Ieri dalla pagine del Venerdì di Repubblica Marino Niola è intervenuto per spiegare quale idiozia abbiano messo in atto il sovrintendente dell'Opera di Firenze, Chiarot, il regista ingaggiato per Carmen non lasciato libero dal sovrintendente di fare quello che voleva, e il sindaco-presidente che ha pubblicamente avallato la bravata idiota. e ignorante.
Niola, a chiusura del suo articolo, scrive: " Rimuovere la fine tragica non aiuta a capire come e perchè nascano le tragedie.. In fondo la gelosia di Otello e la morte ingiusta di Desdemona servivano e servono a provocare orrore non certo emulazione. E' quello che ARISTOTELE chiamava CATARSI. Conoscere fino in fondo il male per superarlo. E proprio lì stava l'effetto pedagogico, non certo nell'armare la mano dell'eroina di turno. Carmen e Desdemona - conclude - non sono mica Thelma e Louise".
Innanzi aveva spiegato ai filosofi fiorentini che :" il vero problema è la deriva del politicamente corretto... Far propria la lezione dei classici non significa aggiornarli. O sfruttare opportunisticamente l'eco che hanno nel nostro immaginario, per trasformarli in pensierini buonisti"
Infine - ma questo consiglio Niola non può darlo, perchè il fatto è accaduto dopo che aveva scritto l'articolo - il sindaco propugnatore della finalità etica del teatro, cominci a pensare, senza rendersi per la seconda volta ridicolo - ma in questo caso anche colpevole - cosa rispondere a quella sua concittadina che ha partecipato a selezioni per un posto per il quale era richiesta laurea in giurisprudenza e pratica nel medesimo settore, e che Lei aveva, e ha visto attribuire quel posto, per chiamata diretta, ad una giovane laureata, appena laureata, e scartata in una selezione pubblica, di poco precedente la chiamata diretta del sindaco - che vuole l'etica a teatro, ma non nell'amministrazione pubblica del suo Comune - ma che era figlia del presidente della Corte dei Conti toscana, che aveva scagionato anni fa Renzi da una accusa amministrativa.
Che fa il politicamente corretto sindaco Nardella? Non si dimette per questa schifezza, che va ad aggiungersi alla idiozia sulla Carmen da lui avallata senza riserve, in nome dell'etica?
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sabato 20 gennaio 2018
martedì 16 gennaio 2018
Gianandrea Noseda, musicologo, studioso di Puccini, presenta la VERA (?) TURANDOT secondo Puccini
Questa sera, al Teatro Regio di Torino, va in scena Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Gianandrea Noseda.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
Torino, dopo il successo 'di clamore' per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.
Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta. Ricusando, di conseguenza, i 'finali' affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 - e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?
Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.
Puccini ai primi di novembre del 1924, affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe anche deciso anche di finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.
" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).
(Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale' nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte, Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).
Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista, ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.
Perciò Puccini non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.
Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza di quasi settant'anni.
E il fatto che Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione dove e come sappiamo, non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.
Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926, mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano - ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo, mai nessuno è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.
Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze, guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".
Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.
giovedì 11 gennaio 2018
Il finale cambiato della CARMEN fiorentina resta pur sempre una SCEMA MADRE, però...
Ciò che stiamo per raccontarvi sulla pazza idea di cambiare il finale della Carmen di Bizet ad opera del drammaturgo Chiarot, al momento sovrintendente dell'Opera, non cambia il giudizio unanime di condanna dell'operazione, ma può illustrarne - forse - i contorni.
Riguarda la coppia Carmen-Don José, il mezzosoprano Veronica Simeoni ed il tenore Roberto Aronica, nella vita moglie e marito, che ha interpretato tante volte Carmen ed altre opere con finale simile sul medesimo palcoscenico, prefigurando nella finzione un vero e proprio 'femminicidio', al quale avrebbe potuto attaccarsi il drammaturgo fiorentino, invece che sventagliare il 'politico corretto' e l'idea che il teatro debba avere anche funzione etica, quando ha messo in atto l'insano progetto.
Meglio, riguarda il tenore Roberto Aronica, cui esattamente una decina di anni fa, accadde in famiglia un fatto drammatico. Suo fratello Angelo, che aveva quarant'anni, venne ucciso a coltellate dalla convivente. Quella tragedia segnò profondamente Roberto, al punto che ancora due anni dopo, nel 2009, durante la 'generale' della Lucia di Donizetti al Regio di Parma, abbandonò precipitosamente la scena al momento in cui era previsto che lui, Edgardo, impugnasse un pugnale che utilizzerà contro se stesso. Aronica spiegò: "ogni volta che ho fra le mani un pugnale, ma anche un semplice coltello (non in cucina, naturalmente, ndr), sono preso da crisi di panico, non riesco a respirare, non ce la faccio a prendere l'arma del delitto anche se so bene che è finta".
Quel trauma famigliare segnò per lungo tempo anche la vita in palcoscenico di Aronica. Ma la ferita nel cuore del tenore continua?
Non sembrerebbe, perchè non più tardi di un anno fa, Aronica e sua moglie Simeoni interpretarono i protagonisti di Carmen alla Fenice ( il Teatro da dove viene Chiarot, e forse nel periodo in cui lui era ancora sovrintendente), con la regia di Bieito, il quale, nella scena finale, volle che Aronica/Don Josè tagliasse la gola a Simeoni-Carmen. E lui non si tirò indietro ( abbiamo visto le immagini in rete). Non sappiamo se anche a distanza di tanto tempo, a Venezia, ebbe bisogno del supporto di uno psicologo per superare il blocco. Sicuramente Chiarot, nelle sue vesti di sovrintendente-drammaturgo, era a conoscenza del fatto.
E forse, a Firenze, temendo che potesse accadere di nuovo, ha pensato di porvi rimedio preventivamente. Non nascondendosi neanche il fatto che quella coppia nella vita, in palcoscenico mimava proprio un delitto che oggi chiamiamo 'femminicidio' ma che con altro nome - omicidio - è antico quanto il mondo, sia che lo compia l'uomo sulla donna sia che la donna infierisca sull'uomo.
Leggendo di questa storia abbiamo riflettuto sulla scelta fiorentina. Ma alla fine non abbiamo trovato nessuna ragione per giustificare quella idiozia, voluta da Chiarot, che ha pensato di mettersi in vetrina ( non importa se per farsi ridere dietro dal mondo intero),non essendo ancora riuscito ad emergere dalle nebbie dei bilanci fiorentini. Altra ragione non v'è; e perciò gli insulti e
le ironie del mondo intero, ad eccezione del suo compare, l'intellettuale Nardella, se li è meritati tutti.
Riguarda la coppia Carmen-Don José, il mezzosoprano Veronica Simeoni ed il tenore Roberto Aronica, nella vita moglie e marito, che ha interpretato tante volte Carmen ed altre opere con finale simile sul medesimo palcoscenico, prefigurando nella finzione un vero e proprio 'femminicidio', al quale avrebbe potuto attaccarsi il drammaturgo fiorentino, invece che sventagliare il 'politico corretto' e l'idea che il teatro debba avere anche funzione etica, quando ha messo in atto l'insano progetto.
Meglio, riguarda il tenore Roberto Aronica, cui esattamente una decina di anni fa, accadde in famiglia un fatto drammatico. Suo fratello Angelo, che aveva quarant'anni, venne ucciso a coltellate dalla convivente. Quella tragedia segnò profondamente Roberto, al punto che ancora due anni dopo, nel 2009, durante la 'generale' della Lucia di Donizetti al Regio di Parma, abbandonò precipitosamente la scena al momento in cui era previsto che lui, Edgardo, impugnasse un pugnale che utilizzerà contro se stesso. Aronica spiegò: "ogni volta che ho fra le mani un pugnale, ma anche un semplice coltello (non in cucina, naturalmente, ndr), sono preso da crisi di panico, non riesco a respirare, non ce la faccio a prendere l'arma del delitto anche se so bene che è finta".
Quel trauma famigliare segnò per lungo tempo anche la vita in palcoscenico di Aronica. Ma la ferita nel cuore del tenore continua?
Non sembrerebbe, perchè non più tardi di un anno fa, Aronica e sua moglie Simeoni interpretarono i protagonisti di Carmen alla Fenice ( il Teatro da dove viene Chiarot, e forse nel periodo in cui lui era ancora sovrintendente), con la regia di Bieito, il quale, nella scena finale, volle che Aronica/Don Josè tagliasse la gola a Simeoni-Carmen. E lui non si tirò indietro ( abbiamo visto le immagini in rete). Non sappiamo se anche a distanza di tanto tempo, a Venezia, ebbe bisogno del supporto di uno psicologo per superare il blocco. Sicuramente Chiarot, nelle sue vesti di sovrintendente-drammaturgo, era a conoscenza del fatto.
E forse, a Firenze, temendo che potesse accadere di nuovo, ha pensato di porvi rimedio preventivamente. Non nascondendosi neanche il fatto che quella coppia nella vita, in palcoscenico mimava proprio un delitto che oggi chiamiamo 'femminicidio' ma che con altro nome - omicidio - è antico quanto il mondo, sia che lo compia l'uomo sulla donna sia che la donna infierisca sull'uomo.
Leggendo di questa storia abbiamo riflettuto sulla scelta fiorentina. Ma alla fine non abbiamo trovato nessuna ragione per giustificare quella idiozia, voluta da Chiarot, che ha pensato di mettersi in vetrina ( non importa se per farsi ridere dietro dal mondo intero),non essendo ancora riuscito ad emergere dalle nebbie dei bilanci fiorentini. Altra ragione non v'è; e perciò gli insulti e
le ironie del mondo intero, ad eccezione del suo compare, l'intellettuale Nardella, se li è meritati tutti.
martedì 9 gennaio 2018
Variazioni sulla CARMEN di Chiarot da Bizet e Merimée
La SCEMA MADRE conclusiva dell'opera di Bizet che Chiarot ha suggerito al regista non è piaciuta, come si aspettava. Non è piaciuta a gran parte del pubblico, non è piaciuta alla critica, non è piaciuta affatto a giornalisti ed intellettuali (da Facci a Mattia Feltri, a Massini, a Gramellini,a Sgarbi rispettivamente su Libero, La Stampa, Repubblica,Corriere, Giornale) che hanno ironizzato e sbeffeggiato il sovrintendente - improvvisatosi drammaturgo e letterato. E piaciuta oltre che a Chiarot, a Muscato ed anche a Nardella. Direte che c'entra Nardella? C'entra appunto come il cavolo all'opera, ma c'entra. Loro hanno rappresentato la triade felice della trovata e del risultato sul pubblico che ha già mandato esaurite tutte le recite (senza incidenza alcuna della notorietà e popolarità dell'opera?); ma per questo aspettiamo che vengano resi noti i biglietti venduti e di incassi. Contano i numeri, le chiacchiere propagandistiche stanno a zero
Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.
Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente, in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.
La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').
Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei. Qualcuno, sommessamente, glielo ha fatto notare al neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.
Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.
Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina e nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.
Lei non contenta, tira fuori il coltello a serramanico, dotazione di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva, si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".
Resta da spiegare all'indirizzo di chi quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime? Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione - rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.
Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.
Bene ha fatto a non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare. L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.
Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.
Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi. Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.
Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.
Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente, in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.
La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').
Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei. Qualcuno, sommessamente, glielo ha fatto notare al neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.
Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.
Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina e nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.
Lei non contenta, tira fuori il coltello a serramanico, dotazione di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva, si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".
Resta da spiegare all'indirizzo di chi quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime? Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione - rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.
Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.
Bene ha fatto a non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare. L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.
Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.
Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi. Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.
lunedì 8 gennaio 2018
Ancora sulla 'Carmen' assassina di Firenze
La sera della 'prima' di Carmen di Bizet Firenze, si sono registrate vivaci proteste, soprattutto all'indirizzo della regia di Leo Muscato, al quale l'ha suggerita (prima imposta e poi accettata) il sovrintendente Cristiano Chiarot, al quale l'avrebbero suggerite le lavoratrici del Maggio.
Insomma quando una cosa va male è sempre difficile individuare di chi è ha la responsabilità diretta. Chiarot ha detto che non appena ha manifestato quella sua pazza idea, è riuscito a convincere il regista dapprima diffidente, e ha avuto l'appoggio di tutte le lavoratrici del Maggio che hanno pensato subito di organizzare una manifestazione di donne( l'aveva fatto alcuni anni fa a Firenze anche Giambrone, chiamato a salvare il Maggio, e che era andato via lasciandolo peggio di come l'aveva trovato, cioè nella merda del deficit di bilancio; non vorremmo che medesima sorte toccasse a Chiarot!). Molte si sono autoconvocate - per discutere di 'femminicidio' - e sono arrivate in teatro - nella Caffetteria - con qualcosa di rosso addosso, ma tutte con scarpette rosse in borsa, che hanno, come s'usa da tempo, depositate sul pavimento all'ingresso.
Anche la vicepresidente del Senato ha lodato l'iniziativa 'politica' di appoggio, e Chiarot ha cantato vittoria. Di numeri. Che sono poi l'unico argomento che vorremmo uscisse dalla sua bocca.
Chiarot ha già annunciato che tutte le recite di Carmen sono esaurite (il nuovo Teatro dell''Opera fiorentino ha una capienza di 1800 posti circa), e che le opere ed i concerti stanno registrando un consistente aumento di pubblico, a seguito della campagna promozionale.
Ora siccome conosciamo bene queste tecniche di propaganda - Fuortes a Roma ne è un campione riconosciuto - vorremmo che alla fine delle recite di Carmen: sette, otto... Chiarot rendesse noto il numero di biglietti venduti: 1800 moltiplicato per il numero delle recite. Solo così crederemo al miracolo fiorentino. Ma non per il 'fuoco di paglia' dello scandalo registico di Carmen (dubitiamo che i fiorentini siano così idioti da essersi precipitati all'Opera della loro città per vedere la scena, l'ultimissima, un paio di minuti in tutto, in cui Carmen spara a Don Josè, sempre che la pistola funzioni) ma perché l'opera di Bizet - come forse Chiarot in questo caso, di proposito, dimentica - è fra le opere più rappresentate ed amate di sempre.
D'ora in avanti Chiarot faccia il suo mestiere: alla fine delle recite di ciascun titolo dica quanti biglietti ha venduto dei 1800 di cui dispone ogni sera; non basta che dica il pubblico è cresciuto, troppo generico e potremmo non credergli. Vogliamo numeri. E solo con i numeri saremo felicissimi di constatare la rinata passione per l'opera, a Firenze, nell'era Chiarot.
Insomma quando una cosa va male è sempre difficile individuare di chi è ha la responsabilità diretta. Chiarot ha detto che non appena ha manifestato quella sua pazza idea, è riuscito a convincere il regista dapprima diffidente, e ha avuto l'appoggio di tutte le lavoratrici del Maggio che hanno pensato subito di organizzare una manifestazione di donne( l'aveva fatto alcuni anni fa a Firenze anche Giambrone, chiamato a salvare il Maggio, e che era andato via lasciandolo peggio di come l'aveva trovato, cioè nella merda del deficit di bilancio; non vorremmo che medesima sorte toccasse a Chiarot!). Molte si sono autoconvocate - per discutere di 'femminicidio' - e sono arrivate in teatro - nella Caffetteria - con qualcosa di rosso addosso, ma tutte con scarpette rosse in borsa, che hanno, come s'usa da tempo, depositate sul pavimento all'ingresso.
Anche la vicepresidente del Senato ha lodato l'iniziativa 'politica' di appoggio, e Chiarot ha cantato vittoria. Di numeri. Che sono poi l'unico argomento che vorremmo uscisse dalla sua bocca.
Chiarot ha già annunciato che tutte le recite di Carmen sono esaurite (il nuovo Teatro dell''Opera fiorentino ha una capienza di 1800 posti circa), e che le opere ed i concerti stanno registrando un consistente aumento di pubblico, a seguito della campagna promozionale.
Ora siccome conosciamo bene queste tecniche di propaganda - Fuortes a Roma ne è un campione riconosciuto - vorremmo che alla fine delle recite di Carmen: sette, otto... Chiarot rendesse noto il numero di biglietti venduti: 1800 moltiplicato per il numero delle recite. Solo così crederemo al miracolo fiorentino. Ma non per il 'fuoco di paglia' dello scandalo registico di Carmen (dubitiamo che i fiorentini siano così idioti da essersi precipitati all'Opera della loro città per vedere la scena, l'ultimissima, un paio di minuti in tutto, in cui Carmen spara a Don Josè, sempre che la pistola funzioni) ma perché l'opera di Bizet - come forse Chiarot in questo caso, di proposito, dimentica - è fra le opere più rappresentate ed amate di sempre.
D'ora in avanti Chiarot faccia il suo mestiere: alla fine delle recite di ciascun titolo dica quanti biglietti ha venduto dei 1800 di cui dispone ogni sera; non basta che dica il pubblico è cresciuto, troppo generico e potremmo non credergli. Vogliamo numeri. E solo con i numeri saremo felicissimi di constatare la rinata passione per l'opera, a Firenze, nell'era Chiarot.
martedì 2 gennaio 2018
Cambiare le storie dei melodrammi in funzione etica. Lo impone Chiarot, il sovrintendente celebrato come bravo amministratore, nelle insolite vesti di 'drammaturgo' per il suo teatro fiorentino
Ciò che nessuno osa in letteratura o teatro, dove le parole sono scolpite nella pietra e nessuno si sognerebbe mai di cambiarle, mutando di conseguenza anche le storie che esse narrano, accade ormai ogni giorno nell'opera, per far piacere ai critici che altrimenti non saprebbero cosa dire ed ai giornali che, diversamente, non pubblicherebbero una riga neanche per l'inaugurazione della Scala. Nel melodramma si può tutto. Se Violetta smanazza in cucina e alla fine spiccia pure, c'è una cosa da raccontare di cui i giornali sono ghiotti; se invece Violetta, puttana ma non nell'anima, si innamora di uno, ma poi per non ferirlo per il suo passato si allontana da lui, continuando ad amarlo, e ricongiungendosi a lui solo in fin di vita, beh, è storia vecchia, che si va a fare in teatro per l'ennesima Traviata? Si va a sentire per Verdi, sarebbe la risposta più ovvia e convincente, perchè senza la cui musica quella storia somiglierebbe a tante altre, anche di oggi, come la cronaca racconta.
Invece, Michieletto, sta pensando, ad esempio, a come rileggere (rifare), nel finale, la storia di Violetta e Alfredo per renderla più moderna, togliendola dalla naftalina nella quale la storia ce l'ha consegnata. Ricordate la scena dell'incontro fra i due dopo che si sono lasciati? Lui entra nel salotto di Flora, un salotto della Parigi '2.0' ( come credono di aggiornare qualunque cosa, anche le città, gli idioti, oggi) e chiede di lei: 'questa donna conoscete?' ecc... e spiattella a tutti che lei era una puttana che spasima per lui. Ma mentre sta per offenderla pubblicamente, lei tira fuori dal petto un malloppo di soldi (di tutti i pesi europei, col mestiere che fa ha clienti ovunque!) e gettandoglieli addosso grida: 'questo stronzo mantenuto io l'ho', e così il maschilismo che la scena contraria, ben nota, avrebbe dipinto, va a farsi fottere, Michieletto ha rivoluzionato l'opera, e i giornali ne scrivono.
Non è fantagiornalismo o fantaopera. Anzi. Perchè adesso oltre ai registi, critici e giornali ci si è messo anche un sovrintendente a fare casino. Cristiano Chiarot, che invece di dirci se , da quando sta a Firenze (sette otto mesi), i conti vanno meglio e se in teatro c'è più pubblico, mette becco anche sulle regie, non per limitarne i costi ,ma per dargli una 'dritta' artistica e di senso, nella direzione di un aggiustamento in senso etico. E così anche lui che un tempo, quand'era a Venezia, pontificava spesso sulle pagine dei giornali, torna sulla ribalta che a Firenze fino ad ora gli è stata negata. Piccolo particolare. direttore artistico a Firenze è Pierangelo Conte che a Venezia era a capo della segreteria artistica alle dirette dipendenze del direttore Ortombina, e che ora, a Firenze, Chiarot pensa di comandare a bacchetta.
E, come volevasi dimostrare, subito il giornalone di Calabresi ci casca e gli dedica una pagina intera. Quando mai, se si fosse trattato di una semplice ripresa di Carmen, come avviene in mille altri teatri del mondo?
Chiarot ha imposto al regista di cambiare il finale della celebre opera di Bizet, pare la più rappresentata al mondo, la quale Muscato, di suo, aveva ambientato in un campo rom attuale fra monnezza furti sporcizia, mentre una zingara, la sola, che è poi la protagonista, lavora in una fabbrica di tabacco. Chi può immaginare che i Monopoli di un paese qualunque assumano una zingara, ladra per definizione ?
Per Muscato è possibile. Il bello però arriva alla fine, Nell'ultima scena quando Josè si sarebbe dovuto avventare su Carmen e piantarle un pugnale nel petto, lasciandola a terra sanguinante e senza vita. No, no, no, così non può andare. Per Chiarot a Firenze sarà Carmen a uccidere Josè. Maschilista di un uomo, tiè!
Per l'occasione Chiarot riunirà intorno ad un tavolo, a Firenze, donne di varia estrazione e diverse professioni, ma tutte femministe per decantare la bontà della trovata del grande sovrintendente. Ma Chiarot non sia tanto sicuro; s'è visto come hanno reagito le femministe nostrane alle dichiarazioni delle molestie sessuali; non poche hanno detto alle 'molestate': te la sei cercata, carina!
Chissà se è stato il suo sodale Giambrone a suggerirglielo. Perchè negli anni passati, quando lui era a Firenze, dove resse ingloriosamente il Maggio per qualche anno, in occasione di una inaugurazione, si inventò per primo un convegno femminista.
Chiarot, allora, faccia il suo mestiere. Ci dica come stanno i conti a Firenze. Attendiamo qualche notizia, buona possibilmente. Lasci perdere Carmen, si occupi delle finanze del teatro.
Invece, Michieletto, sta pensando, ad esempio, a come rileggere (rifare), nel finale, la storia di Violetta e Alfredo per renderla più moderna, togliendola dalla naftalina nella quale la storia ce l'ha consegnata. Ricordate la scena dell'incontro fra i due dopo che si sono lasciati? Lui entra nel salotto di Flora, un salotto della Parigi '2.0' ( come credono di aggiornare qualunque cosa, anche le città, gli idioti, oggi) e chiede di lei: 'questa donna conoscete?' ecc... e spiattella a tutti che lei era una puttana che spasima per lui. Ma mentre sta per offenderla pubblicamente, lei tira fuori dal petto un malloppo di soldi (di tutti i pesi europei, col mestiere che fa ha clienti ovunque!) e gettandoglieli addosso grida: 'questo stronzo mantenuto io l'ho', e così il maschilismo che la scena contraria, ben nota, avrebbe dipinto, va a farsi fottere, Michieletto ha rivoluzionato l'opera, e i giornali ne scrivono.
Non è fantagiornalismo o fantaopera. Anzi. Perchè adesso oltre ai registi, critici e giornali ci si è messo anche un sovrintendente a fare casino. Cristiano Chiarot, che invece di dirci se , da quando sta a Firenze (sette otto mesi), i conti vanno meglio e se in teatro c'è più pubblico, mette becco anche sulle regie, non per limitarne i costi ,ma per dargli una 'dritta' artistica e di senso, nella direzione di un aggiustamento in senso etico. E così anche lui che un tempo, quand'era a Venezia, pontificava spesso sulle pagine dei giornali, torna sulla ribalta che a Firenze fino ad ora gli è stata negata. Piccolo particolare. direttore artistico a Firenze è Pierangelo Conte che a Venezia era a capo della segreteria artistica alle dirette dipendenze del direttore Ortombina, e che ora, a Firenze, Chiarot pensa di comandare a bacchetta.
E, come volevasi dimostrare, subito il giornalone di Calabresi ci casca e gli dedica una pagina intera. Quando mai, se si fosse trattato di una semplice ripresa di Carmen, come avviene in mille altri teatri del mondo?
Chiarot ha imposto al regista di cambiare il finale della celebre opera di Bizet, pare la più rappresentata al mondo, la quale Muscato, di suo, aveva ambientato in un campo rom attuale fra monnezza furti sporcizia, mentre una zingara, la sola, che è poi la protagonista, lavora in una fabbrica di tabacco. Chi può immaginare che i Monopoli di un paese qualunque assumano una zingara, ladra per definizione ?
Per Muscato è possibile. Il bello però arriva alla fine, Nell'ultima scena quando Josè si sarebbe dovuto avventare su Carmen e piantarle un pugnale nel petto, lasciandola a terra sanguinante e senza vita. No, no, no, così non può andare. Per Chiarot a Firenze sarà Carmen a uccidere Josè. Maschilista di un uomo, tiè!
Per l'occasione Chiarot riunirà intorno ad un tavolo, a Firenze, donne di varia estrazione e diverse professioni, ma tutte femministe per decantare la bontà della trovata del grande sovrintendente. Ma Chiarot non sia tanto sicuro; s'è visto come hanno reagito le femministe nostrane alle dichiarazioni delle molestie sessuali; non poche hanno detto alle 'molestate': te la sei cercata, carina!
Chissà se è stato il suo sodale Giambrone a suggerirglielo. Perchè negli anni passati, quando lui era a Firenze, dove resse ingloriosamente il Maggio per qualche anno, in occasione di una inaugurazione, si inventò per primo un convegno femminista.
Chiarot, allora, faccia il suo mestiere. Ci dica come stanno i conti a Firenze. Attendiamo qualche notizia, buona possibilmente. Lasci perdere Carmen, si occupi delle finanze del teatro.
sabato 23 dicembre 2017
Qualche riflessione su Caracalla 2018 prima che Fuortes spari con il suo cannone ' a salve'.
Nel post precedente abbiamo riprodotto il comunicato che si può leggere sul sito dell'Opera di Roma, relativo al programma estivo del teatro a Caracalla. Due titoli d'opera: Carmen e Traviata ; il primo è una ripresa dello spettacolo dello scorso anno che a suo tempo dimostrammo non essere il 'successo' di stagione come Fuortes strombazzava; il secondo assolutamente inadatto agli spazi di Caracalla, la cui platea ha circa 4000 posti e acusticamente ha protezioni minori dell'Arena di Verona E già la grande sapienza programmatrice dei dirigenti dell'Opera di Roma va a farsi benedire.
Poi c'è un balletto, Romeo e Giulietta, musica di Prokofiev (e non 'sulle musiche di Prokofiev' come scriverebbe un qualunque analfabeta ma non un teatro d'opera). In tutto diciannove serate.
Poi a completamento della stagione estiva, sette serate 'EXTRA' ( 2 con Bolle, 2 con Paolo Conte, 2 con Morricone ed una con Bjork) di cui si ha notizia da tempo e prima della pubblicazione del programma completo, dove dovrebbero avere la precedenza le serate d'opera o di balletto.
Ciò detto, l'unica ragione per la quale ci sentiamo di lodare gli amministratori attuali dell'Opera di Roma è l'aver in tempo - e cioè con mezzo anno di anticipo - reso noto il calendario con titoli date e interpreti, come un teatro moderno, che però deve evitare poi di sbagliare clamorosamente nel contenuto di tale programmazione.
Le serate di spettacolo a Caracalla, la prossima estate, saranno 26, contro le 29 dell'anno passato e le 25 del 2016. E perciò nel resoconto finale che Fuortes si aggiusta sempre a modo suo, occorre tener conto di questi dati. E non fare come lui ha fatto a fine stagione 2017 quando ha proclamato di aver avuto più spettatori di sempre ( certo con un numero di serate in più rispetto all'anno precedente è più facile - ma lui questi non lo dice) e affermando che Carmen - che aveva incassato mediamente 120.000 Euro a recita - era il titolo più premiato dal pubblico. Perchè anche quella era una bugia, avendogli dimostrato, con quattro conti , attenendoci strettamente ai dati pubblicati, che tutte le altre serate ( opera, balletto e le amatissime serate EXTRA avevano fatto registrare al botteghino , mediamente, entrate per 150.000 Euro a sera.
Tutto queste falsità Fuortes la smetterebbe di dire, se solo i giornalisti non si comportassero come 'ventriloqui' del sovrintendente, economista della cultura' che inciampa sui conti.
Perchè non si pensi che stiamo dando i numeri, come sembra fare troppo spesso Fuortes, nel post successivo riprodurremo un post degli scorsi mesi, quando abbiamo fatto i conti 'in tasca' all'Opera, con le cifre fornite ufficialmente da Fuortes.
Poi c'è un balletto, Romeo e Giulietta, musica di Prokofiev (e non 'sulle musiche di Prokofiev' come scriverebbe un qualunque analfabeta ma non un teatro d'opera). In tutto diciannove serate.
Poi a completamento della stagione estiva, sette serate 'EXTRA' ( 2 con Bolle, 2 con Paolo Conte, 2 con Morricone ed una con Bjork) di cui si ha notizia da tempo e prima della pubblicazione del programma completo, dove dovrebbero avere la precedenza le serate d'opera o di balletto.
Ciò detto, l'unica ragione per la quale ci sentiamo di lodare gli amministratori attuali dell'Opera di Roma è l'aver in tempo - e cioè con mezzo anno di anticipo - reso noto il calendario con titoli date e interpreti, come un teatro moderno, che però deve evitare poi di sbagliare clamorosamente nel contenuto di tale programmazione.
Le serate di spettacolo a Caracalla, la prossima estate, saranno 26, contro le 29 dell'anno passato e le 25 del 2016. E perciò nel resoconto finale che Fuortes si aggiusta sempre a modo suo, occorre tener conto di questi dati. E non fare come lui ha fatto a fine stagione 2017 quando ha proclamato di aver avuto più spettatori di sempre ( certo con un numero di serate in più rispetto all'anno precedente è più facile - ma lui questi non lo dice) e affermando che Carmen - che aveva incassato mediamente 120.000 Euro a recita - era il titolo più premiato dal pubblico. Perchè anche quella era una bugia, avendogli dimostrato, con quattro conti , attenendoci strettamente ai dati pubblicati, che tutte le altre serate ( opera, balletto e le amatissime serate EXTRA avevano fatto registrare al botteghino , mediamente, entrate per 150.000 Euro a sera.
Tutto queste falsità Fuortes la smetterebbe di dire, se solo i giornalisti non si comportassero come 'ventriloqui' del sovrintendente, economista della cultura' che inciampa sui conti.
Perchè non si pensi che stiamo dando i numeri, come sembra fare troppo spesso Fuortes, nel post successivo riprodurremo un post degli scorsi mesi, quando abbiamo fatto i conti 'in tasca' all'Opera, con le cifre fornite ufficialmente da Fuortes.
giovedì 30 novembre 2017
Il Corriere della sera sbarca a Torino al suono di una marcetta inglese
Il 'Corriere della Sera' di Cairo per il suo sbarco a Torino - ' Corriere Torino' - ha fatto confezionare uno spot pubblicitario che questi giorni è passato tante volte in tv, con il faccione di Cavour, ed una colonna sonora che più inadatta non si poteva pensare: una marcetta da Pomp and Circumstance di Elgar, conosciutissima al punto che su di essa il popolo inglese - non quello italiano - canta un testo che è assurto quasi ad inno nazionale 'in seconda'.
Questa scelta, fuori da ogni grazia di Dio, fa il paio con un altra scellerata che ai tempi di Berlusconi ( il cui faccione 'La repubblica' ha scelto per annunciare la nuova veste - solo grafica ? - del quotidiano) accompagnava il sito internet 'Italia' - costosissimo ma fatto con i piedi - che avrebbe dovuto convincere i turisti a visitare le nostre meraviglie, con l'aiuto della colonna sonora costituita dal 'Preludio' della Carmen di Bizet.
Non sappiamo se l'Agenzia incaricata di rinnovare il sito 'Italia' come di confezionare lo spot del 'Corriere della Sera' in occasione del suo sbarco a Torino, sia la stessa. Però il dubbio ci viene, perché le Agenzie impegnate in ambedue le imprese, pubblicitaria e di comunicazione, fanno bella mostra di un comune denominatore: totale analfabetismo musicale. Che deduciamo dal fatto che se avessero avuto un minimo alfabetizzate, sarebbero ricorse, in ambedue le imprese, a 'colonne sonore' italiane.
Per Torino, in particolare, la presenza in città del famoso Museo Egizio avrebbe anche potuto suggerire, marcia per marcia, anche evitando la rossiniana 'sinfonia' della Gazza ladra (per non generare cattivi pensieri nei malpensanti), la 'Marcia Trionfale' dell'Aida di Giuseppe Verdi. che fu anche 'senatore' del regno, proprio a Torino. Qualunque altra marcia, ma quella di Elgar no.
Questa scelta, fuori da ogni grazia di Dio, fa il paio con un altra scellerata che ai tempi di Berlusconi ( il cui faccione 'La repubblica' ha scelto per annunciare la nuova veste - solo grafica ? - del quotidiano) accompagnava il sito internet 'Italia' - costosissimo ma fatto con i piedi - che avrebbe dovuto convincere i turisti a visitare le nostre meraviglie, con l'aiuto della colonna sonora costituita dal 'Preludio' della Carmen di Bizet.
Non sappiamo se l'Agenzia incaricata di rinnovare il sito 'Italia' come di confezionare lo spot del 'Corriere della Sera' in occasione del suo sbarco a Torino, sia la stessa. Però il dubbio ci viene, perché le Agenzie impegnate in ambedue le imprese, pubblicitaria e di comunicazione, fanno bella mostra di un comune denominatore: totale analfabetismo musicale. Che deduciamo dal fatto che se avessero avuto un minimo alfabetizzate, sarebbero ricorse, in ambedue le imprese, a 'colonne sonore' italiane.
Per Torino, in particolare, la presenza in città del famoso Museo Egizio avrebbe anche potuto suggerire, marcia per marcia, anche evitando la rossiniana 'sinfonia' della Gazza ladra (per non generare cattivi pensieri nei malpensanti), la 'Marcia Trionfale' dell'Aida di Giuseppe Verdi. che fu anche 'senatore' del regno, proprio a Torino. Qualunque altra marcia, ma quella di Elgar no.
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venerdì 4 agosto 2017
Adesso FUORTES cambia tecnica nei proclami di vittoria. Il pubblico aumenta ovunque a Roma
Sembra, da quel che si è letto ieri, che a Caracalla Carmen di Bizet, l'opera di punta della presente stagione - le altre due sono Nabucco e Tosca - abbia fatto furore; e l'aumento di pubblico - come scriveva Rory Cappelli su Repubblica - abbia riguardato oltre Caracalla ( il dato era riferito però solo a Carmen) anche la rassegna dell'Auditorium, Luglio suona bene che quest'anno ha superato , quanto a pubblico, anche la stagione precedente.
Prima di analizzare il dato relativo a Carmen, due cose vogliamo dire alla Cappelli.
Primo, che Carmen che si è vista ed ascoltata a Caracalla , 'in versione pop... nella riduzione diretta da....' altro non era che la Carmen di Bizet, come un teatro d'opera propone ogni volta. Nessuna riduzione dunque, caso mai avrebbe dovuto scrivere . ' con la direzione di...' che è ben altra cosa.
Secondo, che i dati di affluenza di pubblico di questo luglio all'Auditorium, meno male che hanno superato quelli della stagione 2016, quando toccarono il minimo degli anni vicini .
Perciò se Capeplli, Rory, si documentasse sui dati prima di scrivere e capisse che la Carmen di Caracalla non era stata 'ridotta 'se non per Lei, povera!, farebbe più bella figura.
Ed ora veniamo a Fuortes ed ai suoi successi alle terme di Caracalla per Carmen. Finora non ha sparato cifre sull'affluenza, si è solo limitato a far dire ai suoi megafoni ufficiali, che nelle dieci recite l'opera di Bizet ha fatto incassare al teatro 1.200.000 Euro. Un modo nuovo di offrire dati che lo mette al riparo da critiche - conti alla mano - relativi alla disponibilità dei posti ( 4000 posti per sera) ed alla loro occupazione.
I biglietti per Carmen andavano da 25 Euro a 100 per le poltronissime. Se il teatro ha incassato 1.200.000 Euro è certo che la platea delle dici recite dell'opera non è stata mai piena dal primo all'ultimo posto. Infatti considerando che la disponibilità complessiva per le dieci repliche era di 40.000 posti, la somma sbandierata verrebbe dall'occupazione di tutti i posti a 30 Euro. E siccome i biglietti partivano da quasi 30 Euro ( 25 per la precisione) per salire fino a 100, vuol dire che quei posti non sono stati occupati tutti ogni sera, altrimenti l'incasso avrebbe avuto ben altra consistenza.
Dunque anche questa volta, nonostante gli strombazzamenti ai quali siamo abituati, l'Opera di Roma a Caracalla ha avuto una 'vittoria di Pirro-Fuortes', per Carmen. Per gli altri titoli...
Quanto agli incassi, sempre Fuortes, e sempre per Caracalla 2017, ha rivelato che quest'anno si è incassato 4.120.000 circa di Euro, contro i 3.340.000 circa dell'anno scorso, con un aumento di 780.000 Euro.
Rifacciamo qualche conto? Sempre secondo Fuortes, il successo della stagione è stata Carmen che nelle 10 repliche ha fatto incassare 1.2000.000 Euro; e perciò le altre 19 serate complessivamente quasi 3.000.000, perciò un pò più- come media- di Carmen. Come fa allora ad essere il successo di Caracalla 2017, se le altre 19 serate hanno fatto guadagnare di media oltre 150.000 Euro a sera, contro le 120.000 di Carmen?
Prima di analizzare il dato relativo a Carmen, due cose vogliamo dire alla Cappelli.
Primo, che Carmen che si è vista ed ascoltata a Caracalla , 'in versione pop... nella riduzione diretta da....' altro non era che la Carmen di Bizet, come un teatro d'opera propone ogni volta. Nessuna riduzione dunque, caso mai avrebbe dovuto scrivere . ' con la direzione di...' che è ben altra cosa.
Secondo, che i dati di affluenza di pubblico di questo luglio all'Auditorium, meno male che hanno superato quelli della stagione 2016, quando toccarono il minimo degli anni vicini .
Perciò se Capeplli, Rory, si documentasse sui dati prima di scrivere e capisse che la Carmen di Caracalla non era stata 'ridotta 'se non per Lei, povera!, farebbe più bella figura.
Ed ora veniamo a Fuortes ed ai suoi successi alle terme di Caracalla per Carmen. Finora non ha sparato cifre sull'affluenza, si è solo limitato a far dire ai suoi megafoni ufficiali, che nelle dieci recite l'opera di Bizet ha fatto incassare al teatro 1.200.000 Euro. Un modo nuovo di offrire dati che lo mette al riparo da critiche - conti alla mano - relativi alla disponibilità dei posti ( 4000 posti per sera) ed alla loro occupazione.
I biglietti per Carmen andavano da 25 Euro a 100 per le poltronissime. Se il teatro ha incassato 1.200.000 Euro è certo che la platea delle dici recite dell'opera non è stata mai piena dal primo all'ultimo posto. Infatti considerando che la disponibilità complessiva per le dieci repliche era di 40.000 posti, la somma sbandierata verrebbe dall'occupazione di tutti i posti a 30 Euro. E siccome i biglietti partivano da quasi 30 Euro ( 25 per la precisione) per salire fino a 100, vuol dire che quei posti non sono stati occupati tutti ogni sera, altrimenti l'incasso avrebbe avuto ben altra consistenza.
Dunque anche questa volta, nonostante gli strombazzamenti ai quali siamo abituati, l'Opera di Roma a Caracalla ha avuto una 'vittoria di Pirro-Fuortes', per Carmen. Per gli altri titoli...
Quanto agli incassi, sempre Fuortes, e sempre per Caracalla 2017, ha rivelato che quest'anno si è incassato 4.120.000 circa di Euro, contro i 3.340.000 circa dell'anno scorso, con un aumento di 780.000 Euro.
Rifacciamo qualche conto? Sempre secondo Fuortes, il successo della stagione è stata Carmen che nelle 10 repliche ha fatto incassare 1.2000.000 Euro; e perciò le altre 19 serate complessivamente quasi 3.000.000, perciò un pò più- come media- di Carmen. Come fa allora ad essere il successo di Caracalla 2017, se le altre 19 serate hanno fatto guadagnare di media oltre 150.000 Euro a sera, contro le 120.000 di Carmen?
sabato 1 luglio 2017
L'Ambasciata messicana a Roma PROTESTA per la Carmen 'MESSICANA' a Caracalla
La Carmen a Caracalla, più che per i biglietti venduti - Fuortes, come suo solito, spara forte: ad oggi, a stagione appena iniziata, ha strombazzato, sono stati venduti 38.000 biglietti, mentre lo scorso anno, come oggi, i biglietti venduti erano stati appena 13.000; ma lui aveva cantato vittoria, anche l'anno scorso - fa notizia per una singolare protesta, quella dall'Ambasciata del Messico, dove la regista Carrasco ha ambientato l'opera.
"Grossolana e caricaturale la rappresentazione del nostro paese e delle sue tradizioni culturali. L'ambasciata del Messico esprime la sua sorpresa ed indignazione alle autorità dell'Opera per la inelegante e semplicistica rappresentazione del nostro paese'. La protesta è stata inviata anche al sindaco Raggi, presidente di diritto del Teatro dell'Opera.
Forse per la prima volta, il sovrintendente Fuortes, è riuscito nell'impresa di far protestare da un paese occidentale - il Messico è nell'Occidente?- elementi di una rappresentazione operistica. Non era mai accaduto prima in nessun altro luogo, che noi sappiamo. Tranne il caso di qualche anno fa, accaduto in Germania, quando un paese musulmano protestò per allusioni al profeta poco rispettose, contenute in una pièce teatrale od operistica, non ricordiamo.
La storia di Carmen è ambientata in parte in ambienti di contrabbandieri. Forse questo non è piaciuto ai messicani, che sanno bene che il loro paese è al centro del traffico di stupefacenti (il contrabbando in Carmen, riguarda altri settori, naturalmente). o c'è dell'altro? Non posiamo dirvi perché non abbiamo visto l'opera a Caracalla, né la vedremo, neanche per questa ragione.
Non sappiamo se la regista o il teatro abbia emesso un comunicato ufficiale di risposta. Ed anche questo ci interessa assai poco, fermo restando la nostra convinzione che la libertà di espressione, fatta salva la sensibilità delle persone, va comunque rispettata, anzi difesa.
Ci viene in mente la polemica di ugual segno che investì Charlie Hebdo, all'indomani dell'eccidio nella sua redazione di Parigi, a causa delle sue vignette satiriche ed irriverenti. Anche allora ci venne di difendere la libertà del settimanale, fatta salva ecc...ecc...
"Grossolana e caricaturale la rappresentazione del nostro paese e delle sue tradizioni culturali. L'ambasciata del Messico esprime la sua sorpresa ed indignazione alle autorità dell'Opera per la inelegante e semplicistica rappresentazione del nostro paese'. La protesta è stata inviata anche al sindaco Raggi, presidente di diritto del Teatro dell'Opera.
Forse per la prima volta, il sovrintendente Fuortes, è riuscito nell'impresa di far protestare da un paese occidentale - il Messico è nell'Occidente?- elementi di una rappresentazione operistica. Non era mai accaduto prima in nessun altro luogo, che noi sappiamo. Tranne il caso di qualche anno fa, accaduto in Germania, quando un paese musulmano protestò per allusioni al profeta poco rispettose, contenute in una pièce teatrale od operistica, non ricordiamo.
La storia di Carmen è ambientata in parte in ambienti di contrabbandieri. Forse questo non è piaciuto ai messicani, che sanno bene che il loro paese è al centro del traffico di stupefacenti (il contrabbando in Carmen, riguarda altri settori, naturalmente). o c'è dell'altro? Non posiamo dirvi perché non abbiamo visto l'opera a Caracalla, né la vedremo, neanche per questa ragione.
Non sappiamo se la regista o il teatro abbia emesso un comunicato ufficiale di risposta. Ed anche questo ci interessa assai poco, fermo restando la nostra convinzione che la libertà di espressione, fatta salva la sensibilità delle persone, va comunque rispettata, anzi difesa.
Ci viene in mente la polemica di ugual segno che investì Charlie Hebdo, all'indomani dell'eccidio nella sua redazione di Parigi, a causa delle sue vignette satiriche ed irriverenti. Anche allora ci venne di difendere la libertà del settimanale, fatta salva ecc...ecc...
sabato 3 settembre 2016
Fuortes vince anche a Verona. E Tosi - patron di Girondini, che ha sovrinteso al disastro economico arenianano - lo ringrazia
Come ti sbagli? Lui, Carlo Fuortes, dove va fa miracoli; ma sulla loro natura meglio non indagare. La sua ricetta per evitare il fallimento dell'Arena, d'accordo con 'mezzodistastro' Franceschini e con Tosi - lo stesso che ha voluto al vertice dell'Arena il 'geometra' Girondini, durante la cui gestione la fondazione veronese è sprofondata nei debiti - è la 'stagionalità' dei contratti, e la 'chiusura' per due mesi circa l'anno della fondazione. Lacrime e sangue. Intanto brinda a champagne e caviale.
La stagione appena conclusa, 47 serate in Arena- capienza: posti disponibili 13.000 circa per sera - contro le 54 della stagione 2015, ha fatto registrare un incasso superiore - come ti sbagli - alle aspettative di quasi 2.000.000 di Euro, portando l'intero incasso a quasi 22.000.000 di Euro, lui ne aveva previsti poco più di 20.000.000 di Euro.
Tolti alcuni spettacoli in programma - dalla inaugurale 'Carmen' alla serata 'Bolle' - che hanno registrato il 'tutto esaurito' o quasi, la media di spettatori paganti per ogni sera si è attestata mediamente fra i 7.000 e gli 8.000, contro una disponibilità di 13.000 ( nelle 47 serate gli spettatoti potevano essere oltre 600.000, se i biglietti fossero stati venduti tutti, e l'anno scorso, con lo stesso calcolo, intorno ai 700.000) . Complessivamente, nelle 47 serate, dai 235.000 ai 280.000 posti che invano hanno atteso invano di essere occupati da uno spettatore. Quest'anno si sono avuti 370.000 spettatori- l'anno scorso con sette serate in più se ne ebbero 407.000. E via ragionando, sul nulla: se quest'anno - fanno sapere da Verona, si fossero avute, come l'anno scorso, 54 e non 47 serate, con la media di spettatori di quest'anno si sarebbero avuti 427.000 spettatori. Quasi ogni sera metà Arena vuota. E, intanto Fuortes, e con lui anche Tosi- che, evidentemente, di numeri si intende - ringrazia Fuortes per il miracolo dell'Arena 'mezza vuota' ed esulta con lui.
Insomma l'Arena tanto invidiata per l'immensa disponibilità di posti fa acqua da tutte le parti: ha bisogno di lavoratori, anche stagionali, proprio per le sue dimensioni fuori misura; poi però non riesce a riempire i posti disponibili; e, almeno fino a qualche anno fa, lasciando la vendita di biglietti ad una agenzia, alla stessa regalava percentuali troppo 'favorevoli' sui biglietti venduti.
Tutte le istituzioni musicali, non solo in Italia, piangono la mancanza di pubblico; ma nessuna si interroga seriamente sulle ragioni, né tanto meno corre ai ripari. Per l'Arena, in particolare, si tenta di snaturare l'impronta 'popolare' dei suoi spettacoli e dei titoli proposti, con il risultato che molti di essi, quelli chic che piacciono tanto ai vari direttori artistici nel tempo, non riescono a riempire platea e gradinate dell'anfiteatro.
Perchè non provano a produrre titoli popolarissimi, ma a livelli qualitativi altissimi, e non riducono i prezzi? Se questa semplicissima duplice operazione riempisse l' Arena quasi ogni sera - come noi siamo certi - si tengano alla larga i direttori artistici 'rivoluzionari' ed 'avanguardisti' che non hanno rispetto per l'ottimo 'popolare', e si mettano al vertice della fondazione sovrintendenti che sappiano ben amministrare tale 'immeritato' tesoro , come nell'un caso e nell'altro non hanno saputo fare i vertici più recenti.
E a Fuortes, se richiamato ancora da Tosi e reso disponibile da Franceschini, non si permetta di portare a Verona il modello 'Opera di Roma' ( grandi registi, spettacoli non popolari) che è poi quello che lui ha preso pari pari dall'Auditorium, dove ha comandato, con risultati indiscutibili, per un decennio circa.
La stagione appena conclusa, 47 serate in Arena- capienza: posti disponibili 13.000 circa per sera - contro le 54 della stagione 2015, ha fatto registrare un incasso superiore - come ti sbagli - alle aspettative di quasi 2.000.000 di Euro, portando l'intero incasso a quasi 22.000.000 di Euro, lui ne aveva previsti poco più di 20.000.000 di Euro.
Tolti alcuni spettacoli in programma - dalla inaugurale 'Carmen' alla serata 'Bolle' - che hanno registrato il 'tutto esaurito' o quasi, la media di spettatori paganti per ogni sera si è attestata mediamente fra i 7.000 e gli 8.000, contro una disponibilità di 13.000 ( nelle 47 serate gli spettatoti potevano essere oltre 600.000, se i biglietti fossero stati venduti tutti, e l'anno scorso, con lo stesso calcolo, intorno ai 700.000) . Complessivamente, nelle 47 serate, dai 235.000 ai 280.000 posti che invano hanno atteso invano di essere occupati da uno spettatore. Quest'anno si sono avuti 370.000 spettatori- l'anno scorso con sette serate in più se ne ebbero 407.000. E via ragionando, sul nulla: se quest'anno - fanno sapere da Verona, si fossero avute, come l'anno scorso, 54 e non 47 serate, con la media di spettatori di quest'anno si sarebbero avuti 427.000 spettatori. Quasi ogni sera metà Arena vuota. E, intanto Fuortes, e con lui anche Tosi- che, evidentemente, di numeri si intende - ringrazia Fuortes per il miracolo dell'Arena 'mezza vuota' ed esulta con lui.
Insomma l'Arena tanto invidiata per l'immensa disponibilità di posti fa acqua da tutte le parti: ha bisogno di lavoratori, anche stagionali, proprio per le sue dimensioni fuori misura; poi però non riesce a riempire i posti disponibili; e, almeno fino a qualche anno fa, lasciando la vendita di biglietti ad una agenzia, alla stessa regalava percentuali troppo 'favorevoli' sui biglietti venduti.
Tutte le istituzioni musicali, non solo in Italia, piangono la mancanza di pubblico; ma nessuna si interroga seriamente sulle ragioni, né tanto meno corre ai ripari. Per l'Arena, in particolare, si tenta di snaturare l'impronta 'popolare' dei suoi spettacoli e dei titoli proposti, con il risultato che molti di essi, quelli chic che piacciono tanto ai vari direttori artistici nel tempo, non riescono a riempire platea e gradinate dell'anfiteatro.
Perchè non provano a produrre titoli popolarissimi, ma a livelli qualitativi altissimi, e non riducono i prezzi? Se questa semplicissima duplice operazione riempisse l' Arena quasi ogni sera - come noi siamo certi - si tengano alla larga i direttori artistici 'rivoluzionari' ed 'avanguardisti' che non hanno rispetto per l'ottimo 'popolare', e si mettano al vertice della fondazione sovrintendenti che sappiano ben amministrare tale 'immeritato' tesoro , come nell'un caso e nell'altro non hanno saputo fare i vertici più recenti.
E a Fuortes, se richiamato ancora da Tosi e reso disponibile da Franceschini, non si permetta di portare a Verona il modello 'Opera di Roma' ( grandi registi, spettacoli non popolari) che è poi quello che lui ha preso pari pari dall'Auditorium, dove ha comandato, con risultati indiscutibili, per un decennio circa.
martedì 15 settembre 2015
Festival di Pompei 2015. Il Festival che non c'è. Che roba è questa?
Le
seguenti repliche di "Tosca" sono state annullate: 4,16,23
e 30 agosto; 6 settembre
Le seguenti repliche de "La traviata" sono state annullate: dal 5 al 29 agosto; 2,5, e 12 settembre
Le seguenti repliche di "Nabucco" sono state annullate: Dal 4 al 27 agosto; 3 settembre
Tutte le repliche di "Carmen Suite" in programma dal 7 agosto al 18 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Carla Fracci Stars" in programma dall'11 agosto all'11 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il lago dei cigni" in programma dal 14 agosto al 14 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il barbiere di Siviglia" in programma dal 10 agosto al 18 settembre sono state annullate
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
Lo spettacolo "Le 4 stagioni di Vivaldi " in programma a Pompei (Quadriportico) il 16 agosto è stato annullato, causa avverse condizioni meteo.
I biglietti già acquistati rimangono validi per le date in programma il 23 o il 27 agosto.
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
P.S.
Si tratta di una ulteriore impresa fallimentare del ministro Franceschini, del suo direttore ( per fortuna ex) Nastasi e del sovrintendente di Pompei, Osanna.
Le seguenti repliche de "La traviata" sono state annullate: dal 5 al 29 agosto; 2,5, e 12 settembre
Le seguenti repliche di "Nabucco" sono state annullate: Dal 4 al 27 agosto; 3 settembre
Tutte le repliche di "Carmen Suite" in programma dal 7 agosto al 18 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Carla Fracci Stars" in programma dall'11 agosto all'11 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il lago dei cigni" in programma dal 14 agosto al 14 settembre sono state annullate
Tutte le repliche di "Il barbiere di Siviglia" in programma dal 10 agosto al 18 settembre sono state annullate
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
Lo spettacolo "Le 4 stagioni di Vivaldi " in programma a Pompei (Quadriportico) il 16 agosto è stato annullato, causa avverse condizioni meteo.
I biglietti già acquistati rimangono validi per le date in programma il 23 o il 27 agosto.
Il rimborso dei biglietti potrà essere richiesto presso il Punto Vendita in cui è stato effettuato l'acquisto entro e non oltre il 30 settembre.
P.S.
Si tratta di una ulteriore impresa fallimentare del ministro Franceschini, del suo direttore ( per fortuna ex) Nastasi e del sovrintendente di Pompei, Osanna.
giovedì 2 ottobre 2014
Teatro dell'Opera di Roma Capitale. Il giorno dopo il terremoto
La fretta ha mal consigliato Fuortes e soci a prendere la decisione del licenziamento collettivo di orchestra e coro. Non c'era una via di mezzo fra il fallimento del teatro e il licenziamento collettivo delle masse artistiche?
Non si poteva dire ai 182 componenti: signori, oggi rifondiamo l'orchestra, audizioni per tutti, il nuovo organico sarà di... con un nuovo contratto collettivo - l'integrativo lo discutiamo subito ora - sia detto chiaramente ancor prima di ricominciare che le indennità sulle quali tutti i giornali puntualmente, e giustamente, ironizzano, vanno cancellate.
Fuortes non capisce che orchestra e coro fuori o dentro non sono la stessa cosa per una istituzione che ha un'attività stabile e che, nel tempo prossimo, dovrà essere aumentata enormemente. Perchè con la esternalizzazione risparmierà sì 3.500.000 Euro, come ha detto, ma con quali effetti sulla produzione, questo non l'ha detto.
Ed ora:
- dei 280 che restano a popolare ed ingolfare gli uffici - non parliamo dei tecnici, naturalmente - di quelli, che si fa ora che il teatro è stato svuotato delle masse artistiche?Con quelli si ha un atteggiamento di rispettosa tolleranza, di attenzione maggiore, perché espressione delle numerose invasioni del teatro, ad opera dei vari amministratori succedutisi alla dirigenza?
-la stagione quando inizia?
-gli spettacoli, da ora fino a gennaio, se salta l'Aida, e quando presumibilmente potrebbe prendere il via la stagione con l'orchestra esterna, chi li fa? si ricorrerà per le numerose serate di balletto programmate a registrazioni, presentando le coreografie senza orchestra in buca?
- e agli artisti scritturati da ora fino a quando si decideranno a far partire ' la nuova stagione della grande opera a roma' - verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere! - che si dice: cancelliamo questi contratti e ve ne faremo, per compensare la cancellazione unilaterale e senza vostra colpa, degli altri in futuro: ci impegnamo a farlo. Chi potrà più credere agli amministratori che in qualche giorno hanno mandato a casa in blocco orchestra e coro?
- e l'orchestra e coro licenziati in blocco che fanno? staranno fermi? o andranno dal giudice a chiedere giustizia, pur ammettendo le loro colpe fra le quali , principalmente, quella di aver tirato troppo la corda, fino a farla spezzare, e l' incapacità di valutare preventivamente quali effetti il loro comportamento intransigente, opposto a quello altrettanto intransigente e dunque anch'esso colpevole di Fuortes, avrebbe potuto produrre?
- l'Opera di Roma si ritroverà fra breve la stessa orchestra e coro, ma come esterna, impossibilitata a dire qualunque cosa, dopo aver firmato un contratto di prestazioni? Sarà così facile come Fuortes farebbe prevedere?
-perchè nel frattempo non si annuncia che a fine anno, comunque, Fuortes e Vlad vanno a casa, il primo per incapacità di gestire l'emergenza se non con il disastro peggiore del male ; il secondo perchè al soldo e al seguito di Muti che ora non c'è più e che, verosimilmente, a Roma come a Milano, non tornerà più a dirigere?
-e tutti i collaboratori che avevano un solo compito : essere ripagati perchè protetti da qualcuno cui avevano reso servizi di vario genere, che si aspetta a mandarli tutti a casa? Si aspetta che scada il loro contratto? Ma perchè l'orchestra, invece, si può mandare a casa con una decisione presa da quattro...? Il teatro crolla ma quelli continuano ad essere forraggiati. Vergogna su vergogna.
E poi.
Tornando indietro a Caracalla, sulla cui stagione estiva molte cose sono state dette, abbiamo appreso, leggendo il comunicato della vittoria di Fuortes - lo stile è quello del suo predecessore - che i posti della vasta platea sono stati portati a 4000, mentre erano prima 3500 (noi sapevamo che erano 3000 e sono stati portati a 3500 : come abbiamo letto durante l'estate su tutti i giornali, e il Teatro come il Campidoglio non hanno mai sentito la necessità di ribattere per precisare) che con tutti gli 'esaurito' della stagione, sbandierati ad ogni recita, ma sicuramente in numero molto inferiore a quello che il tono trionfalistico del teatro voleva dar da bere, hanno prodotto in più soltanto 200.000 Euro. E del resto, pur togliendo le serate finite a schifio, sempre una ventina ne restavano, che con una platea a 4000 posti avrebbero dovuto avere più o meno una ottantina di mila di spettatori, ed invece ne hanno avuto poco sopra le 50.000 unità. Allora dove sta il trionfo della gestione di Fuortes, quella dell'Opera 'aperta'? altro bello slogan che si potrebbe completare, alla romana, con : aperto come una cozza!
A spiegare quali sono gli orizzonti 'operistici' e di 'spettacolo' di Fuortes valga il suo panegirico nei confronti della 'Carmen' con l'Orchestra di Piazza Vittorio. E' l'espressione esatta della cultura di Fuortes, targata auditorium.
Infine.
La faccenda abbonamenti e sponsor. Gli abbonamenti andavano a gonfie vele fino all'altro ieri, ha dichiarato Fuortes e Marino ha sottoscritto. Ed, invece, a distanza di due giorni, si apprende che gli abbonamenti stanno al palo; e che gli sponsor sono andati via ( Camera di Commercio). Ma non certo per gli ultimi avvenimenti, bensì perchè gli sponsor all'Opera di Roma non sono mai arrivati nè sotto la gestione Alemanno nè sotto Marino. Perchè? Marino come Fuortes non se lo chiedono?
Molti aspetti di questa tragedia romana meritano ancora di essere chiariti.
Non si poteva dire ai 182 componenti: signori, oggi rifondiamo l'orchestra, audizioni per tutti, il nuovo organico sarà di... con un nuovo contratto collettivo - l'integrativo lo discutiamo subito ora - sia detto chiaramente ancor prima di ricominciare che le indennità sulle quali tutti i giornali puntualmente, e giustamente, ironizzano, vanno cancellate.
Fuortes non capisce che orchestra e coro fuori o dentro non sono la stessa cosa per una istituzione che ha un'attività stabile e che, nel tempo prossimo, dovrà essere aumentata enormemente. Perchè con la esternalizzazione risparmierà sì 3.500.000 Euro, come ha detto, ma con quali effetti sulla produzione, questo non l'ha detto.
Ed ora:
- dei 280 che restano a popolare ed ingolfare gli uffici - non parliamo dei tecnici, naturalmente - di quelli, che si fa ora che il teatro è stato svuotato delle masse artistiche?Con quelli si ha un atteggiamento di rispettosa tolleranza, di attenzione maggiore, perché espressione delle numerose invasioni del teatro, ad opera dei vari amministratori succedutisi alla dirigenza?
-la stagione quando inizia?
-gli spettacoli, da ora fino a gennaio, se salta l'Aida, e quando presumibilmente potrebbe prendere il via la stagione con l'orchestra esterna, chi li fa? si ricorrerà per le numerose serate di balletto programmate a registrazioni, presentando le coreografie senza orchestra in buca?
- e agli artisti scritturati da ora fino a quando si decideranno a far partire ' la nuova stagione della grande opera a roma' - verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere! - che si dice: cancelliamo questi contratti e ve ne faremo, per compensare la cancellazione unilaterale e senza vostra colpa, degli altri in futuro: ci impegnamo a farlo. Chi potrà più credere agli amministratori che in qualche giorno hanno mandato a casa in blocco orchestra e coro?
- e l'orchestra e coro licenziati in blocco che fanno? staranno fermi? o andranno dal giudice a chiedere giustizia, pur ammettendo le loro colpe fra le quali , principalmente, quella di aver tirato troppo la corda, fino a farla spezzare, e l' incapacità di valutare preventivamente quali effetti il loro comportamento intransigente, opposto a quello altrettanto intransigente e dunque anch'esso colpevole di Fuortes, avrebbe potuto produrre?
- l'Opera di Roma si ritroverà fra breve la stessa orchestra e coro, ma come esterna, impossibilitata a dire qualunque cosa, dopo aver firmato un contratto di prestazioni? Sarà così facile come Fuortes farebbe prevedere?
-perchè nel frattempo non si annuncia che a fine anno, comunque, Fuortes e Vlad vanno a casa, il primo per incapacità di gestire l'emergenza se non con il disastro peggiore del male ; il secondo perchè al soldo e al seguito di Muti che ora non c'è più e che, verosimilmente, a Roma come a Milano, non tornerà più a dirigere?
-e tutti i collaboratori che avevano un solo compito : essere ripagati perchè protetti da qualcuno cui avevano reso servizi di vario genere, che si aspetta a mandarli tutti a casa? Si aspetta che scada il loro contratto? Ma perchè l'orchestra, invece, si può mandare a casa con una decisione presa da quattro...? Il teatro crolla ma quelli continuano ad essere forraggiati. Vergogna su vergogna.
E poi.
Tornando indietro a Caracalla, sulla cui stagione estiva molte cose sono state dette, abbiamo appreso, leggendo il comunicato della vittoria di Fuortes - lo stile è quello del suo predecessore - che i posti della vasta platea sono stati portati a 4000, mentre erano prima 3500 (noi sapevamo che erano 3000 e sono stati portati a 3500 : come abbiamo letto durante l'estate su tutti i giornali, e il Teatro come il Campidoglio non hanno mai sentito la necessità di ribattere per precisare) che con tutti gli 'esaurito' della stagione, sbandierati ad ogni recita, ma sicuramente in numero molto inferiore a quello che il tono trionfalistico del teatro voleva dar da bere, hanno prodotto in più soltanto 200.000 Euro. E del resto, pur togliendo le serate finite a schifio, sempre una ventina ne restavano, che con una platea a 4000 posti avrebbero dovuto avere più o meno una ottantina di mila di spettatori, ed invece ne hanno avuto poco sopra le 50.000 unità. Allora dove sta il trionfo della gestione di Fuortes, quella dell'Opera 'aperta'? altro bello slogan che si potrebbe completare, alla romana, con : aperto come una cozza!
A spiegare quali sono gli orizzonti 'operistici' e di 'spettacolo' di Fuortes valga il suo panegirico nei confronti della 'Carmen' con l'Orchestra di Piazza Vittorio. E' l'espressione esatta della cultura di Fuortes, targata auditorium.
Infine.
La faccenda abbonamenti e sponsor. Gli abbonamenti andavano a gonfie vele fino all'altro ieri, ha dichiarato Fuortes e Marino ha sottoscritto. Ed, invece, a distanza di due giorni, si apprende che gli abbonamenti stanno al palo; e che gli sponsor sono andati via ( Camera di Commercio). Ma non certo per gli ultimi avvenimenti, bensì perchè gli sponsor all'Opera di Roma non sono mai arrivati nè sotto la gestione Alemanno nè sotto Marino. Perchè? Marino come Fuortes non se lo chiedono?
Molti aspetti di questa tragedia romana meritano ancora di essere chiariti.
sabato 19 aprile 2014
Caracalla modello Auditorium
L'avevamo detto. Alla fine anche al lucidissimo Fuortes si sarebbero confuse le idee, tenendo i piedi in troppe scarpe contemporaneamente. Quando sta all'Opera programma come se stesse all'Auditorium o al festival di Tivoli, e forse anche viceversa, in taluni casi - perchè nell'uno come nell'altro e nel terzo regno di sua competenza, i fidatissimi consiglieri sono gli stessi ed hanno forse perso la bussola come il loro capo, o forse non riescono a vedere le singole specificità.
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
Fermiamoci sull'Opera. E' stato presentato, a due mesi dall'avvio della stagione estiva - troppo tardi! - il programma di Caracalla., secondo il sindaco Marino un 'must'- che avrà voluto dire?
La platea verrà ampliata. Sì, no, stiamo vedendo. naturalmente i giornali fedelissimi del Fuortes passano sopra queste quisquilie: 3500 posti o 5000 fa lo stesso. Non si sa se la platea potrà essere ampliata, e soprattutto occorrerà prima di tutto pensare a riempire i posti disponibili che sembrano pochi - e lo sarebbero se l'Opera sapesse programmare - ma che l'anno scorso non si riempivano ogni sera, nonostante che i giornali amici della precedente gestione gridassero ogni sera al 'tutto esaurito'. Se facciamo bene i calcoli, a fine stagione noi dovremmo avere all'incirca 3500 biglietti venduti, ogni sera per 25 serate (ci sembrano numericamente le stesse della passata stagione, anche se 'Il messaggero' titola che sono aumentate le repliche!)
A fine stagione si dovrebbero avere più o meno 87.000 biglietti venduti. L'anno scorso se ne vendettero al di sotto dei 50.000, anzi più vicino ai 40.000, segno evidente che i sbandierati 'tutto esaurito' non ci sono mai stati, in barba ai bollettini di vittoria dei giornali amici.
Ma temiamo che la stessa cosa accada quest'anno, perchè anche Fuortes sembra convinto che Caracalla debba diventare qualcosa di diverso da ciò che è sempre stato, e cioè la più affascinante e monumentale platea operistica popolare all'aperto.
L'anno scorso il Vlad propose anche alcune seratine di quelle chic ( Purcell e Cappelli, autore della pièce su Kleiber, per complessivi 2000 spettatori in tutte le repliche dei due spettacoli!). Quest'anno il duo Fuortes-Vlad, e consiglieri di Fuortes, come fossimo all'Auditorium, propongono l'Orchestra di Piazza Vittorio in una rivisitata 'Carmen', che fino a qualche giorno prima s'è potuta vedere nella edizione bizettianna, al chiuso del Costanzi. Si sono,poi, alcune serate con il Balletto di Tokio, in coreografie che recano la firma di Béjart; una serata di gala con Bolle, e alla fine per una quindicina di giorni l'alternanza di 'Bohème' e 'Barbiere' , due nuovi allestimenti, per uno dei quali il direttore, Fuortes lo importa dal suo ex Petruzzelli - come Pereira che alla Scala pensa a Salisburgo?
La programmazione ci fa pensare che ambedue gli artefici non amino l'opera italiana - che, guarda caso, gli stranieri che vanno a Caracalla, e sono tantissimi, amano sinceramente ed intensamente - e che se dipendesse esclusivamente da loro, a Caracalla farebbero altro. Per Fuortes esattamente quello che fa all'Auditorium ed a Tivoli, e forse la cosa andrebbe bene anche al Vlad. E così finalmente si avrebbe un solo, unico, festiVAl a Roma e provincia.
Non abbiamo volutamente toccato il capitolo prezzi dei biglietti alle terme. Qualcuno ci dovrebbe spiegare come possono gli italiani normali - non quelli che si vedono nelle prime file a Caracalla e che solitamente sono invitati o portoghesi - a pagare niglietti che vanno da 40 a 130 Euro circa. Noi, se dovessimo pagare non ci andremmo, perchè ora non potremmo permettercelo. Per ora non ci andiamo comunque, perchè l'elegante Arriva, che con i giornalisti non allineati non è stato mai tenero ( non gli hanno ancora detto che il mondo è cambiato!) a noi non manda più neanche i comunicati - ma anche di quelli possiamo fare a meno, come di lui - per farci scontare il peccato di lesa maestà, che sarebbe quella di Catello. Che ridere!
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giovedì 16 gennaio 2014
Emma Dante: poesia ed impegno civile
Emma Dante alla sua seconda regia lirica, dopo 'Carmen' alla Scala. Curerà lo spettacolo dell'opera 'Feuersnot' di R.Strauss che apre la stagione del Massimo di Palermo, con la direzione musicale di Gabriele Ferro che, da qualche anno, dopo anni bui, è tornato in auge sul podio, e non solo nella sua Palermo.
In una intervista al Corriere ( a firma Giuseppina Manin) che riprendiamo per l'interesse della sua visione, dichiara, a proposito della 'favola' ambientata nella notte di san Giovanni, nella quale Strauss celò volutamente una invettiva contro i suoi concittadini monacensi per la loro assai scarsa attenzione nei confronti della sua opera, che è "un atto di accusa molto attuale vista la scarsissima attenzione che abbiamo per il nostro patrimonio musicale. Così in quei fuochi del solstizio d'estate io farò ardere, simbolicamente, una catasta di strumenti e di spartiti. A denuncia di come stanno andando le cose nei nostri teatri, di come questo Paese stia bruciando nell'indifferenza generale la sua musica e la sua cultura". ( Ha fatto la stessa cosa il nuovo direttore del conservatorio casella dell'aquila - musicista notissimo e democratico nato oltre che eccelsa personalità del mondo della cultura: Piermarini il suo nome - quando ha vietato la pubblicazione di un numero di Music@, bimestrale edito da otto anni dal conservatorio, contenente saggi e scritti di notevole valore, per il disprezzo nei confronti della cultura).
E spiega: "Strauss scrisse il 'Feuersnot' per vendicarsi delle delusioni artistiche. E' lui il mago Kunrad beffato dalla ragazza che ha osato baciare, lui che per ripicca spegne i fuochi della festa. Una figura in cui mi identifico anch'io. Anch'io non ho mai avuto un rapporto facile con la mia città.E ora, che finalmente mi permettono di entrare nel suo tempio lirico, ne approfitto per dire quel che penso:Sulla cultura falciata dai tagli, sul rattrappimento dei talenti. Oggi nessuno può più sperimentare e osare nulla: bisogna solo fare cassa, essere prevedibili ed omologati. I teatri sono in ginocchio. Anzi in mutande.Come i miei danzatori impegnati in un tragico valzer". Brava Emma!
In una intervista al Corriere ( a firma Giuseppina Manin) che riprendiamo per l'interesse della sua visione, dichiara, a proposito della 'favola' ambientata nella notte di san Giovanni, nella quale Strauss celò volutamente una invettiva contro i suoi concittadini monacensi per la loro assai scarsa attenzione nei confronti della sua opera, che è "un atto di accusa molto attuale vista la scarsissima attenzione che abbiamo per il nostro patrimonio musicale. Così in quei fuochi del solstizio d'estate io farò ardere, simbolicamente, una catasta di strumenti e di spartiti. A denuncia di come stanno andando le cose nei nostri teatri, di come questo Paese stia bruciando nell'indifferenza generale la sua musica e la sua cultura". ( Ha fatto la stessa cosa il nuovo direttore del conservatorio casella dell'aquila - musicista notissimo e democratico nato oltre che eccelsa personalità del mondo della cultura: Piermarini il suo nome - quando ha vietato la pubblicazione di un numero di Music@, bimestrale edito da otto anni dal conservatorio, contenente saggi e scritti di notevole valore, per il disprezzo nei confronti della cultura).
E spiega: "Strauss scrisse il 'Feuersnot' per vendicarsi delle delusioni artistiche. E' lui il mago Kunrad beffato dalla ragazza che ha osato baciare, lui che per ripicca spegne i fuochi della festa. Una figura in cui mi identifico anch'io. Anch'io non ho mai avuto un rapporto facile con la mia città.E ora, che finalmente mi permettono di entrare nel suo tempio lirico, ne approfitto per dire quel che penso:Sulla cultura falciata dai tagli, sul rattrappimento dei talenti. Oggi nessuno può più sperimentare e osare nulla: bisogna solo fare cassa, essere prevedibili ed omologati. I teatri sono in ginocchio. Anzi in mutande.Come i miei danzatori impegnati in un tragico valzer". Brava Emma!
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