Senza essere nella testa di Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5, il cui compenso è superiore a quello previsto dalla legge - e solo per questo dovrebbe essere più di altri all'altezza del compito - possiamo immaginare che oggi sia stato per lui un brutto risveglio, quando ha letto, o gli hanno telefonato per leggergli, ciò che su Repubblica di oggi, Siegmund Ginzberg, ha scritto della sua rete, accusandola di sciatteria, arroganza, mancanza di professionalità. L'accusa coinvolge direttamente anche la direttrice di Rai Cultura, Silvia Calandrelli, della quale neppure i radar segnalano la presenza negli ultimi mesi.
Ginzberg se la prende con D'Alessandro, a causa di un'opera trasmessa ieri sulla rete cosiddetta 'culturale' della Rai, che doveva costituire un ricordo di Daniela Dessì. Il titolo in questione era l'Adriana Lecouvreur che la Dessì aveva inciso e registrato divinamente alla Scala , in uno spettacolo di molti anni fa - che anche noi di 'All'Opera!' avevamo incluso in uno dei cicli annuali della bella trasmissione che D'Alessandro e la superdirettrice Calandrelli, ignorano volutamente; mentre potrebbe forse far risalire i tragici livelli di ascolto della rete.
Insomma per ricordare la Dessì, accusa Ginzberg, Rai 5 trasmette una Adriana con Mirella Freni: questioni di diritti? l'hanno cercata all'ultimo minuto? hanno pensato che un titolo caro alla defunta soprano bastava a ricordarla? Siamo nel pianeta degli sciatti, incapaci ed arroganti. L'articolo di Repubblica aggiunge anche altri particolari che rendono poco accattivanti i programmi di Rai5.
Ma nella testa di D'Alessandro e forse anche della Calandrelli potrebbe aver fatto capolino anche un cattivo pensiero: ma come si permettono quelli di Repubblica a criticarci, dopo che in Rai abbiamo preso tanta gente della redazione del giornale ed anche molti collaboratori, anche quando sono ormai cotti, per età? E chissà che tale cattivo pensiero non abbia anche cercato uno sbocco telefonico immediato con via Cristoforo Colombo, a Roma.
Il fatto è che a Rai 5 si vede che la programmazione ed il palinsesto generale è fatto alla giornata; si naviga a vista, alla creazione di appuntamenti fissi ha collaborato fin dall'inizio Michele Dall'Ongaro più interessato alle sorti sue che a quelle della rete, e che ci ha infilato dentro amici e fedelissimi con il consenso della direzione che non sapeva che pesci prendere, incapace, per totale incompetenza, di mettere su una rete culturale. E perciò non fa che trasmettere a piene mani dal grande magazzino Rai, e poi registra qualche cosa, ma sempre con grande attenzione a questo ed a quello, mai al valore dell'oggetto della ripresa.
Poi ogni tanto, quasi non bastassero gli abituali danni giornalieri, c'è qualche botta di genio, come l'aver affidato tutte le dirette 'classiche' della rete ( opera e concerto) a Bernardini, quello che chiacchiera in tv di televisione e che ora - come lui stesso impunemente ha dichiarato - può finalmente tornare al suo grande amore di gioventù, la musica. Che era quella leggera, che D'Alessandro e la Calandrelli, hanno dichiarato in duetto: questa (leggera) o quella (pesante) per noi pari sono.
E così Bernardini che abbiamo visto tragicamente all'opera in occasione dell'inaugurazione della stagione di Santa Cecilia, dovremo sorbircelo ora anche domenica prossima per il Tristano dall'Opera di Roma e, il prossimo sant'Ambrogio, da Milano per Butterfly alla Scala. E chissà quante altre volte ancora.
P.S. Oggi, dalle pagine di Repubblica che ieri l'aveva rimproverata aspramente accusandola di sciatteria e di arroganza, Rai Cultura , in nome e per conto di Rai 5, s'è scusata ammettendo l'errore relativo al ricordo di Daniela Dessì, precisando che il ricordo della celebre soprano verrà fatta il prossimo 4 dicembre, con la messa in onda della 'sua' Adriana, dalla Scala. Anzi, è apprezzabile che Rai Cultura abbia sentito il dovere di scusarsi; in altri tempi se ne sarebbe fottuta bellamente.
Resta però, oltre l'errore ammesso, la sciatteria della rete culturale della Rai, ma anche la sua mancanza assoluta di professionalità, cui corrisponde il sostegno, immancabile in simili casi, di arroganza, anch'essa rimproverata dal giornalista di Repubblica a Rai Cultura.
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lunedì 21 novembre 2016
domenica 31 luglio 2016
I soldi sono la lingua che tutti parlano. Parola di Vittorio Avanzini, patron di Newton Compton, intervistato da Antonio Gnoli su Repubblica
' I soldi sono la lingua che tutti parlano' - e che conoscono alla perfezione aggiungiamo noi alla efficace espressione di Vittorio Avanzini intervistato su Repubblica da Antonio Gnoli, per raccontargli l'avventura della sua casa editrice all'inizio malvista da tutti per il semplice fatto che aveva attuato una politica che riguardava anche i prezzi dei libri e che si fondava su due elementari principi: titoli non astrusi e prezzi di copertina bassi, ambedue causa del suo successo. Avanzini ci ha fatto venire in mente le discussioni di questi giorni sugli alti stipendi in RAI, discussioni subito sviate da un ciclone strumentale: il cambio dei direttori dei TG.
' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana - e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che viaggia ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni, appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
Ed il pensiero, per non buttarla sul personale che ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione, raggiunge i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
Per non svuotare tale logica che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000 Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli sia passata in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai, specie in Italia.
' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana - e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che viaggia ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni, appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
Ed il pensiero, per non buttarla sul personale che ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione, raggiunge i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
Per non svuotare tale logica che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000 Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli sia passata in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai, specie in Italia.
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giovedì 3 dicembre 2015
Che cosa non si fa in Italia per il Teatro alla Scala. Anche in RAI, dove resiste ed insiste Michele dall'Ongaro, sovrintedente di Santa Cecilia
Ieri sera, abbiamo visto in tv, finalmente, un programma ben fatto e con una doppia logica di collocazione: sia nel palinsesto che temporale, alla vigilia cioè dell'inaugurazione della stagione che ha luogo, come si sa, il giorno 7 dicembre, festa di sant'Ambrogio. Chi segue le vicende della musica in Italia e soprattutto ama la musica e desidera approfondirne sempre più il significato e gli esiti, ieri sera avrà gioito vedendo su RAI 5, il programma 'Giovanna d'Arco all'Opera' , nel corso del quale da Franco Cardini, storico, ai registi ( già, sono due e con loro lavora sempre e dovunque una squadra ben affiatata: costumista, scenografo, luci, coreografo) ci hanno spiegato chi era la famosa eroina, nella visione storica, in quella verdiana ed anche nella registica, preparandoci a seguire sempre sulla stessa rete RAI, la prima del prossimo lunedì. Insomma una specie di 'Prima della Prima', la storica ma inutile trasmissione della Bronzetti, in onda su RAI TRE dalla creazione del mondo, senza mai domandarsi se la messa in onda di una puntata quando l'opera che illustra è andata in scena da mesi, abbia un minimo di senso. Ma Vianello, il direttore della rete, non si è mai posto simili domande, altrimenti non avrebbe fatto tante figuracce, e non continuerebbe a comandare forte della sola rendita delle trasmissioni che ha ereditato, tutte ben collaudate, molte delle quali - quelle di servizio e 'di dolore' - recano ancora la firma di Angelo Guglielmi, ormai ingiallita o del tutto sbiadita dal tempo.
Abbiamo visitato anche l'immenso laboratorio dove nasce, per le scene ed i costumi, un'opera, e seguito le prove di Riccardo Chailly (in verità le prove della sola orchestra e, se non andiamo errati, i pochi minuti, erano sempre gli stessi ripetuti - ma forse il sonno ci ha giocato un brutto tiro e non abbiamo seguito con la dovuta attenzione. Chiediamo scusa!) e l'introduzione che lo scorso 29 novembre egli ha fatto, precedendo la prova aperta agli studenti delle università milanesi alla Scala, che non ci hanno mostrato neanche per un minuto secondo, mentre avrebbero potuto farlo senza nulla togliere all'evento della prima di lunedì. Comunque, stando alla trasmissione di cui scriviamo, RAI 5 s'è rivelata una rete per specialisti od amatori.
La RAI, che non è l'emittente parrocchiale di un paese sgarrupato, potrebbe, anzi dovrebbe, segnarsi sul calendario alcuni importanti avvenimenti musicali e illustrarli con la stessa tempistica e qualità. Perchè, invece, solo la Scala, che è l'unico teatro con il quale la RAI ha un contratto da anni, sempre rinnovato e mai mutato, per la registrazione di due o tre titoli d'opera opera e qualche concerto?
Tutto bene quel che finisce bene, dunque, anche se bene non comincia? No, perchè la serata era cominciata maluccio con una puntata di Petruska, ideata e condotta ancora da Michele dall'Ongaro che da quasi un anno ormai è sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia e che continua a fare contemporaneamente il mestiere precedente in RAI, senza il quale non sarebbe mai arrivato dove è ora, ma sarebbe rimasto un 'compositoretto' - direbbe con il colorito suo eloquio, il governatore campano De Luca.
RAI5, diretta da Pasquale D'Alessandro, e RAI Cultura, la struttura affidata alla Calandrelli, in tutta Italia non sono riusciti ancora, nel giro di un anno, a trovare un sostituto di Michele dall'Ongaro. Che sarà mai? Oltre tutto il programma che ha seguito il suo Petruska era mille volte meglio del suo che non lo dimentichiamo, fa su per giù intorno ai 20.000 -25.000 telespettatori di media - allo stadio ce ne vanno il doppio se non il triplo!- perciò cambiarlo radicalmente o cancellarlo dal palinsesto dovrebbe essere un gioco da ragazzi.
Ma ci sono anche una ragioni di opportunità e di stile, per le quali dall'Ongaro non dimostra un briciolo di sensibilità. Il Sovrintendente della istituzione romana fra le più antiche e gloriose, può fare a giorni ed ore alterne l'intervistatore tv ed il capo istituzione? E che farebbe quando dovesse parlare anche della Accademia che dirige? Comunque la si consideri la sua posizione è equivoca ed andrebbe risolta, costringendolo, visto che non lo fa lui in prima persona, a togliere il piede da una delle due scarpe. Dall'Ongaro non lo farà mai, perchè teme - e teme giustamente - che, mollato prima il potere esagerato che aveva in RAI come responsabile della musica, per salire al vertice dell'Accademia, e poi oscurato sugli schermi televisivi, la sua faccia non la riconosca più nessuno, e, quando lascerà l'Accademia, nessuno più la ricordi.
Santa Cecilia è Antonio Pappano e non dall'Ongaro o Cagli, per quanti sforzi sia dall'Ongaro che il suo padre putativo, Cagli, abbiano fatto nel tempo per dare un segno della loro esistenza di organizzatori musicali.
Dati Auditel di ieri: Petruska, 0,22 di share con 62.000 telespettatori ( in crescita per l'ora e la durata); 'Giovanna d'Arco al'opera': 0,28 di share e 41.000 telespettatori - penalizzata dall'ora e dalla lunga durata che , nelle reti generaliste gioca sempre a favore di una trasmissione.. Dunque, si dovrebbe dedurre che con RAI 5 non si sintonizzano gli amatori i quali non si fanno spaventare dall'ora e dalla durata? Ma allora che rete è RAI 5? Naturalmente parliamo sempre di share ininfluenti.
Abbiamo visitato anche l'immenso laboratorio dove nasce, per le scene ed i costumi, un'opera, e seguito le prove di Riccardo Chailly (in verità le prove della sola orchestra e, se non andiamo errati, i pochi minuti, erano sempre gli stessi ripetuti - ma forse il sonno ci ha giocato un brutto tiro e non abbiamo seguito con la dovuta attenzione. Chiediamo scusa!) e l'introduzione che lo scorso 29 novembre egli ha fatto, precedendo la prova aperta agli studenti delle università milanesi alla Scala, che non ci hanno mostrato neanche per un minuto secondo, mentre avrebbero potuto farlo senza nulla togliere all'evento della prima di lunedì. Comunque, stando alla trasmissione di cui scriviamo, RAI 5 s'è rivelata una rete per specialisti od amatori.
La RAI, che non è l'emittente parrocchiale di un paese sgarrupato, potrebbe, anzi dovrebbe, segnarsi sul calendario alcuni importanti avvenimenti musicali e illustrarli con la stessa tempistica e qualità. Perchè, invece, solo la Scala, che è l'unico teatro con il quale la RAI ha un contratto da anni, sempre rinnovato e mai mutato, per la registrazione di due o tre titoli d'opera opera e qualche concerto?
Tutto bene quel che finisce bene, dunque, anche se bene non comincia? No, perchè la serata era cominciata maluccio con una puntata di Petruska, ideata e condotta ancora da Michele dall'Ongaro che da quasi un anno ormai è sovrintendente dell'Accademia di Santa Cecilia e che continua a fare contemporaneamente il mestiere precedente in RAI, senza il quale non sarebbe mai arrivato dove è ora, ma sarebbe rimasto un 'compositoretto' - direbbe con il colorito suo eloquio, il governatore campano De Luca.
RAI5, diretta da Pasquale D'Alessandro, e RAI Cultura, la struttura affidata alla Calandrelli, in tutta Italia non sono riusciti ancora, nel giro di un anno, a trovare un sostituto di Michele dall'Ongaro. Che sarà mai? Oltre tutto il programma che ha seguito il suo Petruska era mille volte meglio del suo che non lo dimentichiamo, fa su per giù intorno ai 20.000 -25.000 telespettatori di media - allo stadio ce ne vanno il doppio se non il triplo!- perciò cambiarlo radicalmente o cancellarlo dal palinsesto dovrebbe essere un gioco da ragazzi.
Ma ci sono anche una ragioni di opportunità e di stile, per le quali dall'Ongaro non dimostra un briciolo di sensibilità. Il Sovrintendente della istituzione romana fra le più antiche e gloriose, può fare a giorni ed ore alterne l'intervistatore tv ed il capo istituzione? E che farebbe quando dovesse parlare anche della Accademia che dirige? Comunque la si consideri la sua posizione è equivoca ed andrebbe risolta, costringendolo, visto che non lo fa lui in prima persona, a togliere il piede da una delle due scarpe. Dall'Ongaro non lo farà mai, perchè teme - e teme giustamente - che, mollato prima il potere esagerato che aveva in RAI come responsabile della musica, per salire al vertice dell'Accademia, e poi oscurato sugli schermi televisivi, la sua faccia non la riconosca più nessuno, e, quando lascerà l'Accademia, nessuno più la ricordi.
Santa Cecilia è Antonio Pappano e non dall'Ongaro o Cagli, per quanti sforzi sia dall'Ongaro che il suo padre putativo, Cagli, abbiano fatto nel tempo per dare un segno della loro esistenza di organizzatori musicali.
Dati Auditel di ieri: Petruska, 0,22 di share con 62.000 telespettatori ( in crescita per l'ora e la durata); 'Giovanna d'Arco al'opera': 0,28 di share e 41.000 telespettatori - penalizzata dall'ora e dalla lunga durata che , nelle reti generaliste gioca sempre a favore di una trasmissione.. Dunque, si dovrebbe dedurre che con RAI 5 non si sintonizzano gli amatori i quali non si fanno spaventare dall'ora e dalla durata? Ma allora che rete è RAI 5? Naturalmente parliamo sempre di share ininfluenti.
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venerdì 26 dicembre 2014
RAI 5 lavora anche contro la stessa RAI. Grazie a D'Alessandro e dall'Ongaro
Oggi, giorno di santo Stefano -RAI 5 Ore 13 - alla fine del concerto con l'Orchestra sinfonica nazionale della RAI di Torino, diretto da Kurt Sanderling, violoncellista un altro Sanderling, nello spazio pubblicitario, viene trasmesso uno spot a favore del Concerto di Capodanno da Vienna che RAI 5, dopo la trasmissione in quasi diretta su RAI 2 a partire dalle 13.30, ritrasmette la sera alle 21.20.
E' Vienna che si fa pubblicità? E' Rolex, che lo sponsorizza, a pagare anche la pubblicità? E' la stessa RAI che, avendolo acquistato per trasmetterlo, come fa da moltissimi anni, fa pubblicità al suo concerto?
Non sappiamo; ma temiamo che si tratti della terza ipotesi, che ha alle spalle i cosiddetti nostalgici di Vienna, ai quali di diritto appartengono sia D'Alessandro, a capo di RAI 5, che dall'Ongaro, suggeritore musicale di RAI 5, il quale ultimo, siccome non gli va giù il Concerto di Capodanno da Venezia, coprodotto dalla Fenice e RAI 1, e trasmesso in diretta su RAI 1, gli fa concorrenza interna, ed anche sleale, trasmettendo su Radio 3 ( della cui programmazione musicale, fra le tante cose, è anche responsabile) il Concerto da Vienna, mentre va in onda su RAI 1, quello da Venezia; ma poi non ripete l'operazione al contrario quando in tv ( RAI 2) va in onda quello da Vienna, e dovrebbe trasmettere su Radio 3 il Concerto veneziano appena concluso su RAI 1.
Cosa la RAI dovrebbe fare per neutralizzare questi nemici occulti della medesima RAI, che gli dà da mangiare, non è difficile capirlo, anche se la RAI non lo fa o quantomeno non lo ha ancora fatto.
Eppure contro questi gufi, come meriterebbero di essere chiamati secondo la lezione di Renzi, ci sono i dati di ascolto. L'anno scorso - ma la cosa vale anche per gli anni precedenti - il Concerto da Venezia ha fatto 4.407.000 telespettatori, con uno share del 27%; mentre il Concerto da Vienna è arrivato a 2.748.000, con uno share del 16.61%.
E l'edizione 2014 del Concerto dalla Fenice non è un caso isolato: da quando esiste ha fatto sempre all'incirca 1.500.000 telespettatori in più di quello da Vienna, con quasi 10 punti di share in più rispetto al gemello viennese. E la tendenza negli anni è che Venezia cresce ogni anno di più, e Vienna perde ogni anno spettatori: negli ultimi due anni quasi 100.000.
Non solo. Il Concerto dalla Fenice, in tutte le 11 passate edizioni, ha riunito davanti ai teleschermi molti più spettatori di quanti ne riuniva negli anni quello viennese, il che dovrebbe far concludere che il Concerto da Venezia è più gradito di quello viennese dai telespettatori italiani ( non dimentichiamoci che il concerto veneziano viene trasmesso anche in diversi paesi europei, che l'acquistano dalla RAI).
Nonostante tutto ciò RAI 5 che ti fa? Fa la pubblicità al Concerto viennese e solo a quello; quello italiano semplicemente lo ignora.
O forse intende promuovere il Concerto da Vienna, che gli costa un bel pò, mentre quello veneziano non ne ha bisogno, perchè è il concerto classico più visto della televisione italiana, e, in assoluto, il programma televisivo più seguito del Capodanno in Italia?
Non sarà che forse - novità delle novità - quest'anno RAI 5 ha deciso di ritrasmettere nella serata di Capodanno solo il Concerto viennese, e non quello veneziano?
E' Vienna che si fa pubblicità? E' Rolex, che lo sponsorizza, a pagare anche la pubblicità? E' la stessa RAI che, avendolo acquistato per trasmetterlo, come fa da moltissimi anni, fa pubblicità al suo concerto?
Non sappiamo; ma temiamo che si tratti della terza ipotesi, che ha alle spalle i cosiddetti nostalgici di Vienna, ai quali di diritto appartengono sia D'Alessandro, a capo di RAI 5, che dall'Ongaro, suggeritore musicale di RAI 5, il quale ultimo, siccome non gli va giù il Concerto di Capodanno da Venezia, coprodotto dalla Fenice e RAI 1, e trasmesso in diretta su RAI 1, gli fa concorrenza interna, ed anche sleale, trasmettendo su Radio 3 ( della cui programmazione musicale, fra le tante cose, è anche responsabile) il Concerto da Vienna, mentre va in onda su RAI 1, quello da Venezia; ma poi non ripete l'operazione al contrario quando in tv ( RAI 2) va in onda quello da Vienna, e dovrebbe trasmettere su Radio 3 il Concerto veneziano appena concluso su RAI 1.
Cosa la RAI dovrebbe fare per neutralizzare questi nemici occulti della medesima RAI, che gli dà da mangiare, non è difficile capirlo, anche se la RAI non lo fa o quantomeno non lo ha ancora fatto.
Eppure contro questi gufi, come meriterebbero di essere chiamati secondo la lezione di Renzi, ci sono i dati di ascolto. L'anno scorso - ma la cosa vale anche per gli anni precedenti - il Concerto da Venezia ha fatto 4.407.000 telespettatori, con uno share del 27%; mentre il Concerto da Vienna è arrivato a 2.748.000, con uno share del 16.61%.
E l'edizione 2014 del Concerto dalla Fenice non è un caso isolato: da quando esiste ha fatto sempre all'incirca 1.500.000 telespettatori in più di quello da Vienna, con quasi 10 punti di share in più rispetto al gemello viennese. E la tendenza negli anni è che Venezia cresce ogni anno di più, e Vienna perde ogni anno spettatori: negli ultimi due anni quasi 100.000.
Non solo. Il Concerto dalla Fenice, in tutte le 11 passate edizioni, ha riunito davanti ai teleschermi molti più spettatori di quanti ne riuniva negli anni quello viennese, il che dovrebbe far concludere che il Concerto da Venezia è più gradito di quello viennese dai telespettatori italiani ( non dimentichiamoci che il concerto veneziano viene trasmesso anche in diversi paesi europei, che l'acquistano dalla RAI).
Nonostante tutto ciò RAI 5 che ti fa? Fa la pubblicità al Concerto viennese e solo a quello; quello italiano semplicemente lo ignora.
O forse intende promuovere il Concerto da Vienna, che gli costa un bel pò, mentre quello veneziano non ne ha bisogno, perchè è il concerto classico più visto della televisione italiana, e, in assoluto, il programma televisivo più seguito del Capodanno in Italia?
Non sarà che forse - novità delle novità - quest'anno RAI 5 ha deciso di ritrasmettere nella serata di Capodanno solo il Concerto viennese, e non quello veneziano?
mercoledì 3 settembre 2014
Non vengano a raccontarci storie; in RAI resistono solo programmi con padrini/sponsor eccellenti: Overland, Petrolio... All'OPERA!, invece, NO
Dobbiamo confessare chiaramente che proviamo soltanto umana pietà e neanche un briciolo di stima, per tutti quei dirigenti RAI che ogni giorno sbandierano i dati auditel quando vogliono mantenere in vita trasmissioni che interessano a qualcuno, mentre in altri casi li ignorano, se, deludenti come le attese non mantenute, intendono insistere con certi programmi.
Causa il nostro diretto interessamento continuiamo a domandarci perchè dopo sei edizioni estive ( 1999-2004) della trasmissione 'ALL'OPERA!' condotta da Antonio Lubrano e da noi scritta, quella bella trasmissione è stata cancellata dal palinsesto. Se vi dicono che faceva ascolti non esaltanti, dicono bugie, falsità. E ve lo dimostriamo.
Abbiamo controllato, proprio in questi giorni gli ascolti che dovrebbero essere esaltanti per mantenere in palinsesto certi programmi , come OVERLAND che va avanti da 15 anni, d'estate come ALL'OPERA!,in seconda serata come ALL'OPERA!e che nell'ultima puntata del 28 agosto ha registrato 723.000 telespettatori, per uno share di 9,01% - né più e né meno di quel che faceva ALL'OPERA!- ma OVERLAND continua, ALL'OPERA! è stata cancellata.
Un'altra trasmissione, che sta diventando un appuntamento fisso: PETROLIO, guidata da Duilio Giammaria, e che, dopo alcuni esperimenti estivi e festivi, va in ondaogni lunedì, sempre su RAI Uno, e sempre in seconda serata, togliendo una serata a 'Porta a Porta'. Bene anche PETROLIO che viene promossa ad appuntamento stabile, di RAI Uno, in seconda serata, nella puntata di lunedì 1 settembre ha avuto 893.000 telespettatori con uno share dell'8.33%, ne più e nè meno di ALL'OPERA! che, adesso diciamola tutta, durante alcune estati è stata replicata anche di domenica pomeriggio, mantenendo e talora aumentando gli ascolti, che per talune puntate hanno avuto uno share del 14%, con punte , di telespettatori, di quasi 1.300.000. Dati più che soddisfacenti. Gli stessi dati che fanno proseguire la realizzazione e messa in onda di OVERLAND e PETROLIO e che hanno, INSPIEGABILMENTE affossato ALL'OPERA!'.
Perchè allora All'OPERA! non è proseguita e non può neanche tornare?
Innanzitutto perchè del melodramma - vanto degli italiani, come si dice - in televisione non frega niente a nessuno dei dirigenti analfabeti che preferiscono comunque il night al teatro. Altrimenti non si spiegherebbe come mai il melodramma insieme ad altre forme di spettacolo dal vivo sia stato affidato alla cura dell'ineffabile Marzullo, altro mistero della RAI.
Ma vi potrebbero anche rispondere dalla RAI, che ora c'è RAI 5 di D'Alessandro, dove regna monarca assoluto Michele Dall'Ongaro, tuttologo e tuttofare, che non si spaventa di fronte a nulla, neanche alla overdose della sua presenza in video. Chi vi rispondesse così, saprebbe bene di mentire, perchè le trasmissioni di intere opere in TV si sa quale destino abbiano e continuino ad avere. Altra cosa era ALL'OPERA!, trasmessa da una rete generalista e rivolta al grande pubblico.
Ma potrebbero anche dirvi che ALL'OPERA! costava molto. Altra evidente bugia, giacchè la trasmissione può esser ripresa con una spesa mille volte inferiore a qualunque altra trasmissione e che avrebbe il merito di trasmettere opere che la RAI, per contratto ma non solo per contratto, riprende regolarmente e poi va a - buttare, letteralmente - nei suoi magazzini. ALL'OPERA! consentiva, stagione dopo stagione, di far vedere al pubblico edizioni sempre nuove di titoli popolarissimi.
Poi ci sono anche ragioni di bassa lega. ALL'OPERA veniva fatta da pochissimi - autori eravamo noi e Lubrano, Lubrano era il presentatore, e poi c'era il regista, Tony Verità con l'aggiunta Naturalmente dei tecnici delle squadre di ripresa ecc... Non c'era spazio per infilarci altre persone che interessavano a questo o a quel direttore generale o direttore di rete come avviene in alcuni calderoni .Ma accadde anche con noi: ci fu imposta una persona, regista RAI in pensione, che avrebbe dovuto suggerire a noi - lavoro inutile del tutto - alcuni dati sulle opere; presentandoci delle note che noi leggevamo per rispetto della persona che le aveva prodotte e basta) come avviene in alcuni calderoni.
Quest'insieme vergognoso di ragioni hanno fatto cancellare ALL'OPERA! fino ad oggi.
Nessuno dica, per favore, che però RAI Uno ha fatto 'Mettiamoci all'Opera', con Frizzi, da Rieti, nel Teatro Vespasiano la cui fondazione è presieduta da Gianni Letta - uno sconosciuto! - perchè allora vi sputeremmo in un occhio; non avreste capito nulla ed allora meglio, per noi, tacere.
Causa il nostro diretto interessamento continuiamo a domandarci perchè dopo sei edizioni estive ( 1999-2004) della trasmissione 'ALL'OPERA!' condotta da Antonio Lubrano e da noi scritta, quella bella trasmissione è stata cancellata dal palinsesto. Se vi dicono che faceva ascolti non esaltanti, dicono bugie, falsità. E ve lo dimostriamo.
Abbiamo controllato, proprio in questi giorni gli ascolti che dovrebbero essere esaltanti per mantenere in palinsesto certi programmi , come OVERLAND che va avanti da 15 anni, d'estate come ALL'OPERA!,in seconda serata come ALL'OPERA!e che nell'ultima puntata del 28 agosto ha registrato 723.000 telespettatori, per uno share di 9,01% - né più e né meno di quel che faceva ALL'OPERA!- ma OVERLAND continua, ALL'OPERA! è stata cancellata.
Un'altra trasmissione, che sta diventando un appuntamento fisso: PETROLIO, guidata da Duilio Giammaria, e che, dopo alcuni esperimenti estivi e festivi, va in ondaogni lunedì, sempre su RAI Uno, e sempre in seconda serata, togliendo una serata a 'Porta a Porta'. Bene anche PETROLIO che viene promossa ad appuntamento stabile, di RAI Uno, in seconda serata, nella puntata di lunedì 1 settembre ha avuto 893.000 telespettatori con uno share dell'8.33%, ne più e nè meno di ALL'OPERA! che, adesso diciamola tutta, durante alcune estati è stata replicata anche di domenica pomeriggio, mantenendo e talora aumentando gli ascolti, che per talune puntate hanno avuto uno share del 14%, con punte , di telespettatori, di quasi 1.300.000. Dati più che soddisfacenti. Gli stessi dati che fanno proseguire la realizzazione e messa in onda di OVERLAND e PETROLIO e che hanno, INSPIEGABILMENTE affossato ALL'OPERA!'.
Perchè allora All'OPERA! non è proseguita e non può neanche tornare?
Innanzitutto perchè del melodramma - vanto degli italiani, come si dice - in televisione non frega niente a nessuno dei dirigenti analfabeti che preferiscono comunque il night al teatro. Altrimenti non si spiegherebbe come mai il melodramma insieme ad altre forme di spettacolo dal vivo sia stato affidato alla cura dell'ineffabile Marzullo, altro mistero della RAI.
Ma vi potrebbero anche rispondere dalla RAI, che ora c'è RAI 5 di D'Alessandro, dove regna monarca assoluto Michele Dall'Ongaro, tuttologo e tuttofare, che non si spaventa di fronte a nulla, neanche alla overdose della sua presenza in video. Chi vi rispondesse così, saprebbe bene di mentire, perchè le trasmissioni di intere opere in TV si sa quale destino abbiano e continuino ad avere. Altra cosa era ALL'OPERA!, trasmessa da una rete generalista e rivolta al grande pubblico.
Ma potrebbero anche dirvi che ALL'OPERA! costava molto. Altra evidente bugia, giacchè la trasmissione può esser ripresa con una spesa mille volte inferiore a qualunque altra trasmissione e che avrebbe il merito di trasmettere opere che la RAI, per contratto ma non solo per contratto, riprende regolarmente e poi va a - buttare, letteralmente - nei suoi magazzini. ALL'OPERA! consentiva, stagione dopo stagione, di far vedere al pubblico edizioni sempre nuove di titoli popolarissimi.
Poi ci sono anche ragioni di bassa lega. ALL'OPERA veniva fatta da pochissimi - autori eravamo noi e Lubrano, Lubrano era il presentatore, e poi c'era il regista, Tony Verità con l'aggiunta Naturalmente dei tecnici delle squadre di ripresa ecc... Non c'era spazio per infilarci altre persone che interessavano a questo o a quel direttore generale o direttore di rete come avviene in alcuni calderoni .Ma accadde anche con noi: ci fu imposta una persona, regista RAI in pensione, che avrebbe dovuto suggerire a noi - lavoro inutile del tutto - alcuni dati sulle opere; presentandoci delle note che noi leggevamo per rispetto della persona che le aveva prodotte e basta) come avviene in alcuni calderoni.
Quest'insieme vergognoso di ragioni hanno fatto cancellare ALL'OPERA! fino ad oggi.
Nessuno dica, per favore, che però RAI Uno ha fatto 'Mettiamoci all'Opera', con Frizzi, da Rieti, nel Teatro Vespasiano la cui fondazione è presieduta da Gianni Letta - uno sconosciuto! - perchè allora vi sputeremmo in un occhio; non avreste capito nulla ed allora meglio, per noi, tacere.
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