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domenica 18 dicembre 2016

La musica delle feste. Si è cominciato,questa mattina, dal Senato con il Concerto di Natale su Rai 1. Tutto bene?

Ascoltando oggi il 'Concerto di Natale' dal Senato, su Rai 1, noi dovremmo gioire e basta. Gioire perchè il programma di quel concerto - pur con qualche licenza - altro non è che la riproduzione del format 'Capodanno dalla Fenice'  che noi, per incarico Rai, abbiamo inventato nel lontano 2004, all'indomani dell'inaugurazione della Fenice restaurata, e che nei dieci anni e passa in cui ce ne siamo occupati abbiamo preservato, difendendolo a denti stretti anche dai nemici che si annidano nelle stesse istituzioni musicali. Della nostra lunghissima consulenza'artistica' a quel concerto siamo orgogliosi, anche perché fino al 2014, capodanno ultimo della nostra collaborazione, gli spettatori sono sempre aumentati, fino a superare la quota di 4.400.000. Poi le cose sono andate diversamente, anche in fatto di ascolti,  da quando le regole di quel nostro format sono state in parte modificate.  E forse anche  per questa ragione gli spettatori di oggi ( edizione 2016) hanno superato di poco i 4.050.000: sempre tanti, ma calati rispetto a due anni prima, in misura sensibile.
 E qui il nostro discorso potrebbe concludersi, sia sul Concerto di Capodanno dalla Fenice, che su quello di Natale dal Senato. Senonché l'ascolto di oggi  a qualche riflessione aggiuntiva ci spinge.

Promossa a pieni voti la scelta - che andrebbe mantenuta anche negli anni a venire - di affidare il concerto ad una orchestra di ragazzi (e ad un coro multiplo,  uno dei quali era quello, insostituibile, commovente delle 'mani bianche'), intitolata a Giuseppe Sinopoli, e formata dai frequentatori del cosiddetto 'Sistema'  italiano delle orchestre e cori giovanili e infantili (fondato da Claudio Abbado e animato da Roberto Grossi,) nato su imitazione dell'originale venezuelano, inventato da Abreu. L'intitolazione a Sinopoli nasce dal ricordo che fu proprio il nostro direttore, scomparso prematuramente, a far ascoltare la prima volta a Roma un'orchestra del 'Sistema' venezuelano.  Noi, però, vorremmo chiedere alle istituzioni di non dimenticarsi della grave situazione in cui versa la musica in Italia, passate le feste. Perchè non sono quattro concerti in tv a  poterci far dire che l'Italia è un paese che rispetta la musica.

Il programma del concerto in Senato è costruito sulla falsariga di quello veneziano (anche per il ricorso a più d'un brano dal repertorio del melodramma, terreno privilegiato per quello di Capodanno, ma qui senza una vera, per ottenere varietà e mantenere alta l'attenzione del pubblico televisivo. ragione): pezzi di breve durata, di diversa provenienza ma tutti popolari, alcuni per sola orchestra, altri con coro, altri ancora con orchestra e solisti, alternandoli continuamente. Quello veneziano conserva sempre due pezzi d'obbligo finali (che noi decidemmo di fissare e che, da allora, sono mantenuti con immutato successo: 'Va pensiero' da Nabucco e 'Brindisi' da Traviata);  a quello dal Senato non servono forse pezzi d'obbligo, anche se due brani celebri del Natale di ogni tempo e cultura, come in parte è stato fatto anche oggi, potrebbero diventare una sua cifra distintiva.

Ciò che però non ci piace -  che è poi lo stesso difetto che  abbiamo riscontrato ogni anno nel concerto del giorno di Natale da Assisi (negli anni in cui per quel concerto abbiamo scritti brevi testi di commento e presentazione) è l'eccessivo ricorso ad arrangiamenti ( per il concerto di Assisi affidato all'Orchestra Rai di Torino, sempre con  il solito arrangiatore) e  a manipolazioni spesso davvero indigesti, musicalmente. Come ci è parso l'inutile inopportuno intreccio di  'Jingle bells', un successo mondiale natalizio, con la Marcia di Radetzky.

Non ci è piaciuta neanche la scelta della direttrice,  Giovanna Fratta, perchè dettata dall'imperativo modaiolo della musica di genere (femminile); come  non ci è piaciuta la sua mise 'eccessiva', con quel fascione rosso in vita - sembrava dovesse esibirsi in Arena con il toro - e quel filo d'argento infilato nella lunga treccia.  Avrebbe fatto meglio, ad esempio, a tenere più a bada (a tempo) i suoi pur bravi orchestrali, ed a  scegliere, per il settore 'leggero', un brano più agevole per i giovani coristi, costretti a forzare, nel ritornello.
 Come  non abbiamo condiviso del tutto anche la presenza di Paolo Fresu, musicista ottimo, ma prezzemolino buono per ogni occasione. E neppure la scelta di far cantare a Paola Turci una canzone notissima, Halleluja, di Cohen,  accompagnandosi con la sua chitarra e dalla tromba di Fresu, e facendo l'imitazione del celebre musicista canadese, anche nella pronuncia. La tv vive già di troppi  imitatori, e di altri  ancora non si sente davvero il bisogno. Lei è un'inteprete che non ha bisogno di fare il verso a nessuno, neppure a Cohen.

 Per tutte queste ragioni la Rai fece bene ad  affidarsi alla nostra competenza per la formulazione del programma  del 'Concerto di Capodanno' dalla Fenice'; come farebbe oggi  altrettanto bene Rai Cultura a scegliersi un consulente competente ed intransigente - non noi che siamo ormai fuori e non abbiamo nessuna intenzione di rientrare -  anche per i Concerti della feste, che sono tanti e che non possono essere lasciati all'iniziativa di coloro che vengono chiamati ad eseguirli.

sabato 26 novembre 2016

L'AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA E MUSICA PER ROMA sono IN RIBASSO? Forse che sì, forse che no

 A leggere delle eccellenze musicali e culturali della Capitale, secondo la considerazione del 'Corriere', si legge dell'Accademia di Santa Cecilia, e della sua Orchestra guidata da Tony Pappano - che la guiderà ancora fino al 2021 dal lontano 2005 (di fatto dal 2003), notizia di questi giorni - e basta. Neanche una parola sull'Opera di Roma, che  'La Stampa' di questi giorni dice essere oggi, con la guida del Sovrintendente Fuortes, l'unica possibile antagonista artistica e qualitativa della Scala, ed ha pure un bel programma, secondo Alberto Mattioli che firma il pezzo.

Poi il 'Corriere' torna sull'argomento e all'Accademia di Santa Cecilia, aggiunge, nelle eccellenze, anche l'Opera, augurandosi - e con il 'Corriere' tutti noi - che presto Daniele Gatti decida di stabilire un rapporto stabile con la sua orchestra - e forse l'annuncio di tale novità importantissima per il teatro, verrà data fra pochi giorni  da Fuortes che è abilissimo nel centellinare le notizie, anche quelle che notizie non sono, per avere un giorno qualche riga sui giornali.
 Se Gatti ne assumesse l'incarico di direttore musicale, facendo il paio con il ruolo che Pappano ha a Santa Cecilia, non sarebbe che un bene. Innanzitutto per l'orchestra e per il teatro, dove un direttore musicale manca non dai tempi di Serafin- come qualche collega scordarello va scrivendo - ma dai tempi di Giuseppe Sinopoli che in teatro, seppure per breve tempo, assunse tutti gli incarichi dirigenziali contemporaneamente, compreso quello di direttore. E si potrebbe anche citare il caso di Riccardo Muti, anomalo giuridicamente, ma nei fatti pur egli direttore del teatro, come dimostra tuttora la permanenza nella direzione artistica di Alessio Vlad che Muti volle, in segno di riconoscenza verso suo padre, Roman, che fu il suo principale sponsor, all'esordio a Firenze. Muti, meridionale , non dimentica la riconoscenza, fiore rarissimo oggi:. fra qualche giorno tornerà a dirigere a Bergamo dove ebbe i suoi esordi da direttore, 50 anni fa. Bravo Muti!

Ma fra le eccellenza colpisce il fatto che mai una parola sull'Auditorium 'Parco della Musica' e su 'Musica per Roma', dopo che nelle passate settimane si è salutata la rinascita della 'Festa del cinema', ora che è affidata alla nuova direzione di Mondo ( La repubblica).
Perchè? All'improvviso, 'Musica per Roma' è caduta in disgrazia? Possibile mai che con l'uscita di Fuortes l'intero sistema auditorium si sia afflosciato su se stesso, sgonfiandosi? O che quella complessa macchina, per che un decennio ha mietuto allori, all'arrivo del nuovo AD, lo spagnolo Noriega, sia in ribasso?

Noi non crediamo ai miracoli, non crediamo che dall'oggi al domani l'Auditorium sia finito. Non pensiamo minimamente che senza Fuortes sia la fine, come del resto siamo convinti che non è  SOLO con Fuortes, e a Causa della sua presenza, che l'Opera di Roma possa rinascere.
Occorre ben altro, come un  direttore musicale, per cominciare. E il direttore musicale è molto molto più importante dei registi ai quale Fuortes tiene tanto, ma che nulla possono fare per rendere nuovamente prestigioso e grande quel teatro.

Ma allora perché questa improvvisa débacle dell'Auditorium? Perchè dopo una decina d'anni di cose sempre le stesse, anche la macchina dell'Auditorium necessita di novità. E dunque la déblacle ha coinciso con l'uscita di scena di Fuortes, per una semplice coincidenza che ha messo in luce i punti deboli.
 Ma noi abbiamo anche un'altra idea: semplicemente perché, da un lato Fuortes ha sempre goduto di buona stampa, meritatamente o immeritatamente; dall'altro, perché, dopo la sua uscita, si sono scoperti gli altarini, a cominciare dai conti  ( non che li abbia truccati, certamente no,  ma che li abbia  esaltati più del dovuto, forse sì)  per finire alla conta del pubblico, che si diceva sempre in aumento e con spettacoli da tutto esaurito, sempre e comunque, mentre forse non era sempre così.

giovedì 28 aprile 2016

Panegirici fuori luogo per ricordare musicisti scomparsi. Ora è il turno di Giuseppe Sinopoli, 15 anni dopo la sua morte


Riproduciamo qui un breve nostro articolo uscito su Suono ( giugno 2003), all'indomani della morte di Luciano Berio, perché ci sembra sia in perfetto equilibrio nella valutazione dei meriti professionali ed umani, ma anche di demeriti professionali e, ancor di più, umani del noto musicista.
Avevamo già scritto per 'Il Giornale' un articolo, all'indomani della sua morte, sui difficili ed anche  poco civili rapporti che egli ebbe con la città di Roma. 
Questi due articoli ci sono venuti in mente oggi, quando per ricordare la morte prematura di Giuseppe Sinopoli, il 20 aprile del 2001, a Berlino, mentre dirigeva, si stendono panegirici del direttore nei quali non trovano posto gli errori ed i cambiamenti di idee e valutazione, in taluni casi opportunistici, che ebbe a manifestare nella gestione del 'potere' a Roma,  prima direttore dell'Orchestra del'Accademia di Santa Cecilia e poi del Teatro dell'Opera (come quando a seguito di un incarico prestigioso a Londra, dichiarò  che lasciava Roma( Santa Cecilia) perché non aveva la Capitale un auditorium degno di questo nome. Vero, però poi quando tornò a dirigere  a  Roma, lo fece al Teatro Olimpico,  niente più che una grande sala cinematografica. E allora?)
Certamente non fu un interprete banale, e neanche un musicista dalla personalità ininfluente - noi lo ricordiamo, oltre che per la sua intelligenza ed acutezza, anche per quel suo sguardo inquietante che  ti penetrava -  ma molti errori commise nelle sue funzioni dirigenziali, con qualche appendice discutibile anche in quelle di direttore.
 E le  une e gli altri - come nessuno fa oggi, purtroppo -  anche in quell'occasione non mancammo di sottolineare. Per questo, leggendo oggi  i vari ingiustificati panegirici non ci sentiamo di condividerli. Al contrario, condividiamo gli auguri  ad un suo figlio che apprendiamo sta intraprendendo la carriera di compositore. Gli auguriamo un futuro radioso che avrebbe sicuramente inorgoglito  il suo celebre papà. 


E’ morto Luciano Berio, il 27 maggio 2003. Aveva 78 anni. Era nato il 24 ottobre del 1925 ad Oneglia, nello stesso paesino del quale era originario Natta, segretario dell’ex PCI, e nel quale per un periodo aveva esercitato la professione di maestro, il futuro
Duce del Fascismo, Benito Mussolini, per il quale il padre di Berio simpatizzerà. Questi ricordi affiorarono alla mente di Berio, al cadere dei suoi settant’anni, nel corso di una tormentata intervista.
Con la morte di Berio il mondo musicale perde un protagonista assoluto e di grande valore. Compositore prolifico e genuino, artigiano fantasioso dei suoni, senza preclusioni, intellettuale e pensatore di razza, polemista acuto e convincente…nulla mancava alla sua consacrazione come uno dei geni della storia musicale del ventesimo secolo. Il più dotato fra i musicisti che emersero prepotentemente dopo la seconda guerra mondiale. Il più dotato ma anche il più esigente, forse più di Stockhausen e Boulez, perché a Stockhausen pesa quell’aura sacrale, mentre Boulez insegue con troppo accanimento l’utopia
teorica.
Non che a Berio fosse estranea dagli orizzonti l’utopia; ma l’utopia che egli inseguiva era l’utopia dei suoni, e la perseguiva attraverso i suoni stessi; riuscendo ad aprire agli altri, inoltrandovisi per primo e con orecchio infallibile, i cammini futuri della musica. Questo è stato Berio. E lo è stato in ogni singola sua opera, in quelle destinate agli strumenti solisti, come in quelle cameristiche e sinfoniche, ed anche nelle non poche destinate al teatro - troppi i titoli per uno che dichiarava che i teatri bisognava chiuderli. Non è sospetto tutto ciò?
Negli ultimi anni la sua produzione ha recato segni inconfondibili di un abbraccio troppo stretto con il passato. Numerosi i completamenti’, i ‘rifacimenti’, le ‘reinvenzioni’ gli ‘sfruttamenti’. Per alcuni segno che Berio, iconoclasta sommo, si riconosceva
ora figlio e fratello della musica, di tutta la musica; per altri un cedimento inaccettabile per un musicista intransigente, allettato forse dalle sirene del mercato.
Per capire come Berio abbia lasciato un sigillo in tutti i campi nei quali si è mosso come musicista, non si possono non ricordare anche le bellissime, acute e modernissime – sembrano fatte ieri - trasmissioni fatte tanti anni fa per la Rai. Sarebbe ora che i dirigenti di Viale Mazzini le ritrasmettessero a futura memoria.
Negli ultimi anni della sua vita , segnati dalla grave malattia che l’ha condotto alla morte, non pago della pioggia fittissima di riconoscimenti di università ed istituzioni culturali di mezzo mondo, Berio aveva accettato di esercitare il potere in prima persona,
assumendo l’incarico di Presidente- Sovrintendente a Santa Cecilia. Per questo incarico s’era battuto per mesi, non essendo la sua candidatura ben accetta a molti dei suoi elettori.
E così abbiamo conosciuto anche un altro Berio, l’uomo che amministra con spregiudicatezza ed anche arroganza il potere enorme concentrato nelle sue mani. Di questo Berio noi non abbiamo amato ed ammirato praticamente nulla. Quest’ altra persona vogliamo presto dimenticare per non sporcare il Berio musicista, conosciuto ed apprezzato di lontano
persona vogliamo presto dimenticare per non sporcare il Berio musicista, conosciuto di lontano.

lunedì 22 settembre 2014

L'addio di Riccardo Muti all'Opera di Roma. Pappano il suo sostituto? Letto sulla stampa

L'immagine di Riccardo Muti, sconsolato ed esterrefatto e solo, seduto nel retrolpalco dell'Aula magna dell'Università 'La sapienza' di Roma, quel lunedì 7 aprile 2003,  in occasione del concerto celebrativo dei settecento anni dell'Università  di Roma, allora retta dal rettore D'Ascenzo, l'abbiamo ancora nitida  davanti agli occhi. Era venuto a Roma, a capo della sua orchestra scaligera, e si era trovato, senza colpa,  in mezzo ad una manifestazione che opponeva  il rettore agli studenti che  volevano boicottare il concerto e  la attribuzione al maestro della laurea 'honoris causa' ( quest'ultima gli venne materialmente data alcuni anni dopo dal successore, Frati - il peggio non ha mai fine ! - nel corso di una cerimonia che a noi almeno parve addirittura ingiuriosa nei confronti di Muti).
Muti, lì seduto, era in attesa che qualcuno gli comunicasse se tenere il concerto o meno. Ecco come Muti non si è voluto immaginare nei mesi a venire, qualora avesse continuato a lavorare al teatro dell'Opera, ed ha perciò dichiarato forfait per i due titoli in cartellone.
Non vogliamo dire che Muti abbia ragione su tutti i fronti,  e che lui non abbia da imputarsi  precise responsabilità. In passato in qualche occasione, stante la nostra stima per il direttore,  gli abbiamo spesso imputato qualche inavvedutezza.  Nonostante ciò e non rinnegando nulla di quanto abbiamo scritto di lui,  ora vogliamo solo confermare che  condividiamo il suo gesto;  precisando, magari , che avrebbe dovuto farlo prima, molto prima, durante la inutile allegra gestione di De Martino, sostenuto da un sindaco, Alemanno che ora vuole proporsi come salvatore dell'Opera di Roma, sul cui palco reale, ai tempi della sua gestione, si vedevano certe facce impresentabili che ci fa senso perfino nominare.
 Muti non poteva , per una stagione ancora,  attendere ad ogni recita il via libera di quattro sindacalisti (che poi  quattro non sono, rappresentando una bella fetta di dipendenti del teatro) i quali oggi si dicono addolorati ed addirittura disposti a scioperare al  suo fianco per supplicarlo di tornare ( restare). Facce di bronzo, che purtroppo non sono poche, come risulta dal recente referendum al quale hanno votato la metà circa dei dipendenti. Capita l'antifona?
 Ora il problema più urgente da risolvere è trovare un direttore che sostituisca Muti per l'Aida inaugurale,  e trovarlo prestissimo, perchè fra meno di un mese cominceranno le prove. Riusciranno nell'impresa  Marino e Fuortes, ed anche Vlad che si troverà nella difficile posizione di essere al servizio di Muti  e di lavorare ora contro di lui - si fa per dire? Perché il possibile sostituto  non sarà gradito al direttore uscente, chiunque egli sia.
Sui giornali abbiamo letto tante cose,  soprattutto molto colore,  ripetute fino alla noia in ogni occasione, ed ormai risapute da tutti a memoria. Come i tanti stupidi privilegi, compensati da balzelli di stipendio ai quali non crediamo si dia più corso nei nostri teatri, altrimenti ha ragione chi dice che Nastasi è complice della distruzione del nostro sistema lirico, se nei tanti anni da quando è al Ministero non è riuscito a cancellare simili FURTI legalizzati dai cosiddetti contratti integrativi.
 Abbiamo anche letto che occorre diffidare dei gazzettieri ufficiali - ve ne sono in tutti i giornali, anche importantissimi - sempre pronti a tessere panegirici, a comando, dei responsabili massimi delle istituzioni, e poi a stilare condanne a morte di quegli stessi lodati il giorno prima: sempre a comando e forse non gratuitamente.  Noi lo andiamo dicendo e scrivendo da anni, ci piace rilevare che ora anche qualcun altro lo scriva (  come Mattioli su 'La Stampa'). E di notare che in simili circostanze chi si espone di più è il giornalista non di settore. Anche l'Associazione nazionale critici musicali dorme, però nel frattempo ha cambiato logo ufficiale. Onore a Francesco Merlo di 'Repubblica' per il suo pezzo di oggi sul caso Muti che consigliamo di leggere,
 Che poi all'Opera di Roma la conflittualità sia storia vecchia -  i politici non hanno nessuna responsabilità, giacchè vi hanno sempre imposto capi e dipendenti? - chi non lo sa? Ancora Mattioli ha ricordato la breve gestione di Sinopoli - anch'egli con le sue colpe, specie per quel progetto di creare una seconda orchestra, 'apri e chiudi', con orchestrali 'a chiamata' ogni volta, a seconda delle necessità - ed in particolare un episodio di sindacalismo controproducente di cui fu testimone un suo collega. Solo che si è dimenticato di aggiungere che quel collega era in teatro non nelle sue funzioni  di cronista, bensì di 'drammaturgo' a fianco del suo amico Sinopoli  che lo aveva voluto, e al soldo del teatro.' Drammaturgo'  de che?
 Abbiamo anche letto di Vincenzo Bolognese, 'spalla' dell'Orchestra dell'Opera, assai chiacchierato e coralmente in questi ultimi mesi, e pur difeso da Accardo.  Bolognese nei giorni scorsi ha inaugurato un festival - lo chiamano così, mentre si tratta di qualche concertino, ben foraggiato comunque dal ministero di Nastasi e Franceschini, in quel di Rieti - alla testa dell'Orchestra Roma Sinfonietta e non dell'orchestra dell'opera.  Il  festival ha come sovrintendente una gentile signora che figura da  alcuni anni fra i collaboratori del Teatro dell'Opera, ben pagata, anzi la più pagata fra i collaboratori, perchè artefice di tali scambi 'culturali' come si è soliti ironicamente definirli?
 Come si dice a Roma, con l'uscita di Muti, ora per l'Opera, son c...
 P.s. In serata leggiamo anche di Pappano come possibile sostituto di Muti all'Opera di Roma.  certo sarebbe la soluzione ideale, ma per ora si tratta solo di sciocchezze. Dovrebbe lasciare anzitempo Santa cecilia, perché ambedue non potrebbe tenerle, e che fa con il Covent Garden? A meno che non realizzi il  suo folle disegno Marino, al quale già troppe volte abbiamo accennato, secondo cui la Capitale potrebbe fondere le due fondazioni musicali, risparmiando su rispettivi vertici: un solo sovrintendente ed un solo direttore artistico per le due fondazioni 'fuse'. Esattamente come 'fusa' sarebbe anche la sua  mente, nella quale è maturata tale mostruosità e per la quale  basterebbe anche una sola orchestra che fa l'uno e l'altro repertorio, alternativamente. Ma allora si potrebbe anche liberare la  sede all'Auditorium  di Santa Cecilia? E noi, infine, liberarci di Marino ?
 Si fanno i nomi dei possibili candidati alla direzione di Aida.  Non vorremmo, come accaduto spesso a Santa Cecilia dove , mancando Temirkanov, al suo posto ha diretto Rizzari, con tutto il rispetto possibile per il giovane direttore, assistente di Pappano. 

venerdì 25 luglio 2014

La corda è sul punto di spezzarsi al Teatro dell'Opera di Roma Capitale

Tira e tira, la corda anche la più solida alla fine si spezza. Ieri ennesimo incontro senza nulla di fatto, domani la Bohème andrà in scena a Caracalla per la terza volta senza orchestra, con l'accompagnamento del solo pianoforte, tra la protesta generale del pubblico. Martedì, se i rivoltosi ed anche facinorosi - chiamiamoli con il loro nome - non recederanno dai loro proposti sfascisti, il teatro dell'Opera  darà via libera, con il consiglio di amministrazione convocato per quel giorno, al fallimento coatto. E...buonanotte ai suonatori.
 Si chiude per ricominciare, naturalmente tutti fuori anche quegli oltre trecento che non sono d'accordo con gli scioperanti.
 Riccardo Muti tace, non  prende posizione quando forse una sua parola potrebbe avere peso per la soluzione che tutti auspicano. Ma forse lui lascia che si scornino fra di loro!
 Fuortes, che dopo appena un semestre ha capito quanto sia difficile reggere un (quel) teatro - il suo la voro all'Auditorium o al Petruzzelli sono al confronto una passeggiata di salute - ha già messo le mani avanti. Se fallimento ci sarà, con l'affido del teatro ad un commissario, lui non vuole essere il commissario che deve liquidare e rifondare una nuova struttura. Ha dichiarato che non vuole farlo anche perché è un lavoro che non a fare. Mani alzate di Fuortes di fronte alle difficoltà.
La ragione per cui non ha lasciato l'Auditorium - come avrebbe dovuto fare - è proprio l'aver immediatamente intuito che la sfida all'Opera era grandissima e rischiava di travolgere lui e la sua fama di bravo amministratore. Come sta per accadere.
 L'Auditorium è una  casa d'appuntamenti offerta ogni volta al miglior offerente,  chiavi in mano, a cifre non tanto modiche - una  sala costa più dell'intero Circo Massimo! Naturalmente l'Auditorium ha una sua programmazione, ma la cosa non cambia, perchè, comunque, non ha una struttura produttiva con personale artistico e tecnico proprio, come un teatro d'opera. Ciò non toglie che nel decennio ormai trascorso la sua gestione abbia prodotto buoni risultati.
 Oggi il Corriere ha battuto tutti. Richiamo in prima pagina; articolone in cronaca, intervento nelle 'opinioni', e terzo articolone nella 'romana', con il solito pastone sulla recente storia del teatro. Che si dà gloriosa  a partire dal dopoguerra. Sbagliato. Si veda la storia da prima della guerra ed anche durante la guerra stessa, e si resterà stupefatti per il livello di produttività e la qualità stessa delle produzioni. Un esempio per tutti il 'Wozzeck' di Berg, in piena occupazione nazista, nel 1942.
 Poi si tira in ballo, nel suddetto pastone, anche lo spettro di Sinopoli che ebbe una sua esperienza all'Opera, nella quale trascinò Sergio Sablich che poi,  non ottenuto il risultato sperato, abbandonò a se stesso. (A proposito di Sablich, abbiamo notato, sfogliando il libriccino 'il mio Wagner' che nell'introduzione alle conversazioni di Sinopoli, Cappelletto, all'epoca assunto come 'drammaturgo' all'Opera  - A FARE CHE? - non nomina neppure una volta Sablich, che pure era il Sovrintendente e di conseguenza  gli aveva fatto il contratto ben compensato, naturalmente su richiesta di Sinopoli, suo amico).
Sinopoli paragonò Roma, a causa dell'Opera, a Tunisi. Durante quell'esperienza, Sinopoli di danni ne combinò - ampliò il personale tirando dentro tanti suoi amici, una vergogna! - e forse il più grosso gli fu impedito di compierlo: formare un'orchestra 'internazionale' che si sarebbe aperta e chiusa, all'occorrenza, con la quale che fare? Non l'ha mai spiegato bene. Un direttore che si assume la responsabilità di un teatro lavora con l'orchestra stabile e la porta ai livelli che egli desidera - Sinopoli poteva farlo. Perchè non lo fece? Allora evitiamo di santificarlo per miracoli che non ha fatto. Non dimentichiamo che lui le sue cose se le aggiustava come voleva. Ricordate quell'altra sparata sull'Auditorium di via della Conciliazione? Quello non è un auditorium,  e fino a quando Roma non avrà un auditorium non tornerò a dirigervi. E infatti  ebbe un incarico a Londra, certamente più interessante e per il quale fece quella sparata contro Roma. poi però a Roma tornò a dirigere, prima ancora che fosse pronto l'Auditorium - morì prima, ma avrebbe avuto senz'altro da ridire, magari, a ragione, per i problemi acustici, specie della sala grande - ma al Teatro Olimpico, un cinema, diciamo la verità un grande garage la cui acustica lasciava a desiderare alle orecchie di tutti, ma non del sofisticato Sinopoli. Formò a Roma un'orchestra da camera, con la quale prese a fare il repertorio sinfonico, Schubert, se ricordiamo bene all'Olimpico, il cui palcoscenico per l'orchestra aveva dimensioni ridotte. Un' Orchestra troppo piccola anche per Schubert, ma lui acutissimo trovò la scappatoia ideologica. Schubert è un autore cameristico, dunque con una formazione ridotta le linee delle sue composizioni emergono con maggiore evidenza. E tutti i giornalisti suoi amici lo seguirono. E, infine, le sue operazioni wagneriane senza rappresentazione: la musica da sola è sufficiente. Non sappiamo cosa avrebbe opposto Wagner.
 Infine,  torniamo a Carlo Fuortes  che continua a sparare cifre di biglietti venduti e incassi; ma forse lo fa per incoraggiare i soldati alla lotta, come qualunque generale. Perchè dal 'Messaggero' apprendiamo che al 'Barbiere' di Caracalla andato in scena con orchestra ( la stessa che sciopera in 'Bohème') c'era 'molta gente'. Non era tutto esaurito,?allora come ha fatto l'incasso sbandierato? E poi ci volete dire una volta per tutte quanti posti ha Caracalla? anche per capire dove poggia quella astrusa pretesa degli scioperanti ( sfascisti!!!, che c'entrano loro con i posti?) che avrebbero voluto 5000 posti a Caracalla contro gli attuali 4000 agibili.

lunedì 21 aprile 2014

Il rito delle multiinaugurazioni, inutile e costoso.

A Firenze come a Roma.  Nel dicembre 2011 la prima inaugurazione, con Francesca Colombo sovrintendente. Poi riaperto il cantiere, si tornò al vecchio Teatro Comunale. L'Opera di Firenze non era ancora agibile.
All'inizio del prossimo mese, nuova, seconda inaugurazione dell'Opera di Firenze, con un gala non più solo 'concertistico', ma con un piatto misto di melodramma (Tosca, Otello) e balletto ( torna a danzare, dopo un pentimento durato qualche tempo,  Alessandra Ferri). Poi dopo il nuovo bagno di folla di Renzi, e del nuovo commissario del teatro, suo strettissimo sodale, Bianchi, e della seconda inaugurazione de l'Opera di Firenze, si torna al vecchio Comunale , fino al prossimo novembre, quando ci sarà una terza inaugurazione con il Falstaff diretto da Mehta (che sembra agli sgoccioli come direttore musicale dell'orchestra del teatro, alla soglia degli ottant'anni; suo probabile successore Gatti) e con la regia di Ronconi. Sindaco della città non è più Renzi, ma potrebbe essere Nardella e non sappiamo se commissario sarà ancora Bianchi o ne arriverà un  altro, oppure si tornerà ad avere un sovrintendente, a teatro 'nuovo nell'edificio' e 'risanato nelle finanze'.
Poi dopo questa terza inaugurazione, l'Opera di Firenze tornerà ad essere cantiere, per la quarta e, si spera, ultima inaugurazione, che dovrebbe avvenire alla fine del 2015. Finora quattro inaugurazioni, ma non è detto che la quarta sia quella definitiva. A che servono tante inaugurazioni, una dopo l'altra, del medesimo edificio? E a chi, eventualmente?
 Firenze non insegna nulla di nuovo. Anche Roma seguì la stessa tecnica all'atto di inaugurare l'Auditorium costruito da Renzo Piano. In verità lo fece anche Venezia, per la Fenice ricostruita, ma lì di inaugurazione ve ne furono solo due, la prima con una serie di concerti sinfonici e il primo 'Concerto di Capodanno da Venezia' (contro la cui prosecuzione ha fiatato recentemente anche una pulce, un tempo famosa perché recensiva concerti senza andarci!), poi, a distanza di meno di un anno, la reinaugurazione del teatro, con una Traviata diretta da Maazel e con la regia di Carsen che ancora viene riproposta con identico successo di pubblico.
 A Roma, epoca Veltroni l'americano, le inaugurazioni furono tre. Prima la sala Sinopoli, poi la sala grande e poi, ripresi i lavori, Santa Cecilia si trasferì definitivamente , nel giro di un anno e mezzo dalla prima inaugurazione, nel nuovo auditorium. Erano gli anni della (spregiudicata) sovrintendenza di Berio, e la seconda inaugurazione, sancì la rottura definitiva fra il compositore ed il direttore Chung, a causa della inaugurazione della sala grande, battezzata 'Santa Cecilia', del dicembre 2012. Berio, già ammalato in quel periodo, ebbe parecchi contrasti con Roma; ma si sa che a lui non importava nulla del resto del mondo, credeva solo a se stesso.
 In tutti i casi, a che servono tante inaugurazioni? Servono, almeno o forse soltanto, a mantenere viva l'attesa  e l'attenzione generale sulle nuove sale o sui nuovi teatri. Perchè, si sa, in Italia gli incompiuti architettonici sono molto più numerosi dei manufatti completi ed agibili.
Ma servono soprattutto a chi governa le città o a chi siede al ministero, sebbene in quest'ultimo caso le figure che hanno occupato la poltrona di piazza del Collegio romano, siano state sbiadite ma non dal sole,bensì dalla loro inconsistenza inefficienza ed incapacità; e perciò a nulla sarebbero servite per la loro immagine.
 Non sappiamo a Firenze, ma a Roma, ricordiamo bene quelle esaltanti giornate inaugurali, durante le quali Veltroni, ma anche Gianni Letta, sottosegretario di Berlusconi, non mollarono mai neppure per un solo istante la loro poltrona in sala. Sembrarono tutti convertiti alla musica - lo diciamo per Veltroni, perchè Letta segue  i concerti ( mai che fosse venuto in mente a Berlusconi di fare un  salto all'Auditorium; lui no, si contentava di mandarci Letta, mentre pensava ad altri spettacoli ed in altri luoghi, perchè una sala da concerto o un teatro non è mai stata roba per lui).
Veltroni si prese tutto il merito del lavoro di altri, si trovò cioè l'Auditorium  bell'e fatto, si potrebbe dire. Comunque fu all'altezza della situazione. Finite le inaugurazioni, di Veltroni nelle sale da concerto dell'Auditorium, neanche più l'ombra, in questi ultimi dieci anni.
Ma certo quelle inaugurazioni giovarono alla sua carriera politica, anche se poi  finì tutto. Veltroni era noto , all'epoca, per il suo impegno giornaliero di sindaco inaugurante. Si raccontava, ironicamente, come ogni mattina giunto al Campidoglio, non domandasse mai l'ordine dei lavori in ufficio, bensì il calendario delle inaugurazioni giornaliere da presenziare.
 E Alemanno, che inaugura più volte il cosiddetto 'Ponte della Musica', altra inutile dispendiosa idea veltronianna, al punto che per una ulteriore inaugurazione pensa di intitolarlo ad un musicista romano ( Trovajoli) che nessuno o quasi nel mondo conosce, ma che a Roma aveva amici e seguito e perciò poteva assicurare alla sua traballante poltrona comunale, qualche puntello, dopo i vergognosi flop delle puttane tolte dalla strada (per finta), e  dei quattro fiocchi di neve che paralizzarono Roma? Sul ridisegno della toponomastica cittadina ebbe al suo fianco il celebre Mollicone,  a capo della Commissione cultura, sul quale anche Riccardo Muti, tirato in ballo, non seppe trattenersi dall'ironizzare ( 'a Roma conosco solo Morricone!)
Perchè sia chiaro, se il nostro paese non ha mai avuto rispetto della sua cultura,  del suo passato è semplicemente perchè non ha mai avuto governanti sinceramente convinti che il futuro dell'Italia sta proprio nel rispetto, custodia e valorizzazione del suo passato,  che è preludio alla creatività presente e  futura.. E  Renzi e Franceschini?

giovedì 20 marzo 2014

Pereira mendica comprensione dai loggionisti. Da una intervista a Pavarotti: 'Loggione salvaci!'

'Loggione salvaci!'. Lo dice uno, Luciano Pavarotti (in una intervista  rilasciataci a metà degli anni Ottanta, nella sua casa estiva di Pesaro) che dal loggione qualche  scarica di fischi se li è buscati, meritati o no del tutto o in parte, giustamente o artatamente. Non importa. Resta il fatto che il loggione, nonostante  tutto quello che si dice e si sa dei loggionisti - dei quali s'è arrivato anche a dire che vengono pagati per  fischiare questo o quel cantante e per applaudire questo o quel cantante, direttore o regista - sono rimasti fra le uniche sentinelle dell'opera. Un pò come i giornalisti del potere. Solo che i loggionisti, con tutta il fracasso di cui sono capaci, quel ruolo lo svolgono, i giornalisti, critici musicali inclusi, invece no.
 Come non lo hanno fatto neanche oggi quando, invece che dare la semplice notizia dell'incontro di Pereira con i loggionisti - nessuno può vietare al futuro sovrintendente di invitarli ed ai loggionisti di accettare - plaudono al futuro capo scaligero che, ad oggi, non ha fatto ancora nulla ed al quale perciò aprono una linea di credito sulla base di quali garanzie non si sa. Captatio benevolentiae di Pereira ai loggionisti e dei giornalisti milanesi a Pereira.
Pereira mette le mani avanti - come si dice in gergo - cioè a dire, si muove con tempismo, forse conoscendo già alcune difficoltà della sua prossima azione di comando, come quella di riportare certe star alla Scala, dove non è vero che non vengono a cantare perché temono semplicemente di essere fischiati. Non vengono alla Scala perché magari da anni non sono stati invitati ed ora si fanno pregare. E ciò vale in molti campi dell'attività artistica del teatro milanese. E, in appendice, la polemica dell'ultimo anno, sulle troppe presenze molto giovanili, sul podio del teatro.
 Pereira, non essendo riuscito nell'intento di riportarne alcune,  cercherebbe di dirci che non dipende dalla sua incapacità, ma dalla intransigenza del loggione. Fandonie.
 Forse che Pereira si riferisce al caso  Cecilia Bartoli, fischiata nell'ultimo concerto con Barenboim direttore( ne seguirono comunicati ufficiali non richiesti!)  e tanto cara a Pereira visto che l'ha accasata nel suo ex Teatro di Zurigo e al Festival di  Salisburgo? Il caso Bartoli è un caso a sé e meriterebbe un esame particolareggiato ed indipendente.  Un accenno soltanto. Lei dice di non cantare in Italia perché da noi i contratti si firmano un anno per l'altro, a differenza di ciò che accade in ogni altra parte del mondo, poi invece si regsitra che, all'uscita di un suo nuovo disco, il tempo per 'presentarlo', cantando in Italia lo trova; e c'è  anche il problema del suo cachet, ESOSO!!!! Ma è chiaro che Pereira non  pensa eventualmente solo alla Bartoli che alla Scala non troverebbe un teatro a Lei ostile, bensi inadatto per la semplice dimensione;  ma a tutti quei giri che deve interrompere perchè  in un teatro come la Scala tutti i più grandi artisti devono cantare. E, purtroppo, ciò non accade. Non accadeva ad Abbado quando c'era Muti, come non accadeva in quella stessa era a Sinopoli, tanto per citare i casi più eclatanti.
 Per tornare alla Scala ed ai suoi temuti loggionisti - non più temuti di quelli del Regio di Parma.  Eppure, nonostante lo loro ferocia abbiamo dovuto sorbirci misfatti consumati anche nella città di Verdi e Toscanini - Pereira, per far capire  quale attenzione egli rivolga e voglia rivolgere in futuro ai loggionisti ha detto che la loro cortesia ed educazione è per lui obiettivo da raggiungere perfino più difficile di quello di cercare ed ottenere fondi,  che lui sa come raggiungere - come si sottolinea in ogni suo curriculum (non si capisce perchè non gli sia riuscito a Salisburgo, che lascia fra polemiche!) assieme alla annotazione della sua giovane, avvenente fidanzata orientale - l'unica cosa che gli invidiamo davvero.
Comunque Pereira, auguri!