Rai Parlamento è una testata giornalistica che ha una sua struttura: direttore: Nicoletta Manzione; vice Susanna Petruni e redazione. Produce giornalmente un paio di notiziari di qualche minuto ciascuno, per i quali basterebbero i giornalisti delle varie testate. E infatti Gubitosi, nel suo progetto di riassetto dell'informazione Rai l'avrebbe sicuramente accorpata alle redazioni dei TG, e forse la stessa cosa avrebbe fatto Verdelli, se fosse rimasto al suo posto ed il progetto di Campo Dall'Orto fosse andato in porto, prima della sua partenza da Viale Mazzini. Ma un simile progetto poteva avere qualche chance di riuscita, nei mesi precedenti le varie tornate elettorali che culmineranno, in primavera, con le politiche? Accorpare, inoltre, avrebbe significato cassare dall'organigramma Rai un bel gruppetto di direttori e vice direttori che sono incarichi che servono a promuovere - per meriti o senza demeriti - o per mettere a 'bagno maria' questo o quello in attesa di successive decisioni o spostamenti. Rai Parlamento e la sua struttura servono esattamente a questi scopi: promuovere chicchessia, senza merito o demerito, o tenerlo 'in ammollo'.
Al vertice, con i 'galloni' da direttrice è stata inviata Nicoletta Manzione ( dal Tg 1) sulla quale anche in rete si leggono alcune perplessità sulla nomina, prima fra tutte quella che l' attribuisce al ben noto 'giglio magico' renziano. Perchè Nicoletta è cugina, di secondo grado, di Antonella, capo dei vigili urbani di Firenze, messa a capo del dipartimento degli affari giuridici di Palazzo Chigi; e Antonella, a sua volta, è la sorella minore del sottosegretario agli Interni, Domenico. Speriamo che i fratelli Manzione siano solo due, altrimenti, scavando scavando, avremo altre sorprese. L'ultimo 'caso Manzione' si è avuto quando l'ex capo dei vigili di Firenze, Antonella, da Palazzo Chigi, è stata nominata al Consiglio di Stato, fra mille polemiche (competenza? età? ). Dunque a comandare a Rai Parlamento c'è una renziana 'di famiglia'.
Immediatamente sotto di lei, nel ruolo di vice direttore, una 'berlusconiana' di ferro, come Susanna Petruni. Sulla quale, a causa di una collanina con farfalla, con la quale si era presentata in video a leggere le notizie del TG 1, e che si appurò esserle stata donata dell'allora premier Berlusconi, si ebbe a suo tempo molto da ridire, giustamente. Lei proviene dalla vice direzione del Tg1 ( e non è proprio una promozione la sua!); ed è stata candidata addirittura alla direzione del Tg1, ai tempi di Berlusconi premier. Di recente, sotto la gestione Orfeo, per 'renzizzzare' il Tg1, in prospettiva elezioni politiche di primavera, è stata fatta sloggiare, e allocata a Rai Parlamento.
Come si vede, a Rai Parlamento, speschio del paese, si sta sperimentando il dopo elezioni, quando, se saranno resi innocui i grillini, Berlusconi e Renzi - come i sondaggi lasciano ora presagire, oppure Renzi e Berlusconi, qualora il vento dovesse cambiare, potrebbero allearsi per governare.
Intanto la prova generale di coabitazione a stretto contatto, a Rai Parlamento, di una renziana e di una berlusconiana sembra reggere
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domenica 19 novembre 2017
giovedì 2 novembre 2017
CDA Rai. I guardiani della restaurazione
Le dimissioni di Milena Gabanelli dalla Rai, a seguito del rifiuto del direttore generale di accordarle l'insediamento nell'incarico indicato da Campo Dall'Orto, dopo aver abbandonato Report, la sua più illustre creatura, non è che l'ultimo atto di una amministrazione che ha controfirmato un contratto principesco per Fabio Fazio, avallato il passaggio di noti giornalisti dall'esercizio della professione propria a quella di intrattenitori; offerto alla coppia delle sorelle Gori-Parodi la conduzione di Domenica in che fa acqua da tutte le parti- ma per le quali il marito di entrambe, Giorgio Gori, assicura che miglioreranno in futuro; e non in una prossima trasmissione, una volta traslocate da Domenica in, come si va vociferando e molti, all'interno della Rai, si augurano, magari facendole tornare sia l'una che l'altra alle precedenti vite lavorative: per una delle quali sono i fornelli, per l'altra, una nuova e forse migliore, come 'consorte' del Gorì sindaco o governatore. E poi, l'uscita di Giletti dall'Arena domenicale, che nelle passate stagioni ha fatto registrare a Rai 1 ascolti molto lusinghieri, adducendo pretestuosamente la ragione che la domenica al pubblico deve essere risparmiato ogni pensiero; per finire, alla Gabanelli alla quale qualunque proposta è stata bocciata, con la scusa che non è stato ancora definito il contratto di servizio e la ridiscussione generale del piano dell'informazione in Rai.
E il Consiglio di amministrazione sta a guardare, non intende dimettersi - tanto scadrà a luglio a elezioni avvenute; ma anche a nuovo governo insediato? questo non si può sapere.
Intanto il più chiacchierone dei consiglieri fa conoscere la ragione delle sue mancate dimissioni: vigilare sulla regolarità dell'informazione Rai nel periodo preelettorale, che significa da domani, visto che dopo l'approvazione della legge finanziaria, il governo ha di fatto concluso la sua missione.
Da molte parti, di questa restaurazione o involuzione in Rai si attribuisce la responsabilità all' ex - e futuro ? - premier, Renzi, causa di tutti i mali italiani, compreso il suggerimento all'orecchio del direttore generale delle avventate e pasticciate soluzioni dei casi Giletti, Parodi, Gabanelli.
In tutti questi casi, non si capisce fino in fondo se è stato Renzi ad influire (dettare, anche?) sulle discutibili ed assai discusse decisioni assunte in Rai, o se chi le ha assunte lo abbia fatto autonomamente. La seconda ipotesi molti la scartano a priori per il semplice fatto che chi ha assunto simili decisioni, con l'avallo del CDA che assiste placido e inerte alla involuzione in Rai, con la perdita di ascolti che si sta facendo preoccupante, facendo notare che la nomina dell'amministratore è stata sostenuta ( imposta?) e benedetta dall'ex - e futuro? chissà - premier, come spera il diretto interessato, Renzi.
Fino a quando non si romperà questo filo diretto che lega la politica agli amministratori, incaricati talvolta anche a dispetto ed in assenza di specifica professionalità, non dimostreranno la propria capacità di governo e l'esercizio della medesima in totale autonomia, assisteremo all'autodistruzione di aziende che ben altri destini meriterebbero e potrebbero perseguire e raggiungere, Rai inclusa.
E il Consiglio di amministrazione sta a guardare, non intende dimettersi - tanto scadrà a luglio a elezioni avvenute; ma anche a nuovo governo insediato? questo non si può sapere.
Intanto il più chiacchierone dei consiglieri fa conoscere la ragione delle sue mancate dimissioni: vigilare sulla regolarità dell'informazione Rai nel periodo preelettorale, che significa da domani, visto che dopo l'approvazione della legge finanziaria, il governo ha di fatto concluso la sua missione.
Da molte parti, di questa restaurazione o involuzione in Rai si attribuisce la responsabilità all' ex - e futuro ? - premier, Renzi, causa di tutti i mali italiani, compreso il suggerimento all'orecchio del direttore generale delle avventate e pasticciate soluzioni dei casi Giletti, Parodi, Gabanelli.
In tutti questi casi, non si capisce fino in fondo se è stato Renzi ad influire (dettare, anche?) sulle discutibili ed assai discusse decisioni assunte in Rai, o se chi le ha assunte lo abbia fatto autonomamente. La seconda ipotesi molti la scartano a priori per il semplice fatto che chi ha assunto simili decisioni, con l'avallo del CDA che assiste placido e inerte alla involuzione in Rai, con la perdita di ascolti che si sta facendo preoccupante, facendo notare che la nomina dell'amministratore è stata sostenuta ( imposta?) e benedetta dall'ex - e futuro? chissà - premier, come spera il diretto interessato, Renzi.
Fino a quando non si romperà questo filo diretto che lega la politica agli amministratori, incaricati talvolta anche a dispetto ed in assenza di specifica professionalità, non dimostreranno la propria capacità di governo e l'esercizio della medesima in totale autonomia, assisteremo all'autodistruzione di aziende che ben altri destini meriterebbero e potrebbero perseguire e raggiungere, Rai inclusa.
martedì 27 giugno 2017
Monica Maggioni. La presidente Rai non sa quello che dice e Mentana la bacchetta e invita a dire cose sensate
Ieri l'ha bacchettata, la Maggioni, in diretta anche Enrico Mentana, durante il telegiornale serale; anche Mentana che quando affronta problemi dell'azienda del vicino è solitamente misurato. Cosa aveva detto di tanto grave Monica Maggioni, nella sua veste di Presidente della Rai, da convincere ed indurre Mentana ad intervenire?
L'oggetto del contendere era Fabbio, detto Fazio, ed il suo contratto Rai per i prossimi quattro anni, appena rinnovato, con un compenso vicino a i 12.000.000 di Euro: una paghetta.
Nelle avventate dichiarazioni della Maggioni, Mentana ravvisava innanzitutto una bugia e cioè l'aver affermato che se non rinnovava entro il 23 giugno, il contratto di Fabbio, questi era già in parola per passar a La 7. Cairo, ufficialmente, e Mentana pubblicamente, hanno ribadito che con Fabbio non c'era nessun contatto per il suo passaggio a La 7. Smentita ufficiale, ha sottolineato Mentana.
Ma ciò che ha irritato non solo Mentana, che avrebbe potuto anche passarci sopra non riguardandogli affatto la cosa, ma l'intera opinione pubblica, è stata l'affermazione seguente, più grave della bugia, della Maggioni: senza Fabbio per la RAI sarebbe stato un disastro. Senza la colonna di sostegno di Fabbio la Rai sarebbe crollata.
E qui perfino Mentana, che ha una grande considerazione di se stesso, meritata, è stato costretto ad affermare che nessuno di noi è tanto indispensabile e necessario, oltre che insostituibile, da essere considerato la colonna portante di un'azienda come la Rai, che ha 13.000 dipendenti circa, una storia di tutto rilievo, anche prima della Maggioni - si potrebbe dire, a questo punto, nonostante la Maggioni - ed un bagaglio di professionalità che certamente non si sarebbe azzerato con l'uscita di Fabbio, bravo sì, ma anche furbettino, come ha dimostrato in questo caso con la manfrina del rinnovo del contratto: se non me lo rinnovate alle mie condizioni, ECONOMICHE me ne vado, ho pronte le valigie. Ma per andare dove? E chi oggi avrebbe potuto dargli un compenso pari a quello che gli ha assicurato la Rai, con i soldi dei contribuenti?
La Maggioni, per dar peso alle sue parole - un peso che certamente non avevano - ha anche aggiunto che Fabbio, andandosene dalla Rai, si sarebbe portato appresso anche la sua trasmissione, titolo compreso, di sua proprietà. Che paura!
Ah Maggioni, Maggioni. Appena chiamata ad esprimersi nel suo ruolo di presidente Rai, sbraca in maniera imbarazzante, al punto da dire che la azienda che Lei presiede, senza un Fabbio qualunque collasserebbe. E' bastata la sua uscita di ieri per far capire a tutti quanto non sia il ruolo occupato a mettere all'altezza chi lo occupa, se non ne ha le capacità. La Maggioni ha dimostrato che non è capace di fare la presidente Rai, ruolo le è arrivato per strane congiunture.
E del resto la guerra fatta a Campo Dall'orto, per il canale di notizie da affidare alla Gabanelli, aveva dato qualche segnale. Vuole mettere bocca proprio Lei che, negli anni in cui, per grazia ricevuta, ha diretto il canale informativo, nulla ha fatto per far sapere che esisteva, mentre oggi quel canale con la direzione di Di Bella sapiamo tutti che esiste e che vive di una sua vita. Ma forse la Maggioni stava pensando a se stessa, al suo possibile futuro, alla fine del mandato come presidente.
Intanto sappiamo che Lei oggi avrebbe bisogno di un badante che la consigli prima di parlare e che, nel caso arrivi tardi, le tappi letteralmente la bocca, per non farle dire altre...
L'oggetto del contendere era Fabbio, detto Fazio, ed il suo contratto Rai per i prossimi quattro anni, appena rinnovato, con un compenso vicino a i 12.000.000 di Euro: una paghetta.
Nelle avventate dichiarazioni della Maggioni, Mentana ravvisava innanzitutto una bugia e cioè l'aver affermato che se non rinnovava entro il 23 giugno, il contratto di Fabbio, questi era già in parola per passar a La 7. Cairo, ufficialmente, e Mentana pubblicamente, hanno ribadito che con Fabbio non c'era nessun contatto per il suo passaggio a La 7. Smentita ufficiale, ha sottolineato Mentana.
Ma ciò che ha irritato non solo Mentana, che avrebbe potuto anche passarci sopra non riguardandogli affatto la cosa, ma l'intera opinione pubblica, è stata l'affermazione seguente, più grave della bugia, della Maggioni: senza Fabbio per la RAI sarebbe stato un disastro. Senza la colonna di sostegno di Fabbio la Rai sarebbe crollata.
E qui perfino Mentana, che ha una grande considerazione di se stesso, meritata, è stato costretto ad affermare che nessuno di noi è tanto indispensabile e necessario, oltre che insostituibile, da essere considerato la colonna portante di un'azienda come la Rai, che ha 13.000 dipendenti circa, una storia di tutto rilievo, anche prima della Maggioni - si potrebbe dire, a questo punto, nonostante la Maggioni - ed un bagaglio di professionalità che certamente non si sarebbe azzerato con l'uscita di Fabbio, bravo sì, ma anche furbettino, come ha dimostrato in questo caso con la manfrina del rinnovo del contratto: se non me lo rinnovate alle mie condizioni, ECONOMICHE me ne vado, ho pronte le valigie. Ma per andare dove? E chi oggi avrebbe potuto dargli un compenso pari a quello che gli ha assicurato la Rai, con i soldi dei contribuenti?
La Maggioni, per dar peso alle sue parole - un peso che certamente non avevano - ha anche aggiunto che Fabbio, andandosene dalla Rai, si sarebbe portato appresso anche la sua trasmissione, titolo compreso, di sua proprietà. Che paura!
Ah Maggioni, Maggioni. Appena chiamata ad esprimersi nel suo ruolo di presidente Rai, sbraca in maniera imbarazzante, al punto da dire che la azienda che Lei presiede, senza un Fabbio qualunque collasserebbe. E' bastata la sua uscita di ieri per far capire a tutti quanto non sia il ruolo occupato a mettere all'altezza chi lo occupa, se non ne ha le capacità. La Maggioni ha dimostrato che non è capace di fare la presidente Rai, ruolo le è arrivato per strane congiunture.
E del resto la guerra fatta a Campo Dall'orto, per il canale di notizie da affidare alla Gabanelli, aveva dato qualche segnale. Vuole mettere bocca proprio Lei che, negli anni in cui, per grazia ricevuta, ha diretto il canale informativo, nulla ha fatto per far sapere che esisteva, mentre oggi quel canale con la direzione di Di Bella sapiamo tutti che esiste e che vive di una sua vita. Ma forse la Maggioni stava pensando a se stessa, al suo possibile futuro, alla fine del mandato come presidente.
Intanto sappiamo che Lei oggi avrebbe bisogno di un badante che la consigli prima di parlare e che, nel caso arrivi tardi, le tappi letteralmente la bocca, per non farle dire altre...
lunedì 8 maggio 2017
RAI. Fazio Fabio, detto Fabbio, tu sei anche un COSTO. Non puoi dire: 'campo dall'orto!'
Nel corso del festival dedicato alla tv, a Dogliani, interrogato da Aldo Grasso, Fazio - per tutti 'Fabbio' - s'è dato a lamentarsi, rivelando anche alcuni spiacevoli particolari della sua attuale condizione. Come quello degli insulti spesso rivoltigli quando accompagna i figli a scuola, se viene riconosciuto da qualcuno. Ed anche di qualche minaccia, di morte addirittura, alla quale ovviamente occorre dare il peso che può avere uno sfogo momentaneo, dettato da condizioni di seria difficoltà in cui versano molti italiani, e certamente da non prendere alla lettera.
Tutto ciò non ci esime dal condannare simili comportamenti che di recente hanno toccato anche cariche istituzionali di primo piano.
Fazio - con il quale l'intervistatore (solitamente non arruolabile fra i suoi fan) sembra non essere stato particolarmente pungente con l'intervistato, anche sul capitolo: 'Fazio, patrimonio e non solo costo', ha detto apertamente - come, del resto, nasconderlo - che lui 'guadagna molto', e che a differenza di molti suo colleghi, avrebbe molti portoni spalancati davanti, qualora la porta della Rai gli si chiudesse in faccia - ma per sua volontà.
E, infatti, il direttore generale, Antonio - che anche lui non può dire: 'campo dall'orto!' - cogliendo l'invito di 'Fabbio' a difenderlo, davanti alla stessa platea di Dogliani ha detto che Fazio è una risorsa; fa parte del patrimonio della Rai, e non è soltanto un volto della tv - come maldestramente s'era difeso dalla medesima accusa di guadagnare troppo, Giletti - ma anche autore , e la tv 'la fanno gli autori'( dopo o senza Fazio, autori in Rai non ve ne sono più?)
Fabbio non può negare di essere corso subito ai ripari, appena s'è ventilata l'ipotesi che gli avrebbero toccato il portafogli: "voglio d'ora in avanti produrre i miei programmi", che tradotto vuol dire: vendo il programma 'chiavi in mano' e perciò guadagno quello che voglio, forse anche più di ora, e così il mio portafogli è salvo.
In barba alla lotta, purtroppo senza apprezzabile esito, fatta in questi anni per togliere spazio e potere ai produttori esterni, a vantaggio delle specifiche competenze Rai, che ci sono se solo venissero sfruttate e valutate. Che fa 'Fabbio', si ritira dalla lotta a questo malcostume, dimenticando che chi 'si ritira dalla lotta...'.
Anche l'inno ufficiale della Rai che canta la sua diversità da tutte le altre aziende di comunicazione, perchè fa 'servizio pubblico', non viene più cantato dalle nostre star che 'guadagnano troppo' e che non intendono, per nessuna ragione, venire a più miti pretese, nonostante che la crisi continui a falcidiare le risorse anche vitali di molti cittadini, salvo che le loro. La controrisposta che occorre tener presente quanto loro fanno guadagnare alla Rai, ha senso, ma solo in parte. Non l'ha quando vuol sostenere che siccome fanno guadagnare forse più di quanto costano, si possa spendere e spandere in loro favore, senza limiti.
Il milione ed ottocento mila Euro circa, a quanto ammonta il suo compenso in Rai, è davvero troppo, ed è certo che oggi in nessuna altra azienda televisiva potrebbe mantenerlo. Il discorso vale naturalmente non solo per 'Fabbio'; vale anche, ad esempio, per Antonellona; vale per gli 'Angeli' - poco angeli, e molto industriali della tv - padre e figlio, ed per un'altra decina di star, i cui nomi sono ogio sulle bocche di tutti, come quello di 'Fabbio'.
I loro compensi sono oggettivamente eccessivi, e la Rai, sua sponte, avrebbe dovuto calmierarli, senza attendere bordate e accuse mosse anche da parlamentari della stessa maggioranza di governo che ha espresso l'attuale direzione generale. Invece non l'ha fatto, per il timore di aprire la stalla e far scappare i buoi. Si provi ad aprirla la stalla. Siamo sicuri che usciti da quella della Rai, trovino rifugio in altre stalle altrettanto confortevoli e tanto ricche di vitaminizzato fieno ( li 'sordi', alla romana)?
Per tornare , infine, a Fabbio, la sua posizione stipendiale, ad esempio, gli ha impedito - a differenza di quanto hanno fatto la Gabanelli ed altri che non hanno la stessa coda di paglia di lui, se ricordiamo bene - di parlare, in tutta serenità, dei famigerati vitalizi degli ex parlamentari (non è un caso che, a nostra memoria, anche Eugenio Scalfari, che ne percepisce uno da quasi mezzo secolo, non affronti mai tale tema nelle sue omelie domenicali, sempre interessanti ed approfondite, ma per questa ragione incomplete); e, per converso, sicuramente gli impedirà di accennare al gesto di un ex direttore generale della Rai ( lodevolmente, per lui, sposato Ferilli, ma che ha purtroppo il demerito di aver dato troppo spazio a Marzullo), Cattaneo, oggi a capo di una grande azienda multinazionale, il quale ha, di recente, devoluto ai lavoratori del suo gruppo, interamente, il bonus (di quasi sette milioni di Euro) meritato per i bilanci in attivo e per i ricavi, ben superiori a quelli di Fazio per la Rai, dell'azienda che amministra.
'Fabbio' potrebbe mai invitarlo a parlare di questo, impedendo a chicchessia di rimproverargli - qualora lo facesse, ma non lo farà - che, a pancia piena, 'predica bene e...'. Che non è un insulto, bensì semplice constatazione, e di buon senso.
Tutto ciò non ci esime dal condannare simili comportamenti che di recente hanno toccato anche cariche istituzionali di primo piano.
Fazio - con il quale l'intervistatore (solitamente non arruolabile fra i suoi fan) sembra non essere stato particolarmente pungente con l'intervistato, anche sul capitolo: 'Fazio, patrimonio e non solo costo', ha detto apertamente - come, del resto, nasconderlo - che lui 'guadagna molto', e che a differenza di molti suo colleghi, avrebbe molti portoni spalancati davanti, qualora la porta della Rai gli si chiudesse in faccia - ma per sua volontà.
E, infatti, il direttore generale, Antonio - che anche lui non può dire: 'campo dall'orto!' - cogliendo l'invito di 'Fabbio' a difenderlo, davanti alla stessa platea di Dogliani ha detto che Fazio è una risorsa; fa parte del patrimonio della Rai, e non è soltanto un volto della tv - come maldestramente s'era difeso dalla medesima accusa di guadagnare troppo, Giletti - ma anche autore , e la tv 'la fanno gli autori'( dopo o senza Fazio, autori in Rai non ve ne sono più?)
Fabbio non può negare di essere corso subito ai ripari, appena s'è ventilata l'ipotesi che gli avrebbero toccato il portafogli: "voglio d'ora in avanti produrre i miei programmi", che tradotto vuol dire: vendo il programma 'chiavi in mano' e perciò guadagno quello che voglio, forse anche più di ora, e così il mio portafogli è salvo.
In barba alla lotta, purtroppo senza apprezzabile esito, fatta in questi anni per togliere spazio e potere ai produttori esterni, a vantaggio delle specifiche competenze Rai, che ci sono se solo venissero sfruttate e valutate. Che fa 'Fabbio', si ritira dalla lotta a questo malcostume, dimenticando che chi 'si ritira dalla lotta...'.
Anche l'inno ufficiale della Rai che canta la sua diversità da tutte le altre aziende di comunicazione, perchè fa 'servizio pubblico', non viene più cantato dalle nostre star che 'guadagnano troppo' e che non intendono, per nessuna ragione, venire a più miti pretese, nonostante che la crisi continui a falcidiare le risorse anche vitali di molti cittadini, salvo che le loro. La controrisposta che occorre tener presente quanto loro fanno guadagnare alla Rai, ha senso, ma solo in parte. Non l'ha quando vuol sostenere che siccome fanno guadagnare forse più di quanto costano, si possa spendere e spandere in loro favore, senza limiti.
Il milione ed ottocento mila Euro circa, a quanto ammonta il suo compenso in Rai, è davvero troppo, ed è certo che oggi in nessuna altra azienda televisiva potrebbe mantenerlo. Il discorso vale naturalmente non solo per 'Fabbio'; vale anche, ad esempio, per Antonellona; vale per gli 'Angeli' - poco angeli, e molto industriali della tv - padre e figlio, ed per un'altra decina di star, i cui nomi sono ogio sulle bocche di tutti, come quello di 'Fabbio'.
I loro compensi sono oggettivamente eccessivi, e la Rai, sua sponte, avrebbe dovuto calmierarli, senza attendere bordate e accuse mosse anche da parlamentari della stessa maggioranza di governo che ha espresso l'attuale direzione generale. Invece non l'ha fatto, per il timore di aprire la stalla e far scappare i buoi. Si provi ad aprirla la stalla. Siamo sicuri che usciti da quella della Rai, trovino rifugio in altre stalle altrettanto confortevoli e tanto ricche di vitaminizzato fieno ( li 'sordi', alla romana)?
Per tornare , infine, a Fabbio, la sua posizione stipendiale, ad esempio, gli ha impedito - a differenza di quanto hanno fatto la Gabanelli ed altri che non hanno la stessa coda di paglia di lui, se ricordiamo bene - di parlare, in tutta serenità, dei famigerati vitalizi degli ex parlamentari (non è un caso che, a nostra memoria, anche Eugenio Scalfari, che ne percepisce uno da quasi mezzo secolo, non affronti mai tale tema nelle sue omelie domenicali, sempre interessanti ed approfondite, ma per questa ragione incomplete); e, per converso, sicuramente gli impedirà di accennare al gesto di un ex direttore generale della Rai ( lodevolmente, per lui, sposato Ferilli, ma che ha purtroppo il demerito di aver dato troppo spazio a Marzullo), Cattaneo, oggi a capo di una grande azienda multinazionale, il quale ha, di recente, devoluto ai lavoratori del suo gruppo, interamente, il bonus (di quasi sette milioni di Euro) meritato per i bilanci in attivo e per i ricavi, ben superiori a quelli di Fazio per la Rai, dell'azienda che amministra.
'Fabbio' potrebbe mai invitarlo a parlare di questo, impedendo a chicchessia di rimproverargli - qualora lo facesse, ma non lo farà - che, a pancia piena, 'predica bene e...'. Che non è un insulto, bensì semplice constatazione, e di buon senso.
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martedì 7 febbraio 2017
Il Leone senza il quale il cavallo Rai, stramazzato a terra, non riuscirebbe a rialzarsi
Leone e cavallo: due animali che difficilmente potrebbero convivere, dividere la stessa stalla, o gabbia, figuriamoci la stessa mangiatoia, senza azzannarsi o mollare calci micidiali. Ci sono riusciti due esemplari, del tutto speciali : il Leone, Giancarlo ed il Cavallo di Messina, simbolo di casa Rai.
Ambedue hanno condiviso, forse rubandosi la biada, la stessa mangiatoia, per 33 anni, da quando cioè il Leone umano, figlio dell'allora Presidente della repubblica, entrò nell'azienda di viale Mazzini, non certo per l'intervento del padre. Semplicemente per meriti suoi: aveva poco più di vent'anni ed era già giornalista - poco mancò che lo chiamassero a dirigere un giornale. Se non un giornale all'inizio di carriera, un'azienda alla fine, come gli è capitato in Rai, salendo su su in casa del cavallo.
Ed ora dopo 33 anni di servizio, alla età di anni sessanta - prepensionato si direbbe di un qualunque mortale, con lo scivolo - esce dalla Rai, che dichiara di avere sempre nel cuore. Ma che lascia perchè altre sfide professionali lo attendono, anzi lo chiamano.
Perfino noi, alla fine del suo servizio, non sempre onorato, ma sempre sostenuto dal suo padrino eccellente, il solito Letta, Gianni - dal quale ha imparato la lezione 'cardinalizia'- avremmo qualcosa da rimproverargli, ma non lo facciamo; perchè cose di poco conto, mentre di ben più grandi errori ha la responsabilità - e questi in varie occasioni chi di dovere gli ha rinfacciato.
Ora la Rai non si libera di Giancarlo Leone, per il quale ad ogni giro di poltrone, occorreva industriarsi a trovare una collocazione onorevole per non scontentare il suo padrino; anzi non se ne libera, nonostante egli segua il richiamo di altre sirene, perché non se ne può liberare e lo richiama con contratti di consulenza. Ma perché se ne va allora? Qualcuno dice perché era stato, nonostante il padrino, messo un pò da parte; perché aveva commesso errori madornali nel suo ultimo incarico di cooordinamento palinsesti; ed anche perchè non tollerava il taglio consistente del suo stipendio, quasi dimezzato per l'adeguamento al tetto massimo fissato in 240.000 Euro, lui che ne prendeva quasi il doppio.
Qualcuno ha chiesto conto a Campo Dall'Orto della faccenda. Perchè mai - si è chiesto - il direttore generale o si rivolge a personale esterno, o richiama pensionati eccellenti, quando invece potrebbe mettere al loro posto, personale qualificato ed ancora attivo, ma al momento senza incarico, presente negli alti gradi Rai? Campo Dall'orto non h ancora risposto, nè si sa se risponderà mai.
Chissà perchè, ma la storia del Leone che se ne va dalla Rai - per la quale la sua uscita è una manna ed una sorta di liberazione - come ha fatto capire chiaramente il cavallo che ora è finalmente felice di papparsi tutta la biada, ci fa venire in mente l'uscita dalla Rai di un altro personaggio con cognome importante, Angela Buttiglione, sorella del filosofo. Di tale episodio già tante volte abbiamo scritto. Ma lo facciamo ancora una volta perché emblematico. Lei uscì da direttrice di qualche cosa con lauta pensione ed ancor più lauta buonuscita. Perché una buonuscita tanto lauta? Perchè la Rai si assicurava così, pagando cioè di più, che Lei non avrebbe fatto concorrenza alla Rai, mettendo a disposizione di altri, in conflitto con l'azienda televisiva pubblica, la sua altissima professionalità. Noi invece abbiamo sempre dato una diversa lettura di quella lauta buonuscita. La Rai desiderava ringraziarla della sua andata via.
E mentre la Buttiglione viene accompagnata alla porta e la porta subito chiusa a chiave dopo la sua uscita, per il timore che rientri, Leone quando è già sull'uscio viene rincorso e tirato dentro con la giacca costretto a rientrare, dietro lauto compenso. E le sfide professionali esterne? Devono attendere
Ambedue hanno condiviso, forse rubandosi la biada, la stessa mangiatoia, per 33 anni, da quando cioè il Leone umano, figlio dell'allora Presidente della repubblica, entrò nell'azienda di viale Mazzini, non certo per l'intervento del padre. Semplicemente per meriti suoi: aveva poco più di vent'anni ed era già giornalista - poco mancò che lo chiamassero a dirigere un giornale. Se non un giornale all'inizio di carriera, un'azienda alla fine, come gli è capitato in Rai, salendo su su in casa del cavallo.
Ed ora dopo 33 anni di servizio, alla età di anni sessanta - prepensionato si direbbe di un qualunque mortale, con lo scivolo - esce dalla Rai, che dichiara di avere sempre nel cuore. Ma che lascia perchè altre sfide professionali lo attendono, anzi lo chiamano.
Perfino noi, alla fine del suo servizio, non sempre onorato, ma sempre sostenuto dal suo padrino eccellente, il solito Letta, Gianni - dal quale ha imparato la lezione 'cardinalizia'- avremmo qualcosa da rimproverargli, ma non lo facciamo; perchè cose di poco conto, mentre di ben più grandi errori ha la responsabilità - e questi in varie occasioni chi di dovere gli ha rinfacciato.
Ora la Rai non si libera di Giancarlo Leone, per il quale ad ogni giro di poltrone, occorreva industriarsi a trovare una collocazione onorevole per non scontentare il suo padrino; anzi non se ne libera, nonostante egli segua il richiamo di altre sirene, perché non se ne può liberare e lo richiama con contratti di consulenza. Ma perché se ne va allora? Qualcuno dice perché era stato, nonostante il padrino, messo un pò da parte; perché aveva commesso errori madornali nel suo ultimo incarico di cooordinamento palinsesti; ed anche perchè non tollerava il taglio consistente del suo stipendio, quasi dimezzato per l'adeguamento al tetto massimo fissato in 240.000 Euro, lui che ne prendeva quasi il doppio.
Qualcuno ha chiesto conto a Campo Dall'Orto della faccenda. Perchè mai - si è chiesto - il direttore generale o si rivolge a personale esterno, o richiama pensionati eccellenti, quando invece potrebbe mettere al loro posto, personale qualificato ed ancora attivo, ma al momento senza incarico, presente negli alti gradi Rai? Campo Dall'orto non h ancora risposto, nè si sa se risponderà mai.
Chissà perchè, ma la storia del Leone che se ne va dalla Rai - per la quale la sua uscita è una manna ed una sorta di liberazione - come ha fatto capire chiaramente il cavallo che ora è finalmente felice di papparsi tutta la biada, ci fa venire in mente l'uscita dalla Rai di un altro personaggio con cognome importante, Angela Buttiglione, sorella del filosofo. Di tale episodio già tante volte abbiamo scritto. Ma lo facciamo ancora una volta perché emblematico. Lei uscì da direttrice di qualche cosa con lauta pensione ed ancor più lauta buonuscita. Perché una buonuscita tanto lauta? Perchè la Rai si assicurava così, pagando cioè di più, che Lei non avrebbe fatto concorrenza alla Rai, mettendo a disposizione di altri, in conflitto con l'azienda televisiva pubblica, la sua altissima professionalità. Noi invece abbiamo sempre dato una diversa lettura di quella lauta buonuscita. La Rai desiderava ringraziarla della sua andata via.
E mentre la Buttiglione viene accompagnata alla porta e la porta subito chiusa a chiave dopo la sua uscita, per il timore che rientri, Leone quando è già sull'uscio viene rincorso e tirato dentro con la giacca costretto a rientrare, dietro lauto compenso. E le sfide professionali esterne? Devono attendere
mercoledì 9 novembre 2016
'L'importante è avere un piano' di Bollani per Rai1. Vogliamo fare una scommessa con Campo Dall'Orto e Fabiano.
Da domani, e per sette settimane consecutive , in seconda serata, ore 23.35, su Rai 1, va in onda la nuova trasmissione di Bollani, 'L'importante è avere un piano'. "Per Rai 1 è una scommessa, infischiandocene dell'auditel", ha detto Fabiano, presentando la nuova trasmissione. La scommessa è duplice e riguarderebbe la rete - Rai 1, che 'non avrebbe mai fatto cose simili' - e il contenuto - non avrebbe cioè mai dedicato un simile spazio alla musica; alla cui efficacia 'televisiva' evidentemente non si crede. Questo è il pensiero della dirigenza Rai riguardo alla musica ed alla programmazione della rete ammiraglia.
Rischio calcolato, pensiamo, invece, noi, perchè il marchio Ballandi è garanzia di un certo stile ed anche della marmellata che mette la rete al riparo dal rischio 'colto'. Bollani, infatti, ospiterà numerosi interlocutori in grado di 'alleggerire' ciò che in tv e, in ditta Ballandi si ritiente 'pesante'.
E' già accaduto con la serata 'Bolle' - che è andata benissimo, ma in prima serata, con la danza protagonista, che la Siae assicura ha un seguito in Italia, e il 'bronzo di riace' in carne ed ossa, Bolle- per la quale noi avremmo eliminato buona parte del contorno, fuori luogo, senza nuocere alla riuscita tv della serata.
Bollani, eclettico e geniale pianista, grande affabulatore, inviterà, d'accordo con Ballandi, amici e conoscenti, ma soprattutto beniamini del pubblico e la serata filerà liscia, con l'avallo dell'auditel. Scommettiamo?
Sbaglia però Fabiano a dire che è la prima volta che Rai 1 rischia un'operazione che sembrerebbe destinata o a Rai 3 o addirittura alla riserva protetta di Rai 5.
Sbaglia perché si dimentica di 'All'Opera!' una famosa trasmissione che vide la partecipazione di Antonio Lubrano nelle vesti di narratore, che era dedicata ai grandi titoli del melodramma, a quelli più popolari ed amati, e che andò in onda per sei estati consecutive (10 puntate per volta), in seconda serata, proprio su Rai 1, dal 1999 al 2004, con ascolti che saremmo felici li avesse anche Bollani con la sua nuova avventura televisiva.
Anche Campo Dall'Orto ricorderà quella trasmissione, perchè all'indomani della decisione della Rai di cancellarla dal palinsesto - SENZA RAGIONE - una persona incaricata dal sottoscritto, che ne era il principale autore, e da Lubrano - incontrò il manager tv di quella che oggi è La7, e gli propose di continuare l'esperimento televisivo, assai riuscito. Ma Campo Dall'Orto non disponeva delle opere, come la Rai, che registrava, per contratto, alcune produzioni e, nella maggior parte dei casi, non sapeva dove e come trasmetterle, se non su Rai3, a beneficio dei pochi nottambuli. Di conseguenza,
'All'Opera!' offrì in quegli anni alla Rai l'occasione di non veder gettati dalla finestra i soldi che erano costate quelle registrazioni.
L'Opera, ed anche 'All'Opera!' successivamente, finì, per volontà dei dirigenti di allora, nella mani incompetenti di Marzullo, e fu la fine definitiva.
La riuscita che auguriamo a 'L'importante è avere un piano' , potrebbe convincere i dirigenti attuali a riprendere quell'esperimento operistico :'All'Opera!' ? SCOMMETTIAMO che sarebbe ancora una volta premiato SICURAMENTE dall'auditel?
P.S. Tanto per rinfrescare la memoria, 'Sostiene Bollani' , il precedente esperimento televisivo di Bollani, andato in onda su Rai 3, cinque anni fa, alla prima puntata fece il 5% di share con 440.000 telespettatori ; e fu la media della altre puntate.
'All'Opera!' non è mai scesa sotto l'8% di share, ma ha avuto anche punte del 14% ( per una Turandot, registrata all'Arena di Verona) ed aveva un pubblico da 800.000 a 1.200.000 circa .
Perchè allora non riprenderla?
P.P.S. La prima puntata della nuova trasmissione di Bollani - trainata da 'Un medico in famiglia' con Banfi - ha avuto 850.000 telespettatori, con uno share dell' 8,27%. Non male se dura, e comunque nella media degli ascolti di 'All'Opera!'. Sebbene quelli erano, in media, un pò più alti.
Rischio calcolato, pensiamo, invece, noi, perchè il marchio Ballandi è garanzia di un certo stile ed anche della marmellata che mette la rete al riparo dal rischio 'colto'. Bollani, infatti, ospiterà numerosi interlocutori in grado di 'alleggerire' ciò che in tv e, in ditta Ballandi si ritiente 'pesante'.
E' già accaduto con la serata 'Bolle' - che è andata benissimo, ma in prima serata, con la danza protagonista, che la Siae assicura ha un seguito in Italia, e il 'bronzo di riace' in carne ed ossa, Bolle- per la quale noi avremmo eliminato buona parte del contorno, fuori luogo, senza nuocere alla riuscita tv della serata.
Bollani, eclettico e geniale pianista, grande affabulatore, inviterà, d'accordo con Ballandi, amici e conoscenti, ma soprattutto beniamini del pubblico e la serata filerà liscia, con l'avallo dell'auditel. Scommettiamo?
Sbaglia però Fabiano a dire che è la prima volta che Rai 1 rischia un'operazione che sembrerebbe destinata o a Rai 3 o addirittura alla riserva protetta di Rai 5.
Sbaglia perché si dimentica di 'All'Opera!' una famosa trasmissione che vide la partecipazione di Antonio Lubrano nelle vesti di narratore, che era dedicata ai grandi titoli del melodramma, a quelli più popolari ed amati, e che andò in onda per sei estati consecutive (10 puntate per volta), in seconda serata, proprio su Rai 1, dal 1999 al 2004, con ascolti che saremmo felici li avesse anche Bollani con la sua nuova avventura televisiva.
Anche Campo Dall'Orto ricorderà quella trasmissione, perchè all'indomani della decisione della Rai di cancellarla dal palinsesto - SENZA RAGIONE - una persona incaricata dal sottoscritto, che ne era il principale autore, e da Lubrano - incontrò il manager tv di quella che oggi è La7, e gli propose di continuare l'esperimento televisivo, assai riuscito. Ma Campo Dall'Orto non disponeva delle opere, come la Rai, che registrava, per contratto, alcune produzioni e, nella maggior parte dei casi, non sapeva dove e come trasmetterle, se non su Rai3, a beneficio dei pochi nottambuli. Di conseguenza,
'All'Opera!' offrì in quegli anni alla Rai l'occasione di non veder gettati dalla finestra i soldi che erano costate quelle registrazioni.
L'Opera, ed anche 'All'Opera!' successivamente, finì, per volontà dei dirigenti di allora, nella mani incompetenti di Marzullo, e fu la fine definitiva.
La riuscita che auguriamo a 'L'importante è avere un piano' , potrebbe convincere i dirigenti attuali a riprendere quell'esperimento operistico :'All'Opera!' ? SCOMMETTIAMO che sarebbe ancora una volta premiato SICURAMENTE dall'auditel?
P.S. Tanto per rinfrescare la memoria, 'Sostiene Bollani' , il precedente esperimento televisivo di Bollani, andato in onda su Rai 3, cinque anni fa, alla prima puntata fece il 5% di share con 440.000 telespettatori ; e fu la media della altre puntate.
'All'Opera!' non è mai scesa sotto l'8% di share, ma ha avuto anche punte del 14% ( per una Turandot, registrata all'Arena di Verona) ed aveva un pubblico da 800.000 a 1.200.000 circa .
Perchè allora non riprenderla?
P.P.S. La prima puntata della nuova trasmissione di Bollani - trainata da 'Un medico in famiglia' con Banfi - ha avuto 850.000 telespettatori, con uno share dell' 8,27%. Non male se dura, e comunque nella media degli ascolti di 'All'Opera!'. Sebbene quelli erano, in media, un pò più alti.
venerdì 14 ottobre 2016
Che aspetta la RAI AD OSCURARE LE TRASMISSIONI in cui si parla di FABRIZIO CORONA?
Ancora oggi, ancora a parlare di Fabrizio Corona, ancora nel salotto della madonna Eleonora Daniele, ancora con la solita compagnia di giro... BASTAAAAAAAAA
Dobbiamo attendere un nuovo femminicidio per non sentir più parlare di Corona?
Campo Dall'Orto, dacci un segno!
Dobbiamo attendere un nuovo femminicidio per non sentir più parlare di Corona?
Campo Dall'Orto, dacci un segno!
domenica 9 ottobre 2016
Dunque la Danza ha un suo pubblico anche sui canali generalisti. I dati di ascolto di ieri per Roberto Bolle lo dimostrano
Oggi tutti gridano al successo - evidentemente insperato, quantomeno non scontato per la Rai - e si complimentano con se stessi per aver osato. A complimentarsi con se stesso è innanzitutto il direttore generale, Campo Dall'Orto, perchè la Rai ha adempiuto con una serata simile al suo ruolo di 'servizio pubblico'( perchè non continua?) e il pubblico, che ringrazia sia il direttore di Rai 1, Fabiano, che la Rai in generale per aver offerto, una volta tanto, qualcosa di bello e ben fatto nel settore dello spettacolo 'alto' - sarà consentito almeno questo aggettivo per indicare la danza?
I dati di ascolto sono ottimi: 3.900.000 telespettatori, per una share di 17,7%.
Noi, nel nostro precedente post di questa mattina, abbiamo scritto anche di qualcosa che non ci è piaciuto ma che, ovviamente, non intacca la bellezza generale dello spettacolo. Nulla di scontato, anche se era difficile riuscire anche a rendere brutta la danza?
Ora ci si aspetterebbe che la Rai, ma non nella riserva protetta di Rai5, prosegua sulla stessa strada. Perchè a nulla serve dichiararsi soddisfatti dei risultati e poi lasciar andare le cose per il loro cattivo verso, come finora sono sempre andate.
Nuovamente suggeriamo a Campo Dall'Orto di far tornare su Rai1 anche il melodramma con 'All'Opera!' o con qualcosa di simile a quella bella trasmissione che per sei estati consecutive fu trasmessa con lusinghieri risultati d'ascolto, in seconda serata su Rai 1, dal 1999 al 2004, e poi lasciata cadere, come tante altre cose buone ( e come rischia anche la trasmissione di Bolle) in Rai, per disinteresse ed ANALFABETISMO, anche dopo la prova provata del successo di certe trasmissioni, come nel caso di quella di ieri sera.
Per tornare all'Opera, a quella nostra amatissima trasmissione 'All'Opera!' narrata da Antonio Lubrano, vogliamo ricordare a Campo Dall'Orto ed al direttore di Rai 1, Fabiano, che in Rai esistono una sessantina di puntate di 'All'Opera!' con tutti i titoli più popolari ed amati del nostro grande melodramma, soprattutto italiano. Basterebbe riprenderle, scegliendone alcune, in base ad un criterio selettivo - tanti ve ne sarebbero - e trasmetterle nuovamente in estate, in cicli di una decina ciascuno. Sono perfette e pronte per essere ritrasmesse. Che aspettano? Coraggio!
I dati di ascolto sono ottimi: 3.900.000 telespettatori, per una share di 17,7%.
Noi, nel nostro precedente post di questa mattina, abbiamo scritto anche di qualcosa che non ci è piaciuto ma che, ovviamente, non intacca la bellezza generale dello spettacolo. Nulla di scontato, anche se era difficile riuscire anche a rendere brutta la danza?
Ora ci si aspetterebbe che la Rai, ma non nella riserva protetta di Rai5, prosegua sulla stessa strada. Perchè a nulla serve dichiararsi soddisfatti dei risultati e poi lasciar andare le cose per il loro cattivo verso, come finora sono sempre andate.
Nuovamente suggeriamo a Campo Dall'Orto di far tornare su Rai1 anche il melodramma con 'All'Opera!' o con qualcosa di simile a quella bella trasmissione che per sei estati consecutive fu trasmessa con lusinghieri risultati d'ascolto, in seconda serata su Rai 1, dal 1999 al 2004, e poi lasciata cadere, come tante altre cose buone ( e come rischia anche la trasmissione di Bolle) in Rai, per disinteresse ed ANALFABETISMO, anche dopo la prova provata del successo di certe trasmissioni, come nel caso di quella di ieri sera.
Per tornare all'Opera, a quella nostra amatissima trasmissione 'All'Opera!' narrata da Antonio Lubrano, vogliamo ricordare a Campo Dall'Orto ed al direttore di Rai 1, Fabiano, che in Rai esistono una sessantina di puntate di 'All'Opera!' con tutti i titoli più popolari ed amati del nostro grande melodramma, soprattutto italiano. Basterebbe riprenderle, scegliendone alcune, in base ad un criterio selettivo - tanti ve ne sarebbero - e trasmetterle nuovamente in estate, in cicli di una decina ciascuno. Sono perfette e pronte per essere ritrasmesse. Che aspettano? Coraggio!
martedì 23 agosto 2016
Il melodramma, come sta di salute? Non bene. I cinematografi potrebbero dargli una mano per rimettersi?
Dopo che una tv a pagamento ha trasmesso la Tetralogia wagneriana, tutta in una giornata, non pochi commentatori hanno indicato simili esperimenti come fra i pochi che possono far uscire il melodramma dalla stagnazione ( di pubblico). E parere analogo, largamente positivo, s'è letto relativamente alla proiezione delle opere nei cinema di molti paesi, avviata anni fa dal Metropolitan di New York e seguito, più di recente, anche dal Covent Garden londinese.
I dati relativi alle proiezioni nelle sale cinematografiche parlerebbero chiaro: mentre il pubblico del Metropolitan è sceso a livelli ormai tragici, la proiezione del cartellone del Metropolitan ha fruttato, di contro, negli ultimi anni, la bella cifra di 18 milioni di dollari. E allora perchè non proseguire imitando tale esperimento anche in Italia a cominciare dalla Scala?
Giusta riflessione ed altrettanto giusta indicazione, salvo che non si venga a scoprire che buona parte di coloro che vanno al cinema a vedere le opere trasmesse in diretta, talvolta, dai grandi teatri, altri non sarebbero che coloro i quali frequentano abitualmente i nostri teatri d'opera e che trovano, di tanto in tanto, interessante seguire al cinema ciò che si fa nei teatri del mondo.
Ma al di là del giudizio che si può dare sui due esperimenti, con tutte le precauzioni del caso, il problema principe - quello cioè del calo del pubblico dei teatri e dell'innalzamento dell'età del medesimo resta irrisolto, in tutta la sua gravità.
La soluzione, di pura follia, che taluni prospettano, soprattutto a seguito dei dati incoraggianti delle proiezioni delle opere nei cinema, sarebbe quella di chiudere i teatri che evidentemente, secondo questi soloni, spaventerebbero il pubblico giovane e nuovo. Chi tale soluzione prospetta non conosce quale fantastica emozionante esperienza costituisca la visione/ascolto di un'opera nel luogo per il quale è nata, il teatro. E tale nostra convinzione sarebbe confermata dal crescente numero di visitatori che per qualche istante soltanto vuole immergersi nella fascinosa atmosfera di un teatro d'opera, di cui l'Italia è piena.
Il pubblico perciò non è spaventato dal teatro, inteso come sala nella quale l'opera si rappresenta.
E allora da cosa è dissuaso, se diserta, sia quello giovane - il fenomeno è mondiale - sia quello nuovo?
Noi abbiamo due semplici idee, che con noi molti altri condividono. Senza tornare al principio del disastro, soprattutto italiano - e cioè alla mancanza di conoscenza e pratica musicale dalle scuole - sarebbe il caso che si partisse da due regole fondamentali. Se i teatri ( il guaio investe anche le grandi istituzioni musicali sinfoniche) non sono pieni come dovrebbero le cause principali sono due.
Innanzitutto il repertorio - nella programmazione si continua a tener d'occhio la presenza dei critici, con titoli fuori repertorio, piuttosto che il pubblico che , per essere spronato ad andare all'opera, ha bisogno di titoli noti, arcinoti che conosce e vuole riascoltare ( non è certo con la Tetralogia wagneriana, comunque, che si porta gente nuova e giovane all'opera, questo è chiaro a tutti!). Dunque il cartellone dei teatri, per creare nuovamente affezione al melodramma, deve essere costruito in massima parte sul grande repertorio, che è costituito da capolavori, il cui richiamo non scema col tempo.
E poi il costo dei biglietti che in Italia è troppo alto e costituisce il principale motivo della diserzione di un pubblico nuovo e giovane dall'opera. Sbaglia chi dice che i prezzi dei biglietti sono in linea con quelli degli altri paesi. Sì, ma i nostri stipendi, mediamente, non sono affatto in linea con quelli degli altri paesi. I sostenitori ad oltranza della non esosità dei biglietti del teatro d'opera fanno notare che quando i giovani vanno ad ascoltare le star del rock pagano biglietti abbastanza costosi. Vero, ma si tratta di occasioni speciali. Il pubblico dei teatri deve essere fatto di gente che va a teatro regolarmente, non una volta l'anno. E i teatri devono essere aperti tutte le sere, offrendo quindi la possibilità a tutti di andarci, se non una sera, quella appresso o l'altra ancora.
Operazioni come quella della Traviata romana di questa primavera, con la regia della giovane Coppola, ed i costumi di Valentino, fanno arrivare a Roma le dive di Hollywood o le star delle passerelle della moda, per la gioia di Fuortes e Franceschini e dei fotografi, ma non portano un solo spettatore in più al teatro d'opera. Sono occasioni 'mondane' non 'musicali'.
Infine una colpa non piccola l'ha anche la televisione che crede di aver assolto al suo compito di servizio pubblico, relegando la musica come l'opera ed anche il teatro, in quella riserva indiana di Rai 5, senza provare a rendere 'televisivi' quei prodotti di alto conio, come invece meriterebbero per figurare. Non ci stancheremo mai di ricordare che Rai 1 una decina d'anni fa l'aveva fatto con la bella trasmissione 'All'Opera! con Antonio Lubrano, nella quale fummo impegnati con grande soddisfazione anche noi nelle vesti di autore, per ben sei estati, gratificati da indici di ascolto assai incoraggianti anzi lusinghieri. La Rai, anche quella di Campo Dall'Orto, non solo non pone rimedio a tale anomalia, facendo guadagnare alla musica i canali generalisti che soli le possono dare visibilità, ma anche a trasmettere quelle 'televisive' versioni di una sessantina di grandi titoli del melodramma ci pensa affatto. Sono puntate bell'e pronte, ben fatte e curatissime. Cosa costerebbe? Nulla, e d'estate piuttosto che vedere quelle banalisime repliche viste riviste, forse i grandi titoli del melodramma soprattutto italiano, figurerebbero meglio sul piccolo schermo.
I dati relativi alle proiezioni nelle sale cinematografiche parlerebbero chiaro: mentre il pubblico del Metropolitan è sceso a livelli ormai tragici, la proiezione del cartellone del Metropolitan ha fruttato, di contro, negli ultimi anni, la bella cifra di 18 milioni di dollari. E allora perchè non proseguire imitando tale esperimento anche in Italia a cominciare dalla Scala?
Giusta riflessione ed altrettanto giusta indicazione, salvo che non si venga a scoprire che buona parte di coloro che vanno al cinema a vedere le opere trasmesse in diretta, talvolta, dai grandi teatri, altri non sarebbero che coloro i quali frequentano abitualmente i nostri teatri d'opera e che trovano, di tanto in tanto, interessante seguire al cinema ciò che si fa nei teatri del mondo.
Ma al di là del giudizio che si può dare sui due esperimenti, con tutte le precauzioni del caso, il problema principe - quello cioè del calo del pubblico dei teatri e dell'innalzamento dell'età del medesimo resta irrisolto, in tutta la sua gravità.
La soluzione, di pura follia, che taluni prospettano, soprattutto a seguito dei dati incoraggianti delle proiezioni delle opere nei cinema, sarebbe quella di chiudere i teatri che evidentemente, secondo questi soloni, spaventerebbero il pubblico giovane e nuovo. Chi tale soluzione prospetta non conosce quale fantastica emozionante esperienza costituisca la visione/ascolto di un'opera nel luogo per il quale è nata, il teatro. E tale nostra convinzione sarebbe confermata dal crescente numero di visitatori che per qualche istante soltanto vuole immergersi nella fascinosa atmosfera di un teatro d'opera, di cui l'Italia è piena.
Il pubblico perciò non è spaventato dal teatro, inteso come sala nella quale l'opera si rappresenta.
E allora da cosa è dissuaso, se diserta, sia quello giovane - il fenomeno è mondiale - sia quello nuovo?
Noi abbiamo due semplici idee, che con noi molti altri condividono. Senza tornare al principio del disastro, soprattutto italiano - e cioè alla mancanza di conoscenza e pratica musicale dalle scuole - sarebbe il caso che si partisse da due regole fondamentali. Se i teatri ( il guaio investe anche le grandi istituzioni musicali sinfoniche) non sono pieni come dovrebbero le cause principali sono due.
Innanzitutto il repertorio - nella programmazione si continua a tener d'occhio la presenza dei critici, con titoli fuori repertorio, piuttosto che il pubblico che , per essere spronato ad andare all'opera, ha bisogno di titoli noti, arcinoti che conosce e vuole riascoltare ( non è certo con la Tetralogia wagneriana, comunque, che si porta gente nuova e giovane all'opera, questo è chiaro a tutti!). Dunque il cartellone dei teatri, per creare nuovamente affezione al melodramma, deve essere costruito in massima parte sul grande repertorio, che è costituito da capolavori, il cui richiamo non scema col tempo.
E poi il costo dei biglietti che in Italia è troppo alto e costituisce il principale motivo della diserzione di un pubblico nuovo e giovane dall'opera. Sbaglia chi dice che i prezzi dei biglietti sono in linea con quelli degli altri paesi. Sì, ma i nostri stipendi, mediamente, non sono affatto in linea con quelli degli altri paesi. I sostenitori ad oltranza della non esosità dei biglietti del teatro d'opera fanno notare che quando i giovani vanno ad ascoltare le star del rock pagano biglietti abbastanza costosi. Vero, ma si tratta di occasioni speciali. Il pubblico dei teatri deve essere fatto di gente che va a teatro regolarmente, non una volta l'anno. E i teatri devono essere aperti tutte le sere, offrendo quindi la possibilità a tutti di andarci, se non una sera, quella appresso o l'altra ancora.
Operazioni come quella della Traviata romana di questa primavera, con la regia della giovane Coppola, ed i costumi di Valentino, fanno arrivare a Roma le dive di Hollywood o le star delle passerelle della moda, per la gioia di Fuortes e Franceschini e dei fotografi, ma non portano un solo spettatore in più al teatro d'opera. Sono occasioni 'mondane' non 'musicali'.
Infine una colpa non piccola l'ha anche la televisione che crede di aver assolto al suo compito di servizio pubblico, relegando la musica come l'opera ed anche il teatro, in quella riserva indiana di Rai 5, senza provare a rendere 'televisivi' quei prodotti di alto conio, come invece meriterebbero per figurare. Non ci stancheremo mai di ricordare che Rai 1 una decina d'anni fa l'aveva fatto con la bella trasmissione 'All'Opera! con Antonio Lubrano, nella quale fummo impegnati con grande soddisfazione anche noi nelle vesti di autore, per ben sei estati, gratificati da indici di ascolto assai incoraggianti anzi lusinghieri. La Rai, anche quella di Campo Dall'Orto, non solo non pone rimedio a tale anomalia, facendo guadagnare alla musica i canali generalisti che soli le possono dare visibilità, ma anche a trasmettere quelle 'televisive' versioni di una sessantina di grandi titoli del melodramma ci pensa affatto. Sono puntate bell'e pronte, ben fatte e curatissime. Cosa costerebbe? Nulla, e d'estate piuttosto che vedere quelle banalisime repliche viste riviste, forse i grandi titoli del melodramma soprattutto italiano, figurerebbero meglio sul piccolo schermo.
domenica 31 luglio 2016
I soldi sono la lingua che tutti parlano. Parola di Vittorio Avanzini, patron di Newton Compton, intervistato da Antonio Gnoli su Repubblica
' I soldi sono la lingua che tutti parlano' - e che conoscono alla perfezione aggiungiamo noi alla efficace espressione di Vittorio Avanzini intervistato su Repubblica da Antonio Gnoli, per raccontargli l'avventura della sua casa editrice all'inizio malvista da tutti per il semplice fatto che aveva attuato una politica che riguardava anche i prezzi dei libri e che si fondava su due elementari principi: titoli non astrusi e prezzi di copertina bassi, ambedue causa del suo successo. Avanzini ci ha fatto venire in mente le discussioni di questi giorni sugli alti stipendi in RAI, discussioni subito sviate da un ciclone strumentale: il cambio dei direttori dei TG.
' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana - e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che viaggia ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni, appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
Ed il pensiero, per non buttarla sul personale che ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione, raggiunge i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
Per non svuotare tale logica che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000 Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli sia passata in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai, specie in Italia.
' La lingua dei soldi che tutti parlano' l'abbiamo ascoltata anche da Campo Dall'Orto e dalla Maggioni. Il primo, quando gli hanno chiesto se il suo stipendio ( 650.000 Euro) non fosse alto, ha risposto candidamente: mi hanno proposto quella cifra ed io ho accettato, non c'è stata nessuna discussione: perciò che volete da me? Forse che avrei dovuto dire, scusate, non vi sembra troppo alto? Praticamente quasi 2.000 Euro al giorno, lordi naturalmente. E che altro voleva?
Questo naturalmente non l'ha detto; lo diciamo noi. Peggio la Maggioni, dalla carriera direttoriale fulminante, prima a Rai News - senza grandi risultati almeno pari a quelli che Di Bella sta raggiun gendo da poco più di qualche settimana - e poi catapultata sul trono di presidente, ha spiegato così il suo stipendio che viaggia ben oltre i 300.000 Euro: se si vogliono i professionisti migliori bisogna pagarli, altrimenti quelli, secondo le leggi del mercato, vanno altrove. Per dire che una presidente di azienda come Lei, con tanta esperienza e ottimi risultati, sta sul mercato e viene pagata secondo le regole del mercato medesimo.
Allora noi, che non ci arrendiamo quasi mai, abbiamo fatto una semplice riflessione. Ma allora tutti quelli che hanno stipendi di molto inferiori a Campo Dall'Orto e Maggioni, appartengono al sottomercato, a quello dove la merce non è di prima qualità?
Ed il pensiero, per non buttarla sul personale che ci avrebbe depresso mortalmente, è andato a settori dei quali tutti si riempiono la bocca e si dichiarano paladini, come il settore della cosiddetta 'cultura', anche in RAI. Per vedere, in base agli stipendi dei vertici, in quale considerazione essi sono tenuti dalla azienda. Ed abbiamo scoperto - sempre che valga la logica di Campo Dall'orto e ancor di più della Maggioni - che Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, ha uno stipendio al di sotto dei 240.000 Euro che dovrebbe costituire il tetto massimo dei dirigenti apicali nelle aziende pubbliche, e che, per la precisione, raggiunge i 226.000 Euro; e che Pasquale D'Alessandro, a capo di Rai 5 guadagna più di lei, e cioè 247.000 Euro, superando anche se di poco il tetto. Mentre, tanto per fare un nome ed un esempio di altro pianeta, esterno alla cultura, Andrea Vianello, campione di flop a Rai 3, guadagna 320.000 Euro.
Per non svuotare tale logica che misura i contenuti con i soldi, sarà ben difficile che si riportino tutti gli stipendi alla soglia dei 240.000 che è poi quanto guadagna il Presidente della repubblica.
Di ricordo in ricordo. Quando Luciano Berio, dopo essere stato commissario dell'Accademia di Santa Cecilia, venne eletto sovrintendente/Presidente/Direttore artistico, ritenne che il suo stipendio non fosse all'altezza e se lo aumentò ( intorno ai 350.000 Euro). Dopo la sua morte, il suo successore pensò bene di non toccarlo quello stipendio e per una decina d'anni lo ha avuto così alto ( ad una domanda sull'argomento avrebbe risposto come Campo Dall'Orto: l'ho trovato e me lo sono tenuto). Senza che mai gli sia passata in testa l'idea che l'azienda Rai per dipendenti e fatturato era almeno dieci volte quella di Santa Cecilia, mentre lo stipendio del suo direttore generale non era neppure il doppio di quello di Cagli.
Noi, in fondo, saremmo anche d'accordo nel riconoscere al solo direttore generale dell'azienda Rai - 13-14.000 dipendenti - uno stipendio che superi il tetto, ma non di tre volte; sebbene anche in altre grandi aziende pubbliche che hanno bilanci e dipendenti pari a quelli della Rai i capi si siano autoridotti lo stipendio fino al tetto stabilito per legge, ma aggirato bellamente, nelle more della discussione sulla natura pubblica o privata della Rai. Sì, magari il suo stipendio superi pure il tetto, ma deve rendere conto di quello che fa e dei risultati, altrimenti paga.
E questa è una regola che non si conosce da nessuna parte e non si attua mai, specie in Italia.
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sabato 9 luglio 2016
Supplica: conservaci Renzi e liberaci da Franceschini
Maria Teresa Meli, giornalista del Corriere, promessa direttrice di un Tg Rai, nell'era Renzi, ma per ora a bagnomaria perchè Campo Dall'Orto che sembrava qualche mese fa voler procedere in gran fretta alla nomina dei nuovi direttori dei Tg, ha ora dichiarato che tale nuovo giro di valzer con poltrona, non è all'ordine del giorno; orbene, Maria Teresa Meli, giornalista e avvocato difensore del premier, rivela oggi nella sua rubrica sul 'femminile' del Corriere che il suo stimatissimo premier è oggetto di riti Vudù proprio da parte di Franceschini che Renzi ha salvato dal dimenticatoio, affidandogli il dicastero della cultura. E lui, reincarnazione di Bruto, in formato ridottissimo, trama alle spalle dell'imperatore fiorentino, per abbatterlo.
Intanto mina il trono di Renzi con quella proposta sulla modifica dell'Italicum (di questa non parla la Meli, ma ne hanno parlato già tutti i giornali) che mira a rendere ancora più precaria la situazione di Renzi sul trono, dal quale farlo discendere per mettercisi lui, con l'aiuto di Mattarella, al quale- scrive la Meli- è molto legato.
Ora se tutto ci si può aspettare, visto che in passato è accaduto di tutto, il nostro Paese, certamente non merita un Franceschini a capo del Governo, al posto di Renzi: dovremmo applaudire un nanetto che scalza un gigante? Non sarebbe la prima volta, si potrebbe obiettare: la storia di Davide e Golia non è che uno dei primi esempi tramandatoci delle Scritture. Sì, è vero, ma Renzi non è Golia, grosso ma fesso, e Franceschini non è neanche un unghia di Davide.
E' solo un pò furbo, come dimostra ormai quasi ogni sua uscita pubblica, in agenda solo per cantare vittoria. L'ultima, di qualche giorno fa, quando la sentenza del TAR ha bocciato il decreto di riforma del FUS, a seguito della quale ha chiamato a raccolta quei pochi che ancora gli danno credito - che sono poi quelli ai quali lui fa credito attraverso il Fus, altrimenti col ciufolo che correvano in suo aiuto - ai quali ha suggerito la stesura di una lettera aperta in sua difesa, in difesa di quella sua ignobile riforma, dettata dal suo stretto sodale di un tempo, Salvo Nastasi, ora andato a far danni al paese, dalla postazione privilegiata di Palazzo Chigi.
Franceschini si mostra in tv alle inaugurazioni, per le proclamazione dei suoi successi ( l'ultimo di ieri, quando ha dato conto dell'aumento dell'afflusso di visitatori italiani nei Musei, anche e soprattutto a seguito delle entrate libere, la prima domenica del mese) e per ripetere quella sua balzana idea di ricostruire la platea del Colosseo,costo una ventina di milioni che lui ha trovato nei fondi del Ministero, ma che non ha mai pensato di destinare, come sarebbe stato meglio ed opportuno, alle emergenze dei Musei stessi.
Mentre, ad esempio, come fa notare sempre sul Corriere di oggi, Paolo Conti, né lui, né altra carica istituzionale hanno ritenuto opportuno, anzi doveroso, esser presenti ai funerali di un grande italiano, Valentino Zeichen. E Franceschini avrebbe dovuto. Ci è anche venuto in mente un pensiero cattivo. Franceschini e gli altri della corte politica, hanno temuto - conoscendo un pò il caratteraccio del grande poeta defunto - che venisse fuori dalla cassa e, puntando contro di loro l'indice minaccioso, gridasse: ma che ci fate voi qui? volete rovinarmi proprio l'ultimo viaggio? Via tutti!
Intanto mina il trono di Renzi con quella proposta sulla modifica dell'Italicum (di questa non parla la Meli, ma ne hanno parlato già tutti i giornali) che mira a rendere ancora più precaria la situazione di Renzi sul trono, dal quale farlo discendere per mettercisi lui, con l'aiuto di Mattarella, al quale- scrive la Meli- è molto legato.
Ora se tutto ci si può aspettare, visto che in passato è accaduto di tutto, il nostro Paese, certamente non merita un Franceschini a capo del Governo, al posto di Renzi: dovremmo applaudire un nanetto che scalza un gigante? Non sarebbe la prima volta, si potrebbe obiettare: la storia di Davide e Golia non è che uno dei primi esempi tramandatoci delle Scritture. Sì, è vero, ma Renzi non è Golia, grosso ma fesso, e Franceschini non è neanche un unghia di Davide.
E' solo un pò furbo, come dimostra ormai quasi ogni sua uscita pubblica, in agenda solo per cantare vittoria. L'ultima, di qualche giorno fa, quando la sentenza del TAR ha bocciato il decreto di riforma del FUS, a seguito della quale ha chiamato a raccolta quei pochi che ancora gli danno credito - che sono poi quelli ai quali lui fa credito attraverso il Fus, altrimenti col ciufolo che correvano in suo aiuto - ai quali ha suggerito la stesura di una lettera aperta in sua difesa, in difesa di quella sua ignobile riforma, dettata dal suo stretto sodale di un tempo, Salvo Nastasi, ora andato a far danni al paese, dalla postazione privilegiata di Palazzo Chigi.
Franceschini si mostra in tv alle inaugurazioni, per le proclamazione dei suoi successi ( l'ultimo di ieri, quando ha dato conto dell'aumento dell'afflusso di visitatori italiani nei Musei, anche e soprattutto a seguito delle entrate libere, la prima domenica del mese) e per ripetere quella sua balzana idea di ricostruire la platea del Colosseo,costo una ventina di milioni che lui ha trovato nei fondi del Ministero, ma che non ha mai pensato di destinare, come sarebbe stato meglio ed opportuno, alle emergenze dei Musei stessi.
Mentre, ad esempio, come fa notare sempre sul Corriere di oggi, Paolo Conti, né lui, né altra carica istituzionale hanno ritenuto opportuno, anzi doveroso, esser presenti ai funerali di un grande italiano, Valentino Zeichen. E Franceschini avrebbe dovuto. Ci è anche venuto in mente un pensiero cattivo. Franceschini e gli altri della corte politica, hanno temuto - conoscendo un pò il caratteraccio del grande poeta defunto - che venisse fuori dalla cassa e, puntando contro di loro l'indice minaccioso, gridasse: ma che ci fate voi qui? volete rovinarmi proprio l'ultimo viaggio? Via tutti!
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domenica 22 maggio 2016
Maurice Ravel, Joan Mirò e, scusate, Gigi Marzullo
Ieri scrivevamo del diritto d'autore, ricordando una delle battaglie condotte dall'infaticabile lottatrice Liliana Pannella, morta un anno fa circa, nel silenzio generale. Lei si era battuta perché l'estensione della protezione non venisse ulteriormente allungata ( oggi è settant'anni dopo la morte dell'autore), convinta che più che giovare nuocesse all'autore, constatando che, terminata la protezione, le opere degli artisti, in ogni campo, compreso quello letterario, subiscono una impennata di vendite e diffusione - come giustamente, su dati concreti, ragionava Liliana.
Ora la questione dei diritti è stata posta all'omologa società francese che li tutela, la Sacem, su Ravel, più precisamente su uno dei brani più famosi ed eseguiti, il suo Bolero. In questo caso si sono fatti vivi, allo scadere dei settant'anni, non gli eredi di Ravel bensì quelli del coreografo che accompagnò con la sua opera il Bolero raveliano, e cioè Benois. Pretendendo che il Bolero venga considerato insieme opera musicale e coreografica e, dunque, non essendo trascorsi ancora 70 dalla morte del coreografo, i suoi eredi reclamano il pagamento dei diritti. La Sacem, omologa della nostra SIAE, ha risposto picche. E bene ha fatto. Bolero è di Ravel e solo suo, Benois ha scritto successivamente una coreografia sul celebre brano. Evidentemente agli eredi del coreografo non bastano i diritti della coreografia, ove eventualmente utilizzata, vogliono, in quota parte, anche quelli del Bolero che ora, e per l'avvenire, non potrà più pretendere. E, sicuramente, verrà eseguito più di prima - parola di Liliana Pannella.
Il nipote del celebre pittore Joan Mirò - che prima di diventare famoso e ricco aveva anche conosciuto la fame - ha devoluto il ricavato dalla vendita di alcune opere ai migranti, sempre di più, sempre più poveri e bistrattati.
Leggendo una simile notizia, riportata da tutti i giornali, ci si immagina che il nipote di un così grande pittore, abbia destinato ai migranti una considerevole somma, visto le altissime quotazioni delle opere di suo nonno. E, invece, ha destinato una miseria: sui 60.000 Euro. Meglio che niente, si dirà, però che vergogna: tanto chiasso per una miseria? A diffondere la notizia ha fatto veramente una figuraccia agli occhi del mondo, lui che, con una sola opera del nonno, delle tante ancora di cui ha la proprietà, potrebbe ricavare milioni di Euro. Perchè non devolvere i milioni piuttosto che le poche migliaia, come ha fatto?
In fondo ai piedi di due giganti, ce ne scusiamo, Gigi Marzullo, di Avellino, da oltre trent'anni padrone della fascia notturna di Rai1 e per tanti anni, RESPONSABILE della CULTURA, sempre per Rai 1- che solo a scriverlo viene da ridere.
In Rai succede di tutto, ad ogni cambio di dirigenti, l'ultimo con Campo Dall'Orto. Trasmissioni che vengono cancellate o aperte, conduttori licenziati o trasferiti, e nuovi che vengono assoldati, ma Marzullo resta lì, nessuno lo tocca. Non ottennero nulla le migliaia di cittadini e personalità che firmarono qualche tempo fa un appello per mandare a casa Marzullo. Neppure i potenti dirigenti da poco approdati a Viale Mazzini possono nulla contro Marzullo, l'intoccabile. Perchè? Non ci vengano a dire che, in fondo, è relegato nella notte televisiva e non fa male a nessuno. No, fa male, se non altro perchè uno, svegliandosi insonne, becca uno spavento se accendendo la televisione, si ritrova la sua faccia circondata dalle altre, sempre le solite, della solita compagnia di giro, nel 'suo' cinematografo ed altre amenità. Se uno pensa poi al suo incarico di 'responsabile della cultura' per la rete ammiraglia Rai, si rende conto di come siamo finiti in basso. Dove resteremo. perchè ora c'è solo da aspettare l'età della pensione di Marzullo ( ci andrà da dirigente con lauta pensione e lautisima liquidazione). Ma forse allora, ritenendolo indispensabile, faranno una eccezione e lo nomineranno direttore generale della Rai.
Ora la questione dei diritti è stata posta all'omologa società francese che li tutela, la Sacem, su Ravel, più precisamente su uno dei brani più famosi ed eseguiti, il suo Bolero. In questo caso si sono fatti vivi, allo scadere dei settant'anni, non gli eredi di Ravel bensì quelli del coreografo che accompagnò con la sua opera il Bolero raveliano, e cioè Benois. Pretendendo che il Bolero venga considerato insieme opera musicale e coreografica e, dunque, non essendo trascorsi ancora 70 dalla morte del coreografo, i suoi eredi reclamano il pagamento dei diritti. La Sacem, omologa della nostra SIAE, ha risposto picche. E bene ha fatto. Bolero è di Ravel e solo suo, Benois ha scritto successivamente una coreografia sul celebre brano. Evidentemente agli eredi del coreografo non bastano i diritti della coreografia, ove eventualmente utilizzata, vogliono, in quota parte, anche quelli del Bolero che ora, e per l'avvenire, non potrà più pretendere. E, sicuramente, verrà eseguito più di prima - parola di Liliana Pannella.
Il nipote del celebre pittore Joan Mirò - che prima di diventare famoso e ricco aveva anche conosciuto la fame - ha devoluto il ricavato dalla vendita di alcune opere ai migranti, sempre di più, sempre più poveri e bistrattati.
Leggendo una simile notizia, riportata da tutti i giornali, ci si immagina che il nipote di un così grande pittore, abbia destinato ai migranti una considerevole somma, visto le altissime quotazioni delle opere di suo nonno. E, invece, ha destinato una miseria: sui 60.000 Euro. Meglio che niente, si dirà, però che vergogna: tanto chiasso per una miseria? A diffondere la notizia ha fatto veramente una figuraccia agli occhi del mondo, lui che, con una sola opera del nonno, delle tante ancora di cui ha la proprietà, potrebbe ricavare milioni di Euro. Perchè non devolvere i milioni piuttosto che le poche migliaia, come ha fatto?
In fondo ai piedi di due giganti, ce ne scusiamo, Gigi Marzullo, di Avellino, da oltre trent'anni padrone della fascia notturna di Rai1 e per tanti anni, RESPONSABILE della CULTURA, sempre per Rai 1- che solo a scriverlo viene da ridere.
In Rai succede di tutto, ad ogni cambio di dirigenti, l'ultimo con Campo Dall'Orto. Trasmissioni che vengono cancellate o aperte, conduttori licenziati o trasferiti, e nuovi che vengono assoldati, ma Marzullo resta lì, nessuno lo tocca. Non ottennero nulla le migliaia di cittadini e personalità che firmarono qualche tempo fa un appello per mandare a casa Marzullo. Neppure i potenti dirigenti da poco approdati a Viale Mazzini possono nulla contro Marzullo, l'intoccabile. Perchè? Non ci vengano a dire che, in fondo, è relegato nella notte televisiva e non fa male a nessuno. No, fa male, se non altro perchè uno, svegliandosi insonne, becca uno spavento se accendendo la televisione, si ritrova la sua faccia circondata dalle altre, sempre le solite, della solita compagnia di giro, nel 'suo' cinematografo ed altre amenità. Se uno pensa poi al suo incarico di 'responsabile della cultura' per la rete ammiraglia Rai, si rende conto di come siamo finiti in basso. Dove resteremo. perchè ora c'è solo da aspettare l'età della pensione di Marzullo ( ci andrà da dirigente con lauta pensione e lautisima liquidazione). Ma forse allora, ritenendolo indispensabile, faranno una eccezione e lo nomineranno direttore generale della Rai.
sabato 30 aprile 2016
Obbligatorio passare da La Repubblica quotidiano per il lasciapassare per la RAI?
Un tempo assai lontano, lontanissimo - agli albori del Cristianesimo, nelle terre dove muoveva i primi passi, alla morte di Cristo, la nuova religione ci si domandava se fosse necessario per tutti indistintamente, per giungere al Cristianesimo passare per l'ebraismo. Se, cioè, la religione ebraica sul cui tronco si era innestato il Cristianesimo, dovesse essere l'unica strada per giungervi, o se non bastasse, quale che fosse la provenienza, aderire alla predicazione di Cristo.
Al momento non ricordiamo con esattezza, quale fosse la risposta degli apostoli ai primi cristiani interroganti, anche se la immagininamo; ma la risposta a quella importante domandala la sa sicuramente molto bene Corrado Augias che alle vicende del Cristianesimo ed alla vita di Gesù sta dedicando molte ore della sua esistenza professionale di giornalista e scrittore (anche di credente?). Ci si rivolga a lui, perciò, sfruttando la sua 'posta dei lettori' del quotidiano La Repubblica.
Già 'La repubblica' che spunta come 'il diavolo' nel nostro discorso, emergendo dalle onde dell'acqua santa, costringendoci a mischiare irriverentemente sacro e profano.
RAI Tre, e non solo quella rete, anche se lo fa più di ogni altro anfratto radiotelevisivo, arruola dal quotidiano romano 'La Repubblica' molti suoi soldati: Verdelli, Merlo, Romagnoli Giannini, De Gregorio (la quale a sua volta chiama in servizio 'di rinforzo' collaboratori di Repubblica, come ha fatto questa settimana con un economista) senza dimenticare anche e prima di ogni altro Augias che RAI Tre ha costretto a lavorare, suo malgrado, ben oltre l'età canonica ed i numerosi dinieghi - ma forse solo di facciata - del celebre giornalista.
Molti si lamentano di tale privilegiata considerazione del quotidiano romano e del suo personale nei piani alti e nelle redazioni di Viale Mazzini; e nei salotti dove è consentito dire le cose come stanno, senza pudore e rispetto per nessuno, si tentano anche spiegazioni.
Ora se ne lamentano anche quelli di Repubblica, perchè temono che con le recenti acquisizioni editoriali questa primogenitura sia da spartire anche con quelli della Stampa di Torino e del Secolo passato di Genova.
E lo temono anche perchè, in una occasione recentissima, si è superata la misura; e citano il caso di Verdelli chiamato da Campo Dall'Orto a dirigere ed a mettere ordine nell' informazione in RAI, e che chiama a sua volta - perchè non ce la fa da solo? - Francesco Merlo, pensionato, sulla cui assunzione in RAI si nutrono anche dubbi giuridici.
Insomma critiche da ogni parte alla 'RAI di Repubblica'. Nessuno però che si chieda, alla luce del sole, se la ragione non vada cercata nella bravura, al più alto grado, di tutti i giornalisti militanti nel quotidiano di De Benedetti, per non dire del marchio di fabbrica indelebile che portano inciso a fuoco sulle carni.
Al momento non ricordiamo con esattezza, quale fosse la risposta degli apostoli ai primi cristiani interroganti, anche se la immagininamo; ma la risposta a quella importante domandala la sa sicuramente molto bene Corrado Augias che alle vicende del Cristianesimo ed alla vita di Gesù sta dedicando molte ore della sua esistenza professionale di giornalista e scrittore (anche di credente?). Ci si rivolga a lui, perciò, sfruttando la sua 'posta dei lettori' del quotidiano La Repubblica.
Già 'La repubblica' che spunta come 'il diavolo' nel nostro discorso, emergendo dalle onde dell'acqua santa, costringendoci a mischiare irriverentemente sacro e profano.
RAI Tre, e non solo quella rete, anche se lo fa più di ogni altro anfratto radiotelevisivo, arruola dal quotidiano romano 'La Repubblica' molti suoi soldati: Verdelli, Merlo, Romagnoli Giannini, De Gregorio (la quale a sua volta chiama in servizio 'di rinforzo' collaboratori di Repubblica, come ha fatto questa settimana con un economista) senza dimenticare anche e prima di ogni altro Augias che RAI Tre ha costretto a lavorare, suo malgrado, ben oltre l'età canonica ed i numerosi dinieghi - ma forse solo di facciata - del celebre giornalista.
Molti si lamentano di tale privilegiata considerazione del quotidiano romano e del suo personale nei piani alti e nelle redazioni di Viale Mazzini; e nei salotti dove è consentito dire le cose come stanno, senza pudore e rispetto per nessuno, si tentano anche spiegazioni.
Ora se ne lamentano anche quelli di Repubblica, perchè temono che con le recenti acquisizioni editoriali questa primogenitura sia da spartire anche con quelli della Stampa di Torino e del Secolo passato di Genova.
E lo temono anche perchè, in una occasione recentissima, si è superata la misura; e citano il caso di Verdelli chiamato da Campo Dall'Orto a dirigere ed a mettere ordine nell' informazione in RAI, e che chiama a sua volta - perchè non ce la fa da solo? - Francesco Merlo, pensionato, sulla cui assunzione in RAI si nutrono anche dubbi giuridici.
Insomma critiche da ogni parte alla 'RAI di Repubblica'. Nessuno però che si chieda, alla luce del sole, se la ragione non vada cercata nella bravura, al più alto grado, di tutti i giornalisti militanti nel quotidiano di De Benedetti, per non dire del marchio di fabbrica indelebile che portano inciso a fuoco sulle carni.
domenica 6 marzo 2016
Campo Dall'Orto guarda la tv di domenica?
Oggi, con una intervista a Repubblica, Campo Dall'Orto comincia a rivelare i suoi progetti sulla RAI del futuro prossimo, affidato alla sua gestione, della quale il cambio dei direttori di rete, rappresenta il primo tassello.
Ci ha confermato che dal 1 maggio la pubblicità, qualunque pubblicità, sparirà dai canali per bambini; ci ha detto che il talk deve in qualche maniera cambiare e rinnovarsi - come ha saputo fare Fazio ( rappresentato da Caschetto che rappresenta molti altri personaggi della nuova RAI di Campo Dall'Orto) e che programmi che sfruttano sentimenti, bambini robot, dolori ( vergognoso, doppiamente vergognoso, 'Così lontani così' vicini' affidato alla coppia Romina/Al Bano) per fare spettacolo, vanno cancellati dalla tv. E ci ha detto pure - ed è questa la ragione di queste poche righe - che da domenica prossima via la cronaca nera dalle trasmissioni della rete ammiraglia.
Il riferimento è alle trasmissioni pomeridiane affidate a presentatori rappresentate dal pilastro n. 2 che regge, con Caschetto, i programmi della RAI, e cioè quel Lucio Presta che ora si candida sindaco in Calabria, ed è marito della Perego.
Però Campo Dall'Orto oggi,di domenica, la televisione non la guarda, perchè, appena prima di arrivare a domenica prossima, quando la nera sarà oscurata da RAI 1, consente alla Perego di intervistare a lungo, uno dei volti che proprio nelle trasmissioni centrate sulla cronaca nera, è fra i più popolari ed abituali, quella bionda criminologa che fa nome Bruzzone, che solo la domenica non vedremo più, mentre ce la vediamo ogni giorno, ogni pomeriggio, a 'la vita in diretta'. C'era proprio bisogno? Che ci frega di sapere chi è la Bruzzone? non la vediamo ogni giorno sentenziare su qualunque delitto, anche su quelli - e forse non dovrebbe - in cui è implicata come esperta? Basta con questa tv che si parla addosso, proponendoci persone e personaggi che in un altro paese se ne starebbero a casa a fare la calza o a badare i figli , o nei rispettivi uffici a lavorare, e non a fare comparse in tv. Dalla quale solo, unita a piccola dose di bravura e competenza, raggiungono spesso il successo anche professionale.
Ci ha confermato che dal 1 maggio la pubblicità, qualunque pubblicità, sparirà dai canali per bambini; ci ha detto che il talk deve in qualche maniera cambiare e rinnovarsi - come ha saputo fare Fazio ( rappresentato da Caschetto che rappresenta molti altri personaggi della nuova RAI di Campo Dall'Orto) e che programmi che sfruttano sentimenti, bambini robot, dolori ( vergognoso, doppiamente vergognoso, 'Così lontani così' vicini' affidato alla coppia Romina/Al Bano) per fare spettacolo, vanno cancellati dalla tv. E ci ha detto pure - ed è questa la ragione di queste poche righe - che da domenica prossima via la cronaca nera dalle trasmissioni della rete ammiraglia.
Il riferimento è alle trasmissioni pomeridiane affidate a presentatori rappresentate dal pilastro n. 2 che regge, con Caschetto, i programmi della RAI, e cioè quel Lucio Presta che ora si candida sindaco in Calabria, ed è marito della Perego.
Però Campo Dall'Orto oggi,di domenica, la televisione non la guarda, perchè, appena prima di arrivare a domenica prossima, quando la nera sarà oscurata da RAI 1, consente alla Perego di intervistare a lungo, uno dei volti che proprio nelle trasmissioni centrate sulla cronaca nera, è fra i più popolari ed abituali, quella bionda criminologa che fa nome Bruzzone, che solo la domenica non vedremo più, mentre ce la vediamo ogni giorno, ogni pomeriggio, a 'la vita in diretta'. C'era proprio bisogno? Che ci frega di sapere chi è la Bruzzone? non la vediamo ogni giorno sentenziare su qualunque delitto, anche su quelli - e forse non dovrebbe - in cui è implicata come esperta? Basta con questa tv che si parla addosso, proponendoci persone e personaggi che in un altro paese se ne starebbero a casa a fare la calza o a badare i figli , o nei rispettivi uffici a lavorare, e non a fare comparse in tv. Dalla quale solo, unita a piccola dose di bravura e competenza, raggiungono spesso il successo anche professionale.
giovedì 3 marzo 2016
Morricone approfitta dell'Oscar per accusare la RAI. Sul Corriere, rispondendo ad Aldo Cazzullo
Questa volta Campo Dall'Orto non ha mantenuto la consegna del silenzio, ed il basso profilo di sempre, sentendosi accusare da Morricone, sulle pagine del Corriere, in una intervista ad Aldo Cazzullo. Nella quale il noto compositore dice che la RAI non può comportarsi come le peggio società nei confronti dei musicisti - il riferimento è ad una proposta di lavoro per Morricone che con la sua orchestra avrebbe dovuto registrare un pezzo per un programma di Negrin. La Rai aveva proposto a Morricone, per la registrazione in oggetto, un compenso di 10.000 Euro. Una vergogna che Morricone ritiene, giustamente, un insulto in piena regola, anche senza tirare in ballo i compensi fuori misura ed indecenti che continua a dare a pacioccone che ci istruiscono come si fanno gli gnocchi, o a presentatori e conduttori sedicenti - ci piacerebbe ad esempio sapere quanto danno alla 'regazza' di Masi, che di sabato e domenica riesce a farci piangere per la sua evidente incapacità.
Morricone ha detto che lui per la RAI, orgoglio del suo paese, potrebbe anche lavorare gratis, ma i musicisti non possono essere trattati come dei pezzenti, calpestandone con simili proposte anche la profesionalità.
E Campo Dall'Orto, chiamato direttamente in causa, si è subito fatto sentite: ha ragione Morricone - ha detto - la RAI deve comportarsi altrimenti ed essere specchio delle più alte qualità italiane. Non può registrare colonne sonore con un aggeggio elettronico, come farebbero in una radio cittadina, per risparmiare. La RAI deve risparmiare, è giusto che lo faccia, ma risparmi su altri capitoli di spesa milionarie, sulle quali sembra che la mannaia del calmiere non riesce ad abbattersi, neanche sotto Campo Dall'Orto.
Staremo a vedere cosa farà Campo Dall'Orto, sempre che decida di passare dalle parole ai fatti.
Certo è che la RAI ha sempre avuto un comportamento dissociato. Da un lato affama tutte le giovani menti che lavorano in azienda, dall'altro continua a coccolare, strapagandoli, quelli che contano, i raccomdandati, i figli di... e le amanti di... che sono già ricchi e che si arricchiscono ancora.
Non possiamo dimenticare una iniziativa di qualche anno fa, quando la RAI decise di mettere ordine nei tanti rivoli attraverso i quali rischiava di dissanguarsi con prodotti di infima qualità, pagando diritti d'autore per prodotti di scarsissima qualità. Allora decise che i cosiddetti tappeti sonori o le siglette di programmi e programmini venissero affidati a grandi nomi - e ci pare che anche Morricone fosse fra questi, oltre a Piovani, Bacalov ed altri. Decise di far scrivere loro le musiche necessarie e di editarle anche, in modo che i diritti che la RAI pagava per lo sfruttamento tornassero in parte, come editore, di nuovo nelle sue casse. Anche allora non si pensò di rivolgersi a giovani ma valenti musicisti, cercandoli non attraverso le solite conventicole, ma mettendo su una piccola 'factory' - si dice così, speriamo di non sbagliarci, visto che non consociamo il fottuto inglese !- affidata ad un tutor nella quale allevare nuovi musicisti.
Perciò se Campo Dall'Orto desidera dare un impulso nuovo alla RAI affidatagli, deve subito darsi da fare, molte sono le cose da cambiare, già ora.
P.S. Campo Dall'Orto ha telefonato a Morricone e lo ha invitato ad un incontro in RAI. Sembra che il maestro abbia accettato. E sembra ancora che il direttore generale della RAI proporrà a Morricone di lavorare ad un importante progetto RAI.
Morricone ha detto che lui per la RAI, orgoglio del suo paese, potrebbe anche lavorare gratis, ma i musicisti non possono essere trattati come dei pezzenti, calpestandone con simili proposte anche la profesionalità.
E Campo Dall'Orto, chiamato direttamente in causa, si è subito fatto sentite: ha ragione Morricone - ha detto - la RAI deve comportarsi altrimenti ed essere specchio delle più alte qualità italiane. Non può registrare colonne sonore con un aggeggio elettronico, come farebbero in una radio cittadina, per risparmiare. La RAI deve risparmiare, è giusto che lo faccia, ma risparmi su altri capitoli di spesa milionarie, sulle quali sembra che la mannaia del calmiere non riesce ad abbattersi, neanche sotto Campo Dall'Orto.
Staremo a vedere cosa farà Campo Dall'Orto, sempre che decida di passare dalle parole ai fatti.
Certo è che la RAI ha sempre avuto un comportamento dissociato. Da un lato affama tutte le giovani menti che lavorano in azienda, dall'altro continua a coccolare, strapagandoli, quelli che contano, i raccomdandati, i figli di... e le amanti di... che sono già ricchi e che si arricchiscono ancora.
Non possiamo dimenticare una iniziativa di qualche anno fa, quando la RAI decise di mettere ordine nei tanti rivoli attraverso i quali rischiava di dissanguarsi con prodotti di infima qualità, pagando diritti d'autore per prodotti di scarsissima qualità. Allora decise che i cosiddetti tappeti sonori o le siglette di programmi e programmini venissero affidati a grandi nomi - e ci pare che anche Morricone fosse fra questi, oltre a Piovani, Bacalov ed altri. Decise di far scrivere loro le musiche necessarie e di editarle anche, in modo che i diritti che la RAI pagava per lo sfruttamento tornassero in parte, come editore, di nuovo nelle sue casse. Anche allora non si pensò di rivolgersi a giovani ma valenti musicisti, cercandoli non attraverso le solite conventicole, ma mettendo su una piccola 'factory' - si dice così, speriamo di non sbagliarci, visto che non consociamo il fottuto inglese !- affidata ad un tutor nella quale allevare nuovi musicisti.
Perciò se Campo Dall'Orto desidera dare un impulso nuovo alla RAI affidatagli, deve subito darsi da fare, molte sono le cose da cambiare, già ora.
P.S. Campo Dall'Orto ha telefonato a Morricone e lo ha invitato ad un incontro in RAI. Sembra che il maestro abbia accettato. E sembra ancora che il direttore generale della RAI proporrà a Morricone di lavorare ad un importante progetto RAI.
domenica 14 febbraio 2016
Tutti, ma proprio tutti cantano 'A' Sanremo
Se aggiungiamo una semplice vocale, la prima delle cinque, una 'A', allo slogan che ci ha ossessionati ancora due mesi prima che il festival cominciasse, realizziamo, sfruttando quello stesso slogan con una leggera modifica, la sintesi più completa ed azzeccata del festival di Sanremo di quest'anno, ma anche di ogni Sanremo: festival della canzone, dove la musica è un semplice ingrediente e non dei più sapidi del gran minestrone sanremese che ogni anno ci fa vedere la bionda e la bruna, e ce le fa vedere senza nasconderci nulla quasi senza veli; ci fa pentire delle nostre cattive azioni chiamando chi lotta ogni giorno per dare un senso alla vita, chi non si arrende mai anche a cent'anni tondi tondi ecc... e la musica? la musica c'è anche, ma non è necessaria ed indispensabile.
Basta guardare chi dirige l'orchestra - dove si salvano Beppe Vessicchio e magari anche Renato Serio - per mettersi le mani nei capelli. Un esercito di dilettanti che non sa muovere le mani a tempo, e che forse non sa neanche leggere la musica, sebbene abbia sotto gli occhi la partiture delle varie canzoni che qualcuno ha preparato.
Lo spettacolo è desolante, le canzoni tutte uguali, manco a a dire che sono tagliate sui canoni della canzone popolare; i testi inutili o talmente prosaici da risultare inascoltabili. E i cantanti - a Sanremo li chiamano ancora così - che hanno bisogno di mascherarsi per farsi notare o di arrivare in palcoscenico con mise improbabili che ci stanno a dire?
Che vincono gli anziani, più normali, che sanno costruire una canzone, e che sanno raccontare, a differenza di quelli che partono con una buona idea - come quella canzone che apre la borsa di una donna, che poteva essere fra le più inconsuete se condotta sul filo dell'umorismo, ma dalla quale si estrae l'ennesima paccottiglia sentimentale... che noia.
E poi dopo il successo delle 'cinque giornate' di Sanremo - ascolti record che indurranno Campo Dall'Orto all'indulgenza nei riguardi di Giancarlo Leone che a giorni sloggerà da RAI 1 - si fa, oggi domenica, nel salotto di casa Presta e di nonno Costanzo, il contro Sanremo, dove si rigiudicano le canzoni, andando contro la giuria composita che le ha giudicate,e che ha mandato a casa solo quattro gatti, fra cui anche gli 'Zero Assoluto' per timore che all'indomani, nella serata finale, avessero ad incontrasi troppi Zero, con lo show di Renato - il primo e più autentico degli 'Zero' - sul palcoscenico dell'Ariston.
A Sanremo quest'anno, come sempre cantano proprio tutti. Come tutti i cantanti improvvisati dello slogan pubblicitario del festival dove si ascoltavano tutti, ma proprio tutti, perfino qualcuno intonato.
Basta guardare chi dirige l'orchestra - dove si salvano Beppe Vessicchio e magari anche Renato Serio - per mettersi le mani nei capelli. Un esercito di dilettanti che non sa muovere le mani a tempo, e che forse non sa neanche leggere la musica, sebbene abbia sotto gli occhi la partiture delle varie canzoni che qualcuno ha preparato.
Lo spettacolo è desolante, le canzoni tutte uguali, manco a a dire che sono tagliate sui canoni della canzone popolare; i testi inutili o talmente prosaici da risultare inascoltabili. E i cantanti - a Sanremo li chiamano ancora così - che hanno bisogno di mascherarsi per farsi notare o di arrivare in palcoscenico con mise improbabili che ci stanno a dire?
Che vincono gli anziani, più normali, che sanno costruire una canzone, e che sanno raccontare, a differenza di quelli che partono con una buona idea - come quella canzone che apre la borsa di una donna, che poteva essere fra le più inconsuete se condotta sul filo dell'umorismo, ma dalla quale si estrae l'ennesima paccottiglia sentimentale... che noia.
E poi dopo il successo delle 'cinque giornate' di Sanremo - ascolti record che indurranno Campo Dall'Orto all'indulgenza nei riguardi di Giancarlo Leone che a giorni sloggerà da RAI 1 - si fa, oggi domenica, nel salotto di casa Presta e di nonno Costanzo, il contro Sanremo, dove si rigiudicano le canzoni, andando contro la giuria composita che le ha giudicate,e che ha mandato a casa solo quattro gatti, fra cui anche gli 'Zero Assoluto' per timore che all'indomani, nella serata finale, avessero ad incontrasi troppi Zero, con lo show di Renato - il primo e più autentico degli 'Zero' - sul palcoscenico dell'Ariston.
A Sanremo quest'anno, come sempre cantano proprio tutti. Come tutti i cantanti improvvisati dello slogan pubblicitario del festival dove si ascoltavano tutti, ma proprio tutti, perfino qualcuno intonato.
venerdì 25 dicembre 2015
La nuova tv di Campo Dall'Orto
I giornali di questi giorni sono prodighi di informazioni ed anticipazioni sulla 'borsa' dei cambiamenti epocali che il nuovo amministratore delegato della RAI sta per portare nell'azienda che dipenderà dalle sue direttive, 'perinde ac cadaver', autorizzato a decidere autonomamente per tute le grandi questioni, figuriamoci per le piccole, estromettendo di fatto il CdA, ridotto a consesso di raccomandati da consultare per farli illudere che esistono.
Circolano molti nomi, alcuni dei quali sono già bruciati per il semplice fatto della loro pronuncia o 'nomination', come si dice oggi, mentre i trombati, quelli più sicuri, sarebbero quasi tutti i capi bastone, fatta eccezione per gli intoccabili. Come Marzullo che, può cambiare anche il paese, ci può essere anche una rivoluzione, ma lui resta lì a vigilare sulla 'cultura', della quale - è chiaro - a nessun timoniere della tv è mai fregato nulla e mai nulla fregherà. E le sottoscrizioni dei mesi ed anni passati? E Antonio che farà? Ha dichiarato: "Campo dall'Orto", il mio. L'erba del vicino non mi attrae, non la guardo neppure. A che serve spiantare erbette ed erbacce, se poi altre bisognerà piantare?
Cosa si coltiva nel suo orto? cosa dispenserà la sua tavola, ornata di santini vaticani? antipasti toscani e pietanze renziane ; e, perciò, in virtù della regionalità di questo/a o quello/a, della iscrizione nella renziana società di questo/a o quello/a, qualche avvisaglia di cambiamento si può già azzardare. Ed anche qualche novità assoluta.
Ad esempio nessuno toccherà gli abbronzatissimi comici o le cuoche pacioccone, gli uni e le altre compensati con pacchi di soldi; difficilmente cambieranno i vertici delle reti che fanno ascolti, mentre, per compensazione, non cambieranno quelli che di ascolti non ne fatto affatto - più facile che siano cancellate le stesse aziende tv, specie quelle della categoria 'culturale'. E Marzullo? Antonio è ancora combattuto: esserci o non esserci nella mia tv?
Potrebbero però entrare, in tutte le categorie, senza allontanare i timonieri in prima o seconda, anche altri protagonisti. Alcuni sono già entrati, fra i comici ed anche fra le cuoche: riconoscibili immediatamente: parlano tutti toscano.
Fra le novità assolute, corre voce di una nuova rubrica giornaliera in allestimento, nella tv della mattina, replicata nel pomeriggio, cinque giorni su sette, dal titolo 'renziano': 'Banca Amica', affidata al dott. Boschi, affiancato dalla figlia ministro dell'attuale gabinetto governativo, che passerebbe dalle riforme alle Finanze. C'è però qualche resistenza nel CdA, che comunque conta nulla, ma che vorrebbe la rubrica direttamente affidata a Maria Elena che farebbe ottimi ascolti anche lì, come in Parlamento; mentre al padre dell'ex ministro, verrebbe affidato il ruolo di esperto, a chiusura di puntata, che rispondere alle domande degli telespettatori, nella rubrica: "se ti sbianca ( il conto) la banca, corri per boschi'.
Circolano molti nomi, alcuni dei quali sono già bruciati per il semplice fatto della loro pronuncia o 'nomination', come si dice oggi, mentre i trombati, quelli più sicuri, sarebbero quasi tutti i capi bastone, fatta eccezione per gli intoccabili. Come Marzullo che, può cambiare anche il paese, ci può essere anche una rivoluzione, ma lui resta lì a vigilare sulla 'cultura', della quale - è chiaro - a nessun timoniere della tv è mai fregato nulla e mai nulla fregherà. E le sottoscrizioni dei mesi ed anni passati? E Antonio che farà? Ha dichiarato: "Campo dall'Orto", il mio. L'erba del vicino non mi attrae, non la guardo neppure. A che serve spiantare erbette ed erbacce, se poi altre bisognerà piantare?
Cosa si coltiva nel suo orto? cosa dispenserà la sua tavola, ornata di santini vaticani? antipasti toscani e pietanze renziane ; e, perciò, in virtù della regionalità di questo/a o quello/a, della iscrizione nella renziana società di questo/a o quello/a, qualche avvisaglia di cambiamento si può già azzardare. Ed anche qualche novità assoluta.
Ad esempio nessuno toccherà gli abbronzatissimi comici o le cuoche pacioccone, gli uni e le altre compensati con pacchi di soldi; difficilmente cambieranno i vertici delle reti che fanno ascolti, mentre, per compensazione, non cambieranno quelli che di ascolti non ne fatto affatto - più facile che siano cancellate le stesse aziende tv, specie quelle della categoria 'culturale'. E Marzullo? Antonio è ancora combattuto: esserci o non esserci nella mia tv?
Potrebbero però entrare, in tutte le categorie, senza allontanare i timonieri in prima o seconda, anche altri protagonisti. Alcuni sono già entrati, fra i comici ed anche fra le cuoche: riconoscibili immediatamente: parlano tutti toscano.
Fra le novità assolute, corre voce di una nuova rubrica giornaliera in allestimento, nella tv della mattina, replicata nel pomeriggio, cinque giorni su sette, dal titolo 'renziano': 'Banca Amica', affidata al dott. Boschi, affiancato dalla figlia ministro dell'attuale gabinetto governativo, che passerebbe dalle riforme alle Finanze. C'è però qualche resistenza nel CdA, che comunque conta nulla, ma che vorrebbe la rubrica direttamente affidata a Maria Elena che farebbe ottimi ascolti anche lì, come in Parlamento; mentre al padre dell'ex ministro, verrebbe affidato il ruolo di esperto, a chiusura di puntata, che rispondere alle domande degli telespettatori, nella rubrica: "se ti sbianca ( il conto) la banca, corri per boschi'.
venerdì 4 dicembre 2015
Scalfari e Mieli nel salotto tv di Lilli la rossa, per parlare dell'uscita di Ezio Mauro e dell'arrivo di Mario Calabresi a Repubblica.
L'altra sera Eugenio Scalfari, nel salotto della Gruber, è venuto a darci una spiegazione che nessuno gli ha chiesto sulle notizie, rivelatesi in parte superate, di una sua uscita da Repubblica, per lo 'sgarbo' che De Benedetti, suo attuale padrone (editore) gli avrebbe fatto, non consultandolo sull'imminente cambio di vertice nel giornale che lui ha fondato 40 anni fa e di cui per un ventennio, il primo, è stato direttore, amministratore, proprietario e molto altro ancora.
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
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lunedì 3 agosto 2015
Se per sciogliere un nodo in Rai, quello dei vertici, mille altri se ne creano
Come ha detto Enrico Mentana, che di Rai e di televisione se ne intende, alla Rai stanno solo aspettando i nomi dei nuovi vertici, perchè tutto il resto - quale missione per la nuova RAi? - sarà, anche dopo, come prima. Nulla cambierà nè ora nè mai.
Per ora si dà per certo, che Antonio, che finora 'campo dall'orto, comincerà a campare anche dalla Rai. Il nome del nuovo direttore generale sarà l'ex inventore di MTV, amministratore pare avveduto ma anche attento al prodotto. Vedremo. spetterà a lui, quando la nuova legge sarà varata, avere pieni poteri, simili a quelli di un amministratore delegato che autorizza spese anche considerevoli e nomina direttori di reti e telegiornali. Un vero capo azienda. per il quale si deve pensare ad un compenso adeguato. Non si può pensare che a lui, a capo di 13.000 dipendenti, con bilancio intorno ai tre miliardi, vada lo stesso compenso del sovrintendente dell'Accademia di S.Cecilia che di dipendenti ne ha neanche 300 ed un bilancio di qualche decina di milioni. Insomma Campo Dall'Orto non può guadagnare 240.000 Euro come Michele dall'Ongaro.
Il ruolo del presidente , invece, 'di garanzia', resta ancora in bilico, a poche ore dalle fatali riunioni decisive.
Di Giancalo Leone, cavalla non di razza della scuderia Gianni Letta - come hanno scritto i giornali- non c'è più traccia di partecipazione al prossimo Gran premio di trotto Rai.
Anche Mieli sembra fuori gioco, ma per ragioni opposte: la sua impossibile e complessa sostituzione su tutte le reti dove ogni giorno si affaccia, ed anche alla presidenza RCS libri, rende la sua candidatura improponibile.
Mentana, s'è chiamato fuori, ed ha fatto bene per andare contro la tendenza di oggi secondo la quale se uno fa bene un lavoro (giornalista) deve necessariamente far bene qualunque cosa.
Baratta, di lui non si sa ancora, sta per scadere il suo mandato - terzo o quarto ma non basta - alla Biennale e subito lo si vuole infilare da qualche altra parte. Ma non può andare a riposo?
Come speriamo tramonti definitivamente la candidatura di Fuortes. Ha fatto bene all'Auditorium, da dove non è ancor andato via; sta facendo un lavoro, abbastanza duro, ma di cui non conosciamo gli esiti finali, all'Opera di Roma, perchè ora lo si vorrebbe mandare in Rai? Solo perchè non si hanno altri nomi disponibili nel PD attuale a corto di risorse umane?
Si parla anche di Sorgi, e non è la prima volta, e s'è pure detto della Maggioni, la miracolata Rai, da alcuni soprannominata 'gatta morta' ma con sorcio sempre in bocca. L'hanno messa a capo di Rai News 24, un esercito con mezzi extra large, ma Sky Tg 24 ha qualcosa da invidiare alla corazzata di Rai News 24? No , affatto, la Varetto, altro nome spropositatamente circolato per la Rai , fa molto meglio di Lei.
In seconda battuta si parla dei componenti del CDA Rai, nel quale quasi sicuramente entrerà Freccero. Altro errore madornale. Freccero vuole fare il direttore di rete, il consigliere lo fa già urlando ogni giorno da ogni trasmissione Rai e di altri canali. Qualunque decisione venga posta al CDA lui avrà sempre da ridire sull'operato dei direttori, che è esattamente ciò che vorrebbe tornare a fare in Rai, Non si può imporre a Freccero di fare nel CDA quel che (non ) hanno fatto sia Colombo che Tobagi, e cioè qualche protesta 'di sinistra', e poi una intervista ad inizio ed una a fine mandato.
Insomma in Rai non si cambia passo, e si persevera nell'errore, che è semplicemente diabolico, come insegna l'esperienza.
Per ora si dà per certo, che Antonio, che finora 'campo dall'orto, comincerà a campare anche dalla Rai. Il nome del nuovo direttore generale sarà l'ex inventore di MTV, amministratore pare avveduto ma anche attento al prodotto. Vedremo. spetterà a lui, quando la nuova legge sarà varata, avere pieni poteri, simili a quelli di un amministratore delegato che autorizza spese anche considerevoli e nomina direttori di reti e telegiornali. Un vero capo azienda. per il quale si deve pensare ad un compenso adeguato. Non si può pensare che a lui, a capo di 13.000 dipendenti, con bilancio intorno ai tre miliardi, vada lo stesso compenso del sovrintendente dell'Accademia di S.Cecilia che di dipendenti ne ha neanche 300 ed un bilancio di qualche decina di milioni. Insomma Campo Dall'Orto non può guadagnare 240.000 Euro come Michele dall'Ongaro.
Il ruolo del presidente , invece, 'di garanzia', resta ancora in bilico, a poche ore dalle fatali riunioni decisive.
Di Giancalo Leone, cavalla non di razza della scuderia Gianni Letta - come hanno scritto i giornali- non c'è più traccia di partecipazione al prossimo Gran premio di trotto Rai.
Anche Mieli sembra fuori gioco, ma per ragioni opposte: la sua impossibile e complessa sostituzione su tutte le reti dove ogni giorno si affaccia, ed anche alla presidenza RCS libri, rende la sua candidatura improponibile.
Mentana, s'è chiamato fuori, ed ha fatto bene per andare contro la tendenza di oggi secondo la quale se uno fa bene un lavoro (giornalista) deve necessariamente far bene qualunque cosa.
Baratta, di lui non si sa ancora, sta per scadere il suo mandato - terzo o quarto ma non basta - alla Biennale e subito lo si vuole infilare da qualche altra parte. Ma non può andare a riposo?
Come speriamo tramonti definitivamente la candidatura di Fuortes. Ha fatto bene all'Auditorium, da dove non è ancor andato via; sta facendo un lavoro, abbastanza duro, ma di cui non conosciamo gli esiti finali, all'Opera di Roma, perchè ora lo si vorrebbe mandare in Rai? Solo perchè non si hanno altri nomi disponibili nel PD attuale a corto di risorse umane?
Si parla anche di Sorgi, e non è la prima volta, e s'è pure detto della Maggioni, la miracolata Rai, da alcuni soprannominata 'gatta morta' ma con sorcio sempre in bocca. L'hanno messa a capo di Rai News 24, un esercito con mezzi extra large, ma Sky Tg 24 ha qualcosa da invidiare alla corazzata di Rai News 24? No , affatto, la Varetto, altro nome spropositatamente circolato per la Rai , fa molto meglio di Lei.
In seconda battuta si parla dei componenti del CDA Rai, nel quale quasi sicuramente entrerà Freccero. Altro errore madornale. Freccero vuole fare il direttore di rete, il consigliere lo fa già urlando ogni giorno da ogni trasmissione Rai e di altri canali. Qualunque decisione venga posta al CDA lui avrà sempre da ridire sull'operato dei direttori, che è esattamente ciò che vorrebbe tornare a fare in Rai, Non si può imporre a Freccero di fare nel CDA quel che (non ) hanno fatto sia Colombo che Tobagi, e cioè qualche protesta 'di sinistra', e poi una intervista ad inizio ed una a fine mandato.
Insomma in Rai non si cambia passo, e si persevera nell'errore, che è semplicemente diabolico, come insegna l'esperienza.
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