Chi ha nominato Tommaso Cerno, appena qualche mese fa, condirettore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, per affiancare Mario Calabresi in una direzione che dopo Ezio Mauro non ha portato granchè bene al giornale, ne esce scornato.
Le sorti di un giornale non è certo la nomina di un condirettore a risollevarle, meno ancora la nomina può fare se il condirettore non va ad alleviare la fatica al direttore di un giornale che va a gonfie vele bensì di un direttore che fa navigare in cattive acque il giornale che gli è stato affidato; ed aggiungiamo, se il condirettore in questione non è mai andato a genio né al direttore - che lo considerava come l'usurpatore che si stava crescendo in seno, la stessa teoria che andavano sussurrando voci esterne al giornale ma che di esso conoscono tutto - nè alla redazione che considerava il suo arrivo un'onta alla gloriosa redazione ed al padre nobile, entrato in rotta di collisione, neppure tanto velata con il vecchio proprietario, ora presidente onorario del Gruppo, il quale pure non aveva gradito la nomina di Cerno. Chi lo ha imposto, allora?
Alla fine della storia, chi aveva voluto quella nomina, se nessuno l'ha poi condivisa, al punto da costringere l'aitante giovanotto a lasciare il giornale, per 'motivi personali' e per più pressanti impegni di carattere politico dove continuare le battaglie civili avviate prima di entrare nel giornalismo (prima come attivista dell'Arci Gay, poi come militante in AN, e infine come microfono umano di un politico della sua terra), che è la ragione più stupida che poteva addurre?
Per adesso una battaglia civile, un grande favore, Cerno l'ha fatto a Repubblica e a Calabresi che non l'hanno più fra i piedi; e forse anche a se stesso, se per qualche anno sarà a libro paga dello Stato, guadagnando più che al giornale e forse con meno sudore che altrove, Repubblica compresa.
Ma la sua uscita non risolve certo i problemi del glorioso quotidiano che sembra aver smarrito la rotta; giacchè lo stesso comandante (ex comandante, De Benedetti) con le sue numerose bordate all'indirizzo del management del quotidiano, dei suoi dirigenti e dello stesso fondatore, sembra voglia mandare quella nave di carta, non in buona salute, e che avrebbe bisogno di un lungo rimessaggio e di un nuovo comandante di lungo corso ,come anche di una bussola, a sbattere sugli scogli della perdita di consensi oltre che di vendite.
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domenica 28 gennaio 2018
sabato 20 gennaio 2018
Eugenio Scalfari, l'ascetico giornalista fondatore di Repubblica, a Carlo De Benedetti, padrone cattivo, di soldi gliene ha spillati tanti
“Personalmente riscuoto come ex deputato un assegno netto da 2400 euro mensili. Cinque anni fa inviai una lettera ai questori della Camera chiedendo che mi fosse annullato. La risposta fu che ci voleva una legge recepita dal regolamento della Camera, in mancanza di che l’assegno di sarebbe stato comunque accreditato. Mi domando che cosa si aspetti ad annullare i vitalizi…”.
Questo scriveva in un editoriale Eugenio Scalfari, alcuni anni fa, ritenendo davvero sconcio che il Paese, ridotto male, pagasse a lui, da tempo immemorabile, vista la sua lucida longevità attiva, un vitalizio, per quei quattro anni scarsi da parlamentare ( 1968-72) prima di fondare La Repubblica, nel 1976.
Bechis ha fatto un calcolo sull'ingiusto vitalizio - al quale però Scalfari, a differenza di tanti altri, ha detto pubblicamente di voler rinunciare, ma gli è stato impedito - ed ha scoperto che Scalfari, fino a qualche anno fa, aveva già percepito di vitalizio la bella somma di 908.000 Euro, a fonte di 61.000 Euro versati, con una bella differenza: 847.000 Euro fra i contributi versati ed il vitalizio percepito che naturalmente continua ancora a finire nelle tasche di Scalfari e che ora ha raggiunto quasi quota 2.500 Euro netti ( l'adeguamento anche dei vitalizi procede spedito, mentre quello delle pensioni di tutti gli altri cittadini non privilegiati va sempre a rilento).
Se fosse l'unico introito a finire nelle tasche di Scalfari, per il suo sostentamento, tutti oggi saremmo corsi in suo aiuto. Eccetto noi, che percepiamo di pensione l'equivalente del suo vitalizio, e dobbiamo farlo bastare per il sostentamento nostro e della nostra famiglia.
Certo Scalfari, nonostante avesse due famiglie da mantenere, ed anche due figlie, alle quali però ha trovato lavoro, ad una più che all'altra, in azienda, non aveva e non ha certo bisogno del vitalizio da ex parlamentare. Perchè Scalfari, come ha volgarmente rivelato Carlo De benedetti, di soldi ne ha guadagnati a vagonate. Tralasciamo i compensi da direttore che gli hanno fatto fare una bella vita - come giusto, del resto, visto che anche mezzecalzette ai vertici di gruppi editoriali guadagnano come fossero tutti Scalfari, e non lo sono!
Però quando Scalfari ci ricorda che il padrone De Benedetti possiede una lussuosa villa in Andalusia ed uno yacht che immaginiamo faraonico, si dimentica di aggiungere che lui è riuscito a spillargli, quando ha voluto uscire dalla proprietà del giornale, forte della montagna di quattrini che De Benedetti era riuscito a scucire a Berlusconi per il cosiddetto 'Lodo Mondadori, quasi 500 milioni di Euro - una cifra!- la modica cifra di 80 miliardi di lire (40 milioni di Euro circa!)
Biagi, Montanelli, giornalisti di razza, al confronto, erano dei poveracci. Benchè pagati profumatamente, loro non hanno mai trovato un fesso di editore, ricchissimo, come è capitato, per sua fortuna, a Scalfari.
Questo scriveva in un editoriale Eugenio Scalfari, alcuni anni fa, ritenendo davvero sconcio che il Paese, ridotto male, pagasse a lui, da tempo immemorabile, vista la sua lucida longevità attiva, un vitalizio, per quei quattro anni scarsi da parlamentare ( 1968-72) prima di fondare La Repubblica, nel 1976.
Bechis ha fatto un calcolo sull'ingiusto vitalizio - al quale però Scalfari, a differenza di tanti altri, ha detto pubblicamente di voler rinunciare, ma gli è stato impedito - ed ha scoperto che Scalfari, fino a qualche anno fa, aveva già percepito di vitalizio la bella somma di 908.000 Euro, a fonte di 61.000 Euro versati, con una bella differenza: 847.000 Euro fra i contributi versati ed il vitalizio percepito che naturalmente continua ancora a finire nelle tasche di Scalfari e che ora ha raggiunto quasi quota 2.500 Euro netti ( l'adeguamento anche dei vitalizi procede spedito, mentre quello delle pensioni di tutti gli altri cittadini non privilegiati va sempre a rilento).
Se fosse l'unico introito a finire nelle tasche di Scalfari, per il suo sostentamento, tutti oggi saremmo corsi in suo aiuto. Eccetto noi, che percepiamo di pensione l'equivalente del suo vitalizio, e dobbiamo farlo bastare per il sostentamento nostro e della nostra famiglia.
Certo Scalfari, nonostante avesse due famiglie da mantenere, ed anche due figlie, alle quali però ha trovato lavoro, ad una più che all'altra, in azienda, non aveva e non ha certo bisogno del vitalizio da ex parlamentare. Perchè Scalfari, come ha volgarmente rivelato Carlo De benedetti, di soldi ne ha guadagnati a vagonate. Tralasciamo i compensi da direttore che gli hanno fatto fare una bella vita - come giusto, del resto, visto che anche mezzecalzette ai vertici di gruppi editoriali guadagnano come fossero tutti Scalfari, e non lo sono!
Però quando Scalfari ci ricorda che il padrone De Benedetti possiede una lussuosa villa in Andalusia ed uno yacht che immaginiamo faraonico, si dimentica di aggiungere che lui è riuscito a spillargli, quando ha voluto uscire dalla proprietà del giornale, forte della montagna di quattrini che De Benedetti era riuscito a scucire a Berlusconi per il cosiddetto 'Lodo Mondadori, quasi 500 milioni di Euro - una cifra!- la modica cifra di 80 miliardi di lire (40 milioni di Euro circa!)
Biagi, Montanelli, giornalisti di razza, al confronto, erano dei poveracci. Benchè pagati profumatamente, loro non hanno mai trovato un fesso di editore, ricchissimo, come è capitato, per sua fortuna, a Scalfari.
giovedì 18 gennaio 2018
La Repubblica è il quotidiano del 'rincoglionito e vanitoso' Scalfari e del direttore Calabresi,' don Abbondio'. Parola di Carlo De Benedetti
Forse la Direzione ed il CDR di Repubblica-L'Espresso nelle prossime ore, se non l'hnno fatto già questa mattina (non abbiamo ancora letto i giornali), dovranno intervenire per la terza volta nel giro di poche settimane per smarcarsi dall'imprenditore Carlo De Benedetti, fino a poco fa proprietario del gruppo editoriale, ora passato, brevi manu e senza pagamenti di sorta, nelle mani di Marco, suo figlio.
Ieri sera Carlo De Benedetti è stato ospite di Lilli Gruber, nel salotto de La 7, a 'Otto e mezzo', senza altri invitati, lui e Lilli in un faccia a faccia condotto con grande professionalità dalla giornalista - una vera intervista! - e con l'imprenditore, che ha superato gli ottanta, senza più pudori e freni inibitori.
La ragione dell'invito era la riforma delle banche popolari che ha fruttato all'imprenditore, nel giro di pochi giorni, un guadagno in borsa di 600.000 Euro circa, su un investimento 'di spiccioli' per uno come lui, di appena 5.000.000 di Euro. Investimento a seguito di quella che viene interpretata come una 'soffiata' all'amico imprenditore, da parte di Renzi e Panetta, con i quali l'ing. De Benedetti, alla luce del sole, ha sempre avuto regolari frequenti rapporti. Lì'imprenditore, messo in croce dai giornali, ieri ha fatto l'elenco dei capi di stato e di governo di tutto il mondo, dall'Italia all'America, e delle autorità massime delle istituzioni con i quali ha sempre intrattenuto rapporti, con ospitalità reciproche anche attorno ad una tavola ben imbandita.
Dunque, chiuso il capitolo 'banche popolari' dall'ing. De Benedetti, Lilli 'la rossa' s'è buttata sul capitolo 'La Repubblica', il grande amore di De Benedetti, anzi l'unico suo amore, oltre la moglie - s'è spinto anche a dire che lui è 'monogamo' - che troppo gli è costato negli anni.
La prima volta sull'argomento, De Benedetti era intervenuto sul 'Corriere', intervistato da Cazzullo, all'indomani della dichiarazione-scandalo di Scalfari, da Floris: ' fra Berlusconi e Di Maio sceglierei Berlusconi'. De Benedetti bollò l'uscita di Scalfari come quella di un 'incontinente, data l'età, e di un vanitoso'. Ieri ha rincarato la dose chiarendo: ' Scalfari è ormai un povero vecchio ed è affetto da vanità', in risposta ad una affermazione di Scalfari, sempre in tv, dove da tempo è ospite fisso, che aveva affermato, senza mezzi termini: 'di quello che dice De Benedetti me ne fotto'.
De Benedetti ha precisato che Scalfari è anche un ingrato perchè dovrebbe ricordare:
1. che quando nacque Repubblica lui diede a Scalfari 50.000.000 di Lire a fondo perduto, senza pretendere azioni in cambio, per il timore che una volta finiti i soldi il giornalista tornasse a bussare alla sua porta;
2. che quando Repubblica stava sull'orlo del fallimento, lui tirò fuori miliardi per salvarla, divenendone azionista per il 15%;
3. e che quando Scalfari volle essere liquidato, gli costò parecchi miliardi.
Dunque, zitto e mosca, Scalfari.
Ma De Benedetti, scegliendo il foglio dell'altra parrocchia editoriale, era intervenuto sul 'Corriere' anche per dire che Scalfari con quella dichiarazione improvvida su Berlusconi e Di Maio, aveva recato danno alla 'Repubblica' quotidiano. E ieri, dopo aver risposto a Lilli che l'eventuale vittoria dei
Cinquestelle sarebbe una sciagura per il nostro paese - "avete visto il curriculum di Di Maio, come può uno così governare l'Italia?", non ha risparmiato critiche feroci alla 'Repubblica' di suo figlio, quella attuale, guidata da un direttore che è come "don Abbondio che, se il coraggio non ha non può inventarselo". E poi ha aggiunto:. "un tempo La Repubblica che io conosco faceva in Italia ' LA POLITICA ', ORA è ASSOLUTAMENTE ININFLUENTE, DEVE CAMBIARE PER TORNARE AD ESSERE LA REPUBBLICA".
A stretto giro, sul giornale di ieri, l'ennesima presa di posizione e di distanza dall'ing, De Benedetti, della direzione e del CDR dell'ex 'Repubblica - Partito', con l'ennesimo comunicato del CDR del giornale.
Ieri sera Carlo De Benedetti è stato ospite di Lilli Gruber, nel salotto de La 7, a 'Otto e mezzo', senza altri invitati, lui e Lilli in un faccia a faccia condotto con grande professionalità dalla giornalista - una vera intervista! - e con l'imprenditore, che ha superato gli ottanta, senza più pudori e freni inibitori.
La ragione dell'invito era la riforma delle banche popolari che ha fruttato all'imprenditore, nel giro di pochi giorni, un guadagno in borsa di 600.000 Euro circa, su un investimento 'di spiccioli' per uno come lui, di appena 5.000.000 di Euro. Investimento a seguito di quella che viene interpretata come una 'soffiata' all'amico imprenditore, da parte di Renzi e Panetta, con i quali l'ing. De Benedetti, alla luce del sole, ha sempre avuto regolari frequenti rapporti. Lì'imprenditore, messo in croce dai giornali, ieri ha fatto l'elenco dei capi di stato e di governo di tutto il mondo, dall'Italia all'America, e delle autorità massime delle istituzioni con i quali ha sempre intrattenuto rapporti, con ospitalità reciproche anche attorno ad una tavola ben imbandita.
Dunque, chiuso il capitolo 'banche popolari' dall'ing. De Benedetti, Lilli 'la rossa' s'è buttata sul capitolo 'La Repubblica', il grande amore di De Benedetti, anzi l'unico suo amore, oltre la moglie - s'è spinto anche a dire che lui è 'monogamo' - che troppo gli è costato negli anni.
La prima volta sull'argomento, De Benedetti era intervenuto sul 'Corriere', intervistato da Cazzullo, all'indomani della dichiarazione-scandalo di Scalfari, da Floris: ' fra Berlusconi e Di Maio sceglierei Berlusconi'. De Benedetti bollò l'uscita di Scalfari come quella di un 'incontinente, data l'età, e di un vanitoso'. Ieri ha rincarato la dose chiarendo: ' Scalfari è ormai un povero vecchio ed è affetto da vanità', in risposta ad una affermazione di Scalfari, sempre in tv, dove da tempo è ospite fisso, che aveva affermato, senza mezzi termini: 'di quello che dice De Benedetti me ne fotto'.
De Benedetti ha precisato che Scalfari è anche un ingrato perchè dovrebbe ricordare:
1. che quando nacque Repubblica lui diede a Scalfari 50.000.000 di Lire a fondo perduto, senza pretendere azioni in cambio, per il timore che una volta finiti i soldi il giornalista tornasse a bussare alla sua porta;
2. che quando Repubblica stava sull'orlo del fallimento, lui tirò fuori miliardi per salvarla, divenendone azionista per il 15%;
3. e che quando Scalfari volle essere liquidato, gli costò parecchi miliardi.
Dunque, zitto e mosca, Scalfari.
Ma De Benedetti, scegliendo il foglio dell'altra parrocchia editoriale, era intervenuto sul 'Corriere' anche per dire che Scalfari con quella dichiarazione improvvida su Berlusconi e Di Maio, aveva recato danno alla 'Repubblica' quotidiano. E ieri, dopo aver risposto a Lilli che l'eventuale vittoria dei
Cinquestelle sarebbe una sciagura per il nostro paese - "avete visto il curriculum di Di Maio, come può uno così governare l'Italia?", non ha risparmiato critiche feroci alla 'Repubblica' di suo figlio, quella attuale, guidata da un direttore che è come "don Abbondio che, se il coraggio non ha non può inventarselo". E poi ha aggiunto:. "un tempo La Repubblica che io conosco faceva in Italia ' LA POLITICA ', ORA è ASSOLUTAMENTE ININFLUENTE, DEVE CAMBIARE PER TORNARE AD ESSERE LA REPUBBLICA".
A stretto giro, sul giornale di ieri, l'ennesima presa di posizione e di distanza dall'ing, De Benedetti, della direzione e del CDR dell'ex 'Repubblica - Partito', con l'ennesimo comunicato del CDR del giornale.
lunedì 4 dicembre 2017
Carlo De Benedetti cosa voleva ottenere con l'intervista di ieri al Corriere della Sera?
Aldo Cazzullo ha intervistato, ieri, Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo da lui fondato, finito ora, gradito regalo, nelle mani del figlio - unico imprenditore italiano a compiere un gesto così inusuale ( ma perchè Berlusconi, ha richiesto soldi ai figli quando gli ha affidato il suo impero? o ha fatto qualcosa di simile anche Benetton che ora è tornato al timone del suo gruppo? perciò non capiamo dove sia la assoluta novità e magnanimità di De Benedetti).
Ma non sta qui il nostro interesse nei riguardi del noto imprenditore, bensì in quelle sue dichiarazioni sul fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, che di recente in tv, ad una precisa domanda in questi termini: Berlusconi o Di Maio, ha risposto a Floris: Berlusconi!
Quella domanda di Floris somigliava, mutatis m..., ad una storica domanda, quella di Ponzio Pilato al popolo: Gesù o Barabba? e si sa come il popolo, interpretato da Scalfari, risponde: sceglie il peggio. Anche se, proseguendo nel nostro paragone, certamente Di Maio non può essere paragonato, neppure lontanamente, a Gesù, salvo che per la giovane età, perché lui di favole ne racconta tante, sapendo che si tratta solo di favole irrealizzabili - come ha dimostrato proprio ieri, su L'Espresso ( sempre del gruppo De Benedetti, Bruno Manfellotto, quando ha smontato una per una, le avveniristiche riforme dei Cinquestelle, una volta al governo.
De Benedetti, in buona sostanza, ha detto che Scalfari è ormai rincoglionito, data l'età, e che la sua risposta va letta in questa prospettiva. Non sa cosa dice, ma avrebbe dovuto saperlo, perchè con quella sua dichiarazione, ha proseguito De Benedetti, Scalfari ha fatto molto male a Repubblica. Ma forse l'ha fatto consapevolmente, ha concluso De Benedetti suo socio di una vita, cosciente di non contare più nulla, e dunque per farsi notare.
Chissà se oggi qualche giornale e la stessa Repubblica commenteranno quelle dichiarazioni imbarazzanti di De Benedetti, dichiarazioni molto più imbarazzanti della risposta di Scalfari che lui voleva criticare.
De Benedetti ha poi promosso a pieni voti l'ex direttore Ezio Mauro (non bisogna dimenticare che quando lo promosse alla direzione di Repubblica, fece piazza pulita degli scalfariani ) anche nella sua seconda vita di storico e intrattenitore anche televisivo. E al nuovo corso del suo giornale, dove al direttore, Calabresi, è stato affiancato un condirettore, Cerno, è sembrato estraneo e forse contrario, pur nutrendo stima nei riguardi di Cerno. Del quale anche Pansa, qualche settimana fa, ha scritto che stanno aspettando un passo falso di Calabresi per affidare tutto a Cerno, oggi nelle grazie di De Benedetti & Figli. E Pansa ha commentato, su per giù, del giornale anche 'mio' un tempo, che hanno messo la 'pucchiacca in mano ai criaturi' (E´ ghiuta a fessa mano `e creature!).
Ma non sta qui il nostro interesse nei riguardi del noto imprenditore, bensì in quelle sue dichiarazioni sul fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, che di recente in tv, ad una precisa domanda in questi termini: Berlusconi o Di Maio, ha risposto a Floris: Berlusconi!
Quella domanda di Floris somigliava, mutatis m..., ad una storica domanda, quella di Ponzio Pilato al popolo: Gesù o Barabba? e si sa come il popolo, interpretato da Scalfari, risponde: sceglie il peggio. Anche se, proseguendo nel nostro paragone, certamente Di Maio non può essere paragonato, neppure lontanamente, a Gesù, salvo che per la giovane età, perché lui di favole ne racconta tante, sapendo che si tratta solo di favole irrealizzabili - come ha dimostrato proprio ieri, su L'Espresso ( sempre del gruppo De Benedetti, Bruno Manfellotto, quando ha smontato una per una, le avveniristiche riforme dei Cinquestelle, una volta al governo.
De Benedetti, in buona sostanza, ha detto che Scalfari è ormai rincoglionito, data l'età, e che la sua risposta va letta in questa prospettiva. Non sa cosa dice, ma avrebbe dovuto saperlo, perchè con quella sua dichiarazione, ha proseguito De Benedetti, Scalfari ha fatto molto male a Repubblica. Ma forse l'ha fatto consapevolmente, ha concluso De Benedetti suo socio di una vita, cosciente di non contare più nulla, e dunque per farsi notare.
Chissà se oggi qualche giornale e la stessa Repubblica commenteranno quelle dichiarazioni imbarazzanti di De Benedetti, dichiarazioni molto più imbarazzanti della risposta di Scalfari che lui voleva criticare.
De Benedetti ha poi promosso a pieni voti l'ex direttore Ezio Mauro (non bisogna dimenticare che quando lo promosse alla direzione di Repubblica, fece piazza pulita degli scalfariani ) anche nella sua seconda vita di storico e intrattenitore anche televisivo. E al nuovo corso del suo giornale, dove al direttore, Calabresi, è stato affiancato un condirettore, Cerno, è sembrato estraneo e forse contrario, pur nutrendo stima nei riguardi di Cerno. Del quale anche Pansa, qualche settimana fa, ha scritto che stanno aspettando un passo falso di Calabresi per affidare tutto a Cerno, oggi nelle grazie di De Benedetti & Figli. E Pansa ha commentato, su per giù, del giornale anche 'mio' un tempo, che hanno messo la 'pucchiacca in mano ai criaturi' (E´ ghiuta a fessa mano `e creature!).
domenica 3 settembre 2017
Tangenti da versare al PD dai suoi manager, per statuto
Non poteva non fare scalpore, con tutte le possibili ragioni e precisazioni, la notizia che il PD - ora più che mai a corto di fondi, come tutti gli altri partiti da quando non prendono più nè le tangenti occulte nè quelle, alla luce del sole, del contributo pubblico - chiede, anzi ordina ai suoi manager - 'suoi', da intendersi come manager che il partito nomina nei vari enti ed istituzioni come nelle partecipate pubbliche - di versare nelle casse del partito dal 10% fino al 30% dei loro compensi.
La cosa non è del tutto nuova. La rapacità dei partiti che succhiano soldi dalle tasche degli eletti nelle loro liste è ben nota, non risparmia neanche i Cinquestelle, e riguarda lo stesso PD, Forza Italia e anche la Lega, che potrebbe avere le sue casse vuote in senso letterale, dopo che una sentenza ha ordinato al partito di ritornare alla Stato una cinquantina di milioni di Euro.
Se la sentenza del tribunale dovesse avere immediata applicazione, Salvini non avrebbe più i soldi neanche per comprare ogni giorno - come fa ora e da sempre - una felpa diversa sulla quale i suoi ci fanno scrivere il nome della città dove si trova, temendo che Salvini non sappia neanche dove i suoi lo mandando o lui sta andando.
Dicevamo che adesso il PD vuole dai suoi manager - ma praticamente non c'è ente che non abbia al suo interno amministratori di nomina politica e non c'è partito che faccia eccezione, fra quelli che piccolo o grande hanno un qualche potere di ogni partito - che ritornino al partito che li ha nominati parte dei loro compensi, fino al 30% dell'ammontare . Il che per manager di importanti società vuol dire bei soldini. Tutto regolare? Regolare un corno.
Innanzitutto perchè ci fa capire che i partiti decidono le sorti di un manager, che scelgono non tanto in base alle sue competenze quanto per la sua fedeltà a capi e capetti, unita ad un pizzico di adesione ideale la partito.
Ma la riflessione, ancor più drammatica, è che quei manager - che , ripetiamo, sono la maggioranza per le società dove i partiti hanno messo lo zampino - rispondano non alla società che dirigono o alla società civile, ma direttamente ai partiti mandatari. Senza i quali, forse, non avrebbero fatto nessuna carriera.
E infatti , come tante volte abbiamo detto e scritto e non solo noi, molti di quei manager fedelissimi dei vari partiti, in nessun altra società ed ente occuperebbero un analogo posto di responsabilità.
Pensate che De Benedetti o Berlusconi, tolti figli, mogli, nipoti ed anche amanti trattandosi di aziende private, metterebbero mai nelle mani di uno di quei manager nominati dai partiti le loro aziende? Con c...
La cosa non è del tutto nuova. La rapacità dei partiti che succhiano soldi dalle tasche degli eletti nelle loro liste è ben nota, non risparmia neanche i Cinquestelle, e riguarda lo stesso PD, Forza Italia e anche la Lega, che potrebbe avere le sue casse vuote in senso letterale, dopo che una sentenza ha ordinato al partito di ritornare alla Stato una cinquantina di milioni di Euro.
Se la sentenza del tribunale dovesse avere immediata applicazione, Salvini non avrebbe più i soldi neanche per comprare ogni giorno - come fa ora e da sempre - una felpa diversa sulla quale i suoi ci fanno scrivere il nome della città dove si trova, temendo che Salvini non sappia neanche dove i suoi lo mandando o lui sta andando.
Dicevamo che adesso il PD vuole dai suoi manager - ma praticamente non c'è ente che non abbia al suo interno amministratori di nomina politica e non c'è partito che faccia eccezione, fra quelli che piccolo o grande hanno un qualche potere di ogni partito - che ritornino al partito che li ha nominati parte dei loro compensi, fino al 30% dell'ammontare . Il che per manager di importanti società vuol dire bei soldini. Tutto regolare? Regolare un corno.
Innanzitutto perchè ci fa capire che i partiti decidono le sorti di un manager, che scelgono non tanto in base alle sue competenze quanto per la sua fedeltà a capi e capetti, unita ad un pizzico di adesione ideale la partito.
Ma la riflessione, ancor più drammatica, è che quei manager - che , ripetiamo, sono la maggioranza per le società dove i partiti hanno messo lo zampino - rispondano non alla società che dirigono o alla società civile, ma direttamente ai partiti mandatari. Senza i quali, forse, non avrebbero fatto nessuna carriera.
E infatti , come tante volte abbiamo detto e scritto e non solo noi, molti di quei manager fedelissimi dei vari partiti, in nessun altra società ed ente occuperebbero un analogo posto di responsabilità.
Pensate che De Benedetti o Berlusconi, tolti figli, mogli, nipoti ed anche amanti trattandosi di aziende private, metterebbero mai nelle mani di uno di quei manager nominati dai partiti le loro aziende? Con c...
giovedì 2 giugno 2016
Riccardo Muti torna a Roma
Non vorremmo che alla dirigenza dell'Opera di Roma, gli venisse un colpo, per troppa gioia, nel mentre gli annunciamo il prossimo ritorno di Muti a Roma, dopo neppure un anno dal precedente. Un secondo ritorno pubblico - perchè dei suoi passaggi privati a Roma, che sicuramente ci sono stati, non sappiamo darvi conto.
Lo incontrammo l'anno scorso, era d' autunno, l'ultima volta, durante la 'Festa del cinema', quando concesse un'intervista per parlare anche di cinema al direttore della festa, Monda, in Sala Petrassi all'Auditorium. Alla fine dell'incontro gli chiedemmo di un suo prossimo ritorno a Roma, per dirigervi aggiungemmo, visto che faceva finta di non capire; Muti si giustificò dicendo che era appena tornato e che certamente ci sarebbe stata ancora un'altra volta, ma che sarebbe potuto tornare da direttore solo con le sue orchestre, la Cherubini e la Chicago.
Questa altra volta è arrivata, ma anche ora Muti girerà alla larga dall'Opera, dove non vuole mettere più piede, nonostante che continui a campeggiare sul sito dell'istituzione quel titolo ridicolo e beffardo di 'direttore onorario a vita' che dopo la separazione del direttore dall'Opera viene interpretato come uno di quei melliflui ma falsi bigliettini che si scambiano ex innamorati, pur sapendo che mai più torneranno insieme.
Mentre, a breve, ma son già passati dieci anni, sembra potrebbe fare alla Scala, dove comunque tornerà fisicamente fra pochi giorni per inaugurare la mostra che il teatro, il 'suo' teatro gli ha dedicato per festeggiare il 75esimo compleanno; e, successivamente, in gennaio con la sua orchestra di ora, e cioè quella di Chicago, che resterà 'sua', per contratto, fino al 2020.
Ora , per il nuovo appuntamento romano, fra pochi giorni, ha scelto nuovamente, l'Auditorium dove si farà intervistare da Leonetta Bentivoglio, in occasione della manifestazione 'La Repubblica delle idee' il festival che ogni anno l'omonima azienda giornalistica di proprietà di De Benedetti, organizza per farsi pubblicità.
L'appuntamento è fissato per giovedì 9, in serata.
Lo incontrammo l'anno scorso, era d' autunno, l'ultima volta, durante la 'Festa del cinema', quando concesse un'intervista per parlare anche di cinema al direttore della festa, Monda, in Sala Petrassi all'Auditorium. Alla fine dell'incontro gli chiedemmo di un suo prossimo ritorno a Roma, per dirigervi aggiungemmo, visto che faceva finta di non capire; Muti si giustificò dicendo che era appena tornato e che certamente ci sarebbe stata ancora un'altra volta, ma che sarebbe potuto tornare da direttore solo con le sue orchestre, la Cherubini e la Chicago.
Questa altra volta è arrivata, ma anche ora Muti girerà alla larga dall'Opera, dove non vuole mettere più piede, nonostante che continui a campeggiare sul sito dell'istituzione quel titolo ridicolo e beffardo di 'direttore onorario a vita' che dopo la separazione del direttore dall'Opera viene interpretato come uno di quei melliflui ma falsi bigliettini che si scambiano ex innamorati, pur sapendo che mai più torneranno insieme.
Mentre, a breve, ma son già passati dieci anni, sembra potrebbe fare alla Scala, dove comunque tornerà fisicamente fra pochi giorni per inaugurare la mostra che il teatro, il 'suo' teatro gli ha dedicato per festeggiare il 75esimo compleanno; e, successivamente, in gennaio con la sua orchestra di ora, e cioè quella di Chicago, che resterà 'sua', per contratto, fino al 2020.
Ora , per il nuovo appuntamento romano, fra pochi giorni, ha scelto nuovamente, l'Auditorium dove si farà intervistare da Leonetta Bentivoglio, in occasione della manifestazione 'La Repubblica delle idee' il festival che ogni anno l'omonima azienda giornalistica di proprietà di De Benedetti, organizza per farsi pubblicità.
L'appuntamento è fissato per giovedì 9, in serata.
sabato 30 aprile 2016
Obbligatorio passare da La Repubblica quotidiano per il lasciapassare per la RAI?
Un tempo assai lontano, lontanissimo - agli albori del Cristianesimo, nelle terre dove muoveva i primi passi, alla morte di Cristo, la nuova religione ci si domandava se fosse necessario per tutti indistintamente, per giungere al Cristianesimo passare per l'ebraismo. Se, cioè, la religione ebraica sul cui tronco si era innestato il Cristianesimo, dovesse essere l'unica strada per giungervi, o se non bastasse, quale che fosse la provenienza, aderire alla predicazione di Cristo.
Al momento non ricordiamo con esattezza, quale fosse la risposta degli apostoli ai primi cristiani interroganti, anche se la immagininamo; ma la risposta a quella importante domandala la sa sicuramente molto bene Corrado Augias che alle vicende del Cristianesimo ed alla vita di Gesù sta dedicando molte ore della sua esistenza professionale di giornalista e scrittore (anche di credente?). Ci si rivolga a lui, perciò, sfruttando la sua 'posta dei lettori' del quotidiano La Repubblica.
Già 'La repubblica' che spunta come 'il diavolo' nel nostro discorso, emergendo dalle onde dell'acqua santa, costringendoci a mischiare irriverentemente sacro e profano.
RAI Tre, e non solo quella rete, anche se lo fa più di ogni altro anfratto radiotelevisivo, arruola dal quotidiano romano 'La Repubblica' molti suoi soldati: Verdelli, Merlo, Romagnoli Giannini, De Gregorio (la quale a sua volta chiama in servizio 'di rinforzo' collaboratori di Repubblica, come ha fatto questa settimana con un economista) senza dimenticare anche e prima di ogni altro Augias che RAI Tre ha costretto a lavorare, suo malgrado, ben oltre l'età canonica ed i numerosi dinieghi - ma forse solo di facciata - del celebre giornalista.
Molti si lamentano di tale privilegiata considerazione del quotidiano romano e del suo personale nei piani alti e nelle redazioni di Viale Mazzini; e nei salotti dove è consentito dire le cose come stanno, senza pudore e rispetto per nessuno, si tentano anche spiegazioni.
Ora se ne lamentano anche quelli di Repubblica, perchè temono che con le recenti acquisizioni editoriali questa primogenitura sia da spartire anche con quelli della Stampa di Torino e del Secolo passato di Genova.
E lo temono anche perchè, in una occasione recentissima, si è superata la misura; e citano il caso di Verdelli chiamato da Campo Dall'Orto a dirigere ed a mettere ordine nell' informazione in RAI, e che chiama a sua volta - perchè non ce la fa da solo? - Francesco Merlo, pensionato, sulla cui assunzione in RAI si nutrono anche dubbi giuridici.
Insomma critiche da ogni parte alla 'RAI di Repubblica'. Nessuno però che si chieda, alla luce del sole, se la ragione non vada cercata nella bravura, al più alto grado, di tutti i giornalisti militanti nel quotidiano di De Benedetti, per non dire del marchio di fabbrica indelebile che portano inciso a fuoco sulle carni.
Al momento non ricordiamo con esattezza, quale fosse la risposta degli apostoli ai primi cristiani interroganti, anche se la immagininamo; ma la risposta a quella importante domandala la sa sicuramente molto bene Corrado Augias che alle vicende del Cristianesimo ed alla vita di Gesù sta dedicando molte ore della sua esistenza professionale di giornalista e scrittore (anche di credente?). Ci si rivolga a lui, perciò, sfruttando la sua 'posta dei lettori' del quotidiano La Repubblica.
Già 'La repubblica' che spunta come 'il diavolo' nel nostro discorso, emergendo dalle onde dell'acqua santa, costringendoci a mischiare irriverentemente sacro e profano.
RAI Tre, e non solo quella rete, anche se lo fa più di ogni altro anfratto radiotelevisivo, arruola dal quotidiano romano 'La Repubblica' molti suoi soldati: Verdelli, Merlo, Romagnoli Giannini, De Gregorio (la quale a sua volta chiama in servizio 'di rinforzo' collaboratori di Repubblica, come ha fatto questa settimana con un economista) senza dimenticare anche e prima di ogni altro Augias che RAI Tre ha costretto a lavorare, suo malgrado, ben oltre l'età canonica ed i numerosi dinieghi - ma forse solo di facciata - del celebre giornalista.
Molti si lamentano di tale privilegiata considerazione del quotidiano romano e del suo personale nei piani alti e nelle redazioni di Viale Mazzini; e nei salotti dove è consentito dire le cose come stanno, senza pudore e rispetto per nessuno, si tentano anche spiegazioni.
Ora se ne lamentano anche quelli di Repubblica, perchè temono che con le recenti acquisizioni editoriali questa primogenitura sia da spartire anche con quelli della Stampa di Torino e del Secolo passato di Genova.
E lo temono anche perchè, in una occasione recentissima, si è superata la misura; e citano il caso di Verdelli chiamato da Campo Dall'Orto a dirigere ed a mettere ordine nell' informazione in RAI, e che chiama a sua volta - perchè non ce la fa da solo? - Francesco Merlo, pensionato, sulla cui assunzione in RAI si nutrono anche dubbi giuridici.
Insomma critiche da ogni parte alla 'RAI di Repubblica'. Nessuno però che si chieda, alla luce del sole, se la ragione non vada cercata nella bravura, al più alto grado, di tutti i giornalisti militanti nel quotidiano di De Benedetti, per non dire del marchio di fabbrica indelebile che portano inciso a fuoco sulle carni.
venerdì 11 dicembre 2015
Gustavo Zagrebelsky e la passione per la musica
L'ex Presidente della Consulta, giurista di altissimo profilo, Zagrebelsky, è tornato a scrivere su Repubblica, il quotidiano che negli ultimi mesi ha lasciato, trasferendosi sul 'Fatto Quotidiano' a causa della sue critiche a certi provvedimenti - soprattutto quelli relativi alla riforma costituzionale - non consonanti con la linea ufficiale del quotidiano di proprietà di De Benedetti, diretto da Ezio Mauro.
Ma vi è tornato non per parlare di politica o di legge - come ha sempre fatto - bensì di musica, materia nella quale le competenze di Zagrebelsky sono altissime, quasi pari a quelle giuridiche, come stiamo per raccontarvi.
La Repubblica ha pubblicato un suo intervento, di argomento musicale, tenuto all'Università di Bologna, per ricordare il suo ex rettore, ingegnere elettronico, Pier Ugo Calzolari, scomparso dopo lunga malattia un paio di anni fa, e che sicuramente fu amico del giurista/musicista per passione.
Una lezione di bella musica - 'musicologia' diremmo se la parola non risultasse ostica all'orecchio di tanti amatori di musica - incentrata sul 'concetto di silenzio' e sulla musica del silenzio medesimo. Il silenzio dal quale la musica nasce, il silenzio nel quale la musica, al termine, ritorna; silenzio prima di tutto fisico, ma immagine del silenzio interiore, senza il quale nessuna musica - nessuna armonia - è possibile percepire.
Sul tema, di recente ha riflettuto anche il violoncellista Mario Brunello, che Zagrebelsky cita, e una università 'per tutti' - quella di Anghiari- tiene perfino dei corsi. Insomma un tema dibattutissimo, in tempi in cui sembra che il silenzio si trovi solo negli abissi marini e nelle profondità della terra, ed in nessun altro luogo, mentre sulla terra se ne avrebbe davvero bisogno, e non solo per ragioni di musica. Ad esempio, anche per fermarci ed indurci a riflettere. Zagrebelsky analizza anche alcune composizioni musicali, o passaggi di esse, con fine intuito musicale e psicologico. Un gioiello, da leggere e rileggere.
Della passione musicale del grande giurista non sapevamo in molti. Noi, invece, da oltre dieci anni. E l'occasione ci piace raccontarla.
Ce ne parlò la prima volta il nostro carissimo amico Salvatore Sechi, consigliere della Presidenza della repubblica ed amatore di musica, recentemente scomparso. Ci disse dei concerti che il Presidente della Consulta teneva per pochi amici nel palazzo della Consulta - ci pare di ricordare a Natale od in qualche altra occasione - suonando al pianoforte Beethoven o Mozart o Chopin. E lui, Sechi, che suonava il fagotto, aveva per Zagrebelsky un'ammirazione sconfinata.
Quando nel 2004 avemmo l'opportunità di dirigere il 'Festival delle Nazioni' di Città di Castello, organizzammo alcuni incontri, ospitati nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli, con personalità che pur non essendo musicisti, erano accomunate dalla travolgente passione della musica. Invitammo appunto Salvatore Sechi, Giovanni Iudica (autore allora di una pregevolissima ricerca su Gesualdo da Venosa ), Michele Mirabella, regista di melodrammi, e avremmo voluto invitare anche Zagrebelsky. Il nostro amico Sechi ci fece avere un appuntamento con l'allora presidente della Consulta che ci ricevette immediatamente. Gli manifestammo la ragione principale del nostro incontro: invitarlo a Città di Castello, a parlare della sua passione per la musica. Lo avrebbe intervistato Antonio Lubrano con il quale in quegli anni facevamo per RAI UNO 'All'Opera!'. Parlammo di musica, dei suoi amici musicologi torinesi, Pestelli in primis, e la nostra idea gli piacque. Ma ci disse, convinto, che non avrebbe potuto, fino a quando fosse stato presidente della Consulta. Garbatamente ci spiegò che in tale sua carica - la terza dello Stato - non era mai intervenuto in pubblico se non nei casi e per le ragioni richieste da quel suo importante ruolo. E, per consolarci, aggiunse: se aspetta solo qualche mese - da lì a poco quel suo incarico sarebbe terminato - sarò felicissimo di venire a parlare di musica, magari l'anno prossimo, mentre noi stavamo già pensando ad un festival dedicato interamente a Mozart, alla vigilia delle celebrazioni del 2006, duecentocinquant'anni dalla nascita. Le cose, poi, andarono diversamente, perché per dissensi con il consiglio di amministrazione del festival castellano - a causa della eccessiva ingerenza del consiglio nelle questioni relative alla direzione artistica - preferimmo lasciare il festival. Che ha ripreso la sua routine, come aveva già fatto negli anni precedenti la nostra direzione, ed ancor continua.
Ma vi è tornato non per parlare di politica o di legge - come ha sempre fatto - bensì di musica, materia nella quale le competenze di Zagrebelsky sono altissime, quasi pari a quelle giuridiche, come stiamo per raccontarvi.
La Repubblica ha pubblicato un suo intervento, di argomento musicale, tenuto all'Università di Bologna, per ricordare il suo ex rettore, ingegnere elettronico, Pier Ugo Calzolari, scomparso dopo lunga malattia un paio di anni fa, e che sicuramente fu amico del giurista/musicista per passione.
Una lezione di bella musica - 'musicologia' diremmo se la parola non risultasse ostica all'orecchio di tanti amatori di musica - incentrata sul 'concetto di silenzio' e sulla musica del silenzio medesimo. Il silenzio dal quale la musica nasce, il silenzio nel quale la musica, al termine, ritorna; silenzio prima di tutto fisico, ma immagine del silenzio interiore, senza il quale nessuna musica - nessuna armonia - è possibile percepire.
Sul tema, di recente ha riflettuto anche il violoncellista Mario Brunello, che Zagrebelsky cita, e una università 'per tutti' - quella di Anghiari- tiene perfino dei corsi. Insomma un tema dibattutissimo, in tempi in cui sembra che il silenzio si trovi solo negli abissi marini e nelle profondità della terra, ed in nessun altro luogo, mentre sulla terra se ne avrebbe davvero bisogno, e non solo per ragioni di musica. Ad esempio, anche per fermarci ed indurci a riflettere. Zagrebelsky analizza anche alcune composizioni musicali, o passaggi di esse, con fine intuito musicale e psicologico. Un gioiello, da leggere e rileggere.
Della passione musicale del grande giurista non sapevamo in molti. Noi, invece, da oltre dieci anni. E l'occasione ci piace raccontarla.
Ce ne parlò la prima volta il nostro carissimo amico Salvatore Sechi, consigliere della Presidenza della repubblica ed amatore di musica, recentemente scomparso. Ci disse dei concerti che il Presidente della Consulta teneva per pochi amici nel palazzo della Consulta - ci pare di ricordare a Natale od in qualche altra occasione - suonando al pianoforte Beethoven o Mozart o Chopin. E lui, Sechi, che suonava il fagotto, aveva per Zagrebelsky un'ammirazione sconfinata.
Quando nel 2004 avemmo l'opportunità di dirigere il 'Festival delle Nazioni' di Città di Castello, organizzammo alcuni incontri, ospitati nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli, con personalità che pur non essendo musicisti, erano accomunate dalla travolgente passione della musica. Invitammo appunto Salvatore Sechi, Giovanni Iudica (autore allora di una pregevolissima ricerca su Gesualdo da Venosa ), Michele Mirabella, regista di melodrammi, e avremmo voluto invitare anche Zagrebelsky. Il nostro amico Sechi ci fece avere un appuntamento con l'allora presidente della Consulta che ci ricevette immediatamente. Gli manifestammo la ragione principale del nostro incontro: invitarlo a Città di Castello, a parlare della sua passione per la musica. Lo avrebbe intervistato Antonio Lubrano con il quale in quegli anni facevamo per RAI UNO 'All'Opera!'. Parlammo di musica, dei suoi amici musicologi torinesi, Pestelli in primis, e la nostra idea gli piacque. Ma ci disse, convinto, che non avrebbe potuto, fino a quando fosse stato presidente della Consulta. Garbatamente ci spiegò che in tale sua carica - la terza dello Stato - non era mai intervenuto in pubblico se non nei casi e per le ragioni richieste da quel suo importante ruolo. E, per consolarci, aggiunse: se aspetta solo qualche mese - da lì a poco quel suo incarico sarebbe terminato - sarò felicissimo di venire a parlare di musica, magari l'anno prossimo, mentre noi stavamo già pensando ad un festival dedicato interamente a Mozart, alla vigilia delle celebrazioni del 2006, duecentocinquant'anni dalla nascita. Le cose, poi, andarono diversamente, perché per dissensi con il consiglio di amministrazione del festival castellano - a causa della eccessiva ingerenza del consiglio nelle questioni relative alla direzione artistica - preferimmo lasciare il festival. Che ha ripreso la sua routine, come aveva già fatto negli anni precedenti la nostra direzione, ed ancor continua.
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venerdì 4 dicembre 2015
Scalfari e Mieli nel salotto tv di Lilli la rossa, per parlare dell'uscita di Ezio Mauro e dell'arrivo di Mario Calabresi a Repubblica.
L'altra sera Eugenio Scalfari, nel salotto della Gruber, è venuto a darci una spiegazione che nessuno gli ha chiesto sulle notizie, rivelatesi in parte superate, di una sua uscita da Repubblica, per lo 'sgarbo' che De Benedetti, suo attuale padrone (editore) gli avrebbe fatto, non consultandolo sull'imminente cambio di vertice nel giornale che lui ha fondato 40 anni fa e di cui per un ventennio, il primo, è stato direttore, amministratore, proprietario e molto altro ancora.
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
Gli faceva da spalla Paolo Mieli che oggi è anche il consigliere di fiducia del premier e del suo cerchio magico: per esempio, avrebbe lui consigliato a Campo Dall'Orto, di assumere Carlo Verdelli ( una vita fra Corriere e Repubblica) come direttore del'informazione in RAI; ma anche il jolly di tutte le reti televisive e di quasi tutte le trasmissioni, di qua e di là dal Tevere - come ha fatto anche l'altra sera, quando dopo il salotto di Lilli Gruber, ha avuto appena il tempo di cambiarsi di camicia cravatta e giacca per fiondarsi subito nella trasmissione di Paragone, 'La gabbia'.
Scalfari ci ha detto di essersi incazzato - naturalmente non ha usato un termine così dozzinale, ma la sostanza era la stessa - per aver saputo dell'uscita, dopo 20 anni di onorato servizio, di Ezio Mauro, e dell'arrivo di Mario Calabresi - un nome che anche lui avrebbe suggerito alla proprietà - dopo che la decisione era stata assunta dal CDA e da De Benedetti. Se Scalfari ha voluto darci ad intendere che lui del cambio al vertice del suo giornale non sapeva nulla, non gli crediamo.
Scalfari ha voluto mettere le mani avanti - ancora un locuzione dozzinale - rispondendo, non richiesto, a quanti avrebbero potuto chiedergli perchè, ora che ha superato i 90, non ha lasciato il giornale per seguire Ezio Mauro che dal giornale non esce ridanciano e contento, come si può capire, nonostante i venti anni lì trascorsi e forse per il desiderio di 'seminare in altro campo' - ancora una locuzione volgare e contadina.
Perchè Scalfari non ha seguito Mauro fuori dal giornale, come ha dichiarato che farà Adriano Sofri, il quale non lascia Repubblica per seguire Mauro, ma per non incrociare neppure per una volta Calabresi che lo avrebbe sicuramente scaraventato fuori, per le ragioni che tutti sappiamo. Sofri a Repubblica (un acquisto autorevole per il giornale) è soprattutto il segno vivente dell'aiuto di un amico (Mauro) dopo la condanna ed il carcere per l'omicidio Calabresi, dunque...
Tornando a Scalfari, è difficile credergli, nonostante la sapienza che va dispensando in ogni occasione, aprendoci il suo cuore, con le omelie domenicali, i libri e gli incontri con Papa Francesco, del quale è divenuto amico e confidente.
Scalfari ha dimenticato di ricordare che il ventennio, che ora si chiude per il suo giornale, con l'uscita di Ezio Mauro, non è che il secondo dalla fondazione. E che, neanche dopo il burrascoso cambio al vertice alla fine del primo ventennio che lo vide lasciare la direzione del giornale, che veniva affidato a Ezio Mauro, egli si sia dimesso come avrebbe dovuto. E non che allora fosse stato trattato con i guanti bianchi.
Anche noi respirammo quella atmosfera di pulizia etnica dell'epoca - allora collaboravamo ad alcuni periodici ( principalmente 'Il venerdì' )del quotidiano - che portò ad una estromissione e ridimensionamento degli scalfariani più fedeli. Allora come ora, nonostante il trattamento sia stato il medesimo, Scalfari non si dimise.
Dunque non venga a raccontarci del pellegrinaggio alla 'canossa' velletrana del direttore, da parte di De Benedetti con il capo cosparso di cenere in segno di pentimento e del successivo abbraccio e bacio di Calabresi che l'ha quasi costretto, contro la sua volontà, a continuare come se nulla stia per accadere.
Con tutto il 'dolce vita' candido che faceva brillare ancor di più la sua barba argento e lo rassomigliava a papa Francesco, noi non crediamo ad una sola parola di ciò che ha voluto raccontarci sulla successione di Calabresi a Mauro e sulla sua permanenza a Repubblica. Dove continuerà a firmare le omelie domenicali. Come se nulla fosse...
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venerdì 24 luglio 2015
Guerra aperta fra il Vaticano di Bergoglio e La Repubblica di Scalfari
Ieri, in prima pagina, abbiamo letto un durissimo articolo sulla Repubblica fondata da Scalfari e diretta da Ezio Mauro, l'unico giornale che Bergoglio legge ogni mattina e con il quale ha avuto nel recente passato rapporti strettissimi. Come mai, ci siamo detti, se Bergoglio ha riservato a Scalfari un'attenzione che nessun altro giornale è sembrato meritarsi agli occhi del pontefice?
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
E' successo che qualche mese fa, sul sito dell'Espresso - che è dello stesso gruppo editoriale della Repubblica, di proprietà di De Benedetti - sia apparso il testo dell'ultima enciclica del papa, prima che la Santa Sede ne diffondesse ufficialmente il testo. Apriti cielo. Per bocca del suo portavoce, padre Lombardi, il Vaticano, ha elevato una dura protesta, rimproverando al giornale di aver fatto il suo mestiere, quello cioè di pubblicare notizie , senza chiedersi invece chi avesse fornito al giornale il testo dell'enciclica. Se ricordiamo bene, anzi, si disse che il giornale non era stato alla parola data, e cioè che il testo fatto uscire dal Vaticano, come anticipazione, non era quello ufficiale bensì una bozza, pure abbastanza vicina a quella definitiva, visto che ne anticipava l'uscita ufficiale solo di quale ora. Ed aggiungeva, il portavoce, che il testo ufficiale, magari già in stampa era diverso da quello anticipato sul sito dell'Espresso, perchè il Papa continuava a leggerlo e magari ad apportarvi correzioni e modifiche fino all'ultimo minuto.
Ognuno la pensi come vuole su questa storia che, con i problemi del mondo e con la velocità con cui corre da un punto all'altro del pianeta l'informazione, ha secondo noi dell'inverosimile.
L'Espresso non ha alimentato la polemica, rispondendo al portavoce Lombardi, a confronto avvenuto, facendo notare che le due versioni erano identiche. Ma forse in questo c'è stato l'intervento di Scalfari presso Bergoglio.
Incidente chiuso, pace fatta? Affatto, perchè ora che il Papa sta per partire per Cuba, al vaticanista de La Repubblica hanno fatto sapere che per lui non c'è posto sull'aereo papale. Perchè, hanno spiegato, miserabili!, che i posti sono pochi ed altre idiozie.
E per questo il giornale, nonostante i rapporti di amicizia fra il Papa e Scalfari, s'è risentito ed ha accusato il Vaticano di censura, perchè di censura si tratta.
Ma non è l'unico caso. Episodi di censura da parte del potere nei confronti della stampa si registrano ogni giorno ed in ogni ambiente.
Modestamnte anche CONTRO di noi che ci siamo permessi di muovere qualche appunto, nella nostra attività di giornalista, al Teatro dell'Opera e Santa Cecilia, VIENE ORMAI NEGATO il biglietto di accesso alle due istituzioni e, anzi, ambedue le istituzioni hanno depennato il nostro nome dalla mailing list dei giornalisti. Così permettendo, chi ha il potere, anche all'ombra del pastorale, penserà che il mondo non è cambiato, e crederà di poters permettere simili soprusi, se nessuno gli si rivolta contro, denunciando.
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mercoledì 23 luglio 2014
Pronta al varo Rai-Repubblica, con il via libera di De Benedetti e i ringraziamenti di Vianello
Cosa sarà andato a fare Del Rio, sottosegretario tuttofare del governo Renzi, a casa di De Benedetti? Un semplice invito di cortesia a colazione? De Benedetti, richiesto dalla Sardoni, ha detto che non è tenuto a rivelare gli argomenti di conversazione con il sottosegretario. E, del resto, a colazione, si parla di tutto; niente a che far con affari editoriali e di governo.
A fugare ogni dubbio sulla materia di quell'incontro, dovrebbe bastare la 'lontananza' di Renzi dalla tv, anche se troppe volte sbandierata. Ma se c'è da sostituire il conduttore di Ballarò, Giò Floris, passato a miglior padrone, e si pensa magari di sostituirlo con un giornalista della carta stampata, è fin troppo chiaro che la scelta del direttore di Rai3, Vianello, immediatamente comunicata agli uffici di Palazzo Chigi, non può che cadere sulla redazione di Repubblica, ormai tutt'uno con la rete televisiva di sinistra, da dove Vianello ha già preso, e prima di lui anche gli altri direttori, Corrado Augias, e poi la De Gregorio ed ora anche Massimo Giannini, vicedirettore del giornale di Scalfari, esperto in economia.
Nei disegni del direttore generale della RAI, Gubitosi, ci sarebbero molti accorpamenti interni alla Rai, a cominciare dal settore dell'informazione; dovrebbero essere fusi Tg3,Rai News,RaiParlamento,TGR, Rai Quirinale, - ma non quell'obbrobrio di TeleCamere (da cancellare assolutamente) e neanche Rai Vaticano - affidando al direzione di tutto a Monica Maggioni, supervalutata, nonostante la sua rete faccia ascolti da disaffezione, come ha denunciato la Gabanelli ieri sul Corriere, e i cui meriti giornalistici, da quando è alla direzione della rete di informazione, restano sconosciuti ai più; giacchè l'unico episodio per cui è emersa la sua figura professionale, è stata l'intervista al presidente siriano, Assad, cioè il dittatore carnefice che la Maggioni potrebbe aver conosciuto negli anni in cui lavorava duro come inviata di guerra. Evidentemente la Maggioni ha anche altri meriti a noi sconosciuti ma di gran peso.
Torniamo , invece, alla fondazione di Rai-Repubblica, la nuova rete televisiva svincolata dai partiti, tutti eccetto uno: quello di Repubblica.
Visionari di Augias non è andato bene; Pane quotidiano della De Gregorio, bravissima (e di bell'aspetto , perchè non dirlo?) giornalista ma negata assolutamente per la televisione, non è andata bene; e allora invece che interrompere il legame con il giornale di Ezio Mauro, lo si rinsalda, meglio Vianello lo rinsalda, staccando Massimo Giannini , al quale intende affidare la conduzione di Ballarò. Giannini è giornalista economico, si vede spesso in tv, - lo si è visto anche da Ballarò - fa anche bella figura perchè preparato, ma assolutamente a digiuno nella conduzione di una cagnara televisiva. In tv non c'era nessuno da mettere al suo posto, nemmeno fra i giornalisti che già fanno trasmissioni di successo, altro che quelle di Augias e della De Gregorio. No. occorre contrastare l'avanzamento delle altre reti, nella logica ancora radicata che le tre reti rispondono a tre referenti politici. Se a Rai 2 c'è Porro ( Il Giornale)- anche questa trasmissione non è che sia andata bene, eppure la si conferma, per bilanciare quella presenza occorre mettere uno di Repubblica ( giornali e conduttori apertamente in lotta continua). La riforma di Gubitosi non corregge la principale anomalia: non occorre fare entrare altri per bilanciare le anomalie esistenti, occorre sradicarle alla radice, con grande risparmio per tutti.
E per una volta, considerando che se un prodotto non va - come qualunque editore non coglione raebbe - va tolto dal mercato per sostitutirlo con un altro, sul cui esito è lecito scommettere, non - come si continua a fare- tenerlo in palinsesto a dispetto anche degli ascolti e dei costi.
perchè non si fa inviatre da De Benedetit anche Vianello, così si fa speigare come mandare avanti un'azienda editoriale- che è il mestiere che il padrone di Repubblica-L'Espresso sa fare? E prima della fusione Rai-Repubblica?
A fugare ogni dubbio sulla materia di quell'incontro, dovrebbe bastare la 'lontananza' di Renzi dalla tv, anche se troppe volte sbandierata. Ma se c'è da sostituire il conduttore di Ballarò, Giò Floris, passato a miglior padrone, e si pensa magari di sostituirlo con un giornalista della carta stampata, è fin troppo chiaro che la scelta del direttore di Rai3, Vianello, immediatamente comunicata agli uffici di Palazzo Chigi, non può che cadere sulla redazione di Repubblica, ormai tutt'uno con la rete televisiva di sinistra, da dove Vianello ha già preso, e prima di lui anche gli altri direttori, Corrado Augias, e poi la De Gregorio ed ora anche Massimo Giannini, vicedirettore del giornale di Scalfari, esperto in economia.
Nei disegni del direttore generale della RAI, Gubitosi, ci sarebbero molti accorpamenti interni alla Rai, a cominciare dal settore dell'informazione; dovrebbero essere fusi Tg3,Rai News,RaiParlamento,TGR, Rai Quirinale, - ma non quell'obbrobrio di TeleCamere (da cancellare assolutamente) e neanche Rai Vaticano - affidando al direzione di tutto a Monica Maggioni, supervalutata, nonostante la sua rete faccia ascolti da disaffezione, come ha denunciato la Gabanelli ieri sul Corriere, e i cui meriti giornalistici, da quando è alla direzione della rete di informazione, restano sconosciuti ai più; giacchè l'unico episodio per cui è emersa la sua figura professionale, è stata l'intervista al presidente siriano, Assad, cioè il dittatore carnefice che la Maggioni potrebbe aver conosciuto negli anni in cui lavorava duro come inviata di guerra. Evidentemente la Maggioni ha anche altri meriti a noi sconosciuti ma di gran peso.
Torniamo , invece, alla fondazione di Rai-Repubblica, la nuova rete televisiva svincolata dai partiti, tutti eccetto uno: quello di Repubblica.
Visionari di Augias non è andato bene; Pane quotidiano della De Gregorio, bravissima (e di bell'aspetto , perchè non dirlo?) giornalista ma negata assolutamente per la televisione, non è andata bene; e allora invece che interrompere il legame con il giornale di Ezio Mauro, lo si rinsalda, meglio Vianello lo rinsalda, staccando Massimo Giannini , al quale intende affidare la conduzione di Ballarò. Giannini è giornalista economico, si vede spesso in tv, - lo si è visto anche da Ballarò - fa anche bella figura perchè preparato, ma assolutamente a digiuno nella conduzione di una cagnara televisiva. In tv non c'era nessuno da mettere al suo posto, nemmeno fra i giornalisti che già fanno trasmissioni di successo, altro che quelle di Augias e della De Gregorio. No. occorre contrastare l'avanzamento delle altre reti, nella logica ancora radicata che le tre reti rispondono a tre referenti politici. Se a Rai 2 c'è Porro ( Il Giornale)- anche questa trasmissione non è che sia andata bene, eppure la si conferma, per bilanciare quella presenza occorre mettere uno di Repubblica ( giornali e conduttori apertamente in lotta continua). La riforma di Gubitosi non corregge la principale anomalia: non occorre fare entrare altri per bilanciare le anomalie esistenti, occorre sradicarle alla radice, con grande risparmio per tutti.
E per una volta, considerando che se un prodotto non va - come qualunque editore non coglione raebbe - va tolto dal mercato per sostitutirlo con un altro, sul cui esito è lecito scommettere, non - come si continua a fare- tenerlo in palinsesto a dispetto anche degli ascolti e dei costi.
perchè non si fa inviatre da De Benedetit anche Vianello, così si fa speigare come mandare avanti un'azienda editoriale- che è il mestiere che il padrone di Repubblica-L'Espresso sa fare? E prima della fusione Rai-Repubblica?
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giovedì 19 settembre 2013
Incoscienti e irresponsabili. Ma anche profittatori
'Oggi è festa' dice con quella sua bocca, da cui sgorga il fiume in piena della sua intelligenza, l'ex presidente del Senato, Schifani, ed ora capogruppo del PDL, da oggi FI, rinata, nel corso dell'inaugurazione della nuova sede del partito i n Piazza san Lorenzo in Lucina a Roma. Abito scuro, cravatta sgargiante, barbiere e manicure appena fatte, camicia con polsini fermati da preziosi, come ha la maggioranza dei burini seduti nelle due camere del nostro parlamento, insomma vestito a festa per un giorno di festa. Lo dice anche Berlusca che è un giorno di festa; con più ragioni di Schifani, perchè anche lui, in procinto di essere tirato giù dal piedistallo e finire addirittura affidato ai servizi sociali, si merita qualche momento di allegria, dopo giornate in cui l'ha prese di santa ragione dalla Cassazione, e mentre sa che il suo nemico De Benedetti se la gode ai Caraibi con i soldi che gli ha scucito.
Ma l'atmosfera di festa si diffonde anche negli altri palazzi del potere. Ci sembra di vedere l'ultima scena di un naufragio, nella quale i signori della prima classe, sebbene avvertiti dal comandante che la nave sta affondando, restano nella sala delle feste, al piano più alto, a sorseggiare Dom Perignon ed a gustare ostriche e caviale, tanto a loro- ne sono pienamente convinti - qualcuno verrà sempre a salvarli, non possono affondare come tutti i passeggeri della classe economica. Ecco qual è l'immagine dell'Italia. Un paese ridotto alla povertà con l'eccezione dei ricchi e dei frequentatori dei palazzi del potere.
Da anni non si adeguano gli stipendi di milioni di italiani, le pensioni non vengono rivalutate neppure in funzione dell'inflazione, mentre loro mantengono i lauti stipendi di un tempo che non riescono a trovare il tempo per abbassare, e non riescono ad abbassare neanche il numero degli occupanti le due camere parlamentari come i consigli regionali; ritoccano del solo 20% il numero delle autoblu che costano una cifra spropositata, a Roma si paga un autoparco per auto di servizio del comune 1.000.000 di Euro e via di questo passo. Dimenticavamo: topolino Amato, criticato per le sue pensioni d'oro che andavano ad aggiungersi allo stipendio alla Treccani, ora nominato giudice costituzionale, aggiungerà ai 30.000 Euro di pensione mensili lo stipendio di 400.000 Euro che dovrà, controvoglia, prendere alla Consulta. Insomma topolino e tutti gli altri non si accorgono neppure che fuori la plebe 'litiga', come ironizzava Petrolini. Che accadrà quando non basterà più alla plebe di 'litigare' e andrà a stanare per esempio, Sandro Bondi, proprio lui che aveva dichiarato che se nel paese le cose non cambiano (ma lui intendeva: a favore di Berlusconi, per il quale auspicava che la condanna in Cassazione fosse solo uno scherzo!) poteva esserci la guerra civile. La quale, se un giorno ci sarà - speriamo mai, perchè alla fine, poco prima dell'affondamento, anche Bondi potrebbe rendersi conto della situazione , ma non di Berlusocni, di tutti) - Bondi potrebbe essere il primo dei suoi simili ad andarci di mezzo. Perchè certo lui non la farà. Perchè dovrebbe? Non c'è altro angolo del pianeta nel quale lui e la sua compagna, deputata Repetti, godrebbero degli stessi benefici di cui godono, grazie a Berlusconi, oggi in Italia.
Ora intanto, anche nel clima di festa, si esercitano tutti, Schifani, Brunetta e Bondi compresi, a minacciare la crisi del governo, come in un gioco di società. Cacciamoli tutti alla prossima occasione elettorale.
Ma l'atmosfera di festa si diffonde anche negli altri palazzi del potere. Ci sembra di vedere l'ultima scena di un naufragio, nella quale i signori della prima classe, sebbene avvertiti dal comandante che la nave sta affondando, restano nella sala delle feste, al piano più alto, a sorseggiare Dom Perignon ed a gustare ostriche e caviale, tanto a loro- ne sono pienamente convinti - qualcuno verrà sempre a salvarli, non possono affondare come tutti i passeggeri della classe economica. Ecco qual è l'immagine dell'Italia. Un paese ridotto alla povertà con l'eccezione dei ricchi e dei frequentatori dei palazzi del potere.
Da anni non si adeguano gli stipendi di milioni di italiani, le pensioni non vengono rivalutate neppure in funzione dell'inflazione, mentre loro mantengono i lauti stipendi di un tempo che non riescono a trovare il tempo per abbassare, e non riescono ad abbassare neanche il numero degli occupanti le due camere parlamentari come i consigli regionali; ritoccano del solo 20% il numero delle autoblu che costano una cifra spropositata, a Roma si paga un autoparco per auto di servizio del comune 1.000.000 di Euro e via di questo passo. Dimenticavamo: topolino Amato, criticato per le sue pensioni d'oro che andavano ad aggiungersi allo stipendio alla Treccani, ora nominato giudice costituzionale, aggiungerà ai 30.000 Euro di pensione mensili lo stipendio di 400.000 Euro che dovrà, controvoglia, prendere alla Consulta. Insomma topolino e tutti gli altri non si accorgono neppure che fuori la plebe 'litiga', come ironizzava Petrolini. Che accadrà quando non basterà più alla plebe di 'litigare' e andrà a stanare per esempio, Sandro Bondi, proprio lui che aveva dichiarato che se nel paese le cose non cambiano (ma lui intendeva: a favore di Berlusconi, per il quale auspicava che la condanna in Cassazione fosse solo uno scherzo!) poteva esserci la guerra civile. La quale, se un giorno ci sarà - speriamo mai, perchè alla fine, poco prima dell'affondamento, anche Bondi potrebbe rendersi conto della situazione , ma non di Berlusocni, di tutti) - Bondi potrebbe essere il primo dei suoi simili ad andarci di mezzo. Perchè certo lui non la farà. Perchè dovrebbe? Non c'è altro angolo del pianeta nel quale lui e la sua compagna, deputata Repetti, godrebbero degli stessi benefici di cui godono, grazie a Berlusconi, oggi in Italia.
Ora intanto, anche nel clima di festa, si esercitano tutti, Schifani, Brunetta e Bondi compresi, a minacciare la crisi del governo, come in un gioco di società. Cacciamoli tutti alla prossima occasione elettorale.
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