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giovedì 10 dicembre 2015

Attenti alle mogli... di Muti,Berio,Chailly. Ed anche di Dudamel. Mentre quella di Stockhauen, la terza o quarta, non si impicciava

Ad irritare Leiser, a sua volta, nella preparazione della Giovanna d'Arco  alla Scala deve essere stata anche la presenza costante, non muta, di Gabriella, moglie di Chailly. Se il giorno si vede dal mattino, gli scaligeri debbono attendersi una altra decina d'anni di direttore musicale con direttrice consorte al seguito, come ai tempi di Riccardo Muti? Di Muti e di sua moglie Cristina si è saputo soltanto ora, alla fine del rapporto di amicizia fra il noto direttore ed il critico Isotta. La signora Cristina interveniva su tutto, ha accusato il critico. Troppo. Voleva mettere bocca anche sulla scelta dei cantanti, ha insistito Isotta, e i cast della Scala, nelle opere affidate a Muti, non sono mai stati irreprensibili.
Saperlo alla fine di una gestione  non giova. Queste cose vanno dette quando ancora si ha il tempo per intervenire e porvi rimedio, ammesso che sia possibile. Diversamente non servono.
 Nel caso di Berio, se ricordiamo bene, qualcosa venne fuori, quando il noto musicista preparava un' opera a Firenze ed un'altra a Salisburgo - non chiedeteci i titoli, a quest'ora non ci vengono. In ambedue quei casi, la signora Berio figurava come 'autrice della drammaturgia', e in ambedue i casi le cose non filarono lisce: ci furono liti furibonde fra dirigenza dei rispettivi teatri ed il musicista, il quale mai se la prese con la consorte, la cui presenza in quelle lavorazioni era la vera causa dei problemi, a detta di molti. Berio accusò quei dirigenti di non avergli concesso un numero di prove sufficienti. Ma i dirigenti -  a Salisburgo lo fece Mortier attraverso i giornali - replicarono che per nessun'altra opera era stato concesso lo stesso numero di prove, dunque Berio non aveva ragione per lamentarsi, semmai doveva andare a cercare la  vera causa di tali disguidi ed eliminarla.  Ma tale causa, sebbene l'avesse a portata di mano, non poteva eliminarla. All'epoca ne scrivemmo  su 'Suono'  - mensile di musica ed alta fedeltà ; ma le accuse dell'allora responsabile di Salisburgo si lessero anche su quotidiani nazionali.
 Che le mogli vogliano sempre mettere bocca negli affari dei propri mariti è storia vecchia, ed è anche storia vecchia che, nella maggioranza dei casi, degli affari dei mariti s'intendano poco,  il che  dovrebbe convincerle a star zitte, se non lo fanno i mariti che, specie se freschi di matrimonio o di relazione, vivono nell'idillio che li rende ciechi e, nel caso specifico, anche sordi - visto che di musica si tratta.
 La situazione non cambia con l'avvicendarsi delle generazioni. A noi sembra, infatti, che anche nel caso di Dudamel, la sua giovane moglie, si dia molto da fare. Eppure ce la ricordiamo, ai primi incontri,  gentile, carina,  sempre al suo posto. Da compagna del giovane direttore,  ha vestito i panni della manager, e finirà come in tutti gli altri casi.
 La situazione era molto diversa nel caso di Stockhausen, il quale di mogli ne ha avute sempre più di una, due o tre contemporaneamente, e perciò, dovendo tener nascoste tutte le sue numerose relazioni, nessuna  di esse si faceva notare in pubblico. Ma forse le istruzioni  gliele davano in privato.
 Del peso esercitato dalla giovane fascinosa moglie (compagna?) di Pereira su di lui, non abbiamo notizia. Per ora.
Mentre nei rari casi in cui non ci sono  mogli od amanti o compagne ufficiali, tale ruolo viene assunto da figli troppo intraprendenti. Come nel caso di Abbado, a fianco del quale, la figlia Alessandra, ha fatto tutto, e non solo negli anni della malattia del direttore.

Teatro alla Scala. Tiro al piccione-Pereira

Non è difficile rendersi conto che anche lo scandaletto della lite con parolacce fra Chailly ed il più fumantino della coppia di registi, Leiser, raccontato per filo e per segno con il 'ferro'  inaugurale ancora caldo, era stata montata a bella posta per disturbare una serata, quella inaugurale, che per la prima volta, in teatro, era filata liscia come l'olio, in ogni sua componente, compresa quella registica che, negli anni passati, aveva sempre registrato qualche aperto dissenso.
Per la Giovanna d'Arco le cose erano andate, nonostante i timori,  anche di altro genere, della vigilia, molto bene, ed allora per rovinare la festa , ecco lo scandalo della lite con insulti, registrati, fra il regista e Chailly.
 Qualche polemicucia della vigilia, aveva irritato quanti non credono di poter già giudicare l'operato del sovrintendente Pererira che sta a Milano da poco più di un anno, dopo i dieci di Lissner. In Scala si mormora - s'era letto - che non corra buon sangue fra Pereira e Chailly. Ma come non hanno neppure cominciato e già 'litigheno'- avrebbe detto  Petrolini. No, fra me e il direttore tutto  a posto - aveva precisato Pereira.
 La lite fra Chailly e Leiser, di riflesso, va a toccare Pereira che avrebbe invitato la compagnia registica con la quale sembra  che Chailly non si sia trovato d'accordo; e lo tocca una seconda volta perchè non avrebbe saputo mettere pace fra i contendenti. Fatto gravissimo, ed unico nella storia e nelle storie dei teatri?
Macchè. Solo dopo aver  diffuso ai quattro venti i particolari della lite, ma solo allora, con notevole ritardo, si viene a sapere, attraverso il lungo racconto delle liti più clamorose, che quasi in ogni spettacolo della precedente gestione scaligera - quella di Lissner con Fournier al seguito - ci furono liti feroci fra Barenboim e Dante, per Carmen, e Barenboim e Carsen, per Don Giovanni. E ve ne fu una terza fra Gatti ed il regista russo della Traviata.
 Come mai di queste liti - alcune delle quali in Scala assicurano furiose - nulla si seppe in giro, nulla si scrisse sui giornali, neanche su Repubblica, che, al contrario, nel caso di Pereira, ci inzuppa ben bene il pane della sua autorevolezza presso il lettore snob? Repubblica forse non  accetta che la nuova dirigenza, d'accordo con il direttore musicale, punti sul grande repertorio italiano, a differenza di quanto aveva fatto Lissner nei suoi dieci anni di permanenza milanese, dimostrando di schifare tale repertorio, nonostante che La Scala - italiana - l'abbia sempre pagato profumatamente. Anche troppo.
 A proposito di dimenticanze sospette, ce ce sovviene un'altra di cui siamo stati testimoni diretti.  All'uscita di Fourner-Facio dall'Accademia di santa Cecilia per andare a lavorare alla Scala, l'ultima volta che apparve in pubblico, prima della partenza, ad una presentazione di stagione a Roma, Cagli, che officiava tale rito, non lo degnò neppure di un saluto ( si badi bene che era stato Cagli a chiamarlo da Firenze, poi Fournier era rimasto con Berio ed ancor ancora con Cagli, al suo ritorno in Accademia, dopo la morte di Berio). Fu Pappano, e solo lui ( che fra l'altro, deve a Fournier ed all'avvocato Vittorio Ripa di Meana allora in Accademia, se il suo nome venne segnalato a Berio per la successione a Chung) a ringraziarlo pubblicamente. E Cagli, che gli sedeva accanto, non fece neppure un cenno di condivisione. Un dissenso dunque apertamente manifestato, che nessun giornale citò. Lo facemmo solo noi. Ma, si sa, noi cantiamo sempre fuori dal coro.