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mercoledì 4 aprile 2018

Rai 1 in caduta libera all'ombra del Cupolone

 Per il Lunedì di Pasqua Rai 1 ha proposto un programma  che altro non era che la continuazione dei riti religiosi della settimana santa e di Pasqua, in versione 'scolastica' fra l'archeologico, l'architettonico il documentario ed il religioso, impresso volutamente dal conduttore ed autore Osvaldo Bevilacqua, una presenza antica di Rai 1, sebbene  solitamente in altri lidi( 'Sereno variabile', su Rai 2).

Da una precedente incursione di Rai 1 nei tesori  e segreti della Basilica Vaticana erano trascorsi due mesi appena. L'aveva fatta, con i potenti nuovissimi mezzi televisivi e cinematografici, Alberto Angela, con il programma 'Stanotte  a San Pietro', in onda il 27 dicembre dell'anno scorso.

Alberto Angela - scrissero i giornali - ha sbancato l'auditel, mettendo davanti al teleschermo domestico 6.000.000 di italiani, con uno share del 25,4%. Da non crederci, bissando il successo precedente di 'Stanotte a Venezia', dove l'immagine  costituiva l'elemento di maggiore attrazione. Una specie di 'Venezia o San Pietro come non l'avete mai visto'. Proprio così.

 Passano due mesi e la stessa Rai 1 manda in onda un programma di analogo intento illustrativo, ma troppo diverso dal precedente, di gran lunga più modesto e dozzinale, affidandolo alle cure di Osvaldo Bevilaqua, in versione chierichetto che serve messa al card. Angelo Comastri, arciprete della basilica, gran conoscitore della sua  storia. Il quale ci conduce, quasi per mano,  nelle navate della basilica per mostraci i tesori che vi sono custoditi, ma anche per narrarci  le loro storie, intrecciandole  alla miracolistica di maniera che  chi ha a che fare con la Chiesa cattolica ha imparato a conoscere. Commovente, se non fosse nel contempo esilarante, il racconto del miracolo ottenuto da un polacco, in anni lontani, in seguito al bacio del piede della celebre statua bronzea di San Pietro in trono.

 Al confronto del 'gran teatro' della Basilica di san Pietro messo in scena da Angela, quello di Bevilacqua sembrava una recita di 'filodrammatica parrocchiale'. Che  ha fatto, tuttavia, 1.830.000 telespettatori, con uno share del 15,2%.

 Viene da chiedersi: perchè? Che bisogno c'era di confezionare un nuovo, secondo programma, sul medesimo argomento, modestissimo rispetto al primo?  A chi ha dovuto pagare pegno il nuovo navigatissimo direttore di Rai 1, Angelo Teodoli, per mandare in onda  quel 'viaggio emozionante ed esclusivo attraverso i tesori creati in cinque secoli di storia arte e fede'- come recitava il promo del programmuccio, sinceramente imbarazzante, di Bevilacqua?

La cui biografia  professionale, raccolta da Giorgio Dell'arti, è:

 Nato a Orte (Viterbo) 20 dicembre 1940. Laureato in economia. Conduttore tv e radio. Noto per la trasmissione Sereno variabile (in onda dal 1979, un’istituzione tra gli appassionati di turismo), «un ciclostile turistico che rappattuma località nostrane e forestiere in ordine sparso: dalle Dolomiti al Gran Sasso, senza criterio, senza ordine, con una superficialità da cabaret e dove l’unico filo (“rosso”) è lui» (Gualtiero Peirce).
• Dal 2009 al 2012 direttore di Yes Italia, canale satellitare della Rai oggi chiuso. È stato docente universitario di Giornalismo televisivo presso la LUISS di Roma.
• «Io mi sento come Peter Pan e continuo a guardare il mondo con gli occhi stupiti di un bambino e l’atteggiamento di un giamburrasca».(GIORGIO DELL’ARTI)

P.S. All'università, ormai, insegnano tutti!

venerdì 5 gennaio 2018

Musica e Danza a Natale.Il 'classico' vince sempre nei giorni di festa

Se ne è accorta anche la tv che, per questo, attribuendosene il merito, canta vittoria, per i risultati certo brillanti dello spettacolo di  Roberto Bolle su Rai 1, la sera del primo dell'anno, con circa 4.800.000 telespettatori.

Del successo della danza nel nostro paese e del seguito sempre più numeroso che incontra in tutti i ceti sociali ed a tutte le età - in questo caso ci riferiamo alla danza in generale - sappiamo da tempo. Curiosamene, il fenomeno ha coinciso con la chiusura di compagnie di danza e corpi di ballo delle nostre maggiori istituzioni operistiche: " perché non possiamo più permettercele"-  hanno sostenuto coloro che hanno da sempre a cuore le sorti della nazione e, per questo, acconsentono, periodicamente ma regolarmente, ad elargire laute prebende  a coloro che ci  hanno ben governato e che vogliono ci governino benissimo per il futuro ( vedi i casi della Assemblea Regionale Siciliana, e del Senato). Sui risparmi per musica, danza, beni culturali gli italiani sono apparsi in perfetto accordo.

 E, infatti, in conseguenza del risparmio e di una migliore utilizzazione dei fondi pubblici (aumenti di stipendio e  concessione di premi ai dirigenti degli uffici dello Stato) già attuato da anni dal Ministero ora retto da Franceschini, che  ha avuto sempre come suggeritore Salvo Nastasi - il 'grande e grosso'  direttore generale che ha risparmiato su tutto per creare, dal nulla il posto per la povera Giulia Minoli, sua moglie, a Napoli  - si è manifestato l'apprezzamento dei cittadini  che hanno voluto fare le file per visitare mostre, musei e siti storico-archeologici, ed ascoltare, per ora in tv,  e poi affollare anche   teatri e sale da concerto, musica, danza, melodramma. Un successo clamoroso.

 Ed ecco i risultati che non riguardano solo l'aumento dei visitatori alle mostre - e, infatti, senza la calca, non si sarebbe potuto verificare il furto a Palazzo Ducale di questi giorni - ma anche l'aumento di pubblico televisivo sia per Bolle che per i concerti.

Se Bolle la sera ha riunito davanti ai teleschermi  4.800.000 circa italiani, nell'arco della giornata  un analogo successo hanno avuto i due Concerti  di Capodanno:  quello da Venezia, che quest'anno, con un programma meglio studiato, ha fatto una notevole rimonta, risalendo a 4.200.000 telespettatori; e quello da Vienna, diretto da Muti, che ha raggiunto,  su Rai 2,  quota 3.000.000. Non sappiamo dell'audience che ha avuto il concerto dell'Orchestra Verdi di Milano, diretto da Elio Boncompagni, con la Sinfonia n.9 di Beethoven, che tutti i giornali hanno segnalato come fra i  migliori che si ricordano negli ultimi anni.
 Insomma, senza contare Milano - ma quando sapremo i dati auditel ne terremo conto, aggiungendoli agli altri - nel primo giorno dell'anno, davanti ai televisori nelle case, musica e danza hanno stregato oltre 12.000.000 di italiani. Ma non è una buona ragione per dire: siamo soddisfatti, arrivederci al Capodanno 2019.

domenica 31 dicembre 2017

Riflessioni di fine d'anno. Se dovessero apparirvi troppo personali, passate oltre

Rileggendo quanto andiamo scrivendo, da alcune settimane,  del Concerto di Capodanno dalla Fenice, per difendere il quale siamo stati capaci anche di 'riprendere' bonariamente il Maestro Muti, al quale ci lega stima ed anche un pizzico di amicizia, siamo letteralmente sorpresi di noi stessi. Perché scopriamo di  comportarci come se  avessimo ancora un qualche interesse verso quell'iniziativa che, fin dalla prima edizione, abbiamo seguito e curato con passione, e con la quale da tre anni  a questa parte non abbiamo più nulla da spartire. E ci domandiamo perché tanto interesse  verso una creatura, anche nostra,  alla quale dovremmo, se fossimo vendicativi, augurare  l'insuccesso più cocente. E invece no.

Forse una qualche ragione l'abbiamo trovata, nonostante che la nostra collaborazione al Concerto veneziano  si sia interrotta e  non per nostra colpa (lo abbiamo detto e ridetto tante volte e i nostri lettori già conoscono la storia, che vogliamo tuttavia rinfrescare).

 Tre anni fa, era il Capodanno del 2015, l'allora sovrintendente della Fenice, Cristiano Chiarot,  voleva ad ogni costo che il programma (sulla cui formulazione ci aveva sempre lasciato mano libera, appoggiandoci anche quando il direttore artistico Ortombina  non condivideva le nostre proposte ) in diretta televisiva del Concerto si aprisse con un nuovo pezzo che lui per il teatro diceva di aver commissionato a Giorgio Battistelli, dal titolo EXPO. Noi ci opponemmo con tutte le nostre forze a tale proposito, senza però convincere Chiarot della bontà della nostra posizione, ben sapendo egli che anche quattro minuti di musica 'inusuale' in apertura di un concerto popolare televisivo in giorno di festa, durano quanto una eternità, distogliendo i telespettatori dal proseguire nell'ascolto.  Il pezzo non si fece, ma Chiarot se la legò al dito,  e ritenendo la nostra posizione un atto di lesa maestà del sovrintendente che la stampa unanime celebrava come il più bravo d'Italia, fece sì che la nostra collaborazione a quel concerto, voluta dalla Rai, e che durava da oltre dieci anni, si concludesse, traumaticamente,  e senza una valida ragione.

Perché allora ci va di difenderne ancora le ragioni dell' esistenza, mentre sarebbe più naturale che ne augurassimo la débacle televisiva - come in parte si sta verificando da quando  pensa a tutto  Fortunato Ortombina - e la conseguente obbligata cancellazione dal palinsesto di Rai 1?

Soltanto perché lo abbiamo 'allevato' con cura, passione e dedizione assolute, quel Concerto, non preoccupandoci affatto di piacere o compiacere chicchessia, dal sovrintendente al direttore artistico ai colleghi giornalisti che spesso l'hanno bistrattato senza ragione. Non l'abbiamo fatto prima e non vogliamo cominciare a farlo ora, quando ci ostiniamo a difenderlo a tutti i costi, augurandoci che continui, non sfigurato, per  cento anni ancora.

sabato 30 dicembre 2017

Maestro Muti, per carità, non insista su certe banalissime idiozie, come quelle che va ripetendo in questi giorni a proposito dei Concerti di Capodanno da Vienna e da Venezia ed anche sul valzer viennese e sul melodramma itliano

Ancora. Quante volte dovremo sentire  una simile idiozia, e cioè che il valzer viennese, specchio  della fine del secolo  e dell'Austria felix,   sarebbe più idoneo a celebrare la fine di un anno e l'inizio di un anno nuovo, mentre i brani celebri del nostro melodramma, amatissimi anche a Vienna e nel mondo forse più del valzer viennese, sarebbero inopportuni per la stessa occasione.

 Che lo dica un pincopalla qualsiasi passi, ma che a dirlo e ridirlo sia il Maestro Muti  ci fa venire lo strano pensiero  che il  Maestro non abbia ancora mandato giù il fatto che la prima edizione del Concerto veneziano (2004) coincidesse con la precedente apparizione, la quarta, sul podio viennese, e che il Concerto del Capodanno 2018 che  lo vede ancora sul podio di Vienna, avrebbe dovuto consigliare a Rai 1  di non mandare in onda in diretta quello veneziano. Secondo il pensiero dell'illustre direttore ( si dica 'direttore', che c'entra 'conduttore', 'guida'),   Rai 1 doveva rescindere il contratto ormai quindicennale con La Fenice per tornare  nella Sala d'oro del Musikverein, in omaggio alla sua presenza.
Non le sembra, maestro, di pretendere un pò troppo; e per  uno dei rarissimi casi in cui una iniziativa musicale della nostra tv di Stato  incontra il gradimento del pubblico, desiderare di affossarla?

 Certo, la Rai potrebbe nei prossimi anni decidere di continuare con Venezia come anche di smetterla con il Concerto veneziano, a Capodanno, spostando le sue telecamere verso altri teatri storici italiani, di ugual peso della Fenice - come Milano o Napoli, tanto per citarne due  che hanno alle spalle una storia gloriosa e secolare - e nessuno potrebbe avere nulla da ridire. Come potrebbe anche dire basta definitivamente al Concerto di Capodanno 'italiano', ma non per accontentare quei quattro snob che da anni dichiarano la loro inconsolabile vedovanza/astinenza da Vienna. Quale che sia la decisione futura ci auguriamo che si ragioni soltanto in termini di audience,  e che fino a quando sarà soddisfacente - mentre purtroppo da tre anni a questa parte è sceso sensibilmente: 800.000 telespettatori in meno - nulla cambierà. Nonostante qualche maldestro tentativo di 'captatio benevolentiae' degli anni scorsi, come fece Giancarlo Leone, appena insidiato alla direzione di Rai 1; il quale, avendo ricevuto qualche 'cinguettio' da quei vedovi, 'cinguettò' anche lui, rassicurandoli che il loro pianto era stato raccolto e  sarebbe stato tenuto nel debito conto. Ma poi non fece nulla. C'era da immaginarselo!

 Torniamo alla diatriba ricorrente. Venezia o Vienna? Tornare al Capodanno viennese  non c'era ragione per farlo ora, cogliendo l'occasione della presenza di Muti a Vienna, o per la sopraggiunta convinzione che il melodramma non è per nulla adatto alla circostanza. Perchè ambedue queste ragioni non hanno fondamento nè di opportunità, nè di logica.

 Il melodramma è opportuno quanto lo fu all'inizio il valzer. Le novità  non sono sempre ben accette immediatamente, con il tempo invece, sembrano le cose più naturali che si siano potute immaginare e guai a toccarle per introdurne delle altre.

Perciò si mettano l'anima in pace tutti, Muti compreso. Se un giorno la Rai vorrà tornare a Vienna o  spostarsi dalla Fenice in qualche altro teatro, ha soltanto una ragione: cambiamento. Nessun' altra.

E, infine una domanda al Maestro Muti, che a Leonetta Bentivoglio, come ha fatto l'altro ieri a Valerio Cappelli, oggi ha ripetuto: " Vorrei sapere che c'entrano con la nascita del nuovo anno un coro di ebrei prigionieri e la tragedia di Violetta. Se Verdi si affacciasse dalla tomba si morderebbe le mani dalla rabbia".

Maestro ci spieghi allora che c'entrano con l'inizio del nuovo anno, la Marcia di Radetzki e il Bel Danubio blu. Non ci risponde? Rispondiamo noi per Lei. I due brani, che da sempre chiudono il concerto veneziano, Va pensiero e Libiam nei lieti calici ( così come volemmo noi dalla prima edizione in avanti), riprendono il modello dei due brani che da sempre chiudono quello viennese. Come anche sul modello viennese abbiamo da sempre tenuto il programma del concerto, finché ce ne siamo occupati.

 Per assurdo, se a Vienna decidessero un giorno di fare il repertorio del melodramma italiano ed a Venezia quello del valzer viennese, il mondo non cascherebbe ed i due concerti avrebbero ciascuno ancora diritto di esistere e di farsi apprezzare da  moltissimi.   Se Muti e qualche altro continueranno a pensarla diversamente, dovranno farsene  una ragione - come  si dice in questi casi.

giovedì 28 dicembre 2017

Riccardo Muti dal podio viennese del Concerto di Capodanno se la prende con il Concerto veneziano di Capodanno e con la Rai. L'arcitaliano fa l' antitaliano

 A domanda risponde. Maestro Muti,  la Rai antepose al suo precedente concerto viennese, nel 2004, il concerto dalla Fenice, alla prima edizione. Ora  tornando lei a Vienna, non poteva tornare sui suoi passi riproponendo su Rai 1 il suo concerto, e mandando su Rai 2 il Concerto veneziano?

E il Maestro risponde: "Bisogna chiederlo ai dirigenti Rai. Tra l'altro la prima volta volta della Fenice coincise, nel 2004, con il mio precedente concerto al Musikverein. I viennesi rimasero disorientati per il fatto che, con un direttore italiano, l'Italia per la prima volta compisse una scelta autartica. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, alla Rai ritengono sia giusto così. Certo il Concerto di Vienna è unico, non solo per la qualità dell' Orchestra ma perché quella musica a cavallo tra il sorriso e la lacrima fa parte di un periodo storico particolare e si adatta all'atmosfera del primo dell'anno, evocando desideri e sogni che non esistono in altri repertori. Non credo che i miei musicisti di Chicago sarebbero interessati al brindisi della Traviata o al Va' pensiero, e si sa quanto ami queste opere, ma con la fine dell'anno c'entrano poco".

 Cominciamo dal principio, perchè la storia del Concerto della Fenice la conosciamo bene, per filo e per segno, perché fin dall'inizio ce ne siamo occupati direttamente sempre, relativamente alla formulazione del programma, e spesso anche per altro, per conto della Rai.

 Sì, il primo Concerto di Capodanno  da Venezia, in diretta su Rai 1, coincise con il precedente impegno di Muti a Vienna; e Muti aveva diretto il concerto inaugurale della risorta Fenice, anche quello trasmesso in diretta, appena una decina di giorni prima del Capodanno 'italiano', che Muti definisce autartico.

Muti conosce le ragioni di quella iniziativa?  Eccole. La sig. Anna Elena Averardi, consulente per l'immagine del teatro veneziano,  ebbe l'idea di suggerire alla direzione di Rai 1 (Fabrizio Del Noce) di trasmettere da Venezia il Concerto di Capodanno. Nelle intenzioni della sig.ra Averardi, accolte da Dal Noce, c'era il desiderio di festeggiare la ricostruzione dello storico teatro veneziano, 'dov'era, com'era'. Il Concerto, diretto da Maazel, ebbe successo, superando, per share e telespettatori,  tutte le precedenti edizioni di quello viennese; e forse anche per tale manifesto gradimento, si decise di continuare - come si fa da quindici anni - a mandare in onda da allora, ininterrottamente, in diretta su Rai 1, il Concerto da Venezia, senza però cancellare quello da Vienna,  che viene trasmesso su Rai 2, subito dopo quello veneziano, a  partire dalle 13,30.

 Questa è la storia. Negli anni il concerto è stato diretto da importanti direttori: Maazel, Pretre, il quale dopo il concerto veneziano venne invitato per la prima volta a dirigere quello viennese, Masur, Gardiner, Roberto Abbado, Harding  e solo uno dei ricorrenti problemi di salute vietarono a Temirkanov di dirigerlo, sebbene  annunciato e sostituito all'ultimo minuto.

Nel tempo, noi, che oltre che sulla formulazione del programma siamo stati  spesso interpellati anche sulla scelta dei direttori e dei cantanti, abbiamo consigliato alcuni nomi, come ad esempio, per i direttori, quello di  Tony Pappano. Al quale però i dirigenti dell'epoca si rivolsero in giugno per il successivo dicembre. La risposta di Pappano fu ovvia e piccata: c'ho da fare tra Roma e Londra. Eravamo riusciti a convincere Cagli - con il quale allora avevamo buoni rapporti - a cedere per una  trasferta il suo direttore, adducendo come ragione che la visibilità della tv avrebbe giovato a Pappano, da poco in Italia.  E ne avevamo parlato anche con Pappano, del quale proprio in quegli anni stavamo scrivendo la biografia, ottenendone risposta affermativa, in linea di principio.
 Poi avendo spesso visto sul podio della Fenice Chailly, Chung, Gatti, avevamo consigliato al direttore artistico - l'attuale sovrintendente Ortombina - di invitarli. La risposta, sempre uguale. era: non verranno ( non verrebbero?). Senza dirci però se li aveva invitati. Lui dava per scontato che non sarebbero venuti. Perchè allora, quest'anno, Chung ha accettato?

 A dire la verità non  gli abbiamo mai chiesto di Muti, e perciò non possiamo dire se Ortombina l'abbia invitato e, se sì,  quale sia stata la sua risposta.

 Ora, dice Muti,  ma suggerisce Cappelli e avrebbe desiderato il 'politico ignoto' Giro, la Rai avrebbe dovuto in occasione del ritorno suo a Vienna, scalzare Venezia da Rai 1 e rimetterci il concerto viennese. Perché, lo spiega a suo modo: perchè lui è il massimo direttore italiano vivente, perchè i Wiener sono una delle più grandi orchestre, perchè il Concerto viennese è il più visto nel mondo, perchè il programma  del concerto viennese è più adatto di quello veneziano per un concerto di inizio d'anno. Insomma, dice Muti, napoletano, alla fine del suo ragionamento:  la Marcia di Radestzki è meglio del brindisi della Traviata.

E' qui che  non seguiamo più il maestro italiano. I valzer viennesi sono per  semplice tradizione programma del Concerto di Capodanno da Vienna ; nè più e nè meno di come i brani più popolari del nostro melodramma lo sono per il Concerto dalla Fenice, da quindici anni. Dunque non spiega  per quale ragione Rai 1 dovrebbe rinunciare a tale iniziativa che, per una volta, valorizza, in patria, il patrimonio musicale che il mondo ci invidia e al quale  Muti dichiara il suo particolare attaccamento ed apprezzamento.

Se  lo vuole qualche italiano, che Vienna cioè torni dov'era, su Rai 1, non è ragione sufficiente perchè non si dia ascolto a quei 4.400.000 telespettatori - quanti erano fino a quando noi ce ne siamo occupati, mentre ora sono scesi fino a quasi 3.600.000,  ma noi tuttavia speriamo che la discesa da quest'anno si fermi - che,  a rigor di cifra, sono stati sempre in numero maggiore di quelli che in ogni edizione hanno guardato ed ascoltato il Concerto da Vienna su Rai 1 e che ora possono seguirlo su Rai 2. Il passaggio da Rai 1 a Rai 2 non è da intendersi come DECLASSAMENTO, bensì come  semplice SPOSTAMENTO.

Se poi gli orfani di Vienna restano comunque insoddisfatti e inconsolabili, nulla vieta che, per manifesta ritorsione, si rechino a Vienna -  del resto alcuni anni fa  l'aveva fatto lo stesso Cappelli, come scrisse sul 'Corriere',  in compagnia ( buona quella!) di Catello De Martino, l'indimenticato sovrintendente del disastro all'Opera di Roma, al tempo di Riccardo Muti - e come potrebbe fare,  perchè i mezzi ce li ha,  anche Francesco Giro, ex sottosegretario alla cultura del Governo italiano che preferisce Vienna e la sua musica a Venezia ed alla musica italiana. Non si tratta di autarchia nella scelta italiana; mentre negli oppositori,  si tratta di  evidente stupido autolesionismo.

domenica 10 dicembre 2017

Concerto di Capodanno dalla Fenice in diretta su Rai 1. Che aspetta il teatro a rendere noto il programma?

Conosciamo bene  quel Concerto con i suoi problemi, che conosce bene anche Ortombina, ora nel doppio incarico di sovrintendente e direttore artistico. Li conosce perchè da una decina d'anni egli è stato direttore artistico del teatro, e il nostro più diretto referente nella formulazione del programma per Capodanno, per il quale avevamo uno specifico incarico di consulenza dalla Rai.

Ogni anno una lotta impossibile per convincere Ortombina che quello era un concerto particolare e che, come tale, richiedeva un programma particolare. Ortombina è sempre stato un osso duro, almeno per noi, ma ogni anno alla fine della trattativa riuscivamo a portare a casa il risultato - come si dice ora - di un programma particolare che ha dato sempre i suoi frutti.
 Quando abbiamo lasciato quell'incarico -  fummo noi a costituire la tradizione dei pezzi d'obbligo in chiusura ( Va pensiero e Libiam) - anche perchè La Fenicie ritenne di poter fare da sè, i telespettatori di quel concerto particolare erano 4.400.000. Il concerto in assoluto più visto della storia della tv, perfino più visto del Concerto da Vienna, quando  era trasmesso prima e  al posto di quello  veneziano.

Dopo la nostra uscita, finalmente, Ortombina ha avuto mano libera. Di sbagliare, senza il badante - noi, modestamente - che era lì per fare gli interessi della Rai ma anche e soprattutto della Fenice e della musica  più in generale.

Nei tre anni successivi gli spettatori televisivi del Concerto di Capodanno dalla Fenice su Rai 1, sono andati calando VISTOSAMENTE: in tre anni il Concerto ha perso 800.000 telespettatori. I dirigenti Rai hanno sempre cantato vittoria e lo steso ha fatto La Fenice.
 Il primo anno  affidato interamente alla direzione di Ortombina,   a causa del programma 'inadatto' ci fu un calo vistoso di 400.000 telespettatori. L'allora direttore di Rai 1, Giancarlo Leone, anche quella volta cantò vittoria: siamo soddisfatti,  disse, siamo al di sopra di 4.000.000. Sì, è vero, e i 400.000 persi in un solo colpo? Poi ancora perdite  fino agli 800.000 in tre anni.

Perchè? Forse che noi facevamo miracoli? No, semplicemente perchè  riuscivamo sempre, dopo discusioni anche feroci con Ortombina, a spuntarla sul programma costruito su criteri semplici , gli stessi  che avevano decretato il successo mondiale del Concerto di Vienna ma  che  non avevano mai convinto Ortombina.

Ora, a meno di venti giorni dal prossimo Concerto di Capodanno dalla Fenice, ancora non è noto il programma; ed uno degli interpreti, il tenore, è cambiato qualche settimana fa.

 Ortombina, pensa che il pubblico televisivo accende l'apparecchio e  guarda ed ascolta il Concerto per tutta la sua  durata, quale che sia il programma, anche se non gli piace?  Ortombina si illude, la vistosa perdita di telespettatori dovrebbe farlo riflettere. E convincerlo che il pubblico non compra, a scatola chiusa, perchè è la Fenice.

Del resto s'è visto anche con Chenier di Giordano, dalla Scala, pochi giorni fa.
Anche in questo caso la Rai ha esultato per i 2.000.000 circa di telespettatori, ma ha volutamente  passato sotto silenzio che l'anno scorso, con Butterfly di Puccini, i telespettatori furono 2.600.000 circa. Una perdita secca di 600.000 telespettatori dovuta al titolo poco noto di quest'anno. Ci vuole moto a capirlo? Ortombina  avrà capito la lezione? Attendiamo il programma per dirlo.

sabato 9 dicembre 2017

Adesso che Rai 1 trasmette la prima della Scala a sant'Ambrogio, il teatro milanese deve riflettere sul titolo inaugurale.

Non tutti i titoli del melodramma sono adatti ad una inaugurazione, pur nel più grande teatro del mondo,  se trasmessa in diretta televisiva. Di questo occorre che i dirigenti del teatro milanese si convincano e magari rivedano le scelte già annunciate, che non devono essere necessariamente cancellate, semmai semplicemente posposte.

Forse converrebbe che fin d'ora la Scala stabilisca un calendario di inaugurazioni di stagione puntando sui grandi titoli del repertorio  del melodramma, quello più conosciuto, più popolare - tanti ve ne sono che mancano dal cartellone scaligero da tempo.
 Forse è venuta l'ora che si ricominci a riproporli con la nuova direzione musicale affidata, per i prossimi anni, a Riccardo Chailly.
 Le scoperte, le rarità hanno l'intera stagione per figurare nel cartellone, senza che ciò faccia perdere una sola posizione nella classifica mondiale alla Scala.

I teatri di provincia hanno necessità di affidarsi ad un titolo raro per l'inaugurazione di stagione, per catturare l'attenzione dei media che normalmente è rivolta altrove. La Scala no.

L'anno scorso la Butterfly pucciniana fece oltre 2.600.000 telespettatori, quest'anno Chénier è sceso a 2.000.000 - e la ragione sta esclusivamente nella  minore popolarità del titolo di  Umberto Giordano. Per far risalire gli ascolti  non ci vuole Attila di Verdi, titolo quasi sconosciuto, benchè recentemente Muti lo abbia diretto all'Opera di Roma, ma uno di quei titoli le cui arie la gente, ma sempre più raramente, ancora orecchia.

La Rai, che  per la disabitudine del nostro paese al melodramma ha colpe gravi, assieme alla scuola ed all'analfabetismo musicale generale, ha cantato vittoria per il risultato dello Chénier,  facendo finta di non ricordare che da un anno all'altro ha perso 600.000 telespettatori circa. Ma non bisogna farci caso, sarebbe molto più felice se il pubblico raddoppiasse. E perciò La Scala faccia di tutto per raggiungere un risultato anche doppio. Perchè no?

Serve solo che i suoi dirigenti si convincano che per una diretta della prima rete televisiva nazionale non tutti i titoli vanno bene, e che sfruttare i titoli più noti non vuol dire negare la propria funzione, semmai dimostrare quanto ancora viva sia nel più grande e noto teatro operistico la tradizione interpretativa italiana, che si misura sul grande repertorio, al quale Attila, benchè  di Verdi - lo ripetiamo per l'ennesima volta - non appartiene.

venerdì 8 dicembre 2017

Prima alla Scala con Andrea Chénier. Ascolti Rai in picchiata rispetto all'anno scorso. Ma 2.000.000 di telespettatori sono pur sempre un bel risultato

La prima della Scala di ieri sera, con Andrea Chenier di Umberto Giordano (musicista di Foggia, emigrato a Milano a fine Ottocento) diretta da Riccardo Chailly, andata in onda dalle 17.45 circa (compresa presentazione) fino alle 21 su Rai 1, cui è seguito il TG1,  ha raccolto dinanzi ai televisori 2.000.000 circa di italiani, che hanno seguito l'opera per intero, con uno share dell'11% circa. Peccato che il successivo  TG1 sia caduto in picchiata da oltre il solito 20 % di share  circa all' 11% . Ma per una volta, non casca il mondo, e certamente non è cascato ancora una volta ieri per la diretta dalla Scala, visto che a far cascare il mondo nel terrore, ci ha pensato Trump,  con la sua disastrosa decisione, l'ennesima in poco tempo,  relativa a Gerusalemme.

 L'anno scorso, sempre la prima della Scala, a sant'Ambrogio - quando si dava Butterfly di Puccini, ancora diretta da Chailly - raggiunse uno share del 14% circa, con 2.600.000 telespettatori. Dunque rispetto allo scorso anno, la prima scaligera su Rai1 ha perso 600.000 telespettatori circa e tre punti   tondi di share, che sono certamente tanti, ma che, comunque, se gli ascolti  si manterranno ad un  livello ragionevole, come quest'anno ancora, la Rai si convincerà, per una volta l'anno, a comportarsi come deve comportarsi la tv di un paese, la cui cultura, melodramma e musica in primis, sono forse il suo punto di forza e il massimo vanto anche agli occhi del mondo.

Il calo di quest'anno ha la principale causa nel titolo di Giordano, che certo non gode della stessa popolarità di quello pucciniano dell'anno scorso. Il gioco vale, comunque, la candela, mentre continuiamo a pensare che non vale la candela quando questo gioco si fa su Rai 5, che riesce a mettere davanti allo schermo televisivo solo qualche centinaio di migliaia di telespettatori, nella migliore elle circostanze.

venerdì 1 dicembre 2017

Le cose che non capiremo mai

Due, due soltanto questa volta, che  hanno a che fare, ambedue, con la tv.
I giornali annunciano che la 'prima' della Scala - con Andrea Chenier diretto da Chailly - il prossimo sette dicembre verrà trasmesso indiretta su Rai 1, invece che sul canale deputato per la 'riserva musicale', Rai 5. E per mostrare che, semel in anno, la Rai fa le cose come si deve, attrezza la diretta con un conduttore, anzi due, un maschietto ed una femminuccia. Il primo in carne, come del resto quasi sempre, questa volta il direttore di Rai News 24, Di Bella; la seconda , una silfide bionda, Milly Carlucci.
 Sicuramente il primo spiegherà la storia del protagonista dell'opera, la seconda si dedicherà alle signore che solitamente a Sant'Ambrogio, sfoggiano abiti più improbabili  ed altrettali scollature, da esibire e confrontare nel foyer, durante l'intervallo dell'opera.

 Gli ascolti saranno certamente più lusinghieri di quelli che  avrebbe garantito il passaggio su Rai 5- dove quasi sempre a  malapena  si raggiungono  le 100.000 unità e lo share si ferma  allo stesso livello della ancor flebile crescita italiana, cioè ai decimali. Ma come al solito mostreranno la incongruità dei conduttori rispetto all'opera. I quali, o vengono scelti fra competenti ai quali però nessuno insegna quale linguaggio usare in tv parlando di melodramma, oppure ci si affida a volti noti,  anche fisicamente estranei all'opera, ed anche questa volta, la doppia scelta annunciata non fa eccezione.
Si aggiunga poi il fatto che il titolo inaugurale non è certo dei più popolari e che a risollevare le sorti dello share non basterà la presenza della bella protagonista Anna Netrebko, per far concludere , alla fine, che  l'opera non si addice alla tv.

Si registra questi giorni un 'Concerto di Natale' uno dei tanti  che le tv mandano in onda durante le feste e che non è quello registrato nella Basilica di san Francesco di Assisi e che va in onda su Rai 1 il giorno di Natale, dopo la benedizione papale.

Quello di cui vi parliamo viene registrato in Sala Nervi, in Vaticano, e lo trasmetterà Mediaset. Ciò che ci ha incuriositi  è la presenza di un'orchestra il cui nome  ci fa sorridere e dire che solo in Italia, provincia del mondo musicale, possono accadere cose simili, senza che nessuno le noti e si indigni. Al concerto partecipano numerosi cantanti, sul podio il m. Renato Serio, e l'orchestra impegnata - udite udite - raccogliticcia, sia chiaro!- è l' ORCHESTRA sinfonica UNIVERSALE ITALIANA. Non bastava uno solo degli aggettivi che, in coppia, appaiono improbabili?

lunedì 30 ottobre 2017

Concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia in diretta su Rai 1. Primi ripensamenti, e del programma nessuna traccia

Ancora del programma del prossimo Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta su Rai 1, nessuna traccia. E siamo già a fine ottobre. Benchè ora Fortunato Ortombina, può lavorare alla scelta degli artisti ospiti ed alla formulazione del programma in piena autonomia, senza più la nostra  'vigilanza', per conto della Rai, che lui non ha mai digerito, ritenendola una intrusione irrispettosa delle sue capacità.

Ma come può nascondere a se stesso che proprio la nostra intrusione ha fatto sì che per i dieci anni in cui abbiamo avuto la corresponsabilità del programma, gli ascolti tv sono andati benissimo, sempre in crescita, lenta ma costante, mentre da quando, nel 2014, lui ha lavorato in totale autonomia, in sole tre edizioni, il concerto ha perso ben 800.000 telespettatori dei 4.400.000 circa dei nostri anni?

 E' da qualche tempo che andiamo a guardare il sito della Fenice per vedere quale programma Ortombina ha pensato per la prossima edizione del Concerto di Capodanno. Nulla, a fine ottobre, nella convinzione che lo spettatore e più ancora il telespettatore  compri a scatola chiusa' fidandosi ciecamente delle scelte del teatro che - lo ripetiamo - negli ultimi anni si sono rivelate disastrose in fatto di ascolti, a causa di programmi inadatti al tipo di concerto ed alla sua collocazione nella programmazione Rai.

Quando a giugno Chiarot, che ancora teneva il piede in due scarpe, distanti l'una dall'altra -  una a Firenze e  l'altra a Venezia - ha presentato, assieme a Ortombina, il programma della stagione ed anche i nomi degli artisti ospiti del Concerto di Capodanno 2018, ha annunciato la presenza di un terzetto niente male. Chung sul podio, e solisti  di canto Maria Agresta  e Francesco Meli.
 Poi verso la fine di ottobre già vengono  annunciati cambiamenti: non ci sarà più Meli, al suo posto Michael Fabiano.  Allegato all'annuncio del Concerto, sul sito del teatro, un comunicato  che, invece, è quello di giugno, dove è stato sostituito solo il nome di Meli. Ma, nella fretta (?) - salvo che non ci sia un ulteriore ripensamento - è sparito il nome della Agresta. Sarà sostituita anche lei? E magari  alla viglia del Concerto, anche Chung?
 E, il programma,  quando?


venerdì 13 ottobre 2017

Angelo Teodoli direttore di Rai 1. Complimenti per la promozione e preghiera: rimetta in riga il 'Concerto di Capodanno' dalla Fenice

Angelo Teodoli, dirigente di lungo corso che ha fatto la sua carriera tutta all'interno della Rai, ha raggiunto  ora il traguardo più alto al quale poteva aspirare, quello cioè di dirigere la rete ammiraglia della televisione pubblica. Noi, che lo abbiamo conosciuto e visto a Venezia, tutti gli anni  (dal 2005 al 2015) in cui  abbiamo avuto la 'consulenza artistica' Rai sul Concerto di Capodanno dalla Fenice - il concerto che su Rai 1 ha preso il posto  che un tempo era del Concerto da Vienna  -  occupandoci direttamente della formulazione del programma del concerto, intendiamo rivolgergli una richiesta riguardante proprio  il Concerto di Capodanno dalla Fenice, che possiamo considerare anche 'nostro', per alcune caratteristiche che gli abbiamo impresso fin dall'inizio,  nonostante che la dirigenza del teatro veneziano non si sia mai voluta adeguare pacificamente.

La tipologia del programma: brani brevi, di diverso carattere, con prevalenza di brani leggeri e allegri (se così si può dire) alternando solisti, sola orchestra e coro e orchestra, e i due pezzi d'obbligo finali - Va pensiero e brindisi dalla Traviata - noi l'abbiamo difesa sempre a denti stretti, contro la direzione artistica del teatro che anche per la singolare occasione del concerto del primo dell'anno, voleva  somministrare al pubblico  italiano una lezione di musicologia. Ma anche - senza mai dirlo apertamente - perchè mal digeriva la nostra ingombrante 'consulenza', con la quale la Rai intendeva ribadire che quel concerto era un concerto del tutto speciale e secondo tale principio andava formulato il programma. Negli anni in cui  avevamo quella consulenza 'artistica', siamo sempre riusciti, più o meno, a far valere le nostre ragioni, anche con qualche concessione, per evitare addirittura la rottura con la dirigenza.

Poi , verso la fine del 2014, la rottura ci fu. E la causa fu proprio il programma. Cristiano Chiarot, sovrintendente, ci chiese di aprire il programma del concerto trasmesso in diretta da Rai 1, con un brano  di Giorgio Battistelli, di breve durata, dal titolo 'EXPO'. Noi gli dicemmo, prima con le buone, poi anche a muso duro che non era il caso. Lui se la prese e, passando sopra la nostra testa, si rivolse direttamente al direttore di Rai 1 dell'epoca, Giancarlo Leone, il quale cedette alle richieste del sovrintendente (Giancarlo Leone, con coraggio da coniglio a dispetto del suo cognome, cedette  alle pressioni del sovrintendente Chiarot, ignorando di fatto il nostro contratto che lui stesso aveva  autorizzato  e firmato. E, di fronte ai risultati, per la prima volta deludenti in fatto di telespettatori e share, disse che comunque il Concerto era  rimasto al disopra dei 4.000.000; sugli oltre 250.000 telespettatori persi in una sola botta,  chiuse gli occhi, considerandoli  irrilevanti, e ancora irrilevanti considerò anche il calo degli anni successivi).

Il brano di Giorgio Battistelli non fu trasmesso ( non abbiamo mai saputo se Battistelli lo avesse già scritto, nè mai capito per quale ragione Chiarot tenesse tanto a  Battistelli), ma per la prima volta il concerto non portò più anche la nostra firma. E i risultati furono, PER LA PRIMA VOLTA, deludenti sotto il profilo dell'audience televisiva: in un solo anno 250.000 telespettatori in meno.

Fatto sta che da quell'anno,  dal Capodanno 2015, con una concezione del programma che non si atteneva più ai principi da noi seguiti,  i principi che lo avevano imposto  anche agli 'orfani di Vienna',  fino a farlo diventare il 'concerto in assoluto più seguito della televisione italiana', anche più seguito dello stesso concerto viennese - strano a dirsi, ma vero! - il concerto cominciò a perdere telespettatori e share.

In soli tre anni, dal 2015 al 2017 quel Concerto che quando l'abbiamo lasciato noi ( Capodanno 2014) faceva 4.400.000 telespettatori circa, con uno share del 27%, ha perso la bellezza di 800.000 telespettatori circa, calando anche lo share fino al 24% .

La ragione, in tutta evidenza, sta nel programma che la direzione della Fenice ha voluto seguisse una strada diversa da quella da noi tracciata, e che aveva assicurato al concerto veneziano una crescita lenta ma costante di pubblico televisivo e di share. Un esempio, per spiegarci. In un concerto di 45 minuti di musica, su un durata totale di un'ora circa, non si può inserire un brano che dura, da solo, oltre dieci minuti, come è accaduto quando il direttore artistico ha osato far eseguire: 'Che gelida manina' e 'mi chiamano Mimì' di seguito, da Bohème di Puccini. Brani notissimi, certo, ma inadatti a Capodanno, in giorno di festa e all'ora di pranzo.

Quest'anno, almeno per gli interpreti - come del resto in parecchie altre edizioni - il concerto promette bene, ma temiamo fortemente che proseguendo con un programma inadatto all'occasione, come è stato quello degli ultimi tre anni, il Concerto continui a perdere pubblico televisivo. Il calo che ha portato quel pubblico da 4.400.000 a 3.600.000, in tre anni - un calo consistente e continuo - non è da prendere sottogamba, anche perché se si prosegue sulla stessa linea,  intrapresa dalla direzione della Fenice, il pubblico continuerà ancora a calare. Ma fino a quando Rai 1 è disposta, di fronte al calo costante, a mantenerlo in palinsesto, e a non ritornare  a Vienna che comunque paga e trasmette, su Rai 2?

A Teodoli che questi problemi li conosce benissimo, come abbiamo detto per aver egli seguito le vicende del concerto dai primi anni, e perchè ogni anno, per svariate ragioni, accadeva che lo informassimo delle discussione sempre accese avute  con i dirigenti della Fenice per far accettare le nostre scelte - CHE SI SONO SEMPRE RIVELATE VINCENTI - chiediamo una sola cosa, nell'interesse stesso della rete che ora è andato a dirigere e per l'affetto che nutriamo verso quel concerto al cui successo negli anni abbiamo contribuito.

Non certo di ridarci quella consulenza - non si preoccupi il direttore - ma che almeno riporti  il concerto veneziano, per il programma, nuovamente sulla strada che noi avevamo tracciato e che lo ha imposto all'attenzione del pubblico televisivo italiano. Possiamo fargli il lavoro anche gratuitamente, se lo desidera e ce lo chiede.

 Se il Teatro La Fenice con quel concerto, amplificato dalla diretta televisiva, ci guadagna -   perché lo replica tre o quattro volte, i biglietti non sono a buon mercato e i posti sono sempre esauriti - non è una ragione  sufficiente per disinteressarsi anche del suo successo televisivo che del successo economico per il teatro è la principale causa.

domenica 24 settembre 2017

MUSICA , RAI: c'era una volta un agente... e ve ne sono ancora oggi che fanno il 'buono e cattivo tempo'

Tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta circolava in Italia un  agente molto chiacchierato che rappresentava parecchi big della musica classica. Difficile ignorarlo anche per la sua buffa mole e per un cognome inzeppato di consonanti ( era originario dell'Est Europa); e che si faceva notare soprattutto per altre ragioni : nella sua agenzia, che  aveva la residenza fiscale a Montecarlo, figuravano molti big , di quelli di prima fascia assoluta mondiale,  per i quali lui riusciva a strappare chachets al di sopra del mercato.

Aveva di fatto drogato, anzi avvelenato il mercato della musica in Italia. Per i suoi artisti da noi richiedeva cachets superiori a tutti gli altri, e forse anche superiori a quelli che riusciva a farsi dare all'estero ( ma questo non lo sappiamo con esattezza). E glieli davano. Si disse allora, quando nella sua rete erano caduti anche alcuni esponenti di spicco dell'organizzazione musicale italiana,  che alcuni di loro avevano interessi nella sua agenzia (magari erano proprietari di quote sotto altro nome); ma quest'ultima cosa non si è mai dimostrata. E  per di uno di essi, il più chiacchierato ma anche il principe dei direttori artistici, forse non era assolutamente vero, con il senno di poi, essendo morto malandato, quasi nell'indigenza, nonostante che terminasse la sua carriera ancora in servizio (alla Fenice di Venezia).

A quell'agente tanto chiacchierato capitò anche qualche incidente, come quello con i Berliner, in occasione di una loro tournée prima affidatagli e poi subito sfilatagli. E la ragione era solo una: soldi . Ricordiamo male o forse no come andarono le cose? Quell'agente aveva pattuito una cifra per la tournée, sulla cifra pattuita aveva fatto una bella 'cresta', e quando i  Berliner vennero a saperlo gliela tolsero. Come si vede non era un apostolo e missionario della musica come ha sempre tentato di farsi accreditare, Era un mercante, per giunta spregiudicato.

Non serve aggiungere che i big della musica facevano a gara per entrare nella sua agenzia. Anche loro non erano apostoli, erano soltanto molto bravi, o considerati tali, e perciò in grado di farsi strapagare; poi l'agente provvedeva a fargli pagare meno tasse, a causa della sua vantaggiosa residenza fiscale.

 Quando l'agente venne smascherato e trattato per quel che era, si  mise ad organizzare festival o manifestazioni 'chiavi in mano', per le quali offriva i suoi musicisti, l'idea, il programma della serata ecc... Ricordiamo uno spettacolo , davvero scandaloso, da lui proposto alle Terme di Caracalla, con l'Opera di Roma, e che aveva a soggetto forse Cristoforo Colombo. 'Una cagata pazzesca', avrebbe detto Paolo Villaggio, alla quale assistettero anche notabili del mondo politico ( gli stessi che ancora oggi sperano di nascondere i loro panni sporchi facendosi vedere in giro in circostanze più accettabili!Non facciamo nomi).

Di quell'agente, un lupo ammantato da agnello, avevano bisogno soprattutto i provinciali, i quali erano disposti a pagare per  figurare. Ed anche questo contribuì a far lievitare i cachets. Senonché ad un certo punto la situazione divenne troppo scandalosa e l'agente a gambe levate dovette riparare nella sua residenza fiscale. Non che sia del tutto sparito, perchè anche oggi c'è chi ha bisogno di lui, magari solo per farsi bello con nomi altisonanti, strapagati, ma al suo strapotere si mise un freno.

Oggi, nella musica, ci sono ancora agenti come quello di cui vi stiamo parlando? Certo che ve ne sono. Uno soprattutto, americano, con rappresentanze ovunque, che ha nella sua agenzia molti big che molla con altri (comprimari) con la formula: 'prendere o lasciare '. E, come quell'agente, organizza tournée internazionali e pure manifestazioni singole e interi festival. Perchè  anche l'agente americano, come quello monegasco, tiene a dire che lui fa quel lavoro per amore della musica, essendo stato anche lui musicista (come quello monegasco), poi costrettovi dalle circostanze della vita. Noi,, naturalmente apparteniamo a quella sparuta schiera di cronisti che non ha mai creduto ad una sola parola dell'uno e dell'altro.

In Rai la musica non cambia. Vi sono due , massimo tre agenti che fanno in tutte le reti televisive e nelle fiction il buono e cattivo tempo. Hanno nelle loro agenzie alcuni big, molti comprimari, gruppi di autori, e sono titolari anche di case di produzione, con quote riservate anche alle loro galline dalle uova d'oro, che si fanno pagare due o tre volte i loro prodotti.

 In questi giorni se ne parla per il programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa, passato dalla terza alla rima rete della Rai, per il quale un agente fornisce conduttore, partecipanti, autori, produzione, format...Che altro?

Un parlamentare del PD, segretario della Commissione di Vigilanza Rai, che parla più spesso a sproposito, una volta che ha detto una cosa giusta è stato messo in minoranza. Aveva proposto un 'ATTO DI INDIRIZZO' per mettere fine a tutte queste anomalie ed allo strapotere , in generale, degli agenti; glielo hanno bocciato, anche quelli del suo partito, per bocca di Giacomelli, ed anche perchè se fosse stato approvato, il programma di Fazio non sarebbe potuto andare in onda, perchè contravveniva a tutte le regole, a cominciare dal cachet del conduttore-autore-proprietario del format e produttore.

Ora una domanda sorge spontanea, come direbbe Antonio Lubrano: perchè lo strapotere di pochi  esterni nell'azienda culturale più importante del paese? La risposta non può che essere una, assai simile a quella che ci si dava all'epoca  per l'agente monegasco. La pochezza dei dirigenti, la loro pigrizia, il dispregio totale delle intelligenze e forze che lavorano in Rai ed il sospetto - come ai tempi del nostro agente - che vi sia anche dell'altro, che forse non si vuole far venire alla luce.
 Per queste ragioni il codice di comportamento formulato e proposto da Anzaldi non verrà mai approvato.  Fino al prossimo caso o scandalo; e comunque non prima di quattro anni, quando 'Fabbio' ha promesso che si ritirerà a coltivare i campi.

lunedì 26 giugno 2017

Fabio Fazio ed altri (Giletti) disastri Rai

Alla fine l'ha spuntata Fabbio con Rai 1, e non perché avesse un contratto alternativo, già in tasca, con La 7 di Cairo -  passaggio smentito all'indomani di alcune rivelazioni giornalistiche evidentemente errate. Come altre volte il noto presentatore/ artista - anch'egli non giornalista, come  Vespa che ha con la Rai un contratto da esterno ma come artista -   ha sventolato sotto il naso dei dirigenti Rai la minaccia della sua uscita e i dirigenti, capitani coraggiosi, hanno accolto le richieste del presentatore genovese che adesso dopo il lauto compenso raggiunto non potrà più addurre a giustificazione delle sue giacchettelle cortine da ragazzo, la mancanza di soli. Almeno quelle se le faccia allungare, perchè ora chi crederà più al Fabbio bohémien e controcorrente che anche quelle giacchettele vorrebbero inculcare?

Ma che cosa chiedeva di così importante Fabbio alla Rai per restare? Semplicemente che non toccassero il suo cachet. E che, di conseguenza, non lo considerassero solo un costo, che poi è. E, difatti, il suo cachet non solo non è stato ritoccato ma glielo hanno anche aumentato, perché Fabbio è una ricchezza che non si poteva cedere ad altri e che ora, passando a Rai 1, farà aumentare anche le entrate pubblicitarie  legate al suo programma, che si sdoppierà: oltre la domenica, avrà una coda il lunedì. Intanto sappiamo dell'aumento del suo cachet e degli altri costi della sua trasmissione: complessivamente il doppio del suo cachet.  Dell'aumento delle entrate pubblicitarie  se ne potrà parlare solo in futuro. Tutto questo hanno detto a giustificazione del nuovo contratto al presentatore, il direttore generale e  la presidente Rai.

I dirigenti per dimostrare che cosa può fare Fabbio, e di conseguenza la ragione principale per cui  se lo sono tenuti stretto e gli hanno anche aumentato il compenso, hanno tirato fuori l'ultima puntata della sua trasmissione, nella quale ha ospitato Fiorello, il vero asso della televisione che quella sera ha fatto faville. Fiorello, non Fazio. Tanto valeva convincere Fiorello, facendogli superare la sua  ben nota pigrizia, magari facendogli sentire il profumo dei soldi al quale tutti, Fiorello compreso,  si mostrano sensibili.
 Fabbio , infine, non si tocca , per gli alti ascolti che faceva. intorno ai 3.000.000 di telespettatori. Ora dovrà cambiare anche registro perché il pubblico di Rai 1 non è quello di Rai 3, e si dovrà vedere come reagirà alle sue nuove proposte.

 Ma allora, se uno fa ogni domenica, in una fascia oraria diversa, e su Rai 1, 4.000.000 circa di telespettatori , e  costa 1/5 di quel che costa Fabbio, questi è da cambiare, anzi il suo programma da annullare, come nel caso dell'Arena di Giletti, in difesa del quale è scesa in campo unanime tutta la destra, dai consiglieri Rai ai partiti e altri?

La sua 'Arena' del primo pomeriggio domenicale di Rai 1 non c'è nel palinsesto della prossima stagione, anche se nella passata faceva intorno ai 4.000.000 di telespettatori ogni volta. Era una ampia finestra politica e di costume del lungo pomeriggio domenicale che ora sarà tutto nelle mani di Cristina Gori, in arte Cristina Parodi, nonostante quel suo tragico scivolone dell 'intervista all'imbroglione, presentato come martire ed eroe ( nato donna in un corpo di uomo; meglio: farabutto in un corpo umano, ora indagato!) del quale tutti i giornali hanno scritto chiedendo per Lei e la sua redazione ( la vita in diretta) una ammonizione pubblica,  che non c'è stata; come l'ha avuta, in questa stagione,  la signora Presta, in arte Paola Perego, che ora, dopo un periodo di quarantena, torna vittoriosa in Rai. La Parodi non solo non è mai uscita ma regna sovrana, la signora Gori.

Dell'Arena demagogica e populista e della 'spalla' leccatissima del presentatore,  s'è detto tante volte, ma al pubblico evidentemente quella fossa dei leoni, talvolta con  gli artigli limati, piaceva. Ora Rai 1 l'ha tolta dal palinsesto; ma per quali ragioni, e tutte opposte a quelle per cui ha fatto il nuovo contratto a Fabbio?

Ragioni 'editoriali': la domenica non si vuole turbare l'aria serena e familiare del pubblico di Rai 1. Ma se a 4.000.000 circa quell'aria un pò turbata  piaceva, perché privarli? Scelte editoriali.

Si potrebbero tirare le somme facendo i conti della serva: Fabbio è una  ricchezza della Rai con i suoi 3.000.000 circa di telespettatori e le sue classiche giacchettelle; Giletti col ciuffo, più bellocccio e le giacche a lunghezza normale, con i suoi 4.000.000 circa di telespettatori che cosa è? Troppi spettatori sono ingombranti?
Fabbio  è riuscito a farsi dare da Rai 1, 2.800.000 Euro a stagione, per quattro stagioni consecutive. 12.000.000 di Euro ( oltre una ventina di miliardi di lire, lira più lira meno)  e resta per la Rai una ricchezza - ma non dimentichiamoci anche che è prima di tutto un costo; Giletti con i suoi 500.000 Euro circa di compenso non è una ricchezza che va tutelata quanto Fabbio, che va tutelato più di Giletti, perché lui è più ricco di Giletti.

Si potrebbe aggiungere, per finire, che Fabbio nell'ottenere soldi, anche senza far nulla, è maestro. Si possono dimenticare i quasi venti miliardi di lire, o forse anche più, forse 28 addirittura, che riuscì a farsi dare dai precedenti proprietari dell'attuale La 7,  quando interruppero un contratto ancor prima che il Fabbio cominciasse a lavorarvi. Bravo, no? Ed è forse questa la ragione per cui Cairo ha subito messo le mani avanti: con noi non c'era neanche un 'pour parler'.

mercoledì 17 maggio 2017

'Arena' di Rai 1. Giuseppe Pennisi, che credeva di andare a farsi sbranare nella fosse dei leoni, è stato beccato da tre galline ed un galletto

Che quella di domenica scorsa, all'ultima puntata, più che un'Arena (  con Giletti, su Rai 1) fosse un pollaio, con tutte le caratteristiche conseguenti, non è una valutazione nostra,  bensì di una delle partecipanti che tale l'ha definito: la Meloni,  in compagnia ( buona) della Costamagna e Morani, agli ordini del galletto Giletti, che le aveva invitate, con sensibilità sopraffina, anche per festeggiare la 'festa delle mamme', ma chioccie.

A  Giuseppe Pennisi, che credeva di recarsi nella fosse dei leoni, mettendo in conto che avrebbero potuto sbranarlo ed invece è stato beccato da tre 'galline' ( definizione Meloni), chi glielo ha fatto fare a sacrificarsi in difesa del CNEL, ormai per tutti INDIFENDIBILE, lui che è economista di professione, critico musicale per passione, che gira i teatri italiani come una trottola,  ed è  per questo già molto occupato?
 E'  voluto andare, naturalmente invitato da Giletti, a spiegare in tv, il CNEL,  di cui è consigliere,  i suoi compiti di organo costituzionale di un certo rilievo - almeno così dovrebbe essere - al pari della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato e del CSM.

Vero è che negli ultimissimi anni,  dietro la spinta  della rottamazione renziana, il CNEL è stato praticamente inattivo senza che l'amministrazione statale ne avesse a soffrire, come del resto, negli anni in cui agiva, senza mai trarne vantaggi rilevanti da esso. Dunque aveva detto Renzi, aboliamolo. E tutti erano d'accordo con lui. Solo che, improvvidamente, il rottamatore l'aveva inserito fra le materie del referendum, per il quale ha ricevuto una sonora bocciatura popolare.

Ora il CNEL riprende il suo, agli occhi di tutti inutile, cammino in mare aperto, incurante delle tempeste che sicuramente  si scateneranno. E che anzi hanno già scatenato, la nomina di Treu a nuovo Presidente e la richiesta del rimborso delle spese - già molto ridotte - col governo Renzi, per i consiglieri.

La Morani - che parla non solo a nome, ma come fosse Renzi, ma più bella di Renzi - ha invitato il consigliere Pennisi a lavorare gratis, proprio come farà Treu (che al CNEL non credeva, tanto è vero che ha votato Si al referendum); e Giletti alla giusta richiesta dei rimborsi, ha risposto da galletto accigliato (finto), chiedendo al professore se sia mai andato in una periferia a vedere le condizioni di chi ci abita. Come se lui Giletti fosse di casa nelle periferie e dunque conoscesse bene le condizioni degli abitanti.

Naturalmente non ha mancato di far sentire la sua voce stridula la  consueta 'spalla' di Giletti, il ricercatore ingelatinato, le cui competenze per quanto ci siamo scervellati, non ci è riuscito di capire.
 Alla fine Pennisi, beccato contemporaneamente dalle tre galline- la definizione è sempre della Meloni - e dal galletto, se ne è andato, infastidito, senza   aver potuto parlare tranquillamente sul CNEL, esprimendo le sue ragioni.

Giletti aveva colto l'indicazione per il dibattito,  anzi per il 'beccaggio', da un'articolo del Corriere, letto la mattina in  fretta, dove si dava notizia della richiesta dei rimborsi venuta da una riunione informale dei consiglieri del CNEL. E aveva, moralizzando, detto, con l'indice puntato verso il potevo Pennisi: sempre di soldi parliamo.
Ma si è sbilanciato TROPPO Giletti. Ha fatto finta di non aver letto - ma noi invece sì che l'abbiamo letto e con noi tanti altri -  la pagina a fronte del medesimo Corriere, nello stesso giorno di domenica, dove di altri emolumenti, di ben altre proporzioni si parlava; altro che 'rimborsi spese'. Dei compensi  cioè di Giletti e degli altri galletti, Fazio a guidare la fila, che minacciano di lasciare il pollaio di 'mamma Rai' se qualcuno si azzarda a toccarli( i soldi loro).
 L'anno prossimo alla nuova Arena, senza Giletti,  inviteranno il galletto 'moralizzatore' a spiegare come si vive nel pollaio del vicino, in quali condizioni. e con  quale mangime.

mercoledì 3 maggio 2017

La linguistica, con le sue nuove tecniche, entra in tv, dove non dicono più 'OENNEGI' , ma 'ONG'

Se uno ha figli e nipoti che frequentano le scuole primarie si rende conto che la maniera con cui un tempo si  cantava l'alfabeto è oggi cambiata. Oggi  a scuola insegnano che non si dice più a,bi,ci di ecc..., bensì a,b,c,d, e via dicendo.
Di questa tecnica linguistica - che serve nel caso dei bambini per non creare loro problemi quando le consonanti si accompagnano a delle vocali - si sono avvalsi in questi giorni anche le tv- non si deve più dire  'tivvu' - nei telegiornali, perché abbiamo ascoltato per la seconda volta, consecutiva, un giornalista del TG5 ed una del TG1 dire le 'ong' e non le 'oennegi', come si diceva un tempo , alla scuola primaria.
 Chissà cosa ne pensa il prof. Sabatini che il sabato mattina interviene in tv (non 'tivvu'), Rai 1, acutissimo presidente dell'Accademia della Crusca che ai mutamenti linguistici è sempre attento. Prof. Sabatini chiarisca la pronuncia a scuola e fuori di scuola: quella per bambini e per adulti, se differenza deve esserci.
 Deve farlo con tutta la sua autorità, altrimenti si rischia di mettere in serio imbarazzo i mezzibusti televisivi, d'ora in avanti, quando devono citar  la sigla del più grande sindacato italiano, la CIGIELLE. Ci dica come va pronunciato? CGIL?

martedì 2 maggio 2017

Se la Rai si fa male da sola

 Qualche giorno fa nella stessa fascia oraria in cui andava in onda 'Ballando' su Rai 1, Rai 5 trasmetteva  uno spettacolo di balletto con Roberto Bolle? Bolle non si poteva spostare in un canale televisivo che ha la programmazione abbastanza ballerina? O Rai 5 ha lanciato un siluro contro Rai 1, sapendo bene che tale siluro avrebbe danneggiato  anche il mittente.
 E poi, la mattina quando la Rai segnala i programmi della giornata, perchè si ferma a Rai 4? Rai 5 ancora non è ancora considerata frale reti Rai, seppure di nicchia?

domenica 5 febbraio 2017

Radio 3 o dell'incoscienza

Ci eravamo sintonizzati su Radio 3, per caso, mentre guidavamo in macchina, ed abbiamo ascoltato il racconto guida della città di Assisi, che per tante ragioni ci interessava. Chi fosse la guida non ricordiamo, anzi non l'abbiamo capito.  Il nostro Virgilio, meno saggio di quello dantesco, ci ha raccontato delle due colline sulle quali sorge la cittadina di san Francesco.
Quella più alta, centrale, che reca ancora i segni  della sua 'romanità', quella più bassa e quasi  ai limiti dei confini cittadini, quella su cui sorge il complesso monumentale francescano. basilica inferiore, la prima ad essere costruita sulla tomba del santo, quella superiore con i magnifici affreschi di Giotto.

Abbiamo seguito il racconto perché ci era parso di tornare a vivere ad Assisi, come ci capitò all'inizio degli anni Ottanta, quando seguimmo per oltre un mese, lo svolgimento del Festival 'Festa Musica Pro' inventato da  Giuseppe Juhar, un ungherese dai grandi ideali  ma dalla molta confusione.
 Ad Assisi - e questo aumentava la nostra curiosità - fino a qualche anno fa, ci siamo tornati tante volte, per seguire il 'Concerto di Natale', trasmesso da Rai 1 il giorno di Natale, per il quale scrivevamo, per conto della Rai, i testi per lo speacker.
Lo abbiamo fatto per tanti anni, fino a quando il vendicatore solitario Michele dall'Ongaro, allora sovrintendente dell'Orchestra Rai, protagonista del concerto natalizio, interruppe quella nostra collaborazione. Va detto, per inciso, che la vendetta dall'Ongaro l'andò maturando per anni prima di attuarla, da quando ci trascinò in tribunale querelandoci  a causa di un articolo che noi avevamo scritto su Music@, relativamente al suo incarico proprio su Radio 3 (responsabile della musica per la rete) che lui ritenne diffamatorio della sua onorabilità. Quella causa, va anche detto, per completezza, lui l'ha persa ma quell'incarico, come anche un altro che pure tentò di toglierci, non ci è stato più restituito, nè noi gli abbiamo chiesto i danni- ed avremmo potuto.

Torniamo all'oggi. Il nostro narratore assisiano - ma che di Assisi non era - non poteva non accennare al terremoto che nel 1997 minò duramente la basilica superiore, ricostruita, affreschi compresi, per quanto possibile al meglio. Il discorso su quel terremoto era ormai terminato, quando senza nessun annuncio, Radio 3 trasmette la sigla del Giornale radio e comunica la notizia di una serie di scosse ecc... altra sigla e secondo annuncio di scosse, danni e crolli.
Una persona normale cosa pensa se non ha ascoltato nessun annuncio che precedeva l'ascolto dei fatti di quel terremoto di vent'anni fa? Pensa subito che si tratti del terremoto presente che ancora non accenna a diminuire, seminando ogni giorno panico.
 Ora la registrazione del programma è certamente avvenuta in tempi recenti, a terremoto dell'anno scorso e di oggi, già avvenuto. Non poteva l'incosciente Virgilio assisiano intervenire con una semplice frase per dirci: ascoltate come fu annunciato allora il terremoto? Oppure cancellare del tutto quell'intervento ora inutile ed anche dannoso, capace di aggiungere  panico a panico?

domenica 1 gennaio 2017

G(h)iro, il famoso parlamentare, dorme tutto l'anno poi si sveglia e spara una sciocchezza

Noi, come sa  chi segue ogni giorno questo nostro giornalino elettronico, non siamo stati teneri con il Concerto di capodanno da Venezia degli ultimi tempi e del quale oggi attendiamo i risultati di ascolto, per ragione che abbiamo più volte esposte.
 Ma da sempre - e non perché ce ne siamo occupati direttamente in qualche modo, per conto della Rai- lo abbiamo difeso contro i suoi detrattori, nostalgici di Vienna. Anche contro il 'cinguettante' Giancarlo Leone, all'epoca della sua direzione di Rai 1 che lo trasmette, e che appena giunto sulla tolda di comando, 'cinguettando' con gli altri passerottini della rete, faceva intravedere che si poteva tornare nuovamente a Vienna su Rai 1, all'ora in cui da quattordici anni viene trasmesso il Concerto dalla Fenice. Si trattava di passerottini che mostravano di amare, più del proprio, il nido dei vicini .

Va ribadito che a Capodanno, da quando c'è Venezia, la Rai trasmette non uno ma ben due concerti, e quello viennese non è stato cancellato bensì spostato di orario e di rete. Ma ai passerottini amanti di Vienna, anche quel semplice spostamento non andava giù, e a nulla serviva la considerazione che Venezia riscopriva, nella forma più popolare delle 'arie più conosciute ed amate', la grande tradizione del melodramma ben più radicato in Italia dei valzer e delle danze viennesi che una lunga consuetudine avevano associato anche da noi al Capodanno, sebbene essi siano estranei alla nostra cultura.
 Negli anni abbiamo anche sempre sostenuto, a ragione, che la musica che si faceva a Venezia era di qualità di gran lunga superiore a quella viennese - valzer ed altre danze in tutte le salse, anche un pò noiosetti, se vogliamo - perchè attingeva a quella miniera di capolavori che è il nostro melodramma. Punto.

Sulla superiorità dell'Orchestra viennese, non sprechiamo neanche una parola perché non ve ne è  bisogno. Ed anche perché la grande platea televisiva non tiene acceso il suo apparecchio domestico perché c'è tizio, caio o sempronio che dirige o perché suona questa o quell'orchestra. La platea televisiva vuole ascoltare quello che si suona, è felice e segue con interesse, se ciò che ascolta gli è già arcinoto e non richiede molto impegno - come appunto un concerto nel giorno di festa all'ora di pranzo. Quel concerto non deve essere una 'lezione' sul melodramma' ma un tentativo di familiarizzare di nuovo il nostro paese con una musica che conosce da sempre, canta o cantichia,  e porta nel suo dna.

Queste cose le andiamo ripetendo da molti anni,  e le abbiamo fatto valere sia quando avevamo una certa responsabilità nella formulazione del programma veneziano, sia ora, quando quella responsabilità non l'abbiamo più,  ma le vediamo  trascurate, perché ne siamo fermamente convinti.

 Perciò, le  ribadiamo anche oggi, quando 'Il fatto quotidiano.it' fresco di giornata, ci riporta una  insulsa dichiarazione del parlamentare Giro.   Un tempo egli girava anche dalle parti del Ministero dell'Istruzione o di quello della Cultura, senza avervi mai lasciato traccia nè nell'uno nè nell'altro, perchè, secondo  noi, si è sempre 'riposato', e bene ha fatto, se poi quando si sveglia dal lungo letargo dice quel che ha detto al 'Fatto'. Cosa ha detto? ha detto che: l'anno prossimo. basta con Venezia. A Vienna - ha proseguito- dirige il m. Muti e sarebbe ora e l'occasione giusta per tornare a Vienna.

Bravo G(h)iro! Dove era quando il m. Muti usciva non  certo fra due ali di folla plaudente dalla Scala, e quando a Roma i suoi compagni di partito - se lo ricorda Mollicone - gli negava la cittadinanza romana, e quando ancora Muti lasciava l'opera di Roma?  Lei si giustificherebbe  dicendo 'ghiravo'; bene continui a farlo.
Perchè il Concerto di Capodanno 'italiano' da Venezia, con opportuni aggiustamenti  - come andiamo dicendo e ripetendo in relazione alle ultime edizioni ed abbiamo detto e ripetuto anche ieri - è bene che resti, perchè  è il 'made in Italy' della musica, apprezzato in tutto il mondo, tranne che da dal nostro G(h)iro. Buon risposo e sogni d'oro.

P.S. Perchè il 'Fatto quotidiano' va a svegliare chi dorme? non poteva lasciarlo dormire? Fuor di metafora: perchè sposa certe cause assurde ed autolesioniste? Forse che anche il suo direttore, Peter Gomez, appartiene a quella sparuta schiera di nostalgici di Vienna, in disprezzo del nostro melodramma? E tutto per un  semplice cambio di rete televisiva e di orario?

domenica 25 dicembre 2016

Il segreto di Stradivari può distruggere i suoi preziosissimi strumenti

Ascoltando il Concerto di Natale da Assisi su Rai 1 - al quale partecipava un giovane ma aitante violinista cinese - nel presentare l'Adagio dal Concerto di Mozart ( K 216, in sol maggiore) lo speaker annunciava testualmente: 'il suono del meraviglioso Stradivari sulle note di Mozart'. Insomma il suono del meraviglioso strumento veniva prima della musica che stava per eseguire. Ma se a posto dei grandi compositori la musica dell'epoca di Stradivari fosse stata 'fin che la barca va' e via cantando, il celebre liutaio avrebbe sentito l'urgenza di perfezionare i suoi strumenti? Tanto strumento per nulla?
Forse no, e per questo la musica di Mozart andava preposta al pregio dello strumento impiegatovi per suonarla. Questo andrebbe detto all'autore di questi testi, al quale abbiamo già fatto notare che l'accenno alla teoria di Paul Klee era veramente fuori posto.

Tornando a Stradivari, è di pochi giorni fa la notizia che uno studioso dell'estremo oriente, che aveva già sottoposto gli strumenti del celebre liutaio ma anche quelli di altri di quella straordinaria stagione della liuteria italiana, ha trovato che il segreto del liutaio non era la vernice, bensì una particolare 'stagione' del legno, una sua particolare stagionatura ed anche alcuni elementi  chimici che dovevano servire a preservare il legno da tutti i parassiti che ne avrebbero potuto minare la compattezza, la stabilità, l'elasticità che sono alla base della meravigliosa resa sonora.
 Quello stesso studioso, pagato forse da qualche liutaio, altrettanto bravo ma non come Stradivari, ha detto che alcuni anni fa ha fatto suonare alcuni strumenti, fra cui anche Stradivari, a violinisti professionisti, e che fra tutti quei violinisti hanno attribuito la palma  di migliore strumento, ad uno dell'Ottocento o giù di lì, a dimostrazione che anche dopo Stradivari si sono costruiti strumenti eccellenti. Dunque... il mito Stradivari va ridimensionato, e il suo segreto è come il segreto di Pulcinella, semplicemente perché non esiste?

Soltanto questo voleva dirci lo studioso giapponese? Non solo. Ci ha detto anche - ed è la prima volta che si accenna a questo che potrebbe essere un serio problema - che quegli agenti chimici, da lui scoperti ed individuati, che Stradivari usava sul legno per preservarlo e conservarlo, potrebbero essere, tragicamente, causa della loro rovina. Insomma quegli agenti, con gli anni, distruggerebbero il legno, facendo ciò che nel tempo non hanno fatto tarli e funghi, che Stradivari intendeva neutralizzare.

E adesso che facciamo? Siccome non siamo riusciti a scoprire quale è il segreto della 'vita'
(eccellenza) di questi strumenti, annunciamo il pericolo della loro possibile prossima distruzione? Non potrebbe lo studioso giapponese  essere processato per 'turbativa del mercato'? Immaginiamo che tutti quelli che possiedono uno Stradivari, che hanno pagato profumatamente, sopra il milione di Euro, alla tragica prospettiva avanzata dallo studioso giapponese, si facciano prendere dal panico e tentino di vendere, rivendere, anzi svendere i loro strumenti. Che ne sarebbe del mercato internazionale della liuteria storica? Salirebbero le quotazioni di strumenti più recenti, magari anche pregevoli, e  gli Stradivari finirebbero nei Musei, guardati a vista ma intangibili?
 Sarebbe veramente una fine ingloriosa per strumenti che valgono più della musica che eseguono - secondo il pensiero recondito dell'autore dei testi del Concerto di Natale da Assisi.

domenica 11 dicembre 2016

Finalmente conosciamo le sorelle Parodi. All'Arena di Rai 1

Giletti ha invitato nel suo salotto televisivo domenicale - L'Arena di Rai 1 - le sorelle Parodi, la presentatrice e la cuoca. Per farcele conoscere. Non ha trovato altre donne da invitare per  farsi raccontare la loro storia. Le due sorelle erano le uniche che Giletti ha incontrato per strada, tutte le altre erano impegnate in qualche lavoro, e perciò ha invitato le sorelle Parodi.

 Per l'addobbo del  suo salotto pomeridiano domenicale, la D'Urso è stata più fortunata di Giletti. Anche lei è scesa in strada per trovare comparse con cui passare il pomeriggio ed ha trovato un manipolo di lavandaie. Tutte invitate.