Perchè abbiamo ripubblicato i due post precedenti riguardanti la rinascita (?) dell'Orchestra Mozart, fondata da Claudio Abbado nel 2004, e attiva fino al 2014, quando alla morte del direttore, dovette sospendere l'attività, con la promessa di questo e quello che l'Orchestra sarebbe rinata. Perchè non si poteva restare indifferenti al cospetto della distruzione di un gioiello che nei giovani musicisti aveva acceso infinite speranze.
I due post li abbiamo pubblicati ieri, in tarda serata, perchè ascoltando, in macchina, 'Radio 3 suite' , abbiamo per l'ennesima volta avuto la conferma di quel giornalismo 'all'acqua di rosa', che l'Associazione critici musicali dovrebbe bollare, se mai ne fosse cosciente, applicato alle vicende recentissime dell'Orchestra Mozart che in questi giorni è a Lugano, con alcuni concerti diretti da Bernard Haitink - dei quali oggi scrive Girardi sul 'Corriere' - e che nei prosismi giorni verranno replicati a Bologna, residenza (?) della rinata (?) Orchestra.
A 'Radio 3 suite' ne parlava un giornalista perfettamente integrato nel comandamento del 'non vedo non sento' che sembra essere alla base del decalogo del bravo critico musicale. Stefano Valanzuolo, per anni ai vertici di 'Ravello Musica', dove è rimasto in sella, adottando - immaginiamo - questa redditizia tecnica, salvo poi ad essere disarcionato in quarantott'ore, quando è cambiato il colore dei politici, con i quali, se fosse rimasto, l'avrebbe nuovamente adottata.
Valanzuolo ha invitato a parlarne il presidente della gloriosa Accademia Filarmonica di Bologna, Loris Azzaroni, ed una 'prima parte' degli archi, il violinista Giacomo Tesini.
L'Orchestra, abbiamo appreso, dopo Lugano suonerà a Bologna, poi si scioglierà per ricomporsi forse in un altro paio di occasioni e poi rivedersi per la settimana di concerti, l'anno prossimo a dio piacendo, in primavera, a Lugano e Bologna.
Il cronista intervistatore Valanzuolo, attento a non farsi sfuggire nessuna informazione utile agli ascoltatori, ci ha detto (ed ha anche fatto dire) dei programmi dei concerti, del celebre direttore che li ha diretti, cogliendo anche l'impegno di Azzaroni a voler tenere in vita l'Orchestra e l'entusiasmo di Tesini, uno per tutti gli strumentisti, nel voler proseguire l'esperienza della Mozart.
Ciò che Valanzuolo, per la solita tecnica del 'si arrangino loro, perchè devo impelagarmi in discussioni non oziose', non ha detto nè ha fatto dire è la situazione effettiva dell'orchestra, che non è affatto rosea. Per colpa di chi, vivo Abbado, la sosteneva e, morto lui, l'ha mollata.
A cominciare dal Ministero di Franceschini ( che si è subito precipitato ad acollarsi la residenza della EUYO, via da Londra, a Ferrara, la 'sua' Ferrara, che è stata a lungo anche la Ferrara 'di Abbado' e dunque avrebbe potuto ospitare, finanziandola, come residente, prima la 'Mozart') e da quell'Attila di Nastasi che non l'ha mai sostenuta, salvo gli ultimissimi anni, come invece ha sempre fatto con la 'Cherubini' dell'amico Muti; per finire ai rampolli del grande direttore, fra tutte sua figlia Alessandra che della Mozart ( come già con i Berliner ai tempi in cui suo padre ne era direttore) ha anche vissuto in qualche maniera; alla Fondazione bancaria ed ai vari organi istituzionali periferici - Regione, Comune ecc... che morto Abbado sono spariti, lasciando la Mozart in una situazione drammatica, tuttora tale.
Perchè, sebbene i musicisti abbiano deciso di lavorare gratuitamente, sostenuti anche da uno staff giovane di volontari generosi e volenterosi (fra i quali, lo sottolineiamo ancora una volta, si nota l'assenza di Alessandra Abbado!) e l'azionariato diffuso sia riuscito a raggranellare qualche soldo (un anno fa appena 90.000 Euro, una vergogna, mentre ne occorrerebbero almeno 500.000 per un biennio di attività, sempre saltuaria come ora) la sopravvivenza della Mozart è ancora appesa ad un filo che può spezzarsi in ogni momento. Non era forse una notizia importante, più importante del programma dei concerti e delle 'residenze' non risolutive dell'orchestra?
Perchè Valanzuolo, ai microfoni della gloriosa Radio 3, non ha detto nulla di tutto questo nè lo ha fatto dire ad Azzaroni e Tesini? Che è poi anche quello che ha fatto Girardi sul Corriere: 'bellissimo concerto e buonanotte a i suonatori? Per non disturbare gli attuali 'conduttori' - qui il termine ci sta bene, non quando lo si usa per indicare il 'direttore' d'orchestra' - della cosa pubblica e della politica culturale. 'Distruttori' più che 'conduttori'.
Come Valanzuolo , come Girardi, così anche l'Associazione nazionale critici musicali sull'argomento non ha mai ritenuto importante intervenire con una durissima presa di posizione, come meritava, che forse sarebbe riuscita a smuovere l'indifferenza generale ed a puntare il dito contro i responsabili dello sfascio musicale italiano. Ma forse, così facendo, avrebbero potuto mettere in pericolo le loro rendite di posizione.
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martedì 3 aprile 2018
lunedì 24 aprile 2017
Note musicali. Gianna Fratta e Speranza Scappucci. 'Gazza ladra' alla Scala dopo quasi due secoli dalla prima
Gianna Fratta , il direttore d'orchestra che ha diretto il Concerto di Natale in Senato - come Muti e Maazel - ed anche i Berliner (Symphoniker), nel cammino di avvicinamento ai Philharmoniker, al Corriere ha dichiarato che non è ancora giunta l'ora per chiamare i direttori donne come conviene, e cioè direttrice e maestra. E che tale ora giungerà quando una inaugurazione alla Scala sarà diretta da un direttore donna.
Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta. La nomina della Scappucci segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.
E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.
Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?
Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini, si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.
Se ancora non è scoccata l'ora scaligera, un'altra ora è appena scoccata, all'Opera di Liegi, dove la maestra Speranza Scappucci è stata nominata direttrice principale per due o tre stagioni. Dunque è fatta. La nomina della Scappucci segna anche un punto a favore di Stefano Mazzonis che, dall'Italcable, donde era partito, è arrivato a dirigere l'Opera di Liegi e ad essere uno dei registi più richiesti, anche dall'Opera di Liegi che perciò egli dirige come amministratore, direttore artistico e regista residente.
Tornando alle direttrici, Gianna Fratta è in parte accontentata, il regalo gliel'ha fatto Speranza Scappucci.
E veniamo al ritorno della Gazza ladra alla Scala, dopo quasi due secoli dal suo debutto proprio nel teatro milanese. Perchè ha dovuto attendere due secoli per il ritorno sulle scene scaligere? Il critico del Corriere, Girardi, la ragione l'ha individuata nella 'debolezza' del soggetto, che evidentemente per molti altri teatri, tralasciando l'eseguitissima sinfonia d'inizio, non ha costituito ostacolo alla sua frequente ripresa. Ma se il critico del Corriere, che comunque esalta la musica, ha incolpato la debolezza del soggetto, avrà le sue ragioni musicologiche e di costume.
Risolta definitivamente questa questione, lo stesso critico s'è applicato a risolverne altre, sempre riguardanti la Scala. La prima, in cima ai suoi approfonditi studi, è la ricerca delle ragioni profonde per cui, nei dieci anni di permanenza di Lissner e Barenboim alla Scala, Puccini non sia stato mai (o quasi) rappresentato. Anche in questo caso soggetti deboli? Ma allora Chailly e Pereira con i soggetti deboli ci vanno a nozze, se, dopo Rossini, fanno fare al loro pubblico una autentica abbuffata pucciniana?
Terza ed ultima questione cui trovare risposta adeguata. Dopo Puccini, si occuperà di Verdi. Perchè nel massimo teatro italiano, per l'anniversario Verdi-Wagner si inaugurò la stagione del bicentenario con Wagner e non con Verdi, che alla Scala era ed è sempre stato di casa? Forse a questa terza questione una mezza risposta l'aveva già fornita a suo tempo, affermando: che male c'è che si inaugura con Wagner, anche se sarebbe stato più logico e naturale farlo con Verdi? Forse perchè Barenboim non voleva dirigere Verdi alla Scala, tanto lo faceva regolarmente, lui sul podio, nel suo teatro berlinese? No, il critico aveva scritto all'epoca che ognuno è padrone di inaugurare con chi vuole nel 'suo' ( ?) teatro, lasciando da parte chi non vuole, tanto ci sarà sempre, dopo, qualcuno che capovolgerà le preferenze.
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martedì 22 dicembre 2015
Zubin Mehta's story. Sul 'Corriere della Sera', in tre atti.
La storia del direttore Zubin Mehta si arricchisce di un nuovo atto, il terzo, sempre ad opera del 'Corriere della Sera'.
Nel primo atto veniva rappresentato il disappunto del direttore cacciato - la verità è proprio questa - dopo trent'anni di onorato servizio all'Opera di Firenze, contro la sua volontà. Nulla poteva contro il sindachetto di Firenze ed il sovrintendente del teatro che avevano preso tale decisione chiamandovi a sostituirlo Fabio Luisi. E questo accadeva una settimana dopo che Mehta aveva aperto la stagione al San Carlo di Napoli che lo reclamava come direttore principale, mentre Nardella, nel caso vedovo inconsolabile di Mehta, fingeva di tenere molto alla sua presenza a Firenze. Questo primo atto della 'Zubin Mehta's story' recava la firma di Valerio Cappelli, il primo a raccogliere il pianto amaro, disperato del direttore .
Il secondo atto della storia, sempre ad opera del 'Corriere', veniva inscenato da Marco Gasperetti, il quale capovolgeva la situazione. Mehta sapeva già della sua uscita, e lo sapeva già a Napoli, ha finto solo di cadere dalle nuvole, quando è stato dato l'annuncio dell'arrivo di Fabio Luisi a Firenze.
Perchè allora tacere, anche quando Nardella rivendicava la 'fiorentinità' di Mehta, e non gridargli pubblicamente: 'ipocrita e bugiardo d'un sindachetto!'? Per proprio tornaconto. Messo a conoscenza di tale avvicendamento, ormai deciso, stava trattando con Nardella e Bianchi, il sovrintendente, un'uscita 'onorevole', diciamo così. Che avrebbe ottenuto con quell'incarico da direttore 'emerito onorario a vita' - una vera idiozia per la prima volta utilizzata - che gli sarebbe servito per continuare a dirigere a Firenze, e, nello stesso tempo, permesso di girare il mondo e magari di fermarsi sempre più spesso a Napoli. E tutto questo mentre non pochi critici non erano entusiasti della inaugurazione del San Carlo. E noi, fra questi, che abbiamo spento la tv dopo il primo atto, quando abbiamo capito che la regia faceva acqua e il direttore tirava a campare non potendo dare (o ottenere) di più, e con la protagonista assolutamente fuori ruolo, la quale, proprio perchè ha fatto centinaia di volte Carmen, sarebbe ora che si metta a riposo ( ma questo nessuno glielo ha detto). Dunque, alla fine del secondo atto, Zubin Mehta faceva la figura non del condottiero pugnalato alle spalle, ma del perdente opportunista che tratta la sua resa, cercando di trarne il vantaggio maggiore.
Terzo atto, ancora sul 'Corriere', che si è distinto fra tutti i giornali nel seguire questa vicenda. Autore Enrico Girardi. che ha difeso l'operato di Mehta a Napoli: il direttore a Napoli ha fatto bene, con le forze che aveva a disposizione. In sostanza, l'orchestra è quella che è, e di più non poteva ottenere, la regia era scialba ed inconsistente, e il cast di basso profilo, salva solo la Buratto ( Micaela). Fine.
A questo punto, a sipario calato, entra in scena il teatro sempre attivissimo a cantar vittoria: la 'Carmen' è stata seguitissima sui social, ed anche il pubblico al San Carlo è stato numeroso ( non importa se poi i giornali hanno scritto che gli applausi sono stati assai tiepidi); anche la cena di gala è stata molto apprezzata - Mattarella l'ha gradita ed ha promesso di tornare a cenare al San Carlo - al punto che una seconda cena viene allestita questa volta per i poveri, rivelando anche il volto 'solidale' del teatro napoletano.
La storia finisce con il classico 'e vissero tutti abbastanza felici e contenti', compreso Mehta.
Nel primo atto veniva rappresentato il disappunto del direttore cacciato - la verità è proprio questa - dopo trent'anni di onorato servizio all'Opera di Firenze, contro la sua volontà. Nulla poteva contro il sindachetto di Firenze ed il sovrintendente del teatro che avevano preso tale decisione chiamandovi a sostituirlo Fabio Luisi. E questo accadeva una settimana dopo che Mehta aveva aperto la stagione al San Carlo di Napoli che lo reclamava come direttore principale, mentre Nardella, nel caso vedovo inconsolabile di Mehta, fingeva di tenere molto alla sua presenza a Firenze. Questo primo atto della 'Zubin Mehta's story' recava la firma di Valerio Cappelli, il primo a raccogliere il pianto amaro, disperato del direttore .
Il secondo atto della storia, sempre ad opera del 'Corriere', veniva inscenato da Marco Gasperetti, il quale capovolgeva la situazione. Mehta sapeva già della sua uscita, e lo sapeva già a Napoli, ha finto solo di cadere dalle nuvole, quando è stato dato l'annuncio dell'arrivo di Fabio Luisi a Firenze.
Perchè allora tacere, anche quando Nardella rivendicava la 'fiorentinità' di Mehta, e non gridargli pubblicamente: 'ipocrita e bugiardo d'un sindachetto!'? Per proprio tornaconto. Messo a conoscenza di tale avvicendamento, ormai deciso, stava trattando con Nardella e Bianchi, il sovrintendente, un'uscita 'onorevole', diciamo così. Che avrebbe ottenuto con quell'incarico da direttore 'emerito onorario a vita' - una vera idiozia per la prima volta utilizzata - che gli sarebbe servito per continuare a dirigere a Firenze, e, nello stesso tempo, permesso di girare il mondo e magari di fermarsi sempre più spesso a Napoli. E tutto questo mentre non pochi critici non erano entusiasti della inaugurazione del San Carlo. E noi, fra questi, che abbiamo spento la tv dopo il primo atto, quando abbiamo capito che la regia faceva acqua e il direttore tirava a campare non potendo dare (o ottenere) di più, e con la protagonista assolutamente fuori ruolo, la quale, proprio perchè ha fatto centinaia di volte Carmen, sarebbe ora che si metta a riposo ( ma questo nessuno glielo ha detto). Dunque, alla fine del secondo atto, Zubin Mehta faceva la figura non del condottiero pugnalato alle spalle, ma del perdente opportunista che tratta la sua resa, cercando di trarne il vantaggio maggiore.
Terzo atto, ancora sul 'Corriere', che si è distinto fra tutti i giornali nel seguire questa vicenda. Autore Enrico Girardi. che ha difeso l'operato di Mehta a Napoli: il direttore a Napoli ha fatto bene, con le forze che aveva a disposizione. In sostanza, l'orchestra è quella che è, e di più non poteva ottenere, la regia era scialba ed inconsistente, e il cast di basso profilo, salva solo la Buratto ( Micaela). Fine.
A questo punto, a sipario calato, entra in scena il teatro sempre attivissimo a cantar vittoria: la 'Carmen' è stata seguitissima sui social, ed anche il pubblico al San Carlo è stato numeroso ( non importa se poi i giornali hanno scritto che gli applausi sono stati assai tiepidi); anche la cena di gala è stata molto apprezzata - Mattarella l'ha gradita ed ha promesso di tornare a cenare al San Carlo - al punto che una seconda cena viene allestita questa volta per i poveri, rivelando anche il volto 'solidale' del teatro napoletano.
La storia finisce con il classico 'e vissero tutti abbastanza felici e contenti', compreso Mehta.
venerdì 1 maggio 2015
Dalla Scala, su Rai5, per la Turandot di Puccini diretta da Chailly, Maria Concetta Mattei. La bella, però, deve imparare.
Rai5 sta trasmettendo in questi minuti la Turandot dalla Scala che inaugura ufficialmente l'Expo 2015 di Milano, con la direzione di Riccardo Chailly. Maria Concetta Mattei, 'la bella', è rimasta sola dopo che dall'Ongaro è stato eletto presidente/sovrintendente/ direttore artistico di Santa Cecilia. A proposito, fra qualche mese, quando dall'Ongaro farà solo il presidente sovrintendente direttore artistico di Santa Cecilia ( che è già tanto. Ma anche al di sopra delle sue possibilità e capacità?) risentiamoci, perché nessuno più si ricorderà di lui, non vedendolo più in tv.
E' la sorte di tanti che non brillano soprattutto di luce propria e che quando non hanno più la luce riflessa ( in questo caso della tv, in altri della radio o dei giornali) spariscono dall'orizzonte.
Rai 5 l'ha sostituito con Harvey Sachs, studioso di Toscanini, almeno nel caso della Turandot dalla Scala.
C'era proprio bisogno di ricorrere ad uno studioso che vive all'estero e parla l'italiano come lo parla un americano? quanti italiani avrebbero potuto fare bene e forse anche meglio ciò che Sachs fa alla sua maniera bene, ma certo non in modo inappuntabile? Sachs lo conosciamo bene, in passato ha scritto anche per una nostra rivista, più volte ( per Piano Time), ed ora ogni tanto scrive anche per Il Sole 24 Ore, corrispondenze dagli USA delle quali potrebbe fare a meno senza nessun danno il lettore italiano.
Per restare nel capitolo 'esterofilia', Rai5 è ricorsa, ma solo per farle leggere quattro cose, ad un'allieva egiziana dell'Accademia della Scala, la cui scelta è naturalmente caduta su di lei, immaginiamo a causa della sua bellezza ridondante.
Ma è alla Mattei che desideriamo rivolgere qualche consiglio. Lei ormai è diventata il volto ufficiale di Rai5, ed in tale ruolo bisogna che un pò di cose le impari subito, e se non ne è capace da sola, è necessario che qualcuno gliele insegni. Perchè dice: 'i professori e i musicisti di qui della Scala'? Deve dire 'l'orchestra della Scala', e poi, per favore, possible che nessuno le ha spiegato che Turandot si pronuncia così come è scritto, compresa la 't' finale.
Per favore impari e presto, non faccia continui strafalcioni che offuscano la sua bellezza.
Consiglio disinteressato ed amichevole.
Intervalli.
Da sempre rappresentano i momenti in cui uno può anche vergognarsi di appartenere al genere umano per la banalità che li attraversa. Si ascoltano le domande più idiote, banali ed ovvie, per farsi dire la risposta che è già scritta in copione ( poi non si ascolta la risposta e si prosegue con quello che è scritto sul copione), senza nessuna sorpresa possibile, come quelle che si fanno ai bambini, di cui si conosce la risposta, ma che poi, non appena i bambini crescono e capiscono, si smette di fargliele per non ricevere rispostacce.
Maria Concetta, perdoni, che c'entra Marchesi o la responsabile di quella onlus che si dedica ai poveri? E Gabriele Ferraris deve proprio rispondere sui telefonini? e a Pereira non poteva chiedere qualcosa di meno banale?
Dal suo palchetto, poi, Sachs fa domande così contorte che i suoi interlocutori, quando non vengono interrotti, finalmente ci dicono qualcosa che non sapevamo e che ci fa piacere apprendere, come ha fatto Michele Girardi, massimo studioso pucciniano di oggi ( che però dopo aver detto della modernità di Puccini, avrebbe dovuto spiegarci perchè mai Claudio Abbado, il moderno, non lo abbia mai voluto dirigere, e così pure della Scala di Lissner che lo ha praticamente ignorato, come ha messo in secondo piano Verdi) o la curatrice dell'epistolario pucininano, alla quale ha fatto una domanda, senza attendere la risposta perchè dall'auricolare gli hanno richiesto la linea (ecco dove sta l'improvvisazione, insopportabile in simili occasioni!).
Interessante, per fortuna, l'intervista preregistrata al regista che ci ha dato l'unica notizia interessante e cioè che, prima ancora che Berio cominciasse la scrittura del nuovo finale per Turandot. lui lo abbia incontrato a Roma, per dirgli della sua regia, anticipandogli che avrebbe voluto lasciare in scena fino alla fine Liù, che aveva fatto sgorgare l'amore dal petto di Turandot, con il suo sacrificio. A Berio, ha detto Lehnhoff, l'idea inizialmente non piacque, poi man mano che cominciò a scrivere il nuovo finale, quell'idea lo convinse.
La Mattei, ancora Lei, s'è presa una piccola rivincita, facendoci sapere, a proposito della pronuncia di Turandot, che Puccini e Toscanini pronunciavano 'Turando' - chi glielo ha detto? - e dunque Lei ha continuato a pronunciare Turando. Ma si deve pronunciare Turandot. comunque, cara Mattei.
Regia televisiva attenta e preziosa di Patrizia Carmine - finalmente! - applausi per tutti ma soprattutto per Maria Agresta ( Liù) nonostante venga da Vallo Lucano, come ha precisato la colta Mattei. Calaf il meno convincente, anche per il colore della sua voce.
Bella e convincente la regia generale dell'opera, come anche le scene tutte o di 'fuoco' o di 'tenebra', e assai precisa e tesa la direzione di Chailly, alla fine applaudito anche lui a lungo, perfino dai suoi stessi orchestrali. Cosa rara! Gli auguriamo che duri. Perchè quando si ha un incarico così importante nella città in cui si è nati e cresciuti, e nell'orchestra nella quale potrebbero esserci anche molti compagni di studi, il feeling iniziale può finire, come molte storie insegnano.Successo e lunghissimi applausi.
Auguri a Chailly per la sua permanenza alla Scala.
P.A. Successo per la diretta dalla Scala della Turandot, che è stata seguita da 593.000 telespettatori, con un share del 2.52%, specie se si considera la share medio di Rai5.
E' la sorte di tanti che non brillano soprattutto di luce propria e che quando non hanno più la luce riflessa ( in questo caso della tv, in altri della radio o dei giornali) spariscono dall'orizzonte.
Rai 5 l'ha sostituito con Harvey Sachs, studioso di Toscanini, almeno nel caso della Turandot dalla Scala.
C'era proprio bisogno di ricorrere ad uno studioso che vive all'estero e parla l'italiano come lo parla un americano? quanti italiani avrebbero potuto fare bene e forse anche meglio ciò che Sachs fa alla sua maniera bene, ma certo non in modo inappuntabile? Sachs lo conosciamo bene, in passato ha scritto anche per una nostra rivista, più volte ( per Piano Time), ed ora ogni tanto scrive anche per Il Sole 24 Ore, corrispondenze dagli USA delle quali potrebbe fare a meno senza nessun danno il lettore italiano.
Per restare nel capitolo 'esterofilia', Rai5 è ricorsa, ma solo per farle leggere quattro cose, ad un'allieva egiziana dell'Accademia della Scala, la cui scelta è naturalmente caduta su di lei, immaginiamo a causa della sua bellezza ridondante.
Ma è alla Mattei che desideriamo rivolgere qualche consiglio. Lei ormai è diventata il volto ufficiale di Rai5, ed in tale ruolo bisogna che un pò di cose le impari subito, e se non ne è capace da sola, è necessario che qualcuno gliele insegni. Perchè dice: 'i professori e i musicisti di qui della Scala'? Deve dire 'l'orchestra della Scala', e poi, per favore, possible che nessuno le ha spiegato che Turandot si pronuncia così come è scritto, compresa la 't' finale.
Per favore impari e presto, non faccia continui strafalcioni che offuscano la sua bellezza.
Consiglio disinteressato ed amichevole.
Intervalli.
Da sempre rappresentano i momenti in cui uno può anche vergognarsi di appartenere al genere umano per la banalità che li attraversa. Si ascoltano le domande più idiote, banali ed ovvie, per farsi dire la risposta che è già scritta in copione ( poi non si ascolta la risposta e si prosegue con quello che è scritto sul copione), senza nessuna sorpresa possibile, come quelle che si fanno ai bambini, di cui si conosce la risposta, ma che poi, non appena i bambini crescono e capiscono, si smette di fargliele per non ricevere rispostacce.
Maria Concetta, perdoni, che c'entra Marchesi o la responsabile di quella onlus che si dedica ai poveri? E Gabriele Ferraris deve proprio rispondere sui telefonini? e a Pereira non poteva chiedere qualcosa di meno banale?
Dal suo palchetto, poi, Sachs fa domande così contorte che i suoi interlocutori, quando non vengono interrotti, finalmente ci dicono qualcosa che non sapevamo e che ci fa piacere apprendere, come ha fatto Michele Girardi, massimo studioso pucciniano di oggi ( che però dopo aver detto della modernità di Puccini, avrebbe dovuto spiegarci perchè mai Claudio Abbado, il moderno, non lo abbia mai voluto dirigere, e così pure della Scala di Lissner che lo ha praticamente ignorato, come ha messo in secondo piano Verdi) o la curatrice dell'epistolario pucininano, alla quale ha fatto una domanda, senza attendere la risposta perchè dall'auricolare gli hanno richiesto la linea (ecco dove sta l'improvvisazione, insopportabile in simili occasioni!).
Interessante, per fortuna, l'intervista preregistrata al regista che ci ha dato l'unica notizia interessante e cioè che, prima ancora che Berio cominciasse la scrittura del nuovo finale per Turandot. lui lo abbia incontrato a Roma, per dirgli della sua regia, anticipandogli che avrebbe voluto lasciare in scena fino alla fine Liù, che aveva fatto sgorgare l'amore dal petto di Turandot, con il suo sacrificio. A Berio, ha detto Lehnhoff, l'idea inizialmente non piacque, poi man mano che cominciò a scrivere il nuovo finale, quell'idea lo convinse.
La Mattei, ancora Lei, s'è presa una piccola rivincita, facendoci sapere, a proposito della pronuncia di Turandot, che Puccini e Toscanini pronunciavano 'Turando' - chi glielo ha detto? - e dunque Lei ha continuato a pronunciare Turando. Ma si deve pronunciare Turandot. comunque, cara Mattei.
Regia televisiva attenta e preziosa di Patrizia Carmine - finalmente! - applausi per tutti ma soprattutto per Maria Agresta ( Liù) nonostante venga da Vallo Lucano, come ha precisato la colta Mattei. Calaf il meno convincente, anche per il colore della sua voce.
Bella e convincente la regia generale dell'opera, come anche le scene tutte o di 'fuoco' o di 'tenebra', e assai precisa e tesa la direzione di Chailly, alla fine applaudito anche lui a lungo, perfino dai suoi stessi orchestrali. Cosa rara! Gli auguriamo che duri. Perchè quando si ha un incarico così importante nella città in cui si è nati e cresciuti, e nell'orchestra nella quale potrebbero esserci anche molti compagni di studi, il feeling iniziale può finire, come molte storie insegnano.Successo e lunghissimi applausi.
Auguri a Chailly per la sua permanenza alla Scala.
P.A. Successo per la diretta dalla Scala della Turandot, che è stata seguita da 593.000 telespettatori, con un share del 2.52%, specie se si considera la share medio di Rai5.
giovedì 6 novembre 2014
De minimis non curat musicus, sia egli professionista o critico. Noterella a margine di un articolo del Corriere della Sera
Un articolo del Corriere di ieri, a firma Enrico Girardi, ci ha confermato in una nostra vecchia, vecchissima convinzione e cioè che ai critici o ai musicisti di professione, salvo i casi in cui sono toccati in prima persona, non piace intervenire su questioncine di poco peso del nostro mondo musicale, come ad esempio le storie riguardanti la Scala di Lissner-Pereira o le vicende dell'Opera di Roma. Questa croce la buttano, solitamente, sulle spalle dei cronisti, non addentro alle cose musicali e quindi più soggetti a ripetute cantonate, inesattezze e luoghi comuni come quelli, ripetuti fino alla noia in queste ultime settimane, delle strane indennità di cui gli strumentisti delle fondazioni liriche godrebbero ancora.
Girardi si occupa della 'maxima quaestio' dell'uscita del cofanetto discografico con le Sonate di Beethoven finalmente completate da Pollini, ma poi le dichiarazioni del pianista sull'Opera di Roma e sulle Fondazioni liriche in generale, a lui non interessano neanche per un momento. In questo caso non fa uno sproloquio neanche sulle Sonate di Beethoven, che in altra occasione e con maggior spazio avrebbe fatto - come se quelle sonate fossero una novità e non fossero già arcinote ai lettori dei giornali, ai frequentatori delle sale da concerto ed, infine, anche agli acquirenti di dischi, ai quali tutti Girardi non avrebbe potuto dire nulla di nuovo che non sia stato già detto e scritto da ben più autorevoli esegeti o commentatori.
E Girardi non è il solo a pensarla in questa maniera nella classificazione di 'minima' e 'maxima' cui dedicarsi, perché allineato perfettamente con quanto pensa e fa la totalità dei critici musicali italiani, riuniti in associazione 'silente', presieduta da Angelo Foletto da secoli, come prima anche da Duilio Courir, ma che troppo frequentemente fa affari con le grandi istituzioni musicali italiani, con conferenze, presentazioni, scritti nei programmi di sala e nelle pagine 'eventi' di molti giornali, ed anche con il 'Premio Abbiati' che distribuisce buoni e cattivi voti a questo e quello.
L'ultima volta che ha preso una posizione, la benemerita silente associazione, è stato nella querelle fra Isotta e Lissner, per l'uscita di scena di Susanna Colombo dalla direzione dell'ufficio stampa del Comunale di Firenze e nell'allontanamento di Cognata dalla sovrintendenza del Massimo di Palermo, da parte di Giambrone fratello, cioè Francesco, fratello del politico, per andarci lui. A tal proposito a noi venne all'epoca un cattivo pensiero. Si sapeva della calorosa accoglienza che il teatro siciliano aveva sempre fatto ai critici; con il commissario gli stessi critici forse temettero che quella accoglienza fosse ridimensionata e perciò intervennero?
Nel silenzio generale di musicisti e critici hanno sciolto negli ultimi anni quattro orchestre formate prevalentemente da giovani ( Orchestra giovanile di Santa Cecilia, epoca Berio, Orchestra del Lazio, Orchestra sinfonica di Roma, Orchestra Mozart), ed ora si stava tentando di dare un duro colpo alle orchestre delle fondazioni liriche con il 'caso Roma'. Che altro e di più grave deve accadere perché si sveglino?
Girardi si occupa della 'maxima quaestio' dell'uscita del cofanetto discografico con le Sonate di Beethoven finalmente completate da Pollini, ma poi le dichiarazioni del pianista sull'Opera di Roma e sulle Fondazioni liriche in generale, a lui non interessano neanche per un momento. In questo caso non fa uno sproloquio neanche sulle Sonate di Beethoven, che in altra occasione e con maggior spazio avrebbe fatto - come se quelle sonate fossero una novità e non fossero già arcinote ai lettori dei giornali, ai frequentatori delle sale da concerto ed, infine, anche agli acquirenti di dischi, ai quali tutti Girardi non avrebbe potuto dire nulla di nuovo che non sia stato già detto e scritto da ben più autorevoli esegeti o commentatori.
E Girardi non è il solo a pensarla in questa maniera nella classificazione di 'minima' e 'maxima' cui dedicarsi, perché allineato perfettamente con quanto pensa e fa la totalità dei critici musicali italiani, riuniti in associazione 'silente', presieduta da Angelo Foletto da secoli, come prima anche da Duilio Courir, ma che troppo frequentemente fa affari con le grandi istituzioni musicali italiani, con conferenze, presentazioni, scritti nei programmi di sala e nelle pagine 'eventi' di molti giornali, ed anche con il 'Premio Abbiati' che distribuisce buoni e cattivi voti a questo e quello.
L'ultima volta che ha preso una posizione, la benemerita silente associazione, è stato nella querelle fra Isotta e Lissner, per l'uscita di scena di Susanna Colombo dalla direzione dell'ufficio stampa del Comunale di Firenze e nell'allontanamento di Cognata dalla sovrintendenza del Massimo di Palermo, da parte di Giambrone fratello, cioè Francesco, fratello del politico, per andarci lui. A tal proposito a noi venne all'epoca un cattivo pensiero. Si sapeva della calorosa accoglienza che il teatro siciliano aveva sempre fatto ai critici; con il commissario gli stessi critici forse temettero che quella accoglienza fosse ridimensionata e perciò intervennero?
Nel silenzio generale di musicisti e critici hanno sciolto negli ultimi anni quattro orchestre formate prevalentemente da giovani ( Orchestra giovanile di Santa Cecilia, epoca Berio, Orchestra del Lazio, Orchestra sinfonica di Roma, Orchestra Mozart), ed ora si stava tentando di dare un duro colpo alle orchestre delle fondazioni liriche con il 'caso Roma'. Che altro e di più grave deve accadere perché si sveglino?
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domenica 26 ottobre 2014
Letto sulla stampa di domenica: Sole 24 Ore e Corriere. Da Girardi a Buttafuoco
Cominciamo da Buttafuoco perchè più interessante l'argomento e più bella la scrittura. Denuncia Buttafuoco, sul Sole 24 Ore, che a custodire il' satiro danzante' nel museo di Mazara del Vallo, in un locale di 200 metri quadri circa, ci sono 25 custodi, i quali hanno principale, se non unico, obbligo contrattuale, così sembra, quello di avvertire i visitatori ( dieci-quindicimila in un anno ) che è proibito fotografare la celeberrima scultura bronzea che ha fatto passare sulle labbra di tutti, dove è stato esposto, il nome dell'Italia. Meno che nel suo museo, che a dispetto dei 25 custodi, è chiuso per vacanza settimanale nei fine settimana. Ora, vien da domandarsi, una volta letta tale denuncia che si aspetta a mandare a casa, a fare altri lavori per la Regione o per il Comune, almeno una quindicina di quei custodi e agli altri 10 restanti imporre orari di normale lavoro, otto ore, sabato e domenica compresi?
Ma questo la Regione non ha mai pensato di farlo, mentre lo farebbe domani stesso il sindaco della cittadina siciliana, sempre che Crocetta, indaffaratissimo nel fare e disfare giunte e governi regionali, passi il Museo al Comune, tanto la Regione che egli governa non sa che farsene, come dimostra la denuncia. Ci sarà tale passaggio? Pensiamo di no.
Mentre un bel giornalista e scrittore si occupa dei fatti di casa nostra, un altro del Corriere vola negli Stati Uniti, New Messico (dove sta sulla cartina? non riusciamo a trovarlo dopo quasi due ore di ricerca) per assistere - ma non è stata ancora rappresentata - ad un'opera che si credeva persa del nostro Faccio, direttore d'orchestra stimato, attivo al tempo di Verdi, ma anche buon compositore. Trattasi di 'Amleto' da Shakespeare, libretto di Boito. Che sarà mai quest'opera che molto probabilmente non verrà mai più ripresa? Non lo sa neanche Girardi, nonostante che si sia sentito anche con Gossett che ha seguito la ricostruzione su uno spartito dell'epoca. Lo saprà dopo averla vista ed ascoltata? M a noi che c'importa di una cosa così lontana ed ancora da valutare? Non sarebbe stato più opportuno volgere occhi ed orecchie a cose di casa nostra, visto che in queste ultime giornate molte se ne sono viste e sentite di interessanti, a quel che dicono?
Ci potrebbe obiettare il Girardi del Corriere: ognuno si interessa a ciò che vuole. Sacrosanta verità. Anche noi eravamo interessati a sapere dell'Amleto di Faccio. Solo che dopo la lettura nulla abbiamo appreso oltre il nome dell'autore e quello del librettista. E naturalmente il titolo dell'opera, da Shakespeare.
Ma questo la Regione non ha mai pensato di farlo, mentre lo farebbe domani stesso il sindaco della cittadina siciliana, sempre che Crocetta, indaffaratissimo nel fare e disfare giunte e governi regionali, passi il Museo al Comune, tanto la Regione che egli governa non sa che farsene, come dimostra la denuncia. Ci sarà tale passaggio? Pensiamo di no.
Mentre un bel giornalista e scrittore si occupa dei fatti di casa nostra, un altro del Corriere vola negli Stati Uniti, New Messico (dove sta sulla cartina? non riusciamo a trovarlo dopo quasi due ore di ricerca) per assistere - ma non è stata ancora rappresentata - ad un'opera che si credeva persa del nostro Faccio, direttore d'orchestra stimato, attivo al tempo di Verdi, ma anche buon compositore. Trattasi di 'Amleto' da Shakespeare, libretto di Boito. Che sarà mai quest'opera che molto probabilmente non verrà mai più ripresa? Non lo sa neanche Girardi, nonostante che si sia sentito anche con Gossett che ha seguito la ricostruzione su uno spartito dell'epoca. Lo saprà dopo averla vista ed ascoltata? M a noi che c'importa di una cosa così lontana ed ancora da valutare? Non sarebbe stato più opportuno volgere occhi ed orecchie a cose di casa nostra, visto che in queste ultime giornate molte se ne sono viste e sentite di interessanti, a quel che dicono?
Ci potrebbe obiettare il Girardi del Corriere: ognuno si interessa a ciò che vuole. Sacrosanta verità. Anche noi eravamo interessati a sapere dell'Amleto di Faccio. Solo che dopo la lettura nulla abbiamo appreso oltre il nome dell'autore e quello del librettista. E naturalmente il titolo dell'opera, da Shakespeare.
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