Nelle scorse settimane, quando è scoppiato il caso Placido Domingo - accusato di aver in vario modo molestato, nel corso della sua lunga carriera, decine di donne musiciste, fra orchestrali e cantanti, ma i cui fatti risalgono a non meno di dieci quindici, forse anche venti anni fa - a difesa di Domingo ma anche della 'moralità' del mondo della musica s'era levato un nutrito coro di voci. Ieri potevano accadere queste cose, oggi non più - hanno detto o scritto.
Nel segnalare o denunciare per primo i numerosi casi di molestie ( a donne come a uomini) emersi dalla cronaca, è assai curioso che si sia distinto, in una sorta di specializzazione giornalistica, un famoso quotidiano americano; ma forse sarà solo perché in America è scoppiato il caso Weinstein che ha dato la stura ad infinite denunce, ed anche, forse, a qualche vendetta postuma.
E' anche accaduto che alcune accuse si siano dissolte, come nel caso del nostro Daniele Gatti, con il quale il Concertgebouw ha fatto pace, con tante scuse (ma forse, più semplicemente alla istituzione olandese premeva pubblicare le opere registrate con Gatti e quindi s'è rimangiato l'accusa che aveva accettato su due piedi senza le necessarie verifiche, perchè la tournée programmata negli Usa non ne ricevesse danno alcuno dalla presenza di Gatti sul podio della sua orchestra).
Comunque abbiamo letto, in più di un caso, la seguente convinta rassicurazione: oggi queste cose non accadono più, né potrebbero più accadere, perché i rapporti fra musicisti con potere e musicisti senza, anche nel mondo della musica, sono profondamente mutati.
In meglio, ovviamente, altrimenti era meglio lasciare quelli di prima.
E invece no, possono accadere, anzi accadono pure oggi . Come nel caso del tenore Vittorio Grigolo, idolatrato dal pubblico, il quale nel corso della tournée che il Covent Garden sta effettuando in Giappone (cantava nel Faust di Gounod diretto da Pappano) avrebbe allungato le mani su una corista ( più precisamente: ha palpeggiato una corista durante le chiamate del pubblico a fine recita, davanti agli altri coristi che, accortisi della cosa, sono rimasti imbarazzati, anzi di stucco ed hanno protestato apertamente in difesa della collega!). I vertici del teatro hanno avviato una indagine ( della quale forse non c'era neanche bisogno se le cose stanno come si è detto) ma evidentemente convinti della molestia, hanno rimandato in Italia sul primo aereo Grigolo, che ha dovuto per questo saltare l'ultima recita del Faust, ma che fra poco, è atteso alla Scala.
L'’ufficio stampa del Covent Garden ha ammesso: “A seguito di un presunto incidente avvenuto il 18 settembre con il tenore italiano Vittorio Grigolo, la Royal Opera House ha avviato un'indagine immediata e il sig. Grigolo è stato sospeso. Non siamo in grado di commentare ulteriormente la questione ma confermiamo le indagini sull’incidente”. La stampa britannica ha ricordato che nel 2015, in un’intervista a “Vanity Fair”, il tenorissimo - seppur con tono scherzoso - dichiarò: “Sono un drogato di sesso, amo le donne mature, quelle vere, il sesso è un bisogno fisico”.
Che faranno a Milano? prenderanno per buona l'accusa dei dirigenti del Covent Garden e rescinderanno il contratto? Oppure vi passeranno sopra, come hanno fatto nel caso di Domingo, sia a Milano che a Salisburgo, e con Gatti a Roma?
Ultimissime:
poche ore fa Placido Domingo, travolto dalle accuse di alcune donne (sesso in cambio di ingaggi negli anni ‘80) ha rinunciato a cantare nel Macbeth alla Metropolitan Opera. Il direttore Gelb non solo ha accettato le dimissioni di Domingo, ma contemporaneamente ha anche cancellato i contratti di Grigolo. Al contrario il La Scala ha confermato le date di ottobre della rappresentazione Elisir: Grigolo sarà Nemorino.
Riassunto delle puntate precedenti:
Nell'ultimo anno il movimento #MeToo contro le molestie sessuali ha scosso anche il mondo della musica classica e dell'opera con gravi conseguenze per gli artisti coinvolti. L'estate scorsa è toccato a Daniele Gatti, licenziato dalla Concertgebouw Orchestra per "comportamento inappropriato". Nel marzo 2018 il Metropolitan Opera House di New York ha interrotto i rapporti con James Levine e pochi mesi prima tre cantanti d'opera hanno accusato di molestie il direttore svizzero Charles Dutoit.
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giovedì 26 settembre 2019
lunedì 19 giugno 2017
Chi riesce a dormire, fuori casa, a suon di musica, ora ha anche un concerto dedicato: lo SLEEP CONCERT, sbarcato in Italia , a Bergamo
Dobbiamo confessare che negli anni in cui abbiamo frequentato teatri e sale da concerto, oltre che per piacere ed interesse, per ragioni professionali - e fra breve saranno quaranta - non ci è mai accaduto di vedere spettatori vistosamente addormentati, a causa della musica. Semmai, sempre fra gli spettatori, ne abbiamo contati più disturbati e indispettiti da certa musica - inutile dire quale. Addormentati, veramente, assai meno, se togliamo quelli che dopo una giornata di lavoro stancante hanno voluto rischiare entrando in una sala da concerto o in teatro; la qual cosa, un paio di volte non più in quarant'anni, è capitato anche a noi.
Mentre, invece, ci è accaduto di notare un nostro collega, tuttora attivo su più fronti, nonostante l'età avanzata, dormire e russare contemporaneamente dall'inizio alla fine del concerto, o quasi, per svegliarsi di soprassalto appena la musica finiva. In un caso lo avevamo seduto al nostro fianco, nella sala grande del Festival di Salisburgo, parecchi anni fa, quando non era ancora in età avanzata, con grande imbarazzo nostro e degli altri vicini di poltrona, i quali - per fortuna del nostro collega - non sapevano del suo mestiere.
Negli anni lo abbiamo incontrato parecchie altre volte, ed abbiamo notato anche che partecipava, dove gli era possibile, anche alle prove di un concerto o di un'opera. Il perchè lo abbiamo capito dopo, riflettendo sulla circostanza. Egli sperava, fra un sonno e l'altro di ascoltare per intero il concerto o l'opera, mettendo insieme le sensazioni delle pause dal sonno e scrivere poi.
Inutile dirvi di chi si tratta. Chi legge e conosce un pò il nostro mondo, sa bene di chi parliamo.
Ora a lui lo sleep concert non servirebbe, perchè lui dormirebbe sempre e comunque e non v'è musica che possa tenerlo sveglio per un paio ore di seguito, figuriamoci per una intera notte. Lui comunque per dormire, sceglierebbe non un sacco a pelo eil pavimento di un teatro - ma la più comoda poltroncina. E dunque lui a Bergamo, l'altra sera, per seguire da vicino la trovata del regista Francesco Micheli, che voleva così salutare il pubblico ed il teatro che va in restauro, non sarebbe mai andato.
Per chi l'ha fatto Micheli? Per il pubblico più provinciale della Bergamo alta? Per un
gruppo di suoi fedelissimi ammiratori? Magari per Gori e signora soltanto per vedere l'effetto che faceva - perché loro, quasi certamente, ad un normale concerto non sarebbero stati mai interessati? O soltanto per i giornali che, puntualmente, sono caduti nella trappola e ne hanno scritto come l'ottava 'stranezza', dopo le sette canoniche registrate?
L'esperimento non è nuovo. E' di importazione. Viene da Berlino, dove nel 2015 l'aveva voluto un compositore sperimentale, allievo di Berio, che di nome fa Max Richter, noto per aver vampirizzato ogni sorta di musica e musicista, primo fra tutti Vivaldi. Aveva riunito in una fabbrica dismessa alla periferia di Berlino un gruppo di persone - immaginiamo giovani in prevalenza, perchè quelli che hanno un pò d'anni sulle spalle sanno già come vanno simili baggianate - consigliando loro di portarsi appresso il necessario per passarvi la notte, ma di arrivare già mangiati, perchè la cena non era prevista nel prezzo. A Bergamo, per inciso, si pagava un biglietto di 38 Euro,con il quale si riceveva la dotazione notturna.
Cosa sia accaduto, a Berlino, durante tutta la notte non sappiamo dirvi con precisione; sappiamo solo -perché lo abbiamo appreso dalla cronache - che all'indomani, quando è suonata la sveglia, si sono levati di gran lena, lavati i denti, vestiti e fuggiti per andare al lavoro. Quel che di memorabile avrebbe dovuto avere, ma che certamente non ha avuto, nelle intenzioni del musicista, quella notte a suon di musica, ha consigliato chiunque nei due anni successivi a lasciar perdere, a non ripetere quell'inutile - ed anche stupido - esperimento. E tutto sarebbe finito a Berlino - giusta fine - se Micheli e gli organizzatori del Concertgebouw non avessero pensato di importarlo, in queste settimane. A Bergamo c'era l'extra di Micheli e di Elio ( quello delle Storie Tese, con sopracciglio a carico), sul quale lo stesso Micheli contava molto sia per far addormentare dolcemente chi soffriva dei disturbi del sonno, che per svegliare gli assonnati perenni.
Se Micheli voleva sapere che effetto avrebbe fatto sui cittadini bergamaschi l'esperienza di una 'notte a teatro', perchè non l'ha chiesto ai suoi colleghi palermitani del Teatro Massimo ( il duo Pizzo-Giambrone) che l'hanno già sperimentato con i ragazzi, richiamati più che dal teatro in sè, dalla storia del 'fantasma' del teatro? Non sarà che un secondo fantasma si aggira, di notte, anche al Teatro Donizetti di Bergamo, e Micheli, ma solo lui, lo sapeva?
Mentre, invece, ci è accaduto di notare un nostro collega, tuttora attivo su più fronti, nonostante l'età avanzata, dormire e russare contemporaneamente dall'inizio alla fine del concerto, o quasi, per svegliarsi di soprassalto appena la musica finiva. In un caso lo avevamo seduto al nostro fianco, nella sala grande del Festival di Salisburgo, parecchi anni fa, quando non era ancora in età avanzata, con grande imbarazzo nostro e degli altri vicini di poltrona, i quali - per fortuna del nostro collega - non sapevano del suo mestiere.
Negli anni lo abbiamo incontrato parecchie altre volte, ed abbiamo notato anche che partecipava, dove gli era possibile, anche alle prove di un concerto o di un'opera. Il perchè lo abbiamo capito dopo, riflettendo sulla circostanza. Egli sperava, fra un sonno e l'altro di ascoltare per intero il concerto o l'opera, mettendo insieme le sensazioni delle pause dal sonno e scrivere poi.
Inutile dirvi di chi si tratta. Chi legge e conosce un pò il nostro mondo, sa bene di chi parliamo.
Ora a lui lo sleep concert non servirebbe, perchè lui dormirebbe sempre e comunque e non v'è musica che possa tenerlo sveglio per un paio ore di seguito, figuriamoci per una intera notte. Lui comunque per dormire, sceglierebbe non un sacco a pelo eil pavimento di un teatro - ma la più comoda poltroncina. E dunque lui a Bergamo, l'altra sera, per seguire da vicino la trovata del regista Francesco Micheli, che voleva così salutare il pubblico ed il teatro che va in restauro, non sarebbe mai andato.
Per chi l'ha fatto Micheli? Per il pubblico più provinciale della Bergamo alta? Per un
gruppo di suoi fedelissimi ammiratori? Magari per Gori e signora soltanto per vedere l'effetto che faceva - perché loro, quasi certamente, ad un normale concerto non sarebbero stati mai interessati? O soltanto per i giornali che, puntualmente, sono caduti nella trappola e ne hanno scritto come l'ottava 'stranezza', dopo le sette canoniche registrate?
L'esperimento non è nuovo. E' di importazione. Viene da Berlino, dove nel 2015 l'aveva voluto un compositore sperimentale, allievo di Berio, che di nome fa Max Richter, noto per aver vampirizzato ogni sorta di musica e musicista, primo fra tutti Vivaldi. Aveva riunito in una fabbrica dismessa alla periferia di Berlino un gruppo di persone - immaginiamo giovani in prevalenza, perchè quelli che hanno un pò d'anni sulle spalle sanno già come vanno simili baggianate - consigliando loro di portarsi appresso il necessario per passarvi la notte, ma di arrivare già mangiati, perchè la cena non era prevista nel prezzo. A Bergamo, per inciso, si pagava un biglietto di 38 Euro,con il quale si riceveva la dotazione notturna.
Cosa sia accaduto, a Berlino, durante tutta la notte non sappiamo dirvi con precisione; sappiamo solo -perché lo abbiamo appreso dalla cronache - che all'indomani, quando è suonata la sveglia, si sono levati di gran lena, lavati i denti, vestiti e fuggiti per andare al lavoro. Quel che di memorabile avrebbe dovuto avere, ma che certamente non ha avuto, nelle intenzioni del musicista, quella notte a suon di musica, ha consigliato chiunque nei due anni successivi a lasciar perdere, a non ripetere quell'inutile - ed anche stupido - esperimento. E tutto sarebbe finito a Berlino - giusta fine - se Micheli e gli organizzatori del Concertgebouw non avessero pensato di importarlo, in queste settimane. A Bergamo c'era l'extra di Micheli e di Elio ( quello delle Storie Tese, con sopracciglio a carico), sul quale lo stesso Micheli contava molto sia per far addormentare dolcemente chi soffriva dei disturbi del sonno, che per svegliare gli assonnati perenni.
Se Micheli voleva sapere che effetto avrebbe fatto sui cittadini bergamaschi l'esperienza di una 'notte a teatro', perchè non l'ha chiesto ai suoi colleghi palermitani del Teatro Massimo ( il duo Pizzo-Giambrone) che l'hanno già sperimentato con i ragazzi, richiamati più che dal teatro in sè, dalla storia del 'fantasma' del teatro? Non sarà che un secondo fantasma si aggira, di notte, anche al Teatro Donizetti di Bergamo, e Micheli, ma solo lui, lo sapeva?
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lunedì 12 giugno 2017
Daniele Gatti: semel in anno licet insanire? No, nemmeno una volta l'anno, è lecito dire cose tanto folli!
Daniele Gatti ha preso possesso ad Amsterdam anche dell'Opera delle Capitale, nella quale la sua orchestra ( Concertgebouw), una volta l'anno è in buca, e l'ha fatto con un titolo impegnativo, Salome di Richard Strauss - del cui successo ha riferito ieri Valerio Cappelli sul Corriere. Per l'occasione ha anche raccolto alcune confessioni del direttore.
Fra le quali le più interessanti ma anche le più contestabili sono quelle conclusive, e sono relative alle produzioni d'opera in Italia, ed alla produttività in,generale dei nostri teatri.
Ha detto a Cappelli: "Non sono oscurantista, però non sono più disposto a svendere allestimenti a registi che per il loro ego vanno contro la drammaturgia musicale". E più avanti, arriva al punto: " Dobbiamo difendere l'italianità, il nostro modo di fare opera, perché dobbiamo sempre importare dall'estero?"; e va giù duro con affermazioni assolutamente indifendibili: "Aumentare le recite significa abbassare la qualità. Il pubblico italiano ha bisogno dell'evento, di qualcosa di magico, di passare quella serata in modo particolare, è giusto così". Come, Gatti? In Italia non si deve aumentare la produttività dei nostri teatri perché, aumentandola, ne andrebbe di mezzo la qualità del prodotto, togliendo alla rappresentazione quella magia che il pubblico italiano si attende da una serata all'Opera?
Davvero non capiamo. Abbiamo sempre detto che in Italia i teatri sono sotto la soglia minima di produttività e Gatti non vuole che siano aperti, se non 365 sere l'anno come si fa in gran parte del continente europeo, almeno a giorni alterni? Media che neanche la Scala riesce a tenere?
Gatti probabilmente se la prende con il cosiddetto teatro ' di repertorio' in voga negli altri paesi, dove un titolo, entrato nel repertorio di un teatro, viene più volte ripreso e in diverse stagioni, senza essere preceduto da un corredo di prove, come era stato al suo debutto in palcoscenico. E dove si va spesso in scena senza che i protagonisti vocali si siano incontrati prima di salire in palcoscenico. Certo simili inconvenienti sono il prezzo più alto da pagare per il teatro 'di repertorio', ma non sono del tutto estranei al teatro di regia, quello 'italiano' per intendersi, come alcuni direttori vanno rivelando a proposito del sempre più limitato lavoro di concertazione precedente il debutto.
Di per sè l'aumento della produzione porta benefici non trascurabili, sia nel campo dei costi dell'allestimento (più facilmente ammortizzabile) sia delle spese dei cachet dei cantanti. E poi l'aumento della produzione fa sì che il teatro d'opera non costi tanto alla collettività che è il finanziatore più generoso del melodramma.
Ma a Gatti vorremmo chiedere di fare 'mea culpa' per se stesso e per i suoi colleghi i quali, oggi, almeno quelli più richiesti, e lui fra questi, passano più tempo in aeroporti e sugli aerei che nei teatri a provare; ricordandogli che ormai, specie nelle istituzioni concertistiche, quando si fanno tre prove per un programma è grasso che cola. Non è forse vero che a Santa Cecilia hanno cambiato i giorni di concerto da sabato-lunedì e martedì, a giovedì- venerdì e sabato, perchè i direttori soprattutto, non potevano star fermi un giorno, per la ragione - da essi addotta - che il tempo è denaro? E non è questo scandaloso, assai più scandaloso di un teatro che produce secondo i livelli della maggioranza dei teatri europei, senza che questo debba comportare necessariamente un abbassamento della qualità?
Fra le quali le più interessanti ma anche le più contestabili sono quelle conclusive, e sono relative alle produzioni d'opera in Italia, ed alla produttività in,generale dei nostri teatri.
Ha detto a Cappelli: "Non sono oscurantista, però non sono più disposto a svendere allestimenti a registi che per il loro ego vanno contro la drammaturgia musicale". E più avanti, arriva al punto: " Dobbiamo difendere l'italianità, il nostro modo di fare opera, perché dobbiamo sempre importare dall'estero?"; e va giù duro con affermazioni assolutamente indifendibili: "Aumentare le recite significa abbassare la qualità. Il pubblico italiano ha bisogno dell'evento, di qualcosa di magico, di passare quella serata in modo particolare, è giusto così". Come, Gatti? In Italia non si deve aumentare la produttività dei nostri teatri perché, aumentandola, ne andrebbe di mezzo la qualità del prodotto, togliendo alla rappresentazione quella magia che il pubblico italiano si attende da una serata all'Opera?
Davvero non capiamo. Abbiamo sempre detto che in Italia i teatri sono sotto la soglia minima di produttività e Gatti non vuole che siano aperti, se non 365 sere l'anno come si fa in gran parte del continente europeo, almeno a giorni alterni? Media che neanche la Scala riesce a tenere?
Gatti probabilmente se la prende con il cosiddetto teatro ' di repertorio' in voga negli altri paesi, dove un titolo, entrato nel repertorio di un teatro, viene più volte ripreso e in diverse stagioni, senza essere preceduto da un corredo di prove, come era stato al suo debutto in palcoscenico. E dove si va spesso in scena senza che i protagonisti vocali si siano incontrati prima di salire in palcoscenico. Certo simili inconvenienti sono il prezzo più alto da pagare per il teatro 'di repertorio', ma non sono del tutto estranei al teatro di regia, quello 'italiano' per intendersi, come alcuni direttori vanno rivelando a proposito del sempre più limitato lavoro di concertazione precedente il debutto.
Di per sè l'aumento della produzione porta benefici non trascurabili, sia nel campo dei costi dell'allestimento (più facilmente ammortizzabile) sia delle spese dei cachet dei cantanti. E poi l'aumento della produzione fa sì che il teatro d'opera non costi tanto alla collettività che è il finanziatore più generoso del melodramma.
Ma a Gatti vorremmo chiedere di fare 'mea culpa' per se stesso e per i suoi colleghi i quali, oggi, almeno quelli più richiesti, e lui fra questi, passano più tempo in aeroporti e sugli aerei che nei teatri a provare; ricordandogli che ormai, specie nelle istituzioni concertistiche, quando si fanno tre prove per un programma è grasso che cola. Non è forse vero che a Santa Cecilia hanno cambiato i giorni di concerto da sabato-lunedì e martedì, a giovedì- venerdì e sabato, perchè i direttori soprattutto, non potevano star fermi un giorno, per la ragione - da essi addotta - che il tempo è denaro? E non è questo scandaloso, assai più scandaloso di un teatro che produce secondo i livelli della maggioranza dei teatri europei, senza che questo debba comportare necessariamente un abbassamento della qualità?
martedì 29 novembre 2016
Notizie fresche dal'Opera di Roma. Sul Tristano dateci un cenno
Domenica, di fronte ad una sala pimpante e plaudente - nonostante le quattro/cinque ore di permanenza in teatro - si è inaugurata la nuova stagione all'Opera di Roma, con Tristano di Wagner, diretto da Daniele Gatti e con la regia di Pierre Audi. Lo spettacolo s'era già visto a Parigi, la scorsa primavera, e a Roma c'era quasi immutato lo stesso cast di Parigi. Poi lo si vedrà anche ad Amsterdam, dove Daniele Gatti ha un incarico prestigiosissimo, perchè questo Tristano è una coproduzione di Parigi, Roma, Amsterdam.
Di esso, da quel che leggemmo già alla 'prima' parigina, e che ci restò impresso nella memoria, sappiamo che i due protagonisti non si toccano mai (da quel giorno giorno l'abbiamo letto infinite altre volte); che Tristano non è poema d'amore bensì tragedia di morte (anche questo l'abbiamo letto molte altre volte); che Gatti è oggi uno degli interpreti wagneriani più stimati ( letto anche questo), e che, molto probabilmente, questo suo debutto a Roma, in teatro, prelude all'annuncio che presto vi assumerà un incarico stabile. Come del resto nella capitale accade già con Pappano che ha un piede a Roma ( Santa Cecilia) ed uno a Londra ( Covent Garden); Gatti a Roma ( Teatro dell'Opera) e ad Amsterdam ( Concertgebouw). Fin qui dunque nulla di nuovo, notizie che già conoscevamo.
Ma ieri i due principali quotidiani nazionali( Corriere, Repubblica) molte altre ne fornivano al lettore che voleva essere informato sull'esito, importante per tutte queste ragioni, dell'inaugurazione di stagione all'Opera di Roma.
Il Corriere , ad esempio, per la prima volta raccontava del mancato toccamento dei due amanti- che si sfiorano appena con la fronte - del probabile annuncio a breve del nuovo incarico romano di Gatti, e poi aggiungeva - notizie fresche di giornata - che era presente all'inaugurazione Padoan, e che il sindaco Raggi è arrivato in teatro, ma poi fatte le foto per i giornali, se ne è andata molto prima che Tristano cominciasse, per impegni (specifica il Corriere: non istituzionali). Senza ricordarci che la fuga è molto simile a quella di un ex ministro della cultura, Melandri, che non andò all'inaugurazione della Scala, preferendole una cena, in occasione di un raduno di grandi chef, all'Hotel Hilton di Roma.
La Repubblica, campione di notizie fresche e sempre interessanti, che domenica scorsa ci ha regalato 'Robinson' per annunciarci l' aumentato impegno del giornale nei confronti della cultura (segno del nuovo corso: una lunga recensione alla nuova opera di Lucia Ronchetti, Inedia Prodigiosa) mentre dedica una pagina intera, in apertura degli 'Spettacoli' ad una Tempesta shakespeariana rappresentata nel Regno Unito, nella 'romana', solo nella 'romana', immortala la sindaca Raggi, in una foto che le ballerine della scuola di danza del teatro, accompagnata da una didascalia succinta ma informatissima: applaudito Tristano all'Opera di Roma; il sindaco è andato subito via, prima che cominciasse la rappresentazione, poi la cena di gala nei laboratori di scenografia del teatro che sono in Via dei Cerchi. Ma non poyevano andare mangiare a casa o al ristorante? E' ancora tempo di cene di gala per gente cui pane e companatico non manca comunque? E chi paga?
En passant, nelle altre pagine di Repubblica, abbiamo letto un titolone che inneggiava alle 'arie di Schumann' che Alexander Lonquich si incaricava di eseguire per il pubblico dell'Accademia di Santa Cecilia. Lonquich s'è messo anche cantare? e quali 'arie' eseguiva? I dubbi ci sono rimasti, tali e quali.
Restiamo in attesa, almeno fino a quando non solo i giornaloni ma anche gli altri si decideranno a farci sapere come è andata la serata all'Opera di Roma, oltre che negli intervalli, e prima e dopo la rappresentazione - compresa la cena di gala - di cui sappiamo ormai tutto; ma anche durante la rappresentazione medesima.
Di esso, da quel che leggemmo già alla 'prima' parigina, e che ci restò impresso nella memoria, sappiamo che i due protagonisti non si toccano mai (da quel giorno giorno l'abbiamo letto infinite altre volte); che Tristano non è poema d'amore bensì tragedia di morte (anche questo l'abbiamo letto molte altre volte); che Gatti è oggi uno degli interpreti wagneriani più stimati ( letto anche questo), e che, molto probabilmente, questo suo debutto a Roma, in teatro, prelude all'annuncio che presto vi assumerà un incarico stabile. Come del resto nella capitale accade già con Pappano che ha un piede a Roma ( Santa Cecilia) ed uno a Londra ( Covent Garden); Gatti a Roma ( Teatro dell'Opera) e ad Amsterdam ( Concertgebouw). Fin qui dunque nulla di nuovo, notizie che già conoscevamo.
Ma ieri i due principali quotidiani nazionali( Corriere, Repubblica) molte altre ne fornivano al lettore che voleva essere informato sull'esito, importante per tutte queste ragioni, dell'inaugurazione di stagione all'Opera di Roma.
Il Corriere , ad esempio, per la prima volta raccontava del mancato toccamento dei due amanti- che si sfiorano appena con la fronte - del probabile annuncio a breve del nuovo incarico romano di Gatti, e poi aggiungeva - notizie fresche di giornata - che era presente all'inaugurazione Padoan, e che il sindaco Raggi è arrivato in teatro, ma poi fatte le foto per i giornali, se ne è andata molto prima che Tristano cominciasse, per impegni (specifica il Corriere: non istituzionali). Senza ricordarci che la fuga è molto simile a quella di un ex ministro della cultura, Melandri, che non andò all'inaugurazione della Scala, preferendole una cena, in occasione di un raduno di grandi chef, all'Hotel Hilton di Roma.
La Repubblica, campione di notizie fresche e sempre interessanti, che domenica scorsa ci ha regalato 'Robinson' per annunciarci l' aumentato impegno del giornale nei confronti della cultura (segno del nuovo corso: una lunga recensione alla nuova opera di Lucia Ronchetti, Inedia Prodigiosa) mentre dedica una pagina intera, in apertura degli 'Spettacoli' ad una Tempesta shakespeariana rappresentata nel Regno Unito, nella 'romana', solo nella 'romana', immortala la sindaca Raggi, in una foto che le ballerine della scuola di danza del teatro, accompagnata da una didascalia succinta ma informatissima: applaudito Tristano all'Opera di Roma; il sindaco è andato subito via, prima che cominciasse la rappresentazione, poi la cena di gala nei laboratori di scenografia del teatro che sono in Via dei Cerchi. Ma non poyevano andare mangiare a casa o al ristorante? E' ancora tempo di cene di gala per gente cui pane e companatico non manca comunque? E chi paga?
En passant, nelle altre pagine di Repubblica, abbiamo letto un titolone che inneggiava alle 'arie di Schumann' che Alexander Lonquich si incaricava di eseguire per il pubblico dell'Accademia di Santa Cecilia. Lonquich s'è messo anche cantare? e quali 'arie' eseguiva? I dubbi ci sono rimasti, tali e quali.
Restiamo in attesa, almeno fino a quando non solo i giornaloni ma anche gli altri si decideranno a farci sapere come è andata la serata all'Opera di Roma, oltre che negli intervalli, e prima e dopo la rappresentazione - compresa la cena di gala - di cui sappiamo ormai tutto; ma anche durante la rappresentazione medesima.
martedì 14 aprile 2015
Zubin Mehta lascerà l'Opera di Firenze dopo il 2017
Della successione al noto direttore indiano, fedelissimo alla sua orchestra fiorentina, al punto di scegliere di vivere in una bella dimora sulle colline, si parla da tempo, e negli ultimi mesi s'é perfino detto che stava lì lì per lasciare il suo posto a Daniele Gatti. Nelle more dell'indecisione, Gatti è stato nominato ad Amsterdam, al Concertgebouw, e perciò addio Firenze. Vuoi mettere Amsterdam con Firenze? Ora il sovrintendente Bianchi, a margine della presentazione dell'opera inaugurale del prossimo Maggio ( settantottesimo), ha annunciato che si sta pensando al successore di Mehta, che comunque resterà legato all'Opera di Firenze anche dopo il 2017, e che lo sarà per l'eternità, direttore a vita', che è poi la sorte dei direttori che lasciano, da karajan (Berliner) a Muti (Opera di Roma).
L'unica cosa che Bianchi deve fare e presto è pensare ad un nome di prestigio, per ridare, qualora lo abbia perso anche solo in parte o corra il pericolo di perderlo in futuro, smalto all'orchestra. E perciò bando ai giovanotti che in questi ultimi tempi, sull'esempio, da non imitare, della Scala gestione Lissner, hanno scorazzato in Italia, e scelta di una bacchetta sicura, anche non italiana, come nella tradizione fiorentina, dopo Muti.
Le orchestre italiane, tutte senza eccezione, hanno bisogno di direttori autorevoli e preparati, senza dei quali, in un batter d'occhio le orchestre si adagiano e finiscono agli ultimi posti della classifica di eccellenza. I grandi teatri, quelli che vantano storica tradizione, devono assicurarsi grandi direttori. Questa regola di buon senso non conosce eccezioni. Ogni volta che si è voluto disattenderla, la catastrofe si è puntualmente presentata. E i giovani, i giovani, per i quali quasi ogni giorno ci battiamo? I giovani, specie nella direzione d'orchestra - che è cosa molto diversa da uno strumento - devono fare il loro apprendistato non alla Scala o in altri prestigiose istituzioni; queste devono sempre rappresentare un traguardo ed un punto di arrivo, mai di partenza, anche in presenza di particolari doti. Mentre oggi accade che un qualunque giovane, dotato, basta che goda dell' appoggio di un direttore celebre, e debutta alla Scala, anche se non sa tenere ancora la bacchetta in mano. Non deve generare qualche sospetto, il fatto che queste improvvise fortune tocchino quasi sempre direttorini stranieri, mai un giovane italiano al quale si domanda di fare la gavetta fuori Italia o in Italia, prima di accedere ai grandi palcoscenici del suo e nostro paese?
Perciò Bianchi scelga sulla base della bravura, dell'esperienza ed anche del carisma ( un pò non guasta), il suo prossimo direttore stabile. E non chieda consigli a Nardella, o peggio a Renzi o addirittura a Nastasi - che negli ultimi tempi sì è distinto soprattutto per pasticci e casini e che nulla sa della materia - si fidi di chi della materia ne capisce e non ha nessun figlio di... da proporre .
L'unica cosa che Bianchi deve fare e presto è pensare ad un nome di prestigio, per ridare, qualora lo abbia perso anche solo in parte o corra il pericolo di perderlo in futuro, smalto all'orchestra. E perciò bando ai giovanotti che in questi ultimi tempi, sull'esempio, da non imitare, della Scala gestione Lissner, hanno scorazzato in Italia, e scelta di una bacchetta sicura, anche non italiana, come nella tradizione fiorentina, dopo Muti.
Le orchestre italiane, tutte senza eccezione, hanno bisogno di direttori autorevoli e preparati, senza dei quali, in un batter d'occhio le orchestre si adagiano e finiscono agli ultimi posti della classifica di eccellenza. I grandi teatri, quelli che vantano storica tradizione, devono assicurarsi grandi direttori. Questa regola di buon senso non conosce eccezioni. Ogni volta che si è voluto disattenderla, la catastrofe si è puntualmente presentata. E i giovani, i giovani, per i quali quasi ogni giorno ci battiamo? I giovani, specie nella direzione d'orchestra - che è cosa molto diversa da uno strumento - devono fare il loro apprendistato non alla Scala o in altri prestigiose istituzioni; queste devono sempre rappresentare un traguardo ed un punto di arrivo, mai di partenza, anche in presenza di particolari doti. Mentre oggi accade che un qualunque giovane, dotato, basta che goda dell' appoggio di un direttore celebre, e debutta alla Scala, anche se non sa tenere ancora la bacchetta in mano. Non deve generare qualche sospetto, il fatto che queste improvvise fortune tocchino quasi sempre direttorini stranieri, mai un giovane italiano al quale si domanda di fare la gavetta fuori Italia o in Italia, prima di accedere ai grandi palcoscenici del suo e nostro paese?
Perciò Bianchi scelga sulla base della bravura, dell'esperienza ed anche del carisma ( un pò non guasta), il suo prossimo direttore stabile. E non chieda consigli a Nardella, o peggio a Renzi o addirittura a Nastasi - che negli ultimi tempi sì è distinto soprattutto per pasticci e casini e che nulla sa della materia - si fidi di chi della materia ne capisce e non ha nessun figlio di... da proporre .
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