Rai Parlamento è una testata giornalistica che ha una sua struttura: direttore: Nicoletta Manzione; vice Susanna Petruni e redazione. Produce giornalmente un paio di notiziari di qualche minuto ciascuno, per i quali basterebbero i giornalisti delle varie testate. E infatti Gubitosi, nel suo progetto di riassetto dell'informazione Rai l'avrebbe sicuramente accorpata alle redazioni dei TG, e forse la stessa cosa avrebbe fatto Verdelli, se fosse rimasto al suo posto ed il progetto di Campo Dall'Orto fosse andato in porto, prima della sua partenza da Viale Mazzini. Ma un simile progetto poteva avere qualche chance di riuscita, nei mesi precedenti le varie tornate elettorali che culmineranno, in primavera, con le politiche? Accorpare, inoltre, avrebbe significato cassare dall'organigramma Rai un bel gruppetto di direttori e vice direttori che sono incarichi che servono a promuovere - per meriti o senza demeriti - o per mettere a 'bagno maria' questo o quello in attesa di successive decisioni o spostamenti. Rai Parlamento e la sua struttura servono esattamente a questi scopi: promuovere chicchessia, senza merito o demerito, o tenerlo 'in ammollo'.
Al vertice, con i 'galloni' da direttrice è stata inviata Nicoletta Manzione ( dal Tg 1) sulla quale anche in rete si leggono alcune perplessità sulla nomina, prima fra tutte quella che l' attribuisce al ben noto 'giglio magico' renziano. Perchè Nicoletta è cugina, di secondo grado, di Antonella, capo dei vigili urbani di Firenze, messa a capo del dipartimento degli affari giuridici di Palazzo Chigi; e Antonella, a sua volta, è la sorella minore del sottosegretario agli Interni, Domenico. Speriamo che i fratelli Manzione siano solo due, altrimenti, scavando scavando, avremo altre sorprese. L'ultimo 'caso Manzione' si è avuto quando l'ex capo dei vigili di Firenze, Antonella, da Palazzo Chigi, è stata nominata al Consiglio di Stato, fra mille polemiche (competenza? età? ). Dunque a comandare a Rai Parlamento c'è una renziana 'di famiglia'.
Immediatamente sotto di lei, nel ruolo di vice direttore, una 'berlusconiana' di ferro, come Susanna Petruni. Sulla quale, a causa di una collanina con farfalla, con la quale si era presentata in video a leggere le notizie del TG 1, e che si appurò esserle stata donata dell'allora premier Berlusconi, si ebbe a suo tempo molto da ridire, giustamente. Lei proviene dalla vice direzione del Tg1 ( e non è proprio una promozione la sua!); ed è stata candidata addirittura alla direzione del Tg1, ai tempi di Berlusconi premier. Di recente, sotto la gestione Orfeo, per 'renzizzzare' il Tg1, in prospettiva elezioni politiche di primavera, è stata fatta sloggiare, e allocata a Rai Parlamento.
Come si vede, a Rai Parlamento, speschio del paese, si sta sperimentando il dopo elezioni, quando, se saranno resi innocui i grillini, Berlusconi e Renzi - come i sondaggi lasciano ora presagire, oppure Renzi e Berlusconi, qualora il vento dovesse cambiare, potrebbero allearsi per governare.
Intanto la prova generale di coabitazione a stretto contatto, a Rai Parlamento, di una renziana e di una berlusconiana sembra reggere
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domenica 19 novembre 2017
sabato 28 maggio 2016
Precisazione a proposito dell'assunzione, con contratto triennale, del pensionato Renato Bossa all'Ufficio stampa dell'Opera di Roma
Ci ha fatto notare un nostro amico addentro alla normativa del lavoro, che la Rai - dove Verdelli non ha potuto assumere il pensionato Merlo, come suo vice - è una società molto diversa, sotto il profilo giuridico, dal Teatro dell'Opera. La Rai, infatti, è una spa, di proprietà al 98%, del Tesoro, dunque un ente pubblico; mentre l'Opera di Roma, è una fondazione di diritto privato, anche se finanziata per la maggior parte dallo Stato.
E dunque ciò che non si può fare in Rai, perché si contravverrebbe alla Legge Madia, si può fare all'Opera, assumendo un pensionato come responsabile dell'Ufficio Stampa. Di conseguenza nessuna irregolarità, sotto il profilo giuridico normativo.
Resta però il fatto della inopportunità - e le ragioni non c'è bisogno che le elenchiamo - che per riempire la casella dell'Ufficio stampa, il sovrintendente Fuortes, che si riempie sempre la bocca della parola 'giovani' ed anche il teatro riempie, dove possibile, di figure apicali 'giovani', ricorra ad uno che di anni ne ha già sessantasette (67), come Renato Bossa. O no?
Ma al nostro amico che ci ha fatto notare quanto abbiamo appena detto, vogliamo sottoporre una questione che fa al nostro caso. E cioè la nomina di Paola Baratta, anzi la sua riconferma - inclusa nell'ultima legge finanziaria (decreto cosiddetto 'milleproroghe' che autorizza cose che normalmente non sarebbero consentite) - alla presidenza della Biennale di Venezia.
Nel sito della istituzione veneziana si legge che il Presidente Baratta, pensionato e settantaseienne (76), che presiederà la Biennale per il prossimo quinquennio, presta la sua opera GRATUITAMENTE.
Sì, è vero, c'è differenza fra Baratta che viene nominato dal Governo e Bossa che, invece, lo ha nominato Fuortes. Ma la Biennale sotto il profilo giuridico non è più simile all'Opera di Roma che alla Rai? Ed allora perché Baratta lavora gratis? E'stato costretto a farlo dalla legislazione vigente in materia di lavoro, altrimenti non avrebbe potuto essere riconfermato, o l'ha fatto 'sua sponte', tanto di soldi ne ha abbastanza, pur di restare al vertice della nota istituzione veneziana, che nel suo statuto dice espressamente:
Biennale di venezia. St
E dunque ciò che non si può fare in Rai, perché si contravverrebbe alla Legge Madia, si può fare all'Opera, assumendo un pensionato come responsabile dell'Ufficio Stampa. Di conseguenza nessuna irregolarità, sotto il profilo giuridico normativo.
Resta però il fatto della inopportunità - e le ragioni non c'è bisogno che le elenchiamo - che per riempire la casella dell'Ufficio stampa, il sovrintendente Fuortes, che si riempie sempre la bocca della parola 'giovani' ed anche il teatro riempie, dove possibile, di figure apicali 'giovani', ricorra ad uno che di anni ne ha già sessantasette (67), come Renato Bossa. O no?
Ma al nostro amico che ci ha fatto notare quanto abbiamo appena detto, vogliamo sottoporre una questione che fa al nostro caso. E cioè la nomina di Paola Baratta, anzi la sua riconferma - inclusa nell'ultima legge finanziaria (decreto cosiddetto 'milleproroghe' che autorizza cose che normalmente non sarebbero consentite) - alla presidenza della Biennale di Venezia.
Nel sito della istituzione veneziana si legge che il Presidente Baratta, pensionato e settantaseienne (76), che presiederà la Biennale per il prossimo quinquennio, presta la sua opera GRATUITAMENTE.
Sì, è vero, c'è differenza fra Baratta che viene nominato dal Governo e Bossa che, invece, lo ha nominato Fuortes. Ma la Biennale sotto il profilo giuridico non è più simile all'Opera di Roma che alla Rai? Ed allora perché Baratta lavora gratis? E'stato costretto a farlo dalla legislazione vigente in materia di lavoro, altrimenti non avrebbe potuto essere riconfermato, o l'ha fatto 'sua sponte', tanto di soldi ne ha abbastanza, pur di restare al vertice della nota istituzione veneziana, che nel suo statuto dice espressamente:
Biennale di venezia. St
Art. 2 (Personalità giuridica). - 1. La "Fondazione La Biennale di Venezia", di seguito denominata "Fondazione", alla quale si riconosce preminente interesse nazionale, ha personalità giuridica di diritto privato ed e' disciplinata, per quanto non espressamente previsto dal presente decreto, dal codice civile e dalle disposizioni di attuazione del codice medesimo".
E allora come la mettiamo? Dove sta la differenza con l'Opera di Roma?
Perchè in due fondazioni di diritto privato, due comportamenti diversi? In una il presidente, pensionato, per restare presidente lavora gratis, nell'altra il capo ufficio stampa, pensionato anch'egli, viene assunto con contratto triennale, retribuito. Tutto normale?
venerdì 27 maggio 2016
A Fuortes, con il pensionato Renato Bossa all'Ufficio stampa dell'Opera di Roma, è riuscito ciò che a Verdelli, in Rai, con il pensionato Francesco Merlo, è stato impossibile
Francesco Merlo, notissimo editorialista di Repubblica, non ha potuto essere ingaggiato dalla Rai, come strenuamente voleva Verdelli, nel ruolo di suo vice alla direzione dell'informazione, perchè pensionato (Francesco Merlo è nato nel 1951). Il CdA della Rai non ha voluto sentire ragione, ed il direttore del personale sì è dovuto arrendere di fronte a tale compatta opposizione. Merlo è pensionato dunque non può esser assunto in Rai per un nuovo incarico, altrimenti chi la sente il ministro Madia?
La legge è legge e non prevede eccezioni.
Salvo il caso in cui un sovrintendente di teatro, come Carlo Fuortes, supersovrintendente, supercommissario e supereconomista della cultura, non abbia bisogno di un giornalista per sostituire il direttore dell'Ufficio stampa del teatro, Filippo Arriva (classe 1951) andato in pensione, a 65 anni, o ritiratosi volontariamente.
Fuortes c'è riuscito. A sostituire il pensionato Filippo Arriva, ha chiamato un altro pensionato: Renato Bossa (classe 1949), dunque sessantasettenne, con un contratto triennale (2016-2018) che lo porterà fino alla soglia dei settant'anni. Bossa è già in pensione dall'insegnamento presso l' Accademia nazionale di danza di Roma, ed è ex collaboratore di Repubblica, a Napoli, dove contemporaneamente dirigeva un' associazione musicale.
Ma ora un altro problema si pone. Reggerà la fatica Renato Bossa? Gli auguriamo di sì, anche se lo vediamo affannato in queste convulse giornate in cui s'è dovuto districare fra fotoreporter e bellissime del cinema. L'avesse chiesto a noi, prima di accettare il nuovo incarico, gli avremmo consigliato di rifiutare. Gli anni si sentono, altrimenti perché si direbbe, a proposito della pensione, che è 'meritarsi il giusto riposo'?
La legge è legge e non prevede eccezioni.
Salvo il caso in cui un sovrintendente di teatro, come Carlo Fuortes, supersovrintendente, supercommissario e supereconomista della cultura, non abbia bisogno di un giornalista per sostituire il direttore dell'Ufficio stampa del teatro, Filippo Arriva (classe 1951) andato in pensione, a 65 anni, o ritiratosi volontariamente.
Fuortes c'è riuscito. A sostituire il pensionato Filippo Arriva, ha chiamato un altro pensionato: Renato Bossa (classe 1949), dunque sessantasettenne, con un contratto triennale (2016-2018) che lo porterà fino alla soglia dei settant'anni. Bossa è già in pensione dall'insegnamento presso l' Accademia nazionale di danza di Roma, ed è ex collaboratore di Repubblica, a Napoli, dove contemporaneamente dirigeva un' associazione musicale.
Ma ora un altro problema si pone. Reggerà la fatica Renato Bossa? Gli auguriamo di sì, anche se lo vediamo affannato in queste convulse giornate in cui s'è dovuto districare fra fotoreporter e bellissime del cinema. L'avesse chiesto a noi, prima di accettare il nuovo incarico, gli avremmo consigliato di rifiutare. Gli anni si sentono, altrimenti perché si direbbe, a proposito della pensione, che è 'meritarsi il giusto riposo'?
sabato 30 aprile 2016
Obbligatorio passare da La Repubblica quotidiano per il lasciapassare per la RAI?
Un tempo assai lontano, lontanissimo - agli albori del Cristianesimo, nelle terre dove muoveva i primi passi, alla morte di Cristo, la nuova religione ci si domandava se fosse necessario per tutti indistintamente, per giungere al Cristianesimo passare per l'ebraismo. Se, cioè, la religione ebraica sul cui tronco si era innestato il Cristianesimo, dovesse essere l'unica strada per giungervi, o se non bastasse, quale che fosse la provenienza, aderire alla predicazione di Cristo.
Al momento non ricordiamo con esattezza, quale fosse la risposta degli apostoli ai primi cristiani interroganti, anche se la immagininamo; ma la risposta a quella importante domandala la sa sicuramente molto bene Corrado Augias che alle vicende del Cristianesimo ed alla vita di Gesù sta dedicando molte ore della sua esistenza professionale di giornalista e scrittore (anche di credente?). Ci si rivolga a lui, perciò, sfruttando la sua 'posta dei lettori' del quotidiano La Repubblica.
Già 'La repubblica' che spunta come 'il diavolo' nel nostro discorso, emergendo dalle onde dell'acqua santa, costringendoci a mischiare irriverentemente sacro e profano.
RAI Tre, e non solo quella rete, anche se lo fa più di ogni altro anfratto radiotelevisivo, arruola dal quotidiano romano 'La Repubblica' molti suoi soldati: Verdelli, Merlo, Romagnoli Giannini, De Gregorio (la quale a sua volta chiama in servizio 'di rinforzo' collaboratori di Repubblica, come ha fatto questa settimana con un economista) senza dimenticare anche e prima di ogni altro Augias che RAI Tre ha costretto a lavorare, suo malgrado, ben oltre l'età canonica ed i numerosi dinieghi - ma forse solo di facciata - del celebre giornalista.
Molti si lamentano di tale privilegiata considerazione del quotidiano romano e del suo personale nei piani alti e nelle redazioni di Viale Mazzini; e nei salotti dove è consentito dire le cose come stanno, senza pudore e rispetto per nessuno, si tentano anche spiegazioni.
Ora se ne lamentano anche quelli di Repubblica, perchè temono che con le recenti acquisizioni editoriali questa primogenitura sia da spartire anche con quelli della Stampa di Torino e del Secolo passato di Genova.
E lo temono anche perchè, in una occasione recentissima, si è superata la misura; e citano il caso di Verdelli chiamato da Campo Dall'Orto a dirigere ed a mettere ordine nell' informazione in RAI, e che chiama a sua volta - perchè non ce la fa da solo? - Francesco Merlo, pensionato, sulla cui assunzione in RAI si nutrono anche dubbi giuridici.
Insomma critiche da ogni parte alla 'RAI di Repubblica'. Nessuno però che si chieda, alla luce del sole, se la ragione non vada cercata nella bravura, al più alto grado, di tutti i giornalisti militanti nel quotidiano di De Benedetti, per non dire del marchio di fabbrica indelebile che portano inciso a fuoco sulle carni.
Al momento non ricordiamo con esattezza, quale fosse la risposta degli apostoli ai primi cristiani interroganti, anche se la immagininamo; ma la risposta a quella importante domandala la sa sicuramente molto bene Corrado Augias che alle vicende del Cristianesimo ed alla vita di Gesù sta dedicando molte ore della sua esistenza professionale di giornalista e scrittore (anche di credente?). Ci si rivolga a lui, perciò, sfruttando la sua 'posta dei lettori' del quotidiano La Repubblica.
Già 'La repubblica' che spunta come 'il diavolo' nel nostro discorso, emergendo dalle onde dell'acqua santa, costringendoci a mischiare irriverentemente sacro e profano.
RAI Tre, e non solo quella rete, anche se lo fa più di ogni altro anfratto radiotelevisivo, arruola dal quotidiano romano 'La Repubblica' molti suoi soldati: Verdelli, Merlo, Romagnoli Giannini, De Gregorio (la quale a sua volta chiama in servizio 'di rinforzo' collaboratori di Repubblica, come ha fatto questa settimana con un economista) senza dimenticare anche e prima di ogni altro Augias che RAI Tre ha costretto a lavorare, suo malgrado, ben oltre l'età canonica ed i numerosi dinieghi - ma forse solo di facciata - del celebre giornalista.
Molti si lamentano di tale privilegiata considerazione del quotidiano romano e del suo personale nei piani alti e nelle redazioni di Viale Mazzini; e nei salotti dove è consentito dire le cose come stanno, senza pudore e rispetto per nessuno, si tentano anche spiegazioni.
Ora se ne lamentano anche quelli di Repubblica, perchè temono che con le recenti acquisizioni editoriali questa primogenitura sia da spartire anche con quelli della Stampa di Torino e del Secolo passato di Genova.
E lo temono anche perchè, in una occasione recentissima, si è superata la misura; e citano il caso di Verdelli chiamato da Campo Dall'Orto a dirigere ed a mettere ordine nell' informazione in RAI, e che chiama a sua volta - perchè non ce la fa da solo? - Francesco Merlo, pensionato, sulla cui assunzione in RAI si nutrono anche dubbi giuridici.
Insomma critiche da ogni parte alla 'RAI di Repubblica'. Nessuno però che si chieda, alla luce del sole, se la ragione non vada cercata nella bravura, al più alto grado, di tutti i giornalisti militanti nel quotidiano di De Benedetti, per non dire del marchio di fabbrica indelebile che portano inciso a fuoco sulle carni.
venerdì 4 dicembre 2015
Scalfari e Mieli nel salotto tv di Lilli la rossa, per parlare dell'uscita di Ezio Mauro e dell'arrivo di Mario Calabresi a Repubblica.
L'altra sera Eugenio Scalfari, nel salotto della Gruber, è venuto a darci una spiegazione che nessuno gli ha chiesto sulle notizie, rivelatesi in parte superate, di una sua uscita da Repubblica, per lo 'sgarbo' che De Benedetti, suo attuale padrone (editore) gli avrebbe fatto, non consultandolo sull'imminente cambio di vertice nel giornale che lui ha fondato 40 anni fa e di cui per un ventennio, il primo, è stato direttore, amministratore, proprietario e molto altro ancora.
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
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