Adesso non ricordiamo bene quanti nemici abbiano avuti altri pontefici che si sono segnalati per le aperture, soprattutto morali, verso l'uomo. A cominciare da Papa Giovanni XXIII che con il Concilio Vaticano II sparigliò gruppi di credenti e teologi. I documenti del Concilio, ancora oggi in parte inosservati, crearono vero scompiglio.
Ci colpì allora una frase che risuonò nelle navate di San Pietro durante una seduta plenaria dei padri conciliari: temo una chiesa che ha un solo teologo - e il riferimento era a San Tommaso d'Aquino, teologo e filosofo sommo. Al cui ascolto, qualcuno, un eminente teologo cattolico, aggiunse: Lutero, se fosse oggi qui, gioirebbe.
Negli anni successivi anche Giovanni Paolo II ebbe molti nemici, ma nessuno come Papa Francesco che di nemici, armati fino ai denti, ne ha un esercito. Nel quale militano, oltre alle gerarchie che più d'una volta si sono fatte sentire, anche laici che nessun titolo avrebbero per unire la loro voce al coro, nel quale si sono impegnate a cantare, non per 'inimicizia verso Francesco', ma per 'amore verso la Chiesa' che, secondo loro, stanno difendendo dalla deriva che Papa Francesco le sta facendo prendere. Fra essi un ex banchiere vaticano ( Gotti Tedeschi) - che non si comprende a quale titolo parli di questioni di natura morale - ed anche qualche seguace di un celebre incallito tradizionalista come mons. Lefebvre. I loro appunti riguardano soprattutto questioni di carattere morale affrontate d Francesco, dalle prese di posizione sui divorziati alla sua caritatevole mano tesa verso, ad esempio agli omosessuali: ' chi sono io per giudicare...' disse ai giornalisti nel corso di un viaggio.
Sarebbe interessante che l'esercito dei suoi oppositori, nelle cui file si sono arruolati volontariamente anche alcuni giornalisti famosi (Ferrara, Socci ) ci facesse sapere cosa pensa della omosessualità nella Chiesa che, come si sa, è diffusissima. Di questo non parlano, e per fortuna stanno zitti anche su un altro problema che tocca purtroppo da vicino il clero ed anche la gerarchia, la pedofilia, contro la quale Francesco sta conducendo una guerra dura. Come risulta anche dalle molte conversazioni che , da quando è Roma, Francesco ha intrapreso con un altro noto giornalista, Scalfari, laico, ma divenuto addirittura suo amico ed anche confidente.
E ci dicessero anche perchè verso alcuni pontefici siano stati tanto indulgenti, guarda caso quelli apprezzati soprattutto per la difesa, a qualunque costo, della dottrina (da Benedetto XVI a Paolo VI) - che anche Papa Francesco conduce - e con poca apertura verso il mondo, e verso l'uomo per il quale la dottrina è stata confezionata. Se non ci si mette nella prospettiva che vuole l'uomo e la sua salvezza al centro, la dottrina perde peso e significato.
In questa disputa si scontrano due diverse concezioni del ruolo del Papa di Roma: intransigente conservatore e difensore delle regole anche teologiche; o pastore misericordioso e caritatevole degli uomini affidati alle sue cure.
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mercoledì 27 settembre 2017
domenica 5 marzo 2017
Papa Francesco, perché non dice una parola chiara anche sulla musica nella liturgia?
A 50 anni dalla
dichiarazione del Vaticano II, sulla musica sacra e liturgica,
Musicam Sacram, PAPA BERGOGLIO interviene sull'argomento.
Si è svolto a Roma, nei
giorni scorsi, un convegno, organizzato dal card. Ravasi,
cinquant'anni dopo la dichiarazione del Vaticano II, Musicam Sacram,
che diede l'avvio alla riforma liturgica, musica compresa, ed insieme
ad una vera e propria 'anarchia', da parte del clero e dei fedeli, in
nome di una maggiore comprensione e partecipazione dei fedeli al
rito.
Chi cinquant'anni fa seguì
quelle vicende, sa bene quali strappi si ebbero all'interno della
commissione voluta dal pontefice per 'riordinare' la liturgia e
preparare il documento finale avallato dai padri conciliari. Bugnini, vescovo e poi nunzio in Iran dove finì in
circostanze misteriose, massone a detta di tutti, che la presiedeva, fu il vero
padre della cosiddetta riforma liturgica conciliare; della
Commissione faceva parte anche una nostra conoscenza, P. Jean Claire
di Solesmes, gregorianista di fama mondiale e nostro carissimo amico.
In quei mesi, a seguito della varie sessioni plenarie, della
commissione, p. Claire – che ci inviò una foto della commissione
per indicarci quale volto avesse quel 'diavolo' con la tonaca' ,
Bugnini appunto, non mancò più volte di lamentarsi della sua opera
di distruzione, rivolta anche al canto gregoriano. A mala pena, forse per miracolo, da
quella commissione uscì un prezioso libro di gregoriano il 'Kyriale
simplex', accreditato dalla riforma liturgica 'di Bugnini' in nome
della sua 'semplicità' che, per fortuna, recuperò una bella fetta del
repertorio gregoriano più antico, riservato soprattutto
all'assemblea dei fedeli.
Per il resto, lingue
nazionali, nella celebrazione della messa, e canti ' come piace'.
Cioè di ogni genere, il più delle volte brutti, con testi
inappropriati, quando non banali traduzioni dall'originale latino malamente applicato, a melodie sillabiche gregoriane. Un bel pasticcio. Ci fu chi reagì ignorando
la riforma conciliare anche negli aspetti che, teologicamente,
avevano qualche fondamento. Il risultato complessivo fu una 'babele'
di lingue e di musiche, queste ultime accompagnate da qualunque
strumento venisse in mente a chiunque di far entrare nella liturgia. Due soli esempi: la Messa 'beat', o la Misa 'criolla', fra i più originali.
Molti, giustamente si
chiesero dove fosse finito il grande patrimonio liturgico della
Chiesa cattolica, e quello musicale in particolare, che nei primi
tempi venne addirittura bandito. Miglior sorte toccò alle
testimonianza pittoriche del passato, forse per la difficoltà di
staccarle dai muri o perchè non si aveva nient'altro con cui
sostituirle o coprirle. Ma forse nel caso dell'arte visiva esisteva
una sensibilità laica, mutuata dalla chiesa, che non avrebbe
permesso uno scempio simile a quello perpetrato nei confronti della
musica.
Con il passare degli anni
le cose non sono migliorate. Si è notata solo una contrapposizione
fra liturgia con ogni sorta di abusi e liturgia all'antica. Ambedue
tollerate dalla chiesa ufficiale e dai papi, i quali – stando agli
ultimi - non è che avessero una sensibilità spiccata nei confronti
della musica.
Penderecki, che conosceva molto bene l'allora
arcivescovo di Cracovia divenuto poi Giovanni Paolo II, ci confidava
che le predilezioni in fatto di musica del futuro papa non andavano
oltre i cori e canti di montagna. Alcune sue decisioni ( nel caso di
padre Baroffio o di Mons Bartolucci) l'hanno poi confermato.
Diverso sarebbe il
discorso su Benedetto XVI, qualora la sua passione per la musica,
compagna di vita assieme alla preghiera ed alla riflessione
teologica, non si fosse fermata a semplici dichiarazioni di
principio sulla bellezza e sull'arte, incarnazioni della
Verità, Dio.
Papa Bergoglio,
certamente angosciato da ben altri pensieri, specie in questi ultimi
anni, aveva cominciato il pontificato con una mossa sbagliata, quando
si rifiutò di partecipare, nell'Aula PaoloVI, al concerto
dell'Orchestra sinfonica della Rai che eseguiva la Sinfonia n. 9
di Beethoven. Non si trattava certamente di celebrazione liturgica ma
la diceva lunga sugli effettivi interessi del Papa nei confronti
della musica, da tutti misurati pari a zero.
Lui si fece giustificare
con la visita ad un prelato ammalato in ospedale, ma poi spiegò, con
più verità, che lui dei concerti non voleva saperne, perché lui
non era un principe, come quelli per i quali i compositori nella
storia avevano scritto grandi capolavori. Insomma lui non aveva tempo
per simili 'passatempi', mentre lo avrebbe trovato, il tempo
necessario - oltre un'ora - per incontrare squadre di calciatori ed
altre cose.
Ora, a chiusura del
convegno romano, al quale hanno partecipato anche due compositori
dalla carriera illustre, assolutamente estranei e forse anche
disinteressati all'argomento, come Giorgio Battistelli ( che aveva
già partecipato ad un convegno di tema analogo, organizzato dalla
Sagra Musicale Umbra, a Perugia, qualche anno fa, e presieduto dal
card. Ravasi) e Michele Dall'Ongaro, sovrintendente di S. Cecilia,
semplicemente per i loro attuali incarichi, ricevendo i convegnisti
è tornato sull'argomento.
Il Papa che ha detto,
questo ci interessa. Le sue dichiarazioni assomigliano a quel che
fanno i portatori di statue durante le processioni in alcune parti
del nostro paese: si muovono facendo due passi avanti ed uno
indietro, restando quasi sempre allo stesso punto o muovendosi come
una tartaruga azzoppata. Per dirla con espressione più banale: una
botta al cerchio ed uno alla botte, per lasciare le cose come stanno.
Papa Bergoglio invita
tutti alla moderazione, a non uscire dal seminato, evitando “
mediocrità, superficialità e banalità, ' a scapito della
bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche'; consiglia
al clero di prepararsi anche musicalmente, onde guidare le scelte
delle loro celebrazioni liturgiche, ' puntando anche sulla
formazione estetica e musicale sia del clero e dei religiosi sia dei
laici impegnati nella vita pastorale', avendo di mira anche '
l'incontro con la modernità', perché ' l'introduzione delle
lingue parlate nella liturgia ha sollecitato tanti problemi di
linguaggi, di forme e di generi musicali', però poi subito dopo
aggiunge che occorre ' salvaguardare e valorizzare il ricco e
multiforme patrimonio ereditato dal passato, utilizzandolo con
equilibrio nel presente, ed evitando il rischio di una visione
nostalgica o archeologica'. Punto e a capo. Due passi avanti ed
uno indietro, per lasciare tutto come prima, fermandosi ai discorsi
ed alle dichiarazioni di principio.
Ah, se papa Francesco
mostrasse anche in questo campo, marginale ma non tanto nella sua
pastorale, un briciolo di quella determinazione che mette
continuamente in molti altri campi della sua difficile azione a capo
della Chiesa!
venerdì 9 dicembre 2016
Cappella musicale Sistina: un coro stonato e decaduto
Uscendo dal suo naturale campo di intervento giornalistico, che è quello più strettamente teologico e ecclesiale, don Filippo Di Giacomo, viene a parlarci - dalle pagine del 'Venerdì' di 'Repubblica' , nella sua rubrica ' Cronache celesti' - della Cappella musicale 'papale', detta Sistina, ora diretta da mons. Massimo Palombella, il cui mandato dopo il primo quinquennio, è stato appena rinnovato per un secondo. Contestato.
Il titolo, che non lascia dubbi: ' Una nomina stonata per il coro del Vaticano (già stonato di suo)', fa capire chiaramente dove Di Giacomo intende andare a parare. Accusare cioè il Vaticano del perpetuarsi, con il rinnovo della nomina di Palombella, del potere di Bertone che lo aveva voluto, sotto il precedente pontificato a capo della Sistina, dopo mons Giuseppe Liberto ( provenienza Monreale) nominato da Giovanni Paolo II, dopo aver ascoltato il suo coro durante una sua visita al celebre Duomo siciliano; ma anche della scarsa qualità musicale corale della Sistina, come scrivono i critici musicali inglesi.
Ma che Giovanni Paolo II fosse a digiuno di musica e che i suoi gusti, in fatto di musica, fossero rozzi - nonostante la sua successiva acclarata santità - era cosa ben nota. Anche un suo conoscente, il compositore Penderecki, raccontò proprio a noi che il Papa, che aveva conosciuto bene quando era arcivescovo di Cracovia, in fatto di musica, sia per conoscenza sia per gusto, non andava oltre le 'canzoni di montagna'. E perciò che potesse colpirlo - ma non sappiamo con quale repertorio - il coro di Monreale diretto da Liberto non ci meraviglia. Lui della polifonia rinascimentale e del repertorio della Sistina non aveva nessuna conoscenza; e verso la stessa neanche un briciolo di interesse, ad ascoltarla e preservarla. La nomina di Liberto era arrivata dopo aver fatto dimettere un noto gregorianista, il benedettino Baroffio, dalla direzione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, e pure mons. Bartolucci dalla Sistina, per attuare la volgarizzazione, in fatto di lingua ma anche di gusto, del repertorio musicale liturgico.
Va da sè che un papa non deve necessariamente avere gusti musicali 'papali' - diciamo così, nè può interessarsi alle nomine dei direttori della sua Cappella musicale. Ha altro da pensare, e perciò delega i suoi fedelissimi ad occuparsi delle faccende musicali. Come ha fatto anche Benedetto XVI, che certamente aveva ed ha una qualche conoscenza musicale, ma che - anche lui - ha lasciato nelle mani del card. Bertone, il grande manovratore!, la nomina di un suo fedelissimo alla carica di direttore della Cappella Sistina, mons, Palombella appunto, salesiano come lui, diplomato in composizione e con una pratica corale alla direzione di un coro da lui inventato, il Coro interuniversitario. Forse poco per preservare e tramandare la grande tradizione della Sistina, che forse già mons. Liberto aveva scalfito.
Tant'è che Di Giacomo si accanisce anche sulla riconferma di Palombella che definisce 'stonata' a capo di un coro 'stonato di suo'. Un attacco frontale al valore musicale della Sistina non si vedeva dai tempi di Bartolucci ( risarcito successivamente, per la sua destituzione, con la berretta cardinalizia da Benedetto XVI ). Perchè anche Bartolucci non era tanto apprezzato ai suoi tempi. Ma non fino al punto che il suo coro venisse bollato come 'stonato'- che è ciò che negli ultimi tempi hanno scritto i critici musicali inglesi,
avvezzi ad una pratica polifonica di lunga tradizione.
A Bartolucci veniva rimproverato che soprattutto le voci adulte della Sistina cantassero come 'scaricatori di porto o venditori ambulanti'- un'accusa gravissima. Che noi stessi raccogliemmo da fonte autorevole : dom Jean Claire di Solesmes ( uno dei più grandi gregorianisti del nostro tempo) che così la pensava e ci confidava nel corso di un memorabile corso preso l'Abbazia benedettina di Noci, al principio degli anni Sessanta. Aggiungendo che tale giudizio negativo era condiviso da molti esponenti del mondo musicale. La polifonia non andava cantata come Bartolucci voleva, ma Bartolucci certamente non dirigeva un coro di stonati - come ora accusano i critici inglesi. Proprio all'indomani dell'uscita di un CD della Sistina, che si elogia, anche perchè registrato proprio nella storica cappella.
Dunque adesso il giudizio è squisitamente musicale, poco importa del rapporto con la liturgia del repertorio della Cappella papale. Sul quale Di Giacomo, invece, dà il colpo di grazia, accennando al rullo di tamburo ed agli ottoni, che si sono ascoltati nel corso della chiusura della Porta santa, al posto dell'organo e delle voci sistine. Ma Di Giacomo sa bene che questo è uno degli indici del degrado generale che non risparmia neanche la chiesa e la sua liturgia.
Occorre farsene una ragione? Certamente no. E spingere il Papa, al prossimo giro di nomine, a rivolgersi ad un professionista serio per la sua cappella musicale, come sembra, invece esserlo, il direttore delle voci bianche, che si formano nella scuola omonima della Sistina, il brasiliano Marcos Isola Pavan con solida esperienza e competenza corale. Certamente superiore a quella di Palombella.
Il titolo, che non lascia dubbi: ' Una nomina stonata per il coro del Vaticano (già stonato di suo)', fa capire chiaramente dove Di Giacomo intende andare a parare. Accusare cioè il Vaticano del perpetuarsi, con il rinnovo della nomina di Palombella, del potere di Bertone che lo aveva voluto, sotto il precedente pontificato a capo della Sistina, dopo mons Giuseppe Liberto ( provenienza Monreale) nominato da Giovanni Paolo II, dopo aver ascoltato il suo coro durante una sua visita al celebre Duomo siciliano; ma anche della scarsa qualità musicale corale della Sistina, come scrivono i critici musicali inglesi.
Ma che Giovanni Paolo II fosse a digiuno di musica e che i suoi gusti, in fatto di musica, fossero rozzi - nonostante la sua successiva acclarata santità - era cosa ben nota. Anche un suo conoscente, il compositore Penderecki, raccontò proprio a noi che il Papa, che aveva conosciuto bene quando era arcivescovo di Cracovia, in fatto di musica, sia per conoscenza sia per gusto, non andava oltre le 'canzoni di montagna'. E perciò che potesse colpirlo - ma non sappiamo con quale repertorio - il coro di Monreale diretto da Liberto non ci meraviglia. Lui della polifonia rinascimentale e del repertorio della Sistina non aveva nessuna conoscenza; e verso la stessa neanche un briciolo di interesse, ad ascoltarla e preservarla. La nomina di Liberto era arrivata dopo aver fatto dimettere un noto gregorianista, il benedettino Baroffio, dalla direzione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, e pure mons. Bartolucci dalla Sistina, per attuare la volgarizzazione, in fatto di lingua ma anche di gusto, del repertorio musicale liturgico.
Va da sè che un papa non deve necessariamente avere gusti musicali 'papali' - diciamo così, nè può interessarsi alle nomine dei direttori della sua Cappella musicale. Ha altro da pensare, e perciò delega i suoi fedelissimi ad occuparsi delle faccende musicali. Come ha fatto anche Benedetto XVI, che certamente aveva ed ha una qualche conoscenza musicale, ma che - anche lui - ha lasciato nelle mani del card. Bertone, il grande manovratore!, la nomina di un suo fedelissimo alla carica di direttore della Cappella Sistina, mons, Palombella appunto, salesiano come lui, diplomato in composizione e con una pratica corale alla direzione di un coro da lui inventato, il Coro interuniversitario. Forse poco per preservare e tramandare la grande tradizione della Sistina, che forse già mons. Liberto aveva scalfito.
Tant'è che Di Giacomo si accanisce anche sulla riconferma di Palombella che definisce 'stonata' a capo di un coro 'stonato di suo'. Un attacco frontale al valore musicale della Sistina non si vedeva dai tempi di Bartolucci ( risarcito successivamente, per la sua destituzione, con la berretta cardinalizia da Benedetto XVI ). Perchè anche Bartolucci non era tanto apprezzato ai suoi tempi. Ma non fino al punto che il suo coro venisse bollato come 'stonato'- che è ciò che negli ultimi tempi hanno scritto i critici musicali inglesi,
avvezzi ad una pratica polifonica di lunga tradizione.
A Bartolucci veniva rimproverato che soprattutto le voci adulte della Sistina cantassero come 'scaricatori di porto o venditori ambulanti'- un'accusa gravissima. Che noi stessi raccogliemmo da fonte autorevole : dom Jean Claire di Solesmes ( uno dei più grandi gregorianisti del nostro tempo) che così la pensava e ci confidava nel corso di un memorabile corso preso l'Abbazia benedettina di Noci, al principio degli anni Sessanta. Aggiungendo che tale giudizio negativo era condiviso da molti esponenti del mondo musicale. La polifonia non andava cantata come Bartolucci voleva, ma Bartolucci certamente non dirigeva un coro di stonati - come ora accusano i critici inglesi. Proprio all'indomani dell'uscita di un CD della Sistina, che si elogia, anche perchè registrato proprio nella storica cappella.
Dunque adesso il giudizio è squisitamente musicale, poco importa del rapporto con la liturgia del repertorio della Cappella papale. Sul quale Di Giacomo, invece, dà il colpo di grazia, accennando al rullo di tamburo ed agli ottoni, che si sono ascoltati nel corso della chiusura della Porta santa, al posto dell'organo e delle voci sistine. Ma Di Giacomo sa bene che questo è uno degli indici del degrado generale che non risparmia neanche la chiesa e la sua liturgia.
Occorre farsene una ragione? Certamente no. E spingere il Papa, al prossimo giro di nomine, a rivolgersi ad un professionista serio per la sua cappella musicale, come sembra, invece esserlo, il direttore delle voci bianche, che si formano nella scuola omonima della Sistina, il brasiliano Marcos Isola Pavan con solida esperienza e competenza corale. Certamente superiore a quella di Palombella.
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venerdì di repubblica
mercoledì 30 aprile 2014
Borghese,Bertone,Berlusconi. Letto sulla stampa
Un trio.... sul quale apprendiamo molte novità dai giornali, in questi ultimi giorni.
Apprendiamo - cominciando da sua eminenza Bertone - che il suo attico, i cui lavori di ristrutturazione sono quasi ultimati, misura non 700 metri quadri, come la stampa rossa ha accusato, bensì 'appena' 350 metri, come il porporato ha precisato, con una sua lettera ad un giornalino diocesano. Aggiungendo anche che tali lavori, che vanno avanti da mesi, li ha pagati di tasca propria. Innanzitutto 350 metri quadri sono cinque volte i 70 metri quadri dell'appartamentino del papa - che secondo Bertone gli avrebbe espresso solidarietà a seguito degli attacchi della stampa rossa, ma che secondo noi ha voluto anche accusare quando ha detto pubblicamente che certi stili di vita sono incompatibili con l'etica sacerdotale del cattolicesimo. E, infine, dove li ha presi i soldi per la ristrutturazione? Aveva un conto alla IOR? Riceveva mazzette, alla maniera di Scajola, per le operazioni della banca vaticana? Un sacerdote non avrebbe fatto meglio ad utilizzare quelle sommette per opere caritatevoli?
Il caso Bertone ne richiama un altro che con la Chiesa ha indirettamente rapporto, quello della principessa Alessandra Borghese la quale anni fa, dopo una vita passata fra salotti e... s'era convertita al cristianesimo divenendo per alcuni giornali, dai quali è lecito attendersi di tutto, una sorta di teologa/vaticanista, la cui competenza aveva acquisito sul campo, vivendo nella verginità di mente, di cuore ed anche di corpo, assunta per riparare la vita dissoluta che in passato eminenti personalità della sua storica famiglia avevano vissuto. Poi nella vita spirituale della principessa accade un fatto simile alla folgorazione di Paolo sulla via di Damasco. L'abdicazione di Benedetto XVI, con il quale la principessa ostentava familiarità dai tempi del sant'Uffizio, ha sulla principessa l'effetto di un terremoto spirituale, solo spirituale; che la convince ad abbandonare la teologia e a dedicarsi alla vita precedente a quella da convertita. Insomma la Borghese s'è rituffata nella mondanità che, naturalmente in tutti questi anni da monachella, ha comunque esercitato su di lei lo stesso fascino che il canto delle sirene avevano sui naviganti. Eccola ora che si occupa di salotti, scrive sputando inglese ad ogni piè sospinto, come fanno le sue consorelle, non a santa Marta - dove evidentemente da papa Francesco le è stato inibito l'ingresso - ma nei salotti della 'grande mela' e della nobiltà papalina romana. Pensando a lei, non sappiamo perchè, ci viene in mente una vecchia barzelletta che racconta di Gesù in croce e delle pie donne disposte a tutto per farlo discendere sano e salvo, mentre gli fanno rischiare di cadere e morire per caduta e non per crocifissione.Nulla a vedere con la principessa, ma quella barzelletta ci torna in mente tutte le volte che pensiamo a lei, come un trapano.
La svolta è attestata da un mensile nuovo di zecca, allegato ad un quotidiano del nord, che ha per titolo:'Cafonal & Sons' ( speriamo di non aver sbagliato l'inglese, che non conosciamo e che citiamo a braccio, anzi ad orecchio).
Infine Berlusconi., ancora tra i piedi e sugli schermi tv, ogni giorno, salutato dalle forze dell'ordine che, da tempo, avrebbero dovuto invece accompagnarlo in coppia ponendosi ai suoi lati, per garantirne la custodia in attesa della carcerazione o dei domicialiri. Mentre si sa che, in Italia, non tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, sebbene la legge sia uguale per tutti i cittadini.
I suoi figli per ora restano fuori dalla politica, non si impegnano direttamente, ma, questa mattina, Marina dice: non si può dire mai. Certo che fa effetto vederlo quasi giornalmente in tv, intervistato alla stregua di un grande leader - mentre invece egli è un condannato per frode fiscale, con sentenza definitiva - gettare fango sulla presidenza della repubblica, sulla magistratura ecc... Non basta per mandarlo ai domiciliari? Parlando di Berlusconi si tira spesso in ballo Craxi, con il quale alcuni vedono punti in comune. Ve ne sono? Quand'anche ci fossero, v'è una enorme differenza e questa riguarda i figli dello statista defunto e quelli del Berlusca. I figli di Berlusca si guadagnano da vivere ( vivono!) lavorando nelle aziende del loro gentiore ( il quale, all'inizio, ebbe un bell'aiutino dal Craxi, presidente del Consiglio) mentre quelli di Craxi - e sono due - li dobbiamo mantenere noi. Differenza non da poco.
Apprendiamo - cominciando da sua eminenza Bertone - che il suo attico, i cui lavori di ristrutturazione sono quasi ultimati, misura non 700 metri quadri, come la stampa rossa ha accusato, bensì 'appena' 350 metri, come il porporato ha precisato, con una sua lettera ad un giornalino diocesano. Aggiungendo anche che tali lavori, che vanno avanti da mesi, li ha pagati di tasca propria. Innanzitutto 350 metri quadri sono cinque volte i 70 metri quadri dell'appartamentino del papa - che secondo Bertone gli avrebbe espresso solidarietà a seguito degli attacchi della stampa rossa, ma che secondo noi ha voluto anche accusare quando ha detto pubblicamente che certi stili di vita sono incompatibili con l'etica sacerdotale del cattolicesimo. E, infine, dove li ha presi i soldi per la ristrutturazione? Aveva un conto alla IOR? Riceveva mazzette, alla maniera di Scajola, per le operazioni della banca vaticana? Un sacerdote non avrebbe fatto meglio ad utilizzare quelle sommette per opere caritatevoli?
Il caso Bertone ne richiama un altro che con la Chiesa ha indirettamente rapporto, quello della principessa Alessandra Borghese la quale anni fa, dopo una vita passata fra salotti e... s'era convertita al cristianesimo divenendo per alcuni giornali, dai quali è lecito attendersi di tutto, una sorta di teologa/vaticanista, la cui competenza aveva acquisito sul campo, vivendo nella verginità di mente, di cuore ed anche di corpo, assunta per riparare la vita dissoluta che in passato eminenti personalità della sua storica famiglia avevano vissuto. Poi nella vita spirituale della principessa accade un fatto simile alla folgorazione di Paolo sulla via di Damasco. L'abdicazione di Benedetto XVI, con il quale la principessa ostentava familiarità dai tempi del sant'Uffizio, ha sulla principessa l'effetto di un terremoto spirituale, solo spirituale; che la convince ad abbandonare la teologia e a dedicarsi alla vita precedente a quella da convertita. Insomma la Borghese s'è rituffata nella mondanità che, naturalmente in tutti questi anni da monachella, ha comunque esercitato su di lei lo stesso fascino che il canto delle sirene avevano sui naviganti. Eccola ora che si occupa di salotti, scrive sputando inglese ad ogni piè sospinto, come fanno le sue consorelle, non a santa Marta - dove evidentemente da papa Francesco le è stato inibito l'ingresso - ma nei salotti della 'grande mela' e della nobiltà papalina romana. Pensando a lei, non sappiamo perchè, ci viene in mente una vecchia barzelletta che racconta di Gesù in croce e delle pie donne disposte a tutto per farlo discendere sano e salvo, mentre gli fanno rischiare di cadere e morire per caduta e non per crocifissione.Nulla a vedere con la principessa, ma quella barzelletta ci torna in mente tutte le volte che pensiamo a lei, come un trapano.
La svolta è attestata da un mensile nuovo di zecca, allegato ad un quotidiano del nord, che ha per titolo:'Cafonal & Sons' ( speriamo di non aver sbagliato l'inglese, che non conosciamo e che citiamo a braccio, anzi ad orecchio).
Infine Berlusconi., ancora tra i piedi e sugli schermi tv, ogni giorno, salutato dalle forze dell'ordine che, da tempo, avrebbero dovuto invece accompagnarlo in coppia ponendosi ai suoi lati, per garantirne la custodia in attesa della carcerazione o dei domicialiri. Mentre si sa che, in Italia, non tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, sebbene la legge sia uguale per tutti i cittadini.
I suoi figli per ora restano fuori dalla politica, non si impegnano direttamente, ma, questa mattina, Marina dice: non si può dire mai. Certo che fa effetto vederlo quasi giornalmente in tv, intervistato alla stregua di un grande leader - mentre invece egli è un condannato per frode fiscale, con sentenza definitiva - gettare fango sulla presidenza della repubblica, sulla magistratura ecc... Non basta per mandarlo ai domiciliari? Parlando di Berlusconi si tira spesso in ballo Craxi, con il quale alcuni vedono punti in comune. Ve ne sono? Quand'anche ci fossero, v'è una enorme differenza e questa riguarda i figli dello statista defunto e quelli del Berlusca. I figli di Berlusca si guadagnano da vivere ( vivono!) lavorando nelle aziende del loro gentiore ( il quale, all'inizio, ebbe un bell'aiutino dal Craxi, presidente del Consiglio) mentre quelli di Craxi - e sono due - li dobbiamo mantenere noi. Differenza non da poco.
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