Visualizzazione post con etichetta teatro la fenice. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teatro la fenice. Mostra tutti i post

martedì 26 giugno 2018

Quanta stupida inutile finzione nell'intervista a Giorgio Battistelli che torna alla Fenice con l'opera 'Riccardo III'

Enrico Parola, si chiama così, il giornalista che sul Corriere di oggi presenta l'opera Riccardo III, da Shakespeare che debutta alla Fenice, intervistando l'autore, Giorgio Battistelli, il quale colpisce per la sua ipocrisia, quando dice che  si è sentito chiamare al telefono dal sovrintendente della Fenice Fortunato Ortombina che, avendo appena letto al pianoforte la sua opera, gli annunciava che voleva rappresentarla a Venezia. Come  è possibile che un sovrintendente conosca la musica - si è detto il compositore, al quale per qualche attimo è sembrato di trovarsi in un altro paese, dove forse  è ancora possibile che un musicista guidi un teatro?

 Cominciamo col dire che Battistelli e Ortombina si conoscono, dunque Battstselli non finga di cadere dalle nuvole. E lo conosce da tempo, perchè per molti anni Ortombina, diplomato in trombone e laureato con una  tesi sul teatro verdiano, è stato direttore artistico del teatro veneziano. E non solo lo conosce, ma lo conosce bene, perchè già nella passata stagione quello stesso Ortombina che ora da direttore artistico è passato  ad essere anche sovrintendente, ha già ospitato una sua precedente opera, Il medico dei pazzi, al Teatro Malibran.

 Ma aggiungiamo che Battistelli conosce Ortombina anche da prima. Lo sappiamo con certezza. Almeno dal 2014 perchè per il Capodanno del 2015(l'anno dell'Expo milanese), in occasione dell'omonimo concerto trasmesso in diretta da Rai 1,  per il quale concerto noi  avevamo, fin dalla prima edizione, una consulenza artistica per conto della Rai. Ortombina e l'allora sovrintendente Chiarot, ci proposero di aprire il programma con un brano appositamente commissionato a Battistelli, dal titolo EXPO. Noi ci opponemmo al suo inserimento nel programma, perchè lo giudicammo inopportuno in apertua di concerto - avrebbe disorientato gli ascoltatori in teatro e i telespettatori, ai quali principlamente il concerto si rivolgeva -  e il brano, che non abbiamo mai saputo se Battistelli lo avesse già scritto o lo avrebbe scritto, non fu inserito nel programma. E quella fu la ragione principale per cui la nostra consulenza per quel concerto, dopo un decennio di grandi successi, cessò.

Forse le due opere di questi anni recenti potrebbero essere state una sorta di risarcimento per quell'intoppo, o forse frutto di altri  intrecci che non conosciamo nè ci interessa conoscere.
Dunque almeno da allora, se non da prima, visto che Ortombina prima della Fenice lavorava nella segreteria artistica della Scala, i due si conoscono e Battistelli sa bene che Ortombina è un musicista diplomato e che solo dopo l'andata di Chiarot, a Firenze ( un feudo di Battistelli), ha assunto anche l'incarico di sovrintendente.

 Riccardo III di Battistelli commissionato 13 anni fa dall'Opera olandese, approda in laguna nello stesso allestimento del debutto, con la regia di Carsen. La ragione di tanta attesa italiana, mentre l'opera pare sia stata ripresa altrove, è  forse da ricercare nell'organico vocale assi vasto ed anche nella sua durata, due ore e mezzo circa di musica.

 Qualunque teatro ci penserebbe due volte prima di mettere in scena un'opera così impegnativa senza poterne preventivare l'esito, commisurato allo sforzo produttivo. D'alto canto, per l'opera contemporanea in Italia, non si può neanche dire che  un eventuale suo taglio 'cameristico' ne possa favorire l'esito positivo ed il suo regolare approdo nei teatri. In generale, se non fosse per certi parametri  premiali ministeriali, ben pochi teatri scommetterebbero un solo Euro su di un'opera nuova.

Concludendo,  Battistelli conosce l'Ortombina direttore artistico ed ora anche sovrintendente, da molti anni, e dunque non faccia il finto tonto, dicendosi meravigliato che un sovrintendente gli parli di musica e non di budget.

giovedì 21 dicembre 2017

A proposito dello 'Chénier' su Rai 1, a Sant'Ambrogio, interviene il 7 del Corriere della Sera

Ieri, su 7- settimanale del 'Corriere', diretto da Severgnini - è intervenuto Matteo Persivale ("che, per la prima volta , scrive di televisione", sottolinea il settimanale) per parlare della 'prima' scaligera di quest'anno, trasmessa in diretta su Rai 1, che ha avuto un buon ascolto, sopra i 2.000.000 di telespettatori - 600.000 in meno rispetto allo scorso anno quando il titolo era più popolare - ma comunque  un ascolto che incoraggia a proseguire.
 Contento il direttore generale, scrive Persivale, contento Teodoli, direttore di Rai 1, contenta Calandrelli, direttora di Rai Cultura, dalle cui sinergie tecniche  e artistiche  è scaturita la diretta.

 Dunque tutti contenti? Sì e no. La Rai non si può ricordarsi dell'opera solo una volta l'anno e per il resto considerarla una penitenza alla quale non vale la pena sottoporre i poveri telespettatori. Poveri un corno. Tutto il mondo ci invidia l'opera che noi italiani abbiamo inventato agli inizi del Seicento; tutto il mondo  l'apprezza al punto da frequentare i nostri teatri come facciamo  noi, ma più pigramente, tutte le televisioni la trasmettono REGOLARMENTE, l'Italia no. L'anacronismo sta proprio qui, e non viene cancellato dalla diretta televisiva in occasione dell'inaugurazione di stagione alla Scala.

 Teodoli, più di Orfeo, sa bene che anni fa, ormai quindici, esisteva una bella trasmissione, All'Opera!, trasmessa d'estate, per sei anni consecutivi da Rai 1 in seconda serata, in cicli di dieci titoli per volta, che teneva viva la tradizione del melodramma in Italia. Con la partecipazione di Antonio Lubrano, faceva buoni ascolti, ma mentre interessava al pubblico televisivo  alla dirigenza Rai non interessava neanche un pò, così che alle prime obiezioni ha preferito cancellarla, fra mille proteste e con la promessa che sarebbe tornata. Promessa ovviamente non mantenuta.

E' chiaro che una rondine - la prima scaligera - non fa primavera neanche nel settore del melodramma. E allora che fare?

La Rai si può impegnare ad essere più sollecita e presente nel riprendere e mandare in onda altri spettacoli d'opera? Non pare;  ma se, invece, ci sbagliamo, ci faccia sapere i suoi programmi 'operistici' futuri, per lo meno quelli della stagione corrente ed estiva, quando l'Italia pullula di festival anche operistici.

Ma per non far dire, a seguito di eventuali risultati poco lusinghieri, ai dirigenti Rai che 'l'opera non si addice alla tv', come sosteneva anche quel sapientone di Guglielmi, iscritto di diritto al club degli analfabeti musicali, bisogna che Rai e Rai Cultura cui sono demandate alcune decisioni in proposito, si diano da fare.

Rai Cultura deve acquisire COMPETENZA e AUTOREVOLEZZA- che evidentemente ancora non ha - per trattare con le istituzioni musicali in Italia, con le quali deve poter concordare i titoli da riprendere e trasmettere.  Anche Persivale insiste sull'argomento. Non si possono trasmettere titoli sconosciuti che potrebbero far desistere per l'ennesima sciagurata volta la Rai dal  trasmetterli. Insomma Rai Cultura deve andare a dire a brutto muso alla Scala. l'Attila di Verdi ( programmato per la prossima inaugurazione)  non fa per noi. Volete fare Attila, nessuno ve lo proibisce, ma per carità programmatelo in altra data ( Noi questo l'abbiamo scritto su questo blog, già molti giorni fa!)

 Per fare questo Rai Cultura e Rai 1  deve poter trattare con le istituzioni. Un esempio. per una decina di anni e passa, noi, per conto della Rai, abbiamo seguito la formulazione del programma del Concerto di capodanno dalla Fenice (vi abbiamo raccontato tante volte questa storia, finita senza una ragione plausibile, col risultato che i telespettatori, nel giro di tre anni sono crollati di quasi 800.000). Teodoli conosce bene questa storia perché l'ha vissuta direttamente ed anche in loco tutti questi anni!

Negli anni in  oggetto abbiamo fatto una fatica del diavolo per convincere il direttore artistico e sovrintendente del teatro veneziano che certi titoli di quel programma non andavano bene, per un concerto trasmesso in tv, all'ora di pranzo, in un giorno di festa. Più o meno, ma sempre on grande fatica, ci siamo riusciti. Quando abbiamo abbandonato quell'impegno, la direzione artistica del teatro s'è data a programmare titoli assolutamente inadatti; e il risultato dell'Auditel , prevedibile, ci  ha dato ragion, come attestano gli 800.000 telespettatori in meno in soli tre anni.

 Vogliamo dire che  Rai e Rai Cultura devono  imporsi con le Istituzioni, anche con la Scala, trattando da pari, perché la trasmissione tv  comporta alcune regole e questa vanno osservate anche da chi si affaccia in tv  poche volte l'anno.

Adesso, invece, Rai e Rai Cultura vanno col cappello in mano alla Scala, o accettano senza fiatare il programma del Concerto di Capodanno della Fenice. Ma per cambiare musica deve dotarsi di consulenti  o dirigenti all'altezza, per competenza e autorevolezza. Che ora non ha. Sia chiaro non ci stiamo candidando noi. Noi siamo in età di pensione, abbiamo già dato e fatto egregiamente il nostro lavoro; ma qualche consiglio, come questo,  ancora possiamo offrirlo, augurandoci che il destinatario ne faccia tesoro.

venerdì 8 dicembre 2017

Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala

Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano,  musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era  Riccardo Chailly.

Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio -  modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.

Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.

La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei  all'opera non ci va, ma che ha semplicemente  risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in  diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno,  di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e  numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del  'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di  2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico),  e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo. 

A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni  oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e  faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.

Questa mattina conosceremo anche il  verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai,  'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura  spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione  e costanza richiederebbero.

 Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni  di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra  di Rossini.

In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche,  ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni  propongono un centinaio di titoli. Dunque  nel giro di una decina di anni  ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE,  presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.

 Così facendo  terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E  tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con  Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.


mercoledì 22 novembre 2017

I giornali tengono molto alla musica. Basta pagarli. E l'Associazione nazionale critici musicali tace

Nel giro di un paio di giorni sono apparse sui due principali quotidiani quattro pagine,  tutte dedicate alla musica, due per testata. Ci raccontavano della nuova stagione del Teatro La Fenice che si inaugura con Ballo in Maschera di Verdi, diretto da Chung che nel Teatro veneziano sta diventando una presenza costante e per il quale non ci meraviglieremmo se  a breve ci venisse comunicato ufficialmente che ha assunto l'incarico di 'direttore musicale' - come lasciavano intendere le dichiarazioni programmatiche del nuovo sovrintendente, Fortunato Ortombina - che di nuovo non ha nulla pecrhè sta alla Fenice da una quindicina d'anni, a fare il direttore artistico; ora  ha semplicemente  ottenuto dal sindaco  la doppia carica di sovrintendente e direttore artistico, che Brugnaro  gli ha concesso, anche perchè ha risparmiato su uno stipendio.

Il racconto in lungo e largo della stagione, le dichiarazioni di intenti del nuovo sovrintendente ( che è il vecchio direttore artistico), La Fenice l'ha ottenuti pagando sia il Corriere che Repubblica. Che hanno accettato volentieri (senza fiatare, anzi ringraziando) per la serie 'Eventi' - se lo dite voi e ci pagate, noi non abbiamo nulla in contrario. Anzi.
 Naturalmente La Fenice non è l'unico teatro italiano che ogni anno paga la sua tassa ai più importanti quotidiani italiani, sperando, supplicando che poi, nel corso della stagione, qualche altra volta i giornali la gratifichino, con un pò di attenzione. Speranza assai spesso delusa, salvo il caso in cui in quei teatri ci siano serate 'glamour' - che cosa vorrà dire non l'abbiamo mia capito - come per la Traviata all'Opera di Roma ( Traviata di Coppola e Valentino,  Verdi non contava). 

Pagate quelle pagine, raramente, nel corso della stagione, si leggerà qualcosa dei teatri pagatori. E comunque, mai a ridosso delle rappresentazioni,  anche quando  si tratta di prime assolute. Ai giornali non frega nulla, e le redazioni  attendono giorni stabiliti per fare uscire un trafiletto (il corrispettivo gratuito, delle paginate a pagamento).

 E la cosa apparirà tanto più strana a chi leggendo quelle pagine, 'avant scène' , sulle varie stagioni, s'era convinto, ogni volta, che il teatro osannato (dietro compenso, sveglia!), aveva la migliore stagione d'opera italiana; e per questo i giornali non potevano non parlarne, titolo dopo titolo.  Anche perchè le migliori firme del giornale, quelle che solitamente si limitavano a sottoscrivere trafiletti misuratissimi, in quelle pagine si erano espresse in tutta la loro bravura ma anche in tutto il loro  servilismo a  comando, dietro compenso.

In questo desolante panorama - che tante volte abbiamo denunciato - l'Associazione nazionale critici musicali tace da sempre. Si comporta come una 'venerabile confraternita', la cui appartenenza è ritenuta onorevole, non importa poi se i confratelli vengono bistrattati dai giornali.
 Certo che non si può chiedere ai singoli affiliati di muovere guerra ai rispettivi giornali; ma se una volta, tutti indistintamente gli iscritti levassero sacrosanta protesta contro il modo becero e insultante con cui la musica viene tratta dai giornali nei quali essi lavorano, ed anche loro stessi, forse tutti insieme, nessuno escluso,  potrebbero ottenere qualcosa.
 Ma fino a quando la venerabile confraternita, con il suo priore e il consiglio direttivo -  gli stessi da secoli - taceranno, conteranno zero o quasi, come si rileva  anche da molti altri elementi.

lunedì 30 ottobre 2017

Concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia in diretta su Rai 1. Primi ripensamenti, e del programma nessuna traccia

Ancora del programma del prossimo Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta su Rai 1, nessuna traccia. E siamo già a fine ottobre. Benchè ora Fortunato Ortombina, può lavorare alla scelta degli artisti ospiti ed alla formulazione del programma in piena autonomia, senza più la nostra  'vigilanza', per conto della Rai, che lui non ha mai digerito, ritenendola una intrusione irrispettosa delle sue capacità.

Ma come può nascondere a se stesso che proprio la nostra intrusione ha fatto sì che per i dieci anni in cui abbiamo avuto la corresponsabilità del programma, gli ascolti tv sono andati benissimo, sempre in crescita, lenta ma costante, mentre da quando, nel 2014, lui ha lavorato in totale autonomia, in sole tre edizioni, il concerto ha perso ben 800.000 telespettatori dei 4.400.000 circa dei nostri anni?

 E' da qualche tempo che andiamo a guardare il sito della Fenice per vedere quale programma Ortombina ha pensato per la prossima edizione del Concerto di Capodanno. Nulla, a fine ottobre, nella convinzione che lo spettatore e più ancora il telespettatore  compri a scatola chiusa' fidandosi ciecamente delle scelte del teatro che - lo ripetiamo - negli ultimi anni si sono rivelate disastrose in fatto di ascolti, a causa di programmi inadatti al tipo di concerto ed alla sua collocazione nella programmazione Rai.

Quando a giugno Chiarot, che ancora teneva il piede in due scarpe, distanti l'una dall'altra -  una a Firenze e  l'altra a Venezia - ha presentato, assieme a Ortombina, il programma della stagione ed anche i nomi degli artisti ospiti del Concerto di Capodanno 2018, ha annunciato la presenza di un terzetto niente male. Chung sul podio, e solisti  di canto Maria Agresta  e Francesco Meli.
 Poi verso la fine di ottobre già vengono  annunciati cambiamenti: non ci sarà più Meli, al suo posto Michael Fabiano.  Allegato all'annuncio del Concerto, sul sito del teatro, un comunicato  che, invece, è quello di giugno, dove è stato sostituito solo il nome di Meli. Ma, nella fretta (?) - salvo che non ci sia un ulteriore ripensamento - è sparito il nome della Agresta. Sarà sostituita anche lei? E magari  alla viglia del Concerto, anche Chung?
 E, il programma,  quando?


giovedì 10 agosto 2017

Cristiano Chiarot. Il primo caso di sovrintendente in due Fondazioni liriche italiane, che, giunto a Firenze, ' fa cessare' due dirigenti, Triola e Fassone, senza che vi sia una sommossa in teatro

Chiarot è andato a Firenze, all'Opera del capoluogo toscano, a salvare la barca lasciata in balia del mare grosso dei debiti da Bianchi ( il quale ha mollato il timone 'per motivi personali o professionali', la versione ufficiale- ci pare di ricordare) in effetti perchè all'Opera di Firenze durante la sua gestione, prima da commissario e poi da sovrintendente, non ha raddrizzato il timone della nave in pericolo di affondamento.

 A Chiarot, che ormai gode della fama di bravo amministratore per il settennato trascorso alla Fenice, il gravoso compito di mettere una pezza al buco dei conti che ormai si vede ad un miglio di distanza, perchè non è un buco ma una voragine, come denunciato anche dal commissario governativo, ing. Sole.

 Senonchè, nonostante si sia trasferito definitivamente a Firenze, per un triennio, il suo nome compare ancora, sul sito del teatro veneziano, come Sovrintendente. E rappresenta perciò l'unico caso di un sovrintendente che tiene il piede, contemporaneamente, in due scarpe - che la legge non consente e neppure prevede. Perchè?

Nonostante si sia fatto il nome di Ortombina, come suo successore, fin dai giorni ancora precedenti l'uscita di Chiarot, tale nomina non viene ancora ratificata da chi dovrebbe: prima dal sindaco Brugnaro e poi  da Franceschini. E pure, nonostante vi sia chi consideri la soluzione Ortombina quella più in linea con la precedente gestione ed anche la più economica, la nomina di Ortombina a sovrintendente, affiancato dal direttore amministrativo, mantenendo anche quella di direttore artistico - che è il mestiere che ha sempre fatto, bene o male non importa - non è la soluzione ottimale nè in via di principio nè di fatto.
 In via di principio perchè starebbe a dimostrare che i due incarichi, diversissimi, non hanno bisogno di due persone;  e in via di fatto perchè il direttore artistico di un teatro svolge un impegnativo, e perciò non cumulabile, lavoro che nulla ha a che fare con la sovrintendenza. Insomma sarebbe una soluzione, interna ed anche economica, ma un pasticcio.

Però Brugnaro rimanda la decisione alle cosiddette calende greche. Perché non si sbriga? Forse spera che Chiarot alzi bandiera bianca in poco tempo e torni a Venezia?

Mentre sì è sbrigato Chiarot, appena sbarcato a Firenze, a mettere un pò d'ordine nella dirigenza - e ne dà conto sul sito dell'istituzione fiorentina, alla voce 'DIRIGENTI CESSATI'.

Intorno ad alcuni dirigenti giravano molte voci, relative alla loro inutilità, in quanto doppioni, e ai loro generosi compensi. Come nel caso di Alberto Triola che è stato licenziato dal suo incarico di direttore generale ( o direttore operativo. che animale è questo?) alla viglia della sua impresa annuale estiva a Martina Franca, un festival che ha preso, senza consenso, dalle mani del precedente direttore, Segalini, e che, onestamente, coltiva con cura.

Triola era arrivato a Firenze con la Colombo sovrintendente, e dopo le dimissioni del fuggitivo Paolo Arcà. Arrivato Bianchi come commissario, a digiuno di teatro lirico, ma forte dell'amicizia sua e di suo fratello con il premier Renzi, Triola dovette darsi da fare in un ruolo mai chiarito. Quando Bianchi divenne sovrintendente ed arrivò anche un segretario artistico, Pierangelo Conte,  ed era previsto ed esisteva un direttore amministrativo, Giuseppe Bargiacchi, venne confermato il contratto di Triola come direttore generale. Chiarot ha giustamente licenziato il Triola, non per incompatibilità con Martina Franca che con il teatro fiorentino condivide anche il direttore musicale Fabio Luisi, ma perchè a Firenze era ormai in sovrappiù, inutile ed anche costoso. Via uno.

Stessa sorte è toccata ad un altro dirigente, Fabio Fassone, che aveva l'incarico di 'Direttore Marketing, Comunicazione e Corporate', salito agli onori degli altari dell'amministrazione della cultura con Berio ed il suo giro. Se si legge il suo curriculum ancora visibile sul sito fiorentino, ma come 'dirigente cessato' si resta a bocca aperta per molte delle sue qualifiche - senza che se ne comprenda bene lo specifico.  Sembra che auditorium, teatri, sale da concerto costruite da Renzo Piano, sia stato in effetti Fassone a fare il progetto in vece dell'architetto,  che ne fu semplice esecutore, aiutato dal suo studio.

E questo lavoro veniva ben compensato. Per il 2016, si legge la specifica di lavoro e i relativi compensi. Il compenso base è di 80.000 Euro annui; ai quali se ne aggiungono 12.500 se si raggiungono determinati obiettivi di biglietteria; ed ulteriori 12.500, se si raggiungono determinati risultati nel campo delle sponsorizzazioni private. Dunque svelato l'arcano, Fabio Fassone doveva lavorare per la biglietteria e le sponsorizzazioni.  E il 'corporate', nel suo incarico, che voleva dire?

Chiarot che alla Fenice ha sommato nelle sue mani anche l'incarico del marketing che aveva già prima di diventare sovrintendente, di Fassone poteva fare a meno. Anche perché si trattava di uno di quegli incarichi un pò fumosi, con i quali si premiano, solitamente, servitori - di chi non importa - fedeli.

Nessuno ha protestato per i due licenziamenti, che anzi in moltissimi ne saranno stati soddisfatti, perchè  da tempo negli uffici dell'Opera di Firenze si mormorava degli eccessivi dirigenti e dei loro compensi, anch'essi eccessivi. Non risolvono i problemi di Firenze, ma in tanto fanno a risparmiare al teatro quasi 250.000 Euro all'anno, che non è poco, perchè rappresenta la spesa con cui Chiarot si impegnava per la voce 'allestimenti', a Venezia. .

Certo Triola e Fassone dovranno trovarsi un altro lavoro, ma la cosa non ci riguarda, Fassone potrebbe tornare anche ai suoi giovanili amori per la gastronomia, come abbiamo visto esibirsi, disinvolto, accanto a Licia Colò, un una puntata di 'Geo' di anni fa.

sabato 27 maggio 2017

Rai Cultura. Il concerto della Filarmonica della Scala a Taormina per i potenti della terra

Nulla da dire solo sulla durata del concerto: 50 minuti scarsi. Tutto il resto, dal programma al direttore, alla regia  non ne ha azzeccata una Rai Cultura e Scala insieme.

Cominciamo dal direttore. Perchè un coreano? Risponderanno che hanno voluto mandare un segnale di internazionalità. Sì, ma a chi? Non si trattava di un concerto, in apertura del G7, nel quale si voleva  mostrare una delle eccellenze riconosciute del nostro paese, che ospitava i potenti della terra? E cioè la Scala? Allora il suo direttore musicale Riccardo Chailly che impegni aveva tanto importanti  da disertare l'appuntamento di Taormina? Non v'è ragione che tenga. Dell'appuntamento internazionale a Taormina si sapeva da tempo, e del concerto pure; Chailly non poteva tenersi libero per  il concerto della 'sua' orchestra? E questo è già il primo passo falso sul quale molti dei telespettatori avranno certamente riflettuto, ponendosi la nostra stessa domanda, e non riuscendo a darsi una risposta soddisfacente.

Poi il programma, partito con un trittico (Puccini, Verdi) più adatto ad una commemorazione di fatto doloreoso o addirittura ad un  funerale - e pensiamo specialmente all'intermezzo della Butterfly, un funerale, oltre che alla sinfonia dell'INNOMINATA - e che, solo dopo, ha toccato Rossini ( Guglielmo Tell e Italiana in Algeri), che magari qualche segnale positivo sarà riuscito a mandare se non altro con i suoi ritmi vivaci e con la trionfale squillante conclusione dell'Ouverture dal Tell ,per finire con un omaggio alla Sicilia: Mascagni, intermezzo dalla Cavalleria rusticana.
 La composizione del programma fa pensare  quanto incapaci siano  certe istituzioni anche importanti  a calibrarlo alle diverse circostanze e in un teatro all'aperto, per quanto tirato a lucido e con una buona acustica; ma anche di come Rai Cultura non sia capace di dire la sua alle istituzioni, quando si mostrano sorde alle esigenze anche televisive, oltre che di circostanza.

Conosciamo il problema. Perchè per oltre dieci anni, per conto della Rai (Rai 1), abbiamo lavorato alla composizione del programma del Concerto di Capodanno dalla Fenice; ogni anno abbiamo sudato le classiche sette camicie per far capire al direttore artistico del teatro veneziano che quello era un concerto particolare che abbisognava di un programma particolare. Non sempre siamo riusciti fino in fondo, anche perchè lui si è sentito come offuscato dalla nostra presenza dalla quale, in parte, deriva la fortuna di quel concerto, suo ( del direttore artistico Ortombina) malgrado ( anche i due pezzi d'obbligo conclusivi:  Va pensiero e Brindisi, furono una nostra scelta!)  E, infatti,  da quando non ce ne siamo più occuparti, e cioè da tre anni a questa parte, il direttore artistico ha avuto mano libera nel confezionare programmi INADATTI e gli ascolti, per la prima volta nella ormai lunga storia del Capodanno veneziano, sono calati drasticamente: in tre anni il Concerto ha perso quasi 500.000 telespettatori, pur restando sempre al disopra dei 4.000.000 dive la nostra attenta e intransigente vigilanza l'aveva portato.
Siamo sicuri che se ponessimo il problema 'del programma e della sua congruità alla circostanza', ai dirigenti di Rai Cultura, ci risponderebbero, da filosofi e pensatori quali si ritengono, che era meglio non assumere toni trionfalistici e rilassati perchè quella riunione non faceva ben sperare quasi su nulla. Si sa i filosofi sanno sempre mettere una pezza su tutto. Solo che i filosofi, quando lo sono per davvero, lavorano altrove,  non alla direzione di un  canale televisivo.

Infine la regia che viene sempre affidata da Rai  Cultura per i concerti, in maggioranza, a persone assolutamente inadatte a gestire la ripresa e  trasmissione di un appuntamento musicale, per quanto se ne conoscano le difficoltà intrinseche. Ad esempio, possibile che la regista non abbia  mai pensato di inquadrare la giovanissima 'spalla' dell'orchestra della Scala, la violinista Giulia Marzadori?

Tralasciamo il resto, per dire anche qualcosa sul pubblico. Ad esempio su Macron che  mano nella mano della sua maestra signora è arrivato quasi a concerto iniziato - cafone di un presidente! -  e  sul teatro semivuoto. Ci diranno che c'erano ragioni di sicurezza per lasciare buona parte delle gradinate senza pubblico. Ma almeno il primo ordine poteva essere occupato per intero.

Forse l'unico ad essersi avvantaggiato del concerto, in ogni senso, è stato l'antico teatro che per l'occasione è stato rimesso a nuovo, ripulito e dotato di una struttura in legno dove ha preso posto l'orchestra. Ma speriamo che, a concerto finito, non abbiano già deciso di smontarla per portarla altrove, magari in un altro teatro, della città italiana che prossimamente ospiterà riunioni internazionali analoghe e dello stesso livello.

Sempre professionale, infine, lo speaker Roberto Chevalier, anche se i testi ( della Teodoro) che gli hanno affidato potevano essere meglio curati e con una spolverata, anche minima, di fantasia, oltre gli annunci di prammatica.

venerdì 5 maggio 2017

Le orchestre italiane sono indisciplinate. Chi è l'autore di una simile calunnia apparsa sul Corriere della Sera?

Senza Valerio Cappelli che ci informa puntualmente su tutto ciò che accade nel mondo musicale, avanti e dietro le quinte, i lettori dei giornali resterebbero all'oscuro della complessa macchina che muove il mondo musicale italiano

Ieri, ad esempio, ci ha rivelato qualcosa che noi mai e poi mai avremmo supposto, e cioè che nelle orchestre italiane, anche in quelle che vanno per la maggiore e 'in giro per l'Europa', ci sono sacche di indisciplina che comunque non  sfuggono al suo occhio attento e lungo di cronista. Il quale, nei più recenti concerti dell'Orchestra di Santa Cecilia, ha beccato un paio di strumentisti, fra quelli seduti nelle prime file, fronte pubblico, quindi sotto gli occhi di Pappano,  che se la ridevano contenti, senza pudore. Rispondevano forse ad un sorriso di compiacimento del direttore? Neanche per sogno. Se la ridevano e basta.

Sempre Cappelli, sempre ieri, ci ha rivelato  alcune confidenze di Riccardo Muti, che lui ha incontrato nei giorni scorsi, il quale gli ha ricordato che non dirige l'Orchestra ceciliana dagli anni Ottanta, per una ragione simile. Un orchestrale, appena iniziate le prove del Requiem di Verdi, voluto da Muti in pianissimo, disse al direttore, coram populo: ' Maestro, ha messo la sordina?'. Muti se l'è legata al dito e da allora non ha mai più diretto l'Orchestra di Santa Cecilia Questo avrebbe detto a Cappelli.

Possiamo, anzi dobbiamo credergli fino in fondo, a Muti? Chissà.
Non è che Muti, dagli anni Ottanta in avanti, non ha mai più diretto orchestre italiane,  perché lo ha fatto dalla Scala al Maggio al San Carlo, all'Opera di Roma, oltre l'amata 'Cherubini'. E vuol farci credere il direttore che non ha mai assistito ad episodi simili e che nessun altro orchestrale, dopo quello screanzato dell' Orchestra di santa Cecilia, durante le prove,  abbia beccato mentre parlava con il vicino o si distraeva?

Noi di prove ne abbiamo seguite tante, con diverse orchestre. Da quella della Rai di Roma, ai tempi della sua esistenza, quando i direttori dovevano interromperle più che per correggere certi passaggi, per invitare gli orchestrali a fare silenzio e a non distrarsi. 

Più ancora, per dieci anni consecutivi, ogni Capodanno abbiamo seguito, a seguito di un incarico Rai per il Concerto di Capodanno, trasmesso da Rai 1, dalla Fenice, le prove d'orchestra, dalla prima all'ultima, in quel teatro.
 Immancabilmente i componenti di alcune famiglie strumentali, sempre gli stessi e sempre delle stesse famiglie, erano continuamente distratti, ridevano e parlottavano al punto che il direttore  invitato, rinunciava a riprenderli di continuo, dopo aver constatato che i suoi interventi venivano subito dopo disattesi. Ne ricordiamo uno in particolare come fosse ieri. Qualche volta, indignati perfino noi, ne abbiamo parlato con la dirigenza del teatro la quale ha fatto sempre spallucce, come a dire: purtroppo è così, non possiamo farci nulla. Ma come?

Anche l'orchestra di santa Cecilia aveva questo vizio, almeno fino all'arrivo di Pappano. Un vizio che credevamo finalmente perduto, prima della rivelazione di Cappelli. Ma forse non avremmo dovuto farci illusioni, per un vizio così antico e  radicato. Anche Giuseppe Verdi, ai suoi tempi, notava che gli orchestrali italiani 'sono molto indisciplinati, più indisciplinati di quelli francesi'. Non possiamo dimenticare  alcuni orchestrali che durante le prove, ma forse anche durante il concerto della domenica pomeriggio, ancora nell'Auditorium di via della Conciliazione, parlavano fra di loro e qualcuno - potremmo fare i nomi, ma non li facciamo per carità cristiana e soprattutto perché non compete a noi farli - ascoltava con l'auricolare le partite di calcio che si svolgevano in quelle stesse ore.

Questi ed altri episodi appartengono alla storia patria dell' Italia musicale. Possibile che solo a Muti, dopo quell'episodio degli anni Ottanta, non sia capitato mai più di esserne testimone?  Neanche una volta al Teatro dell'Opera? Boh!

E allora qual è la ragione per cui non dirige  l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia?
 Chi ha seguito, negli anni di sua permanenza a Roma, al Teatro dell'Opera, le polemiche quasi giornaliere fra Muti e Cagli, ammiraglio dell'orchestra ceciliana, saprà trovare altri motivi, futili anch'essi, della sua assenza da Santa Cecilia. La quale sta tentando, magari in maniera maldestra e con ritardo cronico, di sanare quella situazione, come ha fatto, ad esempio, candidando al Premio 'Presidente della Repubblica' il noto direttore.

Ora vorremmo fare noi una piccola, forse insignificante, rivelazione. Nei giorni in cui Riccardo Muti, con gesto da vero italiano e meridionale verace,  lavorò a L'Aquila , dopo il terremoto, fermandosi per una settimana in quella città di rovine, avemmo modo di parlare spesso con lui ed anche di intervistarlo ufficialmente. Era il periodo in cui si venne a sapere, a seguito degli interventi di Vespa ed Alemanno, andati in pellegrinaggio a Salisburgo per incontralo, che Muti avrebbe assunto un  incarico all'Opera di Roma ( non un incarico qualunque, perché lui stesso ci disse che avrebbe risollevato le sorti del teatro e dell'orchestra, portandovi tanti suoi amici direttori e solisti di grido 'come ho fatto con il festival di mia moglie a Ravenna' - testuale)  

Nel corso delle nostre chiacchierate, il discorso cadde anche sull'Orchestra di santa Cecilia che aveva tenuto all'Aquila  un concerto diretto da Pappano.  Quando gli facemmo notare che l'Orchestra ceciliana, recentemente, era cresciuta, lui smorzò subito il nostro entusiasmo: 'ma che quella è un'orchestra?' - testuale.
 Naturalmente demmo a quella affermazione confidenziale (che, perciò, non citammo nell'intervista, anche perché la tragedia aquilana imponeva il riserbo su qualunque altro argomento non altrettanto rilevante) il peso che meritava, in considerazione delle circostanza nella quale era stata pronunciata: alla vigilia, cioè, del suo sbarco al Teatro dell' Opera di Roma, la cui orchestra, neppure lontanamente poteva essere paragonata, per qualità, a quella ceciliana, prima della 'cura Muti', che doveva per forza produrre i suoi effetti. Miracolosi!

Ma allora perchè Muti non dirige a santa Cecilia?  Potremmo anche aggiungere: perchè Pappano non dirige al Teatro dell'Opera?
Perchè direttori( ed anche solisti) del grande giro, alcuni vengono regolarmente in Italia ed altri mai?
Perchè quando Abbado era alla Scala, Muti non ci ha messo mai piede? E perchè Muti, a sua volta, quando era alla Sala, non vi ha fatto mai mettere piede ad Abbado, a dispetto dei finti calorosi inviti a ritornare?
 Vogliamo aprire il capitolo delle miserie umane? Preferiamo di no.  

lunedì 2 gennaio 2017

Per i Concerti 'classici' in tv ( Capodanno, Natale), pubblico in caduta libera

Non si può restare indifferenti di fronte al calo consistente di pubblico di tutti i 'grandi' concerti  cosiddetti natalizi ( da Natale a Capodanno) trasmessi dalla Rai durante le feste di fine anno, perché il calo non è in linea con il calo generalizzato degli ascolti tv, in parte fisiologico, a seguito della sempre più larga e variegata offerta televisiva. Trattasi di un calo consistente. In un solo anno, i due più noti concerti delle feste, trasmessi da Rai 1, in un orario solitamente molto favorevole all'ascolto e  con pochi concorrenti - Concerto di Natale da Assisi e Concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia - hanno perso complessivamente quasi 1.000.000 di telespettatori. Non sono tanti, sono tantissimi, una voragine apertasi nel terreno degli ascolti.

E se a questa voragine aggiungiamo la voragine ancor più grande apertasi nel pubblico del Concerto di Capodanno da Vienna, trasmesso, in due parti, da Rai 2, che dalla precedente edizione a quella di oggi,  ha perso ben 800.000 telespettatori, su 3.100.000 circa che era il risultato dell'edizione 2016 - fermandosi nel 2017 a 2.335.000 - ci rendiamo conto che bisogna correre ai ripari subito e non cantare ipocritamente vittoria perché, specie con il Concerto di Capodanno di Venezia, accampando che il risultato è in sé positivo, quasi 3.700.000 (3.686.000 esattamente) telespettatori. Perchè positivo non è, se negli ultimi tre anni, invertendo una tendenza precedente che lo vedeva costantemente in crescita, ha perso 700.000 telespettatori, come abbiamo già scritto.

Ora, siamo curiosi di leggere il commento ufficiale della Rai e quello del teatro veneziano a tali dati sconfortanti, e speriamo che  non sia come quello diffuso da Giancarlo Leone dopo il primo calo di oltre 300.000 telespettatori - quale si ebbe a Capodanno del 2015, rispetto al 2014. Quando disse, gongolante, di essere più che soddisfatto, perchè si era pur sempre sopra i 4.000.000 (4.082.000 per l'esattezza). Ora, proprio per non aver preso in seria considerazione quel primo forte calo di pubblico ed il secondo, meno eclatante, siamo dove siamo, e cioè ben al di sotto dei 4.000.000 e più vicini ai 3.500.000. E di questo passo chissà dove si andrà a finire a Capodanno 2018.

mercoledì 23 novembre 2016

Notizie dall'Anfols. Roma, Genova,Venezia, Cagliari, Napoli

- Il Corriere si aggiorni. Nell'inserto dedicato alla città di Roma, ieri, Valerio Cappelli  tesseva le lodi dell'Accademia di Santa Cecilia, porgendo  direttamente il microfono al suo Sovrintendente che, perciò, se l'è 'cantata e sonata da solo', anche se non senza ragioni.
 Nel presentarlo,  dove si è illustrata la carriera fulminante  e luminosa del sovrintendente dall'Ongaro. compositore, pianista ecc... si leggeva: presentatore e conduttore televisivo (Petruska, Rai 5), responsabile programmazione musicale per Rai Radio 3. Senza la premessa che tali incairichi erano precedenti all'attuale. Che li abbia ancora, dubitiamo. Forse Cappelli è venuto a sapere - come qualcuno, noi compresi, teme - che finita la sua esperienza a Santa Cecilia,  dall'Ongaro possa tornare ad occupare il posto (i posti) che aveva in Rai, alla maniera dei parlamentari, per i quali il posto lasciato nella società civile prima di assumere il mandato parlamentare, viene tenuto 'in caldo' in attesa del suo ritorno. Meglio che resti a Santa Cecilia o che ritorni in Rai? Davvero non sappiamo cosa sia peggio, per Santa cecilia o per la Rai.

-Genova. Ci  si prepara al grande giorno che deve nuovamente far convergere l'attenzione del mondo intero sul capoluogo ligure. Lo vuole fermamente il nuovo governatore il quale per la serata, fra luci, fuochi d'artificio e bancarelle bandite, e cene vip ha voluto come 'collante' la musica di Traviata. Accadrà il prossimo 15 dicembre. Bancarelle nella piazza principale illuminata dai fari e dai fuochi d'artificio, dove saranno esposti e potranno anche essere consumati i prodotti della bella terra sospesa tra cielo e mare, un grande ricevimento in uno dei palazzi storici dove saranno invitati tanti vip (che dovrebbero (come del resto ha già sperimentato Fuortes a Roma, con Traviata di Verdi, con la regia di Coppola e i costumi di Valentino) riportare l'attenzione del paese sul bellissimo capoluogo. Ma per questo occorreva un collante, che Toti, il grande, ha individuato nella Traviata di Verdi. Scelta ottima, il collante.

-Cagliari. Al teatro dell'Opera del capoluogo sardo si teme il peggio. Si teme cioè che la famigerata legge dello scorso agosto, riguardante le Fondazioni liriche, in cui si prevede  che quelle che non raggiungono il pareggio di bilancio entro il dicembre 2018, possano essere declassate (ma si attendono le istruzioni particolareggiate del ministro Franceschini, che se diventa presidente del Consiglio, ce lo toglieremo da m... o continuerà a nuocere alla musica, anche senza Nastasi?), possa riguardare anche Cagliari. Si avanza anche l'ipotesi che i giochi son fatti e che la maggior parte delle Fondazioni liriche saranno declassate. Resterebbero solo Milano, verbigratia,  e poi Roma, Venezia, Napoli e Bari; enigma nell'enigma che non spiega se la scelta è dettata dalla collocazione geografica o dalla qualità della programmazione e dalla regolarità dei bilanci delle fondazioni. Inutile chiedere ora lumi a Franceschini che è impegnato a studiare per diventare premier al posto di Renzi.

-Venezia. La Fenice, balzata ai vertici delle Fondazioni liriche italiane, per varietà di programmazione, ed anche perché osa inaugurare la stagione con una nuova oper a- che opera non è -  e con bilanci in ordine, ha stretto un accordo con lo Sperimentale di Spoleto, diretto dal secolo scorso da Michelangelo Zurletti - per il suo Concorso annuale per cantanti lirici. In base al quale accordo i vincitori godranno dell'attenzione del vertice artistico della fondazione veneziana e magari di qualche scrittura. Intanto la direzione artistica, presente in giuria al concorso spoletino, voterà per il vincitore e potrà contemporaneamente proporgli di cantare alla Fenice, seduta stante. Oltre che  per la scoperta, la Fenice  avrebbe anche un altro guadagno e cioè il risparmio sull'ingaggio.

- Napoli. Attesa per l'inaugurale Otello rossiniano al San Carlo, con la direzione di Gabriele Ferro e la regia di Amos Gitai. Protagonista femminile, Desdemona, Nino Machaidze, l'avvenente cantante uscita dall'Accademia della Scala. La quale, a Napoli, avrà al collo, in due delle recite previste, un preziosissimo collier di diamanti e rubini, della collezione Bulgari, che nei giorni delle recite rossiniana aprirà una mostra di gioielli da collezione proprio nel teatro napoletano. E forse il collier di Bulgari influirà anche sulla resa vocale della Machaidze.

sabato 29 ottobre 2016

'Aquagranda' alla Fenice. Allagare un teatro? Consentito a Luca Ronconi (Pergola), vietato a Damiano Michieletto (Fenice)

 Chi negli anni Ottanta seguiva già le cronache musicali ricorderà certamente la messinscena del Ritorno di Ulisse in patria, di Monteverdi, nel rinnovato Teatro della Pergola di Firenze, con la regia di Luca Ronconi. Il quale per quella sua messinscena-regia, con sole quattro o cinque repliche, volle ed ottenne dal sovrintendente dell'epoca del Maggio Fiorentino, che il teatro - la sua platea-  fresca di restauro venisse  sigillata con zinco ed interamente inondata, un mare in miniatura, relegando gli spettatori nei soli palchi che ne potevano contenere non più di duecento. Complessivamente intorno al migliaio in tutte le repliche. A chi protestò per tale scempio, considerando che tutta la platea venne smontata per far luogo al mare ronconiano, venne risposto che quella messinscena era fatta a 'favor di telecamere' che avrebbero ripreso e venduto l'opera ( confessiamo che noi non l'abbiamo mai vista in televisione, né ricordiamo di aver avuto notizia della vendita del relativo video).
 Un teatro, prima di Ronconi, non era mai stato allagato per  richiesta registica. E forse, fino a quando i sovrintendenti avranno un pò di senno in zucca, non accadrà mai più.
 Ma il pericolo che ci fosse il bis, l'ha corso seriamente La Fenice di Venezia che proprio in questio giorni inaugura la sua stagione con un'opera di fresca scrittura, per la quale - anche in ragione del soggetto - il regista Michieletto avrebbe voluto allagare il teatro, spettatori compresi (anche se nulla di nuovo per Venezia, dove spesso si giunge in teatro con abito da sera e stivali, a causa dell'acqua alta). Il soggetto, tratto da un libro inchiesta del giornalista Roberto Bianchin, per anni in forze alla Repubblica, fa riferimento all'alluvione, causa marea altissima - ' aqua granda', come recita il titolo dell'opera -  di cinquant'anni fa, è stato affidato per la musica al veneziano  Filippo Perocco e per la regia all'altro veneziano, Michieletto, il regista del momento, il più richiesto ed anche il più occupato di tutti. Direttore Marco Angius. Le numerose repliche previste vanno giustificate con il segno lasciato nella carne viva dei veneziani da quella terribile e drammatica inondazione.
 Michieletto ha spiegato che in scena si vedrà un grande vetro (contenitore) nel quale l'acqua sale lentamente, fino al momento in cui, al termine dell'opera, quella vetro finirà in mille pezzi e l'acqua inonderà palcoscenico , cantanti ed orchestrali ( avranno già pensato se le cose stanno così a come asciugare immediatamente tutto per dar corso alle altre repliche ed a provvedersi di tanti contenitori quante sono le repliche.
 Ed ha aggiunto che i nostri teatri devono certamente dar spazio al grande repertorio - per il quale i registi non si fanno scrupolo di inventare regie anche  improbabili e bislacche - ma poi devono spingere a raccontare storie recenti con il linguaggio di oggi, devono cioè promuovere ed ospitare opere nuove.
 Ma non per dar modo ai registi come Michieletto di inventarsi spettacoli che  attirano il pubblico molto più delle storie narratevi e della musica.

mercoledì 28 settembre 2016

L'ANFOLS al ministro Franceschini

 "Vogliamo essere interlocutori del percorso di riforma delle Fondazioni lirico sinfoniche, per questo abbiamo chiesto un incontro con il ministro Franceschini. Pensiamo che in questa fase vada coinvolta anche l'Anci, perchè i  Comuni avrebbero molto da dire".
Lo afferma all'Adnkronos Cristiano Chiarot, presidente dell'Anfols e sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia. L'associazione, che rappresenta le 14 fondazioni lirico sinfoniche, si è riunita ieri e ha chiesto un incontro con Franceschini sul futuro dei teatri lirici italiani, alla luce delle misure previste per il settore dal decreto Enti locali, convertito in legge e in vigore dallo scorso 21 agosto. "E' chiaro che la politica fa il proprio lavoro, ma noi dovremmo dare qualche indicazione. Anche perchè - sottolinea Chiarot - entro giugno prossimo dovranno essere messi a punto i regolamenti, previsti dalla legge, che stabiliranno i parametri entro i quali i teatri verranno mantenuti come fondazioni o trasformati in teatri lirici. Queste istituzioni, che custodiscono un patrimonio culturale che rappresenta l'Italia nel mondo, oggi vengono gestite con forte oculatezza e una certa attenzione al territorio. Vorremmo dimostrare che siamo in grado di amministrarle". Quanto all'Art Bonus, di cui hanno beneficiato 13 su 14 fondazioni liriche (tutte tranne Cagliari), "un provvedimento utile del quale ringraziamo il Governo, ma non uguale per tutti, perchè ci sono territori con istituzioni culturali che magari hanno una maggiore visibilità del teatro. E' una strada che stiamo percorrendo, ma non facile. Spesso ci sono mecenati che preferiscono altri tipi di donazioni. Per le fondazioni - conclude Chiarot - la defiscalizzazione dovrebbe essere portata all'anno in cui si versa", mentre in questa fase il credito di imposta ripartito in tre quote annuali di pari importo. (Orl/AdnKronos)

domenica 11 settembre 2016

Viva Rai Cultura, Viva Rai5, abbasso i libri. Dalla Fenice di Venezia per il Campiello

Non era passata neanche un'ora  quando dalla premiazione veneziana,  piena di mestizia quasi il funerale del cinema, alla Biennale Cinema, andata in onda su Rai Movie, si  è passati, su un altro canale Rai, Rai 5, a cura di Rai Cultura, alla premiazione del Campiello, ancora veneziana, ospitata nel Teatro La Fenice.
'Viva Rai Cultura, Viva Rai 5' è stato il grido liberatorio con il quale Geppy Cucciari ha chiuso la diretta televisiva, affidata da alcuni anni, dopo l'esperienza con Bruno Vespa, a lei ed a Neri Marcorè. Ambedue sbarcati a Venezia direttamente da Rai3, dove per anni hanno presentato una rubrica di libri che vedeva coinvolti i nostri studenti delle scuole superiori e che forse continua ancora.

Tutti gli anni di frequentazione libraria non sono bastati alla Cucciari per  venire  capo della pronuncia esatta di una delle finaliste del premio, la  nota scrittrice e giornalista Elisabetta Rasy, che Geppy e solo Geppy pronuncia sbagliando clamorosamente l'accento sul cognome che per  per lei si pronuncia: Ràsy.
 Su cinque finalisti in tutto, è mai possibile che non si sia informata sulla pronuncia dei nomi , tutti italiani, nel caso particolare sulla posizione dell'accento? Non solo possibile, è tragicamente accaduto nel corso della diretta televisiva di premiazione del premio letterario che ha come principali giurati la vasta platea di lettori (quasi 300), i quali sicuramente sanno come pronunciare il nome della scrittrice, che la presentatrice non sa, perché i libri li leggono e dei rispettivi autori conoscono anche la pronuncia dei loro nomi.
 Perchè allora la Cucciari è così tragicamente 'ingeppata' su un accento?

La ragione non è difficile da capire.  Cucciari e Marcorè credono di dover fare sempre se stessi,  i buffoni o gli spiritosi, certi e pienamente convinti che i libri da soli non 'tirano'. Eppure, se hanno frequentato quel mondo (dei libri) se non da lettori, da divulgatori - diciamo così - si dovrebbero essere accorti che  a parlare di libri non servono continue spiritosaggini, battute da bar sport, bastano gli autori, opportunamente chiamati in causa, perchè sempre più interessanti dei rispettivi divulgatori.

Del resto, le recenti polemiche sul Salone di Torino che hanno visto schierati accanto ai piccoli editori gli autori, i veri protagonisti della scrittura, e il successo dei vari festival letterari che negli autori hanno le star riconosciute - non i presentatori! - avrebbero dovuto indurre la coppia televisiva a far parlare gli autori.
A chi frega vedere la premiata coppia Rutelli-Palombelli o ascoltare sul loro conto  battutacce da avanspettacolo? Perchè nessuno osa dirglielo ai due presentatori che, invece, sono convinti che il loro tono divertito sia lo zuccherino più adatto a far ingoiare un libro? Si sono mai i due dedicati a conoscere se quel loro stile fa bene o male ai lettori, se riesce a conquistarne di nuovi, oppure infastidisce anche quelli incalliti?

Si è passati così, sempre a Venezia, da una canale all'altro Rai, per assistere, prima ad un funerale e poi ad un concorso di comici battutisti. Salvo quando la Geppy ( vorremmo storpiare anche noi il suo nome, ma sulla nostra tastiera del computer non riusciamo a mettere l'accento sulla y) ha fatto il suo predicozzo 'femminista',  e Marcorè il canzonettatore, come si usa intrattenere gli amici, dopo aver bevuto qualche bicchiere.

Per fortuna che i libri - quei pochi che si vendono in Italia - si vendono a prescindere dalla Cucciari e Marcorè ed anche dal Premio Campiello, vinto quest'anno da Simona Vinci , seconda Elisabetta Rasy (con l'accento sulla y).

lunedì 15 agosto 2016

Festival di Lucerna. Ciclo 'Primadonna', il nostro sospetto è confermato

Quando abbiamo letto il programma dettagliato della giornata 'monstre' del prossimo 21, durante la quale sfileranno sul podio della Lucerne Festival Orchestra, ben cinque direttrici, ci siamo resi conto che i nostri sospetti erano fondati. Perché le cinque direttrici che  dirigeranno nel corso di un concerto maratona programmato dal festival: Konstantia Gourzi, Mirga Gražinytė-Tyla, Anu Tali, Maria Schneider ed Elena Schwarz sono evidentemente sconosciute ai più, e ad esse il festival non ha ritenuto opportuno offrire a ciascuna lo spazio di un concerto, come ha fatto per le altre: Emmanuelle Haïm, Marin Alsop, Susanna Mälkki e Barbara Hannigan che, invece, dirigono da tempo e sono abbastanza note ed apprezzate, optando quindi per un'ammucchiata in un sol giorno, anche se non dirigono tutt'e cinque insieme e contemporaneamente. Questo sì che sarebbe stato un bel colpo.
 Ora se il sovrintendente avesse avuto certezza del loro valore, sebbene  a carriera ancora tutta da fare, avrebbe dovuto dare a ciascuna di loro lo spazio di un concerto. Invece no, il sovrintendente ha voluto solo strafare, come si usa anche nei festivalini di quarta categoria, dove come primo obiettivo non si ha la qualità delle proposte, bensì lo sbalordimento del pubblico, solitamente 'ignorante'- inutile nasconderselo. A questo stesso principio ubbidisce anche la presenza dei cosiddetti 'bambini-prodigio'.

L'iniziativa del Festival svizzero, relativamente alla giornata dell'ammucchiata, ci ha fatto venire in mente un altro episodio, italiano, di qualche anno fa, veneziano, nell'ambito del premio 'Una vita per la Musica', alla cui prima edizione, alla fine degli anni Settanta,  1979, noi assistemmo al Teatro La Fenice, quando il premio venne attribuito ad Arthur Rubinstein: una serata di grandissima commozione che ci è rimasta nella memoria e di cui scrivemmo per Paese Sera, giornale al quale allora collaboravamo.
In una delle numerose edizioni del premio, che ogni anno veniva (e viene tuttora, ma con cambio al vertice. Dalle mani del fondatore, Tosi, è passato in quelle di Messinis) attribuito ad una personalità italiana e non del mondo della musica, si decise di attribuire il premio a Franco Ferrara, da tutti ritenuto il 'maestro dei maestri', fra i direttori d'orchestra. Ma gli organizzatori pensarono non al valore del premiato, un valore assoluto per riconoscimento generale,  che doveva costituire in ogni edizione la ragione fondante del premio veneziano, ma al fatto che egli, avendo smesso di dirigere in anni lontani  e dedicandosi in seguito solo all'insegnamento, ai più non diceva quasi nulla, e perciò nella medesima edizione decisero di premiarne due e non uno di direttori, mettendo al fianco di Ferrara, Gianandrea Gavazzeni. Era come dire che non potevano sprecare una edizione del premio con un nome che non avrebbe potuto portare al premio stesso lustro. Una vera porcheria. Che ci pare anche Lucerna desideri mettere in atto, destinando a cinque direttrici un medesimo concerto fiume.

mercoledì 1 giugno 2016

Concerto dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai al Quirinale, con un programma fuori luogo. il pianoforte era Fazioli

Quanto ad inopportunità, il programma del Concerto dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai  di retta da James Conlon, confezionato dal suo attuale direttore artistico, Cesare Mazzonis, e che Rai 1 sta trasmettendo in questi minuti dal Quirinale, in occasione della festa della Repubblica, se anche non supererà uno di qualche anno fa, diretto da Gianluigi Gelmetti, nel quale veniva eseguita, previa pratica degli scongiuri  da parte dei presenti nel cortile del palazzo presidenziale, anche la raveliana Pavane  pour une infant défunte - non  proprio di buon auspicio per una Repubblica in fondo ancora giovane - certamente non è da meno, quanto ad inopportunità.

Nella seconda parte s'è scelto di eseguire il Triplo Concerto di Beethoven, chiamando a collaborare con l'Orchestra tre generazioni di notissimi musicisti italiani( Accardo,Brunello,Rana) aggiungendo un elemento di interesse maggiore al  notissimo concerto beethoveniano; ma nella prima, dedicata esclusivamente a Giuseppe Verdi, Mazzonis ha optato per tre brani da sue opere, del tutto o quasi sconosciute sia al pubblico televisivo che agli ospiti del Presidente Mattarella, mentre data la circostanza delle festa 'popolare' della Repubblica, ad altri avrebbe potuto pensare.

Ha scelto  brani da La battaglia di Legnano, Macbeth e Luisa Miller. E viene da chiedersi perchè non Nabucco, Rigoletto, Forza del destino - tanto per citare  qualche titolo fra i più popolari - e perchè non anche una bella sinfonia di Rossini che sprigiona  vitalità e mette buon sangue nelle vene?
Mazzonis, se interpellato, potrebbe rispondere seccamente: perchè il programma lo faccio io e non altri. Giusta risposta. Alla quale chiunque potrebbe replicare: ma è  evidente che Lei, caro Mazzonis, non  ha saputo confezionare un programma adatto alla circostanza. Proprio così, senza scusanti.
E' ricorso a brani non noti, per un concerto - ripetiamolo - popolare,  non rivolto al pubblico di un teatro o di una istituzione sinfonica nelle normali stagioni - e trasmesso anche in tv. Mazzonis ha voluto impartire  attraverso il programma di un concerto popolare, una lezione pratica di musicologia che nessuno è disposto ad ascoltare, oltretutto inopportuna in questa occasione.
 Noi,  che vantiamo una lunga esperienza di discussioni con i vertici del Teatro La Fenice con i quali ogni anno, per incarico della Rai, abbiamo dovuto concertare  il programma del Concerto di Capodanno, su Rai 1,  possiamo ora confessare che se quel concerto ha mantenuto negli anni indici di ascolto altissimi, con un pubblico televisivo al di sopra dei 4 milioni (almeno fino a quando ce ne siamo occupati),  ciò è potuto accadere perchè, dopo animatissime discussioni, siamo riusciti a conservare al concerto veneziano, il 'tono' popolare di un concerto in giorno di festa.

Di italiano al concerto c'era anche il pianoforte che era un gran coda Fazioli. Il suo artefice, l'ing. Paolo Fazioli, è stato nominato  Cavaliere del Lavoro.

P.S. IL concerto  ha avuto uno share di poco sopra l'8%, ed una media di telespettatori intorno aile 900.000 unità.
 Da registrare, infine , sul Corriere di oggi, la promozione a pieni voti   sia del Concerto dal Quirinale, definito 'sobrio',  che  sul  programma.

martedì 18 novembre 2014

Bologna contro Firenze. Perchè nessuno fa il nome di Mario Messinis

La notizia dell'arrivo a Bologna, il prossimo dicembre per il 'Bologna Festival' - la cui direzione artistica, dalla notte dei tempi, è affidata a Mario Messinis, critico musicale del Gazzettino di Venezia e negli anni passati, anche e contemporaneamente, direttore della Biennale o Sovrintendente della Fe nice, Premio 'una vita nella musica', e mille altri incarichi anche per Casa Ricordi, assieme a quello di professore al Conservatorio veneziano - tutto regolare? - dell'Orchestra dell'Opera di Firenze con il suo direttore Zubin Mehta, ha creato tensione  fra  i rappresentanti sindacali del Comunale di Bologna che avrebbero voluto che ad essere invitati fossero i complessi del Comunale bolognese. Perchè - hanno detto - dare ad 'altri' quasi 100.000 Euro (quanto sarebbe il costo di quel concerto), in un periodo di crisi?
 Hanno ragione? Hanno torto? Forse l'una e l'altro. Hanno ragione a dire che su un budget di 300.000 Euro circa, spenderne 100.000 per avere un'orchestra che si può ascoltare facendo il viaggio di un'ora da Bologna a Firenze, non è il caso, specie in periodo di crisi.
Hanno torto se pensano che in ogni caso, qualunque manifestazione di ogni genere, debba  utilizzare sempre e solo le forse cittadine. In questo secondo caso sbagliano. Noi abbiamo da sempre sostenuto che la mania di rivolgersi all'estero, così frequente nell'Italia provinciale, intrallazzona,mazzettara e scambista( non in ambito sessuale, o forse anche) , andrebbe sanzionata ufficialmente dal ministero che finanzia in massima parte le attività musicali in Italia, dai teatri alla più piccola associazione. Circoscrivere la ricerca di forze lavorative al perimetro ristretto di una città nella quale una manifestazione ha luogo è forse troppo.
 E' curioso però che in questa disputa nessuno tiri fuori,  chiamandolo a 'discolparsi' Mario Messinis,  direttore artistico del 'Bologna Festival' e dunque artefice di tale macroscopico errore, al di là della pretesa dei musicisti del Teatro Comunale di Bologna. Le manifestazione musicali alle quali Messinis - SEMPRE GRATUITAMENTE, ovvio - ha prestato qualche scintilla del suo genio creativo, ancora in perenne eruzione a dispetto degli anni, sono tante; mai un appunto è stato mosso all'utilizzo dei fondi, come invece si è fatto in questa occasione, mentre invece sarebbe stato opportuno ed utile ficcarci il naso per scoprire magari che dietro titoli solitamente di grande impatto, c'erano poi scelte abbastanza dozzinali.  Alle quali scelte potremmo riportare anche questa incriminata. ma , come si sa, gli intoccabili sono tali perchè non vanno toccati, e perchè guai a chi li tocca.
 Ci viene da riflettere anche su un altro festival che fa sfilare sotto le volte del Tempio malatestiano orchestre di pregio e dunque anche costose: la 'Sagra malatestiana' di Rimini, città che noi abbiamo sempre associato alle vacanze di mare  e non ad un festival di orchestre. Per esempio, chi lo paga quel festival? e i soldi chi controlla che vengano spesi bene?
 Semplici domande di un cronista curioso. Non accuse gratuite.