Aveva cominciato La Repubblica di Ezio Mauro la quale, ai tempi dei numerosi scandali in cui venne coinvolto, a torto o ragione, pose a Silvio Berlusconi dieci domande, rispondendo alle quali si sarebbe salvata l'anima, come assicurava il quotidiano romano. Berlusconi non rispose e preferì dannarsela, l'anima.
Ha fatto la stessa cosa, in tempi più recenti Il Fatto Quotidiano diretto da Travaglio; che dieci domande dieci ha rivolto alla ministra Maria Elena Boschi, sul 'salvataggio ' cosiddetto di Banca Etruria e sui suoi buoni uffici in favore della banca presso l'allora ad di Unicredit, come l'accusò De Bortoli. Anche la ministra, come il cavaliere ha preferito non rispondere, fottendosene delle conseguenze, tanto lei è rimasta 'zarina' anche in assenza dello zar (Matteo) e nel nuovo consiglio di 'reggenza', quello con Gentiloni a capo, è pure salita di grado.
Temiamo che la stessa sorte, toccata alle dieci domande più dieci rivolte a Berlusconi e Boschi, ora toccherà alle dieci domande che proprio oggi, Selvaggia Lucarelli pone dalle pagine del giornale di Travaglio a Fabio Fazio, detto 'Fabbio'. In sintesi la giornalista chiede al collega un pò di trasparenza sui suoi guadagni in Rai, quest'anno e per i prossimi quattro, sempre con il suo programma, trasferito anzi promosso e perciò anche meglio pagato, a Rai 1, del quale è autore, conduttore, proprietario del format - la Lucarelli ironizza sul 'format': uno o più ospiti seduti in poltrona od intorno ad un tavolo e lui, 'Fabbio' che intervista. E' questo un format per il quale Fabbio percepisce alcune centinaia di migliaia di Euro l'anno? - e proprietario, per il 50%, della società che lo produce (Officina), e perciò percettore finale per tutte queste voci e forse anche per altre.
Fabbio non risponderà, non inviterà mai Selvaggia neanche come ospite, perchè ha osato Lei porre le domande all'intervistatore per eccellenza, né potrà mai dar seguito alla richiesta della giornalista di essere accolta fra i suoi autori che, si illude la Lucarelli, anche loro siano ben pagati.
Sicuramente anche lì, Fabbio riesce a far risparmiare alla Rai, prendendo i suoi collaboratori fra gli allievi dei suoi corsi universitari. Insegna anche all'Università? Comunicazione televesiva o Economia aziendale?
Vediamo se a noi tocca sorte migliore della Lucarelli, ponendo a 'Fabbio' una sola domanda? Perchè ha promesso di dedicarsi al lavoro dei campi fra quattro anni, quando uscirà definitivamente dagli schermi televisivi? La domanda è: perchè non lo ha fatto ora? Non ha ancora abbastanza soldi per assicurarsi una vecchiaia tranquilla? Non ha messo a frutto i miliardi che si fece dare dalla tv che ora si chiama La7, senza aver mai lavorato?Prese i soldi e scappò! Lei di soldi ne ha guadagnati tanti, senza rischiare mai nulla , perchè sempre le hanno dato ciò che chiedeva - come potevano rifiutarsi di premiare economicamente la tv intelligente?
Lei, 'Fabbio', ha preso la stessa malattia di Renzi il nostro ex premier, quella di promettere anzitempo qualcosa che sa bene che non manterrà, perchè fra quattro anni si inventerà una storia per cui sarà costretto a restare, a grande richiesta, e a rimandare l'uscita di scena.
'Fabbio', Lei non è tra quelli che un giorno sì e l'altro pure si accalora parlando con persone solitamente sue coetanee del lavoro dei giovani che in Italia non c'è?
Allora sia bravo, dia un segno. Per mettere a tacere tutte le voci sul suo carattere ligure, attaccato ai soldi, molli la tv subito e così libera un posto per qualche giovane bravo che certamente ci sarà in Italia. O pensa che con Lei la stirpe si è esaurita?
E se lo farà Lei, Fabbio, tanto stimato ed ascoltato, vedrà che altri la seguiranno, del mondo dei dinosauri che, prima di lei, avevano promesso che si sarebbero ritirati al compimento degli ottanta, non dei settanta, e, invece, continuano imperterriti a parlare di lavoro giovanile che in Italia manca, ed a lavorare ancora anche in tv, profumatamente retribuiti. Sicuramente allora, per non essere da meno, seguiranno il suo esempio, non so... Piero Angela, Corrado Augias ed altri di cui al momento non ricordiamo, per colpa dell'età, la nostra, i nomi.
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sabato 16 settembre 2017
venerdì 10 febbraio 2017
Bravo Enrico ( Mentana)!
C'è poco da fare Mentana è il più svelto.
Stamattina, tirandoli giù dal letto e sbattendoli davanti al computer, abbiamo impartito, non richiesto e perciò gratuitamente, ad un gruppetto di allievi eccellenti ( Mentana, Mauro,Ovadia) una ripetizione, di latino, per corrispondenza. Un pò perchè l'insegnante che è in noi è duro a morire ed un pò per evitare loro altri futuri svarioni.
Mentana, c'è poco da fare il più svelto ed aggiungiamo il più recettivo e bravo di tutti, ha fatto immediatamente tesoro della lezioncina ed a stretto giro di telegiornale, senza lasciar passare nemmeno 24 ore, ci ha dato conferma che la ripetizione ha sortito i suoi effetti.
E, infatti, ancora ad apertura di telegiornale, proprio come ieri quando s'era lanciato, cadendo, in un 'di sua sponte', stasera, dopo aver parlato dell'affare Feltri, una brutta prova di giornalismo - relativo a Virginia Raggi, da mettere in croce per ben altre ragioni, non con un titolo, su Libero, squallido! - per voltare pagina e parlare di cose un pò 'più alte, ha nuovamente fatto ricorso alle sue riserve latine, rinfrescate con la ripetizione mattutina, con un 'paulo majora canamus', con tutte le desinenza al loro posto sia per l'avverbio che per l'aggettivo ed il verbo.
Bravo Enrico! Ora mi attendo che qualora capitasse, tu mi dia lezione di inglese, e anche di giornalismo, perchè nonostante io sia in pensione, continuo ad esercitare, privatamente attraverso la rete, da questo blog.
Ciao.
Stamattina, tirandoli giù dal letto e sbattendoli davanti al computer, abbiamo impartito, non richiesto e perciò gratuitamente, ad un gruppetto di allievi eccellenti ( Mentana, Mauro,Ovadia) una ripetizione, di latino, per corrispondenza. Un pò perchè l'insegnante che è in noi è duro a morire ed un pò per evitare loro altri futuri svarioni.
Mentana, c'è poco da fare il più svelto ed aggiungiamo il più recettivo e bravo di tutti, ha fatto immediatamente tesoro della lezioncina ed a stretto giro di telegiornale, senza lasciar passare nemmeno 24 ore, ci ha dato conferma che la ripetizione ha sortito i suoi effetti.
E, infatti, ancora ad apertura di telegiornale, proprio come ieri quando s'era lanciato, cadendo, in un 'di sua sponte', stasera, dopo aver parlato dell'affare Feltri, una brutta prova di giornalismo - relativo a Virginia Raggi, da mettere in croce per ben altre ragioni, non con un titolo, su Libero, squallido! - per voltare pagina e parlare di cose un pò 'più alte, ha nuovamente fatto ricorso alle sue riserve latine, rinfrescate con la ripetizione mattutina, con un 'paulo majora canamus', con tutte le desinenza al loro posto sia per l'avverbio che per l'aggettivo ed il verbo.
Bravo Enrico! Ora mi attendo che qualora capitasse, tu mi dia lezione di inglese, e anche di giornalismo, perchè nonostante io sia in pensione, continuo ad esercitare, privatamente attraverso la rete, da questo blog.
Ciao.
Ezio Mauro, Moni Ovadia, Enrico Mentana. Ripetizioni collettive di latino
Rischiano molto tutti quelli che parlano tanto e che scrivono pure tanto, quando si arrischiano ad usare espressioni linguistiche, di provenienza non italiana - nei casi che stiamo per citare si tratta di latino - perchè possono fare errori madornali che vanno dall'uso errato di accenti (come Ovadia che ha pronunciato 'benedicìte', invece di 'benedìcite' l'altro ieri a Radio 3, nel corso della lettura 'ad alta voce' del Nome della rosa di Umberto Eco); alla errata traduzione di espressioni latine, come accadde ad Ezio Mauro.
Ezio Mauro, mesi fa, traducendo una espressione latina, di provenienza gesuitica, che indicava il carattere 'totale' dell'obbedienza da tenersi nell'ordine: 'perinde ac cadaver', tradusse, 'ad sensum' - così si scusò - 'fino alla morte'. Sbagliato. Con quella espressione i gesuiti non vogliono intendere che l'obbedienza va osservata fino alla morte. No, non è questo il senso, che invece è: l'obbedienza di un gesuita dev'essere come quella di un cadavere, che non ha possibilità e capacità di reagire a qualunque impulso. Il cadavere fa qualunque cosa gli si faccia fare, non ha forza di reazione, nè può assumere decisione autonoma.
Ed ora il caso di Mentana che ieri anticipando gli argomenti del suo telegiornale, ha detto che le dimissioni, dalla giunta di Roma, Berdini le aveva date 'di sua sponte' . Dove ha sbagliato Mentana? ha messo un 'di' in più. Ci spieghiamo: 'sua sponte' , in latino, è un ablativo - in latino esistono le declinazioni che in italiano sono assenti, e sono rimpiazzate, nella maggioranza dei casi, da opportune preposizioni ( nel nostro caso: 'di sua spontanea volontà') - un 'caso' che sta ad indicare una modalità: cioè, Berdini s'è dimesso 'di' - o 'per' - 'sua volontà', che in latino si dice 'sua sponte'.
Fine della ripetizione. Ci siamo guadagnati un credito, e lo spenderemo in tutti i casi futuri in cui Ovadia, Mauro e Mentana, vorranno darci ripetizioni, ad esempio, di inglese, perchè sicuramente nei rari casi in cui ce ne serviamo, non conoscendo tale lingua barbara, anche noi commettiamo certamente errori. E se Mauro, Mentana e Ovadia vorranno segnalarceli - a tempo perso - saremo loro grati.
Ezio Mauro, mesi fa, traducendo una espressione latina, di provenienza gesuitica, che indicava il carattere 'totale' dell'obbedienza da tenersi nell'ordine: 'perinde ac cadaver', tradusse, 'ad sensum' - così si scusò - 'fino alla morte'. Sbagliato. Con quella espressione i gesuiti non vogliono intendere che l'obbedienza va osservata fino alla morte. No, non è questo il senso, che invece è: l'obbedienza di un gesuita dev'essere come quella di un cadavere, che non ha possibilità e capacità di reagire a qualunque impulso. Il cadavere fa qualunque cosa gli si faccia fare, non ha forza di reazione, nè può assumere decisione autonoma.
Ed ora il caso di Mentana che ieri anticipando gli argomenti del suo telegiornale, ha detto che le dimissioni, dalla giunta di Roma, Berdini le aveva date 'di sua sponte' . Dove ha sbagliato Mentana? ha messo un 'di' in più. Ci spieghiamo: 'sua sponte' , in latino, è un ablativo - in latino esistono le declinazioni che in italiano sono assenti, e sono rimpiazzate, nella maggioranza dei casi, da opportune preposizioni ( nel nostro caso: 'di sua spontanea volontà') - un 'caso' che sta ad indicare una modalità: cioè, Berdini s'è dimesso 'di' - o 'per' - 'sua volontà', che in latino si dice 'sua sponte'.
Fine della ripetizione. Ci siamo guadagnati un credito, e lo spenderemo in tutti i casi futuri in cui Ovadia, Mauro e Mentana, vorranno darci ripetizioni, ad esempio, di inglese, perchè sicuramente nei rari casi in cui ce ne serviamo, non conoscendo tale lingua barbara, anche noi commettiamo certamente errori. E se Mauro, Mentana e Ovadia vorranno segnalarceli - a tempo perso - saremo loro grati.
venerdì 11 dicembre 2015
Gustavo Zagrebelsky e la passione per la musica
L'ex Presidente della Consulta, giurista di altissimo profilo, Zagrebelsky, è tornato a scrivere su Repubblica, il quotidiano che negli ultimi mesi ha lasciato, trasferendosi sul 'Fatto Quotidiano' a causa della sue critiche a certi provvedimenti - soprattutto quelli relativi alla riforma costituzionale - non consonanti con la linea ufficiale del quotidiano di proprietà di De Benedetti, diretto da Ezio Mauro.
Ma vi è tornato non per parlare di politica o di legge - come ha sempre fatto - bensì di musica, materia nella quale le competenze di Zagrebelsky sono altissime, quasi pari a quelle giuridiche, come stiamo per raccontarvi.
La Repubblica ha pubblicato un suo intervento, di argomento musicale, tenuto all'Università di Bologna, per ricordare il suo ex rettore, ingegnere elettronico, Pier Ugo Calzolari, scomparso dopo lunga malattia un paio di anni fa, e che sicuramente fu amico del giurista/musicista per passione.
Una lezione di bella musica - 'musicologia' diremmo se la parola non risultasse ostica all'orecchio di tanti amatori di musica - incentrata sul 'concetto di silenzio' e sulla musica del silenzio medesimo. Il silenzio dal quale la musica nasce, il silenzio nel quale la musica, al termine, ritorna; silenzio prima di tutto fisico, ma immagine del silenzio interiore, senza il quale nessuna musica - nessuna armonia - è possibile percepire.
Sul tema, di recente ha riflettuto anche il violoncellista Mario Brunello, che Zagrebelsky cita, e una università 'per tutti' - quella di Anghiari- tiene perfino dei corsi. Insomma un tema dibattutissimo, in tempi in cui sembra che il silenzio si trovi solo negli abissi marini e nelle profondità della terra, ed in nessun altro luogo, mentre sulla terra se ne avrebbe davvero bisogno, e non solo per ragioni di musica. Ad esempio, anche per fermarci ed indurci a riflettere. Zagrebelsky analizza anche alcune composizioni musicali, o passaggi di esse, con fine intuito musicale e psicologico. Un gioiello, da leggere e rileggere.
Della passione musicale del grande giurista non sapevamo in molti. Noi, invece, da oltre dieci anni. E l'occasione ci piace raccontarla.
Ce ne parlò la prima volta il nostro carissimo amico Salvatore Sechi, consigliere della Presidenza della repubblica ed amatore di musica, recentemente scomparso. Ci disse dei concerti che il Presidente della Consulta teneva per pochi amici nel palazzo della Consulta - ci pare di ricordare a Natale od in qualche altra occasione - suonando al pianoforte Beethoven o Mozart o Chopin. E lui, Sechi, che suonava il fagotto, aveva per Zagrebelsky un'ammirazione sconfinata.
Quando nel 2004 avemmo l'opportunità di dirigere il 'Festival delle Nazioni' di Città di Castello, organizzammo alcuni incontri, ospitati nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli, con personalità che pur non essendo musicisti, erano accomunate dalla travolgente passione della musica. Invitammo appunto Salvatore Sechi, Giovanni Iudica (autore allora di una pregevolissima ricerca su Gesualdo da Venosa ), Michele Mirabella, regista di melodrammi, e avremmo voluto invitare anche Zagrebelsky. Il nostro amico Sechi ci fece avere un appuntamento con l'allora presidente della Consulta che ci ricevette immediatamente. Gli manifestammo la ragione principale del nostro incontro: invitarlo a Città di Castello, a parlare della sua passione per la musica. Lo avrebbe intervistato Antonio Lubrano con il quale in quegli anni facevamo per RAI UNO 'All'Opera!'. Parlammo di musica, dei suoi amici musicologi torinesi, Pestelli in primis, e la nostra idea gli piacque. Ma ci disse, convinto, che non avrebbe potuto, fino a quando fosse stato presidente della Consulta. Garbatamente ci spiegò che in tale sua carica - la terza dello Stato - non era mai intervenuto in pubblico se non nei casi e per le ragioni richieste da quel suo importante ruolo. E, per consolarci, aggiunse: se aspetta solo qualche mese - da lì a poco quel suo incarico sarebbe terminato - sarò felicissimo di venire a parlare di musica, magari l'anno prossimo, mentre noi stavamo già pensando ad un festival dedicato interamente a Mozart, alla vigilia delle celebrazioni del 2006, duecentocinquant'anni dalla nascita. Le cose, poi, andarono diversamente, perché per dissensi con il consiglio di amministrazione del festival castellano - a causa della eccessiva ingerenza del consiglio nelle questioni relative alla direzione artistica - preferimmo lasciare il festival. Che ha ripreso la sua routine, come aveva già fatto negli anni precedenti la nostra direzione, ed ancor continua.
Ma vi è tornato non per parlare di politica o di legge - come ha sempre fatto - bensì di musica, materia nella quale le competenze di Zagrebelsky sono altissime, quasi pari a quelle giuridiche, come stiamo per raccontarvi.
La Repubblica ha pubblicato un suo intervento, di argomento musicale, tenuto all'Università di Bologna, per ricordare il suo ex rettore, ingegnere elettronico, Pier Ugo Calzolari, scomparso dopo lunga malattia un paio di anni fa, e che sicuramente fu amico del giurista/musicista per passione.
Una lezione di bella musica - 'musicologia' diremmo se la parola non risultasse ostica all'orecchio di tanti amatori di musica - incentrata sul 'concetto di silenzio' e sulla musica del silenzio medesimo. Il silenzio dal quale la musica nasce, il silenzio nel quale la musica, al termine, ritorna; silenzio prima di tutto fisico, ma immagine del silenzio interiore, senza il quale nessuna musica - nessuna armonia - è possibile percepire.
Sul tema, di recente ha riflettuto anche il violoncellista Mario Brunello, che Zagrebelsky cita, e una università 'per tutti' - quella di Anghiari- tiene perfino dei corsi. Insomma un tema dibattutissimo, in tempi in cui sembra che il silenzio si trovi solo negli abissi marini e nelle profondità della terra, ed in nessun altro luogo, mentre sulla terra se ne avrebbe davvero bisogno, e non solo per ragioni di musica. Ad esempio, anche per fermarci ed indurci a riflettere. Zagrebelsky analizza anche alcune composizioni musicali, o passaggi di esse, con fine intuito musicale e psicologico. Un gioiello, da leggere e rileggere.
Della passione musicale del grande giurista non sapevamo in molti. Noi, invece, da oltre dieci anni. E l'occasione ci piace raccontarla.
Ce ne parlò la prima volta il nostro carissimo amico Salvatore Sechi, consigliere della Presidenza della repubblica ed amatore di musica, recentemente scomparso. Ci disse dei concerti che il Presidente della Consulta teneva per pochi amici nel palazzo della Consulta - ci pare di ricordare a Natale od in qualche altra occasione - suonando al pianoforte Beethoven o Mozart o Chopin. E lui, Sechi, che suonava il fagotto, aveva per Zagrebelsky un'ammirazione sconfinata.
Quando nel 2004 avemmo l'opportunità di dirigere il 'Festival delle Nazioni' di Città di Castello, organizzammo alcuni incontri, ospitati nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli, con personalità che pur non essendo musicisti, erano accomunate dalla travolgente passione della musica. Invitammo appunto Salvatore Sechi, Giovanni Iudica (autore allora di una pregevolissima ricerca su Gesualdo da Venosa ), Michele Mirabella, regista di melodrammi, e avremmo voluto invitare anche Zagrebelsky. Il nostro amico Sechi ci fece avere un appuntamento con l'allora presidente della Consulta che ci ricevette immediatamente. Gli manifestammo la ragione principale del nostro incontro: invitarlo a Città di Castello, a parlare della sua passione per la musica. Lo avrebbe intervistato Antonio Lubrano con il quale in quegli anni facevamo per RAI UNO 'All'Opera!'. Parlammo di musica, dei suoi amici musicologi torinesi, Pestelli in primis, e la nostra idea gli piacque. Ma ci disse, convinto, che non avrebbe potuto, fino a quando fosse stato presidente della Consulta. Garbatamente ci spiegò che in tale sua carica - la terza dello Stato - non era mai intervenuto in pubblico se non nei casi e per le ragioni richieste da quel suo importante ruolo. E, per consolarci, aggiunse: se aspetta solo qualche mese - da lì a poco quel suo incarico sarebbe terminato - sarò felicissimo di venire a parlare di musica, magari l'anno prossimo, mentre noi stavamo già pensando ad un festival dedicato interamente a Mozart, alla vigilia delle celebrazioni del 2006, duecentocinquant'anni dalla nascita. Le cose, poi, andarono diversamente, perché per dissensi con il consiglio di amministrazione del festival castellano - a causa della eccessiva ingerenza del consiglio nelle questioni relative alla direzione artistica - preferimmo lasciare il festival. Che ha ripreso la sua routine, come aveva già fatto negli anni precedenti la nostra direzione, ed ancor continua.
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venerdì 4 dicembre 2015
Scalfari e Mieli nel salotto tv di Lilli la rossa, per parlare dell'uscita di Ezio Mauro e dell'arrivo di Mario Calabresi a Repubblica.
L'altra sera Eugenio Scalfari, nel salotto della Gruber, è venuto a darci una spiegazione che nessuno gli ha chiesto sulle notizie, rivelatesi in parte superate, di una sua uscita da Repubblica, per lo 'sgarbo' che De Benedetti, suo attuale padrone (editore) gli avrebbe fatto, non consultandolo sull'imminente cambio di vertice nel giornale che lui ha fondato 40 anni fa e di cui per un ventennio, il primo, è stato direttore, amministratore, proprietario e molto altro ancora.
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
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venerdì 24 luglio 2015
Guerra aperta fra il Vaticano di Bergoglio e La Repubblica di Scalfari
Ieri, in prima pagina, abbiamo letto un durissimo articolo sulla Repubblica fondata da Scalfari e diretta da Ezio Mauro, l'unico giornale che Bergoglio legge ogni mattina e con il quale ha avuto nel recente passato rapporti strettissimi. Come mai, ci siamo detti, se Bergoglio ha riservato a Scalfari un'attenzione che nessun altro giornale è sembrato meritarsi agli occhi del pontefice?
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
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venerdì 20 febbraio 2015
Il sindaco pasticcione, Ignazio Marino, ha messo nelle mani di 'Repubblica' le sorti della Festa del cinema di Roma.
L'idea originari era quella di dare a Ezio Mauro la responsabilità - presidenza - della Festa del cinema di Roma che il sindaco vuole diversa, ambiandole addirittura anche i connotati. Ezio Mauro ha rifiutato l'incarico, dichiarandosi incompetente - vivaddio, finalmente, uno dice la verità!- ed anche troppo occupato a gestire già una intera repubblica, e il sindaco d'accordo con il ministro Franceschini, neo socio attraverso Istituto Luce, ha provveduto a distribuire gli incarichi dentro e fuori il CdA, tenendo ben presente che la rinuncia di Ezio Mauro, andava in qualche modo compensata. E perciò ha nominato la giornalista di Repubblica, Laura Delli Colli- che per fortuna della Festa conosce bene la materia - consigliere di amministrazione e, dopo aver nominato alla presidenza la Detassis, si appresto a completare il vertice del festival romano, con la nomina di Monda, giornalista di Repubblica.
Ma i pasticci di Marino non finiscono qui. Fra i componenti del Cda c'è anche un rappresentante di Musica per Roma; chi ti nomina Marino? Nomina Carlo Fuortes che sta per lasciare Musica per Roma, per dedicarsi 'anema e core' all'Opera di Roma.
Ma i pasticci di Marino non finiscono qui. Fra i componenti del Cda c'è anche un rappresentante di Musica per Roma; chi ti nomina Marino? Nomina Carlo Fuortes che sta per lasciare Musica per Roma, per dedicarsi 'anema e core' all'Opera di Roma.
giovedì 22 agosto 2013
Una domanda a Ezio Mauro, direttore di 'Repubblica'
Vogliamo rivolgere una domanda al direttore di
Repubblica, Ezio Mauro, che di domande in
questi ultimi anni ne ha rivolte tante a Berlusconi, lamentandosi di non ricevere mai
risposta, nella speranza che a questa nostra, semplice semplice, arrivi quella
risposta che alle sue non è mai arrivata. Ci spiega come mai gran parte dei suoi critici musicali svolge
anche parallelamente attività di direzione artistica, ponendo in atto una
conflitto di interessi grande come una casa? Naturalmente non ci venga a dire
che nei momenti più delicati gli animi più nobili devono impegnarsi, come
accadde a Schumann, Debussy- che è ciò che ci rispose anni fa ad una analoga
domanda Duilio Courir; perché se sarà questa la sua risposta, non mancheremo di rispondergli con una sonora risata. I nomi,
non è necessario che glieli facciamo noi, perchè nel suo giornale sono quasi
tutti a lavorare, per tale doppio
incarico, in continuo perpetuo conflitto di interessi. Conflitto di interessi che proprio un giornale
del suo gruppo ( L’Espresso) denunciò - anzi ne fece una campagna - allorchè
Marco Molendini del Messaggero ebbe un incarico di consulenza all’Opera di
Roma, da Gianpaolo Cresci. Molendini dovette rifiutarlo .
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