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venerdì 15 giugno 2018

C'è chi si ostina, non più con le mani data l'età avanzata, a mungere ancora la Rai

Nei giorni scorsi un quotidiano di opposizione - a chi? - ha reso noto il compenso di  un vecchio del giornalismo italiano che, da tempo, AVENDO BELLAMENTE SUPERATO GLI OTTANTA, 83 ad essere precisi, e avendo promesso che sarebbe andato in vacanza, in vacanza non si decide ad andare, alla stessa maniera di Veltroni che ci aveva annunciato che sarebbe emigrato in Africa, in Africa non è emigrato.

 Il vecchio giornalista del quale 'Libero' quotidiano ha rivelato il compenso per la sua trasmissione giornaliera dedicata ai libri, ' Quante storie! - è Corrado Augias, il cui compenso è il massimo consentito ad un giornalista in Rai, e cioè 240.000 Euro - che poi è lo stesso  compenso del direttore generale che, per il tetto stabilito per legge, si è dovuto dimezzare il suo.

Due o tre stagioni fa  il vecchio giornalista aveva rassicurato tutti che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in Rai. Poi invece ci ha preso gusto sia al teleschermo come anche ai soldi - che saranno anche lo 'sterco' del demonio, ma non puzzano e dunque si possono accumulare - ed ha continuato; e chissà per quante altre stagioni si sentirà  obbligato a  farlo, costringendo Crozza ad imitarlo magnificamente,  ben sapendo il comico e noi con lui che il modello è molto meglio del suo duplicato. E cioè che Augias imita magnificamente  Crozza che tenta di imitare Augias.

Quella sua trasmissione che lo vede matusalemme fra giovani studenti incarna un rituale stantio, come i risultati di ascolto irrisori lo confermano. Ma lui e la trasmissione restano lì.

Noi crediamo che almeno un'altra o forse due persone - non certo noi, pensionati come Augias, ma molto più giovani di lui - potrebbero fare quella stessa trasmissione, magari con risultati migliori. Perchè non provarci allora? Perchè non far riposare finalmente un giornalista che ha tanto lavorato,  tanto guadagnato, liberando quel posto per qualche giovane ? Il quale potrebbe anche far meglio e costare meno. E poi non va ogni giorno sposando in tv la causa dei giovani che faticano a trovare lavoro? Cominci lui a liberare il suo.

Noi ci attendiamo una bella notizia in proposito, il prossimo 27, quando verranno resi noti i palinsesti della stagione Rai ventura, ed anche una seconda ed una terza, perchè la presenza di giornalisti di Repubblica a Rai Tre è  notoriamente eccessiva, e persiste anche  nel caso di una redazione tutta che ha sfiduciato il suo direttore, come  ha fatto la Redazione sportiva della Rai.

Chi replicherebbe che La 7 fa la stessa cosa con i giornalisti del Corriere, come anche  che Mediaset utilizza quelli della sue testate giornalistiche anche per  la tv, dimentica la sostanziale differenza fra quelle che sono aziende private, nelle quali il padrone cerca di ottimizzare lavoro e costi, e la Rai.
 Unica eccezione Paolo Mieli che passa da una trasmissione all'altra da una rete all'altra da  una azienda all'altra. Si vede che nessuno può farne a meno.

mercoledì 23 maggio 2018

Vale per Minoli che si candida al CdA Rai, ma non per Conte, candidato premier, secondo Travaglio: competenza ed esperienza

Alla fine di questo mese scade il termine per la presentazione dei curriculum da parte chi aspira ad entrare nel CdA Rai che  a giugno dovrà esser rieletto, essendo quello in carica in scadenza.

  Michele Santoro ha fatto sapere che lui ha presentato il suo curriculum, in nome della sua competenza in materia, ed altrettanto ha fatto Giovanni Minoli, 72 anni, che è passato da tutti piani di Viale Mazzini - senza che il suocero Bernabei abbia mai mosso un dito in suo favore, mentre avrebbe potuto farlo, dunque si è fatto tutto da sè - salvo quello del CdA, nel quale ambisce ora sedersi.

In nome di che cosa sia Santoro che Minoli intendono candidarsi per il CdA della Rai? In nome, sacrosanto, della loro conoscenza della materia in via diretta e per la loro competenza in fatto di televisione a tutti i livelli - questo vale a maggior ragione per Minoli che ha avuto incarichi dirigenziali e di gestione ma anche autorali.

 Lo ha affermato  chiaramente oggi in un'intervista al Corriere, di 'Cairo' - proprietario anche della Ditta per la quale lavora: La 7, che sta dimostrando di fare squadra e di saperla fare - dove ha esplicitamente detto che per stare in quel CdA occorre  conoscere la televisione, e chi meglio e più di lui?

 Ha ragione Minoli, ed il suo discorso vale per tutti i campi; ma va tenuto presente, nel suo caso, anche il fatto che ritornare sul luogo del delitto non fa bene all'interessato, e che  stare per molto tempo in uno stesso posto, può incancrenire, a dispetto della competenza, certe situazioni anche negative.

Ora  il discorso che fa Minoli potrebbe essere applicato anche a Giuseppe Conte, prelevato di peso dall'Università e dallo Studio legale dove lavora e catapultato a Palazzo Chigi, in nome e per conto dell'accordo Di Maio-Salvini. Ma senza competenza alcuna nel governo del paese o in amministrazione della cosa pubblica. Sì, ma che c'è di strano, rifletteva ieri dall'emittente di Cairo, Marco Travaglio?
 C'è per tutti  e in ogni campo una prima volta. Forse che tutti i presidenti del Consiglio italiani prima di andare a Palazzo Chigi avevano avuto una precedente esperienza, che li promuoveva e giustificava per quell'incarico? No, sosteneva convinto -  semplice finzione televisiva  e per mantenere il punto dell' appoggio ai Cinquestelle - Travaglio.

 E ha fatto anche qualche esempio per convincere della sua asserzione. Forse Ciampi, Monti, Renzi,  Gentiloni ed i loro predecessori avevano tali credenziali? Sì, caro Travaglio. In un modo o nell'altro l'avevano, comunque avevano esperienze di amministrazione della cosa pubblica,  erano politici attivi, o godevano di grande prestigio nel consesso internazionale europeo ecc.. Cosa che Conte non potrà vantare e, peggio ancora, comincia la sua corsa azzoppato. E, fatto non da poco, nessuno al mondo, salvo in quello accademico del diritto amministrativo molto ristretto, conosce neppure di nome.

E del resto, Travaglio, nessuno avrebbe affidato a te la direzione del 'Fatto' se tu fossi appena arrivato nel consesso dei giornalisti pur essendo, per tua stessa convinzione, il più bravo, il più puro (  hai sentito la pernacchietta?) Intendiamoci, nessun editore te lo avrebbe consentito.  Ti avrebbe detto: datti da fare, impara il mestiere e poi concorrerai alla direzione.
 Se il giornale fosse tuo è evidente che potresti fare quello che ti pare, anche farlo fallire - gli esempi sono tanti.
 Dunque è così strano che le forze più responsabili del paese - che naturalmente non sono tutte di quel consesso di bravuomini litigiosi del PD - non vogliano far correre all'Italia pericolo alcuno?

domenica 18 marzo 2018

Giovanni Minoli insiste con Roberto Napoletano, senza una briciola di pudore

Tutti conoscono la storia dell'uscita di Giovanni Minoli da Radiocor, del Sole 24 Ore (Confindustria), prima di approdare a La 7 di Urbano Cairo. Minoli aveva fatto una lunga intervista a Roberto Napoletano, quando già erano note le accuse mosse alla sua direzione, ma anche alla gestione della Treu della società di comunicazione della Confindustria ed al suo giornale economico. La redazione  gli si sera rivoltata contro per ragioni gravi, le più evidenti erano  le spese pazze, e i dati falsi sulle vendite. Sufficienti a mettere ko anche un direttore che  conosce la materia del giornale che dirige, cioè quella economica. Lui si difende, esce dalla direzione con una buonuscita non irrilevante e scrive libri.

 Minoli in uno dei suo primi 'Faccia a Faccia' su La 7 chi intervista?  Proprio Roberto Napoletano, il direttore del Sole 24 Ore, sotto indagine, che lo aveva chiamato a lavorare alla radio del gruppo. Come a dire pubblicamente: voi mi avete mandato via da Radiocor, io vi faccio vedere che me ne fotto. Mentre Napoletano, fino a conclusione delle indagini, dovrebbe cospargersi il capo di cenere e girare alla larga dal piccolo schermo dove impartisce lezioni di economia, mentre dalla magistratura  viene accusato di furto e falso!

In questi giorni è appara la notizia,  se anche smentita da qualcuno, che l'ENI presieduta da Emma Marcegaglia, già presidente di Confindustria, presieduta ora da Boccia  (che è quello che ha mandato via  Minoli, seccato per l'intervista  a Napoletano, a indagine della magistratura già avviata, quasi una sfida alla proprietà) correrebbe in aiuto di Radiocor e del Gruppo cui appartiene acquistandola, per mettere una toppa ai buchi creati dalla gestione Napoletano-Treu. Domani i dipendenti della Radio di Confindustria scioperano

 E Minoli che ti fa? Sprezzante del pericolo, intervista a lungo, ancora  oggi, Napoletano, nel suo 'Faccia a Faccia', per domandargli una ricetta per l'Italia, cogliendo anche l'occasione per reclamizzare un suo libro recente.

Insomma per Minoli non c'era altro esperto di economia da intervistare sul medesimo argomento, oltre il direttore che tanti guai 'economici' ed anche di 'immagine' avrebbe creato al giornale che ha diretto per anni.

 Tutto questo fa arrabbiare anche noi che siamo stati per anni derubati dal giornale che  acquistavamo regolarmente ogni domenica, essendo obbligati a comprare, pagandolo di più, anche un libretto allegato i cui ricavi finivano nella voragine creata ed alimentata dalle spese pazze del direttore e nonostante le false notizie di vendita, sue e della amministrazione, che frodavano ingannandoli gli inserzionisti pubblicitari.
Quel furto  intende continuare ancora se, di domenica, il quotidiano di Confindustria viene venduto, solo perchè ha l'inserto culturale ma una foliazione abbastanza ridotta, ad un prezzo scandalosamente esagerato.  Dobbiamo per una seconda volta concorrere a ripianare i buchi che hanno fatto Napoletano e Treu ?
Minoli, il paladino dei diritti, dovrebbe riflettere a tutto questo prima di richiamare Roberto Napoletano e sederlo in cattedra.

giovedì 18 gennaio 2018

La Repubblica è il quotidiano del 'rincoglionito e vanitoso' Scalfari e del direttore Calabresi,' don Abbondio'. Parola di Carlo De Benedetti

Forse la Direzione ed il CDR di Repubblica-L'Espresso  nelle prossime ore, se non l'hnno fatto già questa mattina (non abbiamo ancora letto i giornali), dovranno intervenire per la terza volta nel giro di  poche settimane per smarcarsi dall'imprenditore Carlo De Benedetti, fino a poco fa proprietario del gruppo editoriale, ora passato, brevi manu e senza pagamenti di sorta, nelle mani di Marco, suo figlio.

Ieri sera Carlo De Benedetti è stato ospite di Lilli Gruber, nel salotto de La 7, a 'Otto e mezzo', senza altri invitati, lui e Lilli  in un faccia a faccia condotto con grande professionalità dalla giornalista - una vera intervista! -  e  con l'imprenditore, che ha superato gli ottanta, senza  più pudori e freni inibitori.

La ragione dell'invito era la riforma delle banche popolari che ha fruttato all'imprenditore, nel giro di pochi giorni, un guadagno in borsa di 600.000 Euro circa, su un investimento 'di spiccioli' per uno come lui, di appena 5.000.000 di Euro. Investimento a seguito di quella che viene interpretata come una 'soffiata' all'amico imprenditore, da parte di Renzi e Panetta, con i quali l'ing. De Benedetti, alla luce del sole, ha sempre avuto regolari frequenti rapporti.  Lì'imprenditore, messo in croce dai giornali, ieri ha fatto l'elenco dei capi di stato e di governo di tutto il mondo, dall'Italia all'America, e delle autorità massime delle istituzioni con i quali ha sempre intrattenuto rapporti, con ospitalità reciproche anche attorno ad una tavola ben imbandita.

 Dunque, chiuso il capitolo 'banche popolari'  dall'ing. De Benedetti,  Lilli 'la rossa' s'è buttata sul capitolo 'La Repubblica', il grande amore di De Benedetti, anzi l'unico suo amore, oltre la moglie - s'è spinto anche a dire che lui è 'monogamo' - che troppo gli è costato  negli anni.

 La prima volta sull'argomento, De Benedetti era intervenuto sul 'Corriere', intervistato da Cazzullo, all'indomani della dichiarazione-scandalo di Scalfari, da Floris: ' fra Berlusconi e Di Maio sceglierei Berlusconi'. De Benedetti bollò l'uscita di Scalfari come quella di un 'incontinente, data l'età, e di un vanitoso'. Ieri ha rincarato la dose chiarendo: ' Scalfari è ormai un povero vecchio ed è affetto da vanità', in risposta ad una affermazione di Scalfari, sempre in tv, dove da tempo è ospite fisso, che aveva affermato, senza mezzi termini: 'di quello che dice De Benedetti me ne fotto'.
 De Benedetti ha precisato che Scalfari è anche un ingrato perchè dovrebbe ricordare:
1. che quando nacque Repubblica lui diede a Scalfari 50.000.000 di Lire  a fondo perduto, senza pretendere azioni in cambio, per il timore che una volta finiti i soldi il giornalista tornasse a bussare alla sua porta;
2. che quando Repubblica stava sull'orlo del fallimento, lui tirò fuori  miliardi per salvarla, divenendone azionista per il 15%;
3. e che quando Scalfari volle essere liquidato, gli costò parecchi miliardi.
 Dunque, zitto e mosca, Scalfari.

Ma De Benedetti, scegliendo il foglio dell'altra parrocchia editoriale, era intervenuto sul 'Corriere'  anche per dire che Scalfari con quella dichiarazione improvvida  su Berlusconi e Di Maio, aveva recato danno alla 'Repubblica' quotidiano. E ieri, dopo aver risposto a Lilli che l'eventuale vittoria dei
Cinquestelle sarebbe una sciagura per il nostro paese - "avete visto il curriculum di Di Maio, come può uno così governare l'Italia?", non  ha risparmiato critiche feroci alla 'Repubblica' di suo figlio, quella attuale, guidata da un direttore che è come "don Abbondio che, se il coraggio non ha non può inventarselo". E poi ha aggiunto:. "un tempo La Repubblica che io conosco faceva in Italia ' LA  POLITICA ', ORA è ASSOLUTAMENTE ININFLUENTE, DEVE CAMBIARE PER TORNARE AD ESSERE LA REPUBBLICA".

 A stretto giro, sul giornale di ieri, l'ennesima presa di posizione e di distanza dall'ing, De Benedetti,  della direzione e del CDR dell'ex 'Repubblica - Partito', con l'ennesimo comunicato del CDR del giornale.




lunedì 2 ottobre 2017

Mentre in Italia è La 7 a fare 'servizio pubblico', alla Spagna , in sostituzione del 'non governo' Rajoy servirebbe un premier come Di Maio

Anche ieri La 7 ed il direttore del suo telegiornale, Enrico Mentana, hanno mostrato a tutte le altre reti televisive, cosa voglia dire fare 'servizio pubblico'. Mentana  certo è uno stakanovista dell'informazione e per una rete come La 7 che sull'informazione soprattutto  si gioca le sue carte migliori, l'instancabile intraprendenza del direttore del suo telegiornale è una manna dal cielo.

Però, c'è anche da  dire che Mentana è stato l'unico a fornire l'informazione necessaria su un fatto non di poco conto, come il referendum sull'indipendenza della Catalogna. E che tale fosse lo ha dimostrato sia la cieca repressione di Rajoy e del suo 'non governo', sia l'affluenza alle urne nonostante tutto, come anche la valanga dei 'si', oltre due milioni, e, infine, le dichiarazioni dei responsabili politici del 'governo' catalano che, appena chiuse le urne, si sono affrettati a parlare di 'Repubblica catalana' e del suo parlamento che oggi, già oggi, potrebbe dichiarare la sua indipendenza da Madrid.

Le istituzioni europee si sono comportate come le reti televisive italiane:  si sono voltate dall'altra parte e, per ora, hanno taciuto,  prendendo tempo; lo hanno fatto ancora ieri per tutta la giornata, non ascoltando gli esponenti indipendentisti catalani che si sono appellati apertamente alle istituzioni internazionali senza il cui riconoscimento la determinazione all'indipendenza catalana sarebbe vana o zoppa. Naturalmente ci sono poi infiniti problemi di carattere sia giuridico  che economico dei quali è ancora presto parlare, ma che agli indipendentisti creeranno sicuramente molti più problemi di quanti la loro determinazione per il distacco non ne risolverebbe.

 Come le istituzioni europee, tutte le televisioni italiane hanno continuato con i giochini, le canzoni, i grandi fratelli, le fiction - che palle la fiction con Gianni Morandi: un lunghissimo spottone dell'ente del turismo sardo: sono queste le fiction cui pensa Franceschini con la sua strigliata e sanzioni annesse alle televisioni perchè trasmettano ed investano sul prodotto italiano? Se vogliamo poi  parlare  anche  di Fabio Fazio, detto 'Fabbio',  noteremo che la banalità dell'esibizione di quel fenomeno di ragazza che è Bebe Vio; perchè Fabbio non s'è guardato, prima di invitare Bebe Vio, l'intervista intelligente che le ha fatto PIF, per il suo programma 'marziano', qualche settimana fa?

 E, infine, Di Maio. La Spagna, Madrid, non Barcellon che di guai ne ha già, avrebbe bisogno, appena Rajoy si dimette - cosa che probabilmente ed inevitabilmente farà quanto prima, non avendo saputo gestire la partita referendaria catalana - avrebbe bisogno di un premier 'decisionista e riformatore' come Di Maio che l'Italia, per cristiana carità, cederebbe volentieri ai fratelli spagnoli perchè risolva ogni loro problema, ma non prima che abbia riformato tutto nel nostro paese, dalla Costituzione in giù, come ha fatto  capire chiaramente che  si prepara a fare parlando ai sindacati: 'o vi autoriformate  voi o ci penserò io, appena insediato a Palazzo Chigi'.

sabato 19 agosto 2017

Andrea Scanzi promuove a ministro dell'economia (in pectore) la grillina Roberta Lezzi

Accadeva qualche mese fa durante una delle trasmissioni di Lilli Gruber a La 7. Roberta Lezzi, verso la quale negli ultimi giorni sono rivolte sia le attenzione del mondo politico che gli sfottò di tutti, incoraggiata da Andrea Scanzi, esponeva il programma economico dei Cinquestelle, se mai dovessero andare al governo del paese. E mentre Lei parlava, Scanzi la guardava con ammirazione tanto da dirci ad un certo punto che la Lezzi è una delle più preparate in economia fra i  parlamentari Cinquestelle e  che, quasi certamente in caso di vittoria alle prossime elezioni, non si meraviglierebbe se a Lei venisse affidato il dicastero dell'Economia. Anzi lui non disse che non si sarebbe meravigliato se..., Scanzi dava per certo che la Lezzi sarebbe stata la ministra dell'Economia nel gabinetto Di Maio .

 E allora vale la pena conoscere meglio questa donna pugliese appena sopra i quaranta, eletta per la prima volta in Parlamento nel 2013, che, all'improvviso, secondo Scanzi  può dare i numeri ai tanti economisti di professione che ogni giorno vediamo in tv  o scrivono sui giornali e magari insegnano anche tale materia nelle università.

 Barbara Lezzi s'è fatta da sè, studiando, studiando, studiando da quando è arrivata a Roma. Perchè Lei ha un diploma di ' perito aziendale e corrispondente in lingue estere' -  come si legge nel suo curriculum ufficiale - dove si aggiunge che si è diplomata nel 1991 e l'anno successivo è stata assunta in una azienda del settore commerciale come  'impiegata di III livello',  restandovi, si suppone, per vent'anni circa, fino a quando non  è entrata in Parlamento. Dove dati i suoi studi e le sue mansioni lavorative di provenienza viene eletta ' vice presidente della Commissione permanente bilancio e programmazione economica' e 'membro della Commissione permanente delle politiche europee', per il quale incarico ha certamente pesato la sua qualifica di 'corrispondente in lingue estere', appendice al suo diploma principale di 'perito aziendale' che l'ha messa al vertice della Commissione bilancio e programmazione economica.

 Dopo la promozione di Scanzi, la Lezzi ha cominciato a scalpitare, anche per esercitarsi nella professione di economista. E qualche giorno fa, quando l'Istat ha comunicato che c'era stato un aumento del PIL dello 0,4 % nel II trimestre, a causa dell'aumento della produzione industriale e dei servizi secondo il nostro Istituto di Statistica, lei ha prontamente ribattuto che quell'aumento per il quale ingiustificatamente il governo gongolava, non era che il risultato del grande caldo che aveva fatto aumentare i consumi di energia. Ecco come una economista di fatto e di razza, e non solo di nome, si fa apprezzare.
Naturalmente tutti l'hanno sbeffeggiata. Eppure in quella famosa trasmissione, nella quella Scanzi ebbe la rivelazione della nuova economista, lei affermò che sarebbe stata in grado con le sue capacità, una volta al ministero di via XX settembre,  di far alzare il Pil,  tenendo basso il debito, mentre ora chi governa fa alzare il Pil ma non riesce a tenere a bada il debito. Non ci resta che aspettare per vedere la Lezzi all'opera.

martedì 27 giugno 2017

Monica Maggioni. La presidente Rai non sa quello che dice e Mentana la bacchetta e invita a dire cose sensate

Ieri l'ha bacchettata, la Maggioni, in diretta anche Enrico Mentana, durante il telegiornale serale; anche Mentana che   quando affronta  problemi dell'azienda del vicino è solitamente misurato. Cosa aveva detto di tanto grave Monica Maggioni, nella sua veste di Presidente della Rai, da convincere ed indurre Mentana ad intervenire?

L'oggetto del contendere era Fabbio, detto Fazio, ed il suo contratto Rai per i prossimi quattro anni, appena rinnovato, con un compenso vicino a i 12.000.000 di Euro: una paghetta.
 Nelle avventate dichiarazioni della Maggioni, Mentana ravvisava innanzitutto una bugia e cioè l'aver affermato che se non rinnovava  entro il 23 giugno, il contratto di Fabbio, questi era già in parola per passar a La 7. Cairo, ufficialmente, e Mentana pubblicamente, hanno ribadito che con Fabbio non c'era nessun contatto per il suo passaggio a La 7. Smentita ufficiale, ha sottolineato Mentana.

Ma ciò che ha irritato non solo Mentana, che avrebbe potuto anche passarci sopra non riguardandogli affatto la cosa, ma l'intera opinione pubblica, è stata l'affermazione seguente, più grave della bugia, della Maggioni: senza Fabbio per la RAI  sarebbe stato un disastro. Senza la colonna di sostegno di Fabbio la Rai sarebbe crollata.

  E qui perfino Mentana, che ha una grande considerazione di se stesso, meritata,  è stato costretto ad affermare che nessuno di noi è tanto indispensabile e necessario, oltre che insostituibile, da essere considerato la colonna portante di un'azienda come la Rai, che ha 13.000 dipendenti circa, una storia di tutto rilievo, anche prima della Maggioni - si potrebbe dire, a questo punto, nonostante la Maggioni  - ed un bagaglio di professionalità che certamente non si sarebbe azzerato con l'uscita di Fabbio, bravo sì, ma anche furbettino, come ha dimostrato in questo caso con la manfrina del rinnovo del contratto: se non me lo rinnovate alle mie condizioni, ECONOMICHE me ne vado, ho pronte le valigie. Ma per andare dove? E chi oggi avrebbe potuto dargli un compenso pari a quello che gli ha assicurato la Rai, con i soldi dei contribuenti?

 La Maggioni, per dar peso alle sue parole - un peso che certamente non avevano - ha anche aggiunto che Fabbio, andandosene dalla Rai, si sarebbe portato appresso anche la sua trasmissione, titolo compreso, di sua proprietà. Che paura!

Ah Maggioni, Maggioni. Appena chiamata ad esprimersi nel suo ruolo di presidente Rai, sbraca in maniera imbarazzante, al punto da dire che la azienda che Lei presiede, senza un Fabbio qualunque collasserebbe.  E' bastata la sua uscita di ieri per far capire a tutti quanto non sia  il ruolo occupato a mettere all'altezza chi lo occupa, se non ne ha le capacità.  La Maggioni ha dimostrato che non  è capace di fare la presidente Rai, ruolo le è arrivato per  strane congiunture.

E del resto la guerra fatta a Campo Dall'orto, per il canale di notizie da affidare alla Gabanelli,  aveva dato qualche segnale. Vuole mettere bocca proprio Lei che, negli anni in cui, per grazia ricevuta, ha diretto il canale informativo,  nulla ha fatto per far sapere che esisteva, mentre oggi quel canale con la direzione di Di Bella sapiamo tutti che esiste e che vive di una sua vita. Ma forse la Maggioni stava pensando a se stessa, al suo possibile futuro, alla fine del mandato come presidente.

Intanto sappiamo che Lei oggi avrebbe bisogno di un badante che la consigli prima di parlare e che, nel caso arrivi tardi, le tappi letteralmente la bocca, per non farle dire altre...

lunedì 26 giugno 2017

Fabio Fazio ed altri (Giletti) disastri Rai

Alla fine l'ha spuntata Fabbio con Rai 1, e non perché avesse un contratto alternativo, già in tasca, con La 7 di Cairo -  passaggio smentito all'indomani di alcune rivelazioni giornalistiche evidentemente errate. Come altre volte il noto presentatore/ artista - anch'egli non giornalista, come  Vespa che ha con la Rai un contratto da esterno ma come artista -   ha sventolato sotto il naso dei dirigenti Rai la minaccia della sua uscita e i dirigenti, capitani coraggiosi, hanno accolto le richieste del presentatore genovese che adesso dopo il lauto compenso raggiunto non potrà più addurre a giustificazione delle sue giacchettelle cortine da ragazzo, la mancanza di soli. Almeno quelle se le faccia allungare, perchè ora chi crederà più al Fabbio bohémien e controcorrente che anche quelle giacchettele vorrebbero inculcare?

Ma che cosa chiedeva di così importante Fabbio alla Rai per restare? Semplicemente che non toccassero il suo cachet. E che, di conseguenza, non lo considerassero solo un costo, che poi è. E, difatti, il suo cachet non solo non è stato ritoccato ma glielo hanno anche aumentato, perché Fabbio è una ricchezza che non si poteva cedere ad altri e che ora, passando a Rai 1, farà aumentare anche le entrate pubblicitarie  legate al suo programma, che si sdoppierà: oltre la domenica, avrà una coda il lunedì. Intanto sappiamo dell'aumento del suo cachet e degli altri costi della sua trasmissione: complessivamente il doppio del suo cachet.  Dell'aumento delle entrate pubblicitarie  se ne potrà parlare solo in futuro. Tutto questo hanno detto a giustificazione del nuovo contratto al presentatore, il direttore generale e  la presidente Rai.

I dirigenti per dimostrare che cosa può fare Fabbio, e di conseguenza la ragione principale per cui  se lo sono tenuti stretto e gli hanno anche aumentato il compenso, hanno tirato fuori l'ultima puntata della sua trasmissione, nella quale ha ospitato Fiorello, il vero asso della televisione che quella sera ha fatto faville. Fiorello, non Fazio. Tanto valeva convincere Fiorello, facendogli superare la sua  ben nota pigrizia, magari facendogli sentire il profumo dei soldi al quale tutti, Fiorello compreso,  si mostrano sensibili.
 Fabbio , infine, non si tocca , per gli alti ascolti che faceva. intorno ai 3.000.000 di telespettatori. Ora dovrà cambiare anche registro perché il pubblico di Rai 1 non è quello di Rai 3, e si dovrà vedere come reagirà alle sue nuove proposte.

 Ma allora, se uno fa ogni domenica, in una fascia oraria diversa, e su Rai 1, 4.000.000 circa di telespettatori , e  costa 1/5 di quel che costa Fabbio, questi è da cambiare, anzi il suo programma da annullare, come nel caso dell'Arena di Giletti, in difesa del quale è scesa in campo unanime tutta la destra, dai consiglieri Rai ai partiti e altri?

La sua 'Arena' del primo pomeriggio domenicale di Rai 1 non c'è nel palinsesto della prossima stagione, anche se nella passata faceva intorno ai 4.000.000 di telespettatori ogni volta. Era una ampia finestra politica e di costume del lungo pomeriggio domenicale che ora sarà tutto nelle mani di Cristina Gori, in arte Cristina Parodi, nonostante quel suo tragico scivolone dell 'intervista all'imbroglione, presentato come martire ed eroe ( nato donna in un corpo di uomo; meglio: farabutto in un corpo umano, ora indagato!) del quale tutti i giornali hanno scritto chiedendo per Lei e la sua redazione ( la vita in diretta) una ammonizione pubblica,  che non c'è stata; come l'ha avuta, in questa stagione,  la signora Presta, in arte Paola Perego, che ora, dopo un periodo di quarantena, torna vittoriosa in Rai. La Parodi non solo non è mai uscita ma regna sovrana, la signora Gori.

Dell'Arena demagogica e populista e della 'spalla' leccatissima del presentatore,  s'è detto tante volte, ma al pubblico evidentemente quella fossa dei leoni, talvolta con  gli artigli limati, piaceva. Ora Rai 1 l'ha tolta dal palinsesto; ma per quali ragioni, e tutte opposte a quelle per cui ha fatto il nuovo contratto a Fabbio?

Ragioni 'editoriali': la domenica non si vuole turbare l'aria serena e familiare del pubblico di Rai 1. Ma se a 4.000.000 circa quell'aria un pò turbata  piaceva, perché privarli? Scelte editoriali.

Si potrebbero tirare le somme facendo i conti della serva: Fabbio è una  ricchezza della Rai con i suoi 3.000.000 circa di telespettatori e le sue classiche giacchettelle; Giletti col ciuffo, più bellocccio e le giacche a lunghezza normale, con i suoi 4.000.000 circa di telespettatori che cosa è? Troppi spettatori sono ingombranti?
Fabbio  è riuscito a farsi dare da Rai 1, 2.800.000 Euro a stagione, per quattro stagioni consecutive. 12.000.000 di Euro ( oltre una ventina di miliardi di lire, lira più lira meno)  e resta per la Rai una ricchezza - ma non dimentichiamoci anche che è prima di tutto un costo; Giletti con i suoi 500.000 Euro circa di compenso non è una ricchezza che va tutelata quanto Fabbio, che va tutelato più di Giletti, perché lui è più ricco di Giletti.

Si potrebbe aggiungere, per finire, che Fabbio nell'ottenere soldi, anche senza far nulla, è maestro. Si possono dimenticare i quasi venti miliardi di lire, o forse anche più, forse 28 addirittura, che riuscì a farsi dare dai precedenti proprietari dell'attuale La 7,  quando interruppero un contratto ancor prima che il Fabbio cominciasse a lavorarvi. Bravo, no? Ed è forse questa la ragione per cui Cairo ha subito messo le mani avanti: con noi non c'era neanche un 'pour parler'.

venerdì 17 febbraio 2017

Speranza nel PD?

Avete visto ieri  'Otto e mezzo', su 'La 7', ospiti di Lilli Gruber, Speranza, Carofiglio, Mieli?  Che impressione vi ha fatto? Mentre ci pensate, vi diciamo l'impressione che ha fatto a noi. Una brutta impressione; la stessa brutta impressione che oggi ha comunicato ai suoi lettori, indipendentemente  dall'aver visto 'Otto e mezzo', Mario Calabresi, il direttore di Repubblica.

L'impressione di un partito, il PD,  che è anche il partito di Speranza, sull'orlo del baratro, in pericolo di sfasciarsi irrimediabilmente, mentre tutti  i suoi esponenti, maggioranza e minoranza, dicono di voler ascoltare gli elettori disamorati. Quali, quanti, disamorati di cosa e di chi? Tantissimi, secondo Speranza, disamorati di Renzi. E perchè non anche di Speranza, D'Alema, Emiliano, Bersani?
Chiudendo  gli occhi ma non le orecchie ed ascoltando Speranza, che diceva di parlare a nome di questi elettori, tantissimi elettori, sembrava di ascoltare il discorso di Trump all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, quando annunciava di voler cancellare tutte le riforme di Obama. Per Speranza tutte le riforme introdotte dal governo Renzi, che non guida un partito diverso da quello in cui milita Speranza, sono alla base dell'abbandono dei militanti. Insomma il Jobs Act, la 'Buona scuola', e mettiamoci anche i voucher approvati anche da Speranza in Parlamento vanno cancellati, non aggiustati, per taluni errori ( o sviste) conclamati.
 Ma cosa c'entra questo con la situazione tragica nella quale versa ora il partito, dilaniato dai suoi stessi esponenti in lotta fra loro, come hanno fatto già altre volte?
 La verità viene a galla quando Speranza, incalzato dagli altri interlocutori che gli fanno notare come il PD si appresti a fare un congresso, nel quale discutere dei problemi interni al partito, che  non sono in cima ai pensieri dei cittadini, angustiati da ben altro, come la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile, la crescita che non decolla, risponde senza mezzi termini ed anche senza pudore che Renzi deve andarsene. E sarebbe questa la soluzione ai problemi del paese, dell'elettorato di sinistra e del PD.
 Dunque ciò che si vuole e è che Renzi vada via.  Ma se Speranza  e gli altri della minoranza credono di avere più numeri a loro favore di quanti ne abbia  ancora Renzi, dopo la botta del 4 dicembre, si facciano avanti, si candidino e si facciano eleggere alla segreteria e poi, dopo le primarie, al governo del Paese. Il discorso non fa una piega. No, Renzi, vuole Speranza che non  sin ricandidi perché ha la colpa di aver lui portato il partito (e timidamente aggiunge: anche il paese, in realtà fottendosene anche Speranza dei destini del paese) nella attuale tragica situazione.
Mario Calabresi e con lui chissà quanti altri  pensano che il PD, come già in altre occasioni, sa come farsi male da solo e vuole farselo, anche a costo di perdere le elezioni prossime -quando si faranno.

lunedì 12 dicembre 2016

Il destino, o la destinazione futura, di Maria Elena Boschi, la 'pasionaria' del governo Renzi, è il ministrero della famiglia

Si ascolta in tv dire ( 'diretta' de La7) che Maria Elena Boschi  resterà al governo anche nel gabinetto Gentiloni, per la sua 'determinazione' a restare. E Mentana sottolinea che per restare al governo non è sufficiente la determinazione dei singoli ex ministri, occorre che la pensi allo stesso modo Gentiloni,  premier incaricato,il suo suggeritore (Renzi) ed anche il controllore (Mattarella). Ed infine anche il PD che chiede discontinuità al premier incaricato nel momento in cui gli dichaira totale foducia ed appoggio.
 Ma il ministero delle Riforme non c'è più, ed anche se ci fosse stato certamente non poteva restarci la Boschi, la cui riforma è stata bocciata con il referendum.
Si dice allora che andrà a 'lavorare' alla famiglia. Ma non l'ha sempre fatto anche quando contemporaneamente si occupava e spingeva per le riforme?

La lettura delle lista dei ministri che Gentiloni ha appena letto, al Quirinale, non prevede per la Boschi uno spostamento 'dalle riforme' 'alla  famiglia', ma la sua permanenza 'nella famiglia' di Palazzo Chigi, quella del 'giglio' magico, addirittura promossa come sottosegretario,  nel ruolo che nei governi Berlusconi era di Letta, 'il cardinale', dove attenderà come Cio-cio-san nostrana il ritorno del suo Pinkerton toscano (Renzi), tanto diverso da quello pucciniano, perchè  non l'ha mai tradita e abbandonata e mai tradirà ed abbandonerà.

lunedì 3 ottobre 2016

Dal duello Renzi-Zagrebelsky alla identificazione di Elena Ferrante, ricorrendo alla denuncia dei redditi della traduttrice/ autrice

Davvero non riusciamo a capire l' illegalità che si riscontra nella ricerca effettuata da un giornalista del Sole 24 Ore il quale, per venire a capo della identità di Elena Ferrante, la scrittrice di successo che pubblica per la casa editrice e/o, sia andato a rovistare  nelle dichiarazioni dei redditi, su una traduttrice molto nota italiana, sposata allo scrittore Starnone, il cui nome era qualche volta venuto fuori fra i più indiziati.
Il giornalista, armato di santa pazienza, è andato a spulciare le denunce dei redditi della traduttrice, scrittrice in incognito, rilevando che con il suo lavoro di traduttrice non avrebbe potuto  ricevere dal suo editore le somme che compaiono, a partire da certi anni - da quando cioè data il suo successo editoriale - nelle sue dichiarazioni dei redditi. E neppure gli acquisti immobiliari che ne sono seguiti sempre a partire da quegli anni.
A noi il suo nome non ci interessa, perchè Lei è e resterà per noi Elena Ferrante. Come lo è anche per i suoi editori che non hanno nè confermato nè respinto i risultati delle ricerche reddituali del giornalista del Sole 24 Ore. Che hanno la stessa validità di quelli sul DNA, addotti in molti casi come incontrovertibili per l'assoluzione o la condanna di persone implicate in fatti delittuosi. Punto e basta. Inutile lanciarsi contro il giornalista che avrebbe violato la privacy della scrittrice. Per non farsela violare sarebbe bastato che lei non si fosse prestata al gioco dell'anonimato che ha fatto venire la voglia a quel giornalista, ma non a lui soltanto, di venire a capo del rebus.

Questa storia ce ne ha fatto venire in mente un'altra, riguardante la 'figlia' di Nino Rota, per la quale l'identità della donna che la partorì è rimasta, fino ad ora ufficialmente, sconosciuta , ma che secondo noi era una notissima signora dell'ambiente del cinema italiano con la quale Rota ebbe sempre un rapporto di grandissima familiarità, e con la quale l'avrebbe concepita, durante - verosimilmente - un lungo viaggio che i due fecero in Inghilterra.
A questa conclusione ed alla conseguente identificazione della possibile madre della figlia di Nino Rota, giungemmo anni fa, sia in considerazione dello strettissimo legame fra i due genitori, sia anche per il fatto che la 'signora del cinema italiano' si era presa cura, finchè  era stata al mondo, di quella donna, cui non aveva mai fatto mancare nulla (forse per disposizione congiunta e con i soldi messi a disposizione dal musicista) fino a quando, dopo la morte del musicista, il suo nome è venuto alla luce come anche il suo diritto all'eredità.
Il nome della signora lo facemmo a suo tempo, in un articolo dettagliato che ci aveva portato a tale conclusione, e non c'è affatto bisogno che lo ripetiamo anche in questa circostanza. Quella donna se aveva un padre, Nino Rota, doveva aver anche una madre; e se questa non si è fatta mai spontaneamente avanti, che male c'è che qualcuno indaghi per identificarla?

E poi il duello televisivo ( La 7) Renzi-Zagrebelsky, arbitrato da Mentana, del quale abbiamo già scritto in questo nostro blog, concludendo che  non c'è stata vittoria di nessuno e che la sfida è finita pari, con qualche decimale di vantaggio, se vogliamo spaccare in quattro  il capello, per Renzi, che si è sottoposto alla sfida, dando prova di  grande coraggio, con l'incarnazione stessa della dottrina costituzionale, nella persona di Zagrebelsky.  Sulla cui partita persa contro Renzi s'è pronunciato perfino Scalfari, dichiarandosi preventivamente amico del costituzionalista, al quale però ha impartito dal pulpito domenicale di Repubblica, una lezione di storia della democrazia che, ha sottolineato Scalfari, non è mai stata 'diretta', né può esserla, bensì 'rappresentativa', affidata ad una 'oligarchia', illuminata o meno, ma sempre e  comunque invisa al costituzionalista, dalla Grecia ai nostri giorni. Più duro di Scalfari su Zagrebelsky è stato oggi, sul nuovo 'Foglio' del lunedì, l'elefantino.

giovedì 26 maggio 2016

RAI. UnoMattina. Franco Di Mare cita Don Milani: più scuole meno soldati

Alla vigilia del termine del ciclo invernale di 'Uno Mattina' di Rai 1, Franco Di Mare, nella sua rubrica quotidiana 'Sarò Franco', si sofferma a parlare della scuola , della cultura, del teatro. Per diverse ragioni. Accenna ad una determinazione assunta qualche giorno fa , a trent'anni dalla morte di Giovanni Falcone, dal Ministero dell'Istruzione, con la quale si rende più semplice ai carcerati l'accesso alla Scuola ed all'Università , convinti che un libro letto può togliere braccia alla criminalità. Ed ha ragione. A sostegno cita  Don Milani che che nella guerra alla criminalità, al degrado faceva più affidamento sulle scuole che sui soldati. Come dargli torto?

Ma non le scuole di Don Milani, non erano certamente le scuole 'sgarrupate', dove trascorrendo ogni giorno tante ore i ragazzi non imparano ad amare la società di domani; riflettendo che, se oggi la società non pensa a loro, come può pensarci domani, aprendo  per loro speranze per il loro futuro? E neanche gli insegnanti 'sgarrupati' sono utili alla causa.
Sempre, qualunque governo, chiunque si sia insediato  al Ministero di Viale Trastevere, hanno proclamato la scuola  priorità del nostro paese; sena di essa - hanno sottolineato - il paese non può migliorare. Proclami  ripetuti fino alla noia, ma rimasti il più delle volte lettera morta. Anzi a dispetto di quei proclami, ogni tanto si trova anche il modo di dare addosso alla scuola ed agli insegnanti.
L'ultimo esempio, ieri sera, 'La Gabbia'  di Gianluigi Paragone, della La7, che ha toccato l'argomento caldo, avvicinandosi l'estate, delle 'lezioni private' che fruttano - cifre alla mano - 'in nero' agli insegnanti intorno al miliardo di Euro. Sì, è vero, le lezioni private sono una sorta di 'ammortizzatore' per l'insegnante con famiglia che ha, in Italia, stipendi  più bassi di qualunque altro paese europeo vicino a noi ( dalla Spagna alla Francia alla Germania e via proseguendo).

Anche il Governo di Renzi ha detto di voler investire sulla scuola. Vero, ma le scuole  sono tuttora cadenti ed  hanno bisogno di fondi per il restauro - fondi più volte promessi ma di cui non si conosce la destinazione e l'utilizzo finale . E  per gli insegnanti, senza i quali la scuola non può funzionare a dovere, da anni si promette di  migliorare la loro condizione retributiva, ma ogni volta, in Italia, c'è qualche emergenza che  si fotte anche quei fondi, pochi, destinati a loro.  E così un insegnante che ha bisogno di acquistare dei libri, di aggiornarsi  ci pensa due volte avendo una famiglia da sfamare, e comunque si dà una mano, anche ricorrendo alle lezioni private.

Poi Franco Di Mare ha allargato il discorso alla cultura, come antidoto al malaffare, mettendo sotto gli occhi di tutti un altro episodio, ancora in Sicilia, di qualche giorno fa.
 Allo Stabile di Catania, intitolato a Giovanni Verga, si rappresentava Re Lear davanti ad una platea di studenti. Nel mezzo della rappresentazione, davanti a quella folla attonita di ragazzi, un ufficiale giudiziario s'è presentato per sequestrare intanto delle poltrone, onde pagare il cachet ad una attrice che  si era rivolta per ottenere giustizia amministrativa al tribunale. Ci è voluto del tempo prima che l'ufficiale  recedesse dalla sua decisione, rimandando l'esecuzione del mandato ad un altro momento meno inopportuno e stridente con la situazione.
Ecco, rilevava Di Mare, da un lato si portano i ragazzi dalla scuola a teatro, convinti che la cultura  possa renderli liberi, farli crescere, formarli, aiutarli a  socializzare, dall'altro il potere costituito, con l'inopportunità dei suoi atti, agisce in dispregio di ogni  principio che, a parole, si sbraccia a difendere.
 Insomma occorre decidersi. Se la scuola prima, e la cultura in generale poi, fanno migliore questa nostra società, non bastano le parole. E l'esercito non può fare molto. Parola di Don Milani.

martedì 15 ottobre 2013

Rassegna stampa di martedì 15 ottobre. Opera di Roma in Campidoglio, stipendio Epifani, compenso Fazio

Alcuni lavoratori dell'Opera di Roma - una cinquantina, scrivono i giornali - si sono recati ieri  presso l'Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, per domandare 'discontinuità' dalla gestione del periodo Alemanno, una 'grammatica' ( che avranno voluto dire?) diversa nella scrittura dell'Opera, cui il Comune destina ben 21 milioni di Euro l'anno, e che forse non vorrebbe più destinare in egual misura, stante l'attuale bassa produttività del teatro. Nel quale, sotto la gestione Alemanno, sono entrati con contratti non regolarissimi, una cinquantina di nuovi dipendenti, del costo complessivo intorno al milione di Euro.
 Nelle passate settimane il sindaco Marino accennava alla medesima canzone dei lavoratori del teatro: ' discontinuità vò pensando', e nei giorni scorsi anche l'assessore Barca,  ha accennato un egual  motivo ' disconinuità voglio imporre', dichiarando di voler ridurre di qualche milione il finanziamento comunale. E non ci si venga a dire che le nostre passate analisi sul caso 'Opera di Roma' erano sbagliate! Quei dimostranti indirettamente, danno una mano alla Barca che vuole cambiare rotta. Glielo chiedono gli stessi lavoratori- potrebbe essere la sua giustificazione.
Epifani ha detto che l'aumento del suo stipendio del 18% in un anno, a partire dal 2004, quando era segretario della CGIL, era stato deciso dalla segreteria del sindacato e non da lui. Nel sindacato, Segretario e segreteria sono cose ben distinte, e per quanto Epifani non lo avesse voluto quell'aumento, anzi lo avesse espressamente rifiutato,  gli fu imposto, ed egli, obtorto collo, dovette accettarlo e mantenerlo.
 Il compenso di Fazio è divenuto materia di pubblica discussione  da quando l'altro ieri il ministro Brunetta vi ha fatto cenno, a brutto muso, al giornalista, nel corso di 'Che tempo che fa'. Il quale giornalista ha detto di essere grato alla Rai del suo compenso, e che egli produce di ritorno guadagni alla Rai stessa, e che la sua trasmissione rende più di ciò che costa, più precisamente: la sua trasmissione  è completamente pagata dalla pubblicità. Brunetta ha replicato: non completamente. Ora, vien da chiedersi se le cifre circolate siano compatibili con l'attuale situazione economica e con la dilagante povertà. E' facile farsi difensore dei diritti dei poveri, seduto su una poltrona di milioni. La Rai dovrebbe operare a lui ed anche a parecchi altri un taglio deciso e profondo sui compensi. E le star? vadano dove vogliono. I compensi Rai non li avranno da nessuna altra parte, né da Berlusconi né dalla Sette, come esperienza insegna, con l'aria che tira. Ma, a prescindere,  vanno ridotti, anche pe un minimo di decenza.
 L'esempio cui tutti si attaccano di papa Francesco, dovrebbe insegnarlo: si è più credibili ed efficaci quando si predica bene, e si è razzolato, e si continua a razzolare anche dal trono papale, ugualmente bene.