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lunedì 12 marzo 2018

Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.

Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.

E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di  direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a  Roberto Abbado (Valencia),  e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua  improvvisa notorietà?

E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè  che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.

La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala,  ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti.  Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.

 Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato'  e soprattutto di 'affermazione' all'estero:  Amsterdam e poi Lipsia.

 Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per  scorrazzare anche per l'Italia).

Rustioni così facendo, ha  indirettamente  voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito.  Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema.  Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.

sabato 27 gennaio 2018

Pizzarotti a Parma. Il primo sindaco cinquestelle attento al festival musicale della sua città

Una eccezione del tutto casuale? Sì, una bella  eccezione, poco importa se casuale, quella del Festival Verdi di Parma, nel panorama politico italiano dove festival, soprattutto musicali, si chiudono, si distruggono... mai che ne nasca uno nuovo. Anche se, c'è da considerare che la città di cui parliamo ha una vocazione musicale ed una storia che non possono non avere il loro peso. Verdi, Toscanini... tanto per fare due soli nomi.

Quando, dopo l'uscita della coppia Fontana-Arcà da Parma,  avevamo tante ragioni per nutrire dubbi sulla rinascita del Festival Verdi, che anche loro non erano riusciti a fare, in ragione della  scarsa caratura dei nuovi reggitori voluti da Pizzarotti, ed ancora l'altro ieri ne abbiamo manifestati a proposito dell'ininfluente Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma che il sindaco ha voluto affidare alle mani -   poco esperte  musicalmente e musicologicamente, mentre politicamente e diplomaticamente abilissime - di Nicola Sani, non potevamo immaginare che l'arrivo di Roberto Abbado alla direzione del festival avrebbe potuto avviare la sua rinascita. Come dimostra chiaramente, anche per i tempi ma soprattutto per i contenuti, la diffusione del programma della edizione 2018 del prossimo autunno.

A proposito della quale non può sfuggire la composizione del Comitato scientifico( che abbiamo riprodotto nel post precedente, prendendolo da 'Opera Click'), nel quale c'è un 'casino' di direttori, tutti membri arcititolati ma prima ancora direttori di dipartimenti e di istituti musicologici di un certo rilievo. C'è perfino un rappresentante di una nuova pubblicazione verdiana estera, edita dall'Università di Berna,'Verdi Perspektiven', sorta dopo la diaspora di buona parte di musicologi verdiani facenti capo all'Istituto di Parma, che hanno deciso di andar via da Parma e ritrovarsi a Berna dopo l'arrivo di Nicola Sani e della sua corte, poco verdiana.

 Nel Comitato c'è anche una longa manus dell'Istituto verdiano di Parma, questa volta 'femminile', rappresentata da Alessandra Carlotta Pellegrini,  direttrice scientifica a Parma, per grazia di Sani, sulla cui naturale incompetenza in fatto di studi verdiani nessuno ha mai nutrito dubbi. Lei viene indicata come  direttrice scientifica della edizione critica di carteggi e documenti. Perciò ininfluente, e solo per salvare la faccia (Pizzarotti non poteva ignorare l'Istituto che è, come il festival, affidato alla sua responsabilità di amministratore, almeno per salvare la faccia). Nulla a vedere con le edizioni critiche delle opere che, per il Festival Verdi , sono affidate a  musicologi di altra provenienza e di più nota caratura scientifica, con la benedizione di casa Ricordi. 
(Detto fra noi, se fossimo stati al posto di Sani, della Pellegrini e di qualche altro membro di quella corte dei miracoli, dopo tutte le critiche feroci rivoltegli, ci saremmo dimessi. Loro no, perché  hanno la faccia tosta - ma nelle aule universitarie dove in insegna a parlar forbito, direbbero: la faccia come il c... 

 Ma c'è anche un altro appunto da fare, questo a Roberto Abbado che, per le edizioni critiche si avvale della consulenza di Ricordi e del suo staff musicologico ed organizzativo, alla stessa maniera con cui Riccardo Chailly  fa con le opere di Puccini, per le cui edizioni non si avvale di quelle edite dalla Fondazione Puccini italiana - che a differenza di quella verdiana di Parma,  raggruppa  il fior fiore dei musicologi pucciniani. Nel caso di Puccini siamo di fronte all'ennesimo scandalo. lo Stato finanzia l'edizione critica delle opere del musicista, il massimo teatro italiano non  si serve di  quelle edizioni. E così di edizioni delle opere pucciniane ne avremo per ogni titolo un paio.

Certo Roberto Abbado vuol dire Ricordi, e forse Ricordi non ha buoni rapporti con l'Istituto Nazionale di Studi Verdiani, sebbene anni fa abbia pubblicato l'edizione critica di Traviata, effettuata da un musicologo di quell'Istituto,  Fabrizio Della Seta, ai tempi della presidenza Petrobelli. Perciò  anche sotto il cielo verdiano di Parma, come sotto quello pucciniano di Torre del Lago - o Lucca, se si preferisce - la confusione è grande!  
Ora, dopo la morte di Simonetta Puccini, si spera che quel Comitato di gente competente non avrà più le mani legate e potrà proseguire il suo lavoro di ricerca, col solo intento di offrire al mondo l'immagine più autentica del musicista e delle sue opere. E forse Chailly ed anche casa Ricordi cambieranno fornitore.

martedì 16 gennaio 2018

Gianandrea Noseda, musicologo, studioso di Puccini, presenta la VERA (?) TURANDOT secondo Puccini

Questa sera, al Teatro Regio di Torino, va  in scena Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Gianandrea Noseda.

 Torino, dopo il successo 'di clamore'  per il finale mutato, anzi stravolto, della Carmen fiorentina, definita da tutti una vera IDIOZIA, si appresta a dire la sua sulla Turandot di Puccini che, a differenza dell'opera di Bizet, sembra avere tuttora aperti alcune interrogativi, ai quali Noseda, dal podio, intende dare personalissima  risposta, sperando in analogo chiasso mediatico. Al quale una giornalista di Repubblica cerca di dare una mano.

Noseda non intende mutare il finale di Turandot, che semplicemente non c'è, ma  troncare la rappresentazione laddove, per sopraggiunta morte del compositore, Turandot restò incompiuta.  Ricusando, di conseguenza, i 'finali'  affidati a due compositori, a distanza di molti anni l'uno dall'altro. A Franco Alfano, all'epoca della 'prima' scaligera, e cioè nel 1926 - Puccini era morto nel 1924 -  e la seconda a Luciano Berio all'inizio degli anni Duemila - far notare timidamente che il nuovo finale di Berio serviva a non far cadere la protezione del diritto d'autore su un'opera rappresentatissima, è solo pura cattiveria, anzi totale idiozia?

Val la pena riflettere sulla conclusione della composizione e della prima rappresentazione di Turandot.

Puccini  ai primi di novembre del 1924,  affetto da cancro alla gola, si decide a partire per Bruxelles per farsi curare ed operare da un celebre medico. Alla viglia della partenza, scrive all'amico Riccardo Schnabl: " Elivra è troppo in tocchi per intraprendere il lungo viaggio... e Turandot? Mah! Non averla finita quest'opera mi addolora. Guarirò? Potrò finirla in tempo? E' già pubblicato il cartellone della Scala" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).

Si sa come andò a finire. Il 29 novembre Puccini muore a Bruxelles, e con la sua scomparsa, sfuma il completamento della Turandot, al quale il musicista teneva. Forse, avrebbe  anche deciso anche di  finire con la morte di Liù, ma nessuno può dirlo. Neanche Gianandrea Noseda, che si appresta ad adottare tale soluzione esecutiva che ha un unico precedente, quello della 'prima' diretta da Toscanini.

" Il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano viene presentata la Turandot, completata da Franco Alfano. Dopo la morte di Liù, a sipario alzato, nel silenzio generale, Toscanini, evidentemente commosso, si girò verso il pubblico e disse: ' Qui finisce l'opera lasciata incompiuta dal Maestro, perché a questo punto il Maestro è morto'. Il sipario calò, Toscanini lasciò il podio, il pubblico si levò in piedi, e nella sala del Piermarini, si udì una voce gridare: Viva Puccini! L'opera con il finale scritto da Alfano, venne eseguita solo a partire dalla recita successiva" (da Giacomo Puccini, sonatore del Regno, edizioni Clichy, 2016).

 (Una annotazione, anzi due, di carattere linguistico. Prima annotazione. A proposito della 'prima' scaligera, Leonetta Bentivoglio, che l'ha evocata nel suo articolo di sostegno alla soluzione proposta dal Noseda 'musicologo e studioso pucciniano', scrive che quella prima scaligera ebbe luogo con la conduzione di Toscanini. Come si vede una novità assoluta nella linguistica 'direttoriale'  nella quale già altre volte la giornalista si è lanciata.
Seconda annotazione.Un nostro amico, economista di vaglia, musicologo e musicofilo per passione, in un suo recente articolo, ha scritto a proposito del direttore del titolo in programma questi giorni all'Opera di Roma, e cioè I masnadieri di Giuseppe Verdi, testualmente: Roberto Abbado alla bacchetta - come si legge spesso: Maurizio Pollini al pianoforte,  Mariella Devia alla voce, e banalità consimili. Che non si deve fare per non scrivere: direttore Roberto Abbado, come dio e la lingua italiana comanderebbero).

 Tornando alla Turandot sembrerebbe chiaro che Puccini, che si era fermato alla morte di Liù, stava riflettendo su come chiudere l'opera che con la morte della fanciulla aveva raggiunto l'apice emotivo ed anche musicale. Non aveva ancora trovato la soluzione, al sopraggiungere della morte imprevista,  ma alla ricerca di una soluzione sembrava intenzionato.

 Perciò Puccini  non la riteneva affatto conclusa, come il musicologo Noseda sembra pensare. Tant'è che sì 'era portato appresso la trentina di pagine della partitura' che sperava di completare a  Bruxelles durante l'eventuale convalescenza.

Sugli appunti di quelle ultime pagine lavorarono prima Alfano, su incarico dell'editore Ricordi, e anche Berio a distanza  di quasi settant'anni.
 E il fatto che  Toscanini alla prima dell'opera abbia terminato l'esecuzione/ rappresentazione  dove  e come sappiamo,  non deve autorizzare Noseda a fare altrettanto. Per due ragioni, semplicissime. Noseda non è Toscanini, e questo è persino una ovvietà, e poi il 16 gennaio 2018, oggi, non è il 25 aprile del 1926, quando ebbe luogo la celebre, storica 'prima'.

 Infine, mettere fra parentesi la lunga tradizione esecutiva con il finale (secondo) di Alfano, iniziata nelle repliche successive alla 'prima' del 1926,  mai interrotta, e che neppure la ricostruzione di Berio è riuscita a scalzare (ad oggi sembra essersene avvalso quasi esclusivamente Riccardo Chailly), è solo puro arbitrio. Ed anche mania di protagonismo. Come altre volte, e su altri capolavori della storia della musica lasciati, per sopraggiunti casi di crudele destino, incompiuti - pensiamo al Requiem mozartiano -  ci è capitato di leggere: Anche in quel caso, il finale confezionato dall'amico allievo,  mai nessuno  è riuscito a scalzare, e nessuno ha proposto  l'esecuzione dell'opera così come fu lasciata incompiuta.

Noseda ci sembra intenzionato a far parlare di sè con questa inutile soluzione. Infatti, interrogato dalla giornalista Bentivoglio sull'operazione di 'falsificazione' del finale di Carmen a Firenze,  guizza via come un'anguilla: " sarebbe ingiusto dare pareri su uno spettacolo cui non ho assistito...ogni strada interpretativa va contestualizzata". E prosegue, pro domo sua:" Applico il rispetto dell' originale a Turandot (come mai  non l'ha invocato a proposito della Carmen fiorentina, ndr), in quanto i  nuovi finali non funzionano (benché abbiano funzionato per un secolo circa, avallati da molti autorevoli interpreti e studiosi, ndr), ma ciò non significa che si debba assumere quel criterio come norma totalizzante. Spesso noi direttori non facciamo quanto sta scritto in partitura, sorvolando sui tempi metronomici o sulle dinamiche richieste dall'autore. Senza però che il pubblico se ne renda conto".

Noseda, Lei si rende conto che la mancata osservanza di tempi  e dinamiche, come prescritte dal compositore, alla  quale Lei si appella, e che apparterrebbe alla cosiddetta 'libertà dell'interprete, è cosa ben diversa dal cambiare il finale di un'opera al punto che l'assassino diventi vittima, e la vittima dell'opera assassina? Di questo capovolgimento/tradimento anche il pubblico di Firenze s'è accorto, mentre Lei nicchia.















giovedì 28 dicembre 2017

Riccardo Muti dal podio viennese del Concerto di Capodanno se la prende con il Concerto veneziano di Capodanno e con la Rai. L'arcitaliano fa l' antitaliano

 A domanda risponde. Maestro Muti,  la Rai antepose al suo precedente concerto viennese, nel 2004, il concerto dalla Fenice, alla prima edizione. Ora  tornando lei a Vienna, non poteva tornare sui suoi passi riproponendo su Rai 1 il suo concerto, e mandando su Rai 2 il Concerto veneziano?

E il Maestro risponde: "Bisogna chiederlo ai dirigenti Rai. Tra l'altro la prima volta volta della Fenice coincise, nel 2004, con il mio precedente concerto al Musikverein. I viennesi rimasero disorientati per il fatto che, con un direttore italiano, l'Italia per la prima volta compisse una scelta autartica. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, alla Rai ritengono sia giusto così. Certo il Concerto di Vienna è unico, non solo per la qualità dell' Orchestra ma perché quella musica a cavallo tra il sorriso e la lacrima fa parte di un periodo storico particolare e si adatta all'atmosfera del primo dell'anno, evocando desideri e sogni che non esistono in altri repertori. Non credo che i miei musicisti di Chicago sarebbero interessati al brindisi della Traviata o al Va' pensiero, e si sa quanto ami queste opere, ma con la fine dell'anno c'entrano poco".

 Cominciamo dal principio, perchè la storia del Concerto della Fenice la conosciamo bene, per filo e per segno, perché fin dall'inizio ce ne siamo occupati direttamente sempre, relativamente alla formulazione del programma, e spesso anche per altro, per conto della Rai.

 Sì, il primo Concerto di Capodanno  da Venezia, in diretta su Rai 1, coincise con il precedente impegno di Muti a Vienna; e Muti aveva diretto il concerto inaugurale della risorta Fenice, anche quello trasmesso in diretta, appena una decina di giorni prima del Capodanno 'italiano', che Muti definisce autartico.

Muti conosce le ragioni di quella iniziativa?  Eccole. La sig. Anna Elena Averardi, consulente per l'immagine del teatro veneziano,  ebbe l'idea di suggerire alla direzione di Rai 1 (Fabrizio Del Noce) di trasmettere da Venezia il Concerto di Capodanno. Nelle intenzioni della sig.ra Averardi, accolte da Dal Noce, c'era il desiderio di festeggiare la ricostruzione dello storico teatro veneziano, 'dov'era, com'era'. Il Concerto, diretto da Maazel, ebbe successo, superando, per share e telespettatori,  tutte le precedenti edizioni di quello viennese; e forse anche per tale manifesto gradimento, si decise di continuare - come si fa da quindici anni - a mandare in onda da allora, ininterrottamente, in diretta su Rai 1, il Concerto da Venezia, senza però cancellare quello da Vienna,  che viene trasmesso su Rai 2, subito dopo quello veneziano, a  partire dalle 13,30.

 Questa è la storia. Negli anni il concerto è stato diretto da importanti direttori: Maazel, Pretre, il quale dopo il concerto veneziano venne invitato per la prima volta a dirigere quello viennese, Masur, Gardiner, Roberto Abbado, Harding  e solo uno dei ricorrenti problemi di salute vietarono a Temirkanov di dirigerlo, sebbene  annunciato e sostituito all'ultimo minuto.

Nel tempo, noi, che oltre che sulla formulazione del programma siamo stati  spesso interpellati anche sulla scelta dei direttori e dei cantanti, abbiamo consigliato alcuni nomi, come ad esempio, per i direttori, quello di  Tony Pappano. Al quale però i dirigenti dell'epoca si rivolsero in giugno per il successivo dicembre. La risposta di Pappano fu ovvia e piccata: c'ho da fare tra Roma e Londra. Eravamo riusciti a convincere Cagli - con il quale allora avevamo buoni rapporti - a cedere per una  trasferta il suo direttore, adducendo come ragione che la visibilità della tv avrebbe giovato a Pappano, da poco in Italia.  E ne avevamo parlato anche con Pappano, del quale proprio in quegli anni stavamo scrivendo la biografia, ottenendone risposta affermativa, in linea di principio.
 Poi avendo spesso visto sul podio della Fenice Chailly, Chung, Gatti, avevamo consigliato al direttore artistico - l'attuale sovrintendente Ortombina - di invitarli. La risposta, sempre uguale. era: non verranno ( non verrebbero?). Senza dirci però se li aveva invitati. Lui dava per scontato che non sarebbero venuti. Perchè allora, quest'anno, Chung ha accettato?

 A dire la verità non  gli abbiamo mai chiesto di Muti, e perciò non possiamo dire se Ortombina l'abbia invitato e, se sì,  quale sia stata la sua risposta.

 Ora, dice Muti,  ma suggerisce Cappelli e avrebbe desiderato il 'politico ignoto' Giro, la Rai avrebbe dovuto in occasione del ritorno suo a Vienna, scalzare Venezia da Rai 1 e rimetterci il concerto viennese. Perché, lo spiega a suo modo: perchè lui è il massimo direttore italiano vivente, perchè i Wiener sono una delle più grandi orchestre, perchè il Concerto viennese è il più visto nel mondo, perchè il programma  del concerto viennese è più adatto di quello veneziano per un concerto di inizio d'anno. Insomma, dice Muti, napoletano, alla fine del suo ragionamento:  la Marcia di Radestzki è meglio del brindisi della Traviata.

E' qui che  non seguiamo più il maestro italiano. I valzer viennesi sono per  semplice tradizione programma del Concerto di Capodanno da Vienna ; nè più e nè meno di come i brani più popolari del nostro melodramma lo sono per il Concerto dalla Fenice, da quindici anni. Dunque non spiega  per quale ragione Rai 1 dovrebbe rinunciare a tale iniziativa che, per una volta, valorizza, in patria, il patrimonio musicale che il mondo ci invidia e al quale  Muti dichiara il suo particolare attaccamento ed apprezzamento.

Se  lo vuole qualche italiano, che Vienna cioè torni dov'era, su Rai 1, non è ragione sufficiente perchè non si dia ascolto a quei 4.400.000 telespettatori - quanti erano fino a quando noi ce ne siamo occupati, mentre ora sono scesi fino a quasi 3.600.000,  ma noi tuttavia speriamo che la discesa da quest'anno si fermi - che,  a rigor di cifra, sono stati sempre in numero maggiore di quelli che in ogni edizione hanno guardato ed ascoltato il Concerto da Vienna su Rai 1 e che ora possono seguirlo su Rai 2. Il passaggio da Rai 1 a Rai 2 non è da intendersi come DECLASSAMENTO, bensì come  semplice SPOSTAMENTO.

Se poi gli orfani di Vienna restano comunque insoddisfatti e inconsolabili, nulla vieta che, per manifesta ritorsione, si rechino a Vienna -  del resto alcuni anni fa  l'aveva fatto lo stesso Cappelli, come scrisse sul 'Corriere',  in compagnia ( buona quella!) di Catello De Martino, l'indimenticato sovrintendente del disastro all'Opera di Roma, al tempo di Riccardo Muti - e come potrebbe fare,  perchè i mezzi ce li ha,  anche Francesco Giro, ex sottosegretario alla cultura del Governo italiano che preferisce Vienna e la sua musica a Venezia ed alla musica italiana. Non si tratta di autarchia nella scelta italiana; mentre negli oppositori,  si tratta di  evidente stupido autolesionismo.

mercoledì 23 agosto 2017

Simona Barabesi licenziata dal Rossini Opera Festival. Forse è la ragione che potrebbe spiegare il silenzio della stampa nazionale sul festival pesarese

Nei giorni scorsi, come facciamo puntualmente da parecchi anni a questa parte, ci siamo occupati del Rossini Opera Festival, prendendo in esame il 'via libera' dato dalla papessa del giornalismo italiano, Natalia Aspesi, al festival rossiniano. La quale - sottolineavamo - per la prima volta, dopo molti anni, su Repubblica, non aveva tessuto l'annuale panegirico del sovrintendente Gianfranco Mariotti, eterno nel suo ruolo direttivo, e neppure la bontà della grande cena che ogni anno la famiglia Tittarelli organizza nella sua villa pesarese. Mentre s'era soffermata, lei milanese, a sottolineare il biondo 'tinto' dei capelli di Roberto Abbado, della celebre famiglia, come anche il suo braccio rotto che lo avrebbe costretto a dirigere con il restante braccio e il ciuffo di capelli, biondo tinto.

Il mancato panegirico di Mariotti rappresentava una assoluta novità. Ma non ne abbiamo approfondito le ragioni. Fino ad oggi quando, girando in rete, abbiamo scoperto (dal 'Resto del Carlino' l'unico giornale che vi ha fatto cenno lo scorso febbraio) che  Simona Barabesi, ufficio stampa del festival da trentatre anni, qualcuno in meno degli anni della sovrintendenza Mariotti, è stata licenziata, senza preavviso, a seguito di una lettera del democratico sindaco Ricci - che porta un cognome troppo impegnativo per poter scrivere alla fedele collaboratrice quella lettera di maniera.

 'Il modo m'offende', ha dichiarato la Barabesi che naturalmente aveva coscienza del fatto che non si può restare in un incarico per tutta la vita, e che un giorno o l'altro bisogna abbandonarlo. Non si può restare per tutta la vita come invece  accade al sovrintendente Mariotti, per il quale hanno fatto i salti mortali ( 'legislativi'. Lui è pensionato da tempo e non potrebbe più restare, specie se si aggiunge che ha un compenso annuo: la legge consente ai pensionati di lavorare gratuitamente e per un numero limitato di anni; e che tale compenso è abbastanza consistente :160.000 Euro, purché resti a Pesaro.

La stampa italiana ha fatto muro contro il festival, in favore della Barabesi? Sarebbe pretendere troppo dai critici musicali italiani. Tanta sensibilità non s'è vista mai nella stampa musicale italiana, ancor meno nella congrega dell'associazione del critici musicali, la quale se ne è  sempre bellamente fottuta di qualunque stranezza o irregolarità accadesse nel suo mondo.

Comunque snobbare il festival rossiniano è stata una decisione scellerata, basta che avessero dichiarato il disappunto per l'uscita di scena della Barabesi, per il modo.

Ciò che vale per la Barabesi, in età di pensione, non vale invece per il direttore dell'Ufficio stampa dell'Opera di Roma, messo lì dall'economista della cultura Carlo Fuortes. Il quale capo dell'ufficio stampa, Renato Bossa, due anni ai settanta, è in pensione dall'Accademia di Danza, dove insegnava 'storia della musica', e non potrebbe avere un incarico direttivo all'Opera di Roma - legge 'Madia' - peggio se retribuito.

Ci sarebbe anche da aprire un altro capitolo del libro delle irregolarità,  quello delle famiglie al potere, a partire dalla famiglia Fortuna che da oltre mezzo secolo è al vertice dell'Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma - prima l'ing. Oreste, il fondatore, dopo la guerra; poi sua moglie Lina, ed ora sua figlia Francesca.
Rimandiamo ad altra occasione la riapertura di questo altrettanto annoso capitolo del malcostume italiano. E restiamo al licenziamento - scostumato - ad opera di Matteo Ricci, non il grande gesuita maceratese, ma il povero sindaco pesarese, della Barabesi, per ragioni anagrafiche (età di pensione), le stesse ragioni che sempre a Pesaro non valgono per il sovrintendente Mariotti che in pensione c'è da prima della Barabesi ed a Roma, per il suo omologo all'Opera di Roma diretto da Fuortes.

domenica 22 gennaio 2017

Quanto contano gli astri? Dobbiamo prestar fede a Paolo Fox

Quando  osserviamo certi destini, talvolta sorprendenti dal punto di vista delle congiunzioni astrali, non ci viene di dare addosso a tutti quei telespettatori che il 1 gennaio scorso hanno subissato la Rai di telefonate e proteste, perché per cause di forza maggiore (uno 'speciale' sull'attentato terroristico a Istanbul), non era potuto andare in onda l'oroscopo di Paolo Fox, quello 'annuale', giacché lui ne fa uno ogni giorno, dal lunedì al venerdì, nell'ambito della trasmissione di Rai2, 'I fatti vostri'.
 Paolo Fox, al contrario di quanto pensano alcuni, non ha la testa fra le nuvole, quando ci racconta l'influenza degli astri sulla nostra vita. Meglio: sui destini degli uomini?

Ve lo spieghiamo. Molti anni fa, quando ci occupavamo  di pianoforti e pianisti - all'epoca eravamo direttori del noto mensile 'Piano Time' - ci impressionò constatare che tre fra i maggiori pianisti, allora viventi - mentre uno è poi defunto -  erano nati tutti nello stesso giorno, il 5 gennaio. E coincidenza su coincidenza, a distanza l'uno dall'altro di 11 anni. Nell'ordine Benedetti Michelangeli 1920, Brendel 1931 e Pollini 1942. La cosa ci incuriosì al punto che andammo a vedere  se qualche altro pianista  era nato undici anni dopo e cioè nel 1953, nello stesso giorno. La ricerca non ebbe esito. Dunque la sequenza dopo quella triade di grandissimi, s'era interrotta, o esaurita, se si preferisce.

 Un analogo episodio ci accadde alcuni anni fa, nostro interlocutore fu Roberto Abbado, in quei giorni a Venezia per il Concerto di Capodanno. Era il 28 o 29 dicembre e gli dicemmo, parlando, che avremmo, il 30, telefonato a Pappano, al quale ci legava amicizia -  non eravamo il suo primo biografo? -  per fargli gli auguri per il compleanno, che cadeva proprio il 30 dicembre (1959). A quel punto Roberto Abbado ci rivelò un'altra curiosa coincidenza. e cioè che anche lui era nato il 30 dicembre(1954),  e che c'era anche un altro noto direttore, Paavo Jarvi, nato anch'egli il 30 dicembre del 1962. La distanza , in anni, fra i tre direttori, era riavvicinata, ma non così perfetta come nei pianisti.

 Dunque Paolo Fox sarà felice nell'apprendere che esiste un giorno fausto per far nascere pianisti, che è il 5 di gennaio, ed uno per direttori, il 30 dicembre. Le stelle hanno ragione.

sabato 23 luglio 2016

Luigi Corbani e la vittoriosa 'eresia' dell' Orchestra sinfonica e coro 'Giuseppe Verdi' di Milano

Luigi Corbani, lo abbiamo scritto nei giorni scorsi, lascia, dopo 21 anni, la direzione generale de  l'Orchestra Verdi che egli ha fondato con Vladimir Delman e tenuto in piedi nonostante le mille difficoltà di tutti questi anni, fra le quali la principale,  imputabile al Ministero della cultura, che ha aspettato oltre due decenni, prima di riconoscerne il merito ed includerla fra le cosiddette ICO. Corbani, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano 'Italia oggi', s'è tolto dalle scarpe più di un sassolino, raccontando come quella 'eresia' di orchestra di giovani è stata finalmente riconosciuta e santificata.
 Assieme a Corbani ci sentiamo di vantare qualche piccolo, forse minimo merito  nella lunga travagliata storia della sopravvivenza della Orchestra Verdi. Noi la invitammo, qual orchestra 'RESIDENTE'  al Festival della Nazioni  di Città di Castello quando unica volta, nel 2004, avemmo la responsabilità della direzione artistica. E tale collaborazione 'di residenza' sarebbe continuata anche negli anni a venire se quattro notabili ( de che?)  che facevano il buono e cattivo tempo nel festival  di Castello, non ci avessero costretti ad abbandonare l'impresa, per lasciare loro campo libero( e sono ancora lì). Per noi, come anche per i giovani musicisti della Verdi, crediamo che quella esperienza  sia rimasta nel cuore. Il festival si aprì con una commovente ed intensa 'Petite messe' rossiniana diretta da Romano Gandolfi e si concluse non uno straordinario concerto sinfonico diretto da Roberto Abbado che ne assunse, generosamente, la responsabilità dopo che, con maniera che non abbiamo mai nè condiviso nè potuto giustificare in alcun modo, Chailly si chiamò fuori, già allora in conflitto con Corbani.

Dunque, tornando a Corbani, l'Orchestra che oggi riceve soltanto il 26% delle sue entrate dal finanziamento pubblico, contro la maggioranza delle istituzioni finanziate che ne ricevano il 35% o addirittura il 42% , è non solo sopravvissuta superando le infinite difficoltà, ma oggi si porta a modello di altre consimili imprese.
I suoi orchestrali - che OGNI MESE RICEVONO la BUSTA PAGA, val la pena rammentarlo mentre da altre parti si invoca la stagionalità, anzi l' intermittenza e l' instabilità del lavoro nello spettacolo dal vivo - costano mediamente 35.000 Euro annui, mentre un orchestrale di Santa Cecilia ne costa 72.000, più del doppio.  Vorrà dire qualcosa che non è un fatto di qualità, come si potrebbe supporre.
La programmazione della Verdi non conosce confini nè soste e non lamenta mancanza di pubblico, a differenza di ciò che fanno molte altre istituzioni, fra le quali una, addirittura, resterà chiusa per due mesi l'anno per  risalire la china del malaffare e della pessima amministrazione, e salvarsi dal fallimento: l'Arena di Verona.

Corbani non manca di accennare alle traversie con il Ministero - ne sono passati 13 di ministri  al Collegio romano, nei vent'anni di esistenza ed attività della Verdi- con il quale solo l'anno scorso le cose sembrano, almeno giuridicamente, appianate, con l'inclusione, per decreto di Franceschini- nonostante l'avversione di Nastasi, chiarissima - nelle ICO. Non del tutto ancora  equiparata per i finanziamenti ad altre - magari all' Orchestra 'del premier' - cioè  a quella 'Toscana' che riceve a a fronte di un decimo di attività e di   un organico più ridotto della Verdi - un finanziamento tre o quattro volte superiore. Corbani non ha paura a denunciare tale ulteriore vergogna. Anche noi nel nostro piccolo l'abbiamo fatto tante volte. Ma si sa in Italia chi comanda ha la faccia come il c...
Auguri alla Verdi, e grazie a Corbani.

martedì 9 febbraio 2016

All'Opera di Roma per Traviata arrivano Sofia Coppola e Valentino

La notizia è di questi giorni, mentre il titolo verdiano era in cartellone dall'inizio di stagione, senza che tutte le caselle della rappresentazione fossero al completo ( forse era prevista la regia di Curran, sperimentata alla Fenice, ed andata in scena già un centinaio di volte nel teatro veneziano). Ieri Carlo Fuortes - sorprendendo tutti  e mettendo a segno un altro colpo grosso - ha annunciato che la regia della prossima 'Traviata', fra maggio e giugno, sarà affidata a Sofia Coppola, la  notissima e brava regista figlia di Francis che la prima volta abbiamo visto protagonista del 'Padrino n.3' di suo padre, mentre viene colpita e muore,  sulla scalinata del Massimo di Palermo alla fine di una rappresentazione di Cavalleria Rusticana- speriamo di ricordare bene. - e che ora debutta all'opera. Non solo, altro colpo grosso: Valentino Garavani firmerà i costumi. E siamo sicuri che non farà mancare il suo 'rosso'- come se noi senza quel colore ci stracceremmo le vesti.
 Naturalmente, è inutile ripeterlo e sottolinearlo per l'ennesima volta, tutti i giornali plaudono  a Fuortes che sta rivoluzionando il Teatro dell'Opera della Capitale, riportandolo agli antichi splendori. Che per Fuortes ed anche per i giornali - che forse dimenticano per un momento che stanno scrivendo di un teatro d'opera, dove ciò che più dovrebbe contare è la musica  e, solo dopo, lo spettacolo - ciò che rende appetibile l'opera non è la musica ma la regia  e lo spettacolo in generale costruito su quel titolo. E infatti lui, Fuortes, insiste ricordando che ha portato all'Opera di Roma, la crema della crema dei regsoti della regia internazionale da Martone a Barberio Corsetti da Dante a Gilliam ed ora a Sofia Coppola.
 E siccome lui aggiunge che ha portato all'Opera di Roma anche grandi titoli e grandi direttori, fra i quali non ricordiamo nessun nome oltre quelli di Roberto Abbado e Lopez Cobos ma anche Renzetti, perchè no anche lui - già avvezzi al podio capitolino- prevedendo l'obiezione che i grandi nomi del podio sono assenti,  ha frettolosamente annunciato che l'anno prossimo l'inaugurazione sarà affidata a Daniele Gatti.
Resta comunque  la convinzione che per Fuortes il riscatto dell'Opera di Roma  è affidato ai noti registi. E sia.

P.S. La perla degli annunci l'abbiano letta in una 'breve' sul Corriere, dove si diceva testualmente ' le musiche sono affidate a Jader Bergamini...'. Capite? 'le musiche' - non la direzione della Traviata; come se per questa rappresentazione siano state messe insieme musiche di diversi autori.

lunedì 27 luglio 2015

Claudio Strinati segnala capolavori musicali di Michele dall'Ongaro, sul Venerdì di Repubblica

Liberiamo subito il terreno da cattivi pensieri.Maligni e fuori luogo. Claudio Strinati, storico e studioso dell'arte, con un passato di studi musicali, nella sua ben nota  rubrica di novità discografiche del 'Venerdì' di Repubblica,  dal titolo 'Prendete Nota', segnala questa settimana, con il dovuto rilievo , un CD uscito ormai due anni fa, un CD monografico dedicato esclusivamente a musiche, anzi capolavori, di dall'Ongaro, presentato ufficialmente alla Biennale Musica di Venezia nell'ottobre del 2013.
 Perchè solo ora? I maligni risponderebbero con la recente ascesa di dall'Ongaro sul trono di Santa Cecilia.  Errore.
Chi bada alla sostanza delle cose, deve ammettere il riconoscimento, seppure postumo, di autentici capolavori usciti dalla testa dell'attuale Sovrintendente ceciliano, di professione compositore. Non si dimentichi.
 Se un recensore di vaglia, come Strinati, riconosce o si accorge di aver ascoltato dei capolavori, seppure in ritardo, perchè dovrebbe tacere, solo perchè sono trascorsi due anni dall'uscita sul mercato di quel CD che li conteneva uno dopo l'altro e tutti del medesimo autore?
Il tempo - avrà ragionato Strinati - non conta, di fronte all'urgenza ed alla forza della bellezza.  Strinati, recensore discografico, scrive di dall'Ongaro: "eminente compositore, studioso e critico insigne, curatore e responsabile per la Rai di trasmissioni radiofoniche e televisive di cospicua risonanza, giunge a risultati ragguardevoli. Ironico, sottile, arguto indagatore della realtà culturale italiana". E perciò, a scanso di equivoci e di basse illazioni, l'approdo a Santa Cecilia, non è che un tassello - e non è detto che sia l'ultimo - della sua splendente inarrestabile carriera e nulla ha a che fare con la segnalazione postuma di Strinati.
 Del CD, Strinati segnala particolarmente un brano, dal significativo titolo 'Checkpoint', scritto nel 2010, per un ensemble cameristico americano e tenuto a battesimo da Roberto Abbado, nel quale - come scrisse all'epoca il compositore: "volevo rendere omaggio alla lingua del Paese committente", e contemporaneamente esprimere un riferimento formale, cioè "ogni ritorno del tremolo di terze... segna un passaggio, un mutamento di stato del materiale, un percorso possibile", ci vengono i brividi già alla semplice lettura della presentazione autentica di questo immenso capolavoro.
 Il compositore, a spiegazione del singolare titolo che rimanda ad uno strumento di controllo, aveva scritto anche che esso è la denuncia dei tentativi di sopruso o di prepotenze - e chi non ne ha subiti ma anche commessi, dall'Ongaro compreso? - per  incatenare la libertà anche espressiva dei singoli. Lui non ci sta o lo denuncia con quel titolo, come del resto ha fatto Strinati, liberandosi dai vincoli del tempo e rendendo tutti partecipi della scoperta di alcuni capolavori del compositore dall'Ongaro, della cui statura musicale già  Mario Bortolotto, aveva steso un ampio panegirico, qualche anno fa, dalle pagine de 'Il Foglio' di Giuliano Ferrara. Memorabile.