Dopo la trasferta a Ravenna dell'attuale sovrintendente-direttore artistico della Scala, Alexander Pereira - con un ramoscello d'ulivo da consegnare brevi manu a Riccardo Muti, nella prospettiva di un suo ritorno alla Scala - il sovrintendente incalza nuovamente il direttore nei giorni dei suoi trionfi salisburghesi con i Wiener e la solista Mutter, recapitandogli una lettera di invito a tornare, firmata da una novantina di orchestrali della Scala. Non tutti, perciò. E Muti ripete quel che ha detto a Pereira a Ravenna: non ho ancora preso una decisione. Così ribadendo, avrebbe lasciato una porta aperta, secondo alcuni osservatori, detto invece un diplomatico 'si vedrà', che significa no, secondo altri.
Ora, inutile insistere, se i tempi saranno maturi, quando sarà, Muti tornerà alla Scala. Altrimenti, sebbene possa apparire abbastanza strano che nel suo paese il più noto direttore vivente non diriga l'orchestra della più importante istituzione, non cascherà il mondo per questo; e la vita musicale continuerà con alti e bassi ma continuerà, perchè Beethoven o Verdi sopravviveranno alla Scala ed a Muti, anche senza che fra loro si sopisca la vecchia ruggine che portò la prima a divorziare dal secondo, e viceversa.
Ad una disattenta giornalista, che ha affrontato la questione, è sfuggita la idiozia più idiota. e cioè che per far tornare Muti alla Scala occorre decidersi il prima possibile, insomma bisogna costringerlo a tornare, perchè con il carnet fittissimo di impegni del direttore - che sono, a suo dire, quello con la Chicago Symphony, e l'Aida a Salisburgo nel 2017 - sarebbe difficile poi trovare un periodo libero. Siamo a metà 2015!
Muti però ha ragione quando a proposito della Scala segnala l'anomalia della presenza dei giovani musicisti venezuelani della Bolivar con Dudamel, a Milano, per un intero mese - chi ha voluto questa lunga trasferta, Lissner o Pereira?- quando invitare un'orchestra giovanile italiana, proprio in occasione dell'EXPO sarebbe parso più opportuno. Ancor più adesso anche Pereira ammette che i biglietti per tutti i concerti e per l'opera con l'Orchestra 'Bolivar' non sono stati tutti venduti ed anzi sono lungi dall'esserlo. Perchè in questa estate scaligera sono lontani dall'orizzonte i 'tutto esaurito' che si attendevano con l'EXPO, al punto da tenere il teatro aperto anche per tutta l'estate, oltre che per i sei mesi di EXPO. Pereira ammette che a Milano in queste settimane la sera si preferisce frequentare i ristoranti dell'EXPO, piuttosto che il teatro che negli altri periodi dell'anno, anche senza EXPO, si vede quasi sempre gremito. Un errore perciò, secondo Pereira, tenere aperto il teatro anche in agosto; se lo si chiudeva non si faceva un soldo di danno, anzi si potevano dare le ferie a tutto il personale, orchestra compresa.
L'unica buona notizia arriva dal fronte degli sponsor. E la dà, orgoglioso e soddisfatto, lo stesso Pereira che si è sempre fatto vanto di avere il fiuto per i soldi e di saperli trovare, per le sue imprese, là dove ci sono. Ha già trovato qualcosa come 7 milioni di sponsorizzazioni e starebbe per arrivare alla Scala un altro socio fondatore che porterebbe 6 milioni di Euro in dote. Si dice Rolex, ma il contratto non è stato ancora firmato. E dunque non si canti ancora l'inno della vittoria.
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lunedì 17 agosto 2015
venerdì 20 febbraio 2015
Maggio fiorentino 2015. Se questo può essere il festival di un grande teatro
Leggendo
il programma del prossimo Maggio Fiorentino, 78° della storia, si
resta un pò perplessi dalle opere in cartellone. Certo si tratta di
un festival, ma è un festival ospitato in una grande città ed in
uno dei grandi teatri, nuovissimo - sempre che venga completato - e
con una capienza di tutto rispetto, il che rende tale festival, alle
origini con funzioni diverse da oggi,un festival sui generis.
L'eventuale paragone con Ravenna o Spoleto non può essere fatto.
Sono festival che sperimentano ma in luoghi e spazi piccoli ecc...
Si
programma il Fidelio,
poi un'opera di Britten, Il
giro di vite,
(che, se ricordiamo, era in cartellone l'anno scorso e poi venne
cancellata), Candide
di Bernstein e il Pelléas
di Debussy. Insomma nessuna opera di repertorio. Un festival con tale
fisionomia può andar bene a Martina Franca( dove lavora Triola,
direttore generale del Maggio), può funzionare a Jesi (da dove
veniva il consulente artistico che ora non figura più
nell'organigramma del Maggio, ma che certo ha lavorato a questo
programma; mentre oggi ricopre la carica di coordinatore artistico,
Pierangelo Conte) ma meno a Firenze.
Allora
vien da chiedersi se un festival così particolare non debba tener
presente, nella programmazione, esigenze che riguardano l'interesse
del pubblico; senza fissarsi prevalentemente sugli specialisti e sui
riscontri che opere non molto frequentate esercitano sui critici che,
come è noto, non riempiono i teatri e non pagano neppure il
biglietto.
Bianchi
deve pensare anche e soprattutto a riempire il teatro, non
dimenticando il suo obbligo a presentare spettacoli sempre di
altissima qualità.
Con
queste tecniche negli anni passati, e forse ancora oggi, si
imbarcavano carovane di critici per Palermo e Cagliari, accolti
sempre in pompa magna e ben ospitati, i quali tutti, indistintamente,
scrivevano bene e 'facevano aria' ai nomi degli amministratori,
proprio mentre chiudevano orecchie e occhi su quel che ascoltavano e
che si vedeva in palcoscenico.
Bianchi,
che chiude il corpo di ballo, non può consentire che la
programmazione del suo teatro sia troppo anomala rispetto agli
standard di un grande teatro pubblico, finanziato con i nostri soldi
e che, salvo le specifiche tradizioni storiche, deve anche pensare a
conservare e tener viva la grande tradizione del melodramma,
soprattutto italiana.
Le
collaborazioni poi con Valencia, dove il sovrintendente è in galera
per spese pazze ed altro, per via della compresenza di Mehta, e
quella con Jesi ( ma non c'era di meglio?); e, per un'altra opera,
anche con Tutino, un tempo padrone di Triola, sono cose che gettano
sospetti di congreghe e scambi di favori per riconoscenza,
che al pubblico che paga non interessano, e che sono ancora duri a
morire.
Su
tutto questo sarebbe opportuno che il sovrintendente Bianchi e, con
lui, il sindaco violinista Nardella, facessero qualche riflessione.
Per il resto, buon Maggio!
mercoledì 18 febbraio 2015
Dal fronte delle nostre fondazioni liriche. Ballerini decapitati, tagliati privilegi. I festival si coalizzano
Firenze ha scritto definitivamente la parola fine sul destino del corpo di Ballo del Maggio. Licenziato. Ne erano rimasti pochi ormai di ballerini, alcuni in pensione, altri incentivati ad uscire, e così Bianchi può portare a casa il primo risultato nel capitolo del drastico ridimensionamento delle spese. Speriamo solo che poi non si vada a spendere e spandere in altri settori e che dopo il taglio dei ballerini non si vadano a tagliare anche orchestra e coro.Strano è che proprio nel momento in cui la danza riscuote un successo di pubblico sempre crescente, si ritenga l'esistenza di un corpo di ballo, anche di prestigio, troppo costosa ed inutile.
A Firenze si tagliano teste e gambe, a Roma privilegi, onde evitare quella pazzesca trovata di Fuortes e Marino di esternalizzare orchestra e coro.Detto per inciso, lo steso Marino che era per la esternalizzazione, senza capire bene la storia, per il settore 'biblioteche' a Roma, spinge per la internalizzazione, che tradotto vuol dire far passare sotto il diretto controllo tutte le biblioteche, per ridurne spese ma anche , sicuramente, finanziamenti necessari, e magari tagliandone anche qualcuna, dimenticando che 'più libri più liberi' e che 'dove meno si legge c'è meno legge'.
All'Opera di Roma il contratto integrativo, che dovrebbe essere stato appena firmato dai sindacati prevede cancellazione del cosiddetto 'premio di produzione' per due anni (naturalmente sarebbe interessante sapere per quale produzione o produttività i dipendenti del teatro dovrebbero percepire il relativo premio) riduzione dell'indennità Caracalla, che partirà dal 25 giugno e non dal primo del mese, come avveniva un tempo; ed infine taglio della cosiddetta indennità concerto' e cioè l'indennità percepita dall'orchestra quando non si esibiva in buca. Che siano stati cancellati questi assurdi privilegi è un bene, nonostante il ritardo. Si adeguino ora tutti i teatri, laddove tali retaggi di tempi migliori resistono ancora.
Sempre da Roma, con l'insediamento prossimo di Fuortes, si attende anche la tornata di nomine dei vertici del teatro, dal direttore artistico el direttore del corpo di ballo ecc... in attesa che Muti ritorni- s'è letto. Ma Muti non tornerà.
E poi, per seguire alla lettera i consigli, non tanto disinteressati, del direttore generale Nastasi che vuole continuare a fare come gli apre con gli amici, i festival cominciano a coalizzarsi per una più intensa e programmata coproduzione. Lo fanno due fra i più importanti, ambedue nelle grazie di Nastasi e del ministero, e cioè Ravenna e Spoleto, i quali avrebbero ora una qualche giustificazione in più per il trattamento di favore ad essi riservato.
La stessa medicina si è prescritta ai 'piccoli' fra teatri ed istituzioni, perchè ai piccoli, benchè prestigiosi, il ministero non intende più dare finanziamenti. Non dicevano già i romani che 'de minimis non curat... Nastasi?
A Firenze si tagliano teste e gambe, a Roma privilegi, onde evitare quella pazzesca trovata di Fuortes e Marino di esternalizzare orchestra e coro.Detto per inciso, lo steso Marino che era per la esternalizzazione, senza capire bene la storia, per il settore 'biblioteche' a Roma, spinge per la internalizzazione, che tradotto vuol dire far passare sotto il diretto controllo tutte le biblioteche, per ridurne spese ma anche , sicuramente, finanziamenti necessari, e magari tagliandone anche qualcuna, dimenticando che 'più libri più liberi' e che 'dove meno si legge c'è meno legge'.
All'Opera di Roma il contratto integrativo, che dovrebbe essere stato appena firmato dai sindacati prevede cancellazione del cosiddetto 'premio di produzione' per due anni (naturalmente sarebbe interessante sapere per quale produzione o produttività i dipendenti del teatro dovrebbero percepire il relativo premio) riduzione dell'indennità Caracalla, che partirà dal 25 giugno e non dal primo del mese, come avveniva un tempo; ed infine taglio della cosiddetta indennità concerto' e cioè l'indennità percepita dall'orchestra quando non si esibiva in buca. Che siano stati cancellati questi assurdi privilegi è un bene, nonostante il ritardo. Si adeguino ora tutti i teatri, laddove tali retaggi di tempi migliori resistono ancora.
Sempre da Roma, con l'insediamento prossimo di Fuortes, si attende anche la tornata di nomine dei vertici del teatro, dal direttore artistico el direttore del corpo di ballo ecc... in attesa che Muti ritorni- s'è letto. Ma Muti non tornerà.
E poi, per seguire alla lettera i consigli, non tanto disinteressati, del direttore generale Nastasi che vuole continuare a fare come gli apre con gli amici, i festival cominciano a coalizzarsi per una più intensa e programmata coproduzione. Lo fanno due fra i più importanti, ambedue nelle grazie di Nastasi e del ministero, e cioè Ravenna e Spoleto, i quali avrebbero ora una qualche giustificazione in più per il trattamento di favore ad essi riservato.
La stessa medicina si è prescritta ai 'piccoli' fra teatri ed istituzioni, perchè ai piccoli, benchè prestigiosi, il ministero non intende più dare finanziamenti. Non dicevano già i romani che 'de minimis non curat... Nastasi?
martedì 2 dicembre 2014
Riccardo Muti lasciatelo salire sul podio, non sul colle del Quirinale
E' già la seconda volta, nel giro di pochi mesi (la prima quando ci fu la rielezione di Napolitano) che Riccardo Muti, il grande direttore, vien tirato in ballo come candidato alla presidenza della Repubblica. Qualche tempo prima, all'epoca della nomina di eminenti personalità a senatori a vita da parte di Napolitano, era rispuntato il suo nome accanto a quello di Abbado; ed anche in questo caso si sa come andarono le cose. Napolitano, forse già a conoscenza dei riemersi problemi gravissimi di salute di Abbado, preferì nominare l'ottantenne direttore al posto di Muti, per il quale ci sarebbe stato sempre tempo, essendo molto più giovane di Abbado.
Ora si torna a parlare di Muti come Presidente della Repubblica, forse pensando ad altre grandi personalità del mondo dell cultura e dell'arte che, in passato, furono eletti a tale prestigiosissima carica; si pensi al poeta e drammaturgo Havel per la Cecoslovacchia. Ma forse chi fa tale paragone dimentica che Vlaclav Havel, poeta e drammaturgo, poteva vantare una militanza politica di lunga data, in nome ed in ragione della quale era stato anche in carcere. Muti è sempre vissuto fra casa teatro e podio. Il carcere, per ragioni politiche, sa solo che esiste.
Muti fa bene il direttore, oggi è il direttore per eccellenza in Italia e fra i primi nel mondo. Perchè allora volergli far cambiare professione, non sapendo con quali risultati, mentre i risultati dal podio sono certi e grandissimi?
Ciascuno - lo ha detto anche l'interessato - deve fare il mestiere che sa fare. E poi Muti non ha fatto capire che vuole vivere a Ravenna, la città in cui si vive meglio di ogni altra in Italia, e dalla quale non verrebbe via neanche se lo solleticassero con il Palazzo del Quirinale?
Ora si torna a parlare di Muti come Presidente della Repubblica, forse pensando ad altre grandi personalità del mondo dell cultura e dell'arte che, in passato, furono eletti a tale prestigiosissima carica; si pensi al poeta e drammaturgo Havel per la Cecoslovacchia. Ma forse chi fa tale paragone dimentica che Vlaclav Havel, poeta e drammaturgo, poteva vantare una militanza politica di lunga data, in nome ed in ragione della quale era stato anche in carcere. Muti è sempre vissuto fra casa teatro e podio. Il carcere, per ragioni politiche, sa solo che esiste.
Muti fa bene il direttore, oggi è il direttore per eccellenza in Italia e fra i primi nel mondo. Perchè allora volergli far cambiare professione, non sapendo con quali risultati, mentre i risultati dal podio sono certi e grandissimi?
Ciascuno - lo ha detto anche l'interessato - deve fare il mestiere che sa fare. E poi Muti non ha fatto capire che vuole vivere a Ravenna, la città in cui si vive meglio di ogni altra in Italia, e dalla quale non verrebbe via neanche se lo solleticassero con il Palazzo del Quirinale?
domenica 30 novembre 2014
Muti ha finalmente fatto chiarezza sulla ragione della sua fuga da Roma e prima da Milano
Nei giorni scorsi s'erano diffuse voci, talune evidentemente false, sulla fuga del grande direttore dalla Capitale. S'era detto che con la nuova gestione del teatro, che doveva risanare i conti, il grande Maestro non avrebbe più trovato i cordoni della borsa sempre allargati ad ogni sua richiesta, perché così si sarebbe rischiato non il semplice (semplice, tanto per dire ) licenziamento degli orchestrali e coristi, ma la chiusura totale, per fallimento, del teatro. E queste voci s'erano fatte insistenti quando, alla prima di Rusalka, costata di allestimento appena 50.000 Euro, erano venute fuori che il costo dell'Aida cancellata, causa 'diserzione' del noto direttore, sarebbe stato di1.500.000 Euro che, uniti forse ad una cifra pari o di poco inferiore al costo delle future 'Nozze di Figaro' avrebbe reso ancor più drammatico il deficit del teatro. Ora con la cancellazione dei due titoli 'mutiani', gli allestimenti fatti in casa (che non è detto siano sempre e comunque peggiori di quelli faraonici come si usano nei nostri teatri abituati a spendere e spandere, anche inutilmente ) e le più miti pretese di orchestra e coro rientrati in teatro, il sovrintendente - quello attuale o chi gli dovesse succedere, come noi speriamo per la figuraccia di Fuortes di fronte al mondo musicale - potrà riprendere la navigazione, sempre che i sindacati non producano nuovi scossoni ( con scioperi od altre azioni dimostrative), con maggiore tranquillità.
Dunque le ristrettezze del bilancio potrebbero aver costretto Muti a tagliare la corda ? Non è detto che sia stata la vera ragione, perché poi il Maestro, al di là degli allestimenti, quel che sa fare bene è far suonare l'orchestra e cantare i cantanti, solisti e coro. E questo lo sanno bene i suoi nemici, perfino quelli che mettono l'accento sul suo cattivo carattere.
E Milano, A Milano era successo qualcosa di analogo, Muti aveva lasciato la capitale del nord, perché non si sentiva più bene in quel teatro, dopo una ventina d'anni di permanenza stabile, e perchè non andava più d'accordo con il 'coniuge' amministrativo della Scala, cioè Fontana. Queste ragioni possono aver influito sulla decisione traumatica anche lì di Muti di abbandonare il teatro, nel quale sarà difficile che egli faccia ritorno, la qual cosa vale anche per Roma. E vale ancora di più, dopo che è divenuta chiarissima la ragione principale del duplice abbandono, dove i problemi con Roma e Milano c'entrano poco.
Muti e famiglia non vogliono più passare lunghi periodi in città nelle quali la qualità della vita non è buona. Da ciò la decisione di ritirarsi, in Italia, a Ravenna, risultata la città in cima alla classifica delle città italiane in cui si vive meglio.
L'avevamo sospettato.
Dunque le ristrettezze del bilancio potrebbero aver costretto Muti a tagliare la corda ? Non è detto che sia stata la vera ragione, perché poi il Maestro, al di là degli allestimenti, quel che sa fare bene è far suonare l'orchestra e cantare i cantanti, solisti e coro. E questo lo sanno bene i suoi nemici, perfino quelli che mettono l'accento sul suo cattivo carattere.
E Milano, A Milano era successo qualcosa di analogo, Muti aveva lasciato la capitale del nord, perché non si sentiva più bene in quel teatro, dopo una ventina d'anni di permanenza stabile, e perchè non andava più d'accordo con il 'coniuge' amministrativo della Scala, cioè Fontana. Queste ragioni possono aver influito sulla decisione traumatica anche lì di Muti di abbandonare il teatro, nel quale sarà difficile che egli faccia ritorno, la qual cosa vale anche per Roma. E vale ancora di più, dopo che è divenuta chiarissima la ragione principale del duplice abbandono, dove i problemi con Roma e Milano c'entrano poco.
Muti e famiglia non vogliono più passare lunghi periodi in città nelle quali la qualità della vita non è buona. Da ciò la decisione di ritirarsi, in Italia, a Ravenna, risultata la città in cima alla classifica delle città italiane in cui si vive meglio.
L'avevamo sospettato.
lunedì 7 luglio 2014
Spoleto non è più quella di una volta. Ora è la Spoleto di Giorgio Ferrara
Le pecorelle tornano all'ovile. Noi pastorelli eravamo rimasti, tristi, a guardia di un ovile ormai vuoto di pecorelle, perchè una dopo l'altra, chi da una parte chi dall'altra, avevano preso sentieri pericolosi. Fuor di metafora stiamo parlando del Festival di Spoleto che dal 2088 è sotto la direzione, osannata da molti che hanno troppo presto dimenticato quel che era il festival inventato da Menotti - FESTIVAL di INVENZIONE ! - per buttarsi sul carro vincente di Giorgio Ferrara: i 'sentieri pericolosi' della metafora. L'attuale reggitore del festival, per ancora qualche anno - purtroppo ! - il cui cursus honorum, oltre quello di essere marito di Adriana Asti e fratello di Giuliano - consiste in una carriera da regista, non certo luminosissima, e nella sua direzione all'Istituto italiano di cultura a Parigi - per il quale incarico, va da sè che il fratellone non c'entra affatto; via cattivi pensieri! - dove è riuscito a crearsi una corte di teatranti che poi ha trasferito, ampliandola ancora, a Spoleto. Sempre la stessa corte che ogni anno si ritrova a profanare lo 'spirito' di Spoleto, fatta di registi soprattutto che non fanno più nulla di nuovo, benchè ciò che fanno lo facciano bene, e che non riesce a mantener vivo l'intento che aveva guidato Menotti a insediarsi moltissimi anni fa nella meravigliosa cittadina umbra. Creare una cittadella delle arti, mettere in vetrina giovani forze e nuove idee. Col tempo molti altri festival sono sorti, e , fra questi, certamente ve ne sono alcuni che incarnano più di quello guidato da Ferrara, lo spirito di Spoleto di una volta. Ravenna, ad esempio. Anche se pure lì c'è lo zampino troppo evidente di una famiglia, quella di Riccardo e Cristina Muti. Oggi Ferrara commissiona spettacoli, nei quali - ma di questo gli siamo grati - c'è sempre la divina Asti; distribuisce premi; gratifica amici e laudatores ecc.. insomma un festival troppo caro per quel che è ed offre, da dove la musica è poi del tutto scomparsa. Una montagna di soldi per pagare artisti carissimi, che di soldi ne hanno già abbastanza, e che nulla di interessante e nuovo ci faranno mai vedere/ascoltare, e sopratutto che sbarreranno la strada a tutti i nuovi volti della scena italiana ed internazionale. Lì di 'Nuovo', oltre il teatro che porta tale nome beneaugurante, non c'è rimasto altro.
E le pecorelle dell'inizio che fine hanno fatto? Di una, in particolare, che conosciamo molto bene e da tempo, salutiamo con gioia il ritorno all'ovile dell'oggettività di giudizio. Quella pecorella, un nostro collega, ma molto molto più famoso di noi, negli anni aveva lodato senza mezze misure quel festival, dove lavora anche un direttore artistico per la musica suo amico fraterno, come aveva fatto anche con il disastrato Teatro dell'Opera di Roma, nonostante Muti, che solo lui vedeva in cima alla classifica dei migliori teatri al mondo. Naturalmente il fatto che sia il teatro che il festival abbiano rappresentato una sua pièce su Carlos Kleiber, non c'entra con il positivo parere di un tempo sul festival e sul teatro. Perchè allora ha cambiato improvvisamente idea? Una luce abbagliante l'ha risvegliato dal torpore e gli ha insegnato nuovamente la retta via della critica. Ora quella pecorella è felicemente tornata all'ovile e dice senza mezzi termini e senza far più sconti a nessuno che Spoleto è diventato il Festival di Ferrara - ma non alla stessa maniera per cui lo era di Menotti padre - ed un 'acuto non fa primavera' - testualmente - sull'Opera di Roma di Fuortes, nonostante Muti. Bentornata pecorella.
E le pecorelle dell'inizio che fine hanno fatto? Di una, in particolare, che conosciamo molto bene e da tempo, salutiamo con gioia il ritorno all'ovile dell'oggettività di giudizio. Quella pecorella, un nostro collega, ma molto molto più famoso di noi, negli anni aveva lodato senza mezze misure quel festival, dove lavora anche un direttore artistico per la musica suo amico fraterno, come aveva fatto anche con il disastrato Teatro dell'Opera di Roma, nonostante Muti, che solo lui vedeva in cima alla classifica dei migliori teatri al mondo. Naturalmente il fatto che sia il teatro che il festival abbiano rappresentato una sua pièce su Carlos Kleiber, non c'entra con il positivo parere di un tempo sul festival e sul teatro. Perchè allora ha cambiato improvvisamente idea? Una luce abbagliante l'ha risvegliato dal torpore e gli ha insegnato nuovamente la retta via della critica. Ora quella pecorella è felicemente tornata all'ovile e dice senza mezzi termini e senza far più sconti a nessuno che Spoleto è diventato il Festival di Ferrara - ma non alla stessa maniera per cui lo era di Menotti padre - ed un 'acuto non fa primavera' - testualmente - sull'Opera di Roma di Fuortes, nonostante Muti. Bentornata pecorella.
sabato 12 aprile 2014
Facce note al FESTIL-VA ( Villa Adriana)
Dopo due anni di sospensione torna, d'estate, il FestilVA( Villa Adriana) di Tivoli e torna nelle mani rassicuranti ed organizzate di Musica per Roma, che sono mani sante rispetto a quelle in cui era stato praticamente buttato in precedenza, senza che nessuno si alzasse a gridare allo scandalo di uno dei più grandi monumenti, profanato da una programmazione un pò troppo personale, raffazzonata, paesana, sottoposta a cambiamenti anche all'ultimo minuto. Adesso questo non accadrà più. E forse la ragione per cui tre anni fa ed ora si ricorre alla collaudata macchina da guerra di Musica per Roma è proprio questa, oltre naturalmente alla appartenenza politica; non dimentichiamola. Musica per Roma assicura organizzazione. Certo, però , propone la stessa minestra della sede centrale. Basta andare a vedere la programmazione invernale o quella estiva precedente e presente, per trovarvi le stesse facce - sia chiaro, tutte presentabili e degne di essere riviste - anche a Tivoli. In pratica Musica per Roma non fa che allargare la tournée dei cavalli della sua scuderia. Si dirà che questo - forse - promette sconti sui costi degli artisti e delle produzioni, ma a quale prezzo? Al prezzo di vedere troppo le stesse facce, alcune anche decotte, e di restringere troppo il mercato degli spettacoli, affidandone la gestione a poche mani pigliatutto. E così la creatività, la fantasia, la diversità viene mortificata e calpestata.
Se si esamina il raggio di azione e di potere di Musica per Roma vengono fuori dati poco consolanti: Musica per Roma ha lo stesso amministratore delegato dell'Opera di Roma - Fuortes ha ammesso anche lui che trattasi di una situazione straordinaria che dovrà finire! - ; lo stesso amministratore gestisce anche il Festil VA di Tivoli; ha avuto in dono la gestione di 'Suona Italiano' in Francia, dagli stessi organizzatori di 'Suona Francese' in Italia, che sono poi gli stessi, cioè a dire Oscar Pizzo che gestisce il francese e l'italiano, per conto di Musica per Roma, sotto l'egida dell'Ambasciata di Francia a Roma e che fa anche 'Contemporanea' e che Fuortes aveva chiamato, come collaboratore, anche a Bari. Fino a qualche mese fa in questa morsa di potere c'era anche il Petruzzelli di Bari. Non è troppo?
Ma forse conviene non sottovalutare gli aspetti positivi di questa concentrazione di potere che fa incontrare i protagonisti più d'una volta a stagione. Come, ad esempio, il piccolo miracolo che questo FestilVA di Tivoli ha fatto facendo riconciliare, in seno a Musica per Roma, il Pizzo con Barbieri Guido, un tempo manovratori in tandem della rassegna 'Contemporanea' , ancora di Musica per Roma. Si vedrà a Tivoli, lo spettacolo da loro ideato, ma anche a Ravenna, al Festival Muti, e ai Cantieri dell'immaginario dell'Aquila - il festival fortemente voluto da Salvo Nastasi e reiterato con passione perchè lì incontrò, alla prima edizione, il suo amore, Giulia Minoli.
Barbieri, qui con Pizzo, firma uno spettacolo su un'altra sciagura umanitaria: la sua specialità di drammaturgo. Infatti nel suo recente passato si ricordano altrettali spettacoli sui migranti morti nel mediterraneo, sul primo incidente nucleare avvenuto anni fa negli Stati Uniti, sui bambini del Medio Oriente che fecero guerra con le pietre, mentre poi lodevolmente si incontravano riappacificati in una scuola, ed infine sulla sciagura del terremoto a L'Aquila. Evidentemente il dolore, che rende in palcoscenico, si addice a Barbieri.
Ci domanderete perchè abbiamo scritto Festil VA? Perchè ci colpiscono quelle due lettere maiuscole nel logo del festival che starebbero a dire che nel destino del celebre monumento di Tivoli, era scritto che ci sarebbe stato un Festival 'Villa Adriana' . Non resistiamo ad esprimere ammirazione ogni volta che c'è una esplosione di invenzione e fantasia, come in questo caso.
Se si esamina il raggio di azione e di potere di Musica per Roma vengono fuori dati poco consolanti: Musica per Roma ha lo stesso amministratore delegato dell'Opera di Roma - Fuortes ha ammesso anche lui che trattasi di una situazione straordinaria che dovrà finire! - ; lo stesso amministratore gestisce anche il Festil VA di Tivoli; ha avuto in dono la gestione di 'Suona Italiano' in Francia, dagli stessi organizzatori di 'Suona Francese' in Italia, che sono poi gli stessi, cioè a dire Oscar Pizzo che gestisce il francese e l'italiano, per conto di Musica per Roma, sotto l'egida dell'Ambasciata di Francia a Roma e che fa anche 'Contemporanea' e che Fuortes aveva chiamato, come collaboratore, anche a Bari. Fino a qualche mese fa in questa morsa di potere c'era anche il Petruzzelli di Bari. Non è troppo?
Ma forse conviene non sottovalutare gli aspetti positivi di questa concentrazione di potere che fa incontrare i protagonisti più d'una volta a stagione. Come, ad esempio, il piccolo miracolo che questo FestilVA di Tivoli ha fatto facendo riconciliare, in seno a Musica per Roma, il Pizzo con Barbieri Guido, un tempo manovratori in tandem della rassegna 'Contemporanea' , ancora di Musica per Roma. Si vedrà a Tivoli, lo spettacolo da loro ideato, ma anche a Ravenna, al Festival Muti, e ai Cantieri dell'immaginario dell'Aquila - il festival fortemente voluto da Salvo Nastasi e reiterato con passione perchè lì incontrò, alla prima edizione, il suo amore, Giulia Minoli.
Barbieri, qui con Pizzo, firma uno spettacolo su un'altra sciagura umanitaria: la sua specialità di drammaturgo. Infatti nel suo recente passato si ricordano altrettali spettacoli sui migranti morti nel mediterraneo, sul primo incidente nucleare avvenuto anni fa negli Stati Uniti, sui bambini del Medio Oriente che fecero guerra con le pietre, mentre poi lodevolmente si incontravano riappacificati in una scuola, ed infine sulla sciagura del terremoto a L'Aquila. Evidentemente il dolore, che rende in palcoscenico, si addice a Barbieri.
Ci domanderete perchè abbiamo scritto Festil VA? Perchè ci colpiscono quelle due lettere maiuscole nel logo del festival che starebbero a dire che nel destino del celebre monumento di Tivoli, era scritto che ci sarebbe stato un Festival 'Villa Adriana' . Non resistiamo ad esprimere ammirazione ogni volta che c'è una esplosione di invenzione e fantasia, come in questo caso.
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