Visualizzazione post con etichetta ortombina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ortombina. Mostra tutti i post

martedì 9 gennaio 2018

Variazioni sulla CARMEN di Chiarot da Bizet e Merimée

La SCEMA MADRE conclusiva dell'opera di Bizet che Chiarot ha suggerito al regista non è piaciuta, come si aspettava. Non è piaciuta a gran parte del pubblico, non è piaciuta alla critica, non è piaciuta affatto a giornalisti ed intellettuali (da Facci a Mattia Feltri, a Massini, a Gramellini,a Sgarbi rispettivamente su Libero, La Stampa, Repubblica,Corriere, Giornale) che hanno ironizzato e sbeffeggiato il sovrintendente - improvvisatosi drammaturgo e letterato. E piaciuta oltre che  a Chiarot, a Muscato ed anche a Nardella. Direte che c'entra Nardella? C'entra appunto come il cavolo all'opera, ma c'entra. Loro hanno rappresentato la triade felice  della trovata e del risultato sul pubblico che ha già mandato esaurite tutte le recite (senza incidenza alcuna della notorietà e popolarità dell'opera?); ma per questo aspettiamo che vengano resi noti i biglietti venduti  e di incassi. Contano i  numeri, le chiacchiere propagandistiche stanno a zero

 Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come  far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento  non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il  regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.

Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente,  in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.

 La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento  del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').

Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo  essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto  l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei.  Qualcuno, sommessamente,  glielo ha fatto notare al  neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora  il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.

Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena  finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.

Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina  e  nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.

 Lei non contenta, tira fuori  il coltello a serramanico, dotazione  di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva,  si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".

Resta da spiegare all'indirizzo di chi  quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime?  Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione -  rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e  utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot  fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.

Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.

Bene ha fatto a  non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente  dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e  costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare.  L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.

Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto  di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un  quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di  trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.

 Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi.  Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.


                                         

martedì 2 gennaio 2018

Concerti del periodo natalizio in RAI. Dopo Assisi, anche Venezia aumenta gli ascolti

 Alcuni giorni fa  abbiamo scritto che l Concerto di Natale da Assisi, trasmesso ( Rai 1, in differita) il giorno di Natale subito dopo la benedizione papale - lo stesso orario nel quale andrà in onda il Concerto di Capodanno dalla Fenice, dopodomani.  Ha acquistato quasi 500.000 telespettatori in più, rispetto al 2016, quando ne  aveva inchiodati davanti al teleschermo 1.920.000: quest'anno ha raggiunto la bella cifra di 2.463.000,  tornando ai livelli del 2015. Dunque è andato bene.

Possiamo dire che tale tendenza  positiva toccherà anche al Concerto di Capodanno da Venezia, invertendo la vertiginosa perdita dei precedenti tre anni, quando dal 2015 al 2017 è passato da 4.400.000 a 3.600.000 circa?

Abbiamo espresso qualche dubbio, pur riconoscendo che  il programma di quest'anno era meglio di quello dei tre anni precedenti( vedi post del 13 dicembre 2017, qaundo scrivevamo del programma, in dettaglio).

 Poi il buon risultato del Concerto di Natale da Assisi ci ha fatto sperare - SINCERAMENTE-  che anche dal Concerto di Capodanno da Venezia la china potesse  essere fermata,  se non  addirittura risalita. Il che è avvenuto, riportando i telespettatori  da quota 3. 680.000 circa dell'anno scorso, il minimo storico,  a 4.192.000 ( share 25,7%), con un aumento secco di 500.000 telespettatori circa. E' accaduto a Venezia ciò che già s'era verificato ad Assisi.

 Ha ragione il ministro Franceschini, 'mezzodisastro', quando canta vittoria  per i  buoni risultati di quest'anno relativamente ai cosiddetti 'consumi culturali', oppure i due concerti hanno aumentato il loro pubblico innanzitutto perché hanno presentato programmi più adatti alle due circostanze, finalmente?

Il Concerto da Vienna,  diretto da Muti, trasmesso in differita dalle 13.40 circa alle 16 - dunque una lunga durata - ha avuto uno share medio del 18%, e 3.000.000 circa di telespettatori. L'anno scorso era sceso vertiginosamente a 2.370.000, perdendo circa 700.000 telespettatori rispetto al 2016. Ora è tornato, risalendo anch'esso la china , al risultato di due anni fa.

 Un acuto osservatore, del giro dei 'vedovi' inconsolabili di Vienna, Andrea Parrella, sul sito Fanpage.it, sezione Spettacolo, ha attribuito il calo dell'ascolto del concerto viennese alla retrocessione su Rai 2 , senza domandarsi se magari in Italia il concerto veneziano possa essere più gradito di quello viennese.  Poi si è lasciato prendere dalla foga e  ha scritto addirittura che Vienna nel 2000 aveva avuto 6.000.000 di telespettatori. Bum! Si trattava di picchi di ascolto, qualche picco, ma Vienna,  che si ricordi,  non ha mai avuto tanti telespettatori come ha avuto da sempre Venezia, che si è mantenuta fino al 2014 sempre molto sopra i 4.000.000, raggiungendo in alcuni anni anche i 4.700.000. cosa che non è mai accaduto al Concerto viennese.  Poi, per tre anni consecutivi la débacle dovuta principalmente a programmi dissennati ed inopportuni. Ora che  Ortombina  ha cominciato a ragionare  su una più corretta formulazione del programma, forse  nei prossimi anni  continuerà la risalita del Concerto di Venezia, riportandolo ai livelli precrisi (2015-17). E noi saremo felici. Non ci ha mai divertito la perdita di share per Venezia, semmai ci ha procurato qualche arrabbiatura di troppo per il fatto che Ortombina, lasciato solo, senza cioè la nostra  consulenza sul programma, non fosse riuscito a capire quale linea seguire,  che era quella indicata da noi negli anni precedenti. Ora che sembra averlo capito, siamo contenti che una creatura, anche NOSTRA, continui a vivere bene ed a crescere.

domenica 31 dicembre 2017

Riflessioni di fine d'anno. Se dovessero apparirvi troppo personali, passate oltre

Rileggendo quanto andiamo scrivendo, da alcune settimane,  del Concerto di Capodanno dalla Fenice, per difendere il quale siamo stati capaci anche di 'riprendere' bonariamente il Maestro Muti, al quale ci lega stima ed anche un pizzico di amicizia, siamo letteralmente sorpresi di noi stessi. Perché scopriamo di  comportarci come se  avessimo ancora un qualche interesse verso quell'iniziativa che, fin dalla prima edizione, abbiamo seguito e curato con passione, e con la quale da tre anni  a questa parte non abbiamo più nulla da spartire. E ci domandiamo perché tanto interesse  verso una creatura, anche nostra,  alla quale dovremmo, se fossimo vendicativi, augurare  l'insuccesso più cocente. E invece no.

Forse una qualche ragione l'abbiamo trovata, nonostante che la nostra collaborazione al Concerto veneziano  si sia interrotta e  non per nostra colpa (lo abbiamo detto e ridetto tante volte e i nostri lettori già conoscono la storia, che vogliamo tuttavia rinfrescare).

 Tre anni fa, era il Capodanno del 2015, l'allora sovrintendente della Fenice, Cristiano Chiarot,  voleva ad ogni costo che il programma (sulla cui formulazione ci aveva sempre lasciato mano libera, appoggiandoci anche quando il direttore artistico Ortombina  non condivideva le nostre proposte ) in diretta televisiva del Concerto si aprisse con un nuovo pezzo che lui per il teatro diceva di aver commissionato a Giorgio Battistelli, dal titolo EXPO. Noi ci opponemmo con tutte le nostre forze a tale proposito, senza però convincere Chiarot della bontà della nostra posizione, ben sapendo egli che anche quattro minuti di musica 'inusuale' in apertura di un concerto popolare televisivo in giorno di festa, durano quanto una eternità, distogliendo i telespettatori dal proseguire nell'ascolto.  Il pezzo non si fece, ma Chiarot se la legò al dito,  e ritenendo la nostra posizione un atto di lesa maestà del sovrintendente che la stampa unanime celebrava come il più bravo d'Italia, fece sì che la nostra collaborazione a quel concerto, voluta dalla Rai, e che durava da oltre dieci anni, si concludesse, traumaticamente,  e senza una valida ragione.

Perché allora ci va di difenderne ancora le ragioni dell' esistenza, mentre sarebbe più naturale che ne augurassimo la débacle televisiva - come in parte si sta verificando da quando  pensa a tutto  Fortunato Ortombina - e la conseguente obbligata cancellazione dal palinsesto di Rai 1?

Soltanto perché lo abbiamo 'allevato' con cura, passione e dedizione assolute, quel Concerto, non preoccupandoci affatto di piacere o compiacere chicchessia, dal sovrintendente al direttore artistico ai colleghi giornalisti che spesso l'hanno bistrattato senza ragione. Non l'abbiamo fatto prima e non vogliamo cominciare a farlo ora, quando ci ostiniamo a difenderlo a tutti i costi, augurandoci che continui, non sfigurato, per  cento anni ancora.

domenica 10 dicembre 2017

Concerto di Capodanno dalla Fenice in diretta su Rai 1. Che aspetta il teatro a rendere noto il programma?

Conosciamo bene  quel Concerto con i suoi problemi, che conosce bene anche Ortombina, ora nel doppio incarico di sovrintendente e direttore artistico. Li conosce perchè da una decina d'anni egli è stato direttore artistico del teatro, e il nostro più diretto referente nella formulazione del programma per Capodanno, per il quale avevamo uno specifico incarico di consulenza dalla Rai.

Ogni anno una lotta impossibile per convincere Ortombina che quello era un concerto particolare e che, come tale, richiedeva un programma particolare. Ortombina è sempre stato un osso duro, almeno per noi, ma ogni anno alla fine della trattativa riuscivamo a portare a casa il risultato - come si dice ora - di un programma particolare che ha dato sempre i suoi frutti.
 Quando abbiamo lasciato quell'incarico -  fummo noi a costituire la tradizione dei pezzi d'obbligo in chiusura ( Va pensiero e Libiam) - anche perchè La Fenicie ritenne di poter fare da sè, i telespettatori di quel concerto particolare erano 4.400.000. Il concerto in assoluto più visto della storia della tv, perfino più visto del Concerto da Vienna, quando  era trasmesso prima e  al posto di quello  veneziano.

Dopo la nostra uscita, finalmente, Ortombina ha avuto mano libera. Di sbagliare, senza il badante - noi, modestamente - che era lì per fare gli interessi della Rai ma anche e soprattutto della Fenice e della musica  più in generale.

Nei tre anni successivi gli spettatori televisivi del Concerto di Capodanno dalla Fenice su Rai 1, sono andati calando VISTOSAMENTE: in tre anni il Concerto ha perso 800.000 telespettatori. I dirigenti Rai hanno sempre cantato vittoria e lo steso ha fatto La Fenice.
 Il primo anno  affidato interamente alla direzione di Ortombina,   a causa del programma 'inadatto' ci fu un calo vistoso di 400.000 telespettatori. L'allora direttore di Rai 1, Giancarlo Leone, anche quella volta cantò vittoria: siamo soddisfatti,  disse, siamo al di sopra di 4.000.000. Sì, è vero, e i 400.000 persi in un solo colpo? Poi ancora perdite  fino agli 800.000 in tre anni.

Perchè? Forse che noi facevamo miracoli? No, semplicemente perchè  riuscivamo sempre, dopo discusioni anche feroci con Ortombina, a spuntarla sul programma costruito su criteri semplici , gli stessi  che avevano decretato il successo mondiale del Concerto di Vienna ma  che  non avevano mai convinto Ortombina.

Ora, a meno di venti giorni dal prossimo Concerto di Capodanno dalla Fenice, ancora non è noto il programma; ed uno degli interpreti, il tenore, è cambiato qualche settimana fa.

 Ortombina, pensa che il pubblico televisivo accende l'apparecchio e  guarda ed ascolta il Concerto per tutta la sua  durata, quale che sia il programma, anche se non gli piace?  Ortombina si illude, la vistosa perdita di telespettatori dovrebbe farlo riflettere. E convincerlo che il pubblico non compra, a scatola chiusa, perchè è la Fenice.

Del resto s'è visto anche con Chenier di Giordano, dalla Scala, pochi giorni fa.
Anche in questo caso la Rai ha esultato per i 2.000.000 circa di telespettatori, ma ha volutamente  passato sotto silenzio che l'anno scorso, con Butterfly di Puccini, i telespettatori furono 2.600.000 circa. Una perdita secca di 600.000 telespettatori dovuta al titolo poco noto di quest'anno. Ci vuole moto a capirlo? Ortombina  avrà capito la lezione? Attendiamo il programma per dirlo.

venerdì 8 dicembre 2017

Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala

Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano,  musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era  Riccardo Chailly.

Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio -  modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.

Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.

La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei  all'opera non ci va, ma che ha semplicemente  risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in  diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno,  di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e  numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del  'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di  2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico),  e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo. 

A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni  oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e  faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.

Questa mattina conosceremo anche il  verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai,  'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura  spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione  e costanza richiederebbero.

 Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni  di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra  di Rossini.

In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche,  ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni  propongono un centinaio di titoli. Dunque  nel giro di una decina di anni  ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE,  presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.

 Così facendo  terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E  tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con  Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.


mercoledì 15 novembre 2017

Tra Venezia e Bologna. Per un Direttore artistico ( Fenice) promosso a Sovrintendente, un Sovrintendente ( Teatro Comunale) retrocesso a Direttore artistico. Forse

Mentre a Venezia si è consumato un autentico pasticcio: la nomina di Ortombina a Sovrintendente della Fenice, mantenendo anche la precedente carica di Direttore artistico; a Bologna, al Comunale si è verificato il cammino opposto: l'attuale Sovrintendente/Direttore artistico, Nicola Sani - osannato in tutte le plaghe italiche, da Bologna a Siena, da Venezia a Roma a Parma - è stato esautorato e retrocesso: al suo posto è stato promosso Fulvio Macciardi, direttore generale del teatro. E non  si sa ancora - si attende un incontro con il ministro Franceschini - se Sani tornerà al suo precedente incarico in teatro, quello di Direttore artistico, o batterà la ritirata da Bologna, anche se dubitiamo che ciò possa avvenire.

 E se ambedue gli spostamenti sembrano essersi concretizzati su due ascensori, apparentemente simili, di pubbliche istituzioni,  portando ai piani alti Ortombina, e scendendo a quelli bassi Sani, i rispettivi palazzi che i due abitavano, anzi amministravano, fino a poche ore fa, appartengono - per continuare con la metafora abitativa - a 'edilizie' differenti, anzi opposte.

Ora, al netto di sorprese amministrative che in Italia sono, sempre ed ovunque, possibili e temibili, il condominio veneziano sembra ben amministrato dal 'promosso' Ortombina - e fino a poco fa anche da Chiarot che, per questo, è stato portato trionfalmente sul trono dell'Opera di Firenze -  mentre quello bolognese di Sani, si troverebbe, secondo gli ultimi dati, nelle stesse pessime condizioni di Firenze, dove, per questa ragione, è stato chiamato il 'salvatore' Cristiano Chiarot; e per la stessa ragione, a Bologna, il direttore generale del teatro, Fulvio Macciardi,  è stato promosso a Sovrintendente, con l'ordine tassativo di dare una sistematina ai conti in profondo rosso, visto che Sani non è stato capace di farlo, e perciò bocciato, 'retrocesso', esautorato.

Noi di Venezia pensiamo, e lo abbiamo anche scritto, che si tratti di un pasticcio che comunque in un teatro che sembra viaggiare a gonfie vele, fa temere meno che per  Bologna, dove non possiamo non pensare che l'osannato Sani abbia iniziato la sua parabola discendente, per la quale se non correranno in suo soccorso  i poteri  che fino ad oggi l'hanno sostenuto e spinto -  sia politici che di loggia, come è da supporre anche per i suoi legami senesi - fra breve potremmo trovarcelo non a chiedere l'elemosina per strada - di barboni ce n'è già tanti - ma quanto meno a scendere dai troppi treni sui quali  ha viaggiato, a grande velocità ma forse senza titolo ... di viaggio (biglietto), contemporaneamente, da qualche tempo: dalla Accademia Chigiana, all'Istituto di Studi verdiani, alla Fondazione Luigi Nono, alla IUC di Roma, al Teatro Comunale di Bologna. Non sarà certo costretto a mollare tutto, perchè i suoi sostenitori, per salvare almeno la faccia, non saranno così vigliacchi da abbandonarlo tutti in un sol colpo - ma potrebbe anche accadere; però che le sue mire espansionistiche, dopo il flop bolognese, vadano ridimensionate è non solo opportuno ma necessario, per evitargli ed evitarci altri guai o spiacevoli sorprese.

 In Italia fortune folgoranti e repentine, spesso immeritate, come quelle di Sani sono assai frequenti. Da un certo momento in avanti si scopre l'acqua miracolosa  di Sani e tutti intorno che  ne vogliono  una boccetta, per i proclamati benefici effetti, al punto che sembra  impossibile che l'intero paese sia sopravvissuto senza, fino a quel momento. Come abbiamo fatto a non accorgerci di Lui - sembrano chiedersi tutti, tanto che tutti lo cercano tutti lo vogliono. Poi, dopo averla assaporata, centellinandola, ci si rende conto che quell'acqua miracolosa è come l'elisir d'amore del dottor Dulcamara,  nient'altro che vino che dà alla testa, e allora via a sversarla per strada, perché nessuno più vuole berla. E allora tutti a correre dietro al finto medico-mago che aveva un rimedio 'finto'  per ogni malanno, ma per linciarlo. Nel qual caso, si verificasse anche per Sani, non vorremmo essere proprio noi a doverlo salvare dai suoi inseguitori. Come siamo stati costretti a fare con altri finti maghi che, dopo averli smascherati per primi, ci siano sentiti in dovere  di salvarli dagli inseguitori inferociti.


lunedì 30 ottobre 2017

Concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia in diretta su Rai 1. Primi ripensamenti, e del programma nessuna traccia

Ancora del programma del prossimo Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta su Rai 1, nessuna traccia. E siamo già a fine ottobre. Benchè ora Fortunato Ortombina, può lavorare alla scelta degli artisti ospiti ed alla formulazione del programma in piena autonomia, senza più la nostra  'vigilanza', per conto della Rai, che lui non ha mai digerito, ritenendola una intrusione irrispettosa delle sue capacità.

Ma come può nascondere a se stesso che proprio la nostra intrusione ha fatto sì che per i dieci anni in cui abbiamo avuto la corresponsabilità del programma, gli ascolti tv sono andati benissimo, sempre in crescita, lenta ma costante, mentre da quando, nel 2014, lui ha lavorato in totale autonomia, in sole tre edizioni, il concerto ha perso ben 800.000 telespettatori dei 4.400.000 circa dei nostri anni?

 E' da qualche tempo che andiamo a guardare il sito della Fenice per vedere quale programma Ortombina ha pensato per la prossima edizione del Concerto di Capodanno. Nulla, a fine ottobre, nella convinzione che lo spettatore e più ancora il telespettatore  compri a scatola chiusa' fidandosi ciecamente delle scelte del teatro che - lo ripetiamo - negli ultimi anni si sono rivelate disastrose in fatto di ascolti, a causa di programmi inadatti al tipo di concerto ed alla sua collocazione nella programmazione Rai.

Quando a giugno Chiarot, che ancora teneva il piede in due scarpe, distanti l'una dall'altra -  una a Firenze e  l'altra a Venezia - ha presentato, assieme a Ortombina, il programma della stagione ed anche i nomi degli artisti ospiti del Concerto di Capodanno 2018, ha annunciato la presenza di un terzetto niente male. Chung sul podio, e solisti  di canto Maria Agresta  e Francesco Meli.
 Poi verso la fine di ottobre già vengono  annunciati cambiamenti: non ci sarà più Meli, al suo posto Michael Fabiano.  Allegato all'annuncio del Concerto, sul sito del teatro, un comunicato  che, invece, è quello di giugno, dove è stato sostituito solo il nome di Meli. Ma, nella fretta (?) - salvo che non ci sia un ulteriore ripensamento - è sparito il nome della Agresta. Sarà sostituita anche lei? E magari  alla viglia del Concerto, anche Chung?
 E, il programma,  quando?


mercoledì 22 marzo 2017

ORTOMBINA dopo Chiarot alla Fenice . Soluzione pasticciata

Non disturbare il can che... governa. Sembra l'antica massima cui vorrebbero ispirarsi i governanti veneziani, leggi:sindaco, oggi in trasferta brasiliana, per il 'dopo Chiarot' che sarà comunque graduale, da quanto si dice, restando lui ancora per un pò alla Fenice, e prendendo pian piano dimestichezza con Firenze.

E quale sarebbe la soluzione interna che non toccherebbe gli attuali equilibri? Si vocifera di una promozione, sul campo, a Fortunato Ortombina che diverrebbe sovrintendente al posto di Chiarot, nonostante che nei suoi lunghi anni di permanenza nelle fondazioni liriche egli non abbia mai avuto una simile responsabilità. Si dirà che c'è sempre una prima volta, ma non si dice anche che, proprio nell'attuale delicata situazione delle Fondazioni liriche italiane, compresa quella veneziana, non ci si improvvisa in un mestiere,  reso più difficile dalla ancora difficile situazione generale e dalla carenza endemica di fondi. Ma, siccome si sa che Ortombina il sovrintendente non l'ha mai fatto, in realtà lo farebbe l'attuale direttore amministrativo Andrea Erri che è arrivato da poco alla Fenice in sostituzione di Mauro Rocchesso, dimessosi,  ma che è stato in questi anni passati, difficili, in coppia con il sovrintendente, l'artefice dei bilanci in ordine del teatro.

Siccome non si può metter sopra Ortombina uno appena arrivato, per quanto competente in amministrazione, ma certo al debutto in una fondazione lirica, dunque non ancora attrezzato per il  nuovo mestiere, si nomina Ortombina sovrintendente, il quale assomma anche l'incarico di direttore artistico, mestiere  che continuerà a fare; mentre, nei fatti, il ruolo di amministratore del teatro, sovrintendente, viene assunto dal direttore amministrativo, senza che gli siano attribuiti i  relativi galloni. Un vero pasticcio all'italiana, alla veneziana anzi.

Di pasticci simili è ricca la storia dei teatri lirici italiani. Pensiamo ad un  caso particolare  in cui il sovrintendente nominato, non volle un direttore artistico più bravo di lui ( a Venezia sarebbe il direttore artistico a non gradire un  sovrintendente sopra di lui, ed anche più bravo; ma chi?); forte del fatto che  lui era nato direttore artistico, e solo vicende contingenti  lo avevano fatto nominare sovrintendente. Così si mise al fianco un fesso - sia detto senza ingiuria! - qualunque. Il quale fesso, uscito anzitempo il sovrintendente, fu catapultato, per necessità contingente,  sulla poltrona del suo garante, e così  egli divenne da fesso  sovrintendente. Accadeva in  uno dei teatri più importanti del nostro paese, dal quale poi, in seguito a tale promozione - che ha un precedente nel cavallo di Nerone - ha fatto carriera, è ancora sulla breccia, e non è improbabile che ce lo ritroviamo ancora in futuro a comandare.

Tornando alla soluzione pasticciata di Venezia, potrebbe un domani accadere che un  sindaco anche competente - ma non è il caso di quello di Venezia - dica al suo sovrintendente che faccia da solo senza direttore artistico, come farà Ortombina, sempre che si decida ( ma pare che si sia già deciso) per questa soluzione pasticciata che creerebbe un tragico precedente.
Nonostante esista una ricchissima letteratura teatrale sui contrasti fra sovrintendente e direttore artistico - ed anche sulla coppia veneziana che ora sta per scoppiare' se ne contano di storie - due è sempre meglio di uno. Lapalissiano.

martedì 21 marzo 2017

Opera di Firenze. Arriva Cristiano Chiarot come sovrintendente..Lascerà La Fenice

Il consiglio di indirizzo, organo amministrativo dell'Opera di Firenze, presieduto dal sindaco Dario Nardella, ha deciso per il dopo Bianchi, il sovrintendente che ha rassegnato anzitempo le dimissioni, per tornare al suo lavoro di avvocato 'più remurato e più soddisfacente'.
 Ha proposto al ministro Franceschini, per la ratifica della nomina, il nome di Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice, e presidente dell'An.Fo.Ls.

Chiarot ha ottenuto all'interno del Consiglio, maggiori consensi degli altri due contendenti/ candidati. Alberto Triola, direttore generale dell'Opera di Firenze (lui era il candidato proposto nel caso si fosse adottata una 'soluzione interna' , ma che ora resta al suo posto, nonostante si sia sbracciato da sempre per la prima carica del teatro) e Nicola Sani, che sarebbe stato tolto al Teatro Comunale di Bologna che attraversa da mesi un guado pericoloso. Lo si voleva rimuovere per premiarlo, ma di cosa non si sa, o per toglierlo dai guai che non è riuscito a risolvere, tenendolo ancora a galla, brazie ai suoi  non tanto occulti sponsor.

Perchè Chiarot? Perchè arriva dalla fondazione veneziana carico di onori e con la fama di buono, anzi ottimo, amministratore, da  cinque/sei anni circa. In effetti La Fenice ha i conti in ordine da tempo e, nella sua programmazione, ha saputo mettere insieme il repertorio con le novità. Ma c'è un però. Venezia è un porto di mare ed ha un teatro abbastanza piccolo, 1000 posti. Firenze, pur meta di tanti turisti, non ha lo stesso appeal di Venezia, ed ha un teatro grande quasi il doppio, che non è facile riempire quasi ogni sera in cui c'è spettacolo, se si vuole risanare il bilancio. Ed ha, da non sottovalutare, un teatro ancora da terminare.

Chiarot, già candidato dopo Lissner alla Scala, ed anche all'Opera di Roma prima di Fuortes, nonostante a fine mandato a Firenze sia in età di pensione, potrebbe coronare, se  dovesse continuare la sua fama di buon  amministratore, proprio alla Scala, dopo Pereira. Ma Firenze , anche sotto questo profilo, non è Venezia. Bianchi esce di scena perchè il suo teatro ha grossi guai che lui non è riuscito evidentemente a risolvere e che ora Chiarot si troverà davanti non appena si trasferirà.
Si trasferirà da solo? Negli altri casi sopra citati era certo che non si sarebbe trasferito da solo. Questo non è dato sapere. A Firenze, intanto, troverà il suo ex segretario artistico, Pierangelo Conte, ora nell'incarico, di fatto, di direttore artistico e pure il direttore musicale, Fabio Luisi, che a Capodanno scorso ha diretto l'ormai celebre Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta da Rai 1, un concerto ormai famoso e consolidato nel favore del pubblico che, però, negli ultimi anni, per scelte sbagliate della direzione artistica, ha visto diminuire sensibilmente  il pubblico televisivo, arrivato poco sopra i 4 milioni, mentre fino a tre anni fa toccava i 4.500.000. E il Concerto di Capodanno dovrà lasciarlo in dotazione a venezia, anche se- è noto- non è stato lui a inventarlo, o portarcelo, e curarne il successo.

Forse Chiarot vorrà portarsi con sè Ortombina, il direttore artistico, con il quale, da quel che si sa, i rapporti non sono mai stati idilliaci ma che, nonostante tutto, ha fatto sempre da spalla al sovrin tendente. Così forse Conte potrebbe tornare, anche se dopo appena qualche anno,  e se lo volesse, nella sua Venezia.

Ma potrebbe anche essere, ulteriore ipotesi, che Firenze si trasformi da trono di gloria in tomba per Chiarot, incapace in un teatro assai complicato di rimettere ordine, al punto da fargli lasciare Firenze per tornarsene a casa, prima ancora della fine del suo incarico... e addio sogni di gloria.

Intanto la prima visita a Firenze di Chiarot coinciderebbe con  lo sciopero nazionale e relativa manifestazione delle fondazioni liriche italiane proprio a Firenze. Una bella accoglienza che dovrebbe far riflettere il nuovo aitante sovrintendente.