Goebbels e quel pianoforte suonato da Zaderackij

Rivoluzionario e politico sovietico di origine polacca, Feliks Dzeržinskij è noto principalmente per essere stato il fondatore e primo responsabile della Čeka, la famigerata polizia segreta bolscevica istituita nel dicembre 1917 per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio nei territori dell’ormai polverizzato Impero russo. Soprannominato Železnyj Feliks (Feliks uomo di ferro) per la sua inflessibile devozione alla causa, Dzeržinskij fu l’organizzatore del più imponente apparato repressivo sovietico durante la Guerra civile in Russia.
Durante le fasi finali del conflitto sul fronte meridionale, la sua esistenza si incrociò con quella del compositore ucraino Vsevolod Petrovič Zaderackij (foto 1), già docente di pianoforte del figlio dello zar ed erede al trono Aleksej Romanov. Dal 1918 al 1920 Zaderackij combatté nella Guerra Civile Russa ma dalla parte del Movimento Bianco nelle fila dell’Esercito Volontario Russo guidato dal generale Denikin.
A causa della sconfitta delle truppe di Denikin, moglie e figlio di Zaderackij guadagnarono il porto di Novorossijsk sul Mar Nero insieme a parenti degli ufficiali del Movimento Bianco per espatriare e salvarsi la vita; Zaderackij, in ritirata con le truppe di Denikin, fu fatto prigioniero dalle truppe dell’Armata Rossa e condannato a morte mediante fucilazione con gli altri ufficiali.
Condotto in una villa padronale confiscata dall’Armata Rossa e adibita a quartiere generale temporaneo dei bolscevichi, il caso volle che nella sala centrale della villa dove furono ammassati gli ufficiali di Denikin in attesa di essere fucilati ci fosse un bel pianoforte a coda; la notte prima della fucilazione Zaderackij suonò il pianoforte per tutta la notte mentre il capo della ČekaDzeržinskij alloggiava al piano superiore della villa intento a firmare ordinanze e decreti di esecuzione capitale.
A una certa ora della notte Dzeržinskij (noto per essere un estimatore musicale) chiese incuriosito chi stesse suonando a pianterreno, le guardie gli risposero che era il musicista Zaderackij; il mattino seguente Zaderackij fu separato dagli altri ufficiali, sul documento di custodia Dzeržinskij scrisse di suo pugno “Sohranit’ žizn’, naznačit’ mesto žitel’stva” (salvare la vita, assegnare un luogo di residenza), gli risparmiò la vita e gli consegnò un salvacondotto per raggiungere il confino a Rjazan’.
Tra aprile e maggio 1940, su proposta di Lavrentij Berija approvata da Stalin, la polizia sovietica si rese responsabile dell’uccisione di 22.000 cittadini polacchi internati dopo l’invasione sovietica della Polonia del settembre 1939 e scelti tra ufficiali dell’esercito polacco, poliziotti, medici, sacerdoti; le vittime furono eliminate con colpi di pistola alla nuca all’altezza della prima vertebra cervicale o dell’osso occipitale utilizzando prevalentemente pistole semiautomatiche Walther PPK di fabbricazione tedesca (sia per l’efficienza meccanica che per sviare successive responsabilità) e seppellite in fosse comuni presso la foresta di Katyn’, Mednoe e Pjatychatky.
Allo scoppio della guerra il sottotenente musicista e compositore polacco Roman Władysław Belohlavek (foto 2) fu richiamato in servizio ma a seguito dell’aggressione sovietica fu catturato e internato presso il campo di verifica di Kozel’sk: il 5 marzo 1940 fu inserito nella lista di liquidazione della polizia segreta sovietica e condotto presso la loro sede di Smolensk. Morì il 7 aprile 1940 mediante colpo di pistola alla nuca presso la foresta di Katyn’, nel 1943 la salma fu identificata durante le esumazioni condotte dalle truppe tedesche.
La musica non salva la vita ma nei momenti più drammatici della Storia offre agli uomini la possibilità di salvarne altri; accadde durante la Seconda guerra mondiale al chazan transilvano Shlomo Katz dopo aver intonato un meraviglioso canto prima di essere fucilato e scaraventato nella fossa comune (l’ufficiale tedesco che lo salvò lo condusse la sera stessa al circolo ufficiali per farlo cantare e al mattino gli diede una bicicletta per farlo fuggire) ma non salvò i musicisti ebrei del lager leopolino di Janowska, giustiziati con un colpo alla nuca dai Trawniki-Männer mentre suonavano in circolo.
La Germania nazionalsocialista perse disastrosamente la guerra, l’Unione Sovietica stalinista si sciolse come neve al sole il giorno dopo la morte di Stalin. Goebbels, invece, ha vinto alla grande.
Ha vinto la malainformazione, la storia riscritta in bella copia che ha fatto scomparire dai libri di storia la catastrofe dei gulag e l’ecatombe umanitaria che si consumò in Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale; hanno vinto le fake news spacciate per indiscutibili notizie giornalistiche mantecate nell’olio della propaganda ideologica, hanno vinto i mistificatori patentati del 7 ottobre degni del grande stregone del Reich che trasformava in vero tutto ciò che era falso e viceversa.
Chi o cosa ci salverà dai nuovi figli e figliastri di Goebbels?
Come sempre, la musica, unico fenomeno atmosferico più solido della roccia nonché impossibile da pilotare, edulcorare, truccare e la produzione musicale di ghetti, lager e gulag è lì a documentazione e difesa a oltranza contro riduzionismi e negazionismi di varia natura.
“Dimenticare lo sterminio fa parte dello sterminio”, scrisse il regista franco-svizzero Jean-Luc Godard: sta letteralmente accadendo sotto i nostri occhi eppure tutto cesserà allorquando un uomo si accorgerà che al piano di sotto un altro uomo sta suonando al pianoforte.
In quel preciso istante, ci salveremo la vita.
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