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domenica 18 dicembre 2016

La musica delle feste. Si è cominciato,questa mattina, dal Senato con il Concerto di Natale su Rai 1. Tutto bene?

Ascoltando oggi il 'Concerto di Natale' dal Senato, su Rai 1, noi dovremmo gioire e basta. Gioire perchè il programma di quel concerto - pur con qualche licenza - altro non è che la riproduzione del format 'Capodanno dalla Fenice'  che noi, per incarico Rai, abbiamo inventato nel lontano 2004, all'indomani dell'inaugurazione della Fenice restaurata, e che nei dieci anni e passa in cui ce ne siamo occupati abbiamo preservato, difendendolo a denti stretti anche dai nemici che si annidano nelle stesse istituzioni musicali. Della nostra lunghissima consulenza'artistica' a quel concerto siamo orgogliosi, anche perché fino al 2014, capodanno ultimo della nostra collaborazione, gli spettatori sono sempre aumentati, fino a superare la quota di 4.400.000. Poi le cose sono andate diversamente, anche in fatto di ascolti,  da quando le regole di quel nostro format sono state in parte modificate.  E forse anche  per questa ragione gli spettatori di oggi ( edizione 2016) hanno superato di poco i 4.050.000: sempre tanti, ma calati rispetto a due anni prima, in misura sensibile.
 E qui il nostro discorso potrebbe concludersi, sia sul Concerto di Capodanno dalla Fenice, che su quello di Natale dal Senato. Senonché l'ascolto di oggi  a qualche riflessione aggiuntiva ci spinge.

Promossa a pieni voti la scelta - che andrebbe mantenuta anche negli anni a venire - di affidare il concerto ad una orchestra di ragazzi (e ad un coro multiplo,  uno dei quali era quello, insostituibile, commovente delle 'mani bianche'), intitolata a Giuseppe Sinopoli, e formata dai frequentatori del cosiddetto 'Sistema'  italiano delle orchestre e cori giovanili e infantili (fondato da Claudio Abbado e animato da Roberto Grossi,) nato su imitazione dell'originale venezuelano, inventato da Abreu. L'intitolazione a Sinopoli nasce dal ricordo che fu proprio il nostro direttore, scomparso prematuramente, a far ascoltare la prima volta a Roma un'orchestra del 'Sistema' venezuelano.  Noi, però, vorremmo chiedere alle istituzioni di non dimenticarsi della grave situazione in cui versa la musica in Italia, passate le feste. Perchè non sono quattro concerti in tv a  poterci far dire che l'Italia è un paese che rispetta la musica.

Il programma del concerto in Senato è costruito sulla falsariga di quello veneziano (anche per il ricorso a più d'un brano dal repertorio del melodramma, terreno privilegiato per quello di Capodanno, ma qui senza una vera, per ottenere varietà e mantenere alta l'attenzione del pubblico televisivo. ragione): pezzi di breve durata, di diversa provenienza ma tutti popolari, alcuni per sola orchestra, altri con coro, altri ancora con orchestra e solisti, alternandoli continuamente. Quello veneziano conserva sempre due pezzi d'obbligo finali (che noi decidemmo di fissare e che, da allora, sono mantenuti con immutato successo: 'Va pensiero' da Nabucco e 'Brindisi' da Traviata);  a quello dal Senato non servono forse pezzi d'obbligo, anche se due brani celebri del Natale di ogni tempo e cultura, come in parte è stato fatto anche oggi, potrebbero diventare una sua cifra distintiva.

Ciò che però non ci piace -  che è poi lo stesso difetto che  abbiamo riscontrato ogni anno nel concerto del giorno di Natale da Assisi (negli anni in cui per quel concerto abbiamo scritti brevi testi di commento e presentazione) è l'eccessivo ricorso ad arrangiamenti ( per il concerto di Assisi affidato all'Orchestra Rai di Torino, sempre con  il solito arrangiatore) e  a manipolazioni spesso davvero indigesti, musicalmente. Come ci è parso l'inutile inopportuno intreccio di  'Jingle bells', un successo mondiale natalizio, con la Marcia di Radetzky.

Non ci è piaciuta neanche la scelta della direttrice,  Giovanna Fratta, perchè dettata dall'imperativo modaiolo della musica di genere (femminile); come  non ci è piaciuta la sua mise 'eccessiva', con quel fascione rosso in vita - sembrava dovesse esibirsi in Arena con il toro - e quel filo d'argento infilato nella lunga treccia.  Avrebbe fatto meglio, ad esempio, a tenere più a bada (a tempo) i suoi pur bravi orchestrali, ed a  scegliere, per il settore 'leggero', un brano più agevole per i giovani coristi, costretti a forzare, nel ritornello.
 Come  non abbiamo condiviso del tutto anche la presenza di Paolo Fresu, musicista ottimo, ma prezzemolino buono per ogni occasione. E neppure la scelta di far cantare a Paola Turci una canzone notissima, Halleluja, di Cohen,  accompagnandosi con la sua chitarra e dalla tromba di Fresu, e facendo l'imitazione del celebre musicista canadese, anche nella pronuncia. La tv vive già di troppi  imitatori, e di altri  ancora non si sente davvero il bisogno. Lei è un'inteprete che non ha bisogno di fare il verso a nessuno, neppure a Cohen.

 Per tutte queste ragioni la Rai fece bene ad  affidarsi alla nostra competenza per la formulazione del programma  del 'Concerto di Capodanno' dalla Fenice'; come farebbe oggi  altrettanto bene Rai Cultura a scegliersi un consulente competente ed intransigente - non noi che siamo ormai fuori e non abbiamo nessuna intenzione di rientrare -  anche per i Concerti della feste, che sono tanti e che non possono essere lasciati all'iniziativa di coloro che vengono chiamati ad eseguirli.

giovedì 14 aprile 2016

L'Italia dei due presidenti: Mattarella e Napolitano. Uno uscente e l'altro entrante.

Non è una novità che in Italia i presidenti siano due: il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consigilio dei Ministri. Il secondo governa, il primo tiene sotto osservazione il secondo per evitargli passi falsi. E nonostante questo, accade anche che uno dei tanti tribunali italiani, in questo caso il 'Coniglio di Stato'  scrive all'indirizzo del Capo del Governo per fargli presente che il decreto sul pagamento del canone RAI nella bolletta elettrica è scritto male, è impreciso... insomma è da bocciare. Evidentemente quel che ogni tanto si dice e cioè che la squadra che circonda il premier avrebbe dovuto seguire prima di governare  un corso accelerato propedeutico, è forse vero. Nel frattempo però il Presidente della Repubblica, messo lì a controllare il presidente premier, si è evidentemente distratto, per sua volontà o per sopraggiunta presenza di altri?
 Il fatto nuovo di questi ultimi mesi è che ci siano sul colle più alto di Roma, due presidenti, anche se al Quirinale abita solo uno dei due, mentre l'altro ha deciso di abitare nel quartiere Monti, come del resto già aveva fatto Cossiga che  al letto del Quirinale, preferiva quello di casa sua in Prati. Due infatti sono i Presidenti della Repubblica italiana attualmente. Ambedue sono sempre presenti , in coppia, nelle occasioni ufficiali, siedono sempre in prima fila, e nelle rimpatriate al Quirinale non mancano mai. E, del resto, come potrebbero, data la loro carica? Pala tu, parlo io, no, parla tu. Il siparietto colto  in una delle tante occasioni fra Mattarella e Napolitano.
 I due presidenti, ambedue con la medesima funzione di vigilanti, si sono però, bonariamente ed in segreto, spartiti i compiti.
Il presidente uscente, Mattarella, ha deciso di non mettere bocca sugli affari italiani, nonostante venga ogni tanto chiamato in causa da forze politiche e stampa; preferisce viaggiare - e viaggia molto - e intervenire sulle  grandi questioni internazionali e sui futuri assetti mondiali; incontra capi di Stato e grandi personalità, manda telegrammi di congratulazioni e condoglianze, premia  studenti, atleti, imprenditori, donne.
 Il presidente entrante, Napolitano, invece parla quasi ogni giorno in pubblico, e non solo con la sua consorte in privato. Interviene sugli affari interni ma viaggia anche lui, perchè invitato da chi non dimentica ancora il ruolo di paciere che ha avuto  nei tanti anni in cui abitava , anche di notte, al Quirinale, e che magari non si è accorta accorto del cambio della guardia o della diarchia  tacitamente accettata.
 Ora, ad esempio, è in partenza per Londra, dove è stato preceduto da Maria Elena (Boschi) che ha tenuto una lezione di politica, a parlamentari inglesi, che gli è valsa come 'dottorato' in legge, che non ha conseguito all'indomani della laurea, pressata dagli impegni di governo. Napolitano che lauree e dottorati honoris causa, ne ha ricevuti almeno uno per ogni capello che aveva in testa un  tempo, ha fatto sapere che  se rientrerà per domenica prossima, andrà a votare. Bravo.
No. Ha precisato, poi,  che  astenersi dal voto, disertandolo, è un diritto dei votanti al referendum, giacché la legge prevede  il fattore 'quorum' per la sua validità. E così s'è assunto, da presidente entrante, il compito di dirimere la questione  dell'astensione, sorta dopo i vari interventi del premier in favore, e quello altisonante e contrario del presidente della Consulta.
Il parere in favore dell'astensione ha fatto felice il premier  ma ha mandato in bestia il presidente della Consulta, Grossi, terza carica dello Stato, in assenza delle altre due, ma non quando ci sono le altre due, e cioè il presidente entrante, Napolitano, ed il presidente del Senato, Grasso.  In tale contingenza  il presidente della Consulta, Grossi,  conta un  fico secco;  e la stessa regola si applica anche a quello del Senato, Grasso,  se non è dello stesso parere del primo,  Napolitano, perché il voto di questi vale per due. E dunque Napolitano, presidente entrante, vince su tutti.

sabato 8 agosto 2015

Salvo Nastasi prosegue la distruzione della musica in Italia . Per conto di chi? Vada a Bagnoli, su!, non aspetti

Se uno che  ha  forza, coraggio e non soffre di nausea e vomito, decide di leggere da capo a fondo il D.M. del 1 luglio 2014, nel quale il ministero di Franceschini ( ?) - meglio dire: di Nastasi  tanto Franceschini sicuramente della musica con ci capisce un c...- stabilisce i nuovi criteri per l'erogazione dei contributi statali,  sul FUS, allo spettacolo dal vivo, beh, non può non chiedersi quale mente diabolica abbia curato la stesura e l'architettura di quel decreto. Dall'inizio alla fine è un susseguirsi di articoli e commi nei quali si individuano criteri 'oggettivi' per l'erogazione di detti contributi, nonchè gli aventi diritto e le modalità per richiederli. C'è da morire prima di giungere alla fine. Perfino chi ha una qualche dimestichezza con tale settore e con il burocratese, che serve ai ladroni ed imbroglioni del ministero per fare i loro porci comodi, non riesce a seguire il filo del discorso. Insomma tutto è fatto, all'apparenza per non lasciare traccia di discrezionalità, ma nei fatti per imbrogliare tutti  e fare i c...propri.
 Ora capiamo e condividiamo le dimissioni di Silvia Colasanti, compositrice, membro della Commissione centrale musica, la quale con lettera garbata, all' apparenza, ha rassegnato le dimissioni da detta commissione, motivandole con la impossibilità di salvaguardare e garantire da parte della commissione la qualità dei progetti da finanziare. In buona sostanza, con quel suo modo garbato, la compositrice avrebbe detto a Franceschini ed a Nastasi - soprattutto a lui- che mi chiamate a fare in questa commissione se poi non mi mettete in grado, complici i vostri assurdi regolamenti, di valutare la qualità dei progetti? Se volevate decidere tutto voi - questo la Colasanti non lo dice, ma non è improprio leggerlo fra le righe - tanto valeva non scomodare nessusno e non fare nessuna commissione.
 E gli altri membri della commissione, tacciono? Certo, tacciono e con il capo fanno cenno di sì ad ogni parola anche appena accennata di Nastasi.  Come ci si può aspettare una qualche reazione, dimissioni certamente no, da Toniolo ( ex Cesa, ora Auditorium Conciliazione, capito?) che Nastasi, dai tempi di Rutelli ministro, si passa da una commissione all'altra; o da parte di quell'onesto professionista, di cui ci sfugge al momento il nome, direttore di coro catanese ( è di Catania, vero?) che legge il suo ingresso in commissione come una  grazia ricevuta che l'avrebbe tolto, secondo le sue lungimiranti vedute, dalle nebbie dell'indistinto?
Quel decreto mira a distruggere il sistema musicale italiano costruito, non sempre con ruberie ed imbrogli, in anni ed anni in grandi come in piccoli centri, al solo scopo di farvi arrivare la musica che non ci arrivava altrimenti.
 Questo sistema complesso ed assai ricco, Nastasi sta pian piano distruggendo, senza che vi sia una sollevazione popolare generale.
 Solo qualche esempio, per far capire a quali criteri oggettivi Nastasi si appigli per portare a compimento il suo diabolico piano.
 Prendiamo l'esempio dell'Orchestra Verdi di Milano che ha festeggiato qualche tempo fa i primi vent'anni di esistenza gloriosa pur fra mille difficoltà. Orchestra sinfonica, grande repertorio, catalogo discografico di tutto rispetto, produttività altissima - forse l'orchestra che produce di più in Italia. Quest'orchestra che tutti i ministri si sono impegnati a salvare,  e che Franceschini finalmente sembra averlo fatto, se uno va a leggere i contributi statali per quella magnifica orchestra, legge che per il 2015  il contributo assegnato supera di poco il milione di Euro. Direte: è tanto! No, è pochissimo se poi si legge nella stessa categoria che l'Orchestra Toscana ( della Firenze di Nardella e di Renzi, diretta da Giorgio Battistelli - come ti sbagli?)  ha un contributo per lo stesso anno vicino ai due milioni di Euro. E si tratta di un' orchestra, quest'ultima, di medie dimensioni, non certo dell'ampiezza di quella di Milano, e certamente  con un indice di produttività ed anche di qualità (non abbiamo timore a dirlo) non alto quanto quello della consorella milanese. Un contributo pressoché simile  quello dall'orchestra della Toscana ha anche l'Orchestra Haydn di Trento e Bolzano, della cui attività - come anche dell'Orchestra toscana - mai una eco nazionale.
 Ancora un esempio del Nastasi pensiero. Tempo fa il neonato  'Sistema delle orchestre e cori giovanili ed infantili', introdotto in Italia da Claudio Abbado e Roberto Grossi, su modello di quello venezuelano di Abreu, fece richiesta di contributo. La risposta dell'ineffabile Nastasi fu: siccome  avete camminato fin qui con le vostre gambe, continuate a farlo. Zero contributo.  E' questa la  maniera  con cui Nastasi intende promuovere, con l'assenso di Franceschini - che non capisce un c... e  perciò gli lascia mano libera - la pratica musicale in Italia nella fascia di età infantile e giovanile?
 E ancora. In Italia esistono due benemerite associazioni, l'Ambima e la Feniarco - la prima riunisce le bande musicali ( bene specificarlo in un mondo dove prosperano bande d'altro genere); la seconda i cori amatoriali. Nell'uno come nell'altro caso parliamo di qualche centinaio di migliaia di persone che fanno musica settimanalmente; fanno musica sostenendo di tasca propria  qualsiasi spesa, salvo qualche contributo delle municipalità. Un tempo le bande ricevevano dalla Stato un contributo annuo di 500 Euro, ora - non senza qualche ragione - quel contributo è stato tolto a tutti.
Alle due associazioni nazionali che tengono i contatti con le diverse realtà, che organizzano l'attività degli associati, ed anche corsi di formazione di un certo rilievo (sappiamo di quelli della Feniarco) è stato negato qualunque contributo, cancellando anche quello minimo che un tempo avevano. Perchè Nastasi non ne spiega pubblicamente le ragioni?
 Fra le associazioni che si sono viste negate il contributo dopo una ventina d'anni, c'è anche CEMAT, che si dedica da sempre alla promozione della musica contemporanea; e per questa cancellazione è stata presentata già una interrogazione parlamentare. Ma allora, Nastasi, neanche un pò d'attenzione alla musica d'oggi? Oppure anche per lei come per Franceschini - che non capisce un c...- la musica di oggi è quella di Giovanni Allevi, compositore classico/contemporaneo, e solo la sua?

N.B. In quell' infame decreto si accenna al sostegno per le 'residenze' di giovani artisti. Non ne ha parlato di recente Francechini come di un suo progetto da mettere in atto nella restaurata sede dell'Arsenale pontificio a Porta Portese, per il quale ha subito fondi disponibili, come per la copertura della platea del Colosseo? Quando si dice la preveggenza!

martedì 12 maggio 2015

La commedia infinita del teatro d'opera in Italia. Professionisti e dilettanti.Protagonisti e comparse


Per effetto della legge 'Valore cultura' i vertici delle nostre fondazioni liriche alla fine del 2014 sono decaduti, e subito dopo tutti ricomposti, in gran parte all'insegna del dilettantismo, con molti debutti, ed altrettante riconferme. Tutto come prima, come sempre.E qualche volta anche peggio.
Si è generata una nebulosa per cui fare cose lontane da quelle che si sanno veramente fare è sexy ed attraente. E i risultati, purtroppo, si vedono”- ha scritto Roberto Cotroneo sul settimanale del 'Corriere'. E ciò, in Italia vale dappertutto; ad eccezione di quei pochissimi settori nei quali se sei una schiappa si vede subito e ti buttano fuori, come nel campo della ricerca, bistrattata in Italia, anche perchè i fondi per gli studi in quel caso non te li dà nessuno.
Nelle fondazioni liriche, un settore nel quale il nostro paese dovrebbe eccellere, i vertici sono stati alla fine dello scorso anno, rinnovati in gran parte, ed alcuni riconfermati, gli elementi per una svolta decisiva non si vedono. La legge che imponeva il rinnovo dei consigli di gestione, che un tempo si chiamavano CdA ( Consigli di Amministrazione) ed oggi Consigli di Indirizzo (CdI), ha ridotto il numero dei loro componenti, e li ha privati di alcune loro mansioni importanti; nello stesso tempo maggiore autonomia ha riconosciuto al sovrintendente, una sorta di amministratore delegato; senza però stabilire se ai cattivi amministratori si debba richiedere conto dei buchi di bilancio, come necessario e salutare.
Ha stabilito, invece, che le Fondazioni liriche che navigano in cattive acque, possono chiedere il 'salvagente' del fondo speciale, a patto che osservino alcune disposizioni, alla stregua di ciò che l'Europa e il FMI pretendono dalla Grecia, per scongiurarne il fallimento.
Ma quella stessa legge che impone alle fondazioni che la scelta dei suoi amministratori debba spettare al Ministero risulta fra le più disattese, specie da quelle fondazioni i cui amministratori locali sono in grado di fare la voce grossa con 'mezzodisastro' Franceschini e 'grande&grosso' Nastasi, e che in alcuni casi, hanno fatto bene ad alzare la voce nei riguardi del Ministero che invece di amministrare il settore, passa il suo tempo a mettere il potere in mani amiche, anche se incapaci. Sta qui il punto. E del resto è questo un gioco che la politica conosce bene. Ministri e sottosegretari girano come trottole da un ministero all'altro, senza avere competetnza in nessuno, lasciando perciò grande spazio di manovra ai superburocrati che fanno il buono e cattivo tempo. A causa di ministri incompteneti, essi pure dilettanti.
Nel braccio di ferro fra Ministero ( leggi: Nastasi) e sindaci che vogliono farsi valere, in alcuni casi vincono i sindaci ( come per il Teatro Petruzzelli a Bari, dove il sindaco, Decaro, ha imposto Biscardi, che il Ministero non voleva; ed a Verona dove Girondini, imposto da Tosi, è stato confermato dal Ministero); in altri la spunta il Ministero, fottendosene delle tensioni che possono sorgere far sovrintendente e sindaco ( presidente del teatro) al quale il sovrintendente è inviso, come nel caso di Napoli, dove il Ministero starebbe per riconfermare la Purchia, sostenuta da 'grande&grosso', Nastasi. In ogni caso, a dispetto dei disastrati conti delle fondazioni, a Verona come a Napoli, ed anche a Bari che comunque è un caso a parte, perchè la più giovane fondazioni lirica d'Italia.
Per questo, coloro i quali nutrono tanti sospetti nei riguardi di Nastasi, potentissimo e protettissimo, a causa dell'incompetenza dei vari ministri, e in forza dei suoi padrini eccellenti, vedi Gianni Letta, hanno tutte le ragioni possibili dalla loro parte. Ci si può fidare di un direttore generale, commissario di un teatro, nel quale crea un Museo per mettervi come coordinatrice sua moglie, come nel caso del MeMus del Teatro san Carlo, dove fino all'altro ieri figurava in pianta stabile, come coordinatrice, Giulia Minoli, sua moglie? E non è che un esempio della tracotanza del potere.
Un altro capitolo che meriterebbe maggiore attenzione da parte del ministero è quello dei compensi sia ai vertici delle Fondazioni che agli artisti scritturati, dove vige la più totale anarchia. Alla Scala, ad esempio, Lissner aveva un compenso da manager di azienda privata, intorno al 1.000.000 di Euro, tutto compreso, mentre ora a Pereira è stato riconosciuto un compenso nella norma, e cioè di 240.000 Euro; e Santa Cecilia l'unica 'sinfonica' fra le fondazioni, riconosceva a Bruno Cagli un compenso di oltre 300.000 Euro, nonostante che avesse egli una affollata direzione artistica, con dirigenti e consulenti. E comunque il presidente/sovrintendente dell'Accademia prenderebbe lo stesso stipendio del direttore generale della Rai, che ha ben altre responsabilità.
Recentemente una rivista ha fatto i conti, su dati forniti dallo stesso Ministero, in tasca ad ogni fondazione, rilevandovi anomalie e disparità che il Ministero ben conosce ma che si guarda dall'eliminare. E così il sovrintendente dell'Arena guadagna 240.000 Euro; Vergnano del Regio di Torino, quasi 190.000 di Euro; Giambrone, a Palermo, 170.000; Chiarot a Venezia 165.000, mentre il suo direttore artistico, Ortombina, 167.000; Ernani a Bologna ne prendeva fino a febbraio, quad'era in carica, soltanto 120.000, e non sappiamo ancora quanti ne daranno a Nicola Sani, suo successore.
A queste ed altre anomalie, un'altra se ne è aggiunta negli ultimi anni. I ritardati pagamenti agli artisti, specie se giovani. Ritardi di mesi quando non addirittura di anni (Cagliari - si dice - è in cima alla lista delle fondazioni che non pagano), con richieste di riduzione di cachet, nonostante il ritardo; e ritardi negli stipendi dei dipendenti delle Fondazioni. Insomma un settore in grave crisi - una decina di fondazioni su quattordici sono con l'acqua alla gola e obbligate a ricorrere al fondo speciale di salvaguardia - mentre il Ministero continua a gestire le poltrone, sulle quali ha la faccia tosta di rimettervi amministratori, mesi prima commissariati.
Anche il Governo sembra disinteressato al settore, salvo che per il completamento del teatro della città del premier, tant'è che non ha ancora dato la sveglia a Franceschini e non si è ancora posto il problema dell'allontanamento di Nastasi dalla sua poltronissima, nonostante le numerose critiche che gli sono piovute e gli piovono ogni giorno addosso, anche dal suo stesso partito ( Orfini lo ha fatto in più di una occasione pubblica); mentre lui, Nastasi, ora vanta anche l'amicizia di Nardella.
Ed ora un rapido giro fra tutte le fondazioni, cominciando da Torino.
Al Regio di Torino regna incontrastato, da troppi anni, Walter Vergnano, cresciuto alla scuola del barone Francesco Agnello, nel CIDIM. Il dissidio che lo opponeva al suo direttore musicale, Noseda, sembra essere ufficialmente ricomposto, con l'arrivo di Gaston Fournier, costretto a sloggiare dalla Scala di Pereira, come direttore artistico. Torino si conferma come una delle fondazioni con i conti in ordine - così si dice, salvo poi a chiedere soccorso al Comune per la ricostituzione del patrimonio – e con la trinità di vertice in ordine: sovrintendente, direttore artistico, direttore musicale: 'unicuique suum', che tradotto vuol dire a ciascuno il suo mestiere. Ed ha anche annunciato la prossima stagione, come usa fare da qualche anno.
All'Arena di Verona il sindaco Tosi, che ha la maggioranza nel neo Consiglio di Indirizzo della Fondazione, è riuscito a far digerire al ministero la riconferma del sovrintendente Girondini, raro esempio di geometra sovrintendente, contro il quale s'era addirittura pronunciata una accolta di musicologi e musicisti, e nonostante che la platea più grande d'Europa presenti una voragine nei conti altrettanto grande. Al suo posto di direttore artistico resta Paolo Gavazzeni, della ben nota famiglia ( alla quale appartiene anche il critico musicale del 'Giornale', che ha rapporti di consulenza con il Teatro Comunale di Bologna, come fosse la cosa più normale del mondo). A Verona, Nastasi non ha potuto o voluto far nulla, forse perchè Girondini, per lungo tempo a capo dell'associazione che riunisce le fondazioni liriche italiane, s'era guadagnato, a dispetto di tutti, il lasciapassare per la riconferma, proprio dal Ministero. Tosi aveva fatto un bando per la ricerca del nuovo sovrintendente. Si sono presentati una quarantina di candidati, fra i quali non c'era Girondini. Fatto sta che, fottendosene sia del bando che delle candidature farsa, alla fine è rimasto Girondini.
Al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, c'è stata una svolta nella gestione, con l'arrivo di Francesco Pace, il quale, pur fuori dal giro, ha sbaragliato la lunga lista di concorrenti, compreso il sovrintendente uscente, Orazi, al quale sembrava essere stato promesso( da chi?) il Teatro San Carlo di Napoli; dove Nastasi riuscirà ad imporre la Purchia commissariata, nonostante il commissariamento e l'aperta opposizione di De Magistris.
La Fondazione triestina sembra oltre i confini italiani, di essa poco si sa ed ancor meno si scrive sui giornali, è come situata in una zona franca. L'arrivo di un manager, che sembra competente, forse la farà svoltare e rientrare nel gioco delle fondazioni italiane e magari farle aumentare la produzione e la qualità.
Al Teatro La Fenice di Venezia le cose sono rimaste come erano prima del grande (finto) cambiamento. Al vertice Cristiano Chiarot; direttore artistico Ortombina; è andato via solo il direttore principale, Matheuz, il venezuelano, che con i vertici non andava più d'accordo, dopo i primi mesi di idillio lavorativo, e le cui direzioni sono state troppe volte aspramente criticate; ma anche il prezioso coordinatore della direzione artistica, Piearangelo Conte, ha preso la strada di Firenze. Fra breve, al posto di Matheuz, arriverà un altro giovane, straniero, raccomandatissimo, e forse sarà quello venuto via da Valencia. La fondazione veneziana ha da qualche anno i conti in ordine, così dicono tutti oltre i vertici medesimi, ( a fine aprile è stato presentato il bilancio del 2014, certificato da società esterna, dal quale risulta anche un leggero attivo!) e un indice di produttività fra i massimi, al punto da essere portata a modello in Italia; ha una programmazione di diverse annualità, molto varia, un pò stagione e un pò festival, ed una calendarizzazione a metà strada fra quella di un teatro 'italiano'(teatro di regia) ed uno 'tedesco' ( (teatro di repertorio) e sul podio esibisce regolarmente anche grandi bacchette, come ad esempio Chung. Non c'è che da augurarle che duri. Perchè ciò potrebbe, tra breve, farle ottenere anche l'autonomia di gestione, da poco riconosciuta alla Scala e a Santa Cecilia.
Il Teatro alla Scala, dopo l'uscita anzitempo di Lissner e di tutta la sua corte ( direzione artistica, ufficio stampa) si è messo nelle mani di Alexander Pereira per i prossimi cinque anni, dimenticando il passo falso con cui aveva iniziato la sua collaborazione - gli spettacoli acquistati dal 'suo' festival di Salisburgo - e rinunciando al periodo di prova contemplato nel suo primo contratto. Ora gli è stato riconosciuto un buon stipendio ( 240.000 Euro, con un netto risparmio su Lissner, un quarto appena), sta gestendo il teatro nel periodo dell'Expo, ha già presentato la prossima stagione, annunciando una quindicina di titoli d'opera e cinque o sei di balletto, e sembra ormai accettato dal CdI del teatro, dal sindaco (che non si ricandiderà ) ed anche dal Ministero, da dove Nastasi aveva fatto capire che per quel posto di sovrintendente, o magari di Commissario ( prima della definitiva assunzione di Pereira) era lui ancora una volta interessato. Pensare che come commissario, pur restando sempre direttore generale del Ministero, s'era già fatto, senza grandi risultati, il giro di molti teatri italiani, da Firenze a Napoli, a Bari; e anche in altri avrebbe voluto mettere piede, come Milano, appunto, Roma, e Genova (dove aveva mandato un suo fedelissimo, un vero disastro) lasciando in tutti i casi, dopo il suo ritorno al Ministero, un equilibrio così instabile che, dopo pochi mesi, dava luogo a nuovi buchi di bilancio. Ora la Scala avrà nuovamente anche un direttore musicale, Riccardo Chailly, che ha promesso, d'accordo con Pereira, di far tornare il teatro milanese a risplendere soprattutto nella tradizione del melodramma italiano che Lissner-Barenboim avevano deliberatamente tentato in tutti i modi di oscurare, togliendogli la sua più preziosa identità storico musicale.
Scendendo verso ovest, la prima tappa è al Teatro Carlo Felice di Genova, dove da poco è approdato il nuovo sovrintendente nella persona di Maurizio Roi, proveniente dalla Toscanini di Parma. Il teatro ha vissuto e forse vive ancora momenti drammatici: senza vertici e senza soldi; e Roi ha il compito di portare nel teatro più moderno d'Italia, un po' di pace e serenità e di avviarlo a navigazione sicura.
Asnche al Teatro Comunale di Bologna c'è stato ultimamente un cambio al vertice; mandato a casa (perchè? per limiti di età?) Francesco Ernani, ha preso il suo posto Nicola Sani che di Ermani era consulente per la direzione artistica, e che forse vorrà tenere per sé il doppio incarico, avvalendosi della collaborazione del direttore musicale, il giovane Mariotti, pesarese/rossiniano di origine, formazione ed ascendenza, gratificato da frequenti successi. Ernani aveva dichiarato di aver trovato un bilancio disastrato, ereditato dalla gestione Tutino; non sappiamo se tale buco sia stato nel frattempo risanato; certo è che in un teatro che non ha i conti in ordine, metterci come sovrintendente un debuttante in tale ruolo, qual è da considerarsi Nicola Sani, è un rischio serio, affatto calcolato. La programmazione del teatro bolognese si segnala per la novità delle proposte e per la calata in Italia di regie 'di sorpresa' come è nello stile e d 'abitudine per Nicola Sani che altrettanto aveva fatto anche a Roma, dove pure vi era stato chiamato da Ernani.
L'Opera di Firenze che sembrava navigare in acque tranquille dopo l'arrivo di Francesco Bianchi, banchiere, alla sovrintendenza, ha scioperato nella serata inaugurale del Maggio. E' stato fra i primi dei nostri teatri a rinnovare il Consiglio di Indirizzo e ad indicare Bianchi sovrintendente, subito nominato da Nastasi, amico di Nardella, in ossequio al volere del premier. Come coordinatore artistico è arrivato dalla Fenice Pierangelo Conte, che il suo apprendistato l'ha fatto per molti anni in laguna e che ora ha la possibilità di gestire in prima persona la programmazione di un grande storico teatro. A Firenze c'è anche la figura del direttore generale:Alberto Triola, che a Bologna era l'ombra di Tutino, e che ha lavorato alla Scala e dirige il Festival di Martina Franca, e che perciò mette il naso anche nella programmazione artistica ( sua l'idea dell'opera nuova di Tutino a Firenze).
Ma la calma in teatro è solo apparente. Per l'ennesima volta il pagamento degli stipendi è stato ritardato e ritardi ci sono pure nel pagamento degli artisti ospiti, Mehta, direttore a vita dell'orchestra, sembra da tempo in procinto di lasciare, e così, nelle more, Firenze s'è lasciata sfuggire Daniele Gatti, accolto trionfalmente ad Amsterdam, al Concertgebow; Maggiodanza, il corpo di ballo del teatro, è stato sciolto e licenziato, e il nuovo teatro ha bisogno di altre consistenti risorse economiche per essere completato. Dove li troverà ora che l'occasione dell'anniversario 150° dell'Unità d'Italia è passato e la cricca è finita dietro le sbarre? Ma forse Renzi li troverà in un modo o nell'altro, per darli al teatro d'opera della sua città ed agli amici Nardella e Bianchi.
Al Teatro Lirico di Cagliari è andata in scena l'ennesima tragicommedia per la succesione a Mauro Meli , tornato per la seconda volta in Sardegna, e per la seconda volta fatto fuori dal rinnovato CdI. Meli era tornato a Cagliari dopo l'uscita di scena della Crivellenti, nominata sovrintendente per volontà e virtù di Gianni Letta e Salvo Nastasi. Per la successione a Meli, richiamato per evitare che la nave affondasse, il sindaco Zedda aveva bandito il solito concorso farsa, al quale s'era naturalmente presentato anche Meli, inviso al sindaco,ma gradito e sostenuto dalla Barracciu, ora sottosegretario ai beni Culturali, per volontà di Renzi, il quale per proteggerla dal fuoco amico del suo stesso PD, a seguito delle spese pazze di carburante delle quali non aveva saputo dare convincenti giustificazioni, l'ha chiamata sul continente.
A Cagliari è approdata Angela Spocci, anzi riapprodata. Conosce l'amministrazione a causa di precedenti importanti incarichi, ma deve ricostruire il teatro, formulare in breve una programmazione, che ora manca, e fare ogni cosa perchè i buchi di bilancio vengano coperti e mai più prodotti. Impresa non facile. E poi avrà bisogno anche di un direttore artistico che l'affianchi e, perchè no, anche di un direttore musicale, perchè un'orchestra, che spesso è stata osannata da giornalisti prezzolati, ma che è passata attraverso tempeste di ogni genere e di lunga durata è chiaro che ha bisogno di essere rifondata. Avrà la Spocci la forza ed anche i mezzi per permettersi un direttore stabile dell'orchestra, a questo punto molto utile, anzi indispensabile? Apprendiamo , mentre scriviamo, che i sindacati chiedono le dimissioni della Spocci, per incapacità, calo vistoso di pubblico e di abbonamenti. Ci risiamo.
E Roma? Sempre meno ladrona di quanto i ladri della Lega di Bossi e Salvini farebbero intendere. Mandati a casa gli incapaci di professione che hanno avuto all'Opera per un triennio il loro quartier generale, il Teatro dell'Opera sembra navigare in acque più tranquille pur ricorrendo alla legge Bray, il cui sovrintendente da poco è stato ufficialmente nominato, Carlo Fuortes. Il quale, nei mesi del casino generale, aveva persino carezzato l'insane progetto di 'esternalizzare' orchestra e coro, facendo la figura dell'ignorante agli occhi dell'Europa musicale. Non agli occhi dell' ignorante Marino e della sua collaboratrice Marinelli che, anche per amor di partito, ne hanno elogiato le doti di amministratore, nelle quali erano compresi anche i modi spicci e i passi falsi. Il quale, per una ennesima decisione di non scegliere, ha lasciato i suoi più stretti collaboartori al loro posto ( da Alessio Vlad a Roberto Gabbiani) ha annunciato l'arrivo come direttrice del corpo di ballo della debuttante nel ruolo Eleonora Abbagnato, la bravisima ed avvenente ballerina, moglie di un calciatore di una squadra cittadina e perciò accasata a Roma, la cui nomina è un'ulteriore dimostrazione della incapacità ed inadeguatezza di Fuortes e Marino a governare una istituzione come il teatro dell'Opera. Anche Caracalla nelle loro mani finirà per diventare un circo equestre o una 'disneyland' dello spettacolo, con rovine originali. Il tempo lo dirà. Ed ora temiamo anche per l'annunciata prossima nomina del direttore musicale, purtroppo minacciata. Mentre Fuortes ha annunciato che il suo tetaro varà non uno ma due direttori artistici, il secondo ( o primo?) è Battistelli, relegato al ruolo di programmare il 'moderno' in teatro e la la stagione sinfonica.
Dall'altra parte del Tevere viaggia tranquilla l'Accademia di Santa Cecilia, dove da poco è cambiato il timoniere, che ora è Michele dall'Ongaro, gran manovratore, mentre tutto lo staff creato da Cagli e ben oleato e foraggiato economicamente, resta lo stesso, come pure al suo posto resta Antonio Pappano, vera gloria dell'Accademia, per i prossimi cinque anni. Dall'Ongaro viene alla scuola di Cagli e perciò è assai difficile, a dispetto delle dichiazioni di inizo mandato, come quella di una maggiore attenzione agli artisti italiani, che qualcosa possa cambiare. E del resto Dall'Ongaro agli italiani non ha mai prestato attenzione, anche nel suo precedente incarico all'Orchestra sinfonica nazionale della Rai di Torino; perchè dovrà fare a Roma ciò che non ha mai fatto a Torino? Comunque a Santa Cecilia, finchè c'è Pappano c'è speranza, andato via lui, i Cagli, un tempo, o i Dall'Ongaro ora, poco o nulla possono fare.
Il Teatro San Carlo di Napoli nella tempesta, con il braccio di ferro tra il sindaco De Magistris, in minoranza nel CdI, e il ministero di Nastasi, per la nomina del nuovo sovrintendente, che Nastasi vorrebbe ancora Purchia e De Magistris assolutamente no, ha vinto proprio il Ministero. Riconfermata, la Purchia, la signora ragioniera, richiamerà il direttore artistico De Vivo, geometra (come assicurano i bene informati napoletani)? Solo con la riconferma della Purchia il teatro potrà godere di tanti benefici ministeriali, come, in passato, quell'enorme dispendio di denaro pubblico che è stata la inutile trasferta americana, a San Francisco, dei complessi del teatro, interamente finanziata da Nastasi che voleva dar lustro al teatro di cui era stato fino a poco prima commissario. Una vergogna. Per la quale, solo per questa, dovrebbero indagarlo e metterlo fuori gioco. Il posto lasciato vuoto dalla Purchia a Catania, dove si era impegnata con il sindaco Bianco a trasferirsi, è stato felicemente occupato da Roberto Grossi, presidente di Federculture, già direttore generale di Santa cecilia, persona per bene e competente e con molte idee.
Il Teatro Petruzzelli di Bari, la più giovane tra le Fondazioni liriche italiane, con qualche vantaggio che tale gioventà presenta, sembra messo in sicurezza dal sindaco Decaro, che ha voluto al vertice come presidente- unico caso in Italia dove le Fondazioni sono presiedute dai sindaci - lo scrittore-magistrato Carofiglio, che ha sostenuto la riconferma di Massimo Biscardi alla sovrintendenza (ruolo nel quale anche lui è un vero debuttante, avendo sempre svolto mansioni di direttore artistico), benchè osteggiato - come riferiscono i bene informati - da Nastasi, sempre lui. Basta! Ora il teatro barese ha bisogno di tutto: di una programmazione vera, degna di una fondazione lirica almeno come produttività; dopo l'uscita di scena di Daniele Rustioni, finito al Teatro di Lione in Francia, di un direttore musicale senza il quale una orchestra giovane rischia di restare sempre giovane e non maturare mai, ed ha bisogno anche di idee oltre che di soldi che comunque Decaro non gli farà mancare.
Infine il Teatro Massimo di Palermo dove è tornato, come il postino del celebre film, per la seocnda volta, Franceco Giambrone, attendente del sindaco palermitano. Lui il Massimo l'aveva già governato una volta, ne era uscito fra polemiche e anche debiti(?), era rimasto per qualche tempo a spasso - insegnando in varie università come in Italia è accaduto a vari amministratori che avrebbero dovuto essere titolari di diritto delle cattedre di 'disastro economico' - per poi approdare a Firenze da dove era dovuto andar via, sempre per i suoi meriti di cattivo amministratore. A Palermo ha chiamato un debuttante nella direzione artistica, Oscar Pizzo, che le ossa se le è fatte con 'Contemporanea', all'Auditorium di Roma, fedelissimo di Fuortes, ma assolutamente a digiuno di teatro d'opera e di vocalità; per l'una e l'altra mancanza supplisce Giambrone, il quale s'è voluto circondare di un altro siciliano per la direzione stabile dell'orchestra: Gabriele Ferro che, in questa stagione, visto il suo importante ruolo, dirige un titolo appena.
                                                                      (SUONO, mensile. per gentile concessione)







martedì 28 aprile 2015

Dal ministero di Franceschini e Nastasi buone e cattive notizie. Purchia, Girondini, Grossi,Orchestra Verdi di Milano

Cominciamo dalle notizie  cattive, così ce le leviamo subito di torno. Nastasi l'ha avuta vinta al San Carlo dove ha fatto confermare dal suo ubbidiente ministro, Rosanna Purchia come sovrintendente, nonostante che la sua riconferma fosse stata avversata pubblicamente dal sindaco di Napoli, presidente della Fondazione San carlo. Nastasi l'ha sostenuta e l'ha confermata. E questa è una notizia non cattiva , ma cattivissima.
 Stesso discorso all'Arena di Verona, dove nonostante l'opposizione del mondo musicale - che si era espresso anche attraverso una denuncia pubblica  sui giornali -  la permanenza di Girondini, con tutto il suo buco di bilancio, grande quanto la platea dell'Arena, e, diciamo anche, nonostante la grande platea dell'Arena, è stato voluto, sostenuto dal sindaco Tosi, che l'ha fatto digerire al Consiglio di Indirizzo della Fondazione, naturalmente tutta dalla sua parte,  è stata avallata, ratificata da Franceschini.
 All'indomani della riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche, con la nascita del CdI, al posto del CdA, s'era detto che d'ora in avanti, sulle nomine decideva il Ministro, che cessava di essere quindi un passacarte, agli ordini dei CdA. Falso, adesso Franceschini fa l'avallatore di decisioni altrui, come ai vecchi tempi, come sempre, salvo i casi in cui, in aperto contrasto con tutti, non lui quanto Nastasi, non imponga le sue decisioni anche al ministro, come per la Purchia.
Ristabilita e re-intronata a Napoli la Purchia, restava vuota la casella del Massimo Bellini di Catania, ente regionale, di una certa storia ed importanza, dove si sarebbe dovuta trasferire la Purchia, invitata da Bianco, sindaco.
 Via la Purchia, Bianco ha assunto una decisione che porterà molti benefici. Ha chiamato alla sovrintendenza Roberto Grossi che tutti conosciamo. Direttore generale a Santa Cecilia negli anni di Berio e primi anni di Cagli, passato poi a presiedere Federculture, poi al Maxxi ed all'Accademia di belle arti, cofondatore con Abbado del Sistema delle orchestre e cori giovanili in Italia, sul modello venezuelano di Abreu...insomma uno che il mondo musicale e dello spettacolo conosce bene anche da amministratore. E' la prima volta che fa il sovrintendente, ma sicuramente farà molto meglio di altri che fanno per la prima volta i sovrintendenti, senza aver mai amministrato una fondazione prima.
 Ora Grossi attende solo che la Assemblea siciliana e Crocetta diano il loro nulla osta alla sua nomina ( il teatro riceve cospicui finanziamenti dalla Regione a statuto speciale, ed ecco la ragione del nulla osta, che speriamo arrivi prestissimo, come non è nel costume della Regione siciliana quando le cose non le interessano particolarmente). Grossi ha molte idee e noi attendiamo che presto si insedi e cominci a lavorare.
 La vera grande bella notizia, dopo quella della nomina di Grossi, è l'avvenuta ammissione della Orchestra e Coro 'Giuseppe Verdi' di Milano, dopo oltre vent'anni di travagli assurdi, nel gruppo delle ICO, quattordicesima. Le ICO sono le cosiddette Istituzioni Concertistico Orchestrali, delle quali l'orchestra milanese diverrà senz'altro la capofila, per qualità delle prestazioni e della programmazione ed indice - altissimo - di produttività. Speriamo solo che Nastasi che in tutti  questi anni se ne è fregato della Orchestra milanese, non si vendichi ora riducendo i finanziamenti statali destinateli, in ragione  e proporzione della produzione e qualità dell'attività della Verdi da tutti riconosciute ed anche lodate.
 In questo caso Franceschini ha mostrato di  potere, qualora lo voglia, non tener conto dei pareri, non sempre i migliori, del suo consigliere factotum.
 Ma forse dopo questo faticosissimo colpo di mano e di testa, Franceschini avrà bisogno di una lunga convalescenza durante la quale lascerà le redini del Ministero nuovamente nelle mani del 'grande & grosso' direttore generale.

mercoledì 17 dicembre 2014

Bruno Cagli, ammiraglio di lungo corso, che non ha più memoria di elefante

Ancora non si sa se lascerà definitivamente il timone dell'Accademia di Santa Cecilia in altre mani, o se tenterà l'ennesimo colpo, affondando i due contendenti-pretendenti e restando ancora al timone. Se dobbiamo dar credito ai risultati della seconda tornata di votazioni, lui dovrebbe essere fuori gioco; ma non c'è da fidarsi totalmente. Anche quando andò via da Santa Cecilia, a mandato non concluso, nel 1999, dopo nove anni ininterrotti di gestione ceciliana, per via dello nuovo statuto sgradito ai più, ci fu chi disse, conoscendolo bene, vedrete che tornerà. E infatti dopo la trasferta  a Parma, dove arrivò con il treno dei suoi fedelissimi, tutti ancora in auge ed in pieno servizio, per il 'Festival Verdi' nel centenario della morte del grande musicista, è tornato a Roma, ha scalato nuovamente l'Accademia - secondo le accuse rivoltegli dal card Bartolucci, facendo promesse agli elettori, quasi sempre non mantenute; oppure più tardi punendo gli avversari con l'esclusione, dopo anni ed anni, dal cartellone dell'Accademia, come scrisse altrove il m. Michele Campanella - che regge da dieci anni ancora. In totale 19 anni, e forse se dipendesse da lui, non avrebbe nulla in contrario a protrarre la presidenza.
 Alla fine di un  mandato si usa fare bilanci, quelli economici innanzitutto. E, a proposito della sua permanenza a Santa Cecilia, negli ultimi dieci anni, Cagli avrebbe percepito complessivamente quasi 3.000.000 di Euro, senza contare i benefit che si è dato, con l'avallo del CDA, nel quale siedono persone a lui vicine quando non fedeli, estratte  sorte nei salotti che contano. E negli anni dal 1990 al 1999, quando non c'era ancora l'Euro, se non proprio una cifra equivalente  in Lire, non molto meno. Sappiamo che Berio aveva ritenuto il suo stipendio da presidente/sovrintendente, non adeguato alla sua fama ( ed anche fame) di grande compositore e perciò se l'era (fatto) aumentare (aumentato). Arrivato Cagli, non ritenne  decoroso ribassarselo e  riportarlo a quello del passato e perciò se lo tenne, quello di Berio, intorno ai 300.000 Euro, fino a pochi mesi fa , quando esplose lo scandalo di molti compensi in Istituzioni finanziate dallo Stato superiori a quello del Presidente della repubblica ( 240.000 Euro). Cagli l'ha portato, 'sua sponte' ? , a quella cifra. Nel frattempo ha premiato anche i suoi più stretti collaboratori, presenti nella direzione artistica, che a Santa cecilia è superaffollata: Lui,  anche direttore artistico, per la quale carica percepiva 100.000 Euro ( che andavano ad aggiungersi ai 200.000 come Sovrintendente; ma forse la somma era più alta di 300.000); Tony Pappano, direttore musicale 150.000 ( ma il suo nome di recente è scomparso dalla pagina ceciliana 'amministrazione trasparente', oppure noi non riusciamo più a trovarla), c'è poi il Vice presidente, candidato 'cagliano' alla sovrintendenza, Michele dall'Ongaro che percepiva 30-40.000 Euro per la sua 'consulenza' alla direzione artistica (anche il suo nome di recente non compare più nella pagina del sito relativa agli incarichi di vertice e relativi compensi): Mauro Bucarelli, segretario artistico  con 134.000 Euro; m. Cupolillo, direttore programmazione esecutiva e direzione operativa con 166.000 Euro, fissi, poi ci potrebbe essere anche il 'mobile' come la donna ( a proposito, c'è anche sua moglie, incaricata del settore 'didattica' dell'Accademia, ben stipendiata); Nicoletti Altimari, consulente direzione artistica 69,000 Euro.
Un invito a maggiore decoro nei compensi, evidentemente  un pò indecorosi, veniva rivolto all'Accademia già l'ottobre 2013 da 'Il fatto Quotidiano, proprio quando ci si lamentava dei finanziamenti sempre insufficienti: abbassatevi i compensi, consigliava  il giornale.
 E queste cifre rappresentano la quota fissa, perchè nelle tabelle c'è anche la colonna destinata, eventualmente, se non bastano, ad una quota aggiuntiva sulla base dei risultati. Tutti questi dati erano anche questi presenti nella denuncia de 'Il fatto Quotidiano' dello scorso ( 2013) ottobre.
 Insomma se sommiamo tutte le cifre risulta che la direzione artistica di santa Cecilia viene a costare intorno ai 650.000 Euro.
Perchè ci siamo messi a fare i conti in tasca ai vertici artistici dell'Accademia, oltre che per invidia 'economica'?
 Perchè ancora oggi, dalla pagine del Messaggero, il sovrintendente in scadenza lancia l'appello ennesimo di aiuto per la Juni Orchestra,  sua benemerita iniziativa, a far data dal 2006, composta più o meno da  alcune centinaia di giovani che pagano annualmente una retta di 8-900 Euro che evidentemente non basta a reggere la baracca.
Sommessamente. Vogliamo ricordare che il 'sistema' delle orchestre e cori giovanili, modello Abreu, da poco impiantato in Italia si regge solo con le proprie forze, ed il Ministero, ciò constatato, gli ha negato qualunque finanziamento: perché dobbiamo finanziarvi se finora siete andati avanti con le vostre sole forze? ha testualmente risposto 'grande e grosso'( Nastasi) a Roberto Grossi,presidente Federculture, che dell'esperienza italiana è l'anima e l'organizzatore.
 A gran voce, invece. Non era il caso di tenere i compensi, della corte fedelissima,  un pò più bassi, anche per sostenere le attività culturali dell'Accademia, alle quali c'è anche un'altra fedelissima che  sovrintende, eletta anche accademica ( fra qualche polemica)  e che viene compensata con  105.000 Euro annui, di fisso?
Nelle dichiarazioni relative ai suoi meriti e demeriti, Cagli  sbaglia alcune date, quando parla della 'Orchestra giovanile di Santa Cecilia'- neanche noi ricordiamo se fatta nascere anche quella da lui, o forse addirittura da Siciliani, o forse no.
 Comunque il suo scioglimento avvenne negli anni in cui Cagli era fuori dell'Accademia, ad opera del grande Berio, perché il ministro (o sindaco?) Rutelli - come si vede uno dopo l'altro vanno citati  più per le infinite malefatte - non aveva più i 400.000.000 di lire necessarie per il suo mantenimento. Dunque almeno la chiusura della Orchestra giovanile non va addebitata a Cagli, al quale semmai va addebitata la tiepida volontà di riaprirla, quando fu sollecitato, dietro nostra spinta, da Ludovica Rossini Purini,  alla quale avevamo consigliato di indirizzare le risorse che  riusciva a trovare in quella direzione. Dopo la tournée dei Berliner con Abbado, la Purini ha preferito fare 'l'americana'( con il concerto dell'11 settembre ed altre cosucce) e Cagli s'è scrollato di dosso un impegno che gli avrebbe fatto onore.
 In tutto questo bailamme, è possibile che Cagli trovi anche il tempo per ordinare alla sua addetta stampa di non concederci nessun biglietto omaggio per i concerti, a noi che facciamo il critico musicale, anche quando scriviamo queste cosucce che a gli non piacciono. e che perciò ne avremmo diritto, in una Istituzione pubblica che non è proprietà del sovrintendente?

venerdì 27 giugno 2014

Pensiamo ai giovani per il futuro del nostro paese.

Nell'annuale rapporto sulla cultura realizzato da 'Federculture', il presidente Roberto Grossi, che non ha risparmiato critiche alla politica culturale del governo, ha avanzato idee e progetti per far rinascere il nostro paese. Puntando sui giovani e la formazione. Ecco qualche esempio.
'Abbiamo esaminato la vs domanda di finanziamento rivolta a codesto ministero. Avendo constatato il pareggio di bilancio, non possiamo sottoporre la vostra richiesta alla 'Commissione consultiva Musica''. In parole povere, se la richiedente fondazione avesse avuto un passivo di bilancio il Ministero avrebbe preso in considerazione la richiesta. Questa assurda lettera inviava il direttore generale per lo 'spettacolo dal vivo' del Ministero dei beni e delle attività culturali e del Turismo (MIBACT), Salvatore Nastasi, alla presidenza della Onlus 'Orchestre e cori giovanili in Italia', fondata qualche anno fa da Claudio Abbado, sul modello dell'analogo famoso movimento venezuelano creato, quasi quarant'anni fa, da Antonio Abreu ed oggi ammirato, importato ed imitato in molti paesi. La fondazione italiana chiedeva un sostegno finanziario al Ministero, in considerazione dell'alto valore educativo oltre che strettamente musicale dell'iniziativa che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese, nel silenzio quasi generale, mentre, per il futuro, già ora fa molto ben sperare. E il ministero risponde picche.
Perchè oggi molti giovani artisti guardano a Berlino come ad una delle capitali europee più ambite dove vivere, formarsi ed avviare un'attività artistica - si chiede Grossi? La risposta è semplice. In quella grande capitale agli artisti sono riservate residenze molto stimolanti a condizioni accessibili. In Italia no. Eppure nel passato chi voleva lavorare nel campo delle arti, metteva in programma una lunga residenza in Italia, dove alcuni paesi europei, più attenti al problema, mantengono tuttora viva quella tradizione. E, infatti, sono sotto gli occhi di tutti le residenze romane di due accademie, quella francese (Villa Medici) e quella tedesca ( Villa Massimo) che ospitano 'borsisti' ( pittori,scultori,letterati,musicisti, registi ecc...), dei rispettivi paesi ma anche di altri.
A Roma, ad esempio, che vanta alcuni istituti di alta cultura, dal Conservatorio, all'Istituto di cinematografia, alle Accademia di Arte Drammatica, di Belle Arti e di Danza, si potrebbe costituire - avanza Grossi - una rete interdisciplinare delle arti, alla quale affidare ville e proprietà sequestrate alla malavita, per farne residenze per gli artisti giovani meritevoli, e , più in generale, luoghi votati alla creatività.
Non è possibile che in Italia ci siano incentivi ( agevolazioni e detrazioni fiscali) per l'acquisto di qualunque cosa, dalle lavatrici, ai mobili, alle macchine e di qualunque altro marchingegno, mentre nessun incentivo è mai esistito per l'acquisto di libri, che, infatti, calato di quasi il 60% nel primo trimestre di quest'anno – una caporetto! - o di apparecchiature per la creazione artistica.

L' insensibilità verso la formazione culturale e l'età giovanile, si manifesta anche in altre curiose anomalie. Una maestra, in visita ad un museo statale, con la sua classe, ci ha segnalato che quel museo non prevedeva ingressi agevolati per gli studenti. E perciò, al botteghino, ha pagato il costoso biglietto intero per lei e per ciascuno studente, che forse non metteranno più piede in un sito d'arte. Non sarebbe ora di cambiare?