domenica 1 novembre 2026

Bologna. Guccini è tornato in Piazza Maggiore tra la folla che ha cantato le sue canzoni ( da Huffpost Italy, di Nadia Mari)

 

Un enorme coro a cielo aperto in cui si sono ritrovate tutte le generazioni© ANSA

A volte, un lutto collettivo non ha bisogno di essere organizzato per trovare la propria voce. Basta che qualcuno lanci un invito, che qualcun altro lo raccolga e lo condivida, perché un sentimento individuale si trasformi in un desiderio comune di ritrovarsi. È così che, attraverso i social e il passaparola, un semplice appuntamento può diventare qualcosa di molto più grande.

È quello che è accaduto a Bologna dopo la scomparsa di Francesco Guccini. Il 6 agosto, quasi subito dopo la notizia della sua morte, alcune persone hanno deciso di ritrovarsi in via Paolo Fabbri 43, un indirizzo che per i suoi estimatori è molto più di una strada: è un luogo dell'anima, entrato nell'immaginario di intere generazioni attraverso una delle sue canzoni più conosciute.

L'invito ha cominciato a circolare sui social, nei gruppi Facebook, su Telegram e tra le reti di amici e appassionati. La notizia si è diffusa rapidamente, superando i confini della città e raggiungendo persone di ogni età e provenienza in tutta Italia. In molti hanno deciso di mettersi in viaggio, alcuni organizzandosi persino con pullman, per raggiungere Bologna e partecipare a un omaggio che sentivano anche proprio.

Da quel primo ritrovo, grazie anche all'impegno del collettivo Cantate Bologna, ha preso forma il progetto di una grande cantata popolare. E il 1° novembre Piazza Maggiore si è trasformata in un enorme coro a cielo aperto. Non un concerto tradizionale, non un pubblico disposto ad ascoltare un artista su un palco, ma una piazza viva, fatta di persone che avevano voglia di cantare insieme. C'era chi ha portato la chitarra, chi i bonghi, chi ha cercato gli accordi e i testi sul cellulare per non perdere una strofa. Qualcuno conosceva ogni parola a memoria, altri seguivano leggendo dallo schermo, magari un po' incerti, ma con la stessa voglia di partecipare. Non sono servite grandi capacità musicali, è bastata la voce e il desiderio di esserci.

La cosa più bella è stata proprio l'assenza di barriere, a cominciare da quelle generazionali. Ragazzi giovanissimi accanto a persone che quelle canzoni le avevano ascoltate negli anni in cui erano nate. Generazioni diverse, storie diverse, unite da melodie che hanno attraversato il tempo e continuano a parlare a tutti. Nessuno ha dovuto dimostrare di saper cantare o conoscere a memoria ogni verso. Lì per condividere, non per esibirsi.

Così anch'io. Per la seconda volta. E per me non è stata soltanto una commemorazione.

Francesco Guccini ha attraversato una parte importante della mia vita, lasciando un'impronta che il tempo non ha cancellato. La sua musica mi riporta ai miei anni da studentessa, ai canti e alle serate in compagnia, alle prime esperienze, alle discussioni che si prolungavano e alla voglia di capire il mondo. A quella giovinezza in cui tutto sembrava ancora possibile e in cui la libertà non era una parola astratta, ma una conquista quotidiana. Le sue canzoni hanno accompagnato anche il mio percorso di emancipazione, il desiderio di pensare con la mia testa, di scegliere la mia strada, rifiutando i ruoli precostituiti e le aspettative imposte dagli altri solo perché qualcuno aveva deciso che dovessero appartenermi. In quelle parole ritrovavo inquietudini, domande, insofferenze e ideali che sentivo profondamente miei.

Mentre cantavo in mezzo a quella folla, mi sono tornati alla mente frammenti di quegli anni: le persone incontrate, le amicizie, le conversazioni, le prime scoperte, le convinzioni che allora prendevano forma e che, in molti casi, mi hanno accompagnata per tutta la vita.

Ho guardato intorno a me e ho pensato a quanto sia straordinario che una canzone possa mettere in comunicazione persone che non si conoscono, che appartengono a generazioni diverse e hanno attraversato esperienze lontanissime tra loro. Eppure, per il tempo di una strofa, ci si ritrova a condividere la stessa emozione.

Bologna, poi, per me non è una città qualunque. È legata agli anni universitari, alla formazione, agli incontri, alla scoperta di una libertà fatta di cultura, confronto e partecipazione. Ritrovarmi ancora una volta in Piazza Maggiore, in mezzo a tutte quelle voci, è stato anche un modo per riabbracciare una parte della mia storia.

Il tempo passa, cambiamo, attraversiamo esperienze che ci trasformano. Ma ci sono cose che restano, come certe canzoni che basta ascoltare per ritrovare intatta un'emozione. Non è soltanto nostalgia. È riconoscere, dentro le persone che siamo diventate, le tracce di quelle che siamo state.

Forse è questo il regalo più bello che ci ha lasciato Guccini: non soltanto un patrimonio di canzoni, ma parole capaci di creare appartenenza, di far incontrare generazioni, di dare voce a sentimenti individuali che, insieme, diventano qualcosa di più grande.

E così, in una Piazza Maggiore gremita, tra chitarre, bonghi, ombrelli aperti, cellulari e voci a volte intonate, a volte meno, ma tutte ugualmente appassionate, non abbiamo semplicemente ricordato un artista. Abbiamo cantato le sue canzoni, ma dentro quelle canzoni c'erano anche le nostre storie. E forse è proprio questo il segno più autentico che un artista può lasciare: continuare a vivere nelle vite degli altri.

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