sabato 1 agosto 2026

Gli americani - FORSE - si sono svegliati: non credono più al loro 'pazzo' presidente ( da Corriere della Sera, di Massimo Gaggi)

 

Il metodo Donald: tutti gli annunci a vuoto di Trump. Ma l'80% degli americani non gli crede più

La tecnica è la solita: scavalcando sedi istituzionali, portavoce della Casa Bianca e anche il Congresso, Donald Trump a notte fonda sorprende tutti (negoziatori compresi) annunciando sulla sua piattaforma, Truth Social, un accordostavolta su Gaza — con un linguaggio enfatico («un passo monumentale verso la pace») che ignora le ambiguità del testo dell’intesa. Condizioni che i firmatari dei due fronti sfruttano subito per frenare le attese.

Certo, il fatto che il Board of Peace voluto dal presidente Usa sia riuscito a far siglare ad Hamas un accordo per il disarmo non è irrilevante. Ma lo Stato ebraico ha subito detto di non credere a una reale volontà dell’organizzazione palestinese di consegnare le armi visto che la lotta armata è parte integrante della sua ideologia, mentre Hamas fa sapere che rinuncerà alle armi solo dopo il totale ritiro di Israele da Gaza.

Così quella che poteva essere una notizia di portata planetaria dopo poche ore scompare dalle home page di molti importanti siti d’informazione come il Washington Post mentre altri annegano l’annuncio nei notiziari politici, dando ampio spazio ai commenti scettici delle parti che, pure, hanno sottoscritto un protocollo. Si teme di fare da megafono a un ennesimo tentativo di Trump di occupare il centro della scena mediatica con annunci di grande impatto immediato, ma destinati a finire inesorabilmente nella soffitta delle promesse mancate.

Il 9 giugno, quando Trump parlò di accordo dietro l’angolo con l’Iran, la Cnn calcolò che quello era il 37esimo annuncio di quel tipo fatto dal presidente americano. Da allora i media Usa hanno smesso di tenere il conto. Ancora più difficile la contabilità per Gaza dove gli annunci sono andati dal surreale piano per la trasformazione di quella martoriata striscia di terra in una Costa Azzurra per super ricchi, alla difficoltà di ricreare un sia pur minimo dialogo tra Israele che considera Hamas un grumo di terroristi da estirpare e i capi superstiti di quell’organizzazione sotto continua minaccia di essere anche loro sterminati.

Tutto questo conta relativamente poco per Trump, che ai tradizionali metodi di propaganda che ha sempre seguito, anche da imprenditore — proclami perentori, massimalismo verbale con affermazioni scioccanti che magari sconcertano ma fanno sempre notizia — ha aggiunto, ora che ha poteri presidenziali, ulteriori, spregiudicate, tecniche di comunicazione: ridicolizzare i metodi diplomatici del passato, minimizzare le complessità dei problemi di geopolitica, tentare di ridurre tutto a «deal», affare. Metodi che piacciono ai suoi elettori e pazienza se non danno i risultati sperati in campo internazionale.

I suoi insuccessi su questo fronte, a cominciare dalla famosa promessa di porre fine alla guerra in Ucraina nelle prime 24 ore della sua presidenza, li ha a lungo esorcizzati ricorrendo a una sorta di retorica del doppio binario: da un lato l’uso di un linguaggio violento, iperbolico per spaventare, dall’altro il trionfalismo delle dichiarazioni premature di vittoria. Accordi definiti storici quando, in realtà, il negoziato era ancora ai preamboli.

Tutto questo, però, ora funziona sempre meno: da quando si è reso conto di aver fatto un errore madornale attaccando l’Iran, sottovalutando non solo la sua resistenza, ma anche la capacità del regime di Teheran di gettare nel caos i mercati energetici mondiali tra blocco di Hormuz e attacchi agli impianti dei Paesi del Golfo, Trump è sempre più nervoso. È alla febbrile ricerca di vie d’uscita mentre le sue opzioni in realtà si restringono e lui precipita nei sondaggi d’opinione.

I giudizi su Trump sono in calo costante dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, un anno e mezzo fa. I polls sono per lui un calvario quotidiano: bocciato ormai anche da quelli gestiti da istituti demoscopici conservatori. Nella media dei sondaggi gli americani che disapprovano la sua presidenza sono saliti dal 20 gennaio dello scorso anno a oggi dal 43 al 60%.

Ovviamente tutto questo pesa sulle prospettive elettorali dei repubblicani a tre mesi dalle elezioni di midterm. È opinione comune che la destra pagherà soprattutto l’impennata del prezzo della benzina dovuto al conflitto con l’Iran: una voce essenziale nel bilancio familiare dell’americano medio. Per l’ultima rilevazione della Ap, l’attacco all’Iran viene condannato dai due terzi degli americani adulti, compreso un 37% di repubblicani.

Ma i sondaggi più recenti segnalano una perdita di fiducia della gente nella capacità di Trump di negoziare accordi di pace anche su altri fronti, a partire dall’Ucraina: il presidente che si vantava di aver posto fine a otto conflitti, ora si ritrova con otto americani su dieci che non credono più nella sua capacità di portare la pace, mentre una rilevazione condotta dal Pew Research Center nei 5 continenti indica che quasi ovunque nel mondo l’impopolarità di Trump ha l’effetto secondario di alimentare una certa ostilità nei confronti degli Stati Uniti.

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