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domenica 28 gennaio 2018

Tommaso Cerno, candidandosi alle Politiche per il PD renziano, ha fatto un regalo a La Repubblica quotidiano, dove però ci vuole ben altro per la rinascita

Chi ha nominato Tommaso Cerno, appena qualche mese fa,  condirettore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, per affiancare Mario Calabresi in una direzione che dopo Ezio Mauro non ha portato granchè bene al giornale, ne esce scornato.
Le sorti di un giornale non è certo la nomina di un condirettore a risollevarle, meno ancora la nomina  può fare se il condirettore  non va ad alleviare la fatica al direttore di un giornale che va a gonfie vele bensì di un direttore che  fa navigare in cattive acque il giornale che gli è stato affidato; ed aggiungiamo, se  il condirettore in questione non è mai andato a genio né al direttore - che lo considerava  come l'usurpatore che si stava crescendo in seno, la stessa teoria che andavano sussurrando voci esterne al giornale ma che di esso conoscono tutto - nè alla redazione che considerava il suo arrivo un'onta alla gloriosa redazione ed al padre nobile, entrato in rotta di collisione, neppure tanto velata con il vecchio proprietario, ora presidente onorario del Gruppo, il quale pure non aveva gradito la nomina di Cerno. Chi lo ha imposto, allora?


Alla fine della storia, chi aveva voluto quella nomina, se  nessuno l'ha poi condivisa, al punto da costringere l'aitante giovanotto a lasciare il giornale, per 'motivi personali' e per più pressanti impegni di carattere politico dove continuare le  battaglie civili avviate prima di entrare  nel giornalismo (prima come attivista dell'Arci Gay, poi come militante in AN,  e infine come  microfono umano di un politico della sua terra), che è la ragione più stupida che poteva addurre?


Per adesso una battaglia civile, un grande favore, Cerno l'ha fatto a Repubblica e a  Calabresi che non l'hanno più fra i piedi; e forse anche a se stesso, se  per qualche anno sarà  a libro paga dello Stato, guadagnando più che al giornale e forse  con meno sudore che altrove, Repubblica compresa.

Ma la sua uscita  non risolve certo i problemi del glorioso quotidiano che sembra aver smarrito la rotta; giacchè lo stesso comandante (ex comandante, De Benedetti) con le sue numerose bordate  all'indirizzo del management del quotidiano, dei suoi dirigenti e dello stesso fondatore, sembra voglia mandare quella nave di carta, non in buona salute, e che avrebbe bisogno di un lungo rimessaggio e di un nuovo  comandante di lungo corso ,come anche di una bussola,  a sbattere sugli scogli  della perdita di consensi oltre che di vendite.

sabato 20 gennaio 2018

Eugenio Scalfari, l'ascetico giornalista fondatore di Repubblica, a Carlo De Benedetti, padrone cattivo, di soldi gliene ha spillati tanti

“Personalmente riscuoto come ex deputato un assegno netto da 2400 euro mensili. Cinque anni fa inviai una lettera ai questori della Camera chiedendo che mi fosse annullato. La risposta fu che ci voleva una legge recepita dal regolamento della Camera, in mancanza di che l’assegno di sarebbe stato comunque accreditato. Mi domando che cosa si  aspetti ad annullare i vitalizi…”.

Questo scriveva in un editoriale Eugenio Scalfari, alcuni anni fa, ritenendo davvero sconcio che il Paese, ridotto male, pagasse a lui, da tempo immemorabile, vista la sua lucida longevità attiva, un vitalizio, per quei quattro anni scarsi da parlamentare ( 1968-72) prima di fondare La Repubblica, nel 1976.
 Bechis ha fatto un calcolo sull'ingiusto vitalizio - al quale però Scalfari, a differenza di tanti altri, ha detto pubblicamente di voler rinunciare, ma gli è stato impedito - ed ha scoperto che Scalfari, fino a qualche anno fa, aveva già percepito di vitalizio la bella somma di 908.000 Euro, a fonte di 61.000 Euro versati, con una bella differenza: 847.000 Euro fra i contributi versati ed il vitalizio percepito che naturalmente continua ancora a finire nelle tasche di Scalfari e che ora  ha raggiunto quasi quota 2.500 Euro netti ( l'adeguamento anche dei vitalizi procede spedito, mentre quello delle pensioni di tutti gli altri cittadini non privilegiati va sempre a rilento).

 Se fosse l'unico introito a finire nelle tasche di Scalfari, per il suo sostentamento,  tutti  oggi saremmo corsi in suo aiuto.  Eccetto noi, che percepiamo di pensione l'equivalente del suo vitalizio, e dobbiamo farlo bastare per il sostentamento nostro e della nostra famiglia. 

Certo Scalfari, nonostante avesse due famiglie da mantenere, ed anche due figlie, alle quali però ha trovato lavoro, ad una più che all'altra, in azienda, non aveva e non ha certo bisogno del vitalizio  da ex parlamentare. Perchè Scalfari, come ha volgarmente rivelato Carlo De benedetti, di soldi ne ha guadagnati a vagonate. Tralasciamo i compensi da direttore che gli hanno fatto fare una bella vita - come giusto, del resto, visto che anche mezzecalzette ai vertici di gruppi editoriali guadagnano come fossero tutti Scalfari, e non lo sono! 

Però quando Scalfari ci ricorda che il padrone De Benedetti possiede una lussuosa villa in Andalusia ed uno yacht che immaginiamo faraonico, si dimentica di aggiungere che lui  è riuscito a spillargli, quando ha voluto uscire dalla proprietà del giornale, forte della montagna di quattrini che De Benedetti era riuscito a scucire a Berlusconi per il cosiddetto 'Lodo Mondadori, quasi 500 milioni di Euro - una cifra!- la modica cifra di 80 miliardi di lire (40 milioni di Euro circa!)

Biagi, Montanelli, giornalisti di razza, al confronto, erano dei poveracci. Benchè pagati profumatamente,  loro non hanno mai trovato un fesso di editore, ricchissimo, come è capitato, per sua fortuna, a Scalfari.

giovedì 18 gennaio 2018

La Repubblica è il quotidiano del 'rincoglionito e vanitoso' Scalfari e del direttore Calabresi,' don Abbondio'. Parola di Carlo De Benedetti

Forse la Direzione ed il CDR di Repubblica-L'Espresso  nelle prossime ore, se non l'hnno fatto già questa mattina (non abbiamo ancora letto i giornali), dovranno intervenire per la terza volta nel giro di  poche settimane per smarcarsi dall'imprenditore Carlo De Benedetti, fino a poco fa proprietario del gruppo editoriale, ora passato, brevi manu e senza pagamenti di sorta, nelle mani di Marco, suo figlio.

Ieri sera Carlo De Benedetti è stato ospite di Lilli Gruber, nel salotto de La 7, a 'Otto e mezzo', senza altri invitati, lui e Lilli  in un faccia a faccia condotto con grande professionalità dalla giornalista - una vera intervista! -  e  con l'imprenditore, che ha superato gli ottanta, senza  più pudori e freni inibitori.

La ragione dell'invito era la riforma delle banche popolari che ha fruttato all'imprenditore, nel giro di pochi giorni, un guadagno in borsa di 600.000 Euro circa, su un investimento 'di spiccioli' per uno come lui, di appena 5.000.000 di Euro. Investimento a seguito di quella che viene interpretata come una 'soffiata' all'amico imprenditore, da parte di Renzi e Panetta, con i quali l'ing. De Benedetti, alla luce del sole, ha sempre avuto regolari frequenti rapporti.  Lì'imprenditore, messo in croce dai giornali, ieri ha fatto l'elenco dei capi di stato e di governo di tutto il mondo, dall'Italia all'America, e delle autorità massime delle istituzioni con i quali ha sempre intrattenuto rapporti, con ospitalità reciproche anche attorno ad una tavola ben imbandita.

 Dunque, chiuso il capitolo 'banche popolari'  dall'ing. De Benedetti,  Lilli 'la rossa' s'è buttata sul capitolo 'La Repubblica', il grande amore di De Benedetti, anzi l'unico suo amore, oltre la moglie - s'è spinto anche a dire che lui è 'monogamo' - che troppo gli è costato  negli anni.

 La prima volta sull'argomento, De Benedetti era intervenuto sul 'Corriere', intervistato da Cazzullo, all'indomani della dichiarazione-scandalo di Scalfari, da Floris: ' fra Berlusconi e Di Maio sceglierei Berlusconi'. De Benedetti bollò l'uscita di Scalfari come quella di un 'incontinente, data l'età, e di un vanitoso'. Ieri ha rincarato la dose chiarendo: ' Scalfari è ormai un povero vecchio ed è affetto da vanità', in risposta ad una affermazione di Scalfari, sempre in tv, dove da tempo è ospite fisso, che aveva affermato, senza mezzi termini: 'di quello che dice De Benedetti me ne fotto'.
 De Benedetti ha precisato che Scalfari è anche un ingrato perchè dovrebbe ricordare:
1. che quando nacque Repubblica lui diede a Scalfari 50.000.000 di Lire  a fondo perduto, senza pretendere azioni in cambio, per il timore che una volta finiti i soldi il giornalista tornasse a bussare alla sua porta;
2. che quando Repubblica stava sull'orlo del fallimento, lui tirò fuori  miliardi per salvarla, divenendone azionista per il 15%;
3. e che quando Scalfari volle essere liquidato, gli costò parecchi miliardi.
 Dunque, zitto e mosca, Scalfari.

Ma De Benedetti, scegliendo il foglio dell'altra parrocchia editoriale, era intervenuto sul 'Corriere'  anche per dire che Scalfari con quella dichiarazione improvvida  su Berlusconi e Di Maio, aveva recato danno alla 'Repubblica' quotidiano. E ieri, dopo aver risposto a Lilli che l'eventuale vittoria dei
Cinquestelle sarebbe una sciagura per il nostro paese - "avete visto il curriculum di Di Maio, come può uno così governare l'Italia?", non  ha risparmiato critiche feroci alla 'Repubblica' di suo figlio, quella attuale, guidata da un direttore che è come "don Abbondio che, se il coraggio non ha non può inventarselo". E poi ha aggiunto:. "un tempo La Repubblica che io conosco faceva in Italia ' LA  POLITICA ', ORA è ASSOLUTAMENTE ININFLUENTE, DEVE CAMBIARE PER TORNARE AD ESSERE LA REPUBBLICA".

 A stretto giro, sul giornale di ieri, l'ennesima presa di posizione e di distanza dall'ing, De Benedetti,  della direzione e del CDR dell'ex 'Repubblica - Partito', con l'ennesimo comunicato del CDR del giornale.




martedì 19 dicembre 2017

GEDI, Gruppo Editoriale, ha scoperto uno Yeti sulle nevi di Sankt Moritz, di nome Carlo De Benedetti

Il messaggio del moderno 'uomo delle nevi' chic, Carlo De Benedetti, è giunto forte e chiaro allo società editoriale le cui sorti sono ora nelle mani di Rodolfo, suo erede, che sembra fare orecchie da mercante?

Carlo De Benedetti, che si è vantato con Aldo Cazzullo del 'Corriere', cui ha rilasciato una controversa intervista, di essere l'unico imprenditore italiano a cedere ai suoi eredi un impero, senza nulla pretendere in cambio, ha bollato il fondatore di 'Repubblica' - a proposito di una dichiarazione   televisiva : 'Berlusconi o Di Maio', similitudine moderna della pilatesca 'Barabba o Gesù', con la scelta di Barabba/Berlusconi, senza che Di Maio  possa considerarsi un nuovo messia - come un irresponsabile, che ormai non sa quello che dice e che, per restare in pista, nonostante anche lui sappia di essere cotto e decotto, le spara grosse, e non si rende conto di aver recato danno al quotidiano da lui fondato e sul quale ancora  tiene la sua omelia domenicale ecc...

Insomma Carlo De Benedetti, lo Yeti riscoperto sulle nevi di Santk Moritz,  ha tirato a colpire Scalfari e il quotidiano che aveva fondato, ' La Repubblica', arrivando anche a  dire che  la scelta dell'attuale amministratore di affiancare al direttore Calabresi un condirettore, Cerno, è sbagliata e lui non la condivide.

Ci è sembrato di leggere nei proclami dello Yeti  al foglio nemico, alcune critiche che, altrove, sia Pansa, ex cofondatore di 'Repubblica', va muovendo all'attuale gestione del quotidiano che, a suo parere, ha perso di autorevolezza, anche perchè sono più d'uno i galli  che ivi cantano; come  anche Valentini, dalle pagine del 'Fatto Quotidiano', ha spesso mosso a De Benedetti, raccontando retroscena che neanche Scalfari,  mentre avrebbe potuto, non ha mai rivelato.

 Ancora più curioso risulta, alla luce di tutto ciò, ciò che ha scritto Padellaro che  del 'Fatto Quotidiano' è presidente, in difesa di De Benedetti/Yeti, per il quale rivendica il diritto a dire quello che pensa, anche in nome della ammirazione, ' profonda e divertita ' che egli, come anche uno storico direttore del gruppo, Claudio Rinaldi, nutrivano - e lui ancora nutre -  per il  il comune  ex amministratore delegato e padrone.

Nella disputa è dovuto intervenire anche l'erede dello Yeti, sollecitato dal CdR del quotidiano romano, per dire che il messaggio dello Yeti non corrisponde al pensiero ed alla strategia editoriale degli attuali amministratore del gruppo, ai quali, non interessa cosa pensa lo Yeti, dove sembra di leggervi, per la legge del contrappasso, qualcosa di assai simile a  ciò che Carlo De Benedetti ha detto di Scalfari.

 Lotte al vertice,  profonde diversità di vedute, gioco delle parti,  spinte in avanti per non arretrare troppo'? Le ipotesi su questo gioco 'di ruolo' sono tante. E, forse, non una sola, ma tutte  sono da tirare in ballo.

lunedì 11 dicembre 2017

Eugenio Scalfari parla con se stesso: mi faccio un selfie alla mia maniera

Eugenio Scalfari, fondatore di 'Repubblica' e patriarca del giornalismo italiano, in queste ultime settimane oggetto di molte critiche a seguito di una sua dichiarazione  a Giovanni Floris, che non frequenta i social, volutamente, sembra essersi deciso a farsi anche lui un selfie, con le parole.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito  alle metamorfosi del giornalista. Prima ha parlato con Dio, riflettendo sulla religione, lui che non è credente.

Poi ha intrattenuto, e tuttora intrattiene, un dialogo serrato, riversato sulle pagine del suo giornale, con Papa Francesco, di Dio rappresentante in terra.

Non gli restava che 'parlare con se stesso'.  Parlare da solo. Ed ha trovato il modo.

Nel corso della sua lunghissima attività giornalistica, Scalfari -  come ha spiegato lui stesso - ha intervistato tutti i potenti e le persone  in vista nella varie professioni ed attività: non ce ne è uno solo che non sia passato per la sua 'penna'.
Mentre lui non è stato mai intervistato - ma forse non è vero, giacchè negli anni della sua  vecchiaia, ha trovato spesso il modo di parlare di se stesso.

Dopo aver riflettuto sulla necessità di ovviare a tale mancanza,  ha scartato l'idea di farsi intervistare  da uno dei giornalisti della 'sua' Repubblica, di quelli specializzati in interviste, magari  da Antonio Gnoli che da qualche anno, ogni domenica, ci presenta il ritratto di qualcuno/a che conta; lui avrebbe avuto le carte in regola, ma Scalfari ha temuto che potesse essere troppo rispettoso e riverente nei confronti del fondatore del suo giornale.

Perciò, alla fine, ha deciso di autointervistarsi, inventando di sana pianta l'intervistatore. Zurlino - forse ha pensato, nel coniarsi lo pseudonimo, a Zurletti, per decenni uno dei critici musicali di Repubblica, poco avvezzo però  a fare interviste. E perciò si è autointervistato.

Ora, l'interesse di una autointervista sta nella eventualità che l'intervistato desideri rivelare cose di interesse pubblico che forse sanno in pochi, o forse per  togliersi qualche sassolino dalle scarpe - come si dice, quando si vuole una resa dei conti con chicchessia - o fare discorsi veramente impegnativi ( ma Scalfari ne ha fatti su qualunque argomento e continua a farne ogni domenica con la sua omelia sui destini politici del mondo). Solo in questi casi, vale la pena leggere ciò che uno si chiede e risponde - non alla maniera di Marzullo che con quel suo tormentone: si faccia una domanda e si dia una risposta, è diventato lo zimbello (zurlino) di tutti!

Scalfari s' efatto delle 'domandine' semplici semplici ed anche inutili, e s'è dato rispostine adeguate; salvo il caso del 'rispostone' su Matteo Renzi - ma anche qui nulla di nuovo.

Perciò riteniamo che Scalfari, contrario alla tecnologia dei selfie ed estraneo alla comunità dei social, alla fine,  forse pentendosi, si sia detto: perchè no? ci provo anch'io. E s'è fatto un selfie, solo che è risultato sfuocato.

lunedì 4 dicembre 2017

Carlo De Benedetti cosa voleva ottenere con l'intervista di ieri al Corriere della Sera?

Aldo Cazzullo ha intervistato, ieri, Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo da lui fondato, finito ora, gradito regalo, nelle mani del figlio - unico imprenditore italiano a  compiere un gesto così inusuale ( ma perchè Berlusconi, ha richiesto soldi ai figli quando gli ha affidato il suo impero? o ha fatto qualcosa di simile anche Benetton che ora è tornato al timone del suo gruppo? perciò non capiamo dove sia la assoluta novità e magnanimità di De Benedetti).

Ma non sta qui il nostro interesse nei riguardi del noto imprenditore, bensì in  quelle sue dichiarazioni sul fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, che di recente in tv, ad una precisa domanda in questi termini: Berlusconi o Di Maio, ha risposto a Floris: Berlusconi!

Quella domanda di Floris somigliava, mutatis m..., ad una storica domanda, quella di Ponzio Pilato al popolo: Gesù o Barabba? e si sa come  il popolo, interpretato da Scalfari, risponde: sceglie il peggio. Anche se, proseguendo nel nostro paragone, certamente Di Maio  non può essere paragonato, neppure lontanamente, a Gesù, salvo che per la giovane età, perché lui di favole ne racconta tante, sapendo che si tratta solo di favole irrealizzabili - come ha dimostrato proprio ieri, su L'Espresso ( sempre del gruppo De Benedetti, Bruno Manfellotto, quando ha smontato una per una, le avveniristiche riforme dei Cinquestelle, una volta al governo.

De Benedetti, in buona sostanza, ha detto che Scalfari è ormai rincoglionito, data l'età, e che la sua risposta va letta in questa prospettiva. Non sa cosa dice, ma avrebbe dovuto saperlo, perchè con quella sua dichiarazione, ha proseguito De Benedetti, Scalfari ha fatto molto male a Repubblica. Ma forse l'ha fatto consapevolmente, ha concluso De Benedetti suo socio di una vita, cosciente di non contare più nulla, e dunque per farsi notare.

Chissà se oggi qualche giornale e la stessa Repubblica commenteranno quelle dichiarazioni imbarazzanti di De Benedetti, dichiarazioni molto più imbarazzanti della risposta di Scalfari che lui voleva criticare.

De Benedetti ha poi promosso a pieni voti l'ex direttore Ezio Mauro (non bisogna dimenticare che quando lo promosse alla direzione di Repubblica, fece piazza pulita degli scalfariani ) anche nella sua seconda vita di storico e  intrattenitore anche televisivo. E al nuovo corso del suo giornale, dove  al direttore, Calabresi, è stato affiancato un condirettore, Cerno, è sembrato estraneo e forse contrario, pur nutrendo stima nei riguardi di Cerno. Del quale anche Pansa, qualche settimana fa, ha scritto che stanno aspettando un passo falso di Calabresi per affidare tutto a Cerno, oggi nelle grazie di De Benedetti & Figli. E Pansa  ha commentato, su per giù, del giornale anche 'mio' un tempo,  che hanno  messo la 'pucchiacca in mano ai criaturi' (E´ ghiuta a fessa mano `e creature!).

mercoledì 27 settembre 2017

Papa Francesco ha molti nemici. Troppi per un solo papa

Adesso non ricordiamo bene quanti nemici abbiano avuti altri pontefici che si sono segnalati per le aperture, soprattutto morali, verso l'uomo. A cominciare da Papa Giovanni XXIII che con il Concilio Vaticano II sparigliò  gruppi di  credenti e teologi. I documenti del Concilio, ancora oggi in parte inosservati, crearono vero scompiglio.
 Ci colpì allora una frase che risuonò nelle navate di San Pietro durante una seduta plenaria dei padri conciliari:  temo una chiesa che ha un solo teologo - e il riferimento era a San Tommaso d'Aquino, teologo e filosofo sommo. Al cui ascolto, qualcuno, un eminente teologo cattolico, aggiunse: Lutero, se fosse oggi qui, gioirebbe.

Negli anni successivi anche Giovanni Paolo II ebbe molti nemici, ma nessuno come Papa Francesco che di nemici, armati fino ai denti, ne ha un esercito. Nel quale militano, oltre alle gerarchie che più d'una volta si sono fatte sentire, anche laici che nessun titolo avrebbero per unire la loro voce al coro, nel quale si sono impegnate a cantare, non per 'inimicizia verso Francesco', ma per 'amore verso la Chiesa' che, secondo loro, stanno difendendo dalla deriva che Papa Francesco le sta facendo prendere.  Fra essi un ex banchiere vaticano ( Gotti Tedeschi) -  che non si comprende a quale titolo parli di questioni di natura morale - ed anche qualche seguace di  un celebre incallito tradizionalista come mons. Lefebvre. I loro appunti riguardano soprattutto questioni di carattere morale affrontate d Francesco, dalle prese di posizione sui divorziati alla sua caritatevole mano tesa verso, ad esempio agli omosessuali: ' chi sono io per giudicare...'  disse ai giornalisti nel corso di un viaggio.

Sarebbe interessante che l'esercito dei suoi oppositori, nelle cui file si sono arruolati volontariamente anche alcuni giornalisti famosi (Ferrara, Socci ) ci facesse sapere  cosa pensa della omosessualità nella Chiesa che, come si sa, è diffusissima. Di questo non parlano, e per fortuna stanno zitti anche su un altro problema che tocca purtroppo da vicino il clero ed anche la gerarchia, la pedofilia, contro la quale Francesco sta conducendo una guerra dura. Come risulta anche dalle molte conversazioni che , da quando è  Roma, Francesco ha intrapreso con un altro noto giornalista, Scalfari, laico, ma  divenuto addirittura suo amico ed anche confidente.

E ci dicessero anche perchè verso alcuni pontefici siano stati tanto indulgenti, guarda caso quelli apprezzati soprattutto per la difesa, a qualunque costo, della dottrina (da Benedetto XVI a Paolo VI) - che anche Papa Francesco conduce -  e con poca apertura verso il mondo, e verso l'uomo per il quale la dottrina è stata confezionata. Se non ci si mette nella prospettiva che vuole l'uomo e la sua salvezza al centro, la dottrina perde peso e significato.
 In questa disputa si scontrano due diverse concezioni del ruolo del Papa di Roma: intransigente conservatore e difensore delle regole anche teologiche; o pastore  misericordioso e caritatevole degli uomini affidati alle sue cure.

lunedì 8 maggio 2017

RAI. Fazio Fabio, detto Fabbio, tu sei anche un COSTO. Non puoi dire: 'campo dall'orto!'

Nel corso del festival dedicato alla tv, a Dogliani, interrogato da Aldo Grasso, Fazio - per tutti 'Fabbio' - s'è dato a lamentarsi, rivelando anche alcuni spiacevoli particolari della sua attuale condizione. Come quello degli insulti spesso rivoltigli  quando accompagna i figli a scuola, se viene riconosciuto da qualcuno. Ed anche di qualche minaccia, di morte addirittura, alla quale ovviamente occorre dare il peso che può avere uno sfogo momentaneo, dettato da condizioni di seria difficoltà in cui versano molti italiani, e certamente da non prendere alla lettera.

Tutto ciò non ci esime dal condannare simili comportamenti che di recente hanno toccato  anche cariche istituzionali di primo piano.
Fazio - con il quale l'intervistatore (solitamente non arruolabile fra i suoi fan) sembra non essere stato particolarmente pungente con l'intervistato, anche sul capitolo: 'Fazio, patrimonio e non solo costo', ha detto  apertamente - come, del resto,  nasconderlo - che lui 'guadagna molto', e che a differenza di molti suo colleghi, avrebbe molti portoni spalancati davanti, qualora la porta della Rai gli si chiudesse in faccia - ma per sua volontà.
 E, infatti, il direttore generale, Antonio - che anche lui non può dire: 'campo dall'orto!' - cogliendo l'invito di 'Fabbio' a difenderlo, davanti alla stessa platea di Dogliani ha detto che Fazio è una risorsa; fa parte del patrimonio della Rai, e non è soltanto un volto della tv - come maldestramente s'era difeso dalla medesima accusa di guadagnare troppo, Giletti - ma anche autore , e la tv 'la fanno gli autori'( dopo o senza Fazio, autori in Rai non ve ne sono più?)

Fabbio non può negare di essere corso subito ai ripari, appena s'è ventilata l'ipotesi che gli avrebbero toccato il portafogli: "voglio d'ora in avanti produrre i miei programmi", che tradotto vuol dire: vendo il programma 'chiavi in mano' e perciò guadagno quello che voglio, forse anche più di ora, e così il mio portafogli è salvo.
In barba alla lotta, purtroppo senza apprezzabile esito, fatta in questi anni per togliere spazio e potere ai produttori esterni, a vantaggio delle specifiche competenze Rai, che ci sono se solo venissero sfruttate e valutate. Che fa 'Fabbio', si ritira dalla lotta a questo malcostume, dimenticando che chi 'si ritira dalla lotta...'.

Anche l'inno ufficiale della Rai che canta la sua diversità da tutte le altre aziende di comunicazione, perchè fa 'servizio pubblico', non viene più cantato dalle nostre star che 'guadagnano troppo' e che non intendono, per nessuna ragione, venire a più miti pretese, nonostante che la crisi continui a falcidiare le risorse anche vitali di molti cittadini, salvo che le loro. La controrisposta che occorre tener presente quanto loro fanno guadagnare alla Rai, ha senso,  ma solo  in parte. Non l'ha quando vuol sostenere che siccome fanno guadagnare forse più di quanto costano, si possa spendere e spandere in loro favore, senza limiti.

Il milione ed ottocento mila Euro circa, a quanto ammonta il suo compenso in Rai, è davvero troppo, ed è certo che oggi in nessuna altra azienda televisiva potrebbe mantenerlo. Il discorso vale naturalmente non solo per 'Fabbio'; vale anche, ad esempio, per Antonellona; vale per gli 'Angeli' - poco angeli, e molto industriali della tv - padre e figlio, ed   per un'altra decina di star, i cui nomi sono ogio sulle bocche di tutti, come quello di 'Fabbio'.

 I loro compensi sono oggettivamente eccessivi, e la Rai, sua sponte, avrebbe dovuto calmierarli, senza attendere bordate e accuse mosse anche da parlamentari  della stessa maggioranza di governo che ha espresso l'attuale direzione generale. Invece non l'ha fatto, per il timore di aprire la stalla e far scappare i buoi. Si provi ad aprirla la stalla. Siamo sicuri che usciti da quella della Rai, trovino rifugio in altre stalle altrettanto confortevoli e tanto ricche di vitaminizzato fieno ( li 'sordi', alla romana)?

Per tornare , infine, a Fabbio, la sua posizione stipendiale, ad esempio, gli ha impedito - a differenza di quanto hanno fatto la Gabanelli ed altri che non hanno la stessa coda di paglia di lui, se ricordiamo bene - di parlare, in tutta serenità, dei famigerati vitalizi degli ex parlamentari (non è un caso che, a nostra memoria, anche Eugenio Scalfari, che ne percepisce uno da quasi mezzo secolo, non affronti mai tale tema nelle sue omelie domenicali, sempre interessanti ed approfondite, ma per questa ragione incomplete); e, per converso, sicuramente gli impedirà di accennare al gesto di un ex direttore generale della Rai ( lodevolmente, per lui, sposato Ferilli,  ma che ha purtroppo il demerito di aver dato troppo spazio a Marzullo), Cattaneo, oggi a capo di una grande azienda  multinazionale, il quale ha, di recente, devoluto ai lavoratori del suo gruppo,  interamente, il bonus (di quasi sette milioni di Euro) meritato per i bilanci in attivo e per i ricavi, ben superiori a quelli di Fazio per la Rai, dell'azienda che amministra.

 'Fabbio' potrebbe mai invitarlo a parlare di questo, impedendo a chicchessia di rimproverargli - qualora lo facesse, ma non lo farà - che, a pancia piena,  'predica bene e...'. Che non è un insulto, bensì semplice constatazione, e di buon senso.


venerdì 24 marzo 2017

Cene 'dei cretini' A e B. Cose d'altri tempi, secondo Eugenio Scalfari. Ma non raccontateci storie

Ieri Eugenio Scalfari, per ricordare l'amico scomparso Alfredo Reichlin, ha raccontato storie che è un piacere leggere, e piacere maggiore sarebbe ascoltarle dalla viva voce, con la possibilità di muovere qualche obiezione, fare domande, esigere precisazioni.

Scalfari ha raccontato che con Reichlin e consorte (Roberta Carlotto, a lungo capo di Radio 3), con Fabiani e consorte ( Lilli, che ha lavorato fino a vecchiaia avanzata,  e ben oltre l'età di pensione, nello staff di una notissima trasmissione),  ai quali si univa anche qualcun altro come Manzella, Pellegrino o Zanda (con le rispettive mogli),  da qualche anno a questa parte si vedevano in un ristorante di 'buon livello' romano, per la cena che lui e Reichilin avevano battezzato 'dei cretini'. Cretini A il primo gruppo, Cretini B con gli aggiunti.

Perchè c'era venuto in mente quel 'cretini' attribuito a noi stessi ?  " Era - spiega Scalfari-  la consapevole descrizione  di persone fortemente interessate alla politica ed alla professione... Ma nessuno di loro (di noi), aveva mai pensato al proprio interesse. L'interesse generale quello sì; lo Stato in quanto suo tutore. La distinzione era netta fra l'interesse generale e quello particolare, che doveva essere tutelato anch'esso, ma solo con le forze proprie e comunque  doveva cedere di fronte agli ideali, ai valori ed anche alla eventuale conflittualità con quello dello Stato".
 Scalfari prosegue nel suo racconto e nella spiegazione di quel termine annotando che qualcuno furbescamente intende conciliare interesse generale e particolare, attraverso amicizie e legami che all'occasione 'una mano te le danno'.

 " Il cretino della nostra definizione - insiste Scalfari- è in questo caso ingenuo, sincero, leale.... "
 E, infine, "è probabile che questo mio racconto venga preso in giro e sia origine di sfottimenti di vario genere, più o meno diffamatori. Comunque a noi cretini la diffamazione ci sfiora ma non ci tocca. E tantomeno ci ferisce". Fin qui Eugenio Scalfari, ieri, su Repubblica.

Questo racconto ci ha fatto tornare indietro con la memoria alla ricerca del ristorante in cui si riunivano i cretini scalfariani, ed anche di altro.  un ristorante 'di buon livello', dove in certi giorni, la domenica sera soprattutto, ci trovavi tutti quelli che contano: lunghe tavolate di gente che non sappiamo se osavano definirsi 'cretini' nell'accezione di Scalfari.  E ci è venuta in mente 'L'Augustea', ritrovo del generone romano, dove incontravi la domenica sera tutti. Tutti i signori, tornando dal fine settimana nella villa di campagna, essendo il giorno libero della servitù, si ritrovavano in quel noto ristorante a mangiare insalate di ovoli o  fettuccine al tartufo, a seconda delle stagioni, ma anche dell'ottima pizza e della bufala da leccarsi i baffi. Poi ci siamo detti che non poteva esser l'Augustea, per due ragioni. Primo, perchè  lui ed anche alcuni altri delle tavolate dei 'cretini' lì non si sarebbe fatto vedere - troppo snob e di sinistra -; secondo,  perchè quel ristorante,  da  molti anni è chiuso.

E allora siamo andati con il pensiero ad un altro ristorante, dalle parti del Tevere all'altezza dell'Auditorium, sperando questa volta di non sbagliare. In quel ristorante, ben frequentato, c'era un tavolo, sempre quello, nella medesima posizione, in cui puntualmente la domenica, dopo i concerti alla Conciliazione od altra occupazione pomeridiana festiva, si andava a cena. In quel tavolo ci vedevi regolarmente Fabiani e signora, Reichlin e signora, Enzo Siciliano e signora,  e forse anche Pellegrino e Manzella, anche loro con le rispettive signore.
 Non ci abbiamo mai visto Scalfari. Ma forse quelle tavolate al ristorante , un locale 'di buon livello' dove si mangiava e mangia tuttora un'ottima 'vignarola' oltre naturalmente alla pizza,  erano antesignane delle cene 'dei cretini' alle quali accenna Scalfari.
Ora senza fare sfottimenti vorremmo rassicurare Scalfari che fin da allora, nei pensieri di quegli 'ingenui' commensali, 'cretini' ante litteram, c'era  solo l'interesse generale e lo Stato, e mai e poi mai gli interessi propri. E se anche non abbiamo mai avuto modo di ascoltare i loro discorsi, siamo certi che al centro dei loro interessi e discussioni c'era sempre l'alta politica. Come ha raccontato dei nuovi 'cretini' - alcuni dei quali identici ai vecchi - Eugenio Scalfari e noi abbiamo letto con piacere, e siamo pienamente convinti.

sabato 4 marzo 2017

CROZZA, con i suoi fratelli,riparte col piede sbagliato, scherzando con i santi: i giornalisti. Scalfari,Mieli,Belpietro,Mannoni

Crozza  é alla sua seconda migrazione. Da Rai3 a La7, seguendo Floris, e poi, per le sue richieste economiche, ritenute troppo esose  da Cairo, che le ha rapportate all'auditel e forse anche alla pubblicità, è migrato nuovamente. Questa volta, di male in peggio, in fatto di livelli di ascolti, su Discovery - ci pare si chiami così. Ha cambiato nome lasciando ovviamente sempre il marchio di fabbrica, ma ci ha messo dentro i fratelli, e immaginiamo anche le sorelle. Ed ha cambiato registro, cominciando con una musica stonata, tralasciando quella che gli aveva dato tanto successo, e che prendeva di mira politici  e politicanti - il suo Razzi resterà storico - e rivolgendosi ai santi, con i quali in Italia, ma forse in ogni parte, non si deve mai scherzare: i giornalisti.

Altre volte, in passato, li ha chiamati in causa evidenziando titoli fuori misura e falsi addirittura; mai prima d'ora  aveva sparato diretto ai colpevoli. Ha cominciato con una battutina contro Scalfari, mentre parlava del più autorevole  quotidiano americano e del suo patriarca che ha definito: uno Scalfari non ( o 'meno' non ricordiamo bene) rincoglionito. Ed un'altra battuta l'ha lanciata all'indirizzo di Paolo Mieli - in verità onnipresente in tv - che, per quella sua maschera, sembra 'uscito da una sauna, ancora con le pantofole'.

Poi ha preso di mira due giornalisti del piccolo schermo, il primo dei quali vanta anche una lunga militanza nella carta stampata, sul fronte del giornalismo d'attacco: Maurizio Belpietro, ora attivo sulle reti Mediaset in una trasmissione, della quale Crozza ha rivelato imbrogli e falsità. Mostrando come si costruisce il set di un collegamento esterno della sua trasmissione: esattamente come  il set di un film, dove le comparse sono studiate e scelte per recitare un certo copione, e non per raccontare un fatto. Il quale, in ogni caso, verrebbe fatto raccontare per dimostrare una tesi preconfezionata.
 Certo ci sono fatti e fatti, ma che la tv  per la cronaca si comporti come un set cinematografico, non c'è bisogno che venga Crozza a dircelo, basta un minimo di esperienza per averlo capito.

Di Maurizio in Maurizio, da Belpietro è passato a Mannoni dipinto svogliato, disinformato su ciò che deve trattare nel suo 'Linea notte' di Rai 3, e sul punto di  planare sul banco, addormentato, 'morto di sonno' si direbbe a Roma.

Crozza che fa giornalismo esattamente come lo fanno tante trasmissioni televisive, alla stregua di giornali e riviste, ha fatto un passo falso. Ha infranto la regola che dice 'cane non sbrana cane'. E i cani-giornalisti - non necessariamente  e non solo quelli messi alla berlina - gliela faranno pagare al cane-Crozza. Non domani né la settimana prossima, sicuramente nel corso della vita della trasmissione, a meno che, per mancanza di pubblico, il suo nuovo editore non decida di chiuderla anzitempo. Noi intanto, dopo questi servizi, non entusiasmanti, abbiamo cambiato canale, perchè annoiati.  Crozza, rifacci Razzi!

domenica 22 gennaio 2017

La cultura sui giornali di oggi, domenica 22 gennaio: scalfari, cox, bocelli, campogrande, kusej, lotoro, abbado roberto

Cominciamo dall'Espresso, dal quale apprendiamo che Scalfari sta scrivendo un romanzo, e per comunicarcelo con garbo va a ripescare un autore del Settecento, Sterne, del quale ci rivela molte elementi della scrittura. Si augura di riuscire a finirlo.

Anche Nicola Campogrande, su La Lettura  del Corriere, deve rivelarci un segreto, ma lo condisce con l'esame dei suoni captati, attraverso le onde magnetiche,  dai tanti pianeti dell'universo. E il segreto, mentre va a caccia di farfalle in città? Sta scrivendo un'opera.

Mentre c'è chi i suoni li esamina,  ma quelli che ci sono e sono ben chiari, e cerca di capire che evoluzioni seguono nello spazio, al chiuso o all'aperto. E' lo studioso americano Cox. Il quale (  Robinson,La Repubblica) dà alcune dritte sulle sale a concerto, la cui form determina anche il riverbero e la migliore propagazione del suono. In cima alla classifica c'è quella di Boston, a seguire la Philharmonie di Berlino e quella di Amburgo, appena inaugurata, sullo stesso modello. Ma le migliori sono quelle che hanno una forma a 'scatola di scarpe', cioè rettangolari, come, ad esempio la Sala dorata del Musikverein e, noi vorremmo aggiungere,  anche quella del Lingotto di Torino alla lista, perchè a forma di 'scatola di scarpe' progettata da Renzo Piano, ma non possiamo e vi diciamo perchè.
Di grazie, ing. Cox ci dica quali sono le migliori sale da concerto italiane? Ve ne è almeno una da inserire fra le prime dieci nel mondo? L'ing. Cox, dopo questo nostra domanda, sta ancora pensando alla risposta.

 Se non ci sarà motivo per parlare dell'opera che si parli almeno della regia, modello ISIS. E' quello che ha pensato Sani, sovrintendente del Comunale di Bologna, teatro con il bilancio fra i più disastrati, quando ha scritturato il regista Kusej per il Ratto dal serraglio mozartiano, già presentato al festival di Aix, in versione protetta dalle millanterie ideologiche e di ambientazione del regista. A Bologna non vige nessuna censura, e perciò  carabinieri e polizia schierati all'ingresso e nel foyer per controllare borse e decolté delle signore, nel caso in cui avessero nascosto qualche oggetto di contestazione - ma non pensavano ai fischietti in Questura. E così ha dovuto cambiare anche l'epilogo dell'opera mozartiana segnato dalla magnanimità del Pascià. Tutta va bene ciò che produce chiacchiera.

 Sta per uscire un film, titolo 'Maestro', che racconta le gesta di un musicista pugliese, Francesco Lotoro, pianista, che ha dedicato l'intera sua esistenza alla ricerca ed allo studio della musica cosiddetta 'concentrazionaria', cioè la musica scritta ed eseguita nei varo campi di concentramento. Lotoro ne ha fatto la missione della sua vita, ed il film gli rende  onore.

Per un film che esce un altro se ne sta girando dedicato ad un musicista, al cantante più noto del pianeta, ed anche al più amato, Andrea Bocelli. I regista non si nasconde i pericoli di questo genere di film che hanno per  protagonista  un personaggio ancora vivo. Il regista non se li nasconde, anzi vuole sfruttarli, sperando che il film abbia nel mondo intero - dove Bocelli è conosciutissismo - lo stesso successo che ha la sua voce e le sue canzoni. E  ci sarà anche un capitolo 'melodramma', nel quale prendere nota delle varie contestazioni-  si chiede Valerio Cappelli ( Corriere ). NO questo non ci sarà, anche perchè si tratta di un capitolo aperto e chiuso subito dopo. Bocelli non regge un melodramma o un'opera intera. Una registrazione del Requiem di Verdi,  nel Duomo di Parma, alcuni anni fa, ci hanno convinti di questo. Potrà continuare a cantare anche singole arie del melodramma - un pò come  fa anche Cecilia Bartoli, preferendo  cantare fior da fiore dell'immenso patrimonio  che  si confa alla sua voce di oggi, piuttosto che intere opere, nel qual caso cambia il diapason o fa altro - ma ripetere l'esperimento passato di Bohème sarebbe per lui molto pericoloso. Continui a fare perciò quello che fa ora, nessuno potrà impedirglielo, ma cantare il melodramma no, da lui stesso viene l'impedimento.

Abbado direttore artistico del Festival Verdi di Parma, per le edizioni dal 2018 al 2020.  La notizia la da Repubblcia, ma  precisazione necessita. Non si tratta di Daniele Abbado, regista, nè di Alessandra, manager, i due figli del maestro. Bensì del nipote del grande direttore, direttore anch'egli, di nome Roberto che si è creato una sua bella carriera, ed oggi oltre che dirigere dappertutto, è stabile anche a Valencia.

Noi a Roberto Abbado siamo legati da stima ed amicizia. Stima ed amicizia che ci spinsero ad invitarlo a Città di Castello per dirigere la Verdi nel concerto sinfonico conclusivo del festival che nel 2004 ci ebbe direttore artistico. Dopo di allora mai per Città di Castello sono transitati direttori dello suo steso rango e notorietà. E stima ed amicizia che ci spinsero a sostenere la sua candidatura per il Concerto di Capodanno dalla Fenice, negli anni in cui avevamo, per conto della Rai, la 'consulenza artistica' del Concerto, consulenza che consisteva principalmente nella cura del programma del concerto, ma che si estendeva anche alla scelta dei direttori.

venerdì 30 dicembre 2016

Francesco Merlo non ha orecchio se accosta il premier Gentiloni all'Adagio di Albinoni

Tolta la rima dei cognomi, rima peraltro molto diffusa fra politici e non, Gentiloni-Albinoni, nulla unisce il musicista del Sei-settecento - meglio il 'suo' (?) celebre 'adagio' al nostro attuale premier - come invece vorrebbe Francesco Merlo che oggi ha tracciato sulle pagine di Repubblica un ritratto di Paolo Gentiloni,  e del nuovo stile impresso dal suo governo.
 Merlo, cadendo in un equivoco che  rivela oltre che scarsa conoscenza della musica - in questo, in buona compagnia del suo storico direttore, Scalfari, che un giorno scrisse dei 'quartetti' di Chopin, inesistenti -  anche totale mancanza di sensibilità musicale, ha paragonato lo stile di Paolo Gentiloni che "non va mai in crescendo, ma è costante e  timido" all 'adagio' di Albinoni.
 Costante, timido, che non va mai in crescendo...  sono categorie che  chi ha un minimo di sensibilità musicale non  accosterebbe mai a quell'Adagio che, al semplice ascolto, non può che indurre a disconoscere la paternità di Albinoni. Perchè  in quell'Adagio, di Albinoni non c'è nulla, o forse solo il 'basso', che potrebbe sostenere infinite altre melodie con caratteristiche tutte differenti, perchè sgorgò dalla fantasia di Remo Giazotto, il celebre musicologo, scomparso alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, che per questo ha pagato un prezzo altissimo: snobbato dalla musicologia, pur avendo egli firmato studi di grande interesse (come quello su Alessandro Stradella).

Giazotto, che negli anni Cinquanta studiava la musica del Barocco, disse di essersi imbattuto, nel fondo 'Albinoni' della Biblioteca di Stato di Dresda, in alcuni frammenti musicali autografi di Albinoni, da lui ricomposti, senza che però avesse mai fornito le indicazioni per risalire a quei frammenti - che non esistevano. La musicologia, anche oggi, è piena di simili falsari. Per sostenere tale paternità infondata, quell'Adagio risulta essere di Albinoni-Giazotto, in realtà del solo Remo Giazotto che di diritti d'autore dalla fine degli anni Cinquanta, quando lo depositò, a tutt'oggi ne ha guadagnati tanti, essendo quel breve brano eseguitissimo, anche per le migliaia di trascrizioni cui il successo l'ha condannato.
 Ma l'insensibilità di Merlo risiede nel fatto che  definisca un brano dalla melodia  piena di  fuoco e passione, con un crescendo coinvolgente, sulla quale Violetta potrebbe anche trasferire l'appassionato 'Amami Alfredo, amami quanto io t'amo' senza farle perdere forza, "timida, costante, mai in crescendo", come appare nel carattere Paolo Gentiloni.
Tanto timido ma costante e mai in crescendo che in qualche redazione giornalistica, come quella del Tg3 (tg delle 14,20 di oggi), non sanno ancora che Gentiloni è premier e non ministro, come l'ha definito l'autore del servizio sulla sua visita ai genitori di Fabrizia, uccisa a Berlino.
 A meno che proprio per il suo stile dimesso, Gentiloni, non abbia chiesto ai giornalisti  di togliere quel 'primo'  che precede 'ministro' e il giornalista del Tg3 ha prontamente ubbidito.

lunedì 3 ottobre 2016

Dal duello Renzi-Zagrebelsky alla identificazione di Elena Ferrante, ricorrendo alla denuncia dei redditi della traduttrice/ autrice

Davvero non riusciamo a capire l' illegalità che si riscontra nella ricerca effettuata da un giornalista del Sole 24 Ore il quale, per venire a capo della identità di Elena Ferrante, la scrittrice di successo che pubblica per la casa editrice e/o, sia andato a rovistare  nelle dichiarazioni dei redditi, su una traduttrice molto nota italiana, sposata allo scrittore Starnone, il cui nome era qualche volta venuto fuori fra i più indiziati.
Il giornalista, armato di santa pazienza, è andato a spulciare le denunce dei redditi della traduttrice, scrittrice in incognito, rilevando che con il suo lavoro di traduttrice non avrebbe potuto  ricevere dal suo editore le somme che compaiono, a partire da certi anni - da quando cioè data il suo successo editoriale - nelle sue dichiarazioni dei redditi. E neppure gli acquisti immobiliari che ne sono seguiti sempre a partire da quegli anni.
A noi il suo nome non ci interessa, perchè Lei è e resterà per noi Elena Ferrante. Come lo è anche per i suoi editori che non hanno nè confermato nè respinto i risultati delle ricerche reddituali del giornalista del Sole 24 Ore. Che hanno la stessa validità di quelli sul DNA, addotti in molti casi come incontrovertibili per l'assoluzione o la condanna di persone implicate in fatti delittuosi. Punto e basta. Inutile lanciarsi contro il giornalista che avrebbe violato la privacy della scrittrice. Per non farsela violare sarebbe bastato che lei non si fosse prestata al gioco dell'anonimato che ha fatto venire la voglia a quel giornalista, ma non a lui soltanto, di venire a capo del rebus.

Questa storia ce ne ha fatto venire in mente un'altra, riguardante la 'figlia' di Nino Rota, per la quale l'identità della donna che la partorì è rimasta, fino ad ora ufficialmente, sconosciuta , ma che secondo noi era una notissima signora dell'ambiente del cinema italiano con la quale Rota ebbe sempre un rapporto di grandissima familiarità, e con la quale l'avrebbe concepita, durante - verosimilmente - un lungo viaggio che i due fecero in Inghilterra.
A questa conclusione ed alla conseguente identificazione della possibile madre della figlia di Nino Rota, giungemmo anni fa, sia in considerazione dello strettissimo legame fra i due genitori, sia anche per il fatto che la 'signora del cinema italiano' si era presa cura, finchè  era stata al mondo, di quella donna, cui non aveva mai fatto mancare nulla (forse per disposizione congiunta e con i soldi messi a disposizione dal musicista) fino a quando, dopo la morte del musicista, il suo nome è venuto alla luce come anche il suo diritto all'eredità.
Il nome della signora lo facemmo a suo tempo, in un articolo dettagliato che ci aveva portato a tale conclusione, e non c'è affatto bisogno che lo ripetiamo anche in questa circostanza. Quella donna se aveva un padre, Nino Rota, doveva aver anche una madre; e se questa non si è fatta mai spontaneamente avanti, che male c'è che qualcuno indaghi per identificarla?

E poi il duello televisivo ( La 7) Renzi-Zagrebelsky, arbitrato da Mentana, del quale abbiamo già scritto in questo nostro blog, concludendo che  non c'è stata vittoria di nessuno e che la sfida è finita pari, con qualche decimale di vantaggio, se vogliamo spaccare in quattro  il capello, per Renzi, che si è sottoposto alla sfida, dando prova di  grande coraggio, con l'incarnazione stessa della dottrina costituzionale, nella persona di Zagrebelsky.  Sulla cui partita persa contro Renzi s'è pronunciato perfino Scalfari, dichiarandosi preventivamente amico del costituzionalista, al quale però ha impartito dal pulpito domenicale di Repubblica, una lezione di storia della democrazia che, ha sottolineato Scalfari, non è mai stata 'diretta', né può esserla, bensì 'rappresentativa', affidata ad una 'oligarchia', illuminata o meno, ma sempre e  comunque invisa al costituzionalista, dalla Grecia ai nostri giorni. Più duro di Scalfari su Zagrebelsky è stato oggi, sul nuovo 'Foglio' del lunedì, l'elefantino.

mercoledì 28 settembre 2016

D'Alema s'è fatto un litro. Del suo vino?

La 7 quest'anno ogni sera cambia pelle. Da Lilly sono apparsi prima Renzi e Travaglio,  il secondo molto simile ad una serpe velenosa che non guarda mai in faccia l'avversario ma che è pronto a morderlo - anche se spesso senza iniettargli veleno velenoso, perchè non ne ha di efficace nella sacca in cui lo raccoglie - mentre l'altro le spara ogni giorno più grosse - il 'promessificio' di Renzi non ha limiti - benchè qualcosa a Travaglio gliela spieghi, nonostante che lui  faccia finta di non capire o non vuol proprio capire.
Nei giorni successivi, sempre Lilly, nel suo salottino soft, post Mentana,  ha ospitato due coppie salite ma sul ring 'parrocchiale', nonostante fingano di lottare. Una sera  Padellaro/Augias e l'altra Severgnini/ Scalfari .

Nella coppia Padellaro/ Augias chi tira pugni è Padellaro. Augias sembra uno che le ha prese di santa ragione ed ancora non si è ripreso,  mentre con buone maniere ammanta banalità ed ovvietà e risponde picche alle domande della Gruber che gli chiede di politica, e  che  lui dichiara  di non conoscere a  fondo.  Peché allora c'è andato sul ring? Per presentare il suo nuovo libro?

Nella seconda coppia, salita sul finto ring, Severgnini - che ha sempre l'aria di 'primo della classe'  cui non sfugge nulla in nessun campo, non proprio il massimo della simpatia nonostante i suoi forzi sovrumani per apparire 'piacione', e che invidiamo soprattutto perchè parla sempre inglese che noi non consociamo - e Scalfari che, oltre che per l'età e la lentezza conseguente, porta i segni  dei pugni che c'ha preso che l'hanno reso anche incontinente. Altrimenti quei fatterelli relativi al cimitero e soprattutto alla garconnière berlusconiani poteva risparmiarseli, richiesto semplicemente di fare gli auguri per gli ottant'anni a Berlusconi.
 Sul primo ring fra i due un accenno di lotta c'era, mentre si allenavano a mandare al tappeto in ambedue gli incontri Renzi ed il suo referendum; sul secondo era tutta una finta, anzi i due hanno fatto a gara, pur agendo sulla carta stampata (di appartenenza) su fronti diversi, a difendere sia Renzi che il referendum. Qualche pugno, innocuo, hanno fatto finta anche loro di tirarselo, ma niente di serio.

Dal salotto di Lilly alla piazza di Giovanni (Floris). Qui, come in piazza, si parla di tutto e così passa la serata, ci si ritrova dopo cena e si resta a cazzeggiare fino a notte inoltrata, quando i regolamenti comunali consigliano a tutti di andare a casa se non si vogliono prendere multe per schiamazzi.
 C'è anche Massimo D'Alema che dà veramente l'impressione di essersi scolato un bel litro di vino a cena, non sappiamo se del suo. Certo è che gli ha fatto male. Se Giovanni non  lo avesse più volte chiamato per nome, incalzandolo con le domande - come del resto hanno fatto poi anche altri due giornalisti invitati nella piazza - chiunque avrebbe potuto pensare che su quella poltrona non c'era D'Alema bensì Brunetta e in certi momenti Salvini o Grillo, e financo Travaglio.

Ma come può presentarsi in tv, con quale faccia intendiamo, uno che è del PD e sparare a zero su tutto e per tutto contro Renzi? Non gli sta bene la data del referendum - mancanza di rispetto per gli italiani che dovranno andare a votare in un periodo freddo, suvvia - la riduzione dei parlamentare, l'abolizione del Senato, il risparmio. Nulla, proprio nulla. Tanto che - ma non è la prima volta che gli si chiede - Giovanni gli chiede cosa gli abbia mai fatto Renzi per avercela così tanto con lui. Ha biascicato qualche parola per rispondere alla domanda delle domande, lasciando intendere che Renzi è per lui, per il Pd e per l'Italia tutta l'incarnazione del male assoluto.
 Alla prossima beva meno e cambi fornitore, perchè il vino che s'è scolato poteva essere avariato.
                      

venerdì 4 dicembre 2015

Scalfari e Mieli nel salotto tv di Lilli la rossa, per parlare dell'uscita di Ezio Mauro e dell'arrivo di Mario Calabresi a Repubblica.

L'altra sera Eugenio Scalfari, nel salotto della Gruber, è venuto a  darci una spiegazione che nessuno gli ha chiesto sulle notizie, rivelatesi in parte superate, di una sua uscita da Repubblica, per lo 'sgarbo' che De Benedetti, suo attuale padrone (editore) gli avrebbe fatto, non consultandolo sull'imminente cambio di vertice nel giornale che lui ha fondato 40 anni fa e di cui per un ventennio, il primo, è stato direttore, amministratore, proprietario e molto altro ancora.
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia  del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
  Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti.  Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione  dozzinale -  rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per  il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare  neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri   a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il  segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio,  che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che  lo vide lasciare la direzione del giornale,  che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano -  che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
 Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...

venerdì 24 luglio 2015

Guerra aperta fra il Vaticano di Bergoglio e La Repubblica di Scalfari

Ieri, in prima pagina,  abbiamo letto un durissimo articolo sulla Repubblica fondata da Scalfari e diretta da Ezio Mauro, l'unico giornale che Bergoglio legge ogni mattina e con il quale ha avuto nel recente passato rapporti strettissimi. Come mai, ci siamo detti, se  Bergoglio  ha riservato a Scalfari un'attenzione  che nessun altro giornale è sembrato meritarsi agli occhi del pontefice?
 E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale  solo di quale ora. Ed aggiungeva,  il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
 Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha  alimentato la polemica,  rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto,  facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari  presso Bergoglio.
 Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
 E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari,  s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
 Modestamnte anche  CONTRO di  noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista,  al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche  all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.

lunedì 18 maggio 2015

Maledetti vitalizi di cui i maestri del pensiero beneficiari non parlano mai.

In queste ultime settimane dei famigerati vitalizi di uomini politici a tutti i livelli si è spesso parlato. perchè innanzitutto dopo anni di discussione si è riusciti a toglierli a qualche decina di ex politici condannati per reati particolari. Poi anche perché il TAR del Lazio ha dato torto ai consiglieri regionali che gli si erano appellati a seguito delle decisioni della giunta Zingaretti di dare una stretta alla loro elargizione ed ai tempi della medesima. Infine, perchè il Presidente della Repubblica, con suo  decreto, ha tagliato  stipendi e cumuli per tutti i dipendenti del Quirinale, compreso il suo.
Dunque se si vuole gli organi costituzionali come  se li sono accaparrati (rubati) tanti privilegi possono anche toglierseli e restituire il mal tolto. e non solo per il futuro, ma cominciando dal presente ed andando anche al passato,  andando a toccare i beneficiari, alcuni - forse troppi- insospettabili. E che, sebbene parlino ogni giorno su tutto e tutti, taluni scrivendo sui giornali e pontificando anche sul pontefice, altri in tv interpellati perfino sul colore della m...  l'argomento vitalizio del quale beneficiano solo perchè sono stati in Parlamento per una sola legislatura, nel secolo scorso, continuano a percepire il vitalizio che loro schifano al punto che uno di tali maestri, Cacciari, interpellato da 'Libero' che sta dando addosso agli altri, ha risposto nella nobile lingua di Dante: che cazzo me ne frega a me del vitalizio. Che comunque riceve.(Se cominciassero a rinunciarvi loro e ad invitare gli altri a fare altrettanto, saremmo già a buon punto. Ma loro non lo faranno mai, questi profeti moderni).
 Fra i casi più eclatanti quello di Eugenio Scalfari, ricchisimo giornalista, fondatore di Repubblica, ma prima anche direttore ecc... ecc... oggi patriarca riconosciuto del giornalismo italiano, anche per la veneranda età,  che forse da più di quarant'anni percepisce il suo vitalizio, avendo accumulato una somma che supera di gran lunga i versamenti fatti nel corso del suo mandato parlamentare, poco più di 60.000 Euro, e che fino ad oggi ha ricevuto oltre 1.200.000 Euro.
 Dunque anche Scalfari, il ricco e potente giornalista, da quarant'anni lo mantiene in parte la comunità di cittadini. Non ha mai pensato barbapapà che sarebbe stato morale rinunciarvi? Lui forse obietterà che  da  quel vitalizio ha tirato fuori per anni la paghetta per le sue due figliole, prima che  le sistemasse, una al telegiornale di  mitraglietta e l'altra alla agenzia fotografica che lavorava anche per il suo giornale. Ma basta?
  No, ma lui su questo argomento  non vuole sentire ragioni. Perchè dovrebbe rinunciarvi? Già perchè dovrebbe? Solo perchè è un furto. E che rubino in tanti non giustifica nessuno. Non lo fa neppure oggi dietro la spinta di tanti cittadini che ritenendosi dei benestantti, a causa della loro pensione che supera, al netto, i 2000 Euro, hanno dichiarato, anche sulla sua 'Repubblica' che rinunciano, per il BENE del PAESE, alla rivalutazione sancita dalla Consulta che sta mettendo in ginocchio il paese, come vogliono  gli amici di Berlusca e Salvini ed anche Grillo, per i quali se si va tutti a fondo non importa, perchè servirà a prendere il potere per Grillo e Salvini, o per tornarci al potere, nel caso di  Berlusconi, che ancora ci pensa e nel frattempo manda avanti il suo capetto veneziano con casa anche in riviera amalfitana e altrove, Brunetta.
 I quali tutti si sbracciano dicendo che stanno svolgendo un compito importante per il paese e che per questo vengono ora ed in  eterno compensati e vitalizzati. Non è che il ruolo o compito più importante lo stanno svolgendo per loro stessi, per i loro interessi?
 Fa un certo effetto vedere in tv, quasi ogni giorno,  parlamentari o consiglieri regionali o sindaci, di ambo i sessi, che hanno subito vistosissime trasformazioni anche esterior i- vestono tutti griffati -  da burini quali erano ai primi tempi. Ci hanno colpito in passato i gemelli ai polsi di Fiorito, o le 'mise', ogni giorno diverse e sempre più di qualità delle varie Polverini o Gelmini, tanto per citarne due che  non ci vanno per nulla a genio, che prima delle loro carriere politiche sembravano, per come vestivano, delle poverette ed ora vogliono far vedere a tutti come si diventa, con i soldi pubblici, dei signori o delle signore.

mercoledì 17 settembre 2014

di Martedì,Ballarò

Ora i Ballarò, di Martedì, sono due, sono identici, cambiano solo i conduttori. Ed insieme non hanno superato Ballarò, quando era uno solo, nella battaglia dello share, perchè  insieme fanno  11,8%+3,5% che, sommato, dà 15,3%, che era più o meno quello che il Ballarò unico faceva su Rai3. Ora, con la conduzione di Flopis, è nato Ballarò n.2,  di Martedì; lo stesso Flopis, che allora si chiamava Floris e che conduceva il Ballarò unico, mentre con lo sbarco di Giannini al Ballarò n.1,  s'è fatto l'ennesimo atto di 'Repubblicanizzazione' di Rai3. Evidentemente anche al giornale di Giannini non hanno gradito la sua uscita, tanto che barbapapà Eugenio, alla prima puntata, s'è materializzato da Flopis e non dal suo ex dipendente, fino a due mesi fa vicedirettore del giornale diretto da Ezio Mauro.
 A favore di Giannini, lento inadatto a condurre questo come qualunque altro  programma televisivo, per fortuna ha giocato il 'fattore RAI' che  Flopis non ha potuto sfruttare per  un'altra stagione; ma lui ora dorme sonni tranquilli, con le mazzette sotto il cuscino, a La7, mentre notti insonni passa il povero Cairo, messo nel sacco da quel diavolo di conduttore; Mentana non riposa  più neanche di giorno, e la Lilli Gruber, a forza di gridare: 've l'avevo detto che sarebbe stato un flopis', gli è andata via la voce.
 Dunque i due che avrebbero dovuto catalizzare  tutto il pubblico dei dibattiti  politici televisivi, che non attraversano certo una stagione propizia, a malapena  mettono insieme il pubblico delle peggiori serate del Ballarò unico, delle passaste stagioni e che, nell'ultima stagione RAI di Flopis,  aveva perso  pubblico.
 Che si fa adesso? La soluzione migliore sarebbe che Giannini tornasse a scrivere per un giornale occupandosi di economia e Floris tornasse alla RAI, a rifare il suo Ballarò che, così com'era, ha trasferito a casa Cairo. Ma questo non è possibile, e dunque? Cairo piange sui soldi buttati e noi tutti sull'incapacità di Vianello, ed anche di Gubitosi, di fare scelte tecniche vincenti per la RAI, a seguito delle quali loro buttano al vento altri soldi, ma non i loro soldi, bensì i nostri. E la differenza non è da poco.

mercoledì 23 luglio 2014

Pronta al varo Rai-Repubblica, con il via libera di De Benedetti e i ringraziamenti di Vianello

Cosa sarà andato a fare Del Rio, sottosegretario tuttofare del governo Renzi, a casa di De Benedetti? Un semplice invito di cortesia a colazione? De Benedetti, richiesto dalla Sardoni, ha detto che non è tenuto a rivelare gli argomenti di conversazione  con il sottosegretario. E, del resto, a colazione, si parla di tutto; niente a che far con affari editoriali e di governo.
 A fugare ogni dubbio sulla materia di quell'incontro, dovrebbe bastare  la 'lontananza' di Renzi dalla tv,  anche se troppe volte sbandierata. Ma se c'è da sostituire il conduttore di Ballarò, Giò Floris, passato a miglior padrone, e si pensa magari di sostituirlo con un giornalista della carta stampata, è fin troppo chiaro che la scelta del direttore di Rai3, Vianello, immediatamente comunicata agli uffici di Palazzo Chigi, non può che cadere sulla redazione di Repubblica, ormai tutt'uno con la rete televisiva di sinistra, da dove Vianello ha già preso, e prima di lui anche gli altri direttori, Corrado Augias, e poi la De Gregorio ed ora anche Massimo Giannini, vicedirettore del giornale di Scalfari, esperto in economia.
 Nei disegni del direttore generale della RAI, Gubitosi, ci sarebbero molti accorpamenti interni alla Rai, a cominciare dal settore dell'informazione; dovrebbero essere fusi Tg3,Rai News,RaiParlamento,TGR, Rai Quirinale, - ma non quell'obbrobrio di TeleCamere (da cancellare  assolutamente)  e neanche Rai Vaticano - affidando al direzione di tutto a Monica Maggioni, supervalutata, nonostante la sua  rete faccia ascolti  da disaffezione, come ha denunciato la Gabanelli ieri sul Corriere, e i cui meriti giornalistici, da quando è alla direzione della rete di informazione, restano sconosciuti ai più; giacchè l'unico  episodio per cui  è emersa la sua figura professionale, è stata l'intervista al presidente siriano,  Assad, cioè il dittatore carnefice che la Maggioni potrebbe aver conosciuto negli anni in cui lavorava duro come inviata di guerra. Evidentemente la Maggioni ha anche altri meriti a noi sconosciuti ma di gran peso.
Torniamo , invece, alla fondazione di Rai-Repubblica, la nuova rete televisiva svincolata dai partiti, tutti eccetto uno: quello di Repubblica.
 Visionari di Augias non è andato bene; Pane quotidiano della De Gregorio, bravissima (e di bell'aspetto , perchè non dirlo?) giornalista ma negata assolutamente  per la televisione,  non è andata bene; e allora invece che interrompere  il legame con il giornale di Ezio Mauro, lo si rinsalda, meglio Vianello lo rinsalda, staccando Massimo Giannini , al quale intende affidare la  conduzione di Ballarò. Giannini è giornalista economico, si vede spesso in tv,  - lo si è visto anche da Ballarò - fa anche bella figura perchè preparato, ma assolutamente a digiuno nella conduzione di una cagnara televisiva. In tv non c'era nessuno da mettere al suo posto, nemmeno fra i giornalisti che già fanno trasmissioni di successo, altro che quelle di Augias e della De Gregorio. No. occorre contrastare l'avanzamento delle altre reti, nella logica ancora radicata che le tre reti rispondono a tre referenti politici. Se a Rai 2 c'è Porro ( Il Giornale)- anche questa trasmissione non è che  sia andata bene, eppure la si conferma, per bilanciare quella presenza occorre mettere uno di Repubblica ( giornali e conduttori  apertamente in lotta continua). La riforma di Gubitosi non corregge la principale anomalia: non occorre fare entrare altri per bilanciare le anomalie esistenti, occorre sradicarle alla radice, con grande risparmio per tutti.
 E per una volta, considerando che se un prodotto non va - come qualunque editore non coglione raebbe - va tolto  dal mercato per sostitutirlo con un altro, sul cui esito è lecito scommettere, non - come si continua a fare- tenerlo in palinsesto a dispetto anche degli ascolti e dei costi.
 perchè non si fa inviatre da De Benedetit anche Vianello, così si fa speigare come mandare avanti un'azienda editoriale- che è il mestiere che il  padrone di Repubblica-L'Espresso  sa fare? E prima della fusione Rai-Repubblica?

domenica 13 aprile 2014

Giornalisti si nasce e io non nacqui.

Mai e poi mai avrei pensato di fare per buona parte della mia vita il giornalista, sebbene in un settore anomalo come quello della critica musicale. Ed invece un giorno accadde che un giornalista,  che avevo da poco conosciuto, mi disse che al giornale avevano bisogno di uno che si occupasse di musica - materia che io conoscevo, e perciò mi offersi. Cominciai così. Poi anche mio figlio  ha fatto il giornalista:  giornalista figlio di giornalista. Ma questa è l'eccezione che conferma la regola, opposta. Perché non bisogna essere figli di giornalisti per fare il giornalista, come accade, invece, in molti altri settori dove certe professioni si tramandano di padre in figlio. Basti pensare ai notai, avvocati e medici, tanto per fare qualche esempio. Perfino la professione di impiegato. Regola che vige anche alla Rai dove un padre che va in pensione, lascia il posto ad uno dei suoi figli, non importa se con mansioni diverse:  magari dirigente il padre, impiegato semplice il figlio; il quale avrà tempo e modo per farsi apprezzare e raggiungere i vertici dell'azienda come suo padre.
Nel giornalismo, la regola è diversa,  è tutto un altro mondo. Come, del resto,  è accaduto  a me, che non ero figlio di giornalista e ho fatto il giornalista. E per dimostrare ai più dubbiosi e malfidati che l'assunto corrisponde a verità, avallato dai fatti, valga l'esempio di Enrico Mentana che quando mise su il TG5, prese fra i tanti giornalisti della redazione due aspiranti giornaliste che con tale mestiere nessun membro delle loro famiglie aveva nulla a che fare,  signorine 'nessuno'  che si chiamavano Scalfari e Forcella.
Perciò chi vuol fare il giornalista non si perda d'animo e si faccia avanti.