Se lo intervistano anche in un inserto di cucina perché la leggi l'intervista a Riccardo Muti? Confessiamo che avremmo potuto benissimo farne a meno, anzi evitarla accuratamente. Ma non lo abbiamo fatto per una ragione semplicissima. Perché lui ha vissuto la gioventù in Puglia, a Molfetta, dove suo padre era medico, e dove anche noi per qualche anno abbiamo studiato; e perchè, scorrendo l'intervista, abbiamo sperato fino alla fine di trovarvi qualche ricetta alla quale ancora oggi ci rimandano ricordi di sapori e profumi di una volta. Come quelli dei mandarini che 'facevano' Natale ai suoi tempi, mentre oggi le 'clementine', bastardo incrocio di agrumi, non profumano più di nulla.
Ha ragione Muti, perché quegli stessi odori noi li abbiamo sentiti, anche di recente, a L'Aquila, prima che il terremoto la distruggesse, girando per il mercatino in Piazza Duomo, dove sbarcavano con i loro fagotti tanti contadini veri che scendevano dalle montagne con il carico di verdura, frutta, pane e prodotti caseari, che profumavano come nessuna frutta o verdura o pane o formaggi profumano più in città. Certo capiamo Muti che ricorda ancora il profumo e la bontà delle parmigiana di melanzane che gli preparava la nonna di Napoli. Però poteva almeno rivelarci i segreti di quella parmigiana... avremmo avuto una ragione per giustificare un direttore d'orchestra noto in tutto il mondo che si presta a parlare di cucina.
Per fortuna, qualche giorno dopo l'intervista di Repubblica, arriva il bis con il Corriere e l'immancabile Cappelli, che è volato a Chicago per intervistarlo, alla fine dell'ultimo concerto di stagione della Chicago Symphony Orchestra, mentre i giornalisti di Repubblica, più risparmiosi, erano andati e tornati da Torino ( dove però ha diretto la 'sua' Orchestra Cherubini, con la quale è sempre disposto a fare qualche eccezione anche in Italia) in giornata.
Cappelli ci rivela molte cose di Muti - i due si conoscono bene, e il direttore al giornalista confessa cose che a nessun altro direbbe mai. Come ad esempio che sta facendo pace con l'Italia, che sta per dirigere all'Opera di Firenze, dove iniziò, molti decenni fa, la sua carriera, e che inaugurerà la stagione del Teatro San Carlo a Napoli - sua seconda patria dopo Molfetta - dove dirigerà Mozart, affiancato per la regia da sua figlia Chiara. Lui non dirige da nessuna parte, anzi non vuol dirigere da nessuna parte, ma se c'è anche sua figlia lo fa.
Dunque pace fatta con l'Italia? Sì e no. Con l'Italia di Firenze e Napoli sì, per le ragioni suddette, ma con Roma e Milano ancora no, la ferita sembra ancora fresca e non si è rimarginata, nonostante egli, figlio di medico, dovrebbe sapere che esistono farmaci che aiutano ed accelerano la cicatrizzazione di una ferita.
Che aspetta ad applicarle alla sua, tornando, ad esempio, all'Opera di Roma - dove continua a figurare come 'direttore onorario a vita', che è quasi una barzelletta! - ed anche alla Scala, dove il sovrintendente Pereira aveva fatto capire che Muti avrebbe diretto il Concerto di Natale, ed invece il direttore lo ha smentito, per bocca di Cappelli, senza possibili futuri pentimenti.
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martedì 26 giugno 2018
martedì 27 giugno 2017
Carlo Fuortes: sarà una stagione di successi
Lui lo sa da prima di cominciare, lui è Carlo Fuortes, e a proposito della prossima stagione dell'Opera di Roma che ha appena annunciato, buon ultimo fra i teatri di più antica storia del nostro paese, ha assicurato del successo: sarà una stagione di successi? Chi glielo ha assicurato? I registi chiamati - adesso ha tolto l'aggettivo 'grandi' che nelle stagione passate utilizzava ad ogni piè sospinto - a lavorare all'Opera, che sono: Popolizio, debuttante, ed i i collaudati e fedelissimi di Fuortes, Barberio Corsetti, Michieletto, Pippo Delbono, Alex Ollé ecc...A Lui bastano loro, soprattutto loro, poi i direttori , beh su quelli ... Mentre sulle cantanti, una passerella di bellissime, anche su quelle punta Fuortes.
Senonchè, nel corso della conferenza stampa, Fuortes, dopo aver assicurato che per il terzo anno consecutivo l'Opera chiude il bilancio in pareggio (ma i debiti pregressi sono ancora una montagna ed a quelli si provvede altrimenti, e sarà lui a dovervi provvedere!) ha sottolineato che l'età media degli spettatori dell'Opera si sta abbassando: sempre più giovani frequentano il Costanzi (non sarà che la media degli spettatori giovani si è alzata da quando si apre il teatro, per le 'generali', agli studenti?), e che il pubblico è aumentato (caso strano: secondo una recente inchiesta il pubblico è aumentato soprattutto nei teatri più disastrati economicamente come Bologna, Roma, Firenze e Bari. Saranno loro, i nuovi invasori, a creare deficit di bilancio?).
Poi, evidentemente sollecitato dal solito giornalista inopportuno e ficcanaso - perché fosse stato per Fuortes l'argomento non era da toccare - ha confessato che ha sbagliato a nominare Giorgio Battistelli, (perchè era sufficiente - per quanto insufficiente di suo - era Alessio Vlad, sottolinea il giornalista amico del Vlad) per la cui presenza era stato costretto - senza voglia, altro che proclami sul teatro contemporaneo!- a inventare il Festival di teatro contemporaneo che ha avuto vita brevissima, una sola stagione, e quei concerti che si sono segnalati all'opinione pubblica per il palcoscenico avanzato in platea ( forse per coprire le poltrone altrimenti vuote!).
Adesso Battistelli se ne è andato e forse reagirà alla bordata del sovrintendente amico - avrebbe dovuto restare se non c'erano i soldi per fare il secondo festival e i concerti con il palcoscenico proteso in platea?- E l'opera che attendeva di essere rappresentata proprio in questa seconda edizione del festival, 'Un romano a Marte', di Montalti-Compagno, vincitrice del concorso di composizione bandito dal teatro, nel biennio 2013-4 che fine fa? deve ancora attendere? Per fortuna che ai vincitori è andato anche un premio in denaro, che ci sia augura, sia stato già consegnato di 20.000 Euro, una somma stratosferica, per raggiungere la quale Fuortes, per il teatro, aveva bussato a Eni, Deutsch Bank, Maite e Paolo Bulgari.
Ma nessuno ha chiesto a Fuortes del destino di quell'opera, nè Fuortes ha anticipato la data in cui è prevista la rappresentazione, come da regolamento del concorso. Intanto è sicuro che neanche nella prossima stagione. 2017-8, l'opera di Montalti-Compagno andrà in scena.
Per il resto, Fuortes ha dato la sua parola: sarà una stagione di successi!
Senonchè, nel corso della conferenza stampa, Fuortes, dopo aver assicurato che per il terzo anno consecutivo l'Opera chiude il bilancio in pareggio (ma i debiti pregressi sono ancora una montagna ed a quelli si provvede altrimenti, e sarà lui a dovervi provvedere!) ha sottolineato che l'età media degli spettatori dell'Opera si sta abbassando: sempre più giovani frequentano il Costanzi (non sarà che la media degli spettatori giovani si è alzata da quando si apre il teatro, per le 'generali', agli studenti?), e che il pubblico è aumentato (caso strano: secondo una recente inchiesta il pubblico è aumentato soprattutto nei teatri più disastrati economicamente come Bologna, Roma, Firenze e Bari. Saranno loro, i nuovi invasori, a creare deficit di bilancio?).
Poi, evidentemente sollecitato dal solito giornalista inopportuno e ficcanaso - perché fosse stato per Fuortes l'argomento non era da toccare - ha confessato che ha sbagliato a nominare Giorgio Battistelli, (perchè era sufficiente - per quanto insufficiente di suo - era Alessio Vlad, sottolinea il giornalista amico del Vlad) per la cui presenza era stato costretto - senza voglia, altro che proclami sul teatro contemporaneo!- a inventare il Festival di teatro contemporaneo che ha avuto vita brevissima, una sola stagione, e quei concerti che si sono segnalati all'opinione pubblica per il palcoscenico avanzato in platea ( forse per coprire le poltrone altrimenti vuote!).
Adesso Battistelli se ne è andato e forse reagirà alla bordata del sovrintendente amico - avrebbe dovuto restare se non c'erano i soldi per fare il secondo festival e i concerti con il palcoscenico proteso in platea?- E l'opera che attendeva di essere rappresentata proprio in questa seconda edizione del festival, 'Un romano a Marte', di Montalti-Compagno, vincitrice del concorso di composizione bandito dal teatro, nel biennio 2013-4 che fine fa? deve ancora attendere? Per fortuna che ai vincitori è andato anche un premio in denaro, che ci sia augura, sia stato già consegnato di 20.000 Euro, una somma stratosferica, per raggiungere la quale Fuortes, per il teatro, aveva bussato a Eni, Deutsch Bank, Maite e Paolo Bulgari.
Ma nessuno ha chiesto a Fuortes del destino di quell'opera, nè Fuortes ha anticipato la data in cui è prevista la rappresentazione, come da regolamento del concorso. Intanto è sicuro che neanche nella prossima stagione. 2017-8, l'opera di Montalti-Compagno andrà in scena.
Per il resto, Fuortes ha dato la sua parola: sarà una stagione di successi!
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lunedì 8 maggio 2017
Palermo e Roma scoprono l'OPERA CAMION, dopo almeno una ventina d'anni che in Italia viene spesso praticata.
La 'grande' scoperta dell'Opera camion, come se fosse la scoperta dell'America - mentre è solo la scoperta, fuori tempo, dell'acqua calda - che i Teatri lirici di Roma e Palermo vantano come propria e come rivoluzionaria, in effetti, anche in Italia, nella provincia italiana, è scoperta ben nota e praticata.Due soli esempi a cominciare dalla più vicina nel tempo.
Un camion con l'opera bell'e pronta per essere disvelata ed esportata senza grandi spese, nelle cittadine vicine, l'aveva già attrezzato la Istituzione Sinfonica Abruzzese, con sede a L'Aquila, quand'era diretta da Vittorio Antonellini. Ricordiamo che una volta ce ne parlò con entusiasmo.
Ma nella provincia italiana, specie quella più provincia delle altre, l'Opera camion l' ha conosciuta molti e molti anni fa, e di una di queste occasioni fummo noi personalmente testimoni perché coinvolti. Ci consentirete, d'ora in avanti, di parlarvene in prima persona.
Trinitapoli, che è la cittadina pugliese, dove sono nato e dove, in occasione della festa patronale, le bande musicali facevano e fanno fare alla popolazione una specie di ripasso del grande repertorio, quello più popolare, del melodramma italiano, nell'estate dei primi anni Duemila ospitò una di queste rappresentazioni, alla quale fui invitato a partecipare, meglio a presentare l'opera che si rappresentava, e cioè Tosca. Il sindaco mi aveva chiesto una simile cortesia, avendo visto in tv, Rai 1, la trasmissione 'All'Opera!, presentata da Antonio Lubrano e di cui ero autore.
A fianco della Cattedrale di Trinitapoli, in uno spazio raccolto ed idoneo, nel pomeriggio stesso del giorno della rappresentazione, giunse un camion con la scenografia; con un pullman sarebbero giunto più tardi - in effetti molto più tardi, per alcune disavventure occorse al mezzo di locomozione - gli orchestrali e i solisti di canto. L'opera era stata rappresentata il giorno prima in Basilicata o giù di lì. E da lì a Trinitapoli ce ne è di strada. Il camion s'era mosso all'alba per giungere in tempo, il pullman con gli orchestrali ed i cantanti, molto più tardi.
Gli orchestrali ed i cantanti giunsero con molto ritardo, e nonostante la stanchezza per la rappresentazione del giorno prima, ed il viaggio avventuroso, tennero testa - come sanno fare professionisti navigati, anche se non sulla cresta dell'onda - alla rappresentazione.
Il sindaco mi disse che aveva ottenuto la rappresentazione pagando la somma di Euro 7-8000 (non ricordo con esattezza) tutto compreso. L'impresa che organizzava quelle rappresentazioni, che ho sempre definito 'spedizioni punitive', a causa dello stress inutile e dannoso, cui vengono sottoposti i musicisti, veniva, con tutto l'armamentario, da uno dei paesi dell'Est Europa (Romania o Bulgaria). Non credo fosse il primo viaggio operistico in Italia, nè penso sia stato l'ultimo. Forse i lettori di questo blog, delle regioni del meridione d'Italia, potrebbero dare conferma.
Allora, cosa hanno inventato Giambrone e Fuortes, i due Sovrintendenti che vogliono sembrare sempre un passo avanti agli altri? Naturalmente fanno bene a posteggiare il camion nelle piazze di Roma e Palermo, offrendo gratuitamente il melodramma, mentre nei loro teatri costerebbe troppo caro ai cittadini. Ma non pensino che da quelle rappresentazioni vissute come un regalo delle istituzioni alle periferie, derivi un biglietto in più venduto ai loro botteghini, perché in pochi potrebbero permetterselo. Se non ci crdete, date un'occhiata ai prezzi dei biglietti.
Un camion con l'opera bell'e pronta per essere disvelata ed esportata senza grandi spese, nelle cittadine vicine, l'aveva già attrezzato la Istituzione Sinfonica Abruzzese, con sede a L'Aquila, quand'era diretta da Vittorio Antonellini. Ricordiamo che una volta ce ne parlò con entusiasmo.
Ma nella provincia italiana, specie quella più provincia delle altre, l'Opera camion l' ha conosciuta molti e molti anni fa, e di una di queste occasioni fummo noi personalmente testimoni perché coinvolti. Ci consentirete, d'ora in avanti, di parlarvene in prima persona.
Trinitapoli, che è la cittadina pugliese, dove sono nato e dove, in occasione della festa patronale, le bande musicali facevano e fanno fare alla popolazione una specie di ripasso del grande repertorio, quello più popolare, del melodramma italiano, nell'estate dei primi anni Duemila ospitò una di queste rappresentazioni, alla quale fui invitato a partecipare, meglio a presentare l'opera che si rappresentava, e cioè Tosca. Il sindaco mi aveva chiesto una simile cortesia, avendo visto in tv, Rai 1, la trasmissione 'All'Opera!, presentata da Antonio Lubrano e di cui ero autore.
A fianco della Cattedrale di Trinitapoli, in uno spazio raccolto ed idoneo, nel pomeriggio stesso del giorno della rappresentazione, giunse un camion con la scenografia; con un pullman sarebbero giunto più tardi - in effetti molto più tardi, per alcune disavventure occorse al mezzo di locomozione - gli orchestrali e i solisti di canto. L'opera era stata rappresentata il giorno prima in Basilicata o giù di lì. E da lì a Trinitapoli ce ne è di strada. Il camion s'era mosso all'alba per giungere in tempo, il pullman con gli orchestrali ed i cantanti, molto più tardi.
Gli orchestrali ed i cantanti giunsero con molto ritardo, e nonostante la stanchezza per la rappresentazione del giorno prima, ed il viaggio avventuroso, tennero testa - come sanno fare professionisti navigati, anche se non sulla cresta dell'onda - alla rappresentazione.
Il sindaco mi disse che aveva ottenuto la rappresentazione pagando la somma di Euro 7-8000 (non ricordo con esattezza) tutto compreso. L'impresa che organizzava quelle rappresentazioni, che ho sempre definito 'spedizioni punitive', a causa dello stress inutile e dannoso, cui vengono sottoposti i musicisti, veniva, con tutto l'armamentario, da uno dei paesi dell'Est Europa (Romania o Bulgaria). Non credo fosse il primo viaggio operistico in Italia, nè penso sia stato l'ultimo. Forse i lettori di questo blog, delle regioni del meridione d'Italia, potrebbero dare conferma.
Allora, cosa hanno inventato Giambrone e Fuortes, i due Sovrintendenti che vogliono sembrare sempre un passo avanti agli altri? Naturalmente fanno bene a posteggiare il camion nelle piazze di Roma e Palermo, offrendo gratuitamente il melodramma, mentre nei loro teatri costerebbe troppo caro ai cittadini. Ma non pensino che da quelle rappresentazioni vissute come un regalo delle istituzioni alle periferie, derivi un biglietto in più venduto ai loro botteghini, perché in pochi potrebbero permetterselo. Se non ci crdete, date un'occhiata ai prezzi dei biglietti.
sabato 18 marzo 2017
Opera di Roma. Un premio e una mazzata
Dopo il Premio Abbiati, come migliore 'spettacolo' ad un titolo della passata stagione, non si è fatta attendere la mazzatta per l'Opera di Roma. Una associazione ha, infatti, inoltrato un esposto alla Corte dei Conti perchè indaghi se il finanziamento comunale al Teatro dell'Opera di Roma non sia frutto di eccessivo buon cuore e di troppa benevolenza, dato che è il più alto destinato dai Comuni alle proprie Fondazioni liriche - forse un tempo lo superava in magnanimità, quello erogato al Teatro Massimo di Palermo; adesso non sappiamo.
Il Comune di Roma, da Alemanno in poi ha dato all'Opera di Roma dai 16 ai 20 milioni di Euro l'anno. Non male, senonchè il teatro con una gestione di incapaci e sperperatori, se non anche di mariuoli, s'è trovato nella merda. Con la Raggi in Campidoglio, e l'assessore Bergamo che vuole accorpare - in realtà già anni fa si parlò di accorpare Opera e Santa Cecilia; crediamo fu proprio Fuortes, al massimo della sua creatività, a suggerire l'accorpamento, al momento della ventilata chiusura dell'Opera e dell'Orchestra esternalizzata ( ci viene ancora da ridere al semplice pensiero della follia fuortesiana). Ora quel progetto potrebbe trovare sbocco nelle intenzioni non più segrete dell'assessore Bergamo che mentre a Bruxelles, a capo di un organismo comunitario fino a qualche mese fa, lottava per tenere invita tutte le istituzioni culturali del 'vecchio continente', inseditao a Roma, invece, si da da fare per accorparle, in pratica cancellarle dalla faccia della terra.
La questione dei finanziamenti va esaminata da un altro punto di vista. E, per Roma, da un punto di vista del tutto particolare. Sappiamo tutti come le amministrazioni amiche diano tutti i soldi richiesti dalle istituzioni comunali, se a capo vi hanno messo amici o amici degli amici; e che questi soldi tendano immancabilmente a diminuire al cambio di amministrazione se non si è potuto scalzare dai vertici gli amici dei precedenti amministratori.
A Roma, dopo la 'manica larga' di Alemanno con De Martino sovrintendente e Muti direttore, con l'avvento di Marino e con la prospettiva di mandare fallita l'Opera che presentava una voragine nei bilanci, nonostante i finanziamenti allegri e l'ancor più allegra gestione dell'epoca, il vento non cambiò, perchè Marino e Franceschini avevano messo in teatro quel salvatore e fattore di miracoli che si chiama Fuortes. Dunque avevano già cambiato timoniere e al 'loro' timoniere assicurarono tutto l'aiuto possibile. Fuortes, inutile negarlo e salvo prova contraria, ha riportato i conti in ordine - ma anche lui ha speso qualche volta oltre misura, come nel caso della Traviata 'con Coppola e Valentino', il cui costo complessivo chissà quando verrà ripagato - ma con l'arrivo dei Cinquestelle il vento è cambiato ancora una volta e i soldi del Comune sono diminuiti.
L'indagine della Corte dei Conti dovrebbe stabilire se, comunque, dal 2008 ad oggi il Comune ha finanziato 'con eccesso' l'Opera facendole correre il pericolo di spendere e spandere senza criterio.
E perciò il tribunale contabile dovrebbe indagare non solo il Comune ma anche l'Opera. Il primo, per capire perchè tanti soldi dati al Teatro - più di qualunque altro Comune a qualunque teatro, Scala inclusa che riceve dal Milano un terzo di quanto riceve l'Opera dal Campidoglio; il secondo, per sapere se era giusto richiedere tanti soldi e come li ha spesi.
Il nostro personalissimo parere, con tutta l'antipatia non celata che nutriamo nei confronti di Fuortes, è che i soldi spesi in un teatro, se ben amministrato e produttivo come dovrebbe, sono sempre meglio spesi rispetto a quelli impiegati in mazzette, opere fatte male, favoritismi ed altre indecenze di cui il mondo è pieno. Perchè il teatro vuol dire civiltà, bellezza, crescita culturale e sociale dei cittadini dunque soldi spesi bene.
Da un punto di vista giuridico e contabile non sappiamo come finirà questa storia. Si parla già di possibile danno erariale a carico sia del Comune che dell'Opera. Ma se si dovesse concludere con la riduzione dei fondi destinati dal Comune all'Opera di Roma - speriamo di no - l'entità del futuro finanziamento all'Opera deve essere comunicato qualche tempo prima, per non farlo ripiombare nel passivo di bilancio, questa volta per colpa del Comune, della Corte dei Conti e di quella associazione che ha avviato l'indagine e che benemerita non si rivelerà.
Il Comune di Roma, da Alemanno in poi ha dato all'Opera di Roma dai 16 ai 20 milioni di Euro l'anno. Non male, senonchè il teatro con una gestione di incapaci e sperperatori, se non anche di mariuoli, s'è trovato nella merda. Con la Raggi in Campidoglio, e l'assessore Bergamo che vuole accorpare - in realtà già anni fa si parlò di accorpare Opera e Santa Cecilia; crediamo fu proprio Fuortes, al massimo della sua creatività, a suggerire l'accorpamento, al momento della ventilata chiusura dell'Opera e dell'Orchestra esternalizzata ( ci viene ancora da ridere al semplice pensiero della follia fuortesiana). Ora quel progetto potrebbe trovare sbocco nelle intenzioni non più segrete dell'assessore Bergamo che mentre a Bruxelles, a capo di un organismo comunitario fino a qualche mese fa, lottava per tenere invita tutte le istituzioni culturali del 'vecchio continente', inseditao a Roma, invece, si da da fare per accorparle, in pratica cancellarle dalla faccia della terra.
La questione dei finanziamenti va esaminata da un altro punto di vista. E, per Roma, da un punto di vista del tutto particolare. Sappiamo tutti come le amministrazioni amiche diano tutti i soldi richiesti dalle istituzioni comunali, se a capo vi hanno messo amici o amici degli amici; e che questi soldi tendano immancabilmente a diminuire al cambio di amministrazione se non si è potuto scalzare dai vertici gli amici dei precedenti amministratori.
A Roma, dopo la 'manica larga' di Alemanno con De Martino sovrintendente e Muti direttore, con l'avvento di Marino e con la prospettiva di mandare fallita l'Opera che presentava una voragine nei bilanci, nonostante i finanziamenti allegri e l'ancor più allegra gestione dell'epoca, il vento non cambiò, perchè Marino e Franceschini avevano messo in teatro quel salvatore e fattore di miracoli che si chiama Fuortes. Dunque avevano già cambiato timoniere e al 'loro' timoniere assicurarono tutto l'aiuto possibile. Fuortes, inutile negarlo e salvo prova contraria, ha riportato i conti in ordine - ma anche lui ha speso qualche volta oltre misura, come nel caso della Traviata 'con Coppola e Valentino', il cui costo complessivo chissà quando verrà ripagato - ma con l'arrivo dei Cinquestelle il vento è cambiato ancora una volta e i soldi del Comune sono diminuiti.
L'indagine della Corte dei Conti dovrebbe stabilire se, comunque, dal 2008 ad oggi il Comune ha finanziato 'con eccesso' l'Opera facendole correre il pericolo di spendere e spandere senza criterio.
E perciò il tribunale contabile dovrebbe indagare non solo il Comune ma anche l'Opera. Il primo, per capire perchè tanti soldi dati al Teatro - più di qualunque altro Comune a qualunque teatro, Scala inclusa che riceve dal Milano un terzo di quanto riceve l'Opera dal Campidoglio; il secondo, per sapere se era giusto richiedere tanti soldi e come li ha spesi.
Il nostro personalissimo parere, con tutta l'antipatia non celata che nutriamo nei confronti di Fuortes, è che i soldi spesi in un teatro, se ben amministrato e produttivo come dovrebbe, sono sempre meglio spesi rispetto a quelli impiegati in mazzette, opere fatte male, favoritismi ed altre indecenze di cui il mondo è pieno. Perchè il teatro vuol dire civiltà, bellezza, crescita culturale e sociale dei cittadini dunque soldi spesi bene.
Da un punto di vista giuridico e contabile non sappiamo come finirà questa storia. Si parla già di possibile danno erariale a carico sia del Comune che dell'Opera. Ma se si dovesse concludere con la riduzione dei fondi destinati dal Comune all'Opera di Roma - speriamo di no - l'entità del futuro finanziamento all'Opera deve essere comunicato qualche tempo prima, per non farlo ripiombare nel passivo di bilancio, questa volta per colpa del Comune, della Corte dei Conti e di quella associazione che ha avviato l'indagine e che benemerita non si rivelerà.
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sabato 31 dicembre 2016
Daniele Gatti come Riccardo Muti. La storia infinita
Stando a quel che scriveva il Corriere, cioè Valerio Cappelli, informato dall'Opera di Roma di Fuortes, Daniele Gatti , dopo aver diretto il Tristano inaugurale, avrebbe sicuramente accettato di firmare un contratto di collaborazione di una certa stabilità. Anzi, nei giorni immediatamente precedenti la 'prima', sempre il Corriere, se ricordiamo bene, annunciava che Gatti stava ad un passo dalla firma del contratto come 'direttore musicale', addirittura. E, invece, nulla di fatto.
Storia già vista, fotocopia di ciò che avvenne alcuni anni fa con Muti. Il quale, dopo la visita che gli fecero a Salisburgo Vespa e Alemanno, aveva detto - forse fatto pensare o sperare - che avrebbe assunto la carica di direttore musicale all'Opera di Roma, per riportare il teatro ai fasti di una volta, facendolo tornare ad essere il diretto antagonista della Scala dalla quale era uscito sbattendo la porta, ed anche in qualche maniera invitato - stupidamente- ad andarsene.
Poi si sa come sono andate le cose. Muti non ha mai accettato nessun incarico che comportasse una qualche responsabilità, nonostante avesse subito messo suoi fedelissimi, a cominciare da Alessio Vlad, il direttore artistico che tutto il mondo invidia a Roma - perché lui le cose le fa con impegno, e con tutto quello che c'ha da fare in giro per il mondo non se la sentiva, questa la sua giustificazione. Allora dall'ipotesi dell'incarico di direttore musicale si passò a nessun incarico ma con l'impegno di dirigere due titoli per anno, aticipando la medesima motivazione che oggi Gatti confessa al Messaggero, a Simona Antonucci.
Le prossime tre inaugurazioni di stagione le farà ancora lui. E il film già visto proseguirà così. Prima della terza inaugurazione si comincerà a dire che Gatti non se la sente ancora, e nel medesimo tempo Fuortes lo nominerà 'direttore onorario a vita', secondo in tale ruolo che non vuol dire nulla, dopo Muti, visto che non vuol accettare l'incarico di 'direttore musicale' a tempo.
Nulla di nuovo come si vede, nonostante che Fuortes si sbracci ogni giorno per convincerci che all'Opera di Roma dopo il suo arrivo è tutta un'altra storia, mentre c'è appena un cambio di regie.
Storia già vista, fotocopia di ciò che avvenne alcuni anni fa con Muti. Il quale, dopo la visita che gli fecero a Salisburgo Vespa e Alemanno, aveva detto - forse fatto pensare o sperare - che avrebbe assunto la carica di direttore musicale all'Opera di Roma, per riportare il teatro ai fasti di una volta, facendolo tornare ad essere il diretto antagonista della Scala dalla quale era uscito sbattendo la porta, ed anche in qualche maniera invitato - stupidamente- ad andarsene.
Poi si sa come sono andate le cose. Muti non ha mai accettato nessun incarico che comportasse una qualche responsabilità, nonostante avesse subito messo suoi fedelissimi, a cominciare da Alessio Vlad, il direttore artistico che tutto il mondo invidia a Roma - perché lui le cose le fa con impegno, e con tutto quello che c'ha da fare in giro per il mondo non se la sentiva, questa la sua giustificazione. Allora dall'ipotesi dell'incarico di direttore musicale si passò a nessun incarico ma con l'impegno di dirigere due titoli per anno, aticipando la medesima motivazione che oggi Gatti confessa al Messaggero, a Simona Antonucci.
Le prossime tre inaugurazioni di stagione le farà ancora lui. E il film già visto proseguirà così. Prima della terza inaugurazione si comincerà a dire che Gatti non se la sente ancora, e nel medesimo tempo Fuortes lo nominerà 'direttore onorario a vita', secondo in tale ruolo che non vuol dire nulla, dopo Muti, visto che non vuol accettare l'incarico di 'direttore musicale' a tempo.
Nulla di nuovo come si vede, nonostante che Fuortes si sbracci ogni giorno per convincerci che all'Opera di Roma dopo il suo arrivo è tutta un'altra storia, mentre c'è appena un cambio di regie.
venerdì 25 novembre 2016
Roma la svolta impossibile, nonostante Pappano e Gatti e le rispettive Orchestre: del Teatro e dell'Accademia
Nell'inserto 'Agenda Italia', il Corriere, parlando di Roma, mentre tesseva le lodi - con pubblicità annessa - dell'Accademia di Santa Cecilia, della sua orchestra (anzi delle sue orchestre e cori che sono ad oggi, alcune decine, se abbiamo letto bene) ed anche del Teatro Argentina, si dimenticava del tutto del Teatro dell'Opera di Roma, citato di sfuggita solo quando si raccontava di un biglietto cumulativo che offriva spettacoli all'Opera e concerti dell'Accademia. Ma non si andava oltre.
Fuortes, cantato e decantato anche dal Corriere, specie dopo quella che lui considera la svolta internazionale del Teatro, segnata dalla Traviata con la regia di Sofia Coppola ed i costumi di Valentino, a leggere quel panegirico del Corriere alla sua consorella, deve essere andato su tutte le furie. Infatti, all'indomani il pezzo riparatore. Roma, scrive ( per le scuse) il Corriere, in campo musicale, con l'Accademia e l'Opera, mette in campo una doppia eccellenza che può spingere la città verso la tanto attesa svolta culturale. Delle svolte su rifiuti, trasporti, legalità è ancora troppo presto per parlarne.
Ora all'Opera si sta per inaugurare la stagione con il Tristano di Wagner, affidato alla direzione di Daniele Gatti (che 'rischia' di assumere un incarico di direttore all'Opera) e alla regia di Audi (già visto a Parigi la scorsa primavera, con cui Roma l'ha coprodotto). E i complessi dell'Opera e dell'Accademia, guidati da una coppia di direttori di valore , Pappano e Gatti potrebbero segnare, concretamente la svolta per Roma.
Ma - prosegue il Corriere - manca un progetto, manca il progetto culturale che Roma si aspetta dai nuovi amministratori i quali hanno già mandato un segnale preoccupante, quando hanno tagliato i finanziamenti per la cultura ed anche su una questione aperta da anni, come la riapertura del Teatro Valle - il più antico teatro di Roma - nicchiano fra il palleggio di competenze e responsabilità dei ritardi - e la mancanza di idee sul suo affidamento e la destinazione.
Questa è Roma. Intanto rischiamo di avere due direttori di fama, legati alle due orchestre della Capitale - due appena, contro la decina presenta in altre Capitali d'Europa, senza arrivare a Londra che in questo campo vanta il primato - di cui non sappiamo ancora se con egual feeling con le rispettive compagini orchestrali ed anche con il pubblico (Gatti riuscirà, nel caso, a stabilirlo come Pappano?) come due papi che officiano nelle rispettive cattedrali. Tutt'intorno il deserto. E se non proprio il deserto, quasi.
Fuortes, cantato e decantato anche dal Corriere, specie dopo quella che lui considera la svolta internazionale del Teatro, segnata dalla Traviata con la regia di Sofia Coppola ed i costumi di Valentino, a leggere quel panegirico del Corriere alla sua consorella, deve essere andato su tutte le furie. Infatti, all'indomani il pezzo riparatore. Roma, scrive ( per le scuse) il Corriere, in campo musicale, con l'Accademia e l'Opera, mette in campo una doppia eccellenza che può spingere la città verso la tanto attesa svolta culturale. Delle svolte su rifiuti, trasporti, legalità è ancora troppo presto per parlarne.
Ora all'Opera si sta per inaugurare la stagione con il Tristano di Wagner, affidato alla direzione di Daniele Gatti (che 'rischia' di assumere un incarico di direttore all'Opera) e alla regia di Audi (già visto a Parigi la scorsa primavera, con cui Roma l'ha coprodotto). E i complessi dell'Opera e dell'Accademia, guidati da una coppia di direttori di valore , Pappano e Gatti potrebbero segnare, concretamente la svolta per Roma.
Ma - prosegue il Corriere - manca un progetto, manca il progetto culturale che Roma si aspetta dai nuovi amministratori i quali hanno già mandato un segnale preoccupante, quando hanno tagliato i finanziamenti per la cultura ed anche su una questione aperta da anni, come la riapertura del Teatro Valle - il più antico teatro di Roma - nicchiano fra il palleggio di competenze e responsabilità dei ritardi - e la mancanza di idee sul suo affidamento e la destinazione.
Questa è Roma. Intanto rischiamo di avere due direttori di fama, legati alle due orchestre della Capitale - due appena, contro la decina presenta in altre Capitali d'Europa, senza arrivare a Londra che in questo campo vanta il primato - di cui non sappiamo ancora se con egual feeling con le rispettive compagini orchestrali ed anche con il pubblico (Gatti riuscirà, nel caso, a stabilirlo come Pappano?) come due papi che officiano nelle rispettive cattedrali. Tutt'intorno il deserto. E se non proprio il deserto, quasi.
sabato 28 maggio 2016
Precisazione a proposito dell'assunzione, con contratto triennale, del pensionato Renato Bossa all'Ufficio stampa dell'Opera di Roma
Ci ha fatto notare un nostro amico addentro alla normativa del lavoro, che la Rai - dove Verdelli non ha potuto assumere il pensionato Merlo, come suo vice - è una società molto diversa, sotto il profilo giuridico, dal Teatro dell'Opera. La Rai, infatti, è una spa, di proprietà al 98%, del Tesoro, dunque un ente pubblico; mentre l'Opera di Roma, è una fondazione di diritto privato, anche se finanziata per la maggior parte dallo Stato.
E dunque ciò che non si può fare in Rai, perché si contravverrebbe alla Legge Madia, si può fare all'Opera, assumendo un pensionato come responsabile dell'Ufficio Stampa. Di conseguenza nessuna irregolarità, sotto il profilo giuridico normativo.
Resta però il fatto della inopportunità - e le ragioni non c'è bisogno che le elenchiamo - che per riempire la casella dell'Ufficio stampa, il sovrintendente Fuortes, che si riempie sempre la bocca della parola 'giovani' ed anche il teatro riempie, dove possibile, di figure apicali 'giovani', ricorra ad uno che di anni ne ha già sessantasette (67), come Renato Bossa. O no?
Ma al nostro amico che ci ha fatto notare quanto abbiamo appena detto, vogliamo sottoporre una questione che fa al nostro caso. E cioè la nomina di Paola Baratta, anzi la sua riconferma - inclusa nell'ultima legge finanziaria (decreto cosiddetto 'milleproroghe' che autorizza cose che normalmente non sarebbero consentite) - alla presidenza della Biennale di Venezia.
Nel sito della istituzione veneziana si legge che il Presidente Baratta, pensionato e settantaseienne (76), che presiederà la Biennale per il prossimo quinquennio, presta la sua opera GRATUITAMENTE.
Sì, è vero, c'è differenza fra Baratta che viene nominato dal Governo e Bossa che, invece, lo ha nominato Fuortes. Ma la Biennale sotto il profilo giuridico non è più simile all'Opera di Roma che alla Rai? Ed allora perché Baratta lavora gratis? E'stato costretto a farlo dalla legislazione vigente in materia di lavoro, altrimenti non avrebbe potuto essere riconfermato, o l'ha fatto 'sua sponte', tanto di soldi ne ha abbastanza, pur di restare al vertice della nota istituzione veneziana, che nel suo statuto dice espressamente:
Biennale di venezia. St
E dunque ciò che non si può fare in Rai, perché si contravverrebbe alla Legge Madia, si può fare all'Opera, assumendo un pensionato come responsabile dell'Ufficio Stampa. Di conseguenza nessuna irregolarità, sotto il profilo giuridico normativo.
Resta però il fatto della inopportunità - e le ragioni non c'è bisogno che le elenchiamo - che per riempire la casella dell'Ufficio stampa, il sovrintendente Fuortes, che si riempie sempre la bocca della parola 'giovani' ed anche il teatro riempie, dove possibile, di figure apicali 'giovani', ricorra ad uno che di anni ne ha già sessantasette (67), come Renato Bossa. O no?
Ma al nostro amico che ci ha fatto notare quanto abbiamo appena detto, vogliamo sottoporre una questione che fa al nostro caso. E cioè la nomina di Paola Baratta, anzi la sua riconferma - inclusa nell'ultima legge finanziaria (decreto cosiddetto 'milleproroghe' che autorizza cose che normalmente non sarebbero consentite) - alla presidenza della Biennale di Venezia.
Nel sito della istituzione veneziana si legge che il Presidente Baratta, pensionato e settantaseienne (76), che presiederà la Biennale per il prossimo quinquennio, presta la sua opera GRATUITAMENTE.
Sì, è vero, c'è differenza fra Baratta che viene nominato dal Governo e Bossa che, invece, lo ha nominato Fuortes. Ma la Biennale sotto il profilo giuridico non è più simile all'Opera di Roma che alla Rai? Ed allora perché Baratta lavora gratis? E'stato costretto a farlo dalla legislazione vigente in materia di lavoro, altrimenti non avrebbe potuto essere riconfermato, o l'ha fatto 'sua sponte', tanto di soldi ne ha abbastanza, pur di restare al vertice della nota istituzione veneziana, che nel suo statuto dice espressamente:
Biennale di venezia. St
Art. 2 (Personalità giuridica). - 1. La "Fondazione La Biennale di Venezia", di seguito denominata "Fondazione", alla quale si riconosce preminente interesse nazionale, ha personalità giuridica di diritto privato ed e' disciplinata, per quanto non espressamente previsto dal presente decreto, dal codice civile e dalle disposizioni di attuazione del codice medesimo".
E allora come la mettiamo? Dove sta la differenza con l'Opera di Roma?
Perchè in due fondazioni di diritto privato, due comportamenti diversi? In una il presidente, pensionato, per restare presidente lavora gratis, nell'altra il capo ufficio stampa, pensionato anch'egli, viene assunto con contratto triennale, retribuito. Tutto normale?
venerdì 27 maggio 2016
A Fuortes, con il pensionato Renato Bossa all'Ufficio stampa dell'Opera di Roma, è riuscito ciò che a Verdelli, in Rai, con il pensionato Francesco Merlo, è stato impossibile
Francesco Merlo, notissimo editorialista di Repubblica, non ha potuto essere ingaggiato dalla Rai, come strenuamente voleva Verdelli, nel ruolo di suo vice alla direzione dell'informazione, perchè pensionato (Francesco Merlo è nato nel 1951). Il CdA della Rai non ha voluto sentire ragione, ed il direttore del personale sì è dovuto arrendere di fronte a tale compatta opposizione. Merlo è pensionato dunque non può esser assunto in Rai per un nuovo incarico, altrimenti chi la sente il ministro Madia?
La legge è legge e non prevede eccezioni.
Salvo il caso in cui un sovrintendente di teatro, come Carlo Fuortes, supersovrintendente, supercommissario e supereconomista della cultura, non abbia bisogno di un giornalista per sostituire il direttore dell'Ufficio stampa del teatro, Filippo Arriva (classe 1951) andato in pensione, a 65 anni, o ritiratosi volontariamente.
Fuortes c'è riuscito. A sostituire il pensionato Filippo Arriva, ha chiamato un altro pensionato: Renato Bossa (classe 1949), dunque sessantasettenne, con un contratto triennale (2016-2018) che lo porterà fino alla soglia dei settant'anni. Bossa è già in pensione dall'insegnamento presso l' Accademia nazionale di danza di Roma, ed è ex collaboratore di Repubblica, a Napoli, dove contemporaneamente dirigeva un' associazione musicale.
Ma ora un altro problema si pone. Reggerà la fatica Renato Bossa? Gli auguriamo di sì, anche se lo vediamo affannato in queste convulse giornate in cui s'è dovuto districare fra fotoreporter e bellissime del cinema. L'avesse chiesto a noi, prima di accettare il nuovo incarico, gli avremmo consigliato di rifiutare. Gli anni si sentono, altrimenti perché si direbbe, a proposito della pensione, che è 'meritarsi il giusto riposo'?
La legge è legge e non prevede eccezioni.
Salvo il caso in cui un sovrintendente di teatro, come Carlo Fuortes, supersovrintendente, supercommissario e supereconomista della cultura, non abbia bisogno di un giornalista per sostituire il direttore dell'Ufficio stampa del teatro, Filippo Arriva (classe 1951) andato in pensione, a 65 anni, o ritiratosi volontariamente.
Fuortes c'è riuscito. A sostituire il pensionato Filippo Arriva, ha chiamato un altro pensionato: Renato Bossa (classe 1949), dunque sessantasettenne, con un contratto triennale (2016-2018) che lo porterà fino alla soglia dei settant'anni. Bossa è già in pensione dall'insegnamento presso l' Accademia nazionale di danza di Roma, ed è ex collaboratore di Repubblica, a Napoli, dove contemporaneamente dirigeva un' associazione musicale.
Ma ora un altro problema si pone. Reggerà la fatica Renato Bossa? Gli auguriamo di sì, anche se lo vediamo affannato in queste convulse giornate in cui s'è dovuto districare fra fotoreporter e bellissime del cinema. L'avesse chiesto a noi, prima di accettare il nuovo incarico, gli avremmo consigliato di rifiutare. Gli anni si sentono, altrimenti perché si direbbe, a proposito della pensione, che è 'meritarsi il giusto riposo'?
sabato 13 febbraio 2016
LA MUSICA, Cenerentola di RAI Cultura su RAI 5. Siamo alla frutta
RAI Cultura e e la sua vetrina d'ordinanza, RAI 5, sono pieni d'entusiasmo.Hanno inventato anche la rubrica che segnala i programmi della settimana ed anche un 'Memo' che si spinge oltre la settimana e che abbraccia qualunque cosa.
Dalla rubrica che segnala i programmi apprendiamo che giovedì 18 c.m alle 21,15, andrà in onda, dal Teatro dell'Opera di Roma, su RAI 5 la Cenerentola diretta da Emma Dante, sulle musiche di Gioacchino Rossini.
Lo capite che siamo alla frutta? E che per la Musica in tv è davvero finita?
Dalla rubrica che segnala i programmi apprendiamo che giovedì 18 c.m alle 21,15, andrà in onda, dal Teatro dell'Opera di Roma, su RAI 5 la Cenerentola diretta da Emma Dante, sulle musiche di Gioacchino Rossini.
Lo capite che siamo alla frutta? E che per la Musica in tv è davvero finita?
mercoledì 10 febbraio 2016
Teatro dell'Opera di Roma. Fabbrica: programma per giovani artisti. Al Teatro San Carlo si impara l'orchestra
Chi segue questo blog con una certa regolarità sa che con Fuortes, sovrintendente dell'Opera di Roma, non siamo teneri. Ma non per partito preso. Infatti lo eravamo quando era a 'Musica per Roma', pur criticando la sua tendenza a crearsi una compagnia di giro da portarsi appresso in ogni peregrinazione, Bari compresa, e compresa anche l'Opera di Roma.
Dove però ha iniziato con il piede sbagliato, quando - per far vedere chi era - ha fatto la voce grossa sparando quella idiozia della esternalizzazione di orchestra e coro, mostrando immediatamente di avere nonostante la statura mediatica, i piedi d'argilla, ed attirandosi, per quella sua uscita, le critiche di mezzo mondo che ha pensato: se il il giorno si vede dal mattino, Fuortes comincia davvero male. E lì sono cominciate le nostre critiche sulle sue reali capacità di reggere un teatro, istituzione molto differente dall'Auditorium, dove in fondo non faceva che l'affittacamere, anche se 'cinquestelle'.
Poi ha finto una vittoria - di Pirro - e subito dopo ha fatto marcia indietro, creando all'Opera di Roma le condizioni per una vita non splendente, basterebbe normale, per intanto.
La stampa, anche dopo quello scivolone, non ha cambiato idea su di lui, lo ha sempre appoggiato, salvo nelle poche settimane di quella sortita sciagurata, e continua tuttora ACRITICAMENTE ad appoggiarlo. Lo appoggia anche quando dice che all'Opera di Roma sta riportando grandi direttori, ed a tutti è evidente che così non è, semmai vi sta portando noti registi. E sull'orchestra si guarda bene dal fare il benchè minimo accenno, mentre la stampa dovrebbe essere più critica, ma senza pregiudizi.
Un'orchestra non diventa da 'normale' 'ottima' per decisione del sovrintendente. Il quale s'è tenuto chi governava il teatro anche prima ecc... ecc... lo abbiamo scritto infinite volte ed anche altro.
Ma ora arriva questa notizia che non possiamo non condividere. Una ventina di giovani, pare selezionatissimi, prenderà parte ad un programma riservato ai giovani artisti, in tutte le arti dell'opera: si chiama 'Fabbrica'; ha preso già il via; durerà due semestri; e riserverà ai fortunatissimi prescelti la possibilità di lavorare a fianco delle maestranze e degli artisti ospiti, per apprendere 'a bottega' il mestiere dell'opera.
Il progetto è reso possibile, s'è vantato Franceschini, dall'Art Bonus che ha facilitato le sponsorizzazioni di alcune importanti società del nostro paese, in base alle quali i ragazzi godranno di una borsa di studio di 14.000 Euro, 7.000 a semestre, che consentirà loro di risiedere nella Capitale.
Ci auguriamo solo che non serva soltanto a realizzare uno spettacolo per il festival 'Contemporanea' 2017, voluto e diretto da Giorgio Battistelli, il direttore artistico dell'opera 'ai mezzi' con Alessio Vlad.
Al Teatro San Carlo è partita, quasi contemporaneamente, un'Accademia che insegna ai giovani musicisti a stare in orchestra, d'intesa con il Conservatorio di Avellino (perchè non quello di Napoli, più logico e naturale?). Quello che per decenni ha fatto la Scuola di Fiesole, e, più di recente, anche la Scala.
Ciò che di queste iniziative non ci convince o potrebbe non convincerci è che, finito il corso, la Fabbrica, l'Accademia, questi giovani vengano rimandati a casa, anche quelli veramente bravi. Con tanti saluti e senza troppi grazie.
Dove però ha iniziato con il piede sbagliato, quando - per far vedere chi era - ha fatto la voce grossa sparando quella idiozia della esternalizzazione di orchestra e coro, mostrando immediatamente di avere nonostante la statura mediatica, i piedi d'argilla, ed attirandosi, per quella sua uscita, le critiche di mezzo mondo che ha pensato: se il il giorno si vede dal mattino, Fuortes comincia davvero male. E lì sono cominciate le nostre critiche sulle sue reali capacità di reggere un teatro, istituzione molto differente dall'Auditorium, dove in fondo non faceva che l'affittacamere, anche se 'cinquestelle'.
Poi ha finto una vittoria - di Pirro - e subito dopo ha fatto marcia indietro, creando all'Opera di Roma le condizioni per una vita non splendente, basterebbe normale, per intanto.
La stampa, anche dopo quello scivolone, non ha cambiato idea su di lui, lo ha sempre appoggiato, salvo nelle poche settimane di quella sortita sciagurata, e continua tuttora ACRITICAMENTE ad appoggiarlo. Lo appoggia anche quando dice che all'Opera di Roma sta riportando grandi direttori, ed a tutti è evidente che così non è, semmai vi sta portando noti registi. E sull'orchestra si guarda bene dal fare il benchè minimo accenno, mentre la stampa dovrebbe essere più critica, ma senza pregiudizi.
Un'orchestra non diventa da 'normale' 'ottima' per decisione del sovrintendente. Il quale s'è tenuto chi governava il teatro anche prima ecc... ecc... lo abbiamo scritto infinite volte ed anche altro.
Ma ora arriva questa notizia che non possiamo non condividere. Una ventina di giovani, pare selezionatissimi, prenderà parte ad un programma riservato ai giovani artisti, in tutte le arti dell'opera: si chiama 'Fabbrica'; ha preso già il via; durerà due semestri; e riserverà ai fortunatissimi prescelti la possibilità di lavorare a fianco delle maestranze e degli artisti ospiti, per apprendere 'a bottega' il mestiere dell'opera.
Il progetto è reso possibile, s'è vantato Franceschini, dall'Art Bonus che ha facilitato le sponsorizzazioni di alcune importanti società del nostro paese, in base alle quali i ragazzi godranno di una borsa di studio di 14.000 Euro, 7.000 a semestre, che consentirà loro di risiedere nella Capitale.
Ci auguriamo solo che non serva soltanto a realizzare uno spettacolo per il festival 'Contemporanea' 2017, voluto e diretto da Giorgio Battistelli, il direttore artistico dell'opera 'ai mezzi' con Alessio Vlad.
Al Teatro San Carlo è partita, quasi contemporaneamente, un'Accademia che insegna ai giovani musicisti a stare in orchestra, d'intesa con il Conservatorio di Avellino (perchè non quello di Napoli, più logico e naturale?). Quello che per decenni ha fatto la Scuola di Fiesole, e, più di recente, anche la Scala.
Ciò che di queste iniziative non ci convince o potrebbe non convincerci è che, finito il corso, la Fabbrica, l'Accademia, questi giovani vengano rimandati a casa, anche quelli veramente bravi. Con tanti saluti e senza troppi grazie.
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lunedì 12 ottobre 2015
Ancora una volta Eleonora Abbagnato ha scambiato Roma (Teatro dell'Opera) con la Roma di Balzaretti, suo marito. Meglio: li ha sovrapposti, senza pensarci.
In una notizia è di qualche giorno fa, relativa ad un corpo di ballo, persiste la confusione fra Roma e la Roma, ovvero una squadra di calcio. Il corpo di ballo dell'Opera di Roma, diretto da qualche mese da Eleonora Abbagnato, moglie del calciatore Federico Balzaretti ( ex della Roma ritiratosi, ad agosto, definitivamente dal calcio), si è dotato di una squadra di medici e fisioterapisti 'come una squadra di calcio', fanno sapere dall'Opera. Bene. La Abbagnato dichiara che se ancora oggi non ha mai avuto problemi, anche dopo le gravidanze, è perchè si è fatta sempre seguire da un medico. E la stessa assistenza ha ottenuto di offrire ai componenti il Corpo di ballo dell'Opera di Roma, di cui è direttrice.
Basteranno i medici e fisioterapisti cui accenna la ballerina/direttrice a risolvere i problemi dei giovani ballerini del suo corpo di ballo? Noi temiamo che si sorvoli su un problema, forse il più grave, che negli anni scorsi è emerso drammaticamente per un episodio denunciato pubblicamente, con grande scandalo e finta colpevole sorpresa da parte dei diretti interessati, relativo al Corpo di ballo del Teatro alla Scala. E cioè il problema dell'anoressia. La Abbagnato ha pensato anche a questo gravissimo disturbo che prende molti ballerirni, soprattutto donne e giovani, alle quali si fa credere che la carriera di una ballerina dipende dalla sua magrezza, anche se malata?
Basteranno i medici e fisioterapisti cui accenna la ballerina/direttrice a risolvere i problemi dei giovani ballerini del suo corpo di ballo? Noi temiamo che si sorvoli su un problema, forse il più grave, che negli anni scorsi è emerso drammaticamente per un episodio denunciato pubblicamente, con grande scandalo e finta colpevole sorpresa da parte dei diretti interessati, relativo al Corpo di ballo del Teatro alla Scala. E cioè il problema dell'anoressia. La Abbagnato ha pensato anche a questo gravissimo disturbo che prende molti ballerirni, soprattutto donne e giovani, alle quali si fa credere che la carriera di una ballerina dipende dalla sua magrezza, anche se malata?
mercoledì 7 ottobre 2015
Così fan tutti, ha risposto Ferrero del Salone del Libro di Torino a proposito delle cifre gonfiate dei visitatori delle passate edizioni
Il Salone del Libro di Torino è in crisi, ha un passivo pregresso di qualche milione di Euro, e per il 2015 si prospetta la chiusura con 5-600 mila Euro di passivo. Ma non era un successo? Come mai ogni anno tale successo era pagato a caro prezzo, e cioè con l'insuccesso economico? E perchè di tale non trascurabile insuccesso, si parla solo oggi?
Nulla di nuovo. Cambiano i vertici e i nuovi, prima ancora di mettersi a sedere, sapendo già che qualche casino lo combineranno, per spiazzare chiunque li denuncerà a cose fatte, mettono in piazza i panni sporchi delle gestioni precedenti, quasi sempre allegre.
Qui non è in gioco l'ospite della prossima edizione, l'Arabia, prima annunciata e poi ritirata, fra le proteste del paese interessato che ha ammonito di non esagerare, e che ai fatti di casa ci pensano loro ( E' STATA TIRATA IN BALLO LA CONDANNA A MORTE DI QUEL GIOVANE CHE SI ERA OPPOSTO AL REGIME, FATTO GRAVISSIMO!) che, oltretutto, è bene non dimenticarlo, stanno investendo in Italia e perdere tali necessari e consistenti finanziamenti per una mostra del libro sarebbe davvero una bischerata - come pensa sicuramente Renzi, che non va tanto per il sottile, e forse con lui molti altri.
Ma qui il problema non consiste solo nel paese ospite e neanche nei debiti accumulati, sebbene trattasi di problemi di un certo rilievo. e neppure nelle dimissioni quasi immediate della direttrice che ha dichiarato di non 'trovare a Torino le condizioni per lavorare bene ed in tutta libertà'. La presidente, nuova, del Salone, la Milella - una signora buona per ogni cosa visto che se la passano da una istituzione all'altra, dal Premio Italia al salone del Libro, prima era in Rai, in posti di responsabilità del cui passaggio nessuno ha conservato memoria, salvo i dipendenti FS e Alitalia, per i suoi quasi giornalieri viaggi fra Milano e Roma - ha colto l'occasione per lanciare un'altra accusa: qui negli anni passati si sono regolarmente gonfiate le cifre dei visitatori, l'anno scorso s'è detto che erano stati quasi 350.000. mentre in effetti si erano fermati a 270.000 circa.
A tale accusa Ferrero ha risposto: lo fanno tutti! aggiungendo però che, essendo a tutti noto tale giochino, il Salone non ha ricevuto più soldi in rapporto al numero dei visitatori dichiarato e non corrispondente alla realtà.
Tale segreto di Pulcinella noi l'abbiamo denunciato parecchie volte, ultimamente a proposito del Teatro dell'Opera di Roma ( per gli spettatori di Caracalla di numero superiore alla disponibilità di posti dell'arena archeologica) ed anche di altre istituzioni (che pur di sparare alto dichiarano un numero di 'eventi'- dicono così- per stagione superiore due volte il numero di giorni dell'anno, impossibile!) alla lettura di cifre gonfiate, come quelle del Salone di Torino.
Ci è stato sufficiente fare il cosiddetto 'conto della serva' per capire che erano gonfiate. Nessuno, però, lo dice o scrive, tutti stanno al gioco, e fingono di credere, adducendo tacitamente la ragione che 'COSI' FAN TUTTI'. La stessa di Ferrero.
Che fu poi, in una analoga situazione, anche quella addotta dall'avv. Ripa di Meana, commissario al Teatro dell'Opera di Roma, al momento in cui andò a chiedere soldi al governo, per l'Opera di Roma che svolgeva 'ruoli di rappresentanza' . Nè più e nè meno di quello che aveva fatto Gianpaolo Cresci per giustificare gli enormi costi del teatro, fuori controllo, ai quali il Governo doveva ogni volta rimediare. A Gianpaolo Cresci tutti dettero addosso, a Ripa di Meana nessuno.
Nulla di nuovo. Cambiano i vertici e i nuovi, prima ancora di mettersi a sedere, sapendo già che qualche casino lo combineranno, per spiazzare chiunque li denuncerà a cose fatte, mettono in piazza i panni sporchi delle gestioni precedenti, quasi sempre allegre.
Qui non è in gioco l'ospite della prossima edizione, l'Arabia, prima annunciata e poi ritirata, fra le proteste del paese interessato che ha ammonito di non esagerare, e che ai fatti di casa ci pensano loro ( E' STATA TIRATA IN BALLO LA CONDANNA A MORTE DI QUEL GIOVANE CHE SI ERA OPPOSTO AL REGIME, FATTO GRAVISSIMO!) che, oltretutto, è bene non dimenticarlo, stanno investendo in Italia e perdere tali necessari e consistenti finanziamenti per una mostra del libro sarebbe davvero una bischerata - come pensa sicuramente Renzi, che non va tanto per il sottile, e forse con lui molti altri.
Ma qui il problema non consiste solo nel paese ospite e neanche nei debiti accumulati, sebbene trattasi di problemi di un certo rilievo. e neppure nelle dimissioni quasi immediate della direttrice che ha dichiarato di non 'trovare a Torino le condizioni per lavorare bene ed in tutta libertà'. La presidente, nuova, del Salone, la Milella - una signora buona per ogni cosa visto che se la passano da una istituzione all'altra, dal Premio Italia al salone del Libro, prima era in Rai, in posti di responsabilità del cui passaggio nessuno ha conservato memoria, salvo i dipendenti FS e Alitalia, per i suoi quasi giornalieri viaggi fra Milano e Roma - ha colto l'occasione per lanciare un'altra accusa: qui negli anni passati si sono regolarmente gonfiate le cifre dei visitatori, l'anno scorso s'è detto che erano stati quasi 350.000. mentre in effetti si erano fermati a 270.000 circa.
A tale accusa Ferrero ha risposto: lo fanno tutti! aggiungendo però che, essendo a tutti noto tale giochino, il Salone non ha ricevuto più soldi in rapporto al numero dei visitatori dichiarato e non corrispondente alla realtà.
Tale segreto di Pulcinella noi l'abbiamo denunciato parecchie volte, ultimamente a proposito del Teatro dell'Opera di Roma ( per gli spettatori di Caracalla di numero superiore alla disponibilità di posti dell'arena archeologica) ed anche di altre istituzioni (che pur di sparare alto dichiarano un numero di 'eventi'- dicono così- per stagione superiore due volte il numero di giorni dell'anno, impossibile!) alla lettura di cifre gonfiate, come quelle del Salone di Torino.
Ci è stato sufficiente fare il cosiddetto 'conto della serva' per capire che erano gonfiate. Nessuno, però, lo dice o scrive, tutti stanno al gioco, e fingono di credere, adducendo tacitamente la ragione che 'COSI' FAN TUTTI'. La stessa di Ferrero.
Che fu poi, in una analoga situazione, anche quella addotta dall'avv. Ripa di Meana, commissario al Teatro dell'Opera di Roma, al momento in cui andò a chiedere soldi al governo, per l'Opera di Roma che svolgeva 'ruoli di rappresentanza' . Nè più e nè meno di quello che aveva fatto Gianpaolo Cresci per giustificare gli enormi costi del teatro, fuori controllo, ai quali il Governo doveva ogni volta rimediare. A Gianpaolo Cresci tutti dettero addosso, a Ripa di Meana nessuno.
venerdì 24 luglio 2015
Guerra aperta fra il Vaticano di Bergoglio e La Repubblica di Scalfari
Ieri, in prima pagina, abbiamo letto un durissimo articolo sulla Repubblica fondata da Scalfari e diretta da Ezio Mauro, l'unico giornale che Bergoglio legge ogni mattina e con il quale ha avuto nel recente passato rapporti strettissimi. Come mai, ci siamo detti, se Bergoglio ha riservato a Scalfari un'attenzione che nessun altro giornale è sembrato meritarsi agli occhi del pontefice?
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
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mercoledì 1 luglio 2015
Un ricco malese a Roma.
Cosa chiede in cambio per il suo milione di Euro all'anno- finchè dura - donato al Teatro dell'Opera? Nulla - risponde Fuortes, imbarazzato, al giornalista ficcanaso. E' entrato nel CdI, l'ex CdA, ed ora il 19 luglio regala anche un concerto a Caracalla, per presentare - ma non solo per quello - la sua fidanzata, cantante, di origini italiane. La farà sfilare accanto a Carreras e ad altri big - in queste circostanze quando c'è il jet set internazionale con la grana, spunta sempre il flauto magico di Griminelli, che poi va in letargo - in una serata benefica a favore dell'Unicef.
E così il ricco salvatore dell' Opera si rivela anche filantropo dal cuore d'oro. Suonerà un'orchestra raccogliticcia agli ordini di un direttore raccolto, perchè l'Orchestra del teatro è impegnata ( ma se il 19 c'è quel concerto, l'orchestra del teatro dove altro è impegnata? ma forse è un segno dei primi attriti fra il magnate malese e il teatro che finge di non voler scendere a compromessi ma gradisce i suoi soldi!) e il ricco malese farà ufficialmente il suo ingresso nell'alta società danarosa romana. Perchè, sovrintendente, questa manna dal cielo piovuta sul suo teatro?
Perchè l'Opera è ormai fuori dal guado, ha respiro e fama internazionali e la sua programmazione non conosce confini. Ma che dice,sovrintendente? Il ricco malese - lo ha dichiarato - ama l'opera ed evidentemente anche la città di Roma, che nel mondo è certamente più conosciuta di Milano, altrimenti sarebbe andato alla Scala, dal 'pirania' (detto affettuosamente, per quella sua qualità continuamente sbandierata di attrarre finanziatori e sponsor, e di trovar soldi!) Pereira, che lo avrebbe atteso come un boccone prelibato. Non è stata perciò l'Opera di Roma, bensì 'l'opera e Roma' ad aver spinto il ricco malese a gettare quella benedetta montagna di Euro sul Teatro dell'Opera della Capitale.
E così il ricco salvatore dell' Opera si rivela anche filantropo dal cuore d'oro. Suonerà un'orchestra raccogliticcia agli ordini di un direttore raccolto, perchè l'Orchestra del teatro è impegnata ( ma se il 19 c'è quel concerto, l'orchestra del teatro dove altro è impegnata? ma forse è un segno dei primi attriti fra il magnate malese e il teatro che finge di non voler scendere a compromessi ma gradisce i suoi soldi!) e il ricco malese farà ufficialmente il suo ingresso nell'alta società danarosa romana. Perchè, sovrintendente, questa manna dal cielo piovuta sul suo teatro?
Perchè l'Opera è ormai fuori dal guado, ha respiro e fama internazionali e la sua programmazione non conosce confini. Ma che dice,sovrintendente? Il ricco malese - lo ha dichiarato - ama l'opera ed evidentemente anche la città di Roma, che nel mondo è certamente più conosciuta di Milano, altrimenti sarebbe andato alla Scala, dal 'pirania' (detto affettuosamente, per quella sua qualità continuamente sbandierata di attrarre finanziatori e sponsor, e di trovar soldi!) Pereira, che lo avrebbe atteso come un boccone prelibato. Non è stata perciò l'Opera di Roma, bensì 'l'opera e Roma' ad aver spinto il ricco malese a gettare quella benedetta montagna di Euro sul Teatro dell'Opera della Capitale.
venerdì 26 giugno 2015
Teatro dell'Opera di Roma. Dall'Oriente arriva un salvatore
Foto, proclami, incontri ai massimi vertici...All'Opera di Roma si sono dati da fare, non badando a spese, per rendere noto che dopo tanto patire... ed ancora se ne avrà...si vede la prima luce, che brilla di un milione di Euro, e la porta un ricco salvatore della Malesia, fidanzato con una giovane soprano dalle origini italiane, che ama l'opera. E' stato accolto come si doveva dai responsabili del teatro, ma - diciamo anche - come lui forse ha fatto capire che voleva. Ed infatti il ricco malesiano entra a fra parte del CdI ( Consiglio di Indirizzo, che è l'organismo che ha preso il posto del vecchio CdA), e d'ora in avanti e per i prossimi anni, intende far sentire la sua voce e forse anche quella della sua giovane fidanzata che, infatti, il prossimo 19 luglio, in una serata di gala a Caracalla, in suo onore, ci farà anche sentire la sua voce. Il ricco signore della Malesia ha promesso che di milioni di Euro ne darà uno all'anno, finchè ... deciderà di farlo, tanto lui ha un patrimonio che si aggira sui 17 miliardi di Euro, dunque si tratta di briciole, ma benedette vista la precaria situazione della cultura in Italia, Opera compresa.
Dall'altra parte del Tevere, all'Accademia di Santa Cecilia, anche lì c'è stata una nuova entrata nel Consiglio di amministrazione, dove ha avuto un posto Nicola Bulgari che, assieme al fratello Paolo, ha 'regalato' all'Accademia, in nome della forte amicizia che lo lega a Pappano, la somma di un milione e duecento mila Euro in tre rate annuali da 400 mila Euro cadauna.
L'Accademia , si sa, non ha i costi dell'Opera, a causa degli allestimenti soprattutto, ma ha comunque personale stabile nei professori di orchestra e coro. E poi Opera e Accademia hanno dovuto - solo negli anni passati?- acconsentire ad assunzioni dettate e suggerite da potenti ( all'Accademia l'ultimo caso venuto alla luce, qualche anno fa, fu quello del figlio del famigerato Balducci, organista, assunto per studiare le celebrazioni del centenario dell'Unità di Italia, mentre l'Accademia in cambio veniva inserita fra le istituzioni che partecipavano alla mangiatoia delle celebrazioni, per volontà e ricambio favori da parte della 'cricca'; quel che succedeva all'Opera da tempo si sa, ma forse ora la pacchia è finita). Ma ciò che avvantaggia l'Opera rispetto all'Accademia è l'enorme favore di cui essa gode nel mondo, e particolarmente fra i popoli dell'Oriente, dove il melodramma è seguitissimo. E ciò fa sperare, per l'Opera di Roma, che altri salvatori generosi le rechino aiuto concreto.
Dall'altra parte del Tevere, all'Accademia di Santa Cecilia, anche lì c'è stata una nuova entrata nel Consiglio di amministrazione, dove ha avuto un posto Nicola Bulgari che, assieme al fratello Paolo, ha 'regalato' all'Accademia, in nome della forte amicizia che lo lega a Pappano, la somma di un milione e duecento mila Euro in tre rate annuali da 400 mila Euro cadauna.
L'Accademia , si sa, non ha i costi dell'Opera, a causa degli allestimenti soprattutto, ma ha comunque personale stabile nei professori di orchestra e coro. E poi Opera e Accademia hanno dovuto - solo negli anni passati?- acconsentire ad assunzioni dettate e suggerite da potenti ( all'Accademia l'ultimo caso venuto alla luce, qualche anno fa, fu quello del figlio del famigerato Balducci, organista, assunto per studiare le celebrazioni del centenario dell'Unità di Italia, mentre l'Accademia in cambio veniva inserita fra le istituzioni che partecipavano alla mangiatoia delle celebrazioni, per volontà e ricambio favori da parte della 'cricca'; quel che succedeva all'Opera da tempo si sa, ma forse ora la pacchia è finita). Ma ciò che avvantaggia l'Opera rispetto all'Accademia è l'enorme favore di cui essa gode nel mondo, e particolarmente fra i popoli dell'Oriente, dove il melodramma è seguitissimo. E ciò fa sperare, per l'Opera di Roma, che altri salvatori generosi le rechino aiuto concreto.
venerdì 22 maggio 2015
Rai 1 batte sul tempo Canale 5. Ed ambedue se la battono in tema di banalità. Le Teche Rai non insegnano niente a nessuno
Non appena si è sparsa la notizia dello spettacolo venduto a Canale 5 che apre la stagione in Arena, a Verona, quello stesso spettacolo che negli anni passati era presentato dalla pacioccona fuori luogo e ruolo, Antonella Clerici ed ora da Bonolis della medesima scuderia artistica, Presta, sotto l'ala produttrice di Gianmarco Mazzi (l'ennesima serata con l'ennesima banalità spettacolare, nella quale lo spettacolo lirico per il quale la serata dovrebbe fungere da volano non è che l'ultima preoccupazione , e, infatti, ci saranno le più grandi stelle del rock - come si legge nei comunicati areniani - accanto al tenore tal dei tali, o del soprano tal dei tali...); Rai 1, con scatto felino, anticipa l'Arena con una serata che sarà memorabile per la coppia protagonista, perchè sarà quella che ci guadagnerà più di tutti - la coppia Carrisi ricomposta per l'ennesima volta dopo Mosca e Sanremo, Romina e Al Bano.
Al Bano le canterà: 'In ginocchio da te', Romina, con quel fil di voce che le è rimasto ( ma ci saranno amplificatori bombastici) risponderà:' Non son degno di te', ma insieme non torneranno nella vita. Perchè a lei di Al Bano piace solo la colonia che usa abitualmente - come ha dichiarato ironicamente. E così, prendendo per l'ennesima volta per i fondelli gli italiani bocconi, reciteranno la farsa ignobile e patetica della coppia scoppiata che le tenta tutte per tornare insieme. No, per far soldi.
Al peggio, si dice da secoli, non c'è mai fine. Proprio così. sempre più in basso, sempre più spettacoli di bassissima qualità, anche in quel luogo sacro che è la immensa Arena di Verona.
Albano e Romina, in diretta, il 29 maggio, su Rai 1, Bonolis ed il suo carrozzone variopinto, il 2 giugno, in differita, su Canale 5.
In questi ultimi mesi, alle molte trasmissioni costruite facendo razzia di materiali delle Teche Rai - delle quali proprio oggi sul 'Venerdì' di Repubblica, parlerà la nuova direttrice, Maria Pia Ammirati, da poco entrata a far parte del Consiglio di Indirizzo del Teatro dell'Opera di Roma - se ne è aggiunta un'altra su Rai 3, svelandoci tanti altri tesori, già noti ai cultori del 'tempo che fu' televisivo, anche non lontanissimo.
Tutte quelle trasmissioni fatte con nulla, pescando qua e là nelle Teche Rai, che ancora oggi, a distanza di anni, riscuotono successo nel pubblico, suonano come un rimprovero, anzi come atto di accusa contro la banalità, mancanza di stile e di idee di ogni nuova trasmissione, soprattutto quelle di intrattenimento o di varietà puro, tutte costosissime, che i vari direttori mandano in onda.
La televisione di un tempo, per qualche verso forse più ingenua, non suonava mai come un insulto alla intelligenza del telespettatore, come purtroppo suonano tutte, quelle di oggi.
Un'intera stagione , magari estiva, costruita attingendo alle Teche Rai, mostrerebbe agli italiani una televisione di qualità, costerebbe molto meno di qualunque pur povera trasmissione nuova, e forse potrebbe indurre gli attuali direttori di rete a fare esercizio di autocritica.
Al Bano le canterà: 'In ginocchio da te', Romina, con quel fil di voce che le è rimasto ( ma ci saranno amplificatori bombastici) risponderà:' Non son degno di te', ma insieme non torneranno nella vita. Perchè a lei di Al Bano piace solo la colonia che usa abitualmente - come ha dichiarato ironicamente. E così, prendendo per l'ennesima volta per i fondelli gli italiani bocconi, reciteranno la farsa ignobile e patetica della coppia scoppiata che le tenta tutte per tornare insieme. No, per far soldi.
Al peggio, si dice da secoli, non c'è mai fine. Proprio così. sempre più in basso, sempre più spettacoli di bassissima qualità, anche in quel luogo sacro che è la immensa Arena di Verona.
Albano e Romina, in diretta, il 29 maggio, su Rai 1, Bonolis ed il suo carrozzone variopinto, il 2 giugno, in differita, su Canale 5.
In questi ultimi mesi, alle molte trasmissioni costruite facendo razzia di materiali delle Teche Rai - delle quali proprio oggi sul 'Venerdì' di Repubblica, parlerà la nuova direttrice, Maria Pia Ammirati, da poco entrata a far parte del Consiglio di Indirizzo del Teatro dell'Opera di Roma - se ne è aggiunta un'altra su Rai 3, svelandoci tanti altri tesori, già noti ai cultori del 'tempo che fu' televisivo, anche non lontanissimo.
Tutte quelle trasmissioni fatte con nulla, pescando qua e là nelle Teche Rai, che ancora oggi, a distanza di anni, riscuotono successo nel pubblico, suonano come un rimprovero, anzi come atto di accusa contro la banalità, mancanza di stile e di idee di ogni nuova trasmissione, soprattutto quelle di intrattenimento o di varietà puro, tutte costosissime, che i vari direttori mandano in onda.
La televisione di un tempo, per qualche verso forse più ingenua, non suonava mai come un insulto alla intelligenza del telespettatore, come purtroppo suonano tutte, quelle di oggi.
Un'intera stagione , magari estiva, costruita attingendo alle Teche Rai, mostrerebbe agli italiani una televisione di qualità, costerebbe molto meno di qualunque pur povera trasmissione nuova, e forse potrebbe indurre gli attuali direttori di rete a fare esercizio di autocritica.
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venerdì di repubblica
venerdì 8 maggio 2015
Muti si materializza di nuovo a Roma, ma nel Palazzo del Quirinale per festeggiare la Repubblica. Non al Teatro dell'Opera.
E' di queste ore la rivelazione fatta da Sorrentino a proposito del suo nuovo film 'la giovinezza' che si vedrà a Cannes. Ad ispirargli uno dei due protagonisti del film ( un vecchio direttore/compositore, richiamato in attività dalla regina, che si rifiuta di suonare per la regina, alla quale non piacciono le sue musiche) sia stato il ricordo di una notizia di tanti anni fa, riguardante il m. Muti, il quale si era rifiutato di suonare per la regina Elisabetta, perché non era stato accettato, dalla Regina, il suo programma. Bravo Muti.
Ma nelle stesse ore giunge l'altra notizia che riguarda Muti. Sarà lui, suol podio della sua 'Cherubini' a dirigere il Concerto della Festa della repubblica, nel Palazzo del Quirinale ( Cappella Paolina, secondo alcuni, Salone dei Corazzieri, per altri) il prossimo 1 giugno.
Mattarella ha voluto ripristinare il concerto e l'apertura dei giardini che Napolitano, in considerazione della crisi, aveva per qualche anno sospeso, in occasione della tradizionale festa della Repubblica, seguita l'indomani dalla parata militare ai Fori. Ora siamo fuori dalla crisi, corriamo verso la ripresa e Mattarella vuole ribadirlo, anche con l'invito a Palazzo del celebre direttore che da molti mesi, un anno circa, non metteva più piede a Roma.
Muti ha accettato di buon grado l'invito del Presidente, che gli riserba una grande riconoscenza, per aver rinunciato alla candidature alla Presidenza delle Repubblica, come Sgarbi e non solo lui andava predicando, lasciando Muti a fare il lavoro che sa fare meglio, il direttore d'orchestra.
Siamo contenti anche per un'altra ragione, guardando al programma del concerto. Muti dirigerà musica dei nostri più grandi operisti. E la dirigerà al chiuso del palazzo, davanti al corpo diplomatico accreditato presso lo Stato italiano. E non sono cose ovvie, se negli anni passati, quando il concerto si faceva nel cortile del Quirinale, ricordiamo di aver ascoltato l'Orchestra della Rai di Torino, se non andiamo errati, diretta da Gelmetti, eseguire la raveliana 'Pavane pour une infante défunte' ( era mica la 'giovane' repubblica italiana, quella per la quale Gelmetti eseguiva la pavana funebre?).
Marino e Fuortes, cercheranno sicuramente un abboccamento con Muti per pregarlo di ritornare a Roma, al Teatro dell'Opera. Lui rifiuterà l'abboccamento - se lo consociamo un pò - ed anche la richiesta, come ha dichiarato in tutte le lingue e più d'un volta. Dopo il Quirinale, addio Roma!
Ma nelle stesse ore giunge l'altra notizia che riguarda Muti. Sarà lui, suol podio della sua 'Cherubini' a dirigere il Concerto della Festa della repubblica, nel Palazzo del Quirinale ( Cappella Paolina, secondo alcuni, Salone dei Corazzieri, per altri) il prossimo 1 giugno.
Mattarella ha voluto ripristinare il concerto e l'apertura dei giardini che Napolitano, in considerazione della crisi, aveva per qualche anno sospeso, in occasione della tradizionale festa della Repubblica, seguita l'indomani dalla parata militare ai Fori. Ora siamo fuori dalla crisi, corriamo verso la ripresa e Mattarella vuole ribadirlo, anche con l'invito a Palazzo del celebre direttore che da molti mesi, un anno circa, non metteva più piede a Roma.
Muti ha accettato di buon grado l'invito del Presidente, che gli riserba una grande riconoscenza, per aver rinunciato alla candidature alla Presidenza delle Repubblica, come Sgarbi e non solo lui andava predicando, lasciando Muti a fare il lavoro che sa fare meglio, il direttore d'orchestra.
Siamo contenti anche per un'altra ragione, guardando al programma del concerto. Muti dirigerà musica dei nostri più grandi operisti. E la dirigerà al chiuso del palazzo, davanti al corpo diplomatico accreditato presso lo Stato italiano. E non sono cose ovvie, se negli anni passati, quando il concerto si faceva nel cortile del Quirinale, ricordiamo di aver ascoltato l'Orchestra della Rai di Torino, se non andiamo errati, diretta da Gelmetti, eseguire la raveliana 'Pavane pour une infante défunte' ( era mica la 'giovane' repubblica italiana, quella per la quale Gelmetti eseguiva la pavana funebre?).
Marino e Fuortes, cercheranno sicuramente un abboccamento con Muti per pregarlo di ritornare a Roma, al Teatro dell'Opera. Lui rifiuterà l'abboccamento - se lo consociamo un pò - ed anche la richiesta, come ha dichiarato in tutte le lingue e più d'un volta. Dopo il Quirinale, addio Roma!
lunedì 9 febbraio 2015
Teatro dell'Opera di Roma. Concorso per giovani compositori. L'ennesimo pasticcio
Dall'Opera di Roma giunge il seguente comunicato:"Il
Concorso biennale 2013/2014 per giovani compositori - bandito dal
Teatro dell’Opera di Roma al fine di valorizzare e portare in scena
nuovi artisti della musica contemporanea con titoli mai rappresentati
ed ispirati alla città di Roma - ha visto in questi giorni la
conclusione della prima parte del percorso di premiazione con la
selezione di tre progetti drammaturgici: Radio
Città Eterna,
musica e libretto di Luca Antignani; L’amore
oscuro – Tosca raccontata da Scarpia,
musica di Andrea Manzoli, libretto di Sandro Naglia; Un
romano a Marte, musica
di Vittorio Montalti, libretto di Giuliano Compagno. A breve prenderà
il via la seconda fase del concorso che prevede l’incontro dei
finalisti, per discutere il proprio progetto, con tre advisor: un
compositore, un librettista e un regista. La conclusione degli
incontri vedrà infine la 'nomina' della composizione vincitrice".
Passando sopra quel bell'esempio di idiota 'inglesismo', che sa tanto di televisione, nell'ultima riga, il comunicato rende noto che quel concorso di composizione bandito ormai troppo tempo fa, la cui commissione, presieduta da Riccardo Muti, non era riuscita a riunirsi per assenza del maestro, è giunto alle battute finali. Quasi. Anche se non ci dice da chi tale commissione era composta, e se Muti era rientrato o era stato, come è più probabile, sostituito.
Dal comunicato si viene a sapere che, tranne Luca Antignani, gli altri due 'segnalati ' - 'nominati' secondo il comunicato - sono, da quel che ne sappiamo, facce nuove: Andrea Manzoli e Vittorio Montalti. I tre compositori, per pura coincidenza, sono editi da Suvini Zerboni. E che c'è una ulteriore fase di selezione dei tre 'progetti drammaturgici' segnalati, che si concluderà - quando, ce lo faranno sapere - per la 'nomina' definitiva, con l'esame dei tre progetti da parte di un compositore, un librettista ed un regista.
Per caso il compositore sarà uno della commissione? Alessio Vlad, il più competente? Non potevano decidere prima? O forse si ricorre a questo altro stratagemma per la conclusione del concorso, proprio perchè i pareri della commissione erano troppo diversi?
L'ennesimo pasticcio del Teatro dell'Opera di Roma Capitale, retto dal sovrintendente Carlo Fuortes.
mercoledì 19 novembre 2014
Due ubriachi al timone dell'Opera di Roma, Fuortes e Marino, sono troppi
Gli ubriachi, due non uno, in senso figurato - perché potrebbero anche essere astemi, ma non astemi da incompetenza e stupidità come hanno dimostrato in questi ultimi mesi - sono il sovrintendente Fuortes e il sindaco Marino che, ora, si fanno vanto di aver tenuto duro, perché avendo tenuto duro, dicono nell'euforia dell'ubriacatura della pace ritrovata, hanno ottenuto che sul mare burrascoso nel quale si apprestava a navigare pericolosamente la loro nave, l'Opera di Roma, tornasse il sereno.
Finalmente si è arrivati al risultato che si poteva raggiungere molto prima se solo l'incompetente Fuortes ed il suo capitano in seconda Marino, gli 'schettino' romani, avessero tentato di raddrizzare tempestivamente il timone per non mandare la nave a sbattere sugli scogli, evitando gli scioperi ad oltranza, l'uscita di Muti e la minaccia idiota della cosiddetta 'esternalizzazione' per la quale si sono sentiti insultare da mezzo mondo musicale.
Oggi potrebbe essere tornato il sereno su quel mare burrascoso, e la nave riprendere la sua navigazione, tappate le falle sui fianchi, prodotte dall'impatto sui vari scogli.
I due 'schettino' però proseguono nel sostenere che la loro carta nautica era corretta, senza ammettere che forse, se era corretta - come sostengono - a maggior ragione a loro doveva essere tolta la responsabilità della navigazione, non avendola saputo neanche leggere.
Marino dice che la 'faccia feroce' era necessaria, perché ha prodotto il risultato desiderato; Fuortes aggiunge che lui la 'faccia feroce' non l'aveva mai del tutto sposata, e che il ritorno alla 'faccia fessa' era, fin dall'inizio, la seconda soluzione a portata di mano. Fuori di metafora: i licenziamenti erano stati minacciati, ma lui era certo che nessuno sarebbe stato licenziato, perché nel corso delle trattative successive - come previste ed indicate dalla legge - si sarebbe arrivati alla soluzione: il ritiro dei licenziamenti. Ma allora, verrebbe da chiedergli - anche se a questo punto non serve infierire su una persona che ha sbagliato su tutti i fronti - perché durante gli incontri di questi mesi lui s'è chiuso in cabina, uscendone soltanto quando ormai sindacati e teatro avevano trovato i punti di un possibile accordo? Era o non era lui il timoniere della nave?
E poi, dopo tutto ciò che gli è stato detto da quelli che ne capiscono in gestione di teatri, perché continua a dire che il modello di teatro con 'orchestra e coro esternalizzati' è una possibile soluzione? Non è una soluzione, 'schettino' Fuortes, sarebbe un secondo sicuro naufragio.
E del grand'ammiraglio Muti, che ne è? Fuortes dice di averlo sentito a telefono, dice pure che lui resta 'direttore onorario a vita' e, infine, che se vorrà tornare, le porte del teatro per lui sono sempre aperte. Gli tengono sempre prenotata la sua cabina/suite 'executive' sulla nave dell'Opera di Roma.
Muti, è fin troppo chiaro che non tornerà, e perciò gli 'schettino' romani, prima di lasciare definitivamente il timone della nave dell'Opera in mani più esperte ( loro non possono restare, tutto l'equipaggio, il personale ed anche i passeggeri, ogni momento potrebbero rivoltarglisi contro, memori delle inefficienze di questi mesi) devono necessariamente provvedere alla sostituzione del grand'ammiraglio - ma non con una soubrette, come era stato già ventilato, perché allora la sostituzione sarebbe disastrosa e ingiuriosa nei confronti del grand'ammiraglio, più ingiuriosa perfino dalla stessa sua fuga con scialuppa di salvataggio per non annegare)- come anche alla sostituzione del responsabile del corpo di ballo della nave - lo si scelga con oculatezza, badando alla competenza e non al sesso o alla beltà - e, infine, dell'impresario/ segretario artistico di Muti, Alessio Vlad. Poi abbandonino definitivamente la nave, i due 'schettino'.
In questo frangente di pace ritrovata, s'è rifatto vivo il manovratore, il grande e grosso direttore generale del ministero, Nastasi, il quale ha elogiato la felice conclusione, definendola un modello per tutti i teatri italiani. Ora, se si riferiva al fatto che orchestra e coro hanno abbassato le loro pretese, cancellando anche privilegi impossibili, possiamo essere d'accordo con lui, se invece - come temiamo - intendeva, in perfetto accordo con Fuortes, la cosiddetta 'esternalizzazione' di cui è il teorico, coltivando da tempo il progetto di smantellare il sistema musicale italiano, riducendo i teatri a luoghi non più di produzione, ma a semplici terminali di distribuzione, allora gli diciamo che vada a quel paese, sperando che qualcuno lo metta anche a tacere, cosa che neanche Franceschini riesce e sa fare.
Finalmente si è arrivati al risultato che si poteva raggiungere molto prima se solo l'incompetente Fuortes ed il suo capitano in seconda Marino, gli 'schettino' romani, avessero tentato di raddrizzare tempestivamente il timone per non mandare la nave a sbattere sugli scogli, evitando gli scioperi ad oltranza, l'uscita di Muti e la minaccia idiota della cosiddetta 'esternalizzazione' per la quale si sono sentiti insultare da mezzo mondo musicale.
Oggi potrebbe essere tornato il sereno su quel mare burrascoso, e la nave riprendere la sua navigazione, tappate le falle sui fianchi, prodotte dall'impatto sui vari scogli.
I due 'schettino' però proseguono nel sostenere che la loro carta nautica era corretta, senza ammettere che forse, se era corretta - come sostengono - a maggior ragione a loro doveva essere tolta la responsabilità della navigazione, non avendola saputo neanche leggere.
Marino dice che la 'faccia feroce' era necessaria, perché ha prodotto il risultato desiderato; Fuortes aggiunge che lui la 'faccia feroce' non l'aveva mai del tutto sposata, e che il ritorno alla 'faccia fessa' era, fin dall'inizio, la seconda soluzione a portata di mano. Fuori di metafora: i licenziamenti erano stati minacciati, ma lui era certo che nessuno sarebbe stato licenziato, perché nel corso delle trattative successive - come previste ed indicate dalla legge - si sarebbe arrivati alla soluzione: il ritiro dei licenziamenti. Ma allora, verrebbe da chiedergli - anche se a questo punto non serve infierire su una persona che ha sbagliato su tutti i fronti - perché durante gli incontri di questi mesi lui s'è chiuso in cabina, uscendone soltanto quando ormai sindacati e teatro avevano trovato i punti di un possibile accordo? Era o non era lui il timoniere della nave?
E poi, dopo tutto ciò che gli è stato detto da quelli che ne capiscono in gestione di teatri, perché continua a dire che il modello di teatro con 'orchestra e coro esternalizzati' è una possibile soluzione? Non è una soluzione, 'schettino' Fuortes, sarebbe un secondo sicuro naufragio.
E del grand'ammiraglio Muti, che ne è? Fuortes dice di averlo sentito a telefono, dice pure che lui resta 'direttore onorario a vita' e, infine, che se vorrà tornare, le porte del teatro per lui sono sempre aperte. Gli tengono sempre prenotata la sua cabina/suite 'executive' sulla nave dell'Opera di Roma.
Muti, è fin troppo chiaro che non tornerà, e perciò gli 'schettino' romani, prima di lasciare definitivamente il timone della nave dell'Opera in mani più esperte ( loro non possono restare, tutto l'equipaggio, il personale ed anche i passeggeri, ogni momento potrebbero rivoltarglisi contro, memori delle inefficienze di questi mesi) devono necessariamente provvedere alla sostituzione del grand'ammiraglio - ma non con una soubrette, come era stato già ventilato, perché allora la sostituzione sarebbe disastrosa e ingiuriosa nei confronti del grand'ammiraglio, più ingiuriosa perfino dalla stessa sua fuga con scialuppa di salvataggio per non annegare)- come anche alla sostituzione del responsabile del corpo di ballo della nave - lo si scelga con oculatezza, badando alla competenza e non al sesso o alla beltà - e, infine, dell'impresario/ segretario artistico di Muti, Alessio Vlad. Poi abbandonino definitivamente la nave, i due 'schettino'.
In questo frangente di pace ritrovata, s'è rifatto vivo il manovratore, il grande e grosso direttore generale del ministero, Nastasi, il quale ha elogiato la felice conclusione, definendola un modello per tutti i teatri italiani. Ora, se si riferiva al fatto che orchestra e coro hanno abbassato le loro pretese, cancellando anche privilegi impossibili, possiamo essere d'accordo con lui, se invece - come temiamo - intendeva, in perfetto accordo con Fuortes, la cosiddetta 'esternalizzazione' di cui è il teorico, coltivando da tempo il progetto di smantellare il sistema musicale italiano, riducendo i teatri a luoghi non più di produzione, ma a semplici terminali di distribuzione, allora gli diciamo che vada a quel paese, sperando che qualcuno lo metta anche a tacere, cosa che neanche Franceschini riesce e sa fare.
venerdì 17 ottobre 2014
Il sindaco Marino di nuovo ha soltanto la barba
La barba e nient'altro. Ora che l'hanno pizzicato con la sua macchinetta parcheggiata a sbafo, una Smart si difende, invita tutti a guardare la trave dell'occhio degli altri, distogliendo lo sguardo dalla pagliuzza che fuoriesce dai suoi occhi.
E poi sulla faccenda dell'Opera di roma- per la quale ieri c'è stato un incontro fra sindacati e sovrintendente, al quale è stato fatto presente che nessuna trattativa può essere messa in campo se il teatro non recede dai licenziamenti, Marino gioca la carta strappacuore o strappalacrime - fa lo stesso. Quando lui è arrivato ha estirpato il malcostume mandando a casa gli amministratori, ma ora non si può chiedere al Comune di tirar fuori i soldi se già i cittadini di Roma pagano per sostenere l'Opera una tassa di 30 Euro a famiglia per anno - perchè non ci dice quanto tirano fuori i cittadini di Roma per le municipalizzate che hanno buchi per qualche miliardo ( di Euro)? ed aggiunge che il comune dà all'Opera 17 milioni mentre alle scuole appena 3. Ha ragione. Ma perché non racconta tutti gli sprechi della parentopoli capitolina? E non ci assicura anche che il prossimo amministratore di una qualunque municipalizzata che ruba a fa casini va a casa e viene denunciato, anche se è fra i suoi collaboratori? Va giù duro il sindaco imbarbato, perché ora non vuole prendere la decisione di trattare, ritirando i licenziamenti. E poi tira fuori ancora i 190 Euro di diaria per le trasferte. Ma perché glieli hanno dati? Ciò indica la debolezza del management dell'Opera più che la forza contrattuale dei sindacati.
E perchè non manda a casa in blocco tutti i collaboratori dell'Opera, arrivati lì per giri strani che non c'è bisogno di raccontare?
Noi di certo sappiamo solo che la decisione dei licenziamenti e la successiva esternalizzazione è stata condannata da tutto il mondo; e che la decisione di inaugurare con Rusalka al posto di Aida, altri problemi di natura anche economica recherà al teatro. Ma in questo caso, come si suol dire: se li sono cercati per incapacità a reggere un teatro da parte del sovrintendente appoggiato da Marino, ora con la barba.
E poi sulla faccenda dell'Opera di roma- per la quale ieri c'è stato un incontro fra sindacati e sovrintendente, al quale è stato fatto presente che nessuna trattativa può essere messa in campo se il teatro non recede dai licenziamenti, Marino gioca la carta strappacuore o strappalacrime - fa lo stesso. Quando lui è arrivato ha estirpato il malcostume mandando a casa gli amministratori, ma ora non si può chiedere al Comune di tirar fuori i soldi se già i cittadini di Roma pagano per sostenere l'Opera una tassa di 30 Euro a famiglia per anno - perchè non ci dice quanto tirano fuori i cittadini di Roma per le municipalizzate che hanno buchi per qualche miliardo ( di Euro)? ed aggiunge che il comune dà all'Opera 17 milioni mentre alle scuole appena 3. Ha ragione. Ma perché non racconta tutti gli sprechi della parentopoli capitolina? E non ci assicura anche che il prossimo amministratore di una qualunque municipalizzata che ruba a fa casini va a casa e viene denunciato, anche se è fra i suoi collaboratori? Va giù duro il sindaco imbarbato, perché ora non vuole prendere la decisione di trattare, ritirando i licenziamenti. E poi tira fuori ancora i 190 Euro di diaria per le trasferte. Ma perché glieli hanno dati? Ciò indica la debolezza del management dell'Opera più che la forza contrattuale dei sindacati.
E perchè non manda a casa in blocco tutti i collaboratori dell'Opera, arrivati lì per giri strani che non c'è bisogno di raccontare?
Noi di certo sappiamo solo che la decisione dei licenziamenti e la successiva esternalizzazione è stata condannata da tutto il mondo; e che la decisione di inaugurare con Rusalka al posto di Aida, altri problemi di natura anche economica recherà al teatro. Ma in questo caso, come si suol dire: se li sono cercati per incapacità a reggere un teatro da parte del sovrintendente appoggiato da Marino, ora con la barba.
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