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giovedì 9 novembre 2017

Anche a Daniel Barenboim, sulla soglia dei settantacinque anni, L'Espresso propone la 'lista della spesa' come ha fatto sempre con tutti gli altri musicisti intervistati

Daniel Barenboim compie fra pochi giorni settantacinque anni, la DGG pubblica per l'occasione un cofanetto celebrativo, usciranno anche libri - Barenboim ne ha scritti già, ed alcuni,  anche a quattro mani, sono  di grande interesse, e il settimanale L'Espresso - in esclusiva, viene sottolineato orgogliosamente  - lo incontra (forse alla presentazione della iniziativa discografica, ci viene il sospetto) per una lunga intervista, anche interessante e bella, se non fosse per la solita lista della spesa - manco fosse il famoso Questionario di Proust- che Riccardo Lenzi è solito porre a tutti i musicisti che intervista, e che consiste nel chiedere all'intervistato notizie  sui famosi musicisti incontrati nel corso della carriera. Lenzi lo fa anche con Barenboim, distogliendolo da  riflessioni, sicuramente molto più interessanti, e che entrano nello specifico della personalità del musicista e della sua folgorante carriera, ancora in pieno svolgimento e tuttora intensa.

Barenboim racconta del suo essere 'ebreo' da cui scaturisce il 'senso di giustizia', che lo ha portato, nel corso della carriera, ad aiutare alcuni talenti, e torna a ribadire che fino a quando israeliani e palestinesi non si riconosceranno reciprocamente come 'nazione '- e altrettanto non  faranno anche tutte le altre nazioni  nei loro confronti - non potranno sedersi attorno ad un tavolo per decidere del loro futuro, che resterà certamente incerto fino a che  ambedue si considereranno solo come popoli, la cui sorte  prescinde da qualunque reciprocità.

Barenboim tocca anche il problema, anzi la drammatica situazione attuale del Venezuela di Maduro - cui recentemente, povero mondo, Maradona ha professato il suo sostegno, in cambio di un bel sacco di dollari (come compenso per commentare in un paese allo stremo le partite del prossimo mondiale in Russia) -  promuovendo a pieni voti l'opera del 'Sistema' di Abreu, mezzo di riscatto sociale attraverso la musica, al quale , invece modestamente, noi abbiamo rimproverato più volte di stare a guardare senza prendere posizione anche in una situazione tragica come quella che il paese sta attraversando.

Parla anche dei due ultimi Papi, Barenboim, lodando senza riserve l'operato di papa Francesco, anche in funzione della convivenza fra i popoli e della pace mondiale, e dopo aver accennato alla sensibilità musicale del suo predecessore, Papa Ratzinger, del quale rammenta il  discorso ' musicologico, più che pastorale' alla Scala.

Infine, Lenzi, raccoglie un consiglio, diciamo  professionale, del pianista/direttore: i direttori artistici o musicali imparino ad invitare nelle stagioni loro affidate anche altri artisti, meglio se più bravi di loro stessi, come generalmente non fanno per timore di essere oscurati; perchè dai più bravi si impara sempre. Il consiglio potrebbe girarsi anche a Berenboim il quale dichiara di aver agito secondo questo principio, quando era alla Scala con Lissner. Barenboim ricorda bene? Se la memoria non ci inganna,  alla Scala in quegli anni non si sono visti direttori nuovi, bensì solo direttori giovani, molto giovani.

 E poi, come lamentavamo, la  solita lista della spesa. Furtwaengler, Klemperer, Celibidache, Arrau, Fischer, Rubinstein , Argerich naturalmente, sua compagna fin dalla fanciullezza... manco fosse il 'Questionario di Proust' per farsi raccontare dal musicista di turno fatti e fatterelli, magari riportare anche  dichiarazioni, meglio ancora giudizi di uno sull'altro ecc...

Perchè Lenzi non ha chiesto a Barenboim qualcosa di Karajan ? O forse glielo ha chiesto e Barenboim s'è rifiutato di rispondere? Con lui Baremboim non ha avuto rapporti, neppure di vicinato o di lontano?

E perchè non gli ha chiesto, ad esempio, anche di Carlo Zecchi, che sa bene chi sia,  ma forse non sa che  è stato l'insegnante dei giovanissimi Barenboim e Abbado alla Chigiana di Siena? Questo sarebbe stato, nella solita lista, un paragrafo nuovo.

Se per caso gli sfugge  il nome di Carlo Zecchi, gli consigliamo di leggere,andandolo a cercare su Music@ ( nel sito del Conservatorio Casella, c'è, in rete, la raccolta completa della bella rivista) ciò che di lui scrisse, alla morte, Vincenzo Vitale : ' anche una scala  fatta da Zecchi era una meraviglia!" (in verità quel ricordo di Zecchi lo chiedemmo noi a Vincenzo Vitale e lo pubblicammo su Piano Time, dal quale l'abbiamo poi ripreso per  ripubblicarlo su Music@.

Dobbiamo dare atto a Lenzi di non averci fracassato i marroni questa volta anche con i suoi anglismi - fra i quali svetta  il termine 'conduttore' e derivati per indicare  il direttore d'orchestra - però, ciò riconosciutogli, per una volta almeno, la prossima ci risparmi la stantia 'lista della spesa'. Grazie!

domenica 22 ottobre 2017

Viaggio in USA di Beppe Severgnini alla ricerca dei giornali perduti

Beppe Severgnini nell'articolo di copertina del Sette, che dirige, ci racconta del suo viaggio in Usa - dove comunque è di casa e le cose che scrive le conosceva anche prima di attraversare l'oceano - alla scoperta dei  giornali 'perduti'. Delle copie cartacee della stampa quotidiana che battono in ritirata, mentre avanzano quelle elettroniche digitali, computabili attraverso gli abbonamenti. Dice anche della convinzione di alcuni, secondo i quali la carta stampata è destinata a scomparire, a favore della sua sorella elettronica , e denuncia il caso ben noto del calo anche della pubblicità sulla medesima stampa cartacea.  Fin qui l'America.

E in Italia? Nel giro di una decina d'anni i lettori giornalieri della stampa quotidiana  si sono letteralmente dimezzati  negli ultimi dieci anni - da 4 milioni circa a 2 - e calata è anche la pubblicità sulla carta stampata, a favore di tv ed altri mezzi di comunicazione, mentre dal governo si vuole mettere un freno a tale ultimo calo con un credito di imposta, a certe condizioni, per la pubblicità sulla carta stampata. Ciò che oggi differenzia  l'Italia dall 'America per la situazione dei giornali , è che da noi la perdita delle copie cartacee vendute non è stata compensata dagli abbonamenti digitali agli stessi.

Italia o America, che ne sarà della stampa fra dieci anni, si domanda il celebre giornalista?  La copie digitali, in abbonamento, cresceranno, senza dubbio, quelle cartacee diminuiranno  e via dicendo fino a scomparire del tutto?  Su questa previsione catastrofica sono in tanti - e noi, modestamente, fra questi - a nutrire dubbi. Unendoci a quanti già negli anni scorsi profetizzavano la morte del libro cartaceo, e il dominio assoluto di quello digitale, e quella loro catastrofica profezia non s'è avverata.
 perchè il libro cartaceo ha pregi e caratteristiche che difficilmente potranno essere rimpiazzati da altri mezzi.

 Sarà - o potrebbe essere - la stessa cosa per i giornali? Forse, ma ad una condizione, conclude Severgnini, dopo aver esaminato con cura ed acume la differenza fra chi si informa attraverso la lettura dei giornali e chi ricorre alla rete per procurarsi l'informazione che gli serve in quel momento e basta. Il lettore dei giornali - che certamente non ha il massimo di percentuale fra i giovani - è una persona che  si informa sul come va il mondo,  anche su questioni che la momento sembrano non riguardarci, per arrivare poi a coltivare ed approfondire  ciò verso cui ha interessi personali ed professionali.
 Insomma, comunque la si metta, il lettore dei giornali cartacei è persona  più colta, più responsabile, più matura di chi applica all'informazione la stessa logica e impiega  i medesimi tempi del cosiddetto 'mangiar veloce ', per dirla all'italiana.

 La condizione che Severgnini individua come fondamentale per la sopravvivenza dei giornali cartacei è la loro UTILITA' . Se i giornali si incammineranno per la strada che li allontana sempre più dagli interessi dei lettori, sia per gli argomenti trattai che per il modo in cui lo fanno, la scomparsa dei giornali, pur lenta, sarà inevitabile e sicura.  E già da oggi i giornali devono fare attenzione a coltivare ed accrescere la loro utilità.

Non come hanno fatto nelle passate settimane due importanti testate in un settore che noi per ragioni professionali seguiamo da sempre molto da vicino, quello della musica.

Nella stessa giornata di domenica 15 c.m. L'Espresso e Repubblica hanno pubblicato due interviste a due  note star del mondo musicale, ambedue inutili e viziate nel fondo. L'Espresso, a firma Lenzi, una intervista a Cecilia Bartoli, nelle quale oltre la solita canzona sulla sua assenza dall'Italia ed altre  banalità, mista anche a qualche evidente falsità, ci informa che sta uscendo un suo nuovo disco - che è poi l'unica ragione dell'intervista, che ha avuto luogo seguendo questa banale trafila. La casa discografica della diva chiama il giornalista per annunciare l'uscita del disco, sperando che il giornalista  si appassioni alla grande rivoluzionaria novità e decida di dedicare all'artefice qualche pagina. Il giornalista abbocca (ubbidisce) e la Bartoli può raccontare  all'assorto, avido lettore, per filo e per segno, quel che ci voleva dire sul nuovo disco, e nient'altro. A noi, che  aggrappandoci a tutte le nostre forze, siamo arrivati fino alla fine nella lettura,  ci ha solo procurato qualche sbadiglio, perchè la notizia dell'uscita del nuovo disco non ci appassiona affatto, nè ci interessa come invece interessa sia alla Bartoli che alla sua casa discografica.

Anni fa provammo un giorno a telefonare alla casa discografica della Bartoli per manifestare la nostra volontà di intervistarla, senza che ci fosse la spinta dell'uscita di un nuovo disco o di una sua pur rara tournée in Italia, per la quale, diversamente da sempre, trova il tempo se deve reclamizzare un nuovo disco.  Passarono la nostra richiesta alla Bartoli, e la sua risposta fu no.Secco. Le ragioni le lasciamo immaginare.

Ma domenica scorsa anche Repubblica ha pubblicato una lunga intervista di Gnoli a Pappano, alla vigilia della tournée con la sua orchestra in America,  che si sta svolgendo proprio in questi giorni.
Pappano, sollecitato da Gnoli che molte volte ci offre interviste  che leggiamo con grande interesse, racconta per l'ennesima volta la storia da 'libro cuore' della sua infanzia e del suo ingresso nel mondo della musica, patrocinata da suo padre che si era trasferito in Inghilterra dal Beneventano,  dove aveva lavorato come cameriere ma coltivando sempre la sua passione per il canto che aveva iniettato nel figlio.
La  sua storia, precedente ai suoi successi - la gavetta, la povertà, la passione e l'impegno - Pappano l'ha raccontata già infinite volte, e poi, a noi è ben nota avendo scritto del celebre direttore la prima biografia, ormai dieci anni fa. Dunque nessuna ragione di novità per raccontarla ancora una volta oggi ai lettori di giornali che la conoscono anche loro abbastanza bene, anche se non come noi.
Ma allora perchè fondare per intero l'intervista su quel lacrimevole, e pur veritiero, racconto?   Se Gnoli ci dicesse che quel racconto era, comunque anche se non nuovo, di grande effetto  o che nulla di nuovo o di altrettanto interessante aveva Pappano a raccontare, non gli diremmo: perchè allora intervistarlo? Per dirci della tournée americana bastava un semplice trafiletto o un articolino.

Ecco se anche giornali importanti proseguono sulla strada dell' inutile, forse anche noi, lettori accaniti e fedelissimi, potremmo deciderci a smettere, fin d'ora, di comprare ogni giorno, come facciamo da oltre trent'anni, dai due ai tre giornali. In questo siamo d'accordo con Severgnini.

domenica 20 settembre 2015

Qualche aggiunta all'inchiesta dell'Espresso sui RENZOMANDATI. Bianchi 2 ,Barracciu, Orchestra della Toscana

Già son tanti, ma non sono tutti i 'Renzomandati' elencati dall'Espresso. Il nome di una  'Renzomandata' sfuggita al settimanale, è balzato fuori proprio oggi, mentre pensavamo a lei, non avendola vista inserita nell'elenco.
Si tratta della bella sottosegretaria sarda alla Cultura, Barracciu, che Renzi ha portato a Roma per toglierla dalle grinfie  del suo stesso partito sardo, e attutire il clamore inchieste della magistratura per alcune sue spese con soldi pubblici che, da quel che si è letto sui giornali, sono apparse troppo eccessive. Di lei, da quando è a Roma, non si è mai sentito parlare, e per questo ci eravamo preoccupati, lavorando ella in un ministero che ci è particolarmente caro.
 Detto fatto, anche Lei in capo ad un tweet s'è fatta viva e con un secondo   s'è rimangiata quello che aveva scritto nel primo. Aveva detto che l'assemblea al Colosseo era un 'reato'. E subito dopo, quando le hanno detto che i reati sono altri - ad esempio, spese  non motivate e comunque eccessive che fanno ipotizzare un furto - precisare che lei aveva usato una iperbole e che la comunicazione per tweet la mette in difficoltà, essendo lei abituata a spiegare per filo e per segno il suo pensiero e non con quattro parole. Chissà cos'altro avrebbe potuto aggiungere alla prima panzana se le fosse stato concesso uno spazio maggiore.
 Comunque, per usare una iperbole anche noi, siamo felici di sapere che anche Lei al ministero di Franceschini, per volontà di Renzi, C'E', anche se non riusciamo a capire cosa faccia.
 Fra i Renzomandati c'è anche da scrivere il nome dell'altro Bianchi, oltre quello del legale di Renzi messo a capo dell'ENEL,  e si tratta del sovrintendente dell'Opera di Firenze.
 E, infine, anche  tutta Firenze è 'Renzomanata'; lo è anche l'Orchestra della Toscana, formazione orchestrale ridotta rispetto, ad esempio, alla Orchestra Verdi di Milano, ridotta nel numero, nella produttività e nella qualità rispetto all'orchestra milanese, ma ai vertici del finanziamento del FUS, per decisione di Nastasi, amico fraterno di Renzi, dai tempi della sua permanenza a Firenze. Ci avevano detto che Nastasi era amico di Nardella che lo aveva presentato e raccomandato a Renzi; dobbiamo correggerci. Fu Rutelli, altro campione passato dal Collegio romano come  ministro, a presentare  Nastasi a Renzi.
 Ma l'elenco non finisce qui.