vista dei conti.  Infatti, senza le benevoli iniezioni di denaro dal Governo Renzi, la SITUAZIONE DELLO STORICO TEATRO FIORENTINO RISULTAVA LA PEGGIORE FRA LE 14 FONDAZIONI LIRICHE ITALIANE. Seconda forse solo a Bologna.
Si è detto anche della sua incapacità a rapportarsi con chi della storia del Maggio era stato un autentico protagonista - ci riferiamo a Zubin Mehta, licenziato come l'ultimo direttorino, e poi ripreso;  noi al posto di  Mehta, lo avremmo mandato a quel paese.

Comunque nella storia dell'Opera di Firenze Bianchi non passerà se non per i bilanci risanati solo a costo di robuste iniezioni di denaro fresco da parte dei governanti amici, per gli stipendi dei suoi fedelissmi aumentati, e per il silenzio totale sul suo di stipendio. E, probabilmente, non per altro.
 Ora lui se ne va per tornare al suo amato e più redditizio - da quel che dice - suo lavoro professionale. Sarà vero?

A noi sembra di rileggere la storia già letta dell'uscita della Colombo ed anche dell'Arcà, il quale si dette a gambe levate quando stava per crollare il castello della fondazione fiorentina, avanzando che stava lavorando ad altri progetti; in realtà era il Teatro che doveva cambiar progetto se voleva evitare la chiusura, E infatti subito dopo la sua uscita, con l'approdo a Parma, tenuto in caldo in attesa della uifficializzazione, si scoprì la voragine dei conti fiorentini; Renzi nominò Bianchi commissario con il compito del risanamento almeno economico, senza distruggere il teatro che non si amministra come una banca.
 Non vorremmo che fra qualche giorno o settimana, all'arrivo del nuovo sovrintendente, ci venisse detto che i problemi del Maggio non sono affatto risolti e che saranno richiesti nuovamente sacrifici ai lavoratori, in termini di licenziamenti.

A proposito del nuovo sovrintendente, circolano già i nomi di alcuni in carica altrove, sentiti da Nardella e che hanno detto: no, grazie. Carlo Fuortes - che Franceschini se potesse lo nominerebbe sovrintendente d'Italia, tanto si sa vendere bene (l'ultima è di pochi giorni fa, quando ha detto che l'opera in cartellone a Roma aveva due cast ed il secondo, a differenza di ciò che accade in tutti i teatri del mondo, è eccellente come il primo. Insomma, voleva dire Fuortes, che dimostra di  conoscere i teatri come le sue tasche, che solitamente il secondo cast è di scartini e sostituti. Boh!), è stato il primo dei candidati che hanno rifiutato, e Rosanna Purchia, la seconda: dice di star bene a Napoli.

 Noi a Franceschini e Nardella vogliamo dare un suggerimento disinteressato ma preziosissimo. Perchè non interpellano Carlo Fontana, attuale presidente dell'Agis - di cui non si sente dire nè bene nè male, e  non sappiamo neppure se esiste - che ha alle spalle una lunga e qualificata esperienza di sovrintendente? In fondo da Milano a Firenze ci vuole neanche un  paio d'ore di treno. Si dirà che era stato contattato, dopo la Colombo o forse in alternativa a lei, e che aveva rifiutato perché non voleva essere messo sullo stesso piano di una sua ex dipendente che aveva fatto una carriera fulminante. Forse adesso accetterebbe, anche perchè non c'è più a Firenze, quella Francesca Tartarotti, figlia del finanziere Micheli( artefice del successo e della scalata della Colombo) chiamata da Bianchi ed ora in attività a Verona, a fianco di Fuortes.

lunedì 30 maggio 2016

Va avanti il progetto della decimazione, chiamata 'riforma', della musica in Italia, cominciando dall'Arena di Verona

Profeta e primo attuatore della 'riforma' della musica in Italia è
stato Salvo Nastasi , ex direttore generale del MIBAC, ora distaccato a Palazzo Chigi - su consiglio di Nardella - con l'incarico di vigilare sul risanamento di Bagnoli (che speriamo non sia simile a ciò che lui intendeva per 'risanamento' (detta anche 'riforma') nella musica, e che ha avviato,  qualche mese prima di lasciare l'incarico, attraverso quel fottuto, diabolico algoritmo, che ha letteralmente decimato le associazioni ed istituzioni musicali finanziate con il FUS, sparse  dappertutto in Italia e che per decenni hanno assicurato agli italiani un effettivo contatto con la musica).
 Il primo passo, salvo  che il suo protettore Franceschini, tornato in sè, non ritorni sui suoi passi riammettendo molte delle associazioni al FUS, come aveva lasciato sperare dopo le proteste generali seguite alla esclusione, c'è dunque già stato. Ora si tratta di procedere al secondo, da quel che si sente dire -  e riguarderà il progetto di riduzione drastica del numero delle Fondazioni liriche italiane, lasciando aperti tutti i teatri, ma degradandone di fatto la gran parte.
 Franceschini, nella sua mente perversa di ministro irrispettoso del nostro patrimonio musicale,  forse sta pensando che la crisi delle Fondazioni denunciata in questi giorni ( causata dai licenziamenti di oltre cinquecento unità di dipendenti che ora la magistratura potrebbe far rientrare, per effetto della quale le Fondazioni dovrebbero avere almeno una ventina di milioni di Euro a disposizione per farvi fronte; e questi soldi dopvrebbe darli il ministro) giunge come manna dal cielo.
Dichiarerà il ministro che il suo dicastero non può far fronte a tale prospettiva e perciò non gli resta che  ridurre - con apposito decreto - il numero della fondazioni, lasciandone aperte pochissime unità con qualche festival storico, temporaneo, in aggiunta - si dice dell'Arena di Verona e del Maggio Fiorentino;  due festival le cui fondazioni, da quel che si legge stanno nei guai anche senza l'ultima grana dei dipendenti licenziati da riassumere e risarcire? E' quel che si teme.
 Perchè su questa strada sembra incamminarsi anche il commissario Fuortes, tanto amato e stimato da Franceschini, il quale potrebbe portare a compimento il folle progetto di Nastasi. Partendo da Verona. Dove ha prospettato la ricetta per il risanamento della Fondazione lirica,  che avverrebbe entro il 2018, a patto che si sottoscriva il suo piano di rientro: nessun licenziamento (salvo le poche unità del corpo di ballo), perdita di alcuni benefit tradotti in salario aggiuntivo, e chiusura per due mesi ( ottobre e novembre) della fondazione e delle sue attività, con relativa sospensione degli stipendi. La strada più breve per andare veloci verso la chiusura della Fondazione, e l'ammissione al FUS del solo Festival estivo in Arena. E se l'esperimento riuscirà, nel silenzio complice e suicida del mondo musicale italiano, verrà esteso  quasi subito a Firenze, che nuota in cattivissime acque, e fra i debiti, che il sovrintendente Bianchi, si denuncia da più parti, non è stato in grado di rimediarvi.
 Dunque la 'riforma' ( alias 'distruzione')  della musica iniziata da Nastasi, con la benedizione di Franceschini, prosegue ed anche  a tappe forzate, con l'azione del commissario 'risanatore' Fuortes.

sabato 21 maggio 2016

ANFOLS & CONSERVATORI. Una proposta MOLESTA per dare speranza e futuro ai giovani musicisti italiani

Come ci ha confermato la cronaca di questi giorni - vedi la fine dell' EUYO - le orchestre, soprattutto giovanili, che si chiudono sono in numero maggiore di quelle che si aprono - che anzi non se ne aprono affatto, specie in Italia. Dove se ne sono chiuse tante. A cominciare dall'Orchestra giovanile di Santa Cecilia, la più gloriosa e con un reale futuro di lavoro - fatta chiudere da Berio, sindaco Rutelli, perché non si trovavano 400.000 Euro.  Mentre lo stesso Berio, elargiva compensi fuori merccato per le cosiddette 'lectio magistralis' di musicologi suo amici ( 70.000 Euro circa cadauno, lo abbiamo scritto tante volte a ridosso degli avvenimenti in oggetto), si aumentava il compenso come capo di Santa Cecilia: una eredità che Cagli ha mantenuto, fino al divieto di superare una certa soglia: 240.000,  anche Cagli ha goduto di un compenso stratosferico, oltre 300.000 Euro.
 La 'giovanile' di Santa Cecilia non venne più riaperta, anche sotto Cagli, perchè  -si disse - gli orchestrali illuminati della celebre orchestra non vedevano di buon occhio i giovani che si stavano facendo strada (ed anche, indirettamente, concorrenza?); e neanche Pappano ha ripreso quel progetto. Non ci si venga a dire che ora esiste la Juni Orchestra. E' un'altra cosa, iniziativa benemerita ma un'altra cosa.
 Qual è la situazione odierna, dopo la chiusura anche della Mozart (di cui si attende, almeno ce lo auguriamo, una prossima riapertura, per iniziativa privata!), dell'Orchestra Sinfonica di Roma, dell'Orchestra del Lazio, per fermarci al Lazio che conosciamo meglio?
E' la seguente. Orchestre giovanili non ve ne sono praticamente più. Salvo quelle create in ogni Conservatorio per soddisfare la pessima velleità di 'produrre', a ritmi forzati ( il Conservatorio di Roma, ad esempio, suona quasi ogni giorno dappertutto. Più volte ci siamo chiesti: ma quando studiano questi ragazzi?), anche durante gli anni di formazione.
Contemporaneamente sono nate iniziative didattiche di perfezionamento, dopo gli studi in Conservatorio, al fine di avviare praticamente i giovani musicisti alla professione. Ne sono nate alla Scala, al Maggio Fiorentino ( dal quale proprio in questi giorni arrivano voci allarmanti di default!), a Napoli ( San Carlo) e all'Accademia di Santa Cecilia, dove i corsi di perfezionamento sono fra i più antichi di Italia.
Senza contare, naturalmente, l'ottima  Scuola di Fiesole( che proprio in questi giorni ha visto un avvicendamento nella direzione, passata da Lucchesini a Meunier) che, in anni recenti, ha svolto magnificamente, nonostante le stupide contestazioni dei vari conservatori e dei loro docenti, il ruolo che l'assenza di accademie in Italia le ha delegato: quello cioè di avviare concretamente gli strumentisti più bravi all'esercizio della professione .Ora Fiesole ha ricevuto un riconoscimento ufficiale e si è consociata con alcuni Conservatori, come  Ferrara.
Volutamente, taciamo della tragica orte dell'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani (ONC), affidata dal Ministero a mani incompetenti  e fatta perciò, di fatto, vivere in perenne stato comatoso.  Un'altra delle schifezze italiane  con la benedizione del Ministero.
 E veniamo alla nostra modestissima proposta indirizzata agli attuali, illuminati e lungimiranti  - detto senza ironia - reggitori dell'ANFOLS: Chiarot, presidente, Giambrone, vice.
  Le nostre fondazioni liriche devono, data l'attuale situazione, stabilire ciascuna rapporti stretti con i Conservatori della zona per fornire, senza lunghi spostamenti e senza spese per gli studenti, con regolarità, assistenza e formazione agli studenti più bravi, impegnando, per l'insegnamento, le prime parti delle loro orchestre. In tal modo si creerebbero automaticamente dei vivai dai quali 'raccogliere' i futuri sostituti degli strumentisti delle relative orchestre.
 Perché non si è fatto prima, se è cosa, all'apparenza, così semplice? Da parte dei Conservatori, perché gli insegnanti, ad ogni proposta di tal genere, si sentivano sottovalutati rispetto ai loro colleghi che lavorano in Orchestra; da parte delle Fondazioni liriche perché gli strumentisti fino ad oggi hanno difeso strenuamente i loro privilegi, gli orari di lavoro ecc...
I Conservatori, che fingono di sbracciarsi in difesa del futuro dei loro studenti, mettano da parte queste invidiuzze fra membri della medesima casta; le Fondazioni liriche si adoperino per far capire agli strumentisti che  fra i loro compiti ci deve essere anche quello di formare i futuri strumentisti.
E Conservatori e Fondazioni liriche tengano presente che gli uni e le altre  vivono con soldi pubblici. perché, nonostante l'inutile e velleitaria riforma 'Veltroni', senza la presenza dello Stato nessuna di queste istituzioni sopravviverebbe.
 E dunque comincino a modificare  certe  cattive abitudini, anche se sedimentate ed incancrenite, e collaborino per dare una speranza di futuro, una concreta e professionale formazione strumentale gratuita, e l'effettiva possibilità  ai giovani di prendere un domani il posto dei loro colleghi e maestri, quando dovessero andare in pensione. Naturalmente il più tardi possibile.

mercoledì 27 aprile 2016

Sfogliando RICORDIANA, mensile di Casa Ricordi, anno 1957

L'incontro con questa bella rivista, dove l'editore italiano che le dava il nome non influiva poi così tanto, come accade con tanti 'house organ', è avvenuto a seguito del suo acquisto - la sola annata 1957 ben rilegata - su una bancarella di libri vecchi. L'abbiamo sfogliata attentamente notandone alcune caratteristiche: pochi articoli, qualche saggio in ogni numero, e poi la lunga serie delle corrispondenze italiane ed estere, nelle quali ovviamente autori e pubblicazioni di Casa Ricordi avevano un posto privilegiato; non mancavano le cronache radiofoniche, seguite queste ultime dal catalogo aggiornato delle edizioni milanesi.
 Nel numero di dicembre leggiamo di una conferenza stampa che non abbiamo timore a definire storica, quella di Menotti che annuncia per l'estate successiva  l'avvio del Festival dei Due mondi, nella Spoleto da poco scoperta e che vantava addirittura due teatri, uno piccolo, il Caio Melisso ( in piazza Duomo, da restaurare, essendo stato  adibito a sala cinematografica fino a quel momento) ed il Teatro Nuovo dalla capienza più che soddisfacente, oggi Teatro Menotti. Il festival, in quella prima edizione  sarebbe durato ben cinque settimane. Menotti annunciava di voler rappresentare  l'Otello di Rossini, anche se qualche perplessità (per ragioni economiche) gliela creava lo stuolo di tenori richiesti. Dunque la cosiddetta 'renaissance rossiniana' attribuita a Pesaro,  avrebbe potuto avere un precedente a Spoleto.( L'Otello di Rossini,  anche per i cinque tenori non approderà mai a Spoleto). Per l'inaugurazione, il 5 giugno 1958, si optò per il Macbeth di Verdi, direttore Schippers, regista Visconti. In programma altre quattro titoli  fra classici e contemporanei, serate di balletto, teatro,concerti e poi mostre ecc...
 Menotti, patron e demiurgo del festival, si circondò, per i settori in cui la programmazione si articolava, di personalità di grande rilievo; a loro era demandata la proposta del cartellone. Un'idea abbastanza interessante per venire incontro - spiegò Menotti - ai tanti artisti e critici che assai spesso dicono come avrebbero loro fatto questo o quel festival. Menotti li mise alla prova ( Un esperimento simile si fece anche al Maggio Fiorentino negli anni Ottanta, quando due successive edizioni furono rispettivamente affidate - lo ricordiamo bene- a Berio e D'Amico).
Ma il festival aveva anche altri intenti, primo fra tutti quello di mettere  a confronto artisti europei e 'del nuovo mondo' ed anche giovani artisti con artisti ormai collaudati. E la storia del festival sta a dimostrare la validità di tante intuizioni del musicista italo-americano, Menotti. Mentre quella recente, recentissima del festival ha preso un'altra diversa strada -  che, finchè piacerà a chi governa il festival e la città, sarà perseguita - sebbene molto distante da quella del fondatore.
 Tornando a RICORDIANA, sullo stesso ultimo numero del 1957, appare un saggio di Furtwaengler sui criteri da seguire nella formulazione di un programma da concerto, da tempo tradotto in italiano del quale però noi avevamo perso la memoria. Il grande direttore distingue  un programma 'da leggersi' da uno 'da ascoltarsi', sostenendo a ragione che molti programma bellissimi ed interessanti da leggersi sulla carta, risultano poi noiosi all'ascolto; oppone qualche obiezione ai programmi 'a tema' ; suggerisce una sequenza 'tipo' da seguire nella proposta dei vari brani, consiglia di non emarginare la musica contemporanea nei circoli esclusivi di festival e stagioni ad hoc ed altre pillole di saggezza. Fra le quali però non ci pare vi fosse anche quella di non sovraccaricare il pubblico con  più opere poderose in una stessa serata, della cui inopportunità noi siamo convinti da sempre.
 Nelle stesse pagine di RICORDIANA 1957 vi sono anche interessantissimi scritti di Gavazzeni, uno particolarmente  analitico di Luciano Berio sulla 'Musica elettronica', ed anche non poche curiosità, come quella dell'invenzione del cosiddetto 'crescendo rossiniano,' la cui paternità va riconosciuta ad un oscuro musicista di Masserano, Piero Mercandetti, detto il Generali, morto nel 1832, all'età di 59 anni- come ricorda una lapide posta sulla facciata del Municipio della cittadina.

giovedì 14 aprile 2016

MUSICA: APPLAUDITE non solo QUANTO ma anche QUANDO volete!

 L'annuncio-avviso-invito apparso sui programmi di sala di una istituzione musicale parigina ha ferito come un colpo al cuore i vari comitati del 'silenzio, si fa musica',  del 'guai a chi tossisce'; del 'chi non riesce a trattenerla stia a casa'.
 In Italia un avviso-invito del genere non potrebbe mai apparire senza suscitare l'indignazione di gran parte dei frequentatori abituali delle sale da concerto o dei teatri ( nelle sale cinematografiche tutto è consentito, figuriamoci l'applauso fuori tempo, la tosse stizzosa e la corsa ai bagni).
Il pubblico della musica in Italia, in un anno, supera di poche centinaia di migliaia il milione, e forse in numeri assoluti è assai meno, essendo molti  di quegli spettatori censiti ogni volta, abbonati e dunque frequentatori abituali, sempre gli stessi. Rappresenta, perciò, una élite, orgogliosa e gelosa del proprio status che desidera mettere in mostra, sanzionando tutti gli altri, e cioè frequentatori neofiti della musica, quelli occasionali o al loro battesimo in una sala da concerto,  che non conoscono ancora  le regole, non scritte, del galateo concertistico, che non consente l'applauso fra un tempo e l'altro, mettiamo, di una  sinfonia, e neppure la tosse nei momenti in cui la musica non è 'fragorosa' e neppure la corsa al bagno durante una esecuzione.
Già il termine 'esecuzione' fa pensare più ad un martirio che ad una bella serata passata ad ascoltare musica dal vivo assieme ad altri.
 Stando così le cose i neofiti saranno sempre meno perché si sentiranno esposti alla pubblica gogna nelle loro prime presenze da ascoltatori, che rischiano perciò di restare le uniche.
 Se qualcuno applaude fra un tempo e l'altro di una sinfonia ed un altro tossisce quando la musica non li copre con i suoi fragori, che sarà mai? Possono essere consentiti, applausi e tossi,  anche senza bisogno di ricordare che in passato, un passato lontano, nelle sale da concerto ed ancor più nei teatri, durante le rappresentazioni o i concerti, succedeva di tutto, proprio di tutto, senza che nessuno protestasse; mentre oggi  il moderno galateo non consente  neanche cose ben più irrilevanti.
 E perciò lasciamo che tutti applaudano, quando vogliono e sentono di farlo, senza zittirli con il dito minaccioso puntato contro di loro, e se tossiscono, lasciamoglielo fare, nessuno tossisce per divertimento.
 E poi una avvertimento ai responsabili artistici delle nostre istituzioni musicali sui tempi di durata dei programmi da concerto. Nel prossimo Maggio, a Firenze, abbiamo letto di un concerto diretto da Zubin Mehta, nel quale è prevista l'esecuzione, prima di un Concerto per pianoforte e orchestra  di Beethoven - forse il cosiddetto 'Imperatore' se non ricordiamo male - e, dopo un intervallo, della Sinfonia n. 9.
Dopo una così lunga seduta, è possibile che a causa di un programma fuori tempo,  a qualcuno scappi di andare al  bagno, o qualche colpo di tosse, ed anche qualche applauso, magari per suggerire agli organizzatori che sarebbe ora di finirla con la musica.

sabato 13 giugno 2015

Se li paghi scrivono qualunque cosa. I giornalisti

Quella del giornalista è una professione che va verso la sua rovina definitiva e non per l'avvento dei moderni mezzi di comunicazione che hanno di fatto ammesso all'antica professione dell'informatore una massa di cretini - come li ha definiti, senza mezzi termini, Umberto Eco nella sua recente 'lectio doctoralis', in occasione dell'ennesima laurea concessagli dall'Università di Torino - che, promossi a moderni pensatori dalla televisione imbecille, si sentono autorizzati ad aprire le cataratte delle loro teste vuote e rovesciare nella rete qualunque cosa.
No, la professione giornalistica sta rovinando precipitosamente perché, salvo rarissimi casi - che  proprio per questo sono indicati come disturbatori della quiete pubblica - il giornalista, anche quello insignito con i galloni di capo qui e capo là, lavora a cottimo, dietro pagamento  e con l'indicazione precisa del da farsi.
 Le pagine 'EVENTI' o 'GUIDE' che da tempo andiamo indicando al pubblico ludibrio, così come appaiono nei giornali più diffusi,  pagate profumatamente ( in rapporto ai tempi ed alle disponibilità) in occasione di appuntamenti importanti, nel campo dell'arte della cultura od anche dell'intrattenimento 'alto' , sono nè più e nè meno che l'atto di morte del giornalismo, quello vero di una volta.
 L'esempio di alcuni giorni fa, offerto dal 'Corriere', in relazione alla prossima stagione d'opera estiva dell'Opera di Roma alle Terme di Caracalla rappresenta l'ultimo caso, solo in termini di tempo.
 Quelle pagine non si fermano a presentare la stagione. No, non basta, altrimenti - ne sono convinti gli amministratori - perchè dovrebbero pagare il giornale che poi, quando si va in scena, a malapena riserva agli spettacoli qualche riga di cronaca? Loro, pagando, scelgono anche i contenuti di quelle pagine, non fidandosi dei giornalisti che sanno essere corruttibili.
 Non basta, scende in campo anche Paolo Fallai per cantare, prima ancora che  la guerra finisca - visto che non è neppure cominciata - la vittoria dell'armata Fuortes che finalmente mette fine al 'Passato da cartapesta' delle stagioni a Caracalla, attraverso la creazione di un 'festival', dal quale sono banditi elefanti e cammelli, mentre fa salire sul palco proiezioni e finte scenografie proiettate sulle monumentali rovine.
 Sostiene lo storico Fallai che a quelle terme l'inventore della stagione estiva ha recato oltraggio, oltraggio 'popolare'. E chi  ne sarebbe stato l'inventore responsabile dell'oltraggio? Il Duce, il quale si inventò la lirica 'popolare' offerta in pasto ad una sterminata platea che faceva concorrenza all'Arena di Verona. Il Duce, secondo lo storico del costume in forza al Corriere, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, avrebbe dovuto avere una sensibilità che forse non hanno ancora del tutto oggi i fautori di un nuovo modo di intendere la conservazione ed il riuso dei nostri beni architettonici. Fallai dimentica di citare, ad onor del Duce - senza che questo corregga di una virgola il giudizio negativissimo sulla sua linea politica - che fu lui a creare anche la Biennale e il Festival del Maggio Musicale Fiorentino. Insomma, benché biasimevole dittatore e  razzista, ebbe la sensibilità e chiaroveggenza di dar vita ad imprese di cultura che ancora oggi risplendono. Ci faccia Fallai, che pretenderebbe tanta sensibilità moderna dal Duce, un solo nome di politico o governante 'democratico' di un paese che sulla cultura dovrebbe fondare buona parte della sua azione politica, degli ultimi cinquant'anni, al quale legare l'avvio di una impresa culturale di tale spessore. Per quanto Fallai conosca bene la storia del nostro recente passato faticherebbe a trovarne anche uno solo.
 Ed allora perché prendersela con il Regime, anche quando fece qualcosa di non riprovevole, passi se lo abbia fatto per coprire o farsi perdonare le  sue malefatte?
Per tornare infine ai nostri giorni, perché Fallai od altri suoi colleghi, meno titolati di lui, fanno tutto questo credito a Fuortes, prima ancora che si vedano i frutti della sua azione? Solo perché arriva all'Opera, carico di gloria, dalla sua direzione di Musica per Roma, il cui modello - pur esso lodato, a comando (pagamento) da Fallai -  Fuortes importa e riproduce nel teatro della Capitale?  O perché ha risanato i conti, come scrive Fallai? Ad oggi quei conti risultano diciamo risanati solo perché Fuortes ha preso soldi dal fondo speciale salva teatri, ne ha presi quanti gliene servivano per tappare i buchi di bilancio. E l'ignobile passato - a detta di Fallai - della storia delle terme in musica sarebbe cancellato dall'avvio di un 'Festival' di Caracalla? No, perché un festival è stato già proposto un paio di anni fa, senza considerevoli risultati artistici ed economici, contribuendo a creare quel buco di bilancio che sappiamo, dalla precedente gestione dell'Opera, quella con Muti, De Martino ed Alessio Vlad che si vantavano di aver creato un festival  che avrebbe dato una  mano di vernice 'chic' alla facciata popolare di Caracalla.

mercoledì 18 febbraio 2015

Dal fronte delle nostre fondazioni liriche. Ballerini decapitati, tagliati privilegi. I festival si coalizzano

Firenze ha scritto definitivamente la parola fine sul destino del corpo di Ballo del Maggio. Licenziato. Ne erano rimasti pochi ormai di ballerini, alcuni in pensione, altri incentivati ad uscire, e così Bianchi può portare a casa il primo risultato nel capitolo del drastico ridimensionamento delle spese. Speriamo solo che poi non si vada a spendere e spandere in altri settori e che dopo il taglio dei ballerini non si vadano a tagliare anche orchestra e coro.Strano  è che proprio nel momento in cui la danza riscuote un successo  di pubblico sempre crescente, si ritenga l'esistenza di un corpo di ballo, anche di prestigio, troppo costosa ed inutile.
 A Firenze si tagliano teste e gambe, a Roma privilegi, onde evitare quella pazzesca trovata di Fuortes e Marino di esternalizzare orchestra e coro.Detto per inciso, lo steso Marino che era per la esternalizzazione, senza capire bene la storia,  per il settore 'biblioteche' a Roma, spinge per la internalizzazione, che tradotto vuol dire far passare sotto il diretto controllo tutte le biblioteche, per ridurne spese ma anche , sicuramente, finanziamenti necessari, e magari tagliandone anche qualcuna, dimenticando che 'più libri più liberi' e che 'dove meno si legge c'è meno legge'.
 All'Opera di Roma il contratto integrativo, che dovrebbe essere stato appena firmato dai sindacati prevede cancellazione del cosiddetto 'premio di produzione' per due anni (naturalmente sarebbe interessante sapere  per quale produzione o produttività i dipendenti del teatro dovrebbero percepire il relativo premio) riduzione dell'indennità Caracalla, che partirà dal 25 giugno e non dal primo del mese, come avveniva un tempo; ed infine taglio della cosiddetta indennità concerto' e cioè l'indennità percepita  dall'orchestra quando non si esibiva in buca. Che siano stati cancellati questi assurdi privilegi è un bene, nonostante il ritardo. Si adeguino ora tutti i teatri, laddove tali retaggi di tempi migliori resistono ancora.
 Sempre da Roma, con l'insediamento prossimo di Fuortes, si attende anche la tornata di nomine dei vertici del teatro, dal direttore artistico el direttore del corpo di ballo  ecc... in attesa che Muti ritorni- s'è letto. Ma Muti non tornerà.
 E poi, per seguire alla lettera i consigli, non tanto disinteressati, del direttore generale Nastasi che vuole continuare a fare come gli apre con gli amici, i festival cominciano a coalizzarsi per una più intensa e programmata coproduzione. Lo fanno due fra i più  importanti, ambedue  nelle grazie di Nastasi e del ministero, e cioè Ravenna e Spoleto, i quali avrebbero ora una qualche giustificazione in più per il trattamento di favore ad essi riservato.
 La stessa medicina si è prescritta ai 'piccoli' fra teatri ed istituzioni, perchè ai piccoli, benchè prestigiosi, il ministero non intende più dare finanziamenti. Non dicevano già  i romani che 'de minimis non curat... Nastasi?

lunedì 16 febbraio 2015

Santificato Peter Eotvos.

Nelle passate settimane ha diretto l'Orchestra dell'Accademia di Santa  Cecilia, prima a Roma e poi a Milano, includendo nel programma anche musiche sue. Era da molto tempo che non lo si ascoltava a Roma e forse anche in Italia. Conosciamo ovviamente da molto tempo il suo nome, mai però lo abbiamo ascoltato. Mai, intendiamo, abbiamo ascoltato musiche sue, né lo abbiamo ascoltato come direttore - la sua attività principale degli ultimi anni. O forse ci sbagliamo?
 Forse ci sbagliamo, perchè non più tardi di un paio d'anni fa, la Biennale Musica di Venezia gli attribuì il 'Leone d'oro'( fino ad ora l'hanno ricevuto Boulez e Manzoni, oltre Eotvos); ed oggi la Filarmonica della Scala, l'Accademia di Santa Cecilia, il Maggio Fiorentino e l'Orchestra nazionale della Rai, consociatesi per poter fare commissioni, evidentemente costose, a musicisti importanti, gli hanno commissionato una nuova composizione, ritenendolo dunque tale, la prima  per le 'quattro sorelle', che verrà eseguita nelle rispettive sedi dei committenti. A giudicare dai quali dobbiamo ammettere che ci siamo ancora una volta sbagliati, perchè non ritenevamo Eotvos, ottimo musicista, il compositore con il quale, in base alla statura e fama acquisita,  cominciare la serie di commissioni.
 Non sappiamo se il Leone d'oro veneziano e la nuova importante commissione scaturiscano dalla stessa fonte. Lo appureremo, per quanto il nostro giudizio possa valere.  Intanto diamo atto di averlo sottovalutato, per nostra ignoranza.

Per la sostituzione di Fuortes all'Auditorium non avevano promesso un bando internazionale? Spunta Van Straten. Chi è?

Promesse al vento. Le promesse si fanno per non mantenerle. Perché poi, alla fine, dopo aver promesso e promesso si decide altrimenti. Non proprio altrimenti, perchè si ricorre alle solite logiche che vedono premiati e prescelti gli amici degli amici, quelli fra gli amici degli amici che stanno in pausa 'incarico' e che attendono di essere rimessi in pista, dopo aver servito con obbedienza e dedizione alla causa. La causa di questo o quel partito questo o quel potente.
 Una lunga riflessione per dire che il nome che si  fa con frequenza sempre maggiore per il successore di Carlo Fuortes alla guida di 'Musica per Roma', la società che gestisce l'Auditorium, è quello di Giorgio van Straten, 'Sturmtruppen'- per noi che il suo cognome non ricordiamo mai con esattezza - appartiene al doppio cerchio magico di Veltroni e, sicuramente, anche di Renzi, anche se il suo nom, solo da qualche mese non veniva fuori.
 Fedelissimo di Veltroni - come Verini e la figlia di Madia, la ministra Marianna, e la Giovanna ( Marinelli) - Sturmtruppen deve a lui tutta la sua carriera pubblica, non quella di romanziere che  in parte è parallela a quella di Veltroni: Palexpo, Rai, Maggio Fiorentino, Agis, Orchestra Toscana... le tappe di questa corsa senza fine, dalla cui fatica spossante solo da un paio d'anni sembrava stesse riprendendosi. Ed ora, anche al riposo deve mettere fine, perché  hanno deciso che torni a correre.
Per la successione a Fuortes era stato fatto il nome di Croppi, ex assessore del sindaco Alemanno, al quale, uscito dalla giunta, gliele ha cantate in tutte le tonalità, ma evidentemente per il PD Marino, Croppi, competente ma di destra, non garantiva abbastanza.
 Che l'Auditorium abbia cercato da sempre appoggi in ogni senso 'a sinistra' - con il clan 'Repubblica' in prima linea - non è un mistero; ma poi, per bilanciare ciò che era sbilanciato, ecco  arruolare nel CdA  anche Gianni Letta, il quale sta lì anche per altre ragioni.
 Ma Fuortes non esce del tutto, perchè il suo nome è stato già annunciato nel consiglio di amministrazione della Festa del cinema in rappresentanza di Musica per Roma: ma non sta per lasciarla, per insediarsi definitivamente all'Opera di Roma? Che casino. Tutto questo casino per non mollare di un solo centimetro il potere acquisito.
 E, infine, alla Festa del Cinema, alla cui presidenza sembra stia per arrivare la Detassis, e alla direzione artistica, ancora un 'Repubblica', come il giornalista Antonio Monda, la Giovanna Marinelli ha dichiarato che gli incarichi avranno durata annuale. Perchè assessore? Teme qualche disubbidienza nel corso dei dodici mesi di incarico di questo o quello e vuole tenersi le mani libere per sostituirlo?

P.S. Fuortes che aveva espresso  un qualche parere positivo sulla candidatura di Sturmtruppen, ha fatto subito marcia indietro, per non urtare la suscettibilità di Marino, 'americano' come Veltroni, che vuole annunciare lui il nome 'nuovo' per l'Auditorium. Nuovo perchè suggerito da Veltroni ad un sindaco che  in materia merita quattro, oltre che zero in condotta per la sua presenza in Campidoglio

sabato 31 gennaio 2015

Ultimissime dal mondo della musica. Zocaro, Micheli, Spocci, Regina per Fuortes

Nei giorni scorsi è scomparso Ettore Zocaro, un nostro amico, uno dei pochissimi veri amici. Giornalista  dell'Ansa noto a tutti da una vita, commesso viaggiatore instancabile per seguire teatro soprattutto, ma anche cinema, danza ed opera; memoria storica degli ultimi cinquanta -sessant'anni di vita culturale in Italia, di cui è stato attento onesto ed acuto osservatore, ed anche studioso.
Ci dispiace veramente che  sia morto. Ma tant'è arriva per tutti quel momento, e poi aveva quasi 93 anni, una bella età specie per chi, con qualche acciacco, è stato attivo e sveglio fino all'ultimo. Ciao Ettore.
 Il ministro Franceschini ha nominato i due membri che rappresenteranno il suo Ministero all'interno del CDA del Teatro alla Scala, uno di questi è una riconferma ( Zanbon), l'altro è di fatto un ritorno, Francesco Micheli, già  nel CDA della Scala fino al 2011, fondatore e deus ex machina di MiTo ( il festival estivo che lega Torino a Milano, e diretto dalla sua amica l'ing. Francesca Colombo ( già alla Scala, con Fontana e poi al Maggio Fiorentino, dal quale dovette andar via dopo poco tempo per perchè il bilancio, che aveva promesso in pareggio, non era riuscito a pareggiare, e saldamente insediata a MiTo del suo amico Micheli, che non ha mai lasciato, oltre che, successivamente, anche al Ponchielli di Cremona - 'se non la Scala grande, almeno quella piccola', avrebbe preteso l'avvenente ingegnere) presidente del Conservatorio Verdi di Milano, e fondatore del Concorso pianistico 'Micheli' - di cui non si sa che fine abbia fatto, dopo due o tre brillanti edizioni.
Ora torna alla Scala, per volere di Franceschini, essendo egli, Micheli, del giro di Renzi.  Bentornato finanziere.
Angela Spocci è stata indicata dal nuovo consiglio di amministrazione del Teatro Lirico di Cagliari, presieduto dal sindaco Zedda come nuovo sovrintendente al ministro Franceschini che dovrebbe nominarla ufficialmente.
 Sostituisce dopo solo sei mesi dal suo ritorno nell'isola Mauro Meli, assai gradito alla Barracciu, sottosegretario del ministero di Franceschini per volere espresso di Renzi, dopo che la bella signora  era stata indagata per spese illecite con fondi pubblici e mandata via dall'isola, e altrettanto assai sgradito a Zedda, che l'avrebbe avuta vinta. Ora occorre attendere la nomina del Ministro, alvo che il suo suggeritore non gli consigli di non firmare la nomina. Ma sarebbe un fatto assai grave, perchè la Spocci, che da Cagliari come commissario c'è già passata  anni fa, ha tutte le carte in regola per fare il sovrintendente. Lei non è una musicista, quindi dovrà nominare a sua volta un direttore artistico. Meli, che invece è musicista, chitarrista diplomato per la precisione, ma che ha fatto una gran carriera anche se continuamente funestata da bilanci non proprio brillanti, faceva a meno di un direttore artistico e si faceva bastare una segreteria molto attrezzata, per condurre le danze della programmazione artistica lui in prima persona. magari ascoltando i suggerimenti di qualche ben noto agente, non di pubblica sicurezza.
 Ciò che ci mette pensiero è che il Teatro di Cagliari, già disastrato ( ma premiato dal ministero per produttività e bilanci in  ordine - una beffa ed anche un insulto! -) non può cambiare dirigenza  ogni sei mesi, perché così non ci sarà mai un vero colpevole di eventuali altri futuri disastri, e la programmazione artistica sarà di conseguenza disastrosa, nonostante alcuni 'specchietti per le allodole', o 'stivaletti', se si vuole, al loro secondo round cagliaritano.
In una intervista apparsa oggi sul Messaggero, Aurelio Regina, presidente di Musica per Roma e titolare di una nota manifattura di tabacchi che, in piena crisi dell'opera aveva dedicato un sigaro al disastrato teatro retto da Fuortes, 'l'esternalizzatore', ha dichiarato che l'AD di Musica per Roma, Fuortes, ha fatto così bene anche quest'anno che il problema di lasciare una delle due responsabilità apicali ( sovrintendente dell'Opera) non si pone.

mercoledì 7 gennaio 2015

Che razza di CDA è quello dell'Accademia di Santa Cecilia?

Ieri i giornali riferivano della concessione da parte del ministro Franceschini dell'attesa e sospirata autonomia alla Scala e a Santa Cecilia. Autonomia che ora dovrebbe essere concessa anche agli altri enti musicali importanti che sanno ben amministrarsi, artisticamente e finanziariamente, e sono in grado di procurarsi  non irrilevanti risorse proprie attraverso botteghino e sponsor, per aggiungerle a quelle del sovvenzionamento statale e pubblico in genere.
 Altra la logica sottintesa a queste concesse autonomie, secondo il teorema di 'grande e grosso' (Nastasi) che vorrebbe ridotte di numero le fondazioni lirico sinfoniche in Italia; lasciando in una zona franca Scala e Santa Cecilia e declassando tutte le altre, alcune delle quali chiudendole del tutto. In tale progetto di ristrutturazione, al quale anche 'mezzo disastro' ( Franceschini) ha qualche volta, seppure timidamente, accennato, non verrebbero salvate alcune fondazioni storiche ed importanti quanto quelle salvate - pensiamo al San Carlo, alla Fenice, al Maggio fiorentino - e neanche l'Opera della Capitale, che non gode evidentemente  più di tanta attenzione dopo la fuga di Muti. E così va in scena la lenta ma inesorabile  distruzione della musica in Italia, nel fracasso della riconosciuta autonomia a Scala e Santa Cecilia.
 A proposito di Santa  Cecilia, se si dà un'occhiata al suo consiglio di amministrazione, si ha l'impressione di avere sotto gli occhi il CDA di una grande azienda industriale del nostro paese.
 Infatti tolti i membri istituzionali ed i quattro/cinque accademici - tutti della consorteria Cagli - gli altri sono presi dal mondo industriale: Luigi Abete ( BNL), Paolo Astaldi ( Astaldi) Giuseppe Cornetto Bourlot, Vittorio Di Paola, Gianni Letta, Maurizio Tarquini ( direttore generale di Unindustria, dove é vice presidente Gianpaolo Letta, figlio del patriarca Gianni).
 Alcuni di loro sono presenti nel CDA perchè rappresentano aziende  che all'Accademia danno soldi nella misura prevista dallo statuto. pochi in verità, forse due appena, gli altri sono stati fatti entrare per 'cooptazione', come recita lo Statuto. E cioè, quando non ci sono istituzioni od enti in grado di assicurare all'Accademia entrate consistenti,  aventi diritto, in conseguenza di ciò, a sedere nel CDA, il Consiglio, su proposta del Presidente, chiama personalità del mondo della cultura o di altri mondi e ve li fa sedere.
Perchè? Che c'entrano? Tutti musicofili? No, ma tutti d'accordo con il Presidente che perciò ha mano libera su tutto avendo dalla sua oltre gli accademici - quelli a lui invisi non siedono, solitamente, nel CDA - ha anche la  quasi totalità degli alti membri.
 Ma che possono fare questi ultimi, se non hanno soldi da dare?  Beh possono ricambiare all'occorrenza in vario modo. Ad esempio intervenendo politicamente in casi di emergenza (è inutile che facciamo per l'ennesima volta i nomi), salvo poi a venire ricompensati alla bisogna, e a loro volta, a ricambiare, con uno scambio di non tanto 'amorosi' sensi, fra i membri.
 Ora fra una settimana sapremo chi sarà il successore di Cagli. E forse sapremo anche della nuova composizione del CDA - ammesso che lo Statuto dell'autonomia contempli anche per Santa Cecilia, la trasformazione del CDA in Consiglio di Indirizzo e la riduzione dei suoi membri, perchè 13, scaramanzia  a parte, sono onestamente, troppi.
 Su qualche scambio di favori si legga con attenzione il bilancio dell'Accademia, ed anche l'organigramma di qualche istituzione non romana, dove alcuni nomi del CDA  di Santa Cecilia compaiono uno dopo l'altro.
P.S. Sul CDA di Santa Cecilia, causa il suo statuto speciale, la concessa autonomia non inciderà affatto. I suoi membri saranno il doppio di quelli delle altre fondazioni liriche8 che ne avranno 7) - una specie di esercito di varia estrazione, dai soci fondatori agli accademici ai soci privati - in pratica potrebbe restare quello di oggi, dove le tre categorie sono  distribuite così come prevede la autonomia. E forse non cambierà neppure la sua denominazione, o forse sì, da Consiglio di amministrazione in Consiglio di indirizzo.

domenica 27 aprile 2014

A chi serve lo sfruttamento dei giovani musicisti, i più bravi, dei nostri Conservatori ?

L'età, colpa dell'età se non  capiamo il progresso e i cambiamenti che il progresso sta apportando in ogni campo?  Abbiamo passato gran parte della nostra vita in classe, oltre trent'anni, insegnando 'Storia della Musica' nei Conservatori italiani. E per tutti questi anni abbiamo sempre pensato che il Conservatorio dovesse  rappresentare il luogo della formazione, e che la produzione, l'esercizio della professione, dovesse avere inizio terminata la formazione. Per questo abbiamo sempre guardato con sospetto alla lunga serie di cosiddetti 'saggi' che ogni anno concludono il calendario di studio, la cui tendenza è sempre stata quella di far suonare tutti, perchè non si avesse a pensare che quel professore non fosse in grado di svolgere bene il suo lavoro. Insomma in ogni classe ci doveva essere un fuoriclasse, anzi più d'uno, più precisamente: tanti quanti erano gli allievi iscritti, salvo poi a cambiare completamente idea al momento del diploma e nel successivo tentativo di iniziare la professione. Iniziata e subito conclusa, per manifesta incapacità, che nessun insegnante è propenso a dichiarare anche al peggiore degli allievi,  per ragioni di stretta sopravvivenza, per l'insegnante ( che  va in sovrannumero, e può perdere il posto, se si chiudono le classi), ma che contrastano  moltissimo con le ragioni dell'arte, o del mestiere di musicista.
 Ora le nostre preoccupazioni sulla mutazione genetica dei nostri Conservatori si stanno facendo più forti, se fosse possibile, quando leggiamo che quasi quotidianamente, ad esempio, il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma suona - fa suonare insegnanti ed allievi - regolarmente  al Museo di Strumenti musicali, al Maxxi, o al Conservatorio stesso ed anche in altri luoghi, occasionalmente. La cosa ci aveva dato da pensare al punto da scrivere  un post intitolato: ma quando studiano questi ragazzi?
 Il caso del Conservatorio romano non è isolato nè unico. Quello perugino è ospite abituale  dei concertini del Festival dei Due Mondi, e  il Cherubini, quest'anno, inonda con  i suoi allievi ed insegnanti la 77 edizione del Maggio Fiorentino, con un programma intitolato 'Intorno al Maggio', della serie 'Musica e dintorni' che fa la gioia di tanti programmatori. E molti altri Conservatori ancora seguono questa stessa prassi, allestendo una propria stagione concertistica ed inviando proprie squadre anche fuori per concertini di nessun valore che hanno in vantaggio per il committente esterno di costargli poche lire, ed ancor meno Euro, ma che agli allievi possono insegnare anzitempo che abbracciare in quelle condizioni la professione di musicista non vale la pena, trattandosi di spedizioni cosiddette 'punitive' in situazioni non sempre normali.
 Ma ci sarà chi ne trae profitto, se non gli allievi? Forse solo gli insegnanti, molti dei quali, per loro demerito e incapacità, non hanno mai esercitato la professione di musicisti e che, in tal caso, finalmente suonano davanti ad un pubblico, dal cui giudizio non  dipenderà, come invece era stato agli inizi, la prosecuzione di tale attività, ora garantita dal Conservatorio. Che vuole proporsi come ente musicale di produzione e, a tempo perso e se avanza tempo, anche di formazione.