sabato 7 novembre 2026

La moda, e l'alta moda di più, si regge troppo spesso sullo sfruttamento dei lavoratori (da GreenMe). Perchè i giornali raramente parlano dei casi dell'alta moda? Forse per non perdere la pubblicità con cui li foraggia?( P.A.)

 

Turni massacranti e paghe da fame: cosa si nascondeva dietro i vestiti di Patrizia Pepe e Dixie

Il Tribunale di prevenzione di Firenze ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Patrizia Pepe e Dixie, due marchi della moda con sede rispettivamente a Campi Bisenzio e Signa, in provincia di Firenze. Il provvedimento, richiesto dalla Procura di Prato, riguarda presunti episodi di sfruttamento lavorativo nei laboratori ai quali le aziende affidavano parte della produzione.

Le indagini coinvolgono due imprenditori albanesi, accusati di caporalato ai danni di lavoratori prevalentemente albanesi e bengalesi, alcuni senza regolare permesso di soggiorno.

Patrizia Pepe e Dixie non risultano indagate, ma secondo la Procura avrebbero agevolato colposamente lo sfruttamento attraverso controlli insufficienti sui fornitori.

Turni massacranti, stipendi bassissimi e ferie negate

Le indagini hanno documentato retribuzioni inadeguate, turni estenuanti, riposi negati e buste paga alterate. Alcuni lavoratori, impiegati anche in nero, erano sottoposti a condizioni di sicurezza e abitative degradanti.

Diciotto persone hanno deciso di collaborare con la magistratura. Per loro è stato richiesto un permesso di soggiorno per motivi di giustizia, previsto dalla normativa a tutela delle vittime di sfruttamento.

Il sistema dei subappalti e i mancati controlli

Secondo la Procura, le aziende committenti avrebbero affidato lavorazioni a imprese esterne senza verificarne adeguatamente la capacità produttiva. Tra i fornitori figuravano anche società-schermo.

Secondo la Procura, i rapporti commerciali tra l’organizzazione accusata di sfruttamento e una delle società committenti avrebbero generato introiti per circa 500mila euro a favore della prima.

Durante controlli e perquisizioni sono stati acquisiti documenti di trasporto, fatture, etichette, capi di produzione e comunicazioni che, secondo la Procura, confermano i rapporti commerciali tra le imprese coinvolte.

L’amministrazione giudiziaria punta a correggere queste criticità e impedire che le attività produttive continuino ad alimentare lo sfruttamento.

Da Dior ad Armani, lo sfruttamento coinvolge anche la moda di fascia alta

Il caso si aggiunge alle inchieste condotte negli ultimi anni dalla Procura di Milano sulle filiere produttive di marchi come Dior, Armani, Valentino e Loro Piana, coinvolti in procedimenti e provvedimenti differenti.

A Prato, invece, è il secondo intervento di questo tipo dopo quello riguardante Piazza Italia. Per la prima volta, l’amministrazione giudiziaria è legata a un sistema di sfruttamento gestito da imprese albanesi anziché cinesi.

Le indagini confermano che il rischio di sfruttamento non riguarda soltanto il fast fashion, ma anche produzioni destinate a marchi di fascia premium e del lusso.

La posizione di Patrizia Pepe e le preoccupazioni dei sindacati

Tessilform, società titolare del marchio Patrizia Pepe, ha precisato di aver interrotto da oltre un anno i rapporti con le imprese coinvolte nell’inchiesta, ribadendo la propria estraneità ai reati contestati. L’amministrazione giudiziaria, prevista per un anno, è una misura preventiva e non una condanna. Le attività aziendali proseguiranno con l’affiancamento di un amministratore nominato dal Tribunale.

Sudd Cobas ha accolto positivamente il provvedimento, mentre la Cgil ha espresso preoccupazione per il futuro occupazionale dei dipendenti delle aziende appaltatrici.

La sostenibilità della moda passa anche dai diritti dei lavoratori

L’inchiesta riporta al centro un aspetto spesso trascurato della moda sostenibile: le condizioni di lavoro lungo la filiera. L’utilizzo di materiali riciclati o a basso impatto ambientale non garantisce, da solo, che un capo sia stato prodotto nel rispetto dei diritti umani. Anche il Made in Italy non certifica automaticamente condizioni di lavoro dignitose. Le vicende giudiziarie degli ultimi anni mostrano quanto sia importante verificare le attività dei fornitori e dei subappaltatori, soprattutto nelle fasi della produzione affidate all’esterno.

La sostenibilità di un marchio deve comprendere anche la tutela delle persone che realizzano i suoi prodotti.

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