In occasione della partecipazione dell'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani, anzi delle Orchestre ( sinfonica, barocca e jazz), al Festival di Spoleto 2018, sia nella formazione al completo che in gruppi cameristici, per i Concerti di Mezzogiorno (ma potremmo anche citare l'analogo caso dei migliori allievi del Conservatorio perugino per i Concerti serali), abbiamo voluto riproporre nei post precedenti, due scritti che pubblicammo su Music@ nel 2012, in occasione di una delle rarissime uscite di tali complessi, che ora sono stati affidati alle mani, più imprenditoriali, di Paolo Rotili, direttore del Conservatorio di Latina.
Detto fra parentesi ci pare eccessivo il costo del biglietto unico a Spoleto: 25 Euro, superiore anche a quello di alcuni settori, più economici, dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, in stagione. La ragione di tale scelta deriva dalla convinzione sciagurata che un prodotto per essere considerato di qualità deve costare, forse per la musica si dovrebbe adottare diversa logica.
Comunque l'Orchestra dei Conservatori non ha mai avuto vita facile, come ci risulta dalle notizie in nostro possesso negli anni in cui ce ne siamo occupati direttamente per la rivista Music@.
Franco Piersanti che con quella orchestra aveva lavorato, ci fece avere un suo parere. Ottimi elementi, scrisse convinto, ma quale futuro può avere un complesso non stabile che si riunisce saltuariamente e solo per occasioni in cui la musica funge da accompagnamento di eventi di tutt'altra natura? E come può migliorare se non ha l'opportunità di un lavoro d'insieme regolare?
Medesime lagnanze manifestava anche Luigina Battisti che ad una di quelle orchestre aveva preso parte, come ne scrisse su Music@ (leggere post precedente)
E noi aggiungiamo che senza una guida stabile ed un lavoro che abbia regolarità l'Orchestra non va da nessuna parte.
Ora apprendiamo che di Orchestre dei Conservatori ve ne sono addirittura tre, ed i problemi non sembrano risolti, anzi triplicati.
Rotili ha dimostrato negli anni alla direzione del Conservatorio di Latina di essere un bravo amministratore ed organizzatore, capace di assumere anche iniziative di qualità. Ma viene da chiedersi se non abbia, per la scarsa considerazione che il Ministero ha della musica, le mani legate e i fondi ridotti al lumicino.
E poi, ma questo non vale solo per la partecipazione dell'Orchestra al Festival di Spoleto, perché si deve fare un favore a Giorgio Ferrara, riempiendo l'intera programmazione dei concerti? Che ne viene ai giovani musicisti, magari sballottati da un posto all'altro senza neanche troppi riguardi - tanto sono giovani, così pensavano in passato gli organizzatori che tenevano i partecipanti all'orchestra a panini e gazzose e li facevano lavorare in situazioni e con orari decisamente disagiati?
L'Orchestra potrebbe - anzi dovrebbe,senza ombra di dubbio - avere una sua programmazione regolare,non saltuaria, ed intanto contribuire al perfezionamento in orchestra dei giovani, offrendo infine anche una prospettiva concreta per il loro futuro professionale. Altrimenti che cosa ce ne facciamo dei tanti diplomati dei nostri numerosi conservatori, fra i quali ci sono anche fuoriclasse? Non possiamo tenere aperti tutti i nostri conservatori per quella decina, se pure, di giovani musicisti per i quali sono aperte le rare porte della professione. In Italia.
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lunedì 2 luglio 2018
ORCHESTRA NAZIONALE DEI CONSERVATORI. UNA E TRINA. Che gliene viene dalla partecipazione a Spoleto?
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giovedì 9 novembre 2017
Anche a Daniel Barenboim, sulla soglia dei settantacinque anni, L'Espresso propone la 'lista della spesa' come ha fatto sempre con tutti gli altri musicisti intervistati
Daniel Barenboim compie fra pochi giorni settantacinque anni, la DGG pubblica per l'occasione un cofanetto celebrativo, usciranno anche libri - Barenboim ne ha scritti già, ed alcuni, anche a quattro mani, sono di grande interesse, e il settimanale L'Espresso - in esclusiva, viene sottolineato orgogliosamente - lo incontra (forse alla presentazione della iniziativa discografica, ci viene il sospetto) per una lunga intervista, anche interessante e bella, se non fosse per la solita lista della spesa - manco fosse il famoso Questionario di Proust- che Riccardo Lenzi è solito porre a tutti i musicisti che intervista, e che consiste nel chiedere all'intervistato notizie sui famosi musicisti incontrati nel corso della carriera. Lenzi lo fa anche con Barenboim, distogliendolo da riflessioni, sicuramente molto più interessanti, e che entrano nello specifico della personalità del musicista e della sua folgorante carriera, ancora in pieno svolgimento e tuttora intensa.
Barenboim racconta del suo essere 'ebreo' da cui scaturisce il 'senso di giustizia', che lo ha portato, nel corso della carriera, ad aiutare alcuni talenti, e torna a ribadire che fino a quando israeliani e palestinesi non si riconosceranno reciprocamente come 'nazione '- e altrettanto non faranno anche tutte le altre nazioni nei loro confronti - non potranno sedersi attorno ad un tavolo per decidere del loro futuro, che resterà certamente incerto fino a che ambedue si considereranno solo come popoli, la cui sorte prescinde da qualunque reciprocità.
Barenboim tocca anche il problema, anzi la drammatica situazione attuale del Venezuela di Maduro - cui recentemente, povero mondo, Maradona ha professato il suo sostegno, in cambio di un bel sacco di dollari (come compenso per commentare in un paese allo stremo le partite del prossimo mondiale in Russia) - promuovendo a pieni voti l'opera del 'Sistema' di Abreu, mezzo di riscatto sociale attraverso la musica, al quale , invece modestamente, noi abbiamo rimproverato più volte di stare a guardare senza prendere posizione anche in una situazione tragica come quella che il paese sta attraversando.
Parla anche dei due ultimi Papi, Barenboim, lodando senza riserve l'operato di papa Francesco, anche in funzione della convivenza fra i popoli e della pace mondiale, e dopo aver accennato alla sensibilità musicale del suo predecessore, Papa Ratzinger, del quale rammenta il discorso ' musicologico, più che pastorale' alla Scala.
Infine, Lenzi, raccoglie un consiglio, diciamo professionale, del pianista/direttore: i direttori artistici o musicali imparino ad invitare nelle stagioni loro affidate anche altri artisti, meglio se più bravi di loro stessi, come generalmente non fanno per timore di essere oscurati; perchè dai più bravi si impara sempre. Il consiglio potrebbe girarsi anche a Berenboim il quale dichiara di aver agito secondo questo principio, quando era alla Scala con Lissner. Barenboim ricorda bene? Se la memoria non ci inganna, alla Scala in quegli anni non si sono visti direttori nuovi, bensì solo direttori giovani, molto giovani.
E poi, come lamentavamo, la solita lista della spesa. Furtwaengler, Klemperer, Celibidache, Arrau, Fischer, Rubinstein , Argerich naturalmente, sua compagna fin dalla fanciullezza... manco fosse il 'Questionario di Proust' per farsi raccontare dal musicista di turno fatti e fatterelli, magari riportare anche dichiarazioni, meglio ancora giudizi di uno sull'altro ecc...
Perchè Lenzi non ha chiesto a Barenboim qualcosa di Karajan ? O forse glielo ha chiesto e Barenboim s'è rifiutato di rispondere? Con lui Baremboim non ha avuto rapporti, neppure di vicinato o di lontano?
E perchè non gli ha chiesto, ad esempio, anche di Carlo Zecchi, che sa bene chi sia, ma forse non sa che è stato l'insegnante dei giovanissimi Barenboim e Abbado alla Chigiana di Siena? Questo sarebbe stato, nella solita lista, un paragrafo nuovo.
Se per caso gli sfugge il nome di Carlo Zecchi, gli consigliamo di leggere,andandolo a cercare su Music@ ( nel sito del Conservatorio Casella, c'è, in rete, la raccolta completa della bella rivista) ciò che di lui scrisse, alla morte, Vincenzo Vitale : ' anche una scala fatta da Zecchi era una meraviglia!" (in verità quel ricordo di Zecchi lo chiedemmo noi a Vincenzo Vitale e lo pubblicammo su Piano Time, dal quale l'abbiamo poi ripreso per ripubblicarlo su Music@.
Dobbiamo dare atto a Lenzi di non averci fracassato i marroni questa volta anche con i suoi anglismi - fra i quali svetta il termine 'conduttore' e derivati per indicare il direttore d'orchestra - però, ciò riconosciutogli, per una volta almeno, la prossima ci risparmi la stantia 'lista della spesa'. Grazie!
Barenboim racconta del suo essere 'ebreo' da cui scaturisce il 'senso di giustizia', che lo ha portato, nel corso della carriera, ad aiutare alcuni talenti, e torna a ribadire che fino a quando israeliani e palestinesi non si riconosceranno reciprocamente come 'nazione '- e altrettanto non faranno anche tutte le altre nazioni nei loro confronti - non potranno sedersi attorno ad un tavolo per decidere del loro futuro, che resterà certamente incerto fino a che ambedue si considereranno solo come popoli, la cui sorte prescinde da qualunque reciprocità.
Barenboim tocca anche il problema, anzi la drammatica situazione attuale del Venezuela di Maduro - cui recentemente, povero mondo, Maradona ha professato il suo sostegno, in cambio di un bel sacco di dollari (come compenso per commentare in un paese allo stremo le partite del prossimo mondiale in Russia) - promuovendo a pieni voti l'opera del 'Sistema' di Abreu, mezzo di riscatto sociale attraverso la musica, al quale , invece modestamente, noi abbiamo rimproverato più volte di stare a guardare senza prendere posizione anche in una situazione tragica come quella che il paese sta attraversando.
Parla anche dei due ultimi Papi, Barenboim, lodando senza riserve l'operato di papa Francesco, anche in funzione della convivenza fra i popoli e della pace mondiale, e dopo aver accennato alla sensibilità musicale del suo predecessore, Papa Ratzinger, del quale rammenta il discorso ' musicologico, più che pastorale' alla Scala.
Infine, Lenzi, raccoglie un consiglio, diciamo professionale, del pianista/direttore: i direttori artistici o musicali imparino ad invitare nelle stagioni loro affidate anche altri artisti, meglio se più bravi di loro stessi, come generalmente non fanno per timore di essere oscurati; perchè dai più bravi si impara sempre. Il consiglio potrebbe girarsi anche a Berenboim il quale dichiara di aver agito secondo questo principio, quando era alla Scala con Lissner. Barenboim ricorda bene? Se la memoria non ci inganna, alla Scala in quegli anni non si sono visti direttori nuovi, bensì solo direttori giovani, molto giovani.
E poi, come lamentavamo, la solita lista della spesa. Furtwaengler, Klemperer, Celibidache, Arrau, Fischer, Rubinstein , Argerich naturalmente, sua compagna fin dalla fanciullezza... manco fosse il 'Questionario di Proust' per farsi raccontare dal musicista di turno fatti e fatterelli, magari riportare anche dichiarazioni, meglio ancora giudizi di uno sull'altro ecc...
Perchè Lenzi non ha chiesto a Barenboim qualcosa di Karajan ? O forse glielo ha chiesto e Barenboim s'è rifiutato di rispondere? Con lui Baremboim non ha avuto rapporti, neppure di vicinato o di lontano?
E perchè non gli ha chiesto, ad esempio, anche di Carlo Zecchi, che sa bene chi sia, ma forse non sa che è stato l'insegnante dei giovanissimi Barenboim e Abbado alla Chigiana di Siena? Questo sarebbe stato, nella solita lista, un paragrafo nuovo.
Se per caso gli sfugge il nome di Carlo Zecchi, gli consigliamo di leggere,andandolo a cercare su Music@ ( nel sito del Conservatorio Casella, c'è, in rete, la raccolta completa della bella rivista) ciò che di lui scrisse, alla morte, Vincenzo Vitale : ' anche una scala fatta da Zecchi era una meraviglia!" (in verità quel ricordo di Zecchi lo chiedemmo noi a Vincenzo Vitale e lo pubblicammo su Piano Time, dal quale l'abbiamo poi ripreso per ripubblicarlo su Music@.
Dobbiamo dare atto a Lenzi di non averci fracassato i marroni questa volta anche con i suoi anglismi - fra i quali svetta il termine 'conduttore' e derivati per indicare il direttore d'orchestra - però, ciò riconosciutogli, per una volta almeno, la prossima ci risparmi la stantia 'lista della spesa'. Grazie!
lunedì 30 gennaio 2017
GIROLAMINI. Onore ai soldati BERARDI, Piergianni e Mariarosaria
Dello scandalo alla Biblioteca napoletana dei Girolamini hanno parlato a lungo i giornali, come anche del suo direttore di un tempo, nominato da Galan , su suggerimento di Dell'Utri, e confermato da Ornaghi - il che dimostra le cattive compagnie di tanti ministri ! - reo di spoliazione della celebre biblioteca: quel mascalzone e ladro di Marino Massimo De Caro, condannato a sette anni e fortunatamente, per i tesori dei Girolamini, finito dietro le sbarre (fra breve ci sarà il processo che vede imputato Dell'Utri, bibliofilo conosciutissimo, assai interessato all'incarico di De Caro).
Galan - che di libri non capiva certo quanto di 'Mose' o di consorzi 'Nuova Venezia' - se lo portava in giro, fidandosi ciecamente dei consigli e suggerimenti 'disinteressati' di Dell'Utri (un tempo suo capo in Publitalia,l'azienda dell'ex premier), e gli faceva presiedere convegni nazionale ed internazionali in cui si discuteva di 'CONSERVAZIONE' e 'CUSTODIA' di libri ed archivi. Nessuno più adatto di lui, che di libri era un ladro, a parlare di come sventare i colpi dei ladri, ma solo degli altri.
Nessuno, invece, ha parlato di due autentici eroi, i fratelli Berardi, che in quella biblioteca hanno lavorato per decenni e che hanno portato alla luce lo scandalo dei furti ad opera di De Caro e che, per questa ragione hanno ricevuto da Napolitano l'onorificenza di cavalieri 'al merito'.
I loro nomi, benché venuti fuori nel corso dello scandalo, come degli accusatori di De Caro, oggi sono alla ribalta per un'altra ragione che li riguarda direttamente ma che nulla ha a che fare con il malaffare che hanno denunciato.
I fratelli Berardi stanno per andare in pensione, ci andranno a metà anno, e solo adesso scoprono che i contributi pensionistici a loro nome non sono stati versati per una trentina d'anni, da parte di chi avrebbe dovuto, e cioè da parte dei padri dell'Oratorio di Napoli, cui lo Stato, prima di riprendersela, aveva affidato la gestione e custodia della biblioteca. Con la conseguenza che, da quando andranno via dalla biblioteca, che il loro senso del dovere e il culto della bellezza e della storia del nostro e loro paese hanno contribuito a salvare, GODRANNO - sta qui la beffa - di una pensione di 500 Euro circa. Ecco, viene da dire, come tratta gli eroi il paese che ad essi prima dimostra riconoscenza, con il disinteresse e l' oblio.
E loro, soldati insigniti sul campo della onorificenza della Repubblica, stanno pensando di andare da Mattarella a restituirgli le insegne del cavalierato.
Fra parentesi, della importante ricchezza dei Girolamini sappiamo da molto prima dello scandalo, tanto che molti anni fa avevamo chiesto, per la nostra rivista Music@ ( edita dal Conservatorio dell'Aquila), a Dinko Fabris, noto musicologo ed assiduo frequentatore della biblioteca napoletana per via dei suoi studi - non per lo stesso scopo di De Caro, quindi - di intervistare il padre oratoriano che ne era il custode. L'intervista non ebbe luogo, perchè l'intervistato nicchiava - come ebbe a dirci Fabris. Poi dopo poco scoppiò lo scandalo, per merito dei fratelli Berardi, insospettiti dagli armadi che si svuotavano, per ordine di De Caro il ladro, e dal via vai di camion che con il favore delle tenebre, caricavano quei tesori per andare a venderli a ricettatori ed a bibliofili amici. E meno male che se ne sono accorti ed hanno denunciato, altrimenti oggi ci saremmo trovati una tra le più importanti biblioteche, spogliata dei suoi più preziosi tesori cartacei.
In loro favore si è mosso, giustamente,Tomaso Montanari, per venire fuori dalla complicata vicenda di cui non hanno colpa ma le cui conseguenze ricadono drammaticamente su di loro, suggerendo al Governo di destinare a loro la pensione della cosiddetta 'Legge Bacchelli', istituita per aiutare cittadini che vantano grandi meriti ma che si trovano in condizioni di bisogno.
Chi meglio di loro ha servito lo Stato e continua a servirlo, giacché hanno già confermato che saranno in tribunale a testimoniare nel processo contro Dell'Utri, che si dichiara innocente ed ha già restituito buona part dei volumi che dice di aver 'acquistato' dall'amico De Caro, ad eccezione di una preziosissima edizione dell'Utopia di Tommaso Moro?
Gentiloni si muova e conceda ai soldati Berardi, come riconoscenza, il beneficio della 'Bacchelli'.
P.S. Lo Stato non può mostrarsi avaro nei confronti dei due fratelli Berardi, anche in considerazione del fatto che tante volte, complice il groviglio di leggi e disposizioni, truffa i cittadini, come ha fatto con noi quando, con l'andata in pensione, ci siamo accorti che ci aveva truffato ben 10 anni di indennità di fine rapporto, i cui contributi erano stati regolarmente versati a quel medesimo Stato ladrone!
Galan - che di libri non capiva certo quanto di 'Mose' o di consorzi 'Nuova Venezia' - se lo portava in giro, fidandosi ciecamente dei consigli e suggerimenti 'disinteressati' di Dell'Utri (un tempo suo capo in Publitalia,l'azienda dell'ex premier), e gli faceva presiedere convegni nazionale ed internazionali in cui si discuteva di 'CONSERVAZIONE' e 'CUSTODIA' di libri ed archivi. Nessuno più adatto di lui, che di libri era un ladro, a parlare di come sventare i colpi dei ladri, ma solo degli altri.
Nessuno, invece, ha parlato di due autentici eroi, i fratelli Berardi, che in quella biblioteca hanno lavorato per decenni e che hanno portato alla luce lo scandalo dei furti ad opera di De Caro e che, per questa ragione hanno ricevuto da Napolitano l'onorificenza di cavalieri 'al merito'.
I loro nomi, benché venuti fuori nel corso dello scandalo, come degli accusatori di De Caro, oggi sono alla ribalta per un'altra ragione che li riguarda direttamente ma che nulla ha a che fare con il malaffare che hanno denunciato.
I fratelli Berardi stanno per andare in pensione, ci andranno a metà anno, e solo adesso scoprono che i contributi pensionistici a loro nome non sono stati versati per una trentina d'anni, da parte di chi avrebbe dovuto, e cioè da parte dei padri dell'Oratorio di Napoli, cui lo Stato, prima di riprendersela, aveva affidato la gestione e custodia della biblioteca. Con la conseguenza che, da quando andranno via dalla biblioteca, che il loro senso del dovere e il culto della bellezza e della storia del nostro e loro paese hanno contribuito a salvare, GODRANNO - sta qui la beffa - di una pensione di 500 Euro circa. Ecco, viene da dire, come tratta gli eroi il paese che ad essi prima dimostra riconoscenza, con il disinteresse e l' oblio.
E loro, soldati insigniti sul campo della onorificenza della Repubblica, stanno pensando di andare da Mattarella a restituirgli le insegne del cavalierato.
Fra parentesi, della importante ricchezza dei Girolamini sappiamo da molto prima dello scandalo, tanto che molti anni fa avevamo chiesto, per la nostra rivista Music@ ( edita dal Conservatorio dell'Aquila), a Dinko Fabris, noto musicologo ed assiduo frequentatore della biblioteca napoletana per via dei suoi studi - non per lo stesso scopo di De Caro, quindi - di intervistare il padre oratoriano che ne era il custode. L'intervista non ebbe luogo, perchè l'intervistato nicchiava - come ebbe a dirci Fabris. Poi dopo poco scoppiò lo scandalo, per merito dei fratelli Berardi, insospettiti dagli armadi che si svuotavano, per ordine di De Caro il ladro, e dal via vai di camion che con il favore delle tenebre, caricavano quei tesori per andare a venderli a ricettatori ed a bibliofili amici. E meno male che se ne sono accorti ed hanno denunciato, altrimenti oggi ci saremmo trovati una tra le più importanti biblioteche, spogliata dei suoi più preziosi tesori cartacei.
In loro favore si è mosso, giustamente,Tomaso Montanari, per venire fuori dalla complicata vicenda di cui non hanno colpa ma le cui conseguenze ricadono drammaticamente su di loro, suggerendo al Governo di destinare a loro la pensione della cosiddetta 'Legge Bacchelli', istituita per aiutare cittadini che vantano grandi meriti ma che si trovano in condizioni di bisogno.
Chi meglio di loro ha servito lo Stato e continua a servirlo, giacché hanno già confermato che saranno in tribunale a testimoniare nel processo contro Dell'Utri, che si dichiara innocente ed ha già restituito buona part dei volumi che dice di aver 'acquistato' dall'amico De Caro, ad eccezione di una preziosissima edizione dell'Utopia di Tommaso Moro?
Gentiloni si muova e conceda ai soldati Berardi, come riconoscenza, il beneficio della 'Bacchelli'.
P.S. Lo Stato non può mostrarsi avaro nei confronti dei due fratelli Berardi, anche in considerazione del fatto che tante volte, complice il groviglio di leggi e disposizioni, truffa i cittadini, come ha fatto con noi quando, con l'andata in pensione, ci siamo accorti che ci aveva truffato ben 10 anni di indennità di fine rapporto, i cui contributi erano stati regolarmente versati a quel medesimo Stato ladrone!
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venerdì 19 febbraio 2016
Giorgio Carnini lotta ancora per 'Un organo per Roma'
Giorgio Carnini, organista, è abbastanza noto per aver bisogno di ulteriore presentazione, mentre ne serve per illustrare la sua caparbia attività, già di alcuni anni, per mettere fine ad una ferita inflitta alla musica a Roma da un noto musicista oggi defunto, Luciano Berio. Il quale Berio, subentrato a Cagli, alla guida di Santa cecilia (Accademia), dopo esserne stato prima commissario, non ravvisò la necessità, nonostante le forti proteste di diversi settori della musica e non, che l'Auditorium avesse, nella sala più grande, un organo a canne.
E ciò nonostante che il suo amico Renzo Piano avesse già rielaborato il progetto della Sala Santa Cecilia, per la sua collocazione. Berio non ne volle sentir parlare; una commissione presieduta da Luigi Ferdinando Tagliavini fu praticamente esautorata ed anche, per certi versi, trattata a pesci in faccia, come si usa dire in simili casi.
Per il noto musicista ligure,che discendeva da una famiglia che vantava anche organisti di chiesa, l'organo era strumento 'da chiesa' ed una sala da concerto non ne aveva certo bisogno. Almeno a Roma, mentre tutte le grandi sale da concerto costruite in questi ultimi anni mostrano uno strumento a canne all'altezza delle loro prestigiose architetture, fra gli ultimi quello del nuovo auditorium di Lucerna. Roma no.
Al punto che, oggi, per fare un concerto d'organo, nella città che ha vantato nella seconda metà del Novecento due organisti di vaglia come Fernando Germani - che tante volte e non solo a Roma ha eseguito gli omnia organistici di Johann Sebastian Bach, attirando folle di ascoltatori - e Ferruccio Vignanelli, deve rivolgersi agli strumenti delle chiese romane.
Insomma la musica organistica, tutta la musica organistica, era musica 'per la chiesa', liturgica o no poco importa, secondo il vangelo di Berio. Una incomprensibile semplificazione e volgare valutazione che non ci si poteva attendere da un musicista portato in palmo di mano nel mondo.
E per quella sua decisione, ancora oggi - a quindici anni dalla sua apertura- l'Auditorium di Roma non ha un organo, per concerti e cicli di concerti che a Roma - come in tante altre capitali del mondo - hanno sempre un grande seguito e vantano lunga tradizione.
L'accesa discussione che si ebbe fra esperti, all'epoca della INFAME decisione di Berio, sulla natura e conformazione tecnica e stilistica dello strumento da progettare e costruire per l'Auditorium, non fu alla base di quella decisione.
Per vedere di mettere riparo a quella INFAME decisione e per sensibilizzare l'opinione pubblica e la folla di appassionati ed amatori, Giorgio Carnini, con la sua 'Camerata Italica', da qualche anno organizza un festival organistico, in pieno svolgimento, ospitato nella Sala Accademica del Conservatorio di Via dei Greci, l'unica sala dotata di un organo a canne di pregio. Per tutti gli altri strumenti, occorre rivolgersi alle chiese. Anche per questo, grazie Berio
N.B. Su Music@, alcuni anni fa, affrontammo l'argomento riproducendo anche documenti originali che qualcuno ci fornì, ma non l'Accademia di Santa Cecilia che non voleva che pubblicassimo alcunché sull'argomento.
E ciò nonostante che il suo amico Renzo Piano avesse già rielaborato il progetto della Sala Santa Cecilia, per la sua collocazione. Berio non ne volle sentir parlare; una commissione presieduta da Luigi Ferdinando Tagliavini fu praticamente esautorata ed anche, per certi versi, trattata a pesci in faccia, come si usa dire in simili casi.
Per il noto musicista ligure,che discendeva da una famiglia che vantava anche organisti di chiesa, l'organo era strumento 'da chiesa' ed una sala da concerto non ne aveva certo bisogno. Almeno a Roma, mentre tutte le grandi sale da concerto costruite in questi ultimi anni mostrano uno strumento a canne all'altezza delle loro prestigiose architetture, fra gli ultimi quello del nuovo auditorium di Lucerna. Roma no.
Al punto che, oggi, per fare un concerto d'organo, nella città che ha vantato nella seconda metà del Novecento due organisti di vaglia come Fernando Germani - che tante volte e non solo a Roma ha eseguito gli omnia organistici di Johann Sebastian Bach, attirando folle di ascoltatori - e Ferruccio Vignanelli, deve rivolgersi agli strumenti delle chiese romane.
Insomma la musica organistica, tutta la musica organistica, era musica 'per la chiesa', liturgica o no poco importa, secondo il vangelo di Berio. Una incomprensibile semplificazione e volgare valutazione che non ci si poteva attendere da un musicista portato in palmo di mano nel mondo.
E per quella sua decisione, ancora oggi - a quindici anni dalla sua apertura- l'Auditorium di Roma non ha un organo, per concerti e cicli di concerti che a Roma - come in tante altre capitali del mondo - hanno sempre un grande seguito e vantano lunga tradizione.
L'accesa discussione che si ebbe fra esperti, all'epoca della INFAME decisione di Berio, sulla natura e conformazione tecnica e stilistica dello strumento da progettare e costruire per l'Auditorium, non fu alla base di quella decisione.
Per vedere di mettere riparo a quella INFAME decisione e per sensibilizzare l'opinione pubblica e la folla di appassionati ed amatori, Giorgio Carnini, con la sua 'Camerata Italica', da qualche anno organizza un festival organistico, in pieno svolgimento, ospitato nella Sala Accademica del Conservatorio di Via dei Greci, l'unica sala dotata di un organo a canne di pregio. Per tutti gli altri strumenti, occorre rivolgersi alle chiese. Anche per questo, grazie Berio
N.B. Su Music@, alcuni anni fa, affrontammo l'argomento riproducendo anche documenti originali che qualcuno ci fornì, ma non l'Accademia di Santa Cecilia che non voleva che pubblicassimo alcunché sull'argomento.
domenica 21 giugno 2015
Quando non fare domande è più grave perfino del non dare risposte
Come è possibile che Ministeri, Asl, la stessa Agenzia delle Entrate, e pure Palazzo Chigi non abbiamo pagato le tasse comunali da anni, accumulando nei confronti del Comune di Roma un debito di quasi 30 milioni di Euro? Chi per anni, e fino ad oggi, sì fino ad oggi perchè il caso non è ancora risolto, non è andato a bussare alle loro porte per riscuotere i crediti vantati dal Comune, mentre a distanza di qualche mese verrebbe improrogabilmente a bussare alla nostra porta per esigere tributi di molto, ma molto minore entità, e, se non paghiamo, precederebbe con il sequestro o l'ipoteca di beni? Dal Comune rispondono che un dirigente dell'ufficio incaricato di tali riscossioni è in permesso sindacale, e perciò assente per lunghi periodi. Tutto regolare. Perchè, invece, il dirigente dell'ufficio preposto alla riscossione delle tasse varie dai comuni cittadini sembra che lavori anche di notte, per l'impressione che si ha di lui nell'opinione pubblica: un vero persecutore?
E il colabrodo del patrimonio immobiliare del Comune di Roma? Chi dovrebbe porsi le domande necessarie, come quella, ad esempio, del perchè quando il Comune affitta un suo appartamento - solitamente a gente che può pagare o che forse non ne avrebbe diritto - lo fa a prezzi calmierati, quando poi lui intende , per sua necessità, affittare un appartamento, lo paga a prezzi di mercato dieci cento volte più alti? Tutti fessi i dirigenti comunali ed i sindaci che li hanno messi in quei posti di responsabilità, oppure in gran parte furbi, profittatori e ladri, diciamolo con chiarezza? E perchè mai nessuno ha chiesto loro di pagare il conto?
Ci sono poi casi davvero impressionanti per la loro illegalità. C'è una immobiliarista, discendente di una famosa famiglia di costruttori che ha, a Roma soltanto, un patrimonio immenso; la quale affitta al Comune di Roma quasi 1500 appartamenti, da anni, destinati alle politiche abitative del Comune medesimo. Il Comune naturalmente le paga gli affitti, ma nessuno del medesimo Comune che paga gli affitti va a chiedere alla signora il pagamento delle tasse comunali sulle proprietà immobiliari. Nessuno, proprio nessuno pone alla sig.ra Armellini - è questo il suo cognome - una simile domanda. Non gliela pone nemmeno un politico di lungo corso, socialista e milanese, gran fustigatore delle malefatte pubbliche, che si chiama Tabacci, legato sentimentalmente alla signora. Possible mai che la signora non abbia mai rivelato al suo compagno una tale abnorme situazione? E possibile anche che il suo compagno non le abbia mai detto: cocca mia, ma lo sai che stai evadendo le tasse? Evidentemente è stato possibile.
Come altrettanto possibile fu, anni fa, che il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, cognato di Roman Vlad, all'epoca direttore artistico della Scala, aiutante al seguito Paolo Arcà, che sicuramente ebbe tante volte ospite della sua casa milanese, non gli domandasse come conciliava il suo insegnamento al Conservatorio dell'Aquila ed il suo lavoro 'subordinato e continuativo' - con timbratura di cartellino - alla Scala di Milano. Quella domanda non gliela fece, ma avrebbe dovuto fargliela, essendo a conoscenza della sua professione anteriore e parallela di insegnante in un pubblico Conservatorio. Non credete? La risposta sarebbe stata la seguente. caro procuratore, ho fatto una richiesta di aspettativa per gravi motivi di famiglia, il direttore del Conservatorio - a conoscenza della reale situazione, anche perchè la Scala non è in Africa - ha fatto finta di crederci, l'ha accettata e concessa, ben sapendo che era falsa; e così io posso essere per gran parte dell'anno qui a Milano a lavorare alla Scala. Borrelli non fece mai ad Arcà quella domanda, perchè? Siamo sicuri che non gliel' abbia fatta altrimenti Arcà avrebbe risolto la sua situazione secondo la legge, e cioè dimettendosi dal Conservatorio. Invece l'insegnamento lo ha sempre mantenuto, anzi se lo è fatto spostare a Milano, per renderselo più agevole e più vicino al secondo lavoro e nessuno gli ha detto mai nulla. Noi lo abbiamo scritto parecchie volte e su diverse riviste. silenzio assoluto. Una volta ci dissero che avremmo dovuto sporgere denuncia in tribunale, ed allora la cosa sarebbe stata presa in esame. Come è accaduto, sempre nel Conservatorio aquilano, che alcuni anni fa un insegnante, nominato direttore artistico di un teatro di provincia, a seguito di denuncia dell'amministrazione comunale, sia stato processato e condannato a restituire all'amministrazione scolastica i compensi degli anni del doppio incarico che, evidentemente , non avrebbe dovuto avere.
Pensate che la cosa non accada più? che non accada tuttora, nei conservatori o tanti altri pubblici uffici? Vi sbagliate. Noi stessi, proprio sulla rivista del Conservatorio aquilano, Music@, che abbiamo inventato e diretto per anni, abbiamo denunciato altri casi. Mai alla denuncia è seguita richiesta di spiegazioni e rimozione delle incompatibilità che tuttora esistono. Perchè? Semplicemente perchè chi doveva porsi simili domande non lo ha mai fatto, lasciando incancrenire tante patenti illegalità, di cui tutti paghiamo il prezzo.
E il colabrodo del patrimonio immobiliare del Comune di Roma? Chi dovrebbe porsi le domande necessarie, come quella, ad esempio, del perchè quando il Comune affitta un suo appartamento - solitamente a gente che può pagare o che forse non ne avrebbe diritto - lo fa a prezzi calmierati, quando poi lui intende , per sua necessità, affittare un appartamento, lo paga a prezzi di mercato dieci cento volte più alti? Tutti fessi i dirigenti comunali ed i sindaci che li hanno messi in quei posti di responsabilità, oppure in gran parte furbi, profittatori e ladri, diciamolo con chiarezza? E perchè mai nessuno ha chiesto loro di pagare il conto?
Ci sono poi casi davvero impressionanti per la loro illegalità. C'è una immobiliarista, discendente di una famosa famiglia di costruttori che ha, a Roma soltanto, un patrimonio immenso; la quale affitta al Comune di Roma quasi 1500 appartamenti, da anni, destinati alle politiche abitative del Comune medesimo. Il Comune naturalmente le paga gli affitti, ma nessuno del medesimo Comune che paga gli affitti va a chiedere alla signora il pagamento delle tasse comunali sulle proprietà immobiliari. Nessuno, proprio nessuno pone alla sig.ra Armellini - è questo il suo cognome - una simile domanda. Non gliela pone nemmeno un politico di lungo corso, socialista e milanese, gran fustigatore delle malefatte pubbliche, che si chiama Tabacci, legato sentimentalmente alla signora. Possible mai che la signora non abbia mai rivelato al suo compagno una tale abnorme situazione? E possibile anche che il suo compagno non le abbia mai detto: cocca mia, ma lo sai che stai evadendo le tasse? Evidentemente è stato possibile.
Come altrettanto possibile fu, anni fa, che il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, cognato di Roman Vlad, all'epoca direttore artistico della Scala, aiutante al seguito Paolo Arcà, che sicuramente ebbe tante volte ospite della sua casa milanese, non gli domandasse come conciliava il suo insegnamento al Conservatorio dell'Aquila ed il suo lavoro 'subordinato e continuativo' - con timbratura di cartellino - alla Scala di Milano. Quella domanda non gliela fece, ma avrebbe dovuto fargliela, essendo a conoscenza della sua professione anteriore e parallela di insegnante in un pubblico Conservatorio. Non credete? La risposta sarebbe stata la seguente. caro procuratore, ho fatto una richiesta di aspettativa per gravi motivi di famiglia, il direttore del Conservatorio - a conoscenza della reale situazione, anche perchè la Scala non è in Africa - ha fatto finta di crederci, l'ha accettata e concessa, ben sapendo che era falsa; e così io posso essere per gran parte dell'anno qui a Milano a lavorare alla Scala. Borrelli non fece mai ad Arcà quella domanda, perchè? Siamo sicuri che non gliel' abbia fatta altrimenti Arcà avrebbe risolto la sua situazione secondo la legge, e cioè dimettendosi dal Conservatorio. Invece l'insegnamento lo ha sempre mantenuto, anzi se lo è fatto spostare a Milano, per renderselo più agevole e più vicino al secondo lavoro e nessuno gli ha detto mai nulla. Noi lo abbiamo scritto parecchie volte e su diverse riviste. silenzio assoluto. Una volta ci dissero che avremmo dovuto sporgere denuncia in tribunale, ed allora la cosa sarebbe stata presa in esame. Come è accaduto, sempre nel Conservatorio aquilano, che alcuni anni fa un insegnante, nominato direttore artistico di un teatro di provincia, a seguito di denuncia dell'amministrazione comunale, sia stato processato e condannato a restituire all'amministrazione scolastica i compensi degli anni del doppio incarico che, evidentemente , non avrebbe dovuto avere.
Pensate che la cosa non accada più? che non accada tuttora, nei conservatori o tanti altri pubblici uffici? Vi sbagliate. Noi stessi, proprio sulla rivista del Conservatorio aquilano, Music@, che abbiamo inventato e diretto per anni, abbiamo denunciato altri casi. Mai alla denuncia è seguita richiesta di spiegazioni e rimozione delle incompatibilità che tuttora esistono. Perchè? Semplicemente perchè chi doveva porsi simili domande non lo ha mai fatto, lasciando incancrenire tante patenti illegalità, di cui tutti paghiamo il prezzo.
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