Ieri, domenica, due giornali, Corriere e L'Espresso, ci comunicavano ufficialmente che erano in procinto di debuttare in Francia e Germania, due nuove opere, a firma di due nostri compositori: Luca Frncesconi, a Parigi, Opéra Garnier con 'Trompe - la Mort' da Balzac; Battistelli, ad Hannover, con 'Le figlie di Lot' dalla Bibbia - libretto della drammaturga tedesca Jenny Erpenbeck.
Gli attenti giornalisti (Manin e Lenzi) ci facevano anche sapere - cosa assai importante oggi - che l'opera di Francesconi, di fatto, affrontava il tema dell'avidità del potere, e quella di Battistelli il tema dell'ospitalità, dell'accoglienza del diverso; e, solo marginalmente, il tema per il quale quel racconto biblico è molto noto, e cioè l'incesto. Battistelli, in particolare, aggiungeva Lenzi, prosegue nella sua indagine sui grandi temi dell'umanità: dopo la questione del rispetto del pianeta, quella dell'emigrazione, a significare che oggi più di ieri i nostri compositori sono immancabilmente engagé. E fin qui normali comunicazioni di compositori alla vigilia di loro debutti. Titolo, argomento, magari anche regia e direzione musicale, se il giornalista insiste, e poi struttura dell'opera e finale.
Ma Francesconi e Battistelli hanno colto l'occasione per toccare altri temi, primo fra tutti ( Francesconi) quello del rapporto fra padri e figli - nel caso specifico: maestri ed allievi - temi che danno sapore ad una presentazione di routine. Cosa hanno detto di tanto interessante?
Francesconi: " Nessun passaggio di testimone tra la generazione precedente e la nostra. I maestri, Stockhausen, Boulez, sono vissuti nel terrore di venir messi in ombra dagli allievi e hanno fatto di tutto per tarpargli le ali. In Italia, la morte precoce di Maderna ha lasciato un vuoto orribile e l'altro nume, Berio, era così duro e chiuso. Quanto a Donatoni, insegnava delle formulette vuote. I suoi allievi oggi fanno i panettieri o i benzinai. Non ne è venuto fuori uno".
Francesconi,dunque, non salva nessuno dei mostri sacri del nostro tempo, ad eccezione di Maderna, che tutti sappiamo generoso, ma morto troppo presto per essere incolpato di qualcosa. E, per giunta, il meno compositore dei quattro, il cui lascito musicale, assai ridotto, crea più problemi di quanti non abbia a risolverne, ed indicherebbe, eventualmene, strade dissestate se non addirittura senza uscite, piuttosto che strade che portano lontano.
Noi non sappiamo quanto abbiano tarpato le ali ai giovani i tre compositori citati, vissuti nel terrore che i figli li superassero ed uccidessero - metaforicamente. Quanto a Donatoni, Francesconi non può liquidarlo con una battuta: insegnava formulette vuote. Per lui la composizione musicale era altissimo artigianato e gioco, come ha dimostrato con una delle raccolte pianistiche più celebrate ( Francoise-Variationen). Francesconi li liquida come maestri e padri; ma intende liquidarli, in blocco, anche come compositori? perché se la liquidazione prima ( come maestri) potrebbe anche accettarsi, la seconda proprio no.
E termina indicando quale via di uscita egli abbia dovuto faticosamente inseguire per sopravvivere, quando afferma di sé: "Ero la pecora nera, per qualcuno troppo classico, per altri troppo rock. Vent'anni fa, con grande scandalo, ho lasciato l'insegnamento in Italia, dove non esiste meritocrazia. Adesso do lezioni a Malmo ad un piccolo gruppo di allievi, per metà italiani. Mi trovo bene anche se a 60 anni vorrei tornare ad impegnarmi in Italia. Sogno di far nascere a Milano, la mia città, un'Accademia di alta specializzazione. Ma visto come vanno le cose, temo resti solo un sogno".
Su queste ultime dichiarazioni, diversamente dalle precedenti, possiamo anche convenire, conoscendo bene il nostro paese, nel bene e nel male, ed avendo, per dovere di cronaca, osservati tanti duri inizi di carriera, e comunque le difficoltà per emergere, fuori da compagnie di giro, massonerie e lobby di ogni genere.
Battistelli, che nel gruppo dei compositori romani è considerato l'intellettuale, l'ideologo, mentre non va dimenticato esser anche colui che ha più potere - secondo solo a dall'Ongaro, al quale ha conteso la poltrona di sovrintendente, ma solo quella, perchè per la composizione non c'è storia fra i due: dall'Ongaro fa ancora il compositore?- - essendo manager dell'Orchestra della Toscana, presidente della Barattelli aquilana e direttore artistico, ai mezzi con Vlad, dell'Opera di Roma, la butta, come spesso fa , in caciara. Basta con Verdi e Puccini.
Dopo che Battistelli gli ha detto che i programmi delle nostre istituzioni sembrano come gli orari ferroviari, riprendendo una immagine di Sawallisch, dove dopo un tot numero di ore, tutto ricomincia da capo. Di Puccini e Verdi, Battistelli dice: " Certamente autori geniali, ma oggi dobbiamo fare uno sforzo per creare un teatro che sia in empatia con ciò che lo circonda. In questo senso mi piace il suggerimento che ci ha dato Papa Francesco, quando ci ha parlato dell'apostolato dell'orecchio". E prima, a proposito dei teatri, aveva detto:" C'è la necessità di acquisire una nuova identità estetica, artistica, politica e sociale. Solo attraversando questa presa di coscienza la nostra società potrà crescere, essere consapevole del proprio cammino. Il rischio che hanno i i teatri oggi, in Italia, ( perché fuori del nostro Paese, invece?) è quello di essere teatri non pensanti, ma di essere pensati, e a volte con preoccupazione". E forse di tutto questo suo lungo parlare, l'ultima affermazione è l'unica ad essere condivisibile, come è vero che i teatri e qualunque altra istituzione culturale in Italia viene vista non come una risorsa ma come un problema. E mai e poi mai come laboratorio di idee, palestre di educazione civile e culturale. Tralasciando l'ispirazione a Papa Francesco, che attesta la svolta religiosa e mistica di Battistelli, che ci interessa affatto, tutto il resto, a cominciare delle solite stupide bordate all'indirizzo dei grandi compositori del passato, è roba vecchia. Non Verdi e Puccini che non sono roba vecchia; mentre roba vecchia è il suo parlare, visto che anche negli anni in cui è passato per l'Arena di Verona, Battistelli li ha cannibalizzati lui e li ha dati in pasto anche ad altri suoi sodali. Verdi e Puccini, e tutti gli altri grandi autori di teatro, rappresentano il grande tesoro dell'umanità, come Shakespeare e Pirandello. Perché dovremmo privarcene? Per dare più spazio e modo a Battistelli di sperimentare, magari - come ha fatto finora - divorando autori ed opere del passato, specie cinematografiche, perché di successo? Chi glielo proibisce, ad un musicista che ha potere?
P.S. La vocazione intellettualistica ed ideologica Battistelli l'ha manifestata fin dai primi anni di vita e di studi. Racconta Battistelli, nell'intervista a Lenzi, di cui sopra, che una volta chiese a Pier Paolo Pasolini - dalle cui opere cinematografiche egli ha tratto ispirazione e non solo ( come con e da Teorema), che una volta chiese allo scrittore: "se la figura dell'ospite di Teorema, poteva rappresentare quella del sottoproletariato che distrugge i valori familiari della borghesia. Lui mi sorrise molto affettuosamente mi suggerì di interpretarla come quella di una sorta di Angelo sterminatore". Ebbe modo di chiederglielo effettivamente, negli ultimi anni di vita dello scrittore, che morì nel 1975, quando il compositore aveva appena 22 anni? Se la risposta è affermativa, e non abbiamo ragioni per dubitarne, la vocazione ideologica ed intellettualistica ma anche il suo impegno sociale, erano scritti nel destino di Battistelli, fin dalla tenera età, esplodendo poi nel 1981, all'età di 28 anni, in Experimentum mundi.
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lunedì 13 marzo 2017
Luca Francesconi e Giorgio Battistelli vanno alla guerra. Abbasso Stockhausen,Berio,Boulez e Donatoni; ed anche Verdi e Puccini.
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lunedì 11 gennaio 2016
In ricordo di Pierre Boulez N.5. Bruno Maderna: un elefante leggerissimo
Mario Bortolotto scrisse un articolo su Piano Time, negli anni Ottanta, commentando la nostra breve intervista a Pierre Boulez nella quale ebbe ad esprimere giudizi non proprio lusinghieri ma molto veritieri sul suo compagno di avventura musicale Bruno Maderna.
La nostra breve intervista a Boulez come l'articolo di Bortolotto non sono neppure citati enella vasta bibliografia maderniana,. Chissà perchè.
Nel 2011, Bortolotto riprende quel suo articolo uscito su 'Piano Time' e lo pubblica su 'Il Foglio', in occasione dell'uscita di un volume ' Scritti su Maderna', dal quale, naturalmente, quell'articolo e quel giudizio tagliente erano accuratamente espunti. Abbiamo pensato di ripubblicarlo su questo blog. Anche perchè della breve intervista a Boulez non viene mai citato, neanche da Bortolotto, l'autore, cioè noi, che allora dirigevamo 'Piano Time'.
Quando,
nel ’69, consegnammo un nostro libro, eravamo certi che esso, fra
l’altro, concludesse i nostri rapporti con Bruno Maderna. Ciò era
pacifico per il celebre musicista, ma le cose, da sempre fuggiasche,
si sarebbero arricchite di gustosi dettagli: per noi, s’intende.
Accanto ad inutili omaggi, panegirici e tributi, sarebbe comparso il
tombeau di Pierre Boulez.
Quale
splendido scrittore egli sia è inutile ripetere: basti la prefazione
che si legge nel Mahler di Henry Louis de La Grange. Ovunque, il
fascino di una sintassi ondulosa, piena di sottili capziosità, di
calcolate tergiversazioni, di finte giravolte, non ha probabilmente
pari nella letteratura musicale di oggi: anche in questo ambito così
esposto agli equivoci, il maestro può ragionevolmente considerarsi
come l’erede legittimo di una tradizione illustre: gli articoli di
M. Croche (alias Debussy), le lettere e i rari scritti di Ravel, le
cronache e le pointes di Cocteau.
Si è letto, allora ( negli anni Ottanta ndr.), un piccolo ricordo di Bruno Maderna, quell’“elefante leggerissimo” dettato in fretta, sembra impossibile, e tradotto in italiano: non siamo dunque nella possibilità di tentare un minuscolo assaggio di Stilkritik. E tuttavia ce n’è a sufficienza per scorgere, leggera come lo scomparso del titolo, e di ben altra grazia, la mano di un eccezionale virtuoso, anche del fioretto.
Boulez naturalmente trascura anzitutto l’ovvio: le qualità del didatta, così pronto ad aiutare gli esordienti, dello studioso, dell’animatore, cui tanti compositori oggi celebri devono più di un’indicazione, o di un avvio. Non dice del pari nulla sulle sue più che discutibili doti di direttore: mediocre senza remissione come ognun sa, ma musicalissimo, sempre capace poi di improvvise illuminazioni: oggi massacrando Monteverdi (e orribilmente orchestrandolo), domani malmenando Mozart e poi accendendo di improvvisi bagliori una pagina di Mahler o di Webern, da lasciarci sbigottiti e sconvolti. Boulez punta diritto sul compositore. Nello spazio di poche righe ci ricorda con impagabile garbo quanto fosse naturalmente dotato: “Era un grandissimo improvvisatore”. Ma la via verso la composizione è acerrima, e la fatica non sembrava addirsi al collega. L’attività di direttore d’orchestra gli ha tolto “tempo prezioso”: inutile osservare come le buone prediche vanno bene anche quando il pulpito è sospetto. (Siamo ovviamente carichi di simpatia per lo svillaneggiato padre Zapata, che poi razzolava tanto male: quando leggiamo Bossuet forse ci domandiamo se poi mettesse in pratica i suoi dolcissimi precetti?).
L’impazienza, la stessa “curiosità” del musicista veneziano traducevano una incapacità a riflettere sulle ragioni formali di fondo, sì da concedergli pagine vivacissime, financo geniali ma da impedirgli poi di stringerle nella sperata unità. In lui, dannatamente, tout ne se tient pas.
Anche le modalità di scrittura intervengono pesantemente. Certo i documenti conservati nell’archivio della Fondazione Paul Sacher saranno “preziosissimi”, ma subito s’aggiunge “pur nella loro frammentarietà”. Gli interpreti così non sono in grado, magari, di rendere un pensiero che non si è compiutamente definito: non si arriva a dichiarare che si tratta di brogliacci, stracarichi di segni di varia mano, ma si nota come “ciascuna opera comporti problemi talvolta insormontabili di ricostruzione e d’interpretazione”. Un meno abile avrebbe semplicemente detto che gli abbozzi venivano poi, in vita dell’autore, consegnati alle estrose manipolazioni del momento, ma, per le esecuzioni odierne, si tratta di ricominciare ad inventare. Non mancherà chi poi sappia ricordare tutto. Sono cose non nuove. Glazunov e Rimskij-Korsakov, ai loro bei giorni, stesero l’ouverture del Knjaz Igor’, firmata da Borodin, avendogliela sentita sonare al pianoforte.
Ultima amara considerazione la morte precoce, come in ogni dérèglement che si rispetti, “troppo facilmente sedotto dall’aiuto bacchico”, come gli scriveva, tre anni prima, l’amico Nono, intensamente sottolineando. Si legge questa affettuosa lettera su un volume, Scritti su Bruno Maderna, presso il suo editore. Contiene analisi egregiamente condotte e in copia di osservazioni, informazioni che sono naturalmente benvenute. Quando uscì il primo libro critico, quello brillante ed entusiastico di Massimo Mila, vi leggemmo, accanto ad episodi di un gusto costernante (le risate dei due davanti al Quintetto op. 26 di Schoenberg) anche un grazioso cenno di consenso: Mila prendeva le garbate distanze da noi compiute: “Quando stava appena per cominciare l’esplosione dell’ultimo Maderna”: esso libro “rispecchia l’opinione che tutti avevamo allora di lui”.
Sarebbe facile, dopo tanti anni, ricambiare sì amabile inchino e inneggiare all’esplosione. Ma non ci sentiamo proprio di farlo: le ultime cose sono anche più velleitarie e sconnesse (senza stare a ripetere che contengono ancora e sempre momenti esaltanti), la disponibilità leggendaria verso tutto svela la mancanza di centro: qualcosa come i famigerati “effetti senza causa”. Ricordiamo bene la prima a Darmstadt del Concerto per pianoforte e orchestra: figuriamoci, con David Tudor alla tastiera. Gli dei benigni (con qualche piccolo sgarbo) ci avevano dato come vicino Theodor Adorno: che ascoltò con l’attenzione abituale. Poi, alla fine: “Dommage, car il connaît tous les trucs”.
Ripensammo a quella serata, ascoltando il Requiem per soli, coro e orchestra, campionario di derivati d’ogni genere: realmente desolante.
Si è letto, allora ( negli anni Ottanta ndr.), un piccolo ricordo di Bruno Maderna, quell’“elefante leggerissimo” dettato in fretta, sembra impossibile, e tradotto in italiano: non siamo dunque nella possibilità di tentare un minuscolo assaggio di Stilkritik. E tuttavia ce n’è a sufficienza per scorgere, leggera come lo scomparso del titolo, e di ben altra grazia, la mano di un eccezionale virtuoso, anche del fioretto.
Boulez naturalmente trascura anzitutto l’ovvio: le qualità del didatta, così pronto ad aiutare gli esordienti, dello studioso, dell’animatore, cui tanti compositori oggi celebri devono più di un’indicazione, o di un avvio. Non dice del pari nulla sulle sue più che discutibili doti di direttore: mediocre senza remissione come ognun sa, ma musicalissimo, sempre capace poi di improvvise illuminazioni: oggi massacrando Monteverdi (e orribilmente orchestrandolo), domani malmenando Mozart e poi accendendo di improvvisi bagliori una pagina di Mahler o di Webern, da lasciarci sbigottiti e sconvolti. Boulez punta diritto sul compositore. Nello spazio di poche righe ci ricorda con impagabile garbo quanto fosse naturalmente dotato: “Era un grandissimo improvvisatore”. Ma la via verso la composizione è acerrima, e la fatica non sembrava addirsi al collega. L’attività di direttore d’orchestra gli ha tolto “tempo prezioso”: inutile osservare come le buone prediche vanno bene anche quando il pulpito è sospetto. (Siamo ovviamente carichi di simpatia per lo svillaneggiato padre Zapata, che poi razzolava tanto male: quando leggiamo Bossuet forse ci domandiamo se poi mettesse in pratica i suoi dolcissimi precetti?).
L’impazienza, la stessa “curiosità” del musicista veneziano traducevano una incapacità a riflettere sulle ragioni formali di fondo, sì da concedergli pagine vivacissime, financo geniali ma da impedirgli poi di stringerle nella sperata unità. In lui, dannatamente, tout ne se tient pas.
Anche le modalità di scrittura intervengono pesantemente. Certo i documenti conservati nell’archivio della Fondazione Paul Sacher saranno “preziosissimi”, ma subito s’aggiunge “pur nella loro frammentarietà”. Gli interpreti così non sono in grado, magari, di rendere un pensiero che non si è compiutamente definito: non si arriva a dichiarare che si tratta di brogliacci, stracarichi di segni di varia mano, ma si nota come “ciascuna opera comporti problemi talvolta insormontabili di ricostruzione e d’interpretazione”. Un meno abile avrebbe semplicemente detto che gli abbozzi venivano poi, in vita dell’autore, consegnati alle estrose manipolazioni del momento, ma, per le esecuzioni odierne, si tratta di ricominciare ad inventare. Non mancherà chi poi sappia ricordare tutto. Sono cose non nuove. Glazunov e Rimskij-Korsakov, ai loro bei giorni, stesero l’ouverture del Knjaz Igor’, firmata da Borodin, avendogliela sentita sonare al pianoforte.
Ultima amara considerazione la morte precoce, come in ogni dérèglement che si rispetti, “troppo facilmente sedotto dall’aiuto bacchico”, come gli scriveva, tre anni prima, l’amico Nono, intensamente sottolineando. Si legge questa affettuosa lettera su un volume, Scritti su Bruno Maderna, presso il suo editore. Contiene analisi egregiamente condotte e in copia di osservazioni, informazioni che sono naturalmente benvenute. Quando uscì il primo libro critico, quello brillante ed entusiastico di Massimo Mila, vi leggemmo, accanto ad episodi di un gusto costernante (le risate dei due davanti al Quintetto op. 26 di Schoenberg) anche un grazioso cenno di consenso: Mila prendeva le garbate distanze da noi compiute: “Quando stava appena per cominciare l’esplosione dell’ultimo Maderna”: esso libro “rispecchia l’opinione che tutti avevamo allora di lui”.
Sarebbe facile, dopo tanti anni, ricambiare sì amabile inchino e inneggiare all’esplosione. Ma non ci sentiamo proprio di farlo: le ultime cose sono anche più velleitarie e sconnesse (senza stare a ripetere che contengono ancora e sempre momenti esaltanti), la disponibilità leggendaria verso tutto svela la mancanza di centro: qualcosa come i famigerati “effetti senza causa”. Ricordiamo bene la prima a Darmstadt del Concerto per pianoforte e orchestra: figuriamoci, con David Tudor alla tastiera. Gli dei benigni (con qualche piccolo sgarbo) ci avevano dato come vicino Theodor Adorno: che ascoltò con l’attenzione abituale. Poi, alla fine: “Dommage, car il connaît tous les trucs”.
Ripensammo a quella serata, ascoltando il Requiem per soli, coro e orchestra, campionario di derivati d’ogni genere: realmente desolante.
In ricordo di Pierre Boulez N.4 .Boulez riceve il Leone d'oro a Venezia e parla di Maderna
A marzo dello scorso anno scrivemmo su questo blog il post che ora ripubblichiamo, riguardante Boulez ed anche Maderna.
In una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele, che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica cui va ad aggiungersi quella di oggi: protettore e missionario ( Fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez).
Racconta Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux', ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola, nel silenzio e nella discrezione più totali.
Fedele,però, non sa cosa pensava Boulez di Maderna compositore, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio Il suo gesto di solidarietà concreta potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dire?
Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez ha sempre reso onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di 'Piano Time', presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale, manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse proprio questo. E Mario Bortolotto sulle stesse pagine di 'Piano Time', dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.
In una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele, che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica cui va ad aggiungersi quella di oggi: protettore e missionario ( Fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez).
Racconta Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux', ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola, nel silenzio e nella discrezione più totali.
Fedele,però, non sa cosa pensava Boulez di Maderna compositore, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio Il suo gesto di solidarietà concreta potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dire?
Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez ha sempre reso onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di 'Piano Time', presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale, manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse proprio questo. E Mario Bortolotto sulle stesse pagine di 'Piano Time', dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.
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domenica 10 gennaio 2016
In ricordo di Pierre Boulez.N.2 Intervista ( Piano Time, n.12 anno II, marzo 1984 ).
Pierre Boulez, dopo molti
anni, è tornato in Italia, a Roma, per partecipare al Festival Varèse'
organizzato dall'Accademia di Francia e dall'Assessorato alla cultura
del Comune. Lo abbiamo incontrato.
Molti la considerano
musicista 'rigoroso e razionale'. Quale è il suo tributo alla dea
ragione?
Alla
base di tutte le cose vi è un rigore ed una razionalità. Comporre
vuol dire distruggere il rigore e la razionalità di partenza. Molte
volte ho citato un breve racconto di Henry Miller, intitolato 'Porto
un angelo in filigrana', nel quale l'autore di descrive in procinto
di disegnare un cavallo, poiché razionalmente ha deciso di disegnare
un cavallo. Ma a furia di disegnare, scopre di aver disegnato un
angelo. I compositori sono nella stessa condizione: partono sempre
con idee chiare che rimandano ad una precisa concezione della
composizione musicale. Il lavoro di composizione, giustamente,
consiste nel fatto che l'immaginazione arricchisce talmente questa
razionalità di partenza che essa non risulti poi così importante
ed interessante. A coloro i quali si sono divertiti o meglio
ingegnati ad analizzare le mie opere – e ben pochi sono arrivati
alla razionalità di partenza – ho sempre sconsigliato di cercare
la razionalità di base, poiché credo sia la cosa meno interessante.
Da molti anni mancava
dall'Italia? Perchè tanto tempo prima di rimettervi piede?
Sono
molti i paesi nei quali non sono più andato da anni. Precisamente
dal 1977, da quando mi sono 'consacrato' alla creazione dell'IRCAM,
un'istituzione che vantava già una storia prima della sua creazione.
Da quell'anno mi sono dovuto occupare dell' IRCAM e dell' Ensemble
Intercontemporain. Da allora non ho più visitato molte città che
amo. Non voglio sottovalutare l'importanza di Roma... ma penso che
avrebbero potuto pormi la stessa domanda a Vienna e ad Amsterdam e
soprattutto a Londra, una città dove andavo spessissimo un tempo.
Tutto questo perché ogni mia energia è concentrata innanzitutto sul
la composizione e sui due organismi cui sono preposto, che richiedono
una costante presenza sul campo.
Che cosa l'ha fatta
decidere a passare dalla composizione alla direzione, o meglio di
affiancare alla prima la seconda?
HO
cominciato a dedicarmi alla direzione d'orchestra quasi per caso
direi... o per necessità più che per caso. Quando ero giovane, le
opere della mia generazione – quanto all'0esecuzione –
dipendevano esclusivamente da due direttori: Scherchen e Rosbaud,
ambedue sulla sessantina. Più tardi vi furono Maderna - che
conoscete benissimo - e Gielen ed io stesso. Fra gli interpreti della
mia generazione, noi tre soli ci siamo occupati della musica
contemporanea e della sua interpretazione. Perchè? A Parigi, negli
anni Cinquanta, si polemizzava vivacemente sulla musica della mia
generazione. Quando si vuol fare polemica - anche la più violenta -
la si deve basare su oggetti, fatti concreti e non su idee vaghe. Ciò
che mi ha spinto a creare i concerti che dirigo ancora è la
convinzione che ogni discussione debba seguire l'ascolto e dipendere
da esso. Per la stessa ragione, a Darmstadt, non vi erano solo corsi:
la cosa più importante era che i compositori potevano ascoltare le
loro opere. E' fondamentale per un compositore non aspettare la
gloria postuma o un riconoscimento tardivo, perché egli beneficia,
trae utilità da ciò che ascolta.. ed anche il pubblico ne beneficia
o forse no... ma ciò che importa soprattutto è che egli sia
testimone di ciò, testimone diretto. I risultai, poi, buoni o
cattivi, vanno annotati fra i profitti e le perdite.
Ma
ribadisco che il compositore, in ogni caso, si avvantaggia del
confronto con il pubblico, più del letterato, del poeta del pittore:
nella musica e nel teatro, il confronto con il pubblico, può
modificare il punto di vista dell'autore, che non potrebbe altrimenti
avere una verifica. Ciò non vuol dire che bisogna sempre piacere al
pubblico. Però ci si può rendere conto, ad esempio, di difficoltà
inutili e superflue. Se tali difficoltà rendono di fatto
irrealizzabile ciò che è scritto, non val la pena di scriverlo. La
difficoltà non è solo intellettuale, ma anche di comunicazione, e,
per questo, credo che l'esperienza della direzione è stata non utile
ma insostituibile.
Nella sua attività di
direttore v'è stato un allargamento del repertorio a ritroso: dalla
musica d'oggi a quella del passato. Giungere al repertorio classico o
romantico dalla musica contemporanea quali vantaggi reca ad un
direttore; ad esempio, nel confronto con l'opera di Wagner?
Io ho
l'occhio del compositore. Quando un compositore guarda o studia una
partitura si rende conto di ogni minuzia dell'autore. Se ha scritto
così, in quel momento preciso, in vista di un certo risultato, ci si
deve preoccupare di quel dettaglio. Ho scritto a proposito di Wagner,
anzi è Nietzsche che l'ha scritto per primo, che egli è 'maestro
della miniatura'. Per Nietzsche, in un duplice senso: innanzitutto
per accennare che, a suo modo, di vedere, il senso epico di Wagner
mancava di 'grandeur' - una connotazione che non faccio mia - e poi
anche nel senso sopra citato, nel quale caso è verissimo: basta
guardare gli infiniti dettagli delle partiture di Wagner.
Ma
ciò non vale solo per Wagner ( si confronti, ad esempio, 'Jeux' di
Debussy per rendersi conto dell'estrema minuzia dei dispositivi
strumentali) ma per qualunque compositore. In questo momento entra in
gioco il compositore-interprete che si preoccupa innanzitutto della
forma e dell'arco generale della composizione. L'interprete corre a
volte il pericolo dell'eccitazione momentanea che alterna a momenti
di vuoto. Il massimo dell'interpretazione può offrirlo il grande
interprete che è anche compositore, come Furwaengler, non importa se
non è grande. L'esperienza del compositore - per concludere - si
riflette nel senso della grande forma e della tensione generale.
Quanto
al mio caso (un compositore-interprete che per il repertorio fa un
cammino a ritroso: dal presente al passato) si tratta di proiettare e
riproiettare i compositori contemporanei con i quali ho familiarità
come interprete, su quelli con i quali non ho potuto avere tale
familiarità. Sta qui il problema. Nasce dal fatto che l'educazione
musicale si basa sempre sugli stessi classici: si nasce conoscendo
Beethoven,Mozart, Brahms, e, di conseguenza, abbiamo già uno stile
in testa.
L'ho
ripetuto tante volte e non mi stanco di ripeterlo: non credo ad una
tradizione, neppure alla tradizione che io stesso potrò creare; le
opere importanti demoliscono ogni tradizione proprio quando la
creano; e sono in grado di creare dei punti di vista assolutamente
nuovi ed interessanti proprio perché nuovi.
Cè una composizione
alla quale si sente particolarmente legato?
Certo
vi sono composizioni importanti. Nel mio caso sono tutte importanti
per me, anche perché non ne ho scritte molte. Alcune però hanno
per me un particolare significato: penso alla 'Seconda sonata' per
pianoforte che rappresenta l'acquisizione e, allo stesso tempo,
l'addio alla forma classica. C'è poi 'Le marteau sans maitre',
attraverso la quale mi sono liberato dallo stretto dogmatismo.
'Eclat' e 'Eclat multiple hanno significato la scoperta
dell'improvvisazione e del senso del momento, dell'attimo. In
'Rituel' è evidente la conoscenza e l'esperienza dell'orchestra e
della tecnica orchestrale. Penso a questi come momenti importanti...
ma ve ne sono naturalmente altri. Ora penso a questi, solo a questi,
anche perché non ho scritto che questi lavori che rappresentano
punti di passaggio in una certa evoluzione.
Fra i suoi maestri ve
ne sono stati di importanti?
Due
gli incontri importanti della mia vita di musicista: Messiaen e
Webern. IL primo è stati mio professore e quindi l'ho conosciuto
anche come uomo. Il secondo non l'ho conosciuto, ma ha comunque
segnato la mia vita. Messiaen è stato mio insegnante di armonia, una
tecnica classica, accademica. Ma ciò che contrassegnava il suo
insegnamento era il fatto che non considerava l'armonia come un
esercizio accademico, nel quale si dispone di un certo vocabolario e
si ubbidisce a precise regole. Il grande vantaggio del suo
insegnamento e la grande novità era basarsi su dati storici:
mostrava l'evoluzione del linguaggio armonico, nel corso dei tre
secoli, dalla quale scaturiva la necessità delle regole interne
allo stesso. Ma la mia conoscenza di Messiaen è nata anche dalla
conoscenza delle sue opere, mentre gli altri insegnanti per la
ragione opposta, non esercitavano su di me che un interesse relativo.
Con lui ho avuto l'opportunità di fare cosi di analisi, anche fuori
del Conservatorio, su opere niente affatto rivoluzionarie, come ''Ma
mère l'oye' di Ravel. Le sue analisi non erano solo precise ed
intelligenti, ma anche 'inventive'. Ed io preferisco un'analisi
'falsa' ma 'inventiva' piuttosto che una 'vera' ma 'sterile'. In tali
analisi si toccavano talvolta anche le sue opere. Di Messiaen,
perciò, ammiro anche il coraggio di introdurci nel suo laboratorio
musicale; la qual cosa, ad esempio, io non amo fare con le mie opere.
Per
Webern il discorso è diverso. Ricordo ancora la sensazione di
'baratro' destata in me dall'ascolto dell'op.21. E quella sensazione
di 'buco nero' era accresciuta in me anche dal fatto che non
conoscendo nient'altro di Webern non potevo percorrere il suo iter
compositivo. Ricordo anche una circostanza non marginale:
l'esecuzione fu pessima. Ma di quella non posso incolpare gli
interpreti. Cercai la partitura per rendermi conto direttamente di
cose che mi sembravano non quadrare: essi suonavano senza nessun
senso di continuità, ogni discorso era cancellato, sembravano dire
cose senza senso. A rendere meglio l'impressione avuta al cospetto di
Webern, mi è utile l'immagine di un lavoro di Genet, 'Les
paravents'. Anche per Webern, come nel lavoro di Genet, occorre
sfondare il paravento ed attraversarlo, come fanno al circo gli
animali con il cerchio di fuoco. Non è concesso fermarsi davanti al
paravento o al cerchio di fuoco ad ammirarli, occorre attraversarli.
Un'impressione che, ovviamente, non ho avuto con Messiaen, il cui
vocabolario mi era più vicino, più familiare, come anche le sue
radici: Debussy, Berlioz. Era una tradizione che conoscevo molto
bene, malgrado le innovazioni ritmiche, queste sì radicali, che
tutt'oggi mi impressionano ed affascinano della sua invenzione.
Webern
era per me l'antidoto contro l'accademismo neoclassico di Schoenberg.
E Berg il romanticismo che no accettavo più. Stravinsky aveva
liquidato, distrutto questa eredità postromantica, ma io non
riuscivo a guardare più in là; in Berg, soprattutto, ai problemi
posti sotto la crosta del romanticismo apparente: problemi di forma,
citazione, di costruzione tematica.
Si dice che oggi si
assiste ad un revival del pianoforte. Lei è d'accordo?
No,
e il concetto stesso di recital pianistico appartiene al secolo
scorso. Assistervi è come collezionare vecchi mobili.
Lei, in particolare,
che rapporti ha con il pianoforte?
Ottimi.
E' stato lo strumento con il quale ho avvicinato la musica. Opggi
suono il pianoforte per diletto personale e come mezzo per la
composizione, anche se il mio interesse per la musica con strumenti
tradizionali è scemato a vantaggio di quella elettronica. Resta
comunque un compagno prezioso.
Ancora sul pianoforte.
I pianisti possono ripensare, rinnovandolo, il loro ruolo di
interpreti?
Nel
lavoro gomito a gomito con i compositori, con reciproco scambio di
idee, ipotizzo il futuro per i pianisti. Conosco naturalmente molti
pianisti, fra i quali innanzitutto Maurizio Pollini che è un
grandissimo pianista calato nei valori della musica d'oggi. I grandi
virtuosi della tastiera non mi interessano affatto...
alors
je vous remercie beaucoup, vous en savez maintenant, sur tout, sur
moi aussi.
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mercoledì 6 gennaio 2016
Tg La 7,Tg1, Tg2: la morte di Pierre Boulez interessa di più a Mentana
A 90 anni, a Baden Baden, si è spento Pierre Boulez, compositore, direttore d'orchestra, organizzatore musicale, teorico dell'avanguardia fra i massimi del Novecento. A capo dell'IRCAM, sorto per sua iniziativa al Centre Pompidou di Parigi, fondatore dell'Ensemble Intercontemporain, direttore d'orchestra che si è spesso dedicato anche al grande repertorio sinfonico (Haydn), all'opera (Wagner, oltre i moderni), ma in special modo e con tutte le sue forze alla musica di oggi che in lui ha avuto un apostolo insostituibile ed ineguagliato.
La musica, forse solo la musica, era in cima ai suoi pensieri; chi lo ha frequentato in privato assicura che non era interessato ad altro e che non parlava d'altro, con sempre invidiabile lucidità, che forse nella sua opera di compositore, ha avuto un peso eccessivo, ed acutezza.
Compagno di viaggio di numerosi altri musicisti suoi coetanei, ai quali era molto legato, ( Berio, Stockhausen, Maderna) non perse tuttavia lucidità quando, come per Maderna, sottolineò le gravi pecche del compositore, ma dando il giusto peso all'opera dell' interprete, organizzatore e insegnante. Noi abbiamo spesso parlato con lui a Roma, e di lui altrettanto spesso abbiamo parlato con tanti nostri interlocutori nel corso delle numerose interviste che abbiamo realizzato, ed alcune delle quali ricercheremo e ripubblicheremo presto in questo blog.
Ora, a poche ore dalla sua scomparsa noteremo solo che la Tv ha trattato diversamente la notizia, nei vari telegiornali. Ed il diverso peso dato dai principali Tg alla morte di Boulez ci induce a pensare che il contratto esclusivo di servizio fra lo Stato e la tv pubblica, in scadenza proprio quest'anno, potrebbe essere offerto, in parte, anche ad altre emittenti televisive, ad esempio a La 7, il cui telegiornale, diretto da Enrico Mentana, fa spesso servizio pubblico con maggiore convinzione e puntualità dei Tg della tv pubblica.
Come nel caso della morte di Boulez, che cadeva nello stesso giorno in cui è morta una vedette del nostro cinema Silvana Pampanini; e Mentana ha dato, seppure succintamente, la notizia con maggiori particolari, relativi alla attività del musicista ed ai suoi compagni d'avventura; il Tg 1 ha detto solo: è morto a 90 anni il direttore d'orchestra e compositore Pierre Boulez, aggiungendovi forse la città in cui è deceduto e basta; ed il tg 2 ha relegato la notizia al solo rullo, mentre alla Pampanini è stato riservato uno spazio dieci volte superiore. E forse già nelle prossime settimane le dedicheranno anche una strada od una piazza, magari in centro, scalzandovi, che so, Rossini, o Verdi.
P.S. Questa mattina Rai News 24 dva la notizia sul rullo che scorre mentre vanno in onda i servizi; e Sky Tg 24, neannche sul rullo. La sua direttrice, Varetto, non è canditata a dirigere il più importante telegiornale della tv pubblica?
La musica, forse solo la musica, era in cima ai suoi pensieri; chi lo ha frequentato in privato assicura che non era interessato ad altro e che non parlava d'altro, con sempre invidiabile lucidità, che forse nella sua opera di compositore, ha avuto un peso eccessivo, ed acutezza.
Compagno di viaggio di numerosi altri musicisti suoi coetanei, ai quali era molto legato, ( Berio, Stockhausen, Maderna) non perse tuttavia lucidità quando, come per Maderna, sottolineò le gravi pecche del compositore, ma dando il giusto peso all'opera dell' interprete, organizzatore e insegnante. Noi abbiamo spesso parlato con lui a Roma, e di lui altrettanto spesso abbiamo parlato con tanti nostri interlocutori nel corso delle numerose interviste che abbiamo realizzato, ed alcune delle quali ricercheremo e ripubblicheremo presto in questo blog.
Ora, a poche ore dalla sua scomparsa noteremo solo che la Tv ha trattato diversamente la notizia, nei vari telegiornali. Ed il diverso peso dato dai principali Tg alla morte di Boulez ci induce a pensare che il contratto esclusivo di servizio fra lo Stato e la tv pubblica, in scadenza proprio quest'anno, potrebbe essere offerto, in parte, anche ad altre emittenti televisive, ad esempio a La 7, il cui telegiornale, diretto da Enrico Mentana, fa spesso servizio pubblico con maggiore convinzione e puntualità dei Tg della tv pubblica.
Come nel caso della morte di Boulez, che cadeva nello stesso giorno in cui è morta una vedette del nostro cinema Silvana Pampanini; e Mentana ha dato, seppure succintamente, la notizia con maggiori particolari, relativi alla attività del musicista ed ai suoi compagni d'avventura; il Tg 1 ha detto solo: è morto a 90 anni il direttore d'orchestra e compositore Pierre Boulez, aggiungendovi forse la città in cui è deceduto e basta; ed il tg 2 ha relegato la notizia al solo rullo, mentre alla Pampanini è stato riservato uno spazio dieci volte superiore. E forse già nelle prossime settimane le dedicheranno anche una strada od una piazza, magari in centro, scalzandovi, che so, Rossini, o Verdi.
P.S. Questa mattina Rai News 24 dva la notizia sul rullo che scorre mentre vanno in onda i servizi; e Sky Tg 24, neannche sul rullo. La sua direttrice, Varetto, non è canditata a dirigere il più importante telegiornale della tv pubblica?
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giovedì 12 marzo 2015
Boulez compie novant'anni. Che pensava di Maderna compositore?
Oggi, sul Corriere, in una articolo celebrativo per i novant'anni di Pierre Boulez - sacrosanto - sul Corriere, a firma Manin, Ivan Fedele che gli ha attribuito il 'Leone d'oro' alla Carriera della Biennale Musica, di cui è direttore, spezza una lancia in favore della grande umanità di Boulez, a dispetto della sua immagine stereotipata di gran pensatore e teorico della musica e, di quella di oggi, protettore e missionario ( fedele, pieno di orgoglio, ci mette anche la sua, giacchè lavorò all'IRCAM parigino ed ebbe l'onore di una 'commissione' dello stesso Boulez). Racconta Fedele che scoprì la grande sensibilità e profonda umanità di Boulez ascoltando una sua interpretazione dell'Adagietto della 'Quinta' di Mahler, che in lui convive con la durezza con cui apostrofa colleghi e musiche che non condivide e non stima - in cima alla lista i cosiddetti minimalisti, la cui musica è poca cosa: ' les minimalistes sont minimaux' ebbe a dirci in una delle interviste che ci concesse negli anni.
Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola, nel silenzio e nella discrezione più totali.
Ma caro Fedele, vuole sapere cosa pensava Boulez di Maderna, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio? Il suo gesto di solidarietà concreta potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dirle.
Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez rende onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di Piano Time, presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale, manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse questo. E Mario Bortolotto sulle stesse pagine di Piano Time, dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.
Ma il buon cuore di Boulez, secondo Fedele, si è manifestato anche concretamente, come quando ha aiutato la famiglia del defunto Maderna, i cui figli ha provveduto concretamente a mandare a scuola, nel silenzio e nella discrezione più totali.
Ma caro Fedele, vuole sapere cosa pensava Boulez di Maderna, nonostante il suo sodalizio giovanile con il musicista italiano e con Berio? Il suo gesto di solidarietà concreta potrebbe suonare come una sorta di risarcimento, alla luce di ciò che stiamo per dirle.
Boulez non aveva grande stima del Maderna compositore, la cui opera riteneva difficile ( impossibile) da definire ed identificare e non a causa della tecnica dell'aleatorietà. Boulez rende onore e merito al Maderna apostolo della musica contemporanea, ma non al compositore.
In una breve conversazione che avemmo con lui, ai tempi di Piano Time, presso l'Accademia di Francia a Roma, in uno dei suoi rari passaggi nella Capitale, manifestò il suo pensiero in proposito, definendo Maderna un 'elefante leggerissimo' che, a causa della sua frenetica attività di direttore e divulgatore, tolse tempo alla composizione, nella quale il suo lascito è di pochissimo valore. In sintesi ci disse questo. E Mario Bortolotto sulle stesse pagine di Piano Time, dove pubblicammo quella intervista lampo, colse l'occasione, da quelle poche righe, per spiegare meglio la durezza ma anche la verità di quelle affermazioni.
Mario Bortolotto, se non ci sbagliamo, ha ripubblicato anni fa quella sua pagina profondissima, sul Foglio, dove crediamo di averla riletta qualche tempo fa.
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