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domenica 25 marzo 2018

Consiglio alla Raggi per coprire i fori romani

Le buche, o come dicevano gli antichi, i 'fori' a Roma rappresentano da mesi l'emergenza n.1 della Capitale. Non l'unica, perchè conviviamo da tempo  anche con l'emergenza rifiuti e, siccome non c'è due senza tre, con  l'emergenza  trasporti.

 In fondo, tre emergenze, piccole tutto sommato, se paragonate alle grandi emergenze italiane e non solo romane, cioè l'emergenza politica e quella del debito pubblico e quella del lavoro. Ma se intanto si cominciassero a risolvere  le emergenze che abbiamo definito 'piccole', se non altro perchè limitate ad una città, seppure Capitale, saremmo già un bel passo avanti. E fra esse una almeno potrebbe forse essere risolta, perchè si sa come farlo, ed i soldi- se non se li rubano strada facendo, come hanno   quasi sempre fatto - ci sarebbero.

L'emergenza 'fori' romani ha una soluzione  a portata di mano. La sindaca e l'assessore competente, congiuntamente, hanno inviato una delegazione a Milano, per interrogare il sindaco Sala sulle buche che ci sono a Roma ma non a Milano, quantomeno nella stessa quantità;  non si tratta di diversa percezione. Le buche a Roma ci sono, non v'è strada senza, e si possono, anzi si devono risolvere.

Sala gli ha detto che a Milano c'è una squadra di una settantina di addetti, in servizio permanete, pronta ad intervenire, in ogni momento e con tempestività, sulle strade del capoluogo milanese. Ma non può essere questa la ricetta che salva Roma dai suoi 'fori'. Anche perchè di squadre 'tappabuche'  ne esistono. A Roma, squadre di volontari che si danno da fare, a proprie spese,  a differenza dell'immobile Giunta, per tappare con asfalto a presa istantanea le buche segnalate dai cittadini.

 Il rimedio, dicevamo, esiste, basta applicarlo. Alla viglia del Giubileo della Misericordia, Roma si dette una  sistematina stradale, sotto il Commissario Tronca. Uno dei lavori più imponenti, ma non l'unico del genere, fu il nuovo manto stradale della via Nomentana, da Piazza Sempione al Raccordo anulare. Alcuni chilometri di strada che negli anni successivi al Giubileo, nonostante pioggia e neve ed altro ancora, sono lì come appena fatti. Mai una buca, oltre quelle che  i vari servizi comunali  ( luce, gas, acqua, fogne) ogni tanto creano per interventi imprevisti o  di emergenza, salvo poi a rattoppare in maniera abbastanza soddisfacente le buche procurate.

 Perciò, invece che inviare una delegazione a Milano, basterebbe che la sindaca Raggi o il suo vice Bergamo con l'assessore o assessori competenti andassero a guardar i capitolati degli appalti assegnati da Tronca,  nel caso dei lavori stradali alla viglia del Giubileo. Prenderebbero visione, con la massima precisione della qualità dell'asfalto di quei lavori. Se seguissero quell'esempio, saremmo sicuri che  quattro o cinque anni - almeno quanti ne sono trascorsi dal Giubileo ad oggi -  ma forse anche più, le buche non  sarebbero uno dei grandi problemi a Roma.

 Che aspettano?

lunedì 5 giugno 2017

Teatro alla Scala. Stagione 2017/18. Il sindaco/ presidente, Sala, non apprezza e ammonisce

Solo pochi giorni fa è stata presentata la nuova stagione che si aprirà con l'Andrea Chenier ( direttore Chially,regista Martone; interpreti principali i coniugi Netrebko-Eyvazov). Poi, finalmente arriverà, la nuova opera di Kurtag, Fin de partie; Fledermaus ( Zubin Mehta direttore), Simon Boccanegra diretto da Chung; Orfeo ed Euridice, nella versione francese, direttore Mariotti; Francesca da Rimini di Zandonai - Fabio Luisi sul podio; Aida, nella messinscena e regia di Zeffirelli, direttore Santi; Don Pasquale; Fierrabras id Schubert ( Harding); Il pirata di Bellini, direttore Frizza; Alì Babà e i 40 ladroni di Cherubini (progetto Accademia); Ernani diretto da Adam Fischer; La finta giardiniera di Mozart diretta da Fasolis; ed Elektra di Strauss diretta da Dohnanyi.

 Che dire? Che chi comanda si fa la stagione che vuole. Degli interessi del pubblico  molti responsabili tendono a fottersene. Si può solo notare che la Scala, per la prossima stagione, fa la sofisticata, nel senso dell'imprevedibile, del non corrente , dell'antitradizionale. Tutto nella regola, ad anni alterni. Quest'anno dopo l'abbuffata pucciniana, per reagire all'astinenza negli anni di Lissner, niente Puccini, astinenza di nuovo. Non sarebbe stato più opportuno abbuffarsi meno la stagione passata e presentare Puccini a piccole dosi, stagione dopo stagione - il discorso vale anche per Verdi, Rossini, come anche Mozart. Meno per  Wagner, il quale, negli anni passati, prima di Pereira, è stato il nume tutelare scaligero,  anche più di Verdi.

Si può solo domandare, forse esigere, una volta stabilito il cartellone, che i nomi degli interpreti, siano all'altezza dei titoli per i quali sono stati scritturati - il che non è sempre automatico, neanche alla Scala?

Ciò che invece si può dire, anche ad alta voce, è che Sala, sindaco di Milano, presidente della Scala (non per meriti o competenza, ma per statuto), ma  che notoriamente non ha studiato musica all'Accademia di Vienna, non sarebbe di per sé autorizzato a dire, alla presentazione della stagione: si può fare di meglio! Voleva forse mandare un messaggio a Pereira sui conti? No, perchè quelli sembrerebbero in ordine. Se sui titoli, chi gli da l'autorità per farlo? Forse il suo assessore alla cultura, il compositore Del Corno? Se è stato lui a dargli la dritta, non poteva pensarci lui direttamente con Pereira, con il quale si sentirà immaginiamo spesso, quando ancora lavorava  alla formazione del cartellone? Gli poteva dire: fa  meglio! Che so, mettici anche qualche titolo del grande repertorio che quest'anno sembra accantonato!
 Dire, alla presentazione del cartellone che 'si può fare di meglio', è come perdere l'occasione per star zitto e cogliere quella di dire una assoluta banalità, inutile.
Pereira gli ha risposto, a tono: certo si può fare sempre di più, e se mi accontentassi di ciò che faccio sarei un asino. Bravo!
 Come si vede , a conti fatti, a banalità si risponde con banalità, e tutto resta come prima.
 Ma forse Sala ha voluto mandare un avvertimento a Pereira: non ti sentire troppo sicuro.  L'avrà capito?

mercoledì 3 maggio 2017

Un Concerto per l'Europa, nel Duomo di Milano, che arriva da Napoli e costa caro. Chi paga?

Annunciato con squilli di tromba e dichiarazioni trionfalistiche il concerto che il prossimo 3 giugno si terrà nel Duomo di Milano, per celebrare l'Europa e i 630 anni di vita della Veneranda Fabbrica del Duomo, affidato ai complessi  del Teatro San Carlo di Napoli, sotto la direzione di Zubin Mehta, e dedicato al prof. Gianni Baratta che fino alla sua morte prematura , avvenuta lo scorso 23 marzo, della Veneranda Fabbrica milanese, è stato direttore, e che tale concerto ha voluto e lavorato per organizzarlo.
Zubin Mehta con la sua nuova orchestra - quella del Teatro San Carlo di Napoli - alla quale sembra essersi legato dopo lo schiaffo, che il sovrintendente uscente Bianchi ha sempre minimizzato, ricevuto a Firenze dal Maggio, e con il corto, ai quali si uniranno i solisti vocali, si trasferirà da Napoli a Milano, per il concerto in Duomo e per farvi subito dopo ritorno nella capitale meridionale.

Tale concerto non può che riempirci di gioia. Un grande anniversario (Veneranda Fabbrica del Duomo) ed un augurio per il futuro ( Europa), celebrati con la musica non possono che trovarci soddisfatti.
 In questo siamo in perfetta sintonia con i sindaci delle due città, i governatori delle due regioni ed il presidente della fabbrica del Duomo, il quale vanta  anche una storia ed una ricchezza musicali,  dal Quattrocento con Franchino Gaffurio maestro della Cappella del Duomo, ad oggi, conservate con grande cura ed orgoglio nell'Archivio musicale del Duomo, di recente restaurato ed ampliato.

Ci piacerebbe invece sapere chi paga questa trasferta che a noi modestamente , sembra inutile e sicuramente cara. 
A Milano ci sono almeno due orchestre che potrebbero fare lo stesso concerto e che la Sinfonia n.9 di Beethoven hanno in repertorio e , di conseguenza, possono eseguire, senza affrontare un costoso viaggio con oltre duecento persone.

Si dirà che  il Teatro  San Carlo ha trovato sponsor istituzionali ( città metropolitane e regioni) ed anche privati, sebbene non sappiamo quali. Ma secondo voi, i soldi per la costosa trasferta li hanno tirati fuori dalle loro tasche Sala e Maroni e De Magistris e De Luca ( coppie scoppiate, se si guarda bene alle loro storie)  o questi amministratori li hanno prelevati direttamente dalle tasche dei contribuenti senza  domandare prima se erano d'accordo o meno. E si dirà anche che tale concerto l'ha voluto tenacemente Rosanna Purchia, sovrintendente del San Carlo che a Milano ha passato la prima parte della sua vita professionale, una trentina d'anni, prevalentemente  al Piccolo

Questa che a noi sembra una inutile trasferta, ci fa pensare ad un'altra fuori luogo ed altrettanto costosa che De Luca fece , con i soldi pubblici, l'anno scorso, quando alla Reggia di Caserta fece venire l'Orchestra di Santa Cecilia con Pappano, alla fin fine per celebrare, assieme ai due o tremila spettatori circa, se stesso i suoi fasti, ma non ancora la rinascita della reggia. La trasferta casertana costò all'incirca due milioni di Euro, cosi si lesse all'epoca.

Vogliamo ribadire il nostro pensiero in proposito. Siamo contenti che i soldi vengano spesi per la musica, ma non devono essere buttati al vento per progetti faraonici frutto dei capricci di questo o quell'amministratore. Il quale non trova mai i fondi necessari per progetti  meno faraonici, ma sempre di qualità e di pubblica utilità anche in campo musicale.  

lunedì 3 ottobre 2016

Il governo delle città agli artisti, oltre che ai filosofi. Insomma ad oligarchie illuminate

Tempi e casi in cui al governo, addirittura di qualche paese, si potevano trovare esimi musicisti ( Paderewsky, il caso più eclatante, titolare delle più alte cariche pubbliche nella Polonia, dopo la Grande guerra) sono lontani, lontanissimi e sempre più rari. Perchè gli artisti, soprattutto, sanno che la politica, se assunta con l'impegno necessario, rischia di mettere fine alla attività principale per la quale essi stessi sono conosciuti ed apprezzati.  In tempo recenti si registra il caso di Havel ed altri non se  ne ricordano.
La candidatura di Riccardo Muti alla Presidenza della Repubblica, proposta da Vittorio Sgarbi è fortunatamente naufragata. Fortunatamente soprattutto per Muti che potrà continuare  a fare il direttore, dove rende meglio che in qualunque altra possibile attività.

Oggi, filosofi ed artisti, preferiscono attività ed impegni più redditizi. Almeno fino a quando non scoprono che con certi incarichi politici, talvolta impegnativi, si possono avere benefici anche grandi, perfino più grandi di quelli che direttamente o indirettamente, alla luce del sole o sottobanco si ricevono assumendo incarichi dirigenziali in istituzioni culturali (sovrintendenze, direzioni artistiche, direzioni di celebri istituti culturali ecc...), talvolta senza nemmeno domandarli, perchè qualche servo che si prostra ai piedi di chi comanda, anche se non richiesto, è sempre dietro l'angolo, pronto a farsi avanti ed offrirsi.

Ma in anni molto recenti, con nostra sorpresa, troviamo due giovani musicisti, compositori per la precisione, che hanno assunto incarichi politici; in un caso, di grande peso, e cioè quello di Assessore alla cultura del Comune di Milano, nel gabinetto Pisapia, rinnovato anche da Sala, assunto da Filippo Del Corno, di cui non si è mai sentito parlare tanto, ma che forse proprio dietro la facciata silenziosa agisce e svolge con impegno e dedizione il suo delicato compito, come ha fatto quando ha dovuto risolvere il problema della successione a Francesco Micheli ed al suo gruppo, alla guida del festival Mito, affidato da Del Corno alle cure artistiche di un suo compagno di avventure  musicali, come Nicola Campogrande, i cui esiti sorprendentemente entusiasmanti abbiamo sentito sottolineare dallo stesso direttore artistico e dai suoi sodali della stampa milanese. E le cui fortune artistiche sicuramente andranno a gonfie vele nei prossimi mesi od anni, cosa che non ci sembra sia accaduto a Del Corno - ma forse Milano è per noi troppo lontana perchè ci giungano gli echi della sue strabilianti imprese musiciali. Del Corno che sembra, dunque, aver trovato una buona soluzione per il Festival Mito, forse non è intervenuto con identica partecipazione e convinzione, assieme al suo sindaco, nella questione che ha visto Torino e Milano, contrapposte nel settore dei libri, per via della scissione prodottasi all'interno dell' AIE.

Ma ora un altro caso, con una responsabilità meno prestigiosa, seppure impegnativa altrettanto, è venuto alla luce, almeno per noi. Quello di Cristian Carrara, una altro compositore, friulano d'origine ma stabilitosi a Roma, dove ha fatto una discreta carriera nelle ACLI ed anche nelle sezioni dei partiti politici, riuscendo a  vincere le elezioni regionali ultime, e divenendo, nel gabinetto Zingaretti, Presidente della Commissione cultura.
 Il suo nome, nelle cronache musicali, dalle Alpi alla Sicilia, compare spesso e noi lo abbiamo notato con piacevole ricorrente sorpresa,ancora più grande  dal momento che riscontriamo come tale e tanta attività musicale, almeno negli ultimi quattro o cinque anni,  già prima  del suo incarico in Regione, è convissuta con un impegno sociale civile e politico di qualche peso. E tuttora continua. Bravo!

venerdì 9 settembre 2016

Ministro Franceschini, se esisti dacci un segno

E' venuta l'ora in cui anche Franceschini, smettendo i panni del ministro 'mezzodisastro', noto per gli annunci a sorpresa ( anche questo blog  ne ha  elencanti a decine, forse centinaia) o delle sorprese di fronte ai disastri, batta un colpo e ci dica se esiste.
Fra un paio di giorni a Roma ci sarà la riunione dei  responsabili dei due saloni del libro in lotta - quello storico di Torino e quello neonato milanese, da battezzare  in aprile, in diretta concorrenza con il fratello maggiore; vedrà nel suo ufficio i rappresentanti delle due associazioni di editori (quella grande che patrocina Milano e la minore, più combattiva e più motivata a difesa del salone torinese) oltre al sindaco di Torino, Appendino al presidente della Regione, Chiamparino, ed il seguito di ciascuno.
 Alle inaugurazioni del Festival MiTo, si sono seduti uno accanto all'altro i sindaci delle due capitali del nord Italia; e questo semplice fatto ha spinto alcuni a pensare che Appendino e Sala avessero potuto firmare un patto di non belligeranza fra le due città in nome del libro. Ragionando come fosse del tutto inutile anzi dannoso che per difendere il libro  e la lettura in Italia si affondasse di fatto  il mercato, con una guerra intestina fra editori, e si suonasse la campana a morto per una manifestazione che, con tutti i problemi, ha fatto tanto per il libro, senza sapere ancora se il neonato, i cui lineamenti sono ancora ignoti, farà meglio del suo antenato; mentre si sa solo che già da piccolo, ma con maggiori possibilità economiche raggruppando l'AIE, presieduta da Motta, tutti i grandi editori italiani,  gli vuol fare la guerra, e comincia con le azioni di disturbo un mese prima della data fissata per il salone torinese, cioè ad aprile, data in cui è già fissata a Rho, la 'fiera' milanese del libro.
 Franceschini cosa dovrebbe fare per far sapere che c'è ancora?  Lui assieme alla collega Giannini hanno firmato - se ricordiamo bene - una intesa con il Salone torinese per  far entrare come soci i rispettivi loro dicasteri, versando un contributo.
Nell'uno come nell'altro caso, sia ben chiaro, si tratta di iniziative private, anche se per il salone torinese, non si sbaglia parlando di una sua certa 'istituzionalizzazione' se non altro per gli ormai lunghi anni di esistenza. L'assessore alla cultura milanese, il compositore Del Corno, alla vigilia della guerra guerreggiata, ha precisato che il Comune non c'entrava nell'iniziativa dell'AIE, iniziativa privata, lavandosene le mani. Ma così non si governa!
Non vorremmo che Franceschini, come Del Corno, sfuggisse alle sue responsabilità di far ragionare gli uni e gli altri, inducendoli a firmare un pace duratura, per lavorare ambedue a favore del libro e della cultura, senza pestarsi i piedi, come è evidente che voglia fare l'AIE presieduta da Motta.
 Almeno una volta prenda esempio da sua moglie , l'ex presidente della Commissione cultura del Comune di Roma, al tempo di Marino, Michela Di Biase, la quale, un tempo silenziosa, da quando  Virginia Raggi è salita al Campidoglio non passa giorno  senza che intervenga contro i suoi avversari politici che invita a prendere posizioni nette, ad assumere decisioni in favore della città. Franceschini dovrebbe apparire altrettanto determinato, magari evitandone il broncio che ne  oscura la bellezza tutta romana.

P:S: Dario Franceschini è anche un prolifico scrittore che ha pubblicato i suoi romanzi, più d'uno, presso Bompiani. Mentre non sappiamo con  quali fortune editoriali, sappiamo, invece, che se vorrà farsi sentire  - come gli auguriamo - dovrà fare la voce grossa anche con il suo editore.

sabato 23 luglio 2016

Salone del libro: MILANO contro TORINO come Mostra del cinema: ROMA contro VENEZIA

Dopo anni la cosiddetta 'Festa del cinema' di Roma, strenuamente voluta da Veltroni e dal suo giro, in conflitto quasi scandaloso - anche se non è detto che Venezia debba avere il monopolio in campo cinematografico, ma tant'è - con la 'Mostra del cinema' di Venezia, sta ancora cercando una  sua identità. Ogni anno mette una nuova veste, cambia direttore ed è in perenne affannosa ricerca di soldi pubblici  e di sponsor. L'anno scorso, se non ci sbagliamo, è entrato come socio anche il Ministero di Franceschini, il quale sempre l'anno scorso  attraverso il suo Ministero, e la Giannini con il suo,  sono entrati come soci a Torino, nel Salone del libro.
Alla cui sopravvivenza sembrano ora attentare quelli della Fiera di Milano che vorrebbero, a Milano, in maggio e contemporaneamente al Salone torinese, organizzare una Fiera del Libro, nell'area Expo, con la benedizione dell'assessore alla cultura del Comune, il compositore Filippo del Corno, riconfermato da Sala, dopo l'esperienza nel gabinetto Pisapia.

Non sappiamo districarci fra gli 'insiemi'  che compongono le cordate di editori che vogliono restare a Torino e quelli che spalleggiano l'iniziativa milanese. Ci sembra di capire che da una parte  ci sono gli editori indipendenti ed i piccoli editori, mentre i grandi preferirebbero Milano, o viceversa. Importa poco la composizione degli schieramenti pro o contro.
 Ora le due città, ambedue aspiranti a divenire a tutti gli effetti ed in tutti i campi, capitali del nord, e cioè Torino e Milano, dopo che per anni sono andati d'accordo  almeno nel campo della musica producendo insieme il festival  'MiTo' a settembre - che di soldi ne ha macinati tanti e tanti ancora  promette e continua a macinarne, la cui dirigenza è da poco mutata radicalmente portando al vertice artistico il compositore torinese, formatosi a Milano, Nicola Campogrande -  rischiano di farsi una guerra in nome del libro.
 Intanto a Torino la nuova sindaca Appendino ha da poco  firmato un nuovo contratto con la Cl Events, proprietaria del Lingotto,  per l'ospitalità anche del Salone .
 E a Milano fanno sapere che il loro progetto ha rilevanza nazionale perchè farebbe il paio con quello romano 'Più libri più liberi'; ed un terzo che aprirebbe a Bari ( in Puglia ci è rilevato che il 75% della popolazione nel corso dell'anno passato non ha letto neanche un libro!) e, a seguire, anche altri in altre zone del paese dove la lettura non è neanche uno sport per élite, perchè nessuno, secondo le statistiche, lo praticherebbe.
 Noi non siamo addentro al mondo del libro, della lettura e dell'editoria e perciò riferiamo solo i fatti e ci poniamo qualche domanda alla quale da soli non sappiamo rispondere. Come ad esempio a quella relativa alla 'Nave di Teseo',  neonata per mano di Elisabetta Sgarbi: la nave dove va a gettare l'ancora: Milano o Torino?
 Quel che sappiamo invece riguarda il recente passato del Salone del libro di Torino, squassato da scandali che la cultura dovrebbe punire con il carcere a vita, e invece non punisce.  Ma questo non ha nulla a che vedere con il suo trasferimento a Milano o con la guerra  di Milano contro Torino.

domenica 14 giugno 2015

In onore del Verdi massone ricostituita l'antica via dell'osservanza, che unisce tre centri della congrega.

 Se Verdi era massone ed anticlericale - ma le due cose non sono congiunte per forza - ormai lo pensano tutti. E prima ancora che un recente studio sul 'Falstaff ' ne offrisse ragioni perfino musicali come si trovano, ad esempio, nel 'Flauto' mozartiano. Ora in omaggio a Verdi si è voluta ricostruire, con una precisa indicazione  di percorso e  sentieri  che attraversando il centro Italia, legano Siena a Bologna a Parma, per intanto. Salvo poi ad includere in detto sentiero, nei mesi a venire, anche Perugia e Roma, capitali della massoneria. Non quella deviata, per carità, ma  quella che, più modestamente e disinteressatamente ( !) in nome dell'appartenenza, fa affari, risolve diatribe, distribuisce mansioni di potere. In questo caso nel nome e con la benedizione di Verdi.
 Di recente, su indicazione del MIBACT, alla presidenza dell'Istituto di Studi Verdiani, con sede a Parma, la Parma di Verdi e Toscanini, è stato nominato un illustre compositore che, sia detto in premessa, con la massoneria non c'entra affatto, semmai potrebbero - il dubitativo è obbligatorio! - coloro che qui e là l'hanno voluto in posti di responsabilità, nei quali nel giro di pochi mesi tanti ne ha collezionati, dal momento che tutti si sono accorti di non poter più fare a meno di lui. C'è stata una rivolta da parte di illustri studiosi verdiani i quali hanno protestato perché un compositore di oggi, con scarsa conoscenza dell'opera verdiana, ed anzi sbilanciato, a differenza di Verdi, sull'opera 'suoni e luci', meglio se elettronici, fosse messo a capo di un istituto che alla conoscenza dell'opera di Verdi - MASSONE - è votata per statuto. Il neo eletto  non si è scomposto ed anzi ha subito nominato un nuovo direttore dei 'Quaderni' di Studi verdiani' che  fino al giorno prima erano stati affidata a studiosi verdiani  quali Sala e prima ancora Petrobelli e Della Seta. Ed anche in questo secondo caso, lo diciamo con assoluta certezza, la massoneria non ce'entra un fico secco. Proprio come il neo eletto direttore c'entra con la musicologia verdiana   e con la direzione di  una rivista musicologica. E pure lui ha già chiaro il piano della sua direzione: guardare alla musica del vecchio Verdi con gli occhi dell contemporaneità. A gennaio, a Verdi piacendo, ne darà un  esempio, interpellando una schiera di musicisti di oggi sull'attualità di Verdi. Non è una cosa nuovissima - ha subito dichiarato per non attribuirsi meriti che non ha - perchè nel primo numero di 'Studi verdiani', all'inizio degli anni Ottanta,  comparve proprio un saggio di Luciano Berio - poche pagine, ha voluto ricordare, dal titolo 'Verdi?' con il punto interrogativo. Dimenticando però che proprio in quegli anni Berio aveva terminato di scrivere ' Un re in ascolto' - che noi ascoltammo al battesimo pubblico a  Salisburgo, diretta da Maazel - con riferimenti chiarissimi ed espliciti a Verdi, ad una sua opera in particolare. Staremo a leggere le nuove mirabolanti imprese, a gennaio, se ci riesce, del nuovo direttore, di una pubblicazione  che ha cadenza annuale.
 E così a sua insaputa, l'aitante compositore di oggi, forse per decisione della massoneria, cui lui si dichiara estraneo e disinteressato,  nel giro di pochi mesi, s'è trovato catapultato ai vertici dell'Accademia Chigiana -  lui,rarissimo esempio di musicista che non è mai passato da quelle aule -  al vertice del teatro Comunale di Bologna e all'Istituto verdiano di Parma, patria di Verdi, MASSONE. Nel cui nome si è ricomposta la 'Via Massonica' che collega  tre capitali della consorteria: Siena, Bologna e Parma.

domenica 3 maggio 2015

Musica e Expo. Banalità e luoghi comuni duri a morire

Sempre così, quando si prospetta la possibilità di una nuova mangiatoia, e l'Expo milanese è una di queste, tutti in fila a mostrare la varietà di fieno disposti a fornire, se ben pagato. Così con il melodramma. Che la Scala possa per la prima volta nella sua storia moderna restare aperta ogni sera è una bella novità, nonostante che in un teatro con la fama di cui la Scala gode, e con la sua storia, dovrebbe essere la norma anche  fuori dall'Expo. Tuttavia che  la nuova dirigenza l'abbia capito è già un bel passo avanti.
 Ma in Italia non c'è solo la Scala. Ci sono tanti teatri, e festival e storiche istituzioni, ognuno con la sua programmazione 'To Expo'. Niente di nuovo, bensì programmazione normale  finita nel calendario Expo ' Very bello!'. Il massimo dell'invenzione italiana.
 E Torino vanta anche la presenza del Museo Egizio, oltre il Regio, al cui sovrintendente Vergnano, ricordate questo nome, all'estero chiedono l'autografo; e Venezia risponde con la Fenice; Verona con tutte le opere che hanno fatto grande il nostro anfiteatro lirico, quasi che ne abbia bisogno, visto che di suo è già tanto grande ( e pure riesce a chiudere i bilanci in passivo. Un vero record!). E con queste tre città facilmente raggiungibili da Milano, il cerchio di ' pronto soccorso'  melodrammatico all'Expo si chiude.
 Il dato più interessante della programmazione di questi teatri 'To Expo' è la riscoperta e riproposta del grande repertorio, quello stesso grande repertorio che i nostri teatri in periodi di normale programmazione  prendono sottogamba, perchè il più delle volte nella formulazione del cartellone prevale  la  proposta di titoli  poco noti, riscoperti, che fanno la gioia di critici e direttori artistici ma non del botteghino.
E poi ci sono i festival sui quali svetta quello di Macerata, che si svolge nella sua Arena, che il poliedrico direttore artistico, Francesco Micheli, nel suo momento massimo di celebrità, ha intitolato ' nutrire l'anima', mettendo in cartellone tre titoli che prevedono un banchetto. Quando abbiamo appreso la notizia un brivido ha percorso la nostra schiena. Micheli lavora anche a Bergamo, dove vuol far riscoprire Donizetti, e per questo ha pensato di addobbare le vetrine ed anche altro con gli elementi di un'opera donizettiana. Mamma mia, che cosa meravigliosa.
  Poi c'è il capitolo dei nostri operisti di bandiera quelli che vengono sempre intervistati, per ogni occasione. Due fra tutti, Battistelli (autore della già famosa 'CO2' attesa alla Scala, il prossimo 16 maggio, che ora ribadisce la sua volontà di presentarsi alle prossime elezioni come sindaco del suo borgo natio, Albano laziale. Ma dove troverà il tempo per fare il compositore, il direttore artistico dell'Orchestra della Toscana, condirettore artistico, appena nominato, dell'Opera di Roma, consigliere di amministrazione dell'Accademia di santa Cecilia, presidente della Barattelli dell?Aquila ecc... ecc... ) e Tutino (autore di un'opera da un testo di Sandor Marai, Le braci, che il suo amico ed ex dipendente, Triola -  al Comunale di Bologna - porta al Festival della Valle d'Itria, dove è direttore artistico, lui che è già direttore generale dell'Opera di Firenze, dove pure approderà quest'opera la prossima stagione). Tutino  fra breve presenterà 'La ciociara', a San Francisco che l'anno prossimo vederemo ed ascolteremo anche a Torino. Lui ha detto che in America gli hanno espressamente  chiesto di far sentire il canto 'italiano', e lui sicuramente lo farà.
Ci piacerebbe che una volta tanto, proprio in omaggio all'Expo, ed ai suoi temi ecologici, anche nel mondo del melodramma si respirasse un pò di aria pura, senza questi intrecci poco puliti, qualche volta asfissianti, come l'anidride carbonica  assunta ad emblema della sua opera da Battistelli, e le occupazioni spudorate di posizioni di potere ed altro ancora che tante, troppe volte abbiamo denunciato.
 Per la serie delle banalità, infine, anche Giuseppe Sala - che è riuscito a mostrare al mondo l'Expo completato alla data del 1 maggio - ha fatto conoscere la sua 'lista degli altri', ovvero quella delle musiche del cuore e della vita. Nella sua vita s'è nutrito a pane e Bennato, Vasco, Bowie, Davis ecc... E il 'Bel Canto italiano' dott. Sala. Non è il nostro vanto nel mondo, al quale inneggia anche  'Sette' di questa settimana, con una articolo a firma di Eliana Liotta, dal quale abbiamo rubato banalità e luoghi comuni che vi  abbiamo appena elencato?

martedì 27 gennaio 2015

Una valanga di critiche ha subissato il sito 'verybello' del ministero per l'EXPO 2105

Evidentemente proprio l'idea più criticata, quella del titolo immaginato da 'Lora et Labora'  e compensato con 35.000 Euro, è quella che più è piaciuta al ministro che oggi gongola perché il sito è stato visitatissimo (oltre che criticatissimo) e perché spera, d'altro canto, di salire al Quirinale, essendo stato fatto anche il suo nome per la scalata alla presidenza della Repubblica.
Nessuno più di noi ne sarebbe contento, perché così lascerebbe il Collegio romano e con la sua bella moglie rappresenterebbe l'Italia anche alle sfilate di moda e bellezza.( in verità sotto il profilo della bellezza ci sono anche altri antagonisti, benché inutili altrettanto, di Franceschini, a cominciare da Rutelli Casini e Gasbarra che con la bella presenza ci ha fatto camminare anche i treni. E poi anche perché, per la prima volta, all'inquilino del Quirinale  potrebbe nascere, se fanno presto, un figlio nel palazzo, privilegio che dalla nascita della Repubblica non è toccato a nessuno, essendo tutti i presidenti in età non più adatta alla procreazione, mentre qualche moglie sì,  cioè poteva ancora, anche se poi si è astenuta. E potrebbe quella essere la prima occasione per cui si parla di Franceschini, senza che ne abbia demerito alcuno.
 Tornando al sito, quell'inutile titolo permette di memorizzarlo, sì per la sua assurdità, benchè  nella sua maccheronica espressione, dovrebbe servire a mettere in luce le eccellenze e bellezze del nostro paese. E' questa l'opinione sempre del ministro, ma anche di Sala capo dell'Expo. Sono tutti d'accordo, anche nel non spiegare a nessuno come si è arrivati a quel calendario che coglie fior da fiore, senza capo né coda, e sena nessun criterio che sia possibile decifrare. Si sono offerte le varie istituzioni oppure è stato l'ufficio dell'EXPO - sì, c'è anche un ufficio che seleziona e sceglie - a scegliere  fra l'intera offerta italiana?
 E fin qui solo questioni di forma e di metodo, per tralasciare anche quelle di lingua (hanno promesso che entro il 7 febbraio il sito avrà anche una versione inglese che speriamo non sia ' all'italiana', aggiungendo vergogna a vergogna).
Poi ci sono quelle di contenuto, per le quali già parecchie nefandezze abbiamo segnalato nei giorni scorsi, nefandezze e sciatterie  frutto di incompetenza, analfabetismo ed anche di evidente disprezzo del tesoro d'Italia. Da mettere in mostra.

venerdì 16 maggio 2014

Sta a Roma la merda italiana, non alla Scala

Sabato,cioè domani, c'è la 'Notte dei Musei'. Musei siti archeologici monumenti aperti per la gioia dei turisti stranieri e degli italiani che, una tantum, dedicano tempo alla scoperta di bellezze del proprio paese verso le quali si dimostrano forse distratti nel resto dell'anno. Bene, anzi benissimo. Senonchè succede che il Colosseo, il nostro massimo monumento, sarà aperto a metà. Vi potranno entrare solo 3000 visitatori, in sei turni da 500 ognuno, ogni mezzora. Perché questa restrizione nella 'Notte dei Musei'? Perché i custodi non sono disponibili; non tutti, una ristretta minoranza sulla decina che ogni giorno vigilano su un monumento, il più visitato, che meriterebbe ben altra cura e più folta vigilanza. Ora di quella decina alcuni non sono d'accordo a presentarsi, non accettano l'intervento di esterni, neppure di volontari, tenendo così in ostaggio tutti gli altri e facendo fare a Roma, al ministero ed alla sovrintendenza, ma anche al comune, una pessima figura, proprio nella 'Notte dei Musei'. Indisponibili a tutto, disponibili solo ad 'aprire un tavolo'. Rovesciateglielo addosso quel tavolo; basta con queste tavolate di inutili trattative che non conducono a nulla o, nel migliore dei casi , alla peggiore conclusione ( il tavolo del Cda scaligero insegna!). E il ministro decisionista? non può far nulla? ma come non può far nulla?
 Calma. Una cosa sembra l'abbia fatta, anzi stia per farla, ma non riguarda direttamente il 'caso Colosseo'. Presenterà al prossimo preconsiglio dei ministri e subito dopo alla prima seduta utile, regolamentare il cosiddetto 'Art Bonus' - rivela Rita Sala sul Messaggero. I privati che devolveranno al settore culturale alcune risorse avranno un più consistente bonus fiscale, del 60% nel 2015, del 50% l'anno successivo. Ora è solo una notizia, anzi l'annuncio di una notizia, troppo presto per cantare vittoria e cambiare marcia.

martedì 25 febbraio 2014

Famo a' capisse

Letta l'intervista di Cappelli a Muti, apparsa sul Corriere, abbiamo scritto di getto, ma qualche giorno dopo ci siamo dovuti correggere, per aver letto - questa volta sui siti del teatro e del maestro - che lui non aveva fatto nessuna dichiarazione a Cappelli, il quale ne avrebbe riferito, arbitrariamente, virgolettando frasi ed espressioni. Ed avevamo, dall'alto dei nostri anni di professione, stigmatizzato il malcostume di inventarsi le interviste, mettendo insieme frasi tratte da precedenti dichiarazioni, spacciate per l'ennesima volta come nuove, aggiungendovi solo mezza frase nuova davvero. Chi legge i giornali, anche i grandi giornali, sa bene quanto questo malcostume sia diffuso, diffusissimo.
 Oggi, infine, tutti i giornali, in coro e  all'unisono, riportano le medesime frasi che Muti aveva dichiarato di non aver mai detto,  definendole addirittura 'destabilizzanti', attribuendole al Maestro - come aveva fatto Cappelli, da Muti sconfessato. Scrivono che il Maestro, che ha continuato a fare regolarmente le prove della 'Manon', ha detto ad orchestrali e coristi che se continuano con questi scioperi, lui se ne va. Esattamente ciò che aveva scritto Cappelli. 'Famo a'capisse' - si dice a Roma: o le ha dette o non le ha dette; se le ha dette pubblicamente solo l'altro ieri, mentre in privato le aveva dette qualche giorno prima, la sostanza delle dichiarazioni non cambia. Probabilmente quelle rivelazioni mal digerite dai musicisti  sono servite agli stessi per cercare di stanare Muti e farlo venire allo scoperto. Ma lui ha dichiarato di volersi tenere fuori dalla mischia. Il casino dell'Opera è riuscito a stanare anche Alemanno che ha cantato, senza pudore, la sua gestione, dimenticando il piccolo particolare che se il teatro sta andando  a picco e rischia di affondare si deve proprio a lui, che ora si propone come 'salvatore e difensore dell'Opera'.
 Oggi a mezzogiorno, c'è stata la conferenza stampa degli scioperanti - che tutti i giornali sempre all'unisono quantificano in poche decine, su quasi cinquecento unità - a quanto ammontano i dipendenti del teatro. Non ne consociamo l'esito, ma i toni fanno presagire la catastrofe, del resto  annunciata come ormai prossima dal sovrintendente Fuortes che gli scioperanti dicono di non riconoscere.
 Il terremoto che sta squassando il Teatro dell'Opera di Roma ha prodotto già alcuni effetti esterni, uno su tutti balza subito agli occhi. Rita Sala, la nostra invidiatissima collega, 'Mutologa' del Messaggero, dopo aver cantato per qualche anno un eroe di cartapesta, come De Martino, ha rimesso ad altri colleghi la sua esclusiva  di 'Mutologa' . Negli altri giornali le cose sembrano invece andare sempre per lo stesso verso. Repubblica fa il solito panegirico non solo di Muti ma anche della Muti; e il Corriere torna con fosche previsioni a parlare del teatro che, per anni, ha cantato  e dei dirigenti che ha osannato.  Ed aggiunge una ricetta, estorta a Pappano, secondo il quale per mandare avanti un teatro ci vuole un 'direttore musicale' e un 'lavoro d'insieme', che l'Opera non ha; e  ciò vale anche per  il ruolo di Muti che non è direttore musicale, bensì 'direttore onorario a vita', dizione sulla quale solo noi abbiamo più volte scherzato, anzi ironizzato.