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domenica 22 ottobre 2017

Viaggio in USA di Beppe Severgnini alla ricerca dei giornali perduti

Beppe Severgnini nell'articolo di copertina del Sette, che dirige, ci racconta del suo viaggio in Usa - dove comunque è di casa e le cose che scrive le conosceva anche prima di attraversare l'oceano - alla scoperta dei  giornali 'perduti'. Delle copie cartacee della stampa quotidiana che battono in ritirata, mentre avanzano quelle elettroniche digitali, computabili attraverso gli abbonamenti. Dice anche della convinzione di alcuni, secondo i quali la carta stampata è destinata a scomparire, a favore della sua sorella elettronica , e denuncia il caso ben noto del calo anche della pubblicità sulla medesima stampa cartacea.  Fin qui l'America.

E in Italia? Nel giro di una decina d'anni i lettori giornalieri della stampa quotidiana  si sono letteralmente dimezzati  negli ultimi dieci anni - da 4 milioni circa a 2 - e calata è anche la pubblicità sulla carta stampata, a favore di tv ed altri mezzi di comunicazione, mentre dal governo si vuole mettere un freno a tale ultimo calo con un credito di imposta, a certe condizioni, per la pubblicità sulla carta stampata. Ciò che oggi differenzia  l'Italia dall 'America per la situazione dei giornali , è che da noi la perdita delle copie cartacee vendute non è stata compensata dagli abbonamenti digitali agli stessi.

Italia o America, che ne sarà della stampa fra dieci anni, si domanda il celebre giornalista?  La copie digitali, in abbonamento, cresceranno, senza dubbio, quelle cartacee diminuiranno  e via dicendo fino a scomparire del tutto?  Su questa previsione catastrofica sono in tanti - e noi, modestamente, fra questi - a nutrire dubbi. Unendoci a quanti già negli anni scorsi profetizzavano la morte del libro cartaceo, e il dominio assoluto di quello digitale, e quella loro catastrofica profezia non s'è avverata.
 perchè il libro cartaceo ha pregi e caratteristiche che difficilmente potranno essere rimpiazzati da altri mezzi.

 Sarà - o potrebbe essere - la stessa cosa per i giornali? Forse, ma ad una condizione, conclude Severgnini, dopo aver esaminato con cura ed acume la differenza fra chi si informa attraverso la lettura dei giornali e chi ricorre alla rete per procurarsi l'informazione che gli serve in quel momento e basta. Il lettore dei giornali - che certamente non ha il massimo di percentuale fra i giovani - è una persona che  si informa sul come va il mondo,  anche su questioni che la momento sembrano non riguardarci, per arrivare poi a coltivare ed approfondire  ciò verso cui ha interessi personali ed professionali.
 Insomma, comunque la si metta, il lettore dei giornali cartacei è persona  più colta, più responsabile, più matura di chi applica all'informazione la stessa logica e impiega  i medesimi tempi del cosiddetto 'mangiar veloce ', per dirla all'italiana.

 La condizione che Severgnini individua come fondamentale per la sopravvivenza dei giornali cartacei è la loro UTILITA' . Se i giornali si incammineranno per la strada che li allontana sempre più dagli interessi dei lettori, sia per gli argomenti trattai che per il modo in cui lo fanno, la scomparsa dei giornali, pur lenta, sarà inevitabile e sicura.  E già da oggi i giornali devono fare attenzione a coltivare ed accrescere la loro utilità.

Non come hanno fatto nelle passate settimane due importanti testate in un settore che noi per ragioni professionali seguiamo da sempre molto da vicino, quello della musica.

Nella stessa giornata di domenica 15 c.m. L'Espresso e Repubblica hanno pubblicato due interviste a due  note star del mondo musicale, ambedue inutili e viziate nel fondo. L'Espresso, a firma Lenzi, una intervista a Cecilia Bartoli, nelle quale oltre la solita canzona sulla sua assenza dall'Italia ed altre  banalità, mista anche a qualche evidente falsità, ci informa che sta uscendo un suo nuovo disco - che è poi l'unica ragione dell'intervista, che ha avuto luogo seguendo questa banale trafila. La casa discografica della diva chiama il giornalista per annunciare l'uscita del disco, sperando che il giornalista  si appassioni alla grande rivoluzionaria novità e decida di dedicare all'artefice qualche pagina. Il giornalista abbocca (ubbidisce) e la Bartoli può raccontare  all'assorto, avido lettore, per filo e per segno, quel che ci voleva dire sul nuovo disco, e nient'altro. A noi, che  aggrappandoci a tutte le nostre forze, siamo arrivati fino alla fine nella lettura,  ci ha solo procurato qualche sbadiglio, perchè la notizia dell'uscita del nuovo disco non ci appassiona affatto, nè ci interessa come invece interessa sia alla Bartoli che alla sua casa discografica.

Anni fa provammo un giorno a telefonare alla casa discografica della Bartoli per manifestare la nostra volontà di intervistarla, senza che ci fosse la spinta dell'uscita di un nuovo disco o di una sua pur rara tournée in Italia, per la quale, diversamente da sempre, trova il tempo se deve reclamizzare un nuovo disco.  Passarono la nostra richiesta alla Bartoli, e la sua risposta fu no.Secco. Le ragioni le lasciamo immaginare.

Ma domenica scorsa anche Repubblica ha pubblicato una lunga intervista di Gnoli a Pappano, alla vigilia della tournée con la sua orchestra in America,  che si sta svolgendo proprio in questi giorni.
Pappano, sollecitato da Gnoli che molte volte ci offre interviste  che leggiamo con grande interesse, racconta per l'ennesima volta la storia da 'libro cuore' della sua infanzia e del suo ingresso nel mondo della musica, patrocinata da suo padre che si era trasferito in Inghilterra dal Beneventano,  dove aveva lavorato come cameriere ma coltivando sempre la sua passione per il canto che aveva iniettato nel figlio.
La  sua storia, precedente ai suoi successi - la gavetta, la povertà, la passione e l'impegno - Pappano l'ha raccontata già infinite volte, e poi, a noi è ben nota avendo scritto del celebre direttore la prima biografia, ormai dieci anni fa. Dunque nessuna ragione di novità per raccontarla ancora una volta oggi ai lettori di giornali che la conoscono anche loro abbastanza bene, anche se non come noi.
Ma allora perchè fondare per intero l'intervista su quel lacrimevole, e pur veritiero, racconto?   Se Gnoli ci dicesse che quel racconto era, comunque anche se non nuovo, di grande effetto  o che nulla di nuovo o di altrettanto interessante aveva Pappano a raccontare, non gli diremmo: perchè allora intervistarlo? Per dirci della tournée americana bastava un semplice trafiletto o un articolino.

Ecco se anche giornali importanti proseguono sulla strada dell' inutile, forse anche noi, lettori accaniti e fedelissimi, potremmo deciderci a smettere, fin d'ora, di comprare ogni giorno, come facciamo da oltre trent'anni, dai due ai tre giornali. In questo siamo d'accordo con Severgnini.

lunedì 13 marzo 2017

Luca Francesconi e Giorgio Battistelli vanno alla guerra. Abbasso Stockhausen,Berio,Boulez e Donatoni; ed anche Verdi e Puccini.

Ieri, domenica, due giornali, Corriere e L'Espresso,  ci comunicavano ufficialmente che  erano in procinto di debuttare in Francia e Germania, due nuove opere, a firma di due nostri compositori: Luca Frncesconi, a Parigi, Opéra Garnier con 'Trompe - la Mort' da Balzac; Battistelli, ad Hannover, con 'Le figlie di Lot' dalla Bibbia - libretto della drammaturga tedesca Jenny  Erpenbeck.

 Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli  il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo  la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i  nostri compositori sono immancabilmente engagé.  E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.

 Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?

Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto,  crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non  addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.

Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati,  vissuti nel terrore che i figli  li superassero  ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma  intende liquidarli, in blocco,  anche come compositori? perché se la liquidazione prima (  come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
 E termina  indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca,  osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.

 Battistelli,  che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non  va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente,  ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo  manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
 Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi,  Battistelli dice:  " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa  e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona,  Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello.  Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere  del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?

P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi.  Racconta  Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise  molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.

venerdì 12 settembre 2014

Il Riccardo (Chailly) della 'Scala d'oro' non ha un cuore di leone

Abbiamo letto sul numero dell'Espresso in edicola, la prima intervista 'esclusiva' al nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala dell'era Pereira ( che però rischia di concludersi anzitempo), che dal prossimo primo gennaio sarà direttore 'principale' al posto di Barenboim , che a maggio, dirigendo 'Turandot' ( di Puccini, con il finale di Berio), aprirà ufficialmente la stagione della 'Scala per l'Expo' e che dal 1 gennaio 2017 sarà direttore musicale del teatro milanese.
Per Chailly si tratta di un ritorno 'in famiglia', ma anche 'di famiglia'. Suo padre è stato direttore artistico della Scala nel triennio 1968-1971, e lui  Riccardo, Claudio Abbado volle come assistente per la stagione sinfonica nel 1972, che non aveva ancora vent'anni. Poi dicono che i debutti anzitempo sono un fatto di questi anni recenti, e che allora, al contrario di quel che accade oggi, le famiglie non contavano. Vero, anche a noi risulta che  non hanno mai contato, né oggi e neanche ieri!
 Comunque Chailly s'è costruita subito una grande carriera debuttando poco più che ventenne nei luoghi musicali che contano, nei due continenti e poi la chiamata a Salisburgo, da karajan in persona, per sostituirlo ai primi anni Ottanta - allora si disse perché non gli poteva far ombra, certo solo a causa della sua giovane età, per buona pace dei maligni - fino agli impegni importanti ad Amsterdam e Lipsia, ma con la mente e il cuore sempre a Milano, alla Scala da dove era partito, incarico che  da molto prima di ora egli  era convinto di meritare, anche per nascita.
 Appena ne avremo il tempo, ricopieremo l'intervista che gli facemmo per 'Piano Time', che all'epoca dirigevamo - in un pomeriggio piovoso  a Salisburgo, seduti ad un bar.
 Da questa intervista esclusiva non abbiamo appreso granché - prossimamente Chailly esponga senza timore le sue idee sulla Scala - salvo la sua intenzione, condivisa da Pereira, di ritornare alla tradizione che negli anni di Lissner-Barenboim - almeno per il grande repertorio italiano - sembrava essere stata accuratamente sepolta. Ha ragione Chailly quando dice che La Scala deve essere innanzitutto questo, che poi è ciò che è sempre stata. Ed anche ciò per cui il nome della Scala è noto nel mondo.
   Una delle poche novità è che lui vuole riportare  a Milano tutti quelli che non hanno ancora 'condotto' . I tram? E ' quella  becera mania che anche il suo intervistatore, Riccardo Lenzi, mostra da tempo,inglesizzando il nome ( conduttore) ed il ruolo ( conduce) del direttore d'orchestra, che poi fa il paio con quel modo altrettanto barbaro di indicare alcune opere, come il Requiem di Verdi che Chailly  preferisce sempre e comunque chiamare il 'Verdi Requiem'. Contento lui!
Viene toccato anche l'argomento 'loggione', sul quale Chailly è allineato a Pereira, sbagliando  come lui. Quando la Scala tornerà ad esser il primo teatro del mondo, gli artisti chiederanno, nonostante la marcatura a vista del loggione, di potervi cantare, suonare e dirigere. E' una legge banalissima.
Oggi vi sono grandi nomi  convinti di potersi costruire una carriera, girando alla larga dalla Scala, e forse hanno in parte ragione; ma quando la Scala tornerà ad essere il centro mondiale del melodramma italiano ( che è poi il repertorio fra i più alti di ogni tempo. cosa che Lissner e Barenboim hanno volutamente ignorato!) ciò non sarà più possibile, e questo vale  anche per Alagna come per la Bartoli ecc...
Noi, poi, vorremmo che a Milano come a Roma,  e Chailly vi ha appena fatto cenno, non vi fossero più lotte fra istituzioni che danneggiano tutti; sogneremmo che a Roma, ad esempio, Muti diriga l'Orchestra di Santa Cecilia come Pappano all'Opera; stessa cosa a Milano fra Scala, Verdi ed altre importanti realtà cittadine. Ma forse  questo è ancora lontano a venire, perchè i musicisti, anche sommi, sono uomini come tutti, con le loro miserie, meschinità, invidiuzze recondite.

domenica 27 aprile 2014

Due interviste. Una sciocca e l'altra tarocca.

Cominciamo da quella sciocca, apparsa sul settimanale L'Espresso, a firma Riccardo Lenzi. Intervistato Gustavo Marchesi. Un nome, un  mito, con la passione per la musica. Che ti fa l'intervistatore? Per tutta la lunga intervista non fa che chiedergli cose siffatte: quale piatto farebbe per l'Elisir d'amore? e lui risponde 'cappesante allo sgroppino? e per 'La forza del destino'? 'polpo vivo, annegato in cannonau', e via dicendo. Insomma tutte cose che non interessano a nessuno; ma solo a chi gliel'ha commissionata al giornale, credendo di fare cosa assai originale, ed invece è venuta fuori una cosa stupidissima. Avendo davanti una personalità come Marchesi, appassionato di musica, ma noto al grande pubblico per la cucina - detto banalmente - forse sarebbe stato più interessante chiedergli della musica, perchè - possiamo assicurare sia a Lenzi che al suo giornale -  una persona intelligente che coltiva per passione un settore diverso da quello in cui si esercita professionalmente, ha molte cose interessanti a dire.
 E poi c'è l'intervista tarocca, uscita sul Corriere, della quale non leggiamo bene la firma. Benchè su di essa qualche piccolissimo dubbio l'abbiamo ancora per alcune questioni, osiamo lanciarci in una ipotesi. Si tratterebbe di una intervista tarocca alla figlia di Bernstein in occasione dell'uscita della 'Bernstein Collection' discografica, presso la DG. La quale ha dichiarato che a tale uscita si accompagna un contributo della figlia del direttore, la nota produttrice Jamie; la quale verosimilmente ha scritto le cose che riporta il Corriere nella sua intervista tarocca, sul libretto che accompagna la pubblicazione discografica e che il giornale, in maniera truffaldina,  riprende e ripropone come originale ed esclusiva, o quasi, non dicendo  espressamente che tale intervista altro non è che la riproduzione di quella testimonianza filiale. Sarà forse per questa ragione che non leggiamo bene la firma dell'intervistatore.