Ogni giorno , sul Fatto quotidiano, si può leggere il suo nome, Silvia Truzzi, perchè scrive moltissimo. L'altro ieri s'è avventurata a recensire un libro, appena uscito, scritto da Alberto Mattioli, giornalista de La Stampa, il cui contenuto era il melodramma - quella cosa che ha fatto l'Italia ed anche la lingua italiana nel tempo e che nel nostro paese è popolare - anzi è stato popolare - come in Grecia, ad esempio, secondo quanto scrive la Truzzi, Alceo e Saffo. Beati i Greci!
Il melodramma, ma da un'angolatura speciale affronta Mattioli. Il titolo è Meno grigi più Verdi , è edito da Garzanti, e mostra come Verdi abbia attinto materia per le sue opere, oltre che dalla letteratura, dalla conoscenza approfondita del carattere degli italiani.
Meno male che Mattioli partito dal melodramma, virasse immediatamente per parare altrove, perchè altrimenti la presentazione della Truzzi non se la sarebbe meritata. Perchè?Lo spiega la giornalista medesima, dandosi dell'analfabeta senza che nessuno le avesse mosso un simile rimprovero.
Perchè, scrive la Truzzi: "Meno grigi che Verdi , l'abbiamo preso in mano non senza un certo timore, da ignoranti quali siamo noi che alla parola lirica magari non mettiamo mano alla fondina, ma al massimo possiamo rispolverare reminiscenza liceali di Alceo e Saffo".
Insomma la giornalista ci vuol fare sapere che Lei, salvo le reminiscenze liceali che la rimandano con la memoria, sfocata, ad Alceo e Saffo - e già è tanto che ne ricordi i nomi - con il melodramma, patrimonio e vanto della cultura italiana, non solo musicale, non ha nè vuole avere alcuna frequentazione. Povera Lei!
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sabato 3 marzo 2018
Marco Lillo (Fatto Quotidiano), approfondisca sui privilegi degli ex presidenti delle Camere
Marco Lillo, l'ottimo cronista del Fatto Quotidiano, qualche giorno fa ha voluto, a modo suo - cioè all'incontrario - fare gli auguri all'ex presidente del senato Renato Schifani, ancora candidato per FI.
Ha raccontato che lui, come altri suoi predecessori, anche cessato l'incarico, gode di privilegi che non sarebbe esagerato chiamare soprusi e perfino furti a danno dei cittadini che, per la sua presidenza, devono continuare a pagargli i conti, anche dopo che è terminata.
Si tratta di cose ben note, tante volte ne abbiamo scritto anche noi in passato, a proposito di Irene Pivetti che, anche quando aveva smesso di fare la presidente della Camera dei Deputati e faceva la soubrette in tv, godeva di segreteria, macchina, ufficio ecc...
Marco Lillo aggiunge un particolare, e cioè la dotazione di 17.000 Euro mensili di cui l'ex dispone per collaborazioni, specificando che nel caso di Schifani lui li avrebbe utilizzati avviando contratti di collaborazione sia per la fidanzata di suo figlio che per la di lei madre. Persone competentissime nei campi in cui sarebbero utilizzate dallo Stato italiano, al servizio di Schifani, ma comunque di famiglia - acquisita.
C'è da meravigliarsi? Ma come si può quando da qualche settimana si assiste alla saga campana di De Luca, il governatore. Lui governatore, suo figlio candidato al Parlamento e l'altro suol figlio assessore, beccato dai giornalisti di Fanpage a concordare mazzette, e costretto a dimettersi? E quando a proposito dell'altro figlio, il candidato al Parlamento si scopre che avrebbe ottenuto un incarico all'Università presentando due lavori, uno dei quali redatto secondo il sistema 'Marianna Madia', cioè copiando senza citare la fonte?
Vorremmo invitare Lillo ad andare a fondo sulla sua inchiesta, e controllare anche le consulenze che i Presidenti del Senato hanno fatto durante i loro incarichi, dal 2002 al 2013 ( XIV e XVI, saltando la XV legislatura). Fra le tante consulenze ve ne è una 'per i concerti al senato' - tanto intensa era l'attività musicale al Senato - per la quale, per un decennio circa, i diversi presidenti hanno pagato un signore, della cui consulenza potevano sinceramente fare a meno. Sia perchè ancora plurioccupato nonostante l'avanzata età della pensione ( quando ha iniziato aveva già 75 anni, e quando ha finito e alla fine 85) sia a causa dei risultati mediocri e dozzinali della sua consulenza. Controlli Lillo e poi ci dica.
Ha raccontato che lui, come altri suoi predecessori, anche cessato l'incarico, gode di privilegi che non sarebbe esagerato chiamare soprusi e perfino furti a danno dei cittadini che, per la sua presidenza, devono continuare a pagargli i conti, anche dopo che è terminata.
Si tratta di cose ben note, tante volte ne abbiamo scritto anche noi in passato, a proposito di Irene Pivetti che, anche quando aveva smesso di fare la presidente della Camera dei Deputati e faceva la soubrette in tv, godeva di segreteria, macchina, ufficio ecc...
Marco Lillo aggiunge un particolare, e cioè la dotazione di 17.000 Euro mensili di cui l'ex dispone per collaborazioni, specificando che nel caso di Schifani lui li avrebbe utilizzati avviando contratti di collaborazione sia per la fidanzata di suo figlio che per la di lei madre. Persone competentissime nei campi in cui sarebbero utilizzate dallo Stato italiano, al servizio di Schifani, ma comunque di famiglia - acquisita.
C'è da meravigliarsi? Ma come si può quando da qualche settimana si assiste alla saga campana di De Luca, il governatore. Lui governatore, suo figlio candidato al Parlamento e l'altro suol figlio assessore, beccato dai giornalisti di Fanpage a concordare mazzette, e costretto a dimettersi? E quando a proposito dell'altro figlio, il candidato al Parlamento si scopre che avrebbe ottenuto un incarico all'Università presentando due lavori, uno dei quali redatto secondo il sistema 'Marianna Madia', cioè copiando senza citare la fonte?
Vorremmo invitare Lillo ad andare a fondo sulla sua inchiesta, e controllare anche le consulenze che i Presidenti del Senato hanno fatto durante i loro incarichi, dal 2002 al 2013 ( XIV e XVI, saltando la XV legislatura). Fra le tante consulenze ve ne è una 'per i concerti al senato' - tanto intensa era l'attività musicale al Senato - per la quale, per un decennio circa, i diversi presidenti hanno pagato un signore, della cui consulenza potevano sinceramente fare a meno. Sia perchè ancora plurioccupato nonostante l'avanzata età della pensione ( quando ha iniziato aveva già 75 anni, e quando ha finito e alla fine 85) sia a causa dei risultati mediocri e dozzinali della sua consulenza. Controlli Lillo e poi ci dica.
lunedì 26 febbraio 2018
Vota Berlusconi/ posti nuovi:due milioni
Non tutti in una botta i due milioni di nuovi posti di lavoro. Anche per Berlusconi sarebbero troppi. Ma un secondo milione che va aggiungersi al primo che Berlusconi tirò fuori dal suo cilindro magico molti anni fa, regalandoli al paese, dopo averli promessi con impegno solenne assunto con la firma del suo 'patto' con gli italiani nel salotto tv di Bruno Vespa.
Sono trascorsi molti anni da allora, l'Italia gode ancora dei benefici del suo governo - anzi dei suoi governi, perchè altre volte è tornato al timone della nazione - ed ora torna più arzillo che mai - salvo che per la calotta marrone che ogni giorno deve disegnarsi in testa prima di uscire allo scoperto - a offrire benefici e miracoli al paese.
Allora come oggi è chiaro a tutti che lui non scende in politica per farsi gli affari suoi, perchè quelli se li è già fatti, ma per liberare l'Italia dal pericolo grillino, esattamente come allora, quando scese in politica per liberarla da un altro pericolo, quello comunista.
Accanto a sè chiama persone che appartengono al mondo del 'fare', al mondo dell'imprenditoria e delle professioni, al quale anche lui appartiene, a coloro cioè che hanno dimostrato di saper governare i loro affari; e se hanno fatto e bene con le loro cose, sapranno farlo con la 'cosa pubblica', senza badare al proprio tornaconto, perché i loro affari vanno in automatico - come ha dimostrato anche Berlusconi con le sue aziende.
Ci sarebbe da dire qualcosa sugli alleati di Berlusconi, ma per ora basta lui, meglio non parlare dei suoi soci, per non danneggiarlo.
Niente a che vedere con i grillini - i nemici suoi e del paese, di oggi. Chi è quel Di Maio - mette in guardia Berlusconi? Un giovanotto, che non è riuscito neanche a laurearsi, che non ha fatto mai un lavoro vero in vita sua, ma solo 'lavoretti', e che ora pretenderebbe di governare il paese, anche con l'appoggio incondizionato di Travaglio e del suo Fatto. Con quale esperienza, va ripetendo Berlusconi? Ma come, aggiunge il Cav. non bastano gli esempi disastrosi che hanno dato al paese governando le città, Capitale compresa? Travaglio affiderebbe il suo Fatto a coloro i quali non hanno saputo governare una città? Ci proverebbe comunque, non temendo che mandino tutto gambe all'aria?
Certi giornali e opinionisti non darebbero mai e poi mai altrettanto credito ai grillini al governo, quando dovessero mettere nelle loro mani i propri beni. Mica fessi!
E il PD? Un titolo de La Stampa di oggi, fotografa la loro attuale situazione: il PD vota contro il PD. Negli interventi televisivi dei vari leader, PD ed ex PD, se le danno di santa ragione. Emerge che il nemico o l'avversario da sconfiggere siano i loro ex compagni. E le varie frangette, staccatesi dalla casa madre, vagano alla ricerca di un posto, senza un capo credibile. Perchè quel Grasso, che hanno voluto al vertice, è l'assicurazione della loro sconfitta. Ieri, a Mentana che gli chiedeva della presenza delle donne nel partito, ha fatto un paio di nomi - ma si stava per dimenticare che vi milita anche la Boldrini - e poi ha detto che hanno coinvolto anche una direttrice d'orchestra. Chi è costei? Si chiama Gianna Fratta, è moglie di Piero Pelù, ma le sue gesta direttoriali solo Grasso apprezza, avendola invitata, un paio di anni fa, a dirigere un concertino in Senato ( noi quel concerto l'abbiamo anche visto e non ci è parso che Grasso e il suo partito con Lei abbia fatto un grande acquisto, non essendo una esponente di valore nel suo campo!) .
Insomma per chi votare? In fin dei conti quello più affidabile è Berlusconi con il secondo milione di nuovi posti di lavoro. L'ha promesso. E Berlusconi le Promesse - le chiama così le olgettine? -le mantiene. ( La battuta, caustica ma esilarante, non è nostra, l'abbiamo letta su qualche giornale!)
Vero!
Sono trascorsi molti anni da allora, l'Italia gode ancora dei benefici del suo governo - anzi dei suoi governi, perchè altre volte è tornato al timone della nazione - ed ora torna più arzillo che mai - salvo che per la calotta marrone che ogni giorno deve disegnarsi in testa prima di uscire allo scoperto - a offrire benefici e miracoli al paese.
Allora come oggi è chiaro a tutti che lui non scende in politica per farsi gli affari suoi, perchè quelli se li è già fatti, ma per liberare l'Italia dal pericolo grillino, esattamente come allora, quando scese in politica per liberarla da un altro pericolo, quello comunista.
Accanto a sè chiama persone che appartengono al mondo del 'fare', al mondo dell'imprenditoria e delle professioni, al quale anche lui appartiene, a coloro cioè che hanno dimostrato di saper governare i loro affari; e se hanno fatto e bene con le loro cose, sapranno farlo con la 'cosa pubblica', senza badare al proprio tornaconto, perché i loro affari vanno in automatico - come ha dimostrato anche Berlusconi con le sue aziende.
Ci sarebbe da dire qualcosa sugli alleati di Berlusconi, ma per ora basta lui, meglio non parlare dei suoi soci, per non danneggiarlo.
Niente a che vedere con i grillini - i nemici suoi e del paese, di oggi. Chi è quel Di Maio - mette in guardia Berlusconi? Un giovanotto, che non è riuscito neanche a laurearsi, che non ha fatto mai un lavoro vero in vita sua, ma solo 'lavoretti', e che ora pretenderebbe di governare il paese, anche con l'appoggio incondizionato di Travaglio e del suo Fatto. Con quale esperienza, va ripetendo Berlusconi? Ma come, aggiunge il Cav. non bastano gli esempi disastrosi che hanno dato al paese governando le città, Capitale compresa? Travaglio affiderebbe il suo Fatto a coloro i quali non hanno saputo governare una città? Ci proverebbe comunque, non temendo che mandino tutto gambe all'aria?
Certi giornali e opinionisti non darebbero mai e poi mai altrettanto credito ai grillini al governo, quando dovessero mettere nelle loro mani i propri beni. Mica fessi!
E il PD? Un titolo de La Stampa di oggi, fotografa la loro attuale situazione: il PD vota contro il PD. Negli interventi televisivi dei vari leader, PD ed ex PD, se le danno di santa ragione. Emerge che il nemico o l'avversario da sconfiggere siano i loro ex compagni. E le varie frangette, staccatesi dalla casa madre, vagano alla ricerca di un posto, senza un capo credibile. Perchè quel Grasso, che hanno voluto al vertice, è l'assicurazione della loro sconfitta. Ieri, a Mentana che gli chiedeva della presenza delle donne nel partito, ha fatto un paio di nomi - ma si stava per dimenticare che vi milita anche la Boldrini - e poi ha detto che hanno coinvolto anche una direttrice d'orchestra. Chi è costei? Si chiama Gianna Fratta, è moglie di Piero Pelù, ma le sue gesta direttoriali solo Grasso apprezza, avendola invitata, un paio di anni fa, a dirigere un concertino in Senato ( noi quel concerto l'abbiamo anche visto e non ci è parso che Grasso e il suo partito con Lei abbia fatto un grande acquisto, non essendo una esponente di valore nel suo campo!) .
Insomma per chi votare? In fin dei conti quello più affidabile è Berlusconi con il secondo milione di nuovi posti di lavoro. L'ha promesso. E Berlusconi le Promesse - le chiama così le olgettine? -le mantiene. ( La battuta, caustica ma esilarante, non è nostra, l'abbiamo letta su qualche giornale!)
Vero!
martedì 16 gennaio 2018
Mollicone. Ridateci Mollicone
Mollicone, quasi omonimo di Morricone, se non fosse per due misere consonanti discordanti, è stato il presidente della Commissione Cultura del Campidoglio, nell'era Alemanno. Il suo nome è divenuto popolare - impopolare! - per due episodi. Il primo, quando accusò Fuortes di truccare i bilanci di Musica per Roma, venendo dall'accusato sfidato a ritirare l'accusa, perchè i bilanci erano certificati da una società esterna. E lui tacque. La seconda quando si oppose alla concessione della cittadinanza a Riccardo Muti, adducendo come ragione il fatto che venendo egli a lavorare all'Opera non aveva accettato un impegno di peso, come aveva lasciato intendere nei mesi precedenti lo sbarco romano.
Fu a quel punto che Muti, quando gli riferirono il caso, rispose, spiritosissimo: io a Roma conosco Morricone e nessun Mollicone. Ed anche in questo caso, coperto di ridicolo, si ritirò, sebbene spesso lo si sia visto successivamente all'Opera, nel corso di incotnri pubblici con la stampa. Non era il Presidente della Commissione Cultura del campidoglio?
Perchè il suo ritorno in auge sarebbe auspicabile? Perchè dovrebbe fare le pulci a Franceschini- soprannominato 'mezzo disastro' e ministro dei 'mali culturali' - ed al suo Ministero, come intese quella volta farle a Fuortes che lo fece ritirare con la coda fra le gambe.
Negli ultimi tempi Franceschini ed il suo Ministero sparano cifre di vittorie quasi giornaliere (forse per questo a Franceschini sta molto simpatico Fuortes, che nei suo proclami vittoriosi dall'Opera usa la medesima tecnica). Aumentano i visitatori dei nostri musei, aumentano gli introiti, aumenta tutto: viva Francechini!
L'altro ieri Vittorio Emiliani, sul 'Fatto' gli ha fatto le pulci, opponendo, cifre alla mano, che i conti di Franceschini erano sballati per eccesso. E noi ora abbiamo i conti di Franceschini contro quelli di Emiliani. Chi ha ragione? Mollicone potrebbe tornare nel suo ruolo di censore e chiedere a gran voce - la sua voce la ascolterebbero tutti con riverenza, a causa dei suo gloriosi trascorsi - che un soggetto 'terzo' ci dica quali sono regolari e quali gonfiati ad arte.
Mollicone, lasci i campi dove si è ritirato a coltivare le sue proprietà, moderno Cincinnato, e torni a Roma. Urge la sua preenza per mettere ordine e fare chiarezza.
Fu a quel punto che Muti, quando gli riferirono il caso, rispose, spiritosissimo: io a Roma conosco Morricone e nessun Mollicone. Ed anche in questo caso, coperto di ridicolo, si ritirò, sebbene spesso lo si sia visto successivamente all'Opera, nel corso di incotnri pubblici con la stampa. Non era il Presidente della Commissione Cultura del campidoglio?
Perchè il suo ritorno in auge sarebbe auspicabile? Perchè dovrebbe fare le pulci a Franceschini- soprannominato 'mezzo disastro' e ministro dei 'mali culturali' - ed al suo Ministero, come intese quella volta farle a Fuortes che lo fece ritirare con la coda fra le gambe.
Negli ultimi tempi Franceschini ed il suo Ministero sparano cifre di vittorie quasi giornaliere (forse per questo a Franceschini sta molto simpatico Fuortes, che nei suo proclami vittoriosi dall'Opera usa la medesima tecnica). Aumentano i visitatori dei nostri musei, aumentano gli introiti, aumenta tutto: viva Francechini!
L'altro ieri Vittorio Emiliani, sul 'Fatto' gli ha fatto le pulci, opponendo, cifre alla mano, che i conti di Franceschini erano sballati per eccesso. E noi ora abbiamo i conti di Franceschini contro quelli di Emiliani. Chi ha ragione? Mollicone potrebbe tornare nel suo ruolo di censore e chiedere a gran voce - la sua voce la ascolterebbero tutti con riverenza, a causa dei suo gloriosi trascorsi - che un soggetto 'terzo' ci dica quali sono regolari e quali gonfiati ad arte.
Mollicone, lasci i campi dove si è ritirato a coltivare le sue proprietà, moderno Cincinnato, e torni a Roma. Urge la sua preenza per mettere ordine e fare chiarezza.
sabato 30 dicembre 2017
Le cattive abitudini fanno breccia più facilmente e più velocemente delle buone, anche nel giornalismo
Che sia una cattiva abitudine quella di introdurre nella nostra lingua termini di altre, per fare i fichi nessuno può non convenire che si tratti di abitudine cattiva.
Da molto tempo accade, e da altrettanto noi lo andiamo denunciando, che il termine con il quale si indica il direttore d'orchestra e la sua attività di direzione sia stato abbandonato per far posto ad almeno altri due che ci vengono dalla lingua inglese. 'Direttore' non piace più tanto, e invece piace 'conduttore', dall'inglese conductor. Piace a chi 'conduttore'? A qualche giornalista che vuol dimostrare di conoscere quell'insulso termine inglese - che potrebbe confondere un direttore d'orchestra con un conducente di tram - e che non riflette su quale dei due risulti più chiaro al lettore dei giornali per il quale scrive.
Oggi, ad esempio, nel suo pezzo su 'Repubblica' dedicato al Concerto di Capodanno da Vienna diretto da Riccardo Muti, Leonetta Bentivoglio,si fa un apsseggiata nel vocabolario italiano, prendendo a prestito anche gli anglismi, e nel giro di poche righe, per indicare Muti e la sua attività viennese in questo momento, usa i seguenti termini: Muti ' dirige il concerto...'; poi il concerto è 'affidato a Muti'; e ancora: ' in quasi mezzo secolo il maestro guida i Wiener; 'la fiera italianità del conduttore'.
Poi passa a citare, en passant, il Concerto dalla Fenice, ma solo per riferire dalla 'frecciata' di Muti
(di cui abbiamo parlato nel post precedente ed in un altro dei giorni scorsi, ripetendosi volutamente il Maestro) per dirci che il Concerto dalla Fenice, sarà 'guidato da Myung Whun Chung'.
In poche righe, avendo la Bentivoglio un vocabolario ricco quanto il suo eloquio, ha usato sempre termini diversi per indicare Muti e la sua attività, ricorrendo a tre verbi differenti che ha coniugato secondo necessità, e cioè: dirigere, condurre, guidare. Senza badare agli equivoci nei quali potrebbe indurre i suoi lettori che, colti ma non quanto Lei, potrebbero domandarsi se stia scrivendo sempre della stessa persona e della medesima sua attività per la quale è più conosciuto, o se stia riferendo di hobby praticati dal direttore in privato, e che ora Lei, e solo Lei che con il direttore ha familiarità, sta rendendo di pubblico dominio.
E siccome le cattive abitudini più presto delle buone fanno breccia, ecco che anche 'Il Fatto quotidiano' di Travaglio, in una 'breve' riferita al Concerto di Capodanno dalla Fenice, scrive: ' il direttore d'orchestra coreano Whun Chung guiderà il concerto... ' Qui il direttore coreano non si mette alla guida di un'orchestra ma di un concerto, e forse senza sapere ancora dove 'condurlo'. Sempre che il concerto voglia farsi guidare da un direttore di un altro paese, lontano.
Esente da tale cattiva abitudine sembra Valerio Cappelli, nell'intervista a Muti, pubblicata sul 'Corriere della Sera', sul medesimo argomento, l'altro ieri: lui scrive sempre il direttore Muti che dirige...
Cappelli è meno colto della Bentivoglio o, a differenza della collega, scrive come magna - come si dice a Roma e, in inglese, non sappiamo come tradurlo, ma che ce ne frega?
Da molto tempo accade, e da altrettanto noi lo andiamo denunciando, che il termine con il quale si indica il direttore d'orchestra e la sua attività di direzione sia stato abbandonato per far posto ad almeno altri due che ci vengono dalla lingua inglese. 'Direttore' non piace più tanto, e invece piace 'conduttore', dall'inglese conductor. Piace a chi 'conduttore'? A qualche giornalista che vuol dimostrare di conoscere quell'insulso termine inglese - che potrebbe confondere un direttore d'orchestra con un conducente di tram - e che non riflette su quale dei due risulti più chiaro al lettore dei giornali per il quale scrive.
Oggi, ad esempio, nel suo pezzo su 'Repubblica' dedicato al Concerto di Capodanno da Vienna diretto da Riccardo Muti, Leonetta Bentivoglio,si fa un apsseggiata nel vocabolario italiano, prendendo a prestito anche gli anglismi, e nel giro di poche righe, per indicare Muti e la sua attività viennese in questo momento, usa i seguenti termini: Muti ' dirige il concerto...'; poi il concerto è 'affidato a Muti'; e ancora: ' in quasi mezzo secolo il maestro guida i Wiener; 'la fiera italianità del conduttore'.
Poi passa a citare, en passant, il Concerto dalla Fenice, ma solo per riferire dalla 'frecciata' di Muti
(di cui abbiamo parlato nel post precedente ed in un altro dei giorni scorsi, ripetendosi volutamente il Maestro) per dirci che il Concerto dalla Fenice, sarà 'guidato da Myung Whun Chung'.
In poche righe, avendo la Bentivoglio un vocabolario ricco quanto il suo eloquio, ha usato sempre termini diversi per indicare Muti e la sua attività, ricorrendo a tre verbi differenti che ha coniugato secondo necessità, e cioè: dirigere, condurre, guidare. Senza badare agli equivoci nei quali potrebbe indurre i suoi lettori che, colti ma non quanto Lei, potrebbero domandarsi se stia scrivendo sempre della stessa persona e della medesima sua attività per la quale è più conosciuto, o se stia riferendo di hobby praticati dal direttore in privato, e che ora Lei, e solo Lei che con il direttore ha familiarità, sta rendendo di pubblico dominio.
E siccome le cattive abitudini più presto delle buone fanno breccia, ecco che anche 'Il Fatto quotidiano' di Travaglio, in una 'breve' riferita al Concerto di Capodanno dalla Fenice, scrive: ' il direttore d'orchestra coreano Whun Chung guiderà il concerto... ' Qui il direttore coreano non si mette alla guida di un'orchestra ma di un concerto, e forse senza sapere ancora dove 'condurlo'. Sempre che il concerto voglia farsi guidare da un direttore di un altro paese, lontano.
Esente da tale cattiva abitudine sembra Valerio Cappelli, nell'intervista a Muti, pubblicata sul 'Corriere della Sera', sul medesimo argomento, l'altro ieri: lui scrive sempre il direttore Muti che dirige...
Cappelli è meno colto della Bentivoglio o, a differenza della collega, scrive come magna - come si dice a Roma e, in inglese, non sappiamo come tradurlo, ma che ce ne frega?
martedì 19 dicembre 2017
GEDI, Gruppo Editoriale, ha scoperto uno Yeti sulle nevi di Sankt Moritz, di nome Carlo De Benedetti
Il messaggio del moderno 'uomo delle nevi' chic, Carlo De Benedetti, è giunto forte e chiaro allo società editoriale le cui sorti sono ora nelle mani di Rodolfo, suo erede, che sembra fare orecchie da mercante?
Carlo De Benedetti, che si è vantato con Aldo Cazzullo del 'Corriere', cui ha rilasciato una controversa intervista, di essere l'unico imprenditore italiano a cedere ai suoi eredi un impero, senza nulla pretendere in cambio, ha bollato il fondatore di 'Repubblica' - a proposito di una dichiarazione televisiva : 'Berlusconi o Di Maio', similitudine moderna della pilatesca 'Barabba o Gesù', con la scelta di Barabba/Berlusconi, senza che Di Maio possa considerarsi un nuovo messia - come un irresponsabile, che ormai non sa quello che dice e che, per restare in pista, nonostante anche lui sappia di essere cotto e decotto, le spara grosse, e non si rende conto di aver recato danno al quotidiano da lui fondato e sul quale ancora tiene la sua omelia domenicale ecc...
Insomma Carlo De Benedetti, lo Yeti riscoperto sulle nevi di Santk Moritz, ha tirato a colpire Scalfari e il quotidiano che aveva fondato, ' La Repubblica', arrivando anche a dire che la scelta dell'attuale amministratore di affiancare al direttore Calabresi un condirettore, Cerno, è sbagliata e lui non la condivide.
Ci è sembrato di leggere nei proclami dello Yeti al foglio nemico, alcune critiche che, altrove, sia Pansa, ex cofondatore di 'Repubblica', va muovendo all'attuale gestione del quotidiano che, a suo parere, ha perso di autorevolezza, anche perchè sono più d'uno i galli che ivi cantano; come anche Valentini, dalle pagine del 'Fatto Quotidiano', ha spesso mosso a De Benedetti, raccontando retroscena che neanche Scalfari, mentre avrebbe potuto, non ha mai rivelato.
Ancora più curioso risulta, alla luce di tutto ciò, ciò che ha scritto Padellaro che del 'Fatto Quotidiano' è presidente, in difesa di De Benedetti/Yeti, per il quale rivendica il diritto a dire quello che pensa, anche in nome della ammirazione, ' profonda e divertita ' che egli, come anche uno storico direttore del gruppo, Claudio Rinaldi, nutrivano - e lui ancora nutre - per il il comune ex amministratore delegato e padrone.
Nella disputa è dovuto intervenire anche l'erede dello Yeti, sollecitato dal CdR del quotidiano romano, per dire che il messaggio dello Yeti non corrisponde al pensiero ed alla strategia editoriale degli attuali amministratore del gruppo, ai quali, non interessa cosa pensa lo Yeti, dove sembra di leggervi, per la legge del contrappasso, qualcosa di assai simile a ciò che Carlo De Benedetti ha detto di Scalfari.
Lotte al vertice, profonde diversità di vedute, gioco delle parti, spinte in avanti per non arretrare troppo'? Le ipotesi su questo gioco 'di ruolo' sono tante. E, forse, non una sola, ma tutte sono da tirare in ballo.
Carlo De Benedetti, che si è vantato con Aldo Cazzullo del 'Corriere', cui ha rilasciato una controversa intervista, di essere l'unico imprenditore italiano a cedere ai suoi eredi un impero, senza nulla pretendere in cambio, ha bollato il fondatore di 'Repubblica' - a proposito di una dichiarazione televisiva : 'Berlusconi o Di Maio', similitudine moderna della pilatesca 'Barabba o Gesù', con la scelta di Barabba/Berlusconi, senza che Di Maio possa considerarsi un nuovo messia - come un irresponsabile, che ormai non sa quello che dice e che, per restare in pista, nonostante anche lui sappia di essere cotto e decotto, le spara grosse, e non si rende conto di aver recato danno al quotidiano da lui fondato e sul quale ancora tiene la sua omelia domenicale ecc...
Insomma Carlo De Benedetti, lo Yeti riscoperto sulle nevi di Santk Moritz, ha tirato a colpire Scalfari e il quotidiano che aveva fondato, ' La Repubblica', arrivando anche a dire che la scelta dell'attuale amministratore di affiancare al direttore Calabresi un condirettore, Cerno, è sbagliata e lui non la condivide.
Ci è sembrato di leggere nei proclami dello Yeti al foglio nemico, alcune critiche che, altrove, sia Pansa, ex cofondatore di 'Repubblica', va muovendo all'attuale gestione del quotidiano che, a suo parere, ha perso di autorevolezza, anche perchè sono più d'uno i galli che ivi cantano; come anche Valentini, dalle pagine del 'Fatto Quotidiano', ha spesso mosso a De Benedetti, raccontando retroscena che neanche Scalfari, mentre avrebbe potuto, non ha mai rivelato.
Ancora più curioso risulta, alla luce di tutto ciò, ciò che ha scritto Padellaro che del 'Fatto Quotidiano' è presidente, in difesa di De Benedetti/Yeti, per il quale rivendica il diritto a dire quello che pensa, anche in nome della ammirazione, ' profonda e divertita ' che egli, come anche uno storico direttore del gruppo, Claudio Rinaldi, nutrivano - e lui ancora nutre - per il il comune ex amministratore delegato e padrone.
Nella disputa è dovuto intervenire anche l'erede dello Yeti, sollecitato dal CdR del quotidiano romano, per dire che il messaggio dello Yeti non corrisponde al pensiero ed alla strategia editoriale degli attuali amministratore del gruppo, ai quali, non interessa cosa pensa lo Yeti, dove sembra di leggervi, per la legge del contrappasso, qualcosa di assai simile a ciò che Carlo De Benedetti ha detto di Scalfari.
Lotte al vertice, profonde diversità di vedute, gioco delle parti, spinte in avanti per non arretrare troppo'? Le ipotesi su questo gioco 'di ruolo' sono tante. E, forse, non una sola, ma tutte sono da tirare in ballo.
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sabato 16 dicembre 2017
Capodanno romano. Quasi un Carnevale
" Ma che mi significa quel concerto di fine anno ai Fori? Noi vogliamo andare controcorrente", così parlò, l'anno scorso, Luca Bergamo, assessore romano della Giunta Raggi. Il Capodanno romano 2017, CONTROCORRENTE, dell'assessore alla 'ricrescita culturale' del Comune di Roma, Luca Bergamo, perciò, fu fatto cominciare intorno alle 3 del mattino, quando " i romani - testuale- uscivano dai locali o tornavano a casa dopo il cenone". Dalle 3 in poi, protagonista del Capodanno romano diventata il Tevere con i suoi ponti, sui quali si esibirono musicisti di ogni risma GRATUITAMENTE, comprese intere orchestre che, nessuno ebbe il coraggio di spiegare all'assessore 'intellettuale', a quell'ora con tutta l'umidità ed il freddo prevedibile, avrebbero fatto meglio a restare a casa, lasciando i propri strumenti nelle più sane calde custodie. E, infatti, alcuni di quei musicisti che avevano accolto, in un primo momento, l'invito dell'assessore, quando seppero dove avrebbero suonato, gratis per giunta, si tirarono indietro. E dichiararono che non si può e non si deve lavorare gratis!
Il Comune non spese un solo Euro e perciò l'assessore ottenne, senza onere alcuno per le casse comunali, che la città venisse inondata da musicanti, saltimbanchi ed imitatori di ogni risma. Si seppe poi che mentre i musicisti saltimbanchi ed imitatori prestarono la loro opera gratis, al Comune anche quel bailamme inutile costò certamente qualcosa, anzi un pò.
Stesso discorso per quel tristissimo albero di Natale in Piazza Venezia, l'anno scorso, che gridava vendetta, per la sua miseria
Per l'albero di Natale anche quest'anno s'è ripetuto il disastro dell'anno scorso. Hanno sbagliato famiglia, ed è arrivato a Roma già tutto spelacchiato; quel pò di aghi che erano rimasti attaccati ai rami stanno via via cadendo a terra, e alla Befana quell'albero di aghi non ne avrà più. Si può dire che neanche l'albero giusto sa scegliere la giunta Raggi, senza incorrere nelle ire interessate e per ora inspiegabili del 'Fatto Quotidiano'?
Tutto invece cambia per il Capodanno 2018. L'assessore ci ha ripensato e la tradizione del Concertone di mezzanotte che l'anno scorso non voleva seguire perchè lui non era un 'pecorone', quest'anno si riprende, con qualche leggera modifica. Per non fare la solita idiota figura, Bergamo non fa il concertone, ma ha dato in gestione il Circo Massimo - che aveva ospitato qualche concertone negli anni precedenti - alla Fura dels Baus che vi porterà i suoi trampolieri giganti, con i quali, se lo vorranno. si potranno misurare, accodandosi, anche i trampolieri nostrani, perchè Bergamo VUOLE ANDARE VERSO IL POPOLO. La Fura lo avrà per un triennio, cioè a dire Bergamo ha ipotecato l'uso a Capodanno del Circo Massimo, anche quando verosimilmente lui e la giunta Raggi potrebbero essere già a casa, creando problemi ai loro successori.
Poi , in molti spazi della città , a cominciare dalle 21 del 31 e fino alla stessa ora del 1 gennaio 2018, varie carnevalate. Una per tutte. Alle 10 del mattino si esibirà all'aperto la JuniOrchestra dell'Accademia di Santa Cecilia magari in tenuta d'ordinanza, 'alla romana':pantaloni o gonne, giacche a vento, cappelli e guanti. Quest'anno sono state chiamate a parteciparvi tutte le istituzioni romane,
L'assessore ha fatto sapere che questa carnevalata romana, della durata di 24 ore, costerà al Comune la modica cifra di 900.000 Euro, ai quali si aggiungeranno i 500.000 dei privati.
Insomma quando se sono i cittadini a formulare e presentare progetti, il Comune non ha mai soldi in cassa per realizzarli, mentre, invece, quando è il Comune a decidere ed organizzare, i soldi ci sono ed anche parecchi. Quest'anno il CAPODANNO ( CARNEVALE) ROMANO COSTERA' COMPLESSIVAMENTE 1.400.000 EURO (cioè a dire quasi TRE MILIARDI delle VECCHIE LIRE). Alla faccia!
Il Comune non spese un solo Euro e perciò l'assessore ottenne, senza onere alcuno per le casse comunali, che la città venisse inondata da musicanti, saltimbanchi ed imitatori di ogni risma. Si seppe poi che mentre i musicisti saltimbanchi ed imitatori prestarono la loro opera gratis, al Comune anche quel bailamme inutile costò certamente qualcosa, anzi un pò.
Stesso discorso per quel tristissimo albero di Natale in Piazza Venezia, l'anno scorso, che gridava vendetta, per la sua miseria
Per l'albero di Natale anche quest'anno s'è ripetuto il disastro dell'anno scorso. Hanno sbagliato famiglia, ed è arrivato a Roma già tutto spelacchiato; quel pò di aghi che erano rimasti attaccati ai rami stanno via via cadendo a terra, e alla Befana quell'albero di aghi non ne avrà più. Si può dire che neanche l'albero giusto sa scegliere la giunta Raggi, senza incorrere nelle ire interessate e per ora inspiegabili del 'Fatto Quotidiano'?
Tutto invece cambia per il Capodanno 2018. L'assessore ci ha ripensato e la tradizione del Concertone di mezzanotte che l'anno scorso non voleva seguire perchè lui non era un 'pecorone', quest'anno si riprende, con qualche leggera modifica. Per non fare la solita idiota figura, Bergamo non fa il concertone, ma ha dato in gestione il Circo Massimo - che aveva ospitato qualche concertone negli anni precedenti - alla Fura dels Baus che vi porterà i suoi trampolieri giganti, con i quali, se lo vorranno. si potranno misurare, accodandosi, anche i trampolieri nostrani, perchè Bergamo VUOLE ANDARE VERSO IL POPOLO. La Fura lo avrà per un triennio, cioè a dire Bergamo ha ipotecato l'uso a Capodanno del Circo Massimo, anche quando verosimilmente lui e la giunta Raggi potrebbero essere già a casa, creando problemi ai loro successori.
Poi , in molti spazi della città , a cominciare dalle 21 del 31 e fino alla stessa ora del 1 gennaio 2018, varie carnevalate. Una per tutte. Alle 10 del mattino si esibirà all'aperto la JuniOrchestra dell'Accademia di Santa Cecilia magari in tenuta d'ordinanza, 'alla romana':pantaloni o gonne, giacche a vento, cappelli e guanti. Quest'anno sono state chiamate a parteciparvi tutte le istituzioni romane,
L'assessore ha fatto sapere che questa carnevalata romana, della durata di 24 ore, costerà al Comune la modica cifra di 900.000 Euro, ai quali si aggiungeranno i 500.000 dei privati.
Insomma quando se sono i cittadini a formulare e presentare progetti, il Comune non ha mai soldi in cassa per realizzarli, mentre, invece, quando è il Comune a decidere ed organizzare, i soldi ci sono ed anche parecchi. Quest'anno il CAPODANNO ( CARNEVALE) ROMANO COSTERA' COMPLESSIVAMENTE 1.400.000 EURO (cioè a dire quasi TRE MILIARDI delle VECCHIE LIRE). Alla faccia!
sabato 21 ottobre 2017
Un partito di sinistra (PD) ed il suo segretario (Renzi) non possono stare dalla parte dei banchieri, ma dei consumatori. Ma anche dei cattivi amministratori e dei ladri?
Ha ragione Renzi, ed il suo partito con lui, quando dice che la sinistra non può stare dalla parte dei banchieri, ma da quella dei consumatori; e rivendica, con i decreti del suo governo, di aver salvato - il salvabile - dei risparmi dei piccoli investitori truffati ed imbrogliati dalle banche. E si spera che prosegua su questa strada.
Ma del crac delle banche, compresa Banca Etruria, quella nella quale è stato Vice presidente il padre della sottosegretaria Boschi, Renzi ( Maria Elena Boschi) e il suo partito non possono incolpare Visco e la Banca d'Italia per omessa o negligente vigilanza. Perchè, nel caso la Banca centrale fosse stata negligente, o quanto meno indulgente, verso i banchieri, non si può non ammettere che gli imbrogli e i furti, veri e propri, siano stati perpetrati dai banchieri a danno dei consumatori e risparmiatori, non da Bankitalia.
E allora perchè quella mozione di sfiducia - in seconda battuta ridotta a 'lecita espressione di parere o di critica' - nei confronti di Banca Italia e del governatore Visco, alla vigilia della scadenza del suo mandato, quando tutto lasciava prevedere che sarebbe stato riconfermato dal Governo e dal Presidente Mattarella?
C'entra qualcosa in questa accelerazione di sfiducia la sottosegretaria Boschi che, a detta del Fatto Quotidiano è l'estensore materiale di quella mozione, definita da molti atto irresponsabile e forse anche vendetta personale della Boschi contro Visco, a causa della Banca del papà?
Può una giovane sottosegretaria creare problemi ad una delle istituzioni più prestigiose e di garanzia del nostro paese? Perchè adesso, dopo quella mozione di sfiducia, ogni cosa riguardante la Banca d'Italia ed anche il suo prestigio internazionale potrebbe essere messa in discussione..
Se il Governo e Mattarella confermassero Visco, lo metterebbero in una situazione di vulnerabilità, nella quale, dato il suo ruolo non potrebbe tirare avanti a lungo; se non lo confermassero, tutti direbbero che Governo e Mattarella sono stati ostaggio della 'zarina', la vendicatrice Boschi, assecondata da Renzi che, pur scalzato dal suo trono, continua a regnare per mezzo di Gentiloni.
Una lettura 'benevola' ed 'annacquata' della mozione, con la quale si intende discolpare la Boschi da una responsabilità che Lei evidentemente ha più di tutti, la considera come il modo per non farsi scavalcare dai Cinquestelle che hanno presentato analoga mozione di sfiducia per Visco e la sua riconferma.
Come se ne esce? Non è facile immaginare una via di uscita. Al momento onorevole soprattutto per Visco il cui mandato scade fra pochi giorni.. Mentre una via d'uscita che rimetta ordine ed equilibrio fra i poteri ci sarebbe se la si volesse percorrere: Maria Elena Boschi riconosce il suo tragico errore e si dimette, subito, senza attendere neanche un minuto.
La Commissione parlamentare indaga svelta sul crac, ascolta Visco, legge i documenti che la Banca d'Italia le ha fornito a prova della sua non omessa vigilanza - e quindi discolpa sia il Governatore che Bankitalia - e condanna, anche in solido, i veri responsabili. Fra i quali c'è anche il padre della sottosegretaria Boschi, a questo punto ex.
Solo dopo, Bankitalia ed il suo Governatore - anche Visco, perchè no - potrebbero tronare a svolgere con autorevolezza il loro ruolo di vigilanza e di garanzia, nazionale ed internazionale. Ma la Boschi, a quel punto, deve essere già partita per una lunga vacanza.
Ma del crac delle banche, compresa Banca Etruria, quella nella quale è stato Vice presidente il padre della sottosegretaria Boschi, Renzi ( Maria Elena Boschi) e il suo partito non possono incolpare Visco e la Banca d'Italia per omessa o negligente vigilanza. Perchè, nel caso la Banca centrale fosse stata negligente, o quanto meno indulgente, verso i banchieri, non si può non ammettere che gli imbrogli e i furti, veri e propri, siano stati perpetrati dai banchieri a danno dei consumatori e risparmiatori, non da Bankitalia.
E allora perchè quella mozione di sfiducia - in seconda battuta ridotta a 'lecita espressione di parere o di critica' - nei confronti di Banca Italia e del governatore Visco, alla vigilia della scadenza del suo mandato, quando tutto lasciava prevedere che sarebbe stato riconfermato dal Governo e dal Presidente Mattarella?
C'entra qualcosa in questa accelerazione di sfiducia la sottosegretaria Boschi che, a detta del Fatto Quotidiano è l'estensore materiale di quella mozione, definita da molti atto irresponsabile e forse anche vendetta personale della Boschi contro Visco, a causa della Banca del papà?
Può una giovane sottosegretaria creare problemi ad una delle istituzioni più prestigiose e di garanzia del nostro paese? Perchè adesso, dopo quella mozione di sfiducia, ogni cosa riguardante la Banca d'Italia ed anche il suo prestigio internazionale potrebbe essere messa in discussione..
Se il Governo e Mattarella confermassero Visco, lo metterebbero in una situazione di vulnerabilità, nella quale, dato il suo ruolo non potrebbe tirare avanti a lungo; se non lo confermassero, tutti direbbero che Governo e Mattarella sono stati ostaggio della 'zarina', la vendicatrice Boschi, assecondata da Renzi che, pur scalzato dal suo trono, continua a regnare per mezzo di Gentiloni.
Una lettura 'benevola' ed 'annacquata' della mozione, con la quale si intende discolpare la Boschi da una responsabilità che Lei evidentemente ha più di tutti, la considera come il modo per non farsi scavalcare dai Cinquestelle che hanno presentato analoga mozione di sfiducia per Visco e la sua riconferma.
Come se ne esce? Non è facile immaginare una via di uscita. Al momento onorevole soprattutto per Visco il cui mandato scade fra pochi giorni.. Mentre una via d'uscita che rimetta ordine ed equilibrio fra i poteri ci sarebbe se la si volesse percorrere: Maria Elena Boschi riconosce il suo tragico errore e si dimette, subito, senza attendere neanche un minuto.
La Commissione parlamentare indaga svelta sul crac, ascolta Visco, legge i documenti che la Banca d'Italia le ha fornito a prova della sua non omessa vigilanza - e quindi discolpa sia il Governatore che Bankitalia - e condanna, anche in solido, i veri responsabili. Fra i quali c'è anche il padre della sottosegretaria Boschi, a questo punto ex.
Solo dopo, Bankitalia ed il suo Governatore - anche Visco, perchè no - potrebbero tronare a svolgere con autorevolezza il loro ruolo di vigilanza e di garanzia, nazionale ed internazionale. Ma la Boschi, a quel punto, deve essere già partita per una lunga vacanza.
venerdì 20 ottobre 2017
Il padre della sottosegretaria Maria Elena Boschi, ex vicepresidente di Banca Etruria, è attualmente INCAPIENTE, come i numerosi piccoli investitori, imbrogliati dalla sua banca e finiti sul lastrico
Non sappiamo se quello che abbiamo letto oggi sul Fatto Quotidiano, a proposito della 'sfiducia' cosiddetta, a Visco, Governtaore di Bankitalia, corrisponda al vero oppure no. Noi lo prendiamo per vero, sia per il peso delle affermazioni riguardanti l'ex vice presidente di Banca Etruria, padre della sottosegretaria Boschi, e sia anche perché se vere non fossero, quelli del Fatto questa volta una bella denuncia se la beccherebbero dalla Boschi, diversamente da quello che ha fatto con De Bortoli, contro il quale, per lo stesso caso, una denuncia l'aveva annunciata e mai presentata.
Abbiamo letto che al padre della sottosegretaria, alto dirigente e per un periodo anche vice presidente di Banca Etruria, sono state comminate da Bankitalia, delle multe, tre in tutto per un valore di poco sotto 500.000 Euro, per il pagamento delle quali, egli si è dichiarato INCAPIENTE. Aggettivo che noi, prima di leggere il Fatto, ad orecchio, spiegavamo come di uno 'che non capisce'. E invece no, il termine sta ad indicare che il padre della sottosegretaria, che ovviamente ha capito tutto, non ha i soldi per pagare quelle multe. Insomma è un nullatenente.
La cosa suona strana, per diverse ragioni. La prima è che, nonostante i numerosi inviti di Bankitalia - come risulta da alcuni documenti che Visco ha consegnato alla Commissione parlamentare - i dirigenti della Banca toscana non si tagliarono stipendi ed emolumenti ed anche premi, perfino negli anni in cui alla Vigilanza appariva chiaro che la banca navigasse in bruttissine acque. Loro, tra i quali anche il padre della Boschi, continuavano a festeggiare alla faccia dei risparmiatori che avevano truffato facendo loro acquistare titoli che poi si sono rivelati carta straccia. Dunque quei soldi dove li ha nascosti il padre della Boschi? Che c'ha fatto per averli spesi tutti tanto da non poter pagare appena 500.000 Euro?
E l'altra ragione è che, già qualche settimana fa, i giornali avevano rivelato che negli ultimi tempi, i dirigenti della Banca toscana, ma non solo loro - si pensi al caso di Zonin - avevano passato la proprietà di beni immobili ed anche mobili ad altri membri della famiglia che non potevano essere ritenuti responsabili dei reati commessi dai diretti interessati. E così avrebbero messo al sicuro i loro patrimoni, parte dei quali guadagnati sicuramente attraverso veri e propri furti.
Inoltre il Commissario di Banca Etruria ha chiesto a diversi amministratori dell'Istituto di credito di restituire alcuni milioni di Euro, del cui ammanco, a danno dei risparmiatori, li ha ritenuti responsabili.
E comunque non hanno i Boschi una bella villa, dove abitano, come si conviene ad un banchiere ed alla famiglia di un politico in vista? E non è la stessa cosa nel caso della lussuosa residenza in cui vive Zonin, la cui proprietà egli ha passato ai suoi famigliari?
Perchè la magistratura persegue con sollecitudine e tenacia piccoli delinquenti e ladruncoli, e non è altrettanto sollecita e decisa nel perseguire, una volta individuati, ladroni e delinquenti abituali in doppiopetto?
Abbiamo letto che al padre della sottosegretaria, alto dirigente e per un periodo anche vice presidente di Banca Etruria, sono state comminate da Bankitalia, delle multe, tre in tutto per un valore di poco sotto 500.000 Euro, per il pagamento delle quali, egli si è dichiarato INCAPIENTE. Aggettivo che noi, prima di leggere il Fatto, ad orecchio, spiegavamo come di uno 'che non capisce'. E invece no, il termine sta ad indicare che il padre della sottosegretaria, che ovviamente ha capito tutto, non ha i soldi per pagare quelle multe. Insomma è un nullatenente.
La cosa suona strana, per diverse ragioni. La prima è che, nonostante i numerosi inviti di Bankitalia - come risulta da alcuni documenti che Visco ha consegnato alla Commissione parlamentare - i dirigenti della Banca toscana non si tagliarono stipendi ed emolumenti ed anche premi, perfino negli anni in cui alla Vigilanza appariva chiaro che la banca navigasse in bruttissine acque. Loro, tra i quali anche il padre della Boschi, continuavano a festeggiare alla faccia dei risparmiatori che avevano truffato facendo loro acquistare titoli che poi si sono rivelati carta straccia. Dunque quei soldi dove li ha nascosti il padre della Boschi? Che c'ha fatto per averli spesi tutti tanto da non poter pagare appena 500.000 Euro?
E l'altra ragione è che, già qualche settimana fa, i giornali avevano rivelato che negli ultimi tempi, i dirigenti della Banca toscana, ma non solo loro - si pensi al caso di Zonin - avevano passato la proprietà di beni immobili ed anche mobili ad altri membri della famiglia che non potevano essere ritenuti responsabili dei reati commessi dai diretti interessati. E così avrebbero messo al sicuro i loro patrimoni, parte dei quali guadagnati sicuramente attraverso veri e propri furti.
Inoltre il Commissario di Banca Etruria ha chiesto a diversi amministratori dell'Istituto di credito di restituire alcuni milioni di Euro, del cui ammanco, a danno dei risparmiatori, li ha ritenuti responsabili.
E comunque non hanno i Boschi una bella villa, dove abitano, come si conviene ad un banchiere ed alla famiglia di un politico in vista? E non è la stessa cosa nel caso della lussuosa residenza in cui vive Zonin, la cui proprietà egli ha passato ai suoi famigliari?
Perchè la magistratura persegue con sollecitudine e tenacia piccoli delinquenti e ladruncoli, e non è altrettanto sollecita e decisa nel perseguire, una volta individuati, ladroni e delinquenti abituali in doppiopetto?
lunedì 2 ottobre 2017
Fake News: una, colossale, sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di ieri
Ieri, in prima pagina, in alto e in bella evidenza, si leggeva: ALFANO fa la voce grossa." L'ambasciatore nordcoreano in Italia sarà espulso. Peccato che non esista proprio: mai accreditato. Il solito ruggito del coniglio".
Verrebbe da aggiungere, ma a proposito del Fatto Quotidiano: il solito 'raglio dell'asino'.
Già perchè la Nord Corea ha in Italia una rappresentanza diplomatica, con sede a Roma, in Viale dell'Esperanto, al civico 26, cap 00144, zona Eur.
Potrebbe anche essere - ma ne dubitiamo - che il rappresentante diplomatico nordcoreano, che si presume sia il uso ambasciatore o console generale, abbia presentato le credenziali al governo italiano, attraverso il Ministero degli esteri di cui Alfano è titolare, e non gli siano state accettate. Ma che in Italia non ci sia una rappresentanza diplomatica della Nord Corea è una fake news, caro Travaglio. Questa mattina proveremo anche a telefonare alla sede diplomatica, per nostra maggiore sicurezza.
Resta il fatto che un'Ambasciata nordcoreana esista a Roma e presumiamo sia anche abitata, altrimenti perché pagare l'affitto di una sede non utilizzata e dunque vuota? E quell'ambasciata ha un suo sito, e compare nell'elenco delle rappresentanze diplomatiche estere in Italia, fornito dal Ministero di Alfano.
Per il quale, come ben sappiamo, ci sarebbero mille ed una ragione per dargli addosso, a cominciare da quel 'senso di responsabilità verso il paese' del suo partito, sbandierato ad ogni passo, anche falso, da tutti gli altri partiti (si appellano a quel senso di responsabilità tutti, perfino Razzi e Scilipoti, Salvini e Raggi, figuriamoci se non può farlo Alfano) dalla travagliata legge elettorale, alla legge sul cosiddetto 'Jus soli' ecc...
Ma quando fa una semplice constatazione, beh, almeno in quel caso, magari solo in quello, lasciamoglielo fare. E , comunque, Travaglio e il suo Fatto quotidiano, si informi prima di scrivere fake news, ovverossia: cazzate.
P.S. Non dimentichiamo che noi, quand'anche Alfano facesse sapere all'ambasciatore nordcoreano che non è gradito in Italia, abbiamo sempre Razzi che sul dittatore bombarolo ha un grande ascendente. A lui in governo, in assenza di ambasciatore, potrebbe rivolgersi per qualunque necessità. Razzi è amico del dittatore e parla anche la sua lingua.
Verrebbe da aggiungere, ma a proposito del Fatto Quotidiano: il solito 'raglio dell'asino'.
Già perchè la Nord Corea ha in Italia una rappresentanza diplomatica, con sede a Roma, in Viale dell'Esperanto, al civico 26, cap 00144, zona Eur.
Potrebbe anche essere - ma ne dubitiamo - che il rappresentante diplomatico nordcoreano, che si presume sia il uso ambasciatore o console generale, abbia presentato le credenziali al governo italiano, attraverso il Ministero degli esteri di cui Alfano è titolare, e non gli siano state accettate. Ma che in Italia non ci sia una rappresentanza diplomatica della Nord Corea è una fake news, caro Travaglio. Questa mattina proveremo anche a telefonare alla sede diplomatica, per nostra maggiore sicurezza.
Resta il fatto che un'Ambasciata nordcoreana esista a Roma e presumiamo sia anche abitata, altrimenti perché pagare l'affitto di una sede non utilizzata e dunque vuota? E quell'ambasciata ha un suo sito, e compare nell'elenco delle rappresentanze diplomatiche estere in Italia, fornito dal Ministero di Alfano.
Per il quale, come ben sappiamo, ci sarebbero mille ed una ragione per dargli addosso, a cominciare da quel 'senso di responsabilità verso il paese' del suo partito, sbandierato ad ogni passo, anche falso, da tutti gli altri partiti (si appellano a quel senso di responsabilità tutti, perfino Razzi e Scilipoti, Salvini e Raggi, figuriamoci se non può farlo Alfano) dalla travagliata legge elettorale, alla legge sul cosiddetto 'Jus soli' ecc...
Ma quando fa una semplice constatazione, beh, almeno in quel caso, magari solo in quello, lasciamoglielo fare. E , comunque, Travaglio e il suo Fatto quotidiano, si informi prima di scrivere fake news, ovverossia: cazzate.
P.S. Non dimentichiamo che noi, quand'anche Alfano facesse sapere all'ambasciatore nordcoreano che non è gradito in Italia, abbiamo sempre Razzi che sul dittatore bombarolo ha un grande ascendente. A lui in governo, in assenza di ambasciatore, potrebbe rivolgersi per qualunque necessità. Razzi è amico del dittatore e parla anche la sua lingua.
sabato 16 settembre 2017
Dieci domande ( come già a Berlusconi e Boschi) a...Fabio Fazio, detto 'Fabbio', sono troppe. Basterebbe una sola
Aveva cominciato La Repubblica di Ezio Mauro la quale, ai tempi dei numerosi scandali in cui venne coinvolto, a torto o ragione, pose a Silvio Berlusconi dieci domande, rispondendo alle quali si sarebbe salvata l'anima, come assicurava il quotidiano romano. Berlusconi non rispose e preferì dannarsela, l'anima.
Ha fatto la stessa cosa, in tempi più recenti Il Fatto Quotidiano diretto da Travaglio; che dieci domande dieci ha rivolto alla ministra Maria Elena Boschi, sul 'salvataggio ' cosiddetto di Banca Etruria e sui suoi buoni uffici in favore della banca presso l'allora ad di Unicredit, come l'accusò De Bortoli. Anche la ministra, come il cavaliere ha preferito non rispondere, fottendosene delle conseguenze, tanto lei è rimasta 'zarina' anche in assenza dello zar (Matteo) e nel nuovo consiglio di 'reggenza', quello con Gentiloni a capo, è pure salita di grado.
Temiamo che la stessa sorte, toccata alle dieci domande più dieci rivolte a Berlusconi e Boschi, ora toccherà alle dieci domande che proprio oggi, Selvaggia Lucarelli pone dalle pagine del giornale di Travaglio a Fabio Fazio, detto 'Fabbio'. In sintesi la giornalista chiede al collega un pò di trasparenza sui suoi guadagni in Rai, quest'anno e per i prossimi quattro, sempre con il suo programma, trasferito anzi promosso e perciò anche meglio pagato, a Rai 1, del quale è autore, conduttore, proprietario del format - la Lucarelli ironizza sul 'format': uno o più ospiti seduti in poltrona od intorno ad un tavolo e lui, 'Fabbio' che intervista. E' questo un format per il quale Fabbio percepisce alcune centinaia di migliaia di Euro l'anno? - e proprietario, per il 50%, della società che lo produce (Officina), e perciò percettore finale per tutte queste voci e forse anche per altre.
Fabbio non risponderà, non inviterà mai Selvaggia neanche come ospite, perchè ha osato Lei porre le domande all'intervistatore per eccellenza, né potrà mai dar seguito alla richiesta della giornalista di essere accolta fra i suoi autori che, si illude la Lucarelli, anche loro siano ben pagati.
Sicuramente anche lì, Fabbio riesce a far risparmiare alla Rai, prendendo i suoi collaboratori fra gli allievi dei suoi corsi universitari. Insegna anche all'Università? Comunicazione televesiva o Economia aziendale?
Vediamo se a noi tocca sorte migliore della Lucarelli, ponendo a 'Fabbio' una sola domanda? Perchè ha promesso di dedicarsi al lavoro dei campi fra quattro anni, quando uscirà definitivamente dagli schermi televisivi? La domanda è: perchè non lo ha fatto ora? Non ha ancora abbastanza soldi per assicurarsi una vecchiaia tranquilla? Non ha messo a frutto i miliardi che si fece dare dalla tv che ora si chiama La7, senza aver mai lavorato?Prese i soldi e scappò! Lei di soldi ne ha guadagnati tanti, senza rischiare mai nulla , perchè sempre le hanno dato ciò che chiedeva - come potevano rifiutarsi di premiare economicamente la tv intelligente?
Lei, 'Fabbio', ha preso la stessa malattia di Renzi il nostro ex premier, quella di promettere anzitempo qualcosa che sa bene che non manterrà, perchè fra quattro anni si inventerà una storia per cui sarà costretto a restare, a grande richiesta, e a rimandare l'uscita di scena.
'Fabbio', Lei non è tra quelli che un giorno sì e l'altro pure si accalora parlando con persone solitamente sue coetanee del lavoro dei giovani che in Italia non c'è?
Allora sia bravo, dia un segno. Per mettere a tacere tutte le voci sul suo carattere ligure, attaccato ai soldi, molli la tv subito e così libera un posto per qualche giovane bravo che certamente ci sarà in Italia. O pensa che con Lei la stirpe si è esaurita?
E se lo farà Lei, Fabbio, tanto stimato ed ascoltato, vedrà che altri la seguiranno, del mondo dei dinosauri che, prima di lei, avevano promesso che si sarebbero ritirati al compimento degli ottanta, non dei settanta, e, invece, continuano imperterriti a parlare di lavoro giovanile che in Italia manca, ed a lavorare ancora anche in tv, profumatamente retribuiti. Sicuramente allora, per non essere da meno, seguiranno il suo esempio, non so... Piero Angela, Corrado Augias ed altri di cui al momento non ricordiamo, per colpa dell'età, la nostra, i nomi.
Ha fatto la stessa cosa, in tempi più recenti Il Fatto Quotidiano diretto da Travaglio; che dieci domande dieci ha rivolto alla ministra Maria Elena Boschi, sul 'salvataggio ' cosiddetto di Banca Etruria e sui suoi buoni uffici in favore della banca presso l'allora ad di Unicredit, come l'accusò De Bortoli. Anche la ministra, come il cavaliere ha preferito non rispondere, fottendosene delle conseguenze, tanto lei è rimasta 'zarina' anche in assenza dello zar (Matteo) e nel nuovo consiglio di 'reggenza', quello con Gentiloni a capo, è pure salita di grado.
Temiamo che la stessa sorte, toccata alle dieci domande più dieci rivolte a Berlusconi e Boschi, ora toccherà alle dieci domande che proprio oggi, Selvaggia Lucarelli pone dalle pagine del giornale di Travaglio a Fabio Fazio, detto 'Fabbio'. In sintesi la giornalista chiede al collega un pò di trasparenza sui suoi guadagni in Rai, quest'anno e per i prossimi quattro, sempre con il suo programma, trasferito anzi promosso e perciò anche meglio pagato, a Rai 1, del quale è autore, conduttore, proprietario del format - la Lucarelli ironizza sul 'format': uno o più ospiti seduti in poltrona od intorno ad un tavolo e lui, 'Fabbio' che intervista. E' questo un format per il quale Fabbio percepisce alcune centinaia di migliaia di Euro l'anno? - e proprietario, per il 50%, della società che lo produce (Officina), e perciò percettore finale per tutte queste voci e forse anche per altre.
Fabbio non risponderà, non inviterà mai Selvaggia neanche come ospite, perchè ha osato Lei porre le domande all'intervistatore per eccellenza, né potrà mai dar seguito alla richiesta della giornalista di essere accolta fra i suoi autori che, si illude la Lucarelli, anche loro siano ben pagati.
Sicuramente anche lì, Fabbio riesce a far risparmiare alla Rai, prendendo i suoi collaboratori fra gli allievi dei suoi corsi universitari. Insegna anche all'Università? Comunicazione televesiva o Economia aziendale?
Vediamo se a noi tocca sorte migliore della Lucarelli, ponendo a 'Fabbio' una sola domanda? Perchè ha promesso di dedicarsi al lavoro dei campi fra quattro anni, quando uscirà definitivamente dagli schermi televisivi? La domanda è: perchè non lo ha fatto ora? Non ha ancora abbastanza soldi per assicurarsi una vecchiaia tranquilla? Non ha messo a frutto i miliardi che si fece dare dalla tv che ora si chiama La7, senza aver mai lavorato?Prese i soldi e scappò! Lei di soldi ne ha guadagnati tanti, senza rischiare mai nulla , perchè sempre le hanno dato ciò che chiedeva - come potevano rifiutarsi di premiare economicamente la tv intelligente?
Lei, 'Fabbio', ha preso la stessa malattia di Renzi il nostro ex premier, quella di promettere anzitempo qualcosa che sa bene che non manterrà, perchè fra quattro anni si inventerà una storia per cui sarà costretto a restare, a grande richiesta, e a rimandare l'uscita di scena.
'Fabbio', Lei non è tra quelli che un giorno sì e l'altro pure si accalora parlando con persone solitamente sue coetanee del lavoro dei giovani che in Italia non c'è?
Allora sia bravo, dia un segno. Per mettere a tacere tutte le voci sul suo carattere ligure, attaccato ai soldi, molli la tv subito e così libera un posto per qualche giovane bravo che certamente ci sarà in Italia. O pensa che con Lei la stirpe si è esaurita?
E se lo farà Lei, Fabbio, tanto stimato ed ascoltato, vedrà che altri la seguiranno, del mondo dei dinosauri che, prima di lei, avevano promesso che si sarebbero ritirati al compimento degli ottanta, non dei settanta, e, invece, continuano imperterriti a parlare di lavoro giovanile che in Italia manca, ed a lavorare ancora anche in tv, profumatamente retribuiti. Sicuramente allora, per non essere da meno, seguiranno il suo esempio, non so... Piero Angela, Corrado Augias ed altri di cui al momento non ricordiamo, per colpa dell'età, la nostra, i nomi.
venerdì 26 maggio 2017
Il caso dei cinque direttori dei Musei dimessi dal TAR, fa traslocare Vittorio Emiliani dal 'Corriere' al 'Fatto quotidiano'
Siamo quasi sempre d'accordo con Vittorio Emiliani che, da presidente del Comitato per la bellezza spessissimo prende posizione su molti aspetti riguardanti la cultura e la sua gestione nel nostro paese.
Specie quando, come fa spessissimo dalle colonne del Corriere della sera, bolla la cosiddetta 'riforma' di Franceschini. Perché - e Emiliani non è il solo a denunciarlo - nella gestione Franceschini ci sono molti buchi neri (noi stessi lo abbiamo denunciato tante volte).
Ora, a seguito dell'annullamento da parte del TAR del Lazio ( 'porto delle nebbie' a tutti noto) di cinque nomine delle venti fatte da Franceschini nel 2015, per i direttori di importantissimi sedi museali ed archeologiche italiane, sette dei quali sono manager stranieri (ma Europei, si badi bene!) Vittorio Emiliani non ne ha scritto sul 'Corriere', come fa sempre, che sull'argomento gli ha poreferito un lungo articolo di Gian Arturo Ferrari , ma sul 'Fatto quotidiano'. E la ragione è che Ferrari la pensa all'opposto di Emiliani, il quale perciò ha dovuto migrare sul Fatto, non rappresentando in questo caso la linea del noto quotidiano.
La tesi fondamentale di Ferrari è quella della internazionalità della cultura, portando come prova il fatto che molti manager italiani guidano importantissime istituzioni culturali estere di qua e di là dell'oceano.
Emiliani, al contrario di Ferrari, articola in più punti il suo appoggio al TAR - che, con una sua sentenza, ha rimesso intorno al Colosseo i centurioni che perfino la Raggi aveva capito essere una vergogna - che quindi ritiene abbia fatto bene ad annullare, accogliendo due ricorsi, quelle cinque nomine (Ad Emiliani sfugge il caso Coliva, l'unico caso di direttore confermato. Forse perchè Emiliani frequenta a Roma gli stessi salotti di gossip e di potere frequentati dalla Coliva, la cui riconferma è passata liscia come l'olio, mentre non fosse stata Lei avrebbe scatenato un putiferio).
Emiliani appoggia la sentenza del TAR del Lazio,
Primo: perché la legge italiana non prevede che dirigenti pubblici possano essere stranieri, benchè europei. E qui, nonostante la legge, Vittorio Emiliani fa la figura del 'provinciale' antistorico.
Secondo: perché i titoli presentati dai candidati a suo tempo non erano quelli di numeri uno nella gestione della cultura. E ai titoli erano stati assegnati punteggi superiori a quelli effettivamente meritati. A proposito del nuovo direttore degli Uffizi, dice che si era occupato di 'tessile' negli USA. Faceva, cioè, la maglia?
Terzo: perché i colloqui si erano svolti a porte chiuse; e mai il Ministero ha reso pubblica la lista dei candidati esclusi, onde valutare i titoli degli esclusi e se esclusi a ragione o per le soliti inciuci.
Quarto: perché i risultati, tutti positivi, presentati dai direttori cancellati con una sentenza, sono gonfiati. Tali risultati sono il frutto soprattutto delle domeniche in cui si entra gratis nei musei, e della paura del terrorismo internazionale che avrebbe convogliato in Italia molti viaggiatori che, altrimenti, avrebbero scelto altre nazioni. La buona gestione dei nuovi direttori non c'entra affatto.
P.S. Si apprende dai giornali di domenica 28 maggio ( in verità l'ha scoperto e denunciato 'Il fatto quotidiano') che a introdurre la norma che gli incarichi come quelli di direttori di musei ecc.. erano riservati ai soli cittadini italiani, era stato proprio 'mezzodisastro' Franceschini, quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ( con Prodi ed Amato). Ora sta brigando per l'introduzione di una correzione a se stesso, attraverso una regoletta introdotta nella manovrina che attende il voto parlamentare. Neanche lui se la ricordava. O forse fingeva?
Specie quando, come fa spessissimo dalle colonne del Corriere della sera, bolla la cosiddetta 'riforma' di Franceschini. Perché - e Emiliani non è il solo a denunciarlo - nella gestione Franceschini ci sono molti buchi neri (noi stessi lo abbiamo denunciato tante volte).
Ora, a seguito dell'annullamento da parte del TAR del Lazio ( 'porto delle nebbie' a tutti noto) di cinque nomine delle venti fatte da Franceschini nel 2015, per i direttori di importantissimi sedi museali ed archeologiche italiane, sette dei quali sono manager stranieri (ma Europei, si badi bene!) Vittorio Emiliani non ne ha scritto sul 'Corriere', come fa sempre, che sull'argomento gli ha poreferito un lungo articolo di Gian Arturo Ferrari , ma sul 'Fatto quotidiano'. E la ragione è che Ferrari la pensa all'opposto di Emiliani, il quale perciò ha dovuto migrare sul Fatto, non rappresentando in questo caso la linea del noto quotidiano.
La tesi fondamentale di Ferrari è quella della internazionalità della cultura, portando come prova il fatto che molti manager italiani guidano importantissime istituzioni culturali estere di qua e di là dell'oceano.
Emiliani, al contrario di Ferrari, articola in più punti il suo appoggio al TAR - che, con una sua sentenza, ha rimesso intorno al Colosseo i centurioni che perfino la Raggi aveva capito essere una vergogna - che quindi ritiene abbia fatto bene ad annullare, accogliendo due ricorsi, quelle cinque nomine (Ad Emiliani sfugge il caso Coliva, l'unico caso di direttore confermato. Forse perchè Emiliani frequenta a Roma gli stessi salotti di gossip e di potere frequentati dalla Coliva, la cui riconferma è passata liscia come l'olio, mentre non fosse stata Lei avrebbe scatenato un putiferio).
Emiliani appoggia la sentenza del TAR del Lazio,
Primo: perché la legge italiana non prevede che dirigenti pubblici possano essere stranieri, benchè europei. E qui, nonostante la legge, Vittorio Emiliani fa la figura del 'provinciale' antistorico.
Secondo: perché i titoli presentati dai candidati a suo tempo non erano quelli di numeri uno nella gestione della cultura. E ai titoli erano stati assegnati punteggi superiori a quelli effettivamente meritati. A proposito del nuovo direttore degli Uffizi, dice che si era occupato di 'tessile' negli USA. Faceva, cioè, la maglia?
Terzo: perché i colloqui si erano svolti a porte chiuse; e mai il Ministero ha reso pubblica la lista dei candidati esclusi, onde valutare i titoli degli esclusi e se esclusi a ragione o per le soliti inciuci.
Quarto: perché i risultati, tutti positivi, presentati dai direttori cancellati con una sentenza, sono gonfiati. Tali risultati sono il frutto soprattutto delle domeniche in cui si entra gratis nei musei, e della paura del terrorismo internazionale che avrebbe convogliato in Italia molti viaggiatori che, altrimenti, avrebbero scelto altre nazioni. La buona gestione dei nuovi direttori non c'entra affatto.
P.S. Si apprende dai giornali di domenica 28 maggio ( in verità l'ha scoperto e denunciato 'Il fatto quotidiano') che a introdurre la norma che gli incarichi come quelli di direttori di musei ecc.. erano riservati ai soli cittadini italiani, era stato proprio 'mezzodisastro' Franceschini, quando era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ( con Prodi ed Amato). Ora sta brigando per l'introduzione di una correzione a se stesso, attraverso una regoletta introdotta nella manovrina che attende il voto parlamentare. Neanche lui se la ricordava. O forse fingeva?
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giovedì 18 maggio 2017
Con quelli del 'Fatto Quotidiano' - Lillo & Travaglio - sono incazzato nero
Sono incazzato nero con quelli del Fatto Quotidiano per via del finto best seller appena uscito in edicola e cioè 'Di padre in figlio' scritto dal principe dei cronisti, Marco Lillo. E lo sono perché quel titolo: 'Di padre in figlio' faceva pensare ad una reprimenda circostanziata, con il supporto della cronaca, come sa fare un bravo cronista, contro il vizio del 'familismo', vizio tutto italiano, quantomeno più italiano che di altri paesi.
Confesso che sono un pò sono incazzato anche con me stesso, perché stamattina quando ho preso in mano il volume, prima di acquistarlo, mi avrebbe dovuto dissuadere dall'acquisto, quel sottotitolo, al quale in questi giorni, il direttore Travaglio, le infinite volte che si è presentato negli studi televisivi di qua e di là dal Tevere, non ha fatto mai cenno; e cioè: 'Le carte inedite sul caso Consip e il familismo renziano', perchè l'uno e l'altro costituiscono l'unico argomento del libro. Ora del 'giglio magico' cosa non si sapeva ancora che Lillo abbia scoperto? Personaggetti - direbbe il pittoresco De Luca, non estraneo a maneggi simili - di contorno, e neppure tanto interessanti; mentre i nomi dei pezzi grossi, le loro carriere a seguito delle spinte renziane sono materia arcinota.
Ecco perché quel libro non è stato mai mostrato e si è puntato tutto sulla telefonata fra Renzi figlio e Renzi padre, lo scoop degli scoop, in un caso che, a ben guardare, non ci sembra, con tutta la benevolenza verso il giornale di Travaglio, tanto grave come 'Il Fatto' lo intende, ma che non si giustifica con la semplice ragione che se non gonfia qualunque cosa non saprebbe come riempire le pagine, poche, per giorni e giorni. E forse una volta che il libro sia andato a ruba, ingannando tanti altri imbecilli come me, che non hanno altro da leggere di più interessante del caso Consip, solo allora il Fatto girerà pagina e parlerà d'altro, magari facendo scrivere in quarant'otto ore un altro libello sull'ennesimo caso.
Che cosa aggiunge di nuovo il cronista Lillo del 'Fatto' a quanto già non si sapesse sul caso Consip, ma anche sulla inclinazione renziana di circondarsi di persone a lui care, e devote, magari chiudendo qualche occhio, in alcuni casi, sulle loro capacità? L'evangelista griderebbe a questo punto. chi è senza peccato ... E' una assoluta novità di comportamento di chi ha il potere? Certo che no. E non è che tutti gli altri campi della vita pubblica ne siano esenti.
Vogliamo dare una rapida scorsa a quanti cognomi celebri girano nelle redazioni di giornali, quasi tutti figli di... nipoti o fratelli di ..., ed anche mogli ed amanti di... Sono tutti entrati nelle redazioni per capacità o perché il mestiere di giornalista si tramanda di padre in figlio, soprattutto attraverso gli spermatozoi?
E, nel campo della musica, forse che tutti coloro che la esercitano, fra le generazioni più giovani, sono tutti estranei alle grandi famiglie? Quando mai?
Non ci venga a dire Lillo che il problema di Consip e soprattutto di Renzi è diverso, perché si tratta dell'invasione di istituzioni pubbliche, dello Stato. Perché anche nel settore della musica, finanziato in larga parte dallo Stato, le famiglie contano eccome!
Confesso che sono un pò sono incazzato anche con me stesso, perché stamattina quando ho preso in mano il volume, prima di acquistarlo, mi avrebbe dovuto dissuadere dall'acquisto, quel sottotitolo, al quale in questi giorni, il direttore Travaglio, le infinite volte che si è presentato negli studi televisivi di qua e di là dal Tevere, non ha fatto mai cenno; e cioè: 'Le carte inedite sul caso Consip e il familismo renziano', perchè l'uno e l'altro costituiscono l'unico argomento del libro. Ora del 'giglio magico' cosa non si sapeva ancora che Lillo abbia scoperto? Personaggetti - direbbe il pittoresco De Luca, non estraneo a maneggi simili - di contorno, e neppure tanto interessanti; mentre i nomi dei pezzi grossi, le loro carriere a seguito delle spinte renziane sono materia arcinota.
Ecco perché quel libro non è stato mai mostrato e si è puntato tutto sulla telefonata fra Renzi figlio e Renzi padre, lo scoop degli scoop, in un caso che, a ben guardare, non ci sembra, con tutta la benevolenza verso il giornale di Travaglio, tanto grave come 'Il Fatto' lo intende, ma che non si giustifica con la semplice ragione che se non gonfia qualunque cosa non saprebbe come riempire le pagine, poche, per giorni e giorni. E forse una volta che il libro sia andato a ruba, ingannando tanti altri imbecilli come me, che non hanno altro da leggere di più interessante del caso Consip, solo allora il Fatto girerà pagina e parlerà d'altro, magari facendo scrivere in quarant'otto ore un altro libello sull'ennesimo caso.
Che cosa aggiunge di nuovo il cronista Lillo del 'Fatto' a quanto già non si sapesse sul caso Consip, ma anche sulla inclinazione renziana di circondarsi di persone a lui care, e devote, magari chiudendo qualche occhio, in alcuni casi, sulle loro capacità? L'evangelista griderebbe a questo punto. chi è senza peccato ... E' una assoluta novità di comportamento di chi ha il potere? Certo che no. E non è che tutti gli altri campi della vita pubblica ne siano esenti.
Vogliamo dare una rapida scorsa a quanti cognomi celebri girano nelle redazioni di giornali, quasi tutti figli di... nipoti o fratelli di ..., ed anche mogli ed amanti di... Sono tutti entrati nelle redazioni per capacità o perché il mestiere di giornalista si tramanda di padre in figlio, soprattutto attraverso gli spermatozoi?
E, nel campo della musica, forse che tutti coloro che la esercitano, fra le generazioni più giovani, sono tutti estranei alle grandi famiglie? Quando mai?
Non ci venga a dire Lillo che il problema di Consip e soprattutto di Renzi è diverso, perché si tratta dell'invasione di istituzioni pubbliche, dello Stato. Perché anche nel settore della musica, finanziato in larga parte dallo Stato, le famiglie contano eccome!
martedì 17 maggio 2016
'Bavaglio ai Beni Culturali. Vietato criticare e denunciare il caos' di Vittorio Emiliani/Articolo 21
Al Consiglio Superiore della Magistratura il vice (fidato di Renzi) Giovanni Legnini vuol zittire da Palazzo dei Marescialli tutti i magistrati e parlare soltanto lui, portavoce unico. Al Collegio Romano, sede del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, non spira un’aria granché migliore. Intanto vige un “codice etico” in base al quale “il dipendente (di qualunque grado sia, ndr) – fatto salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini – si astiene da dichiarazioni pubbliche, orali e scritte che siano lesive dell’immagine e del prestigio dell’Amministrazione”. Lesive a giudizio delli Superiori. Ciò vuol dire bavaglio, di fatto totale – proprio in questi mesi di sconvolgimento delle strutture del MiBACT – mentre le Soprintendenze vengono assurdamente accorpate annegando ogni specificità e predestinate (legge Madia) a finire gerarchicamente sotto prefetti e prefetture. Il funzionario che parla o scrive senza permesso delle gerarchie ministeriali rischia di brutto. Tanto più che è momento di nomine non per concorso bensì per decisione tutta “politica”.
Non si vuole infatti che si sappia dalla viva voce dei funzionari quanti di loro rinunciano a dirigere musei raggruppati soltanto sulla carta e quindi insensatamente distanti chilometri e chilometri l’uno dall’altro o sapere della paralisi che ha investito anche grandi musei i cui consigli di amministrazione, spaventati dalla mancanza di risorse e dalla responsabilità davanti alla Corte dei conti, non decidono nulla. O ancora del caos imperante ovunque in forza di decisioni prese dall’alto senza alcuna consultazione dei tecnici.
A Roma poi, dal 1° febbraio scorso, vige una circolare firmata dall’allora Soprintendente archeologico, architetto Francesco Prosperetti, in base alla quale “le modalità di comunicazione agli organi di informazione (giornali, radio, tv) relative ad attività istituzionali dovranno essere preventivamente sottoposte al Dirigente per il tramite dell’addetto stampa e/o delle strutture istituzionali”. In caso urgente rivolgersi “direttamente al Dirigente” (tutto maiuscolo). Attenzione perché “ogni iniziativa autonomamente presa dalle SS.LL in maniera difforme è ritenuta non consona al disposto dell’art. 3 comma 8 del Codice di Comportamento” (quello sopracitato). Se le Signorie Loro ci rifanno come “apparso in più occasioni sulla stampa”, l’azione disciplinare è inevitabile. automatica. Subito ha protestato la Fp Cgil, il suo segretario nazionale Salvatore Chiaramonte richiamandosi all’articolo 21 della Costituzione sulla “libertà di espressione” e definendola “una disposizione vergognosa e pericolosa che squalifica chi l’ha emanata e chi l’ha ispirata e che la dice lunga sulla coscienza democratica di chi ci governa”. Ma il clima non è molto cambiato. Anche perché tranne poche voci di stampa, anzitutto “Il Fatto Quotidiano”, e ancor meno emittenti tv (essenzialmente La7, la Rai in proposito è quasi muta pur essendo “servizio pubblico” finanziato al 66 % da noi abbonati), il silenzio stampa è sceso sulla denuncia dei cento e cento attentati alla tutela dei beni culturali e paesaggistici in nome della “valorizzazione” di alcuni di loro, cioè del “far soldi” e poco più.
Domenica 8 maggio c’è stato un festoso “Appia Day”. Forse per sottolineare, sia pure tardivamente, quanto ha fatto con pochi soldi e molti sudori la Soprintendenza Archeologica alla Villa dei Quintili, a Santa Maria Nova o a Capo di Bove sotto la direzione di Rita Paris? No, al contrario per chiedere genericamente una ludica “pedonalizzazione dell’Appia”. Che peraltro è al 95% privata. Non era meglio riversare lì i 18 milioni di euro (presunti, saranno di più) che Franceschini si ostina invece a voler spendere per riportare gli spettacoli circensi all’Arena Colosseo? Mi par di sentire il Grande Fratello che dal Collegio Romano impone: “Ditelo ancora e vi sospendo subito dal servizio”. Sino a quando?
sabato 16 agosto 2014
Bruno Cagli si è messo in regola. Giambrone, Meli, Fortuna quanto guadagnano? Segreto!
Era ora. Sfogliando le pagine del file 'Amministrazione trasparente' dell'Accademia di Santa Cecilia, si legge che lo stipendio di Bruno Cagli, che riunisce nella sua persona tre cariche ( Presidente,Sovrintendente, Direttore Artistico) è stato messo a norma: da 330.000 Euro è stato portato a 240.000 Euro (parte fissa). Probabilmente, per i mesi che gli restano a Santa Cecilia, giacchè ha annunciato di volersi dimettere prima della fine del suo mandato ( gennaio 2016), Cagli avrà anche un premio di produzione, per gli ottimi risultati raggiunti, che andrebbe sotto la voce 'parte variabile', riportando per meriti indiscussi, il suo compenso quel 330.000 Euro che aveva suscitato qualche critica.
Tutti gli altri compensi, al di sotto dei 240.000 Euro non sono stati toccati, come forse sarebbe stato opportuno, raschiandoli di un 10-20%, e portando quindi il compenso del collaboratore più pagato, il m. Cupolillo, dal oltre 170.000 Euro magari a 130.000 o giù di lì.
Il Fatto Quotidiano, in un articolo dello scorso ottobre aveva rilevato che per gli stipendi dei suoi dirigenti e collaboratori, in mansioni direttive, l'Accademia spendeva oltre 1.000.000 di Euro. E a noi è venuto di pensare che se tutti i collaboratori in ruoli dirigenziali si fossero tagliati, limati, gli stipendi, forse nella casse dell'Accademia sarebbero rimasti alcune centinaia di migliaia di Euro: 3/400.000 Euro. Una bella sommetta da girare, lodevolmente, alla produzione artistica.
Insistono invece in altri teatri a non comunicare sul sito, nella pagina 'Amministrazione trasparente', quanto guadagnano i dirigenti.
Al Massimo di Palermo, dove si è insediato come Sovrintendente Francesco Giambrone, già ex sovrintendente, constatiamo ancora come accanto al suo nome non compaia nessuna cifra, relativa al compenso. Forse lavora gratis come tutti gli altri che in cariche dirigenziali lavorano alla IUC e che meritano, per questo, un monumento.
Alla IUC di Roma, in fatti, non riusciamo a capire quanto guadagni Francesca Fortuna, direttore generale. Francesca è figlia di Lina, a sua volta moglie dell'ing. Fortuna, Oreste: una istituzione pubblica, a conduzione familiare da almeno cinquant'anni.
Infine, al Teatro lirico di Cagliari, dove c'era discordanza fra richiesta ed offerta, relativamente al compenso del sovrintendente, già ex sovrintendente della istituzione cagliaritana, non si sa ancora se si sono messi d'accordo e se nelle more, Meli lavori gratis.
Mentre nel sito del Teatro vediamo con raccapriccio un flash mob, sulla spiaggia rinomata di Villa Simius, da parte dei protagonisti della Turandot, in scena quest'estate. Nelle avveniristiche intenzioni del sovrintendente, quei corpi sdraiati al sole, di sera, rivestiti decentemente, si trasferirebbero in teatro per assistere alla Turandot, invogliati dagli acuti di 'Vincerò', ascoltati in spiaggia con base registrata.
Tutti gli altri compensi, al di sotto dei 240.000 Euro non sono stati toccati, come forse sarebbe stato opportuno, raschiandoli di un 10-20%, e portando quindi il compenso del collaboratore più pagato, il m. Cupolillo, dal oltre 170.000 Euro magari a 130.000 o giù di lì.
Il Fatto Quotidiano, in un articolo dello scorso ottobre aveva rilevato che per gli stipendi dei suoi dirigenti e collaboratori, in mansioni direttive, l'Accademia spendeva oltre 1.000.000 di Euro. E a noi è venuto di pensare che se tutti i collaboratori in ruoli dirigenziali si fossero tagliati, limati, gli stipendi, forse nella casse dell'Accademia sarebbero rimasti alcune centinaia di migliaia di Euro: 3/400.000 Euro. Una bella sommetta da girare, lodevolmente, alla produzione artistica.
Insistono invece in altri teatri a non comunicare sul sito, nella pagina 'Amministrazione trasparente', quanto guadagnano i dirigenti.
Al Massimo di Palermo, dove si è insediato come Sovrintendente Francesco Giambrone, già ex sovrintendente, constatiamo ancora come accanto al suo nome non compaia nessuna cifra, relativa al compenso. Forse lavora gratis come tutti gli altri che in cariche dirigenziali lavorano alla IUC e che meritano, per questo, un monumento.
Alla IUC di Roma, in fatti, non riusciamo a capire quanto guadagni Francesca Fortuna, direttore generale. Francesca è figlia di Lina, a sua volta moglie dell'ing. Fortuna, Oreste: una istituzione pubblica, a conduzione familiare da almeno cinquant'anni.
Infine, al Teatro lirico di Cagliari, dove c'era discordanza fra richiesta ed offerta, relativamente al compenso del sovrintendente, già ex sovrintendente della istituzione cagliaritana, non si sa ancora se si sono messi d'accordo e se nelle more, Meli lavori gratis.
Mentre nel sito del Teatro vediamo con raccapriccio un flash mob, sulla spiaggia rinomata di Villa Simius, da parte dei protagonisti della Turandot, in scena quest'estate. Nelle avveniristiche intenzioni del sovrintendente, quei corpi sdraiati al sole, di sera, rivestiti decentemente, si trasferirebbero in teatro per assistere alla Turandot, invogliati dagli acuti di 'Vincerò', ascoltati in spiaggia con base registrata.
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lunedì 4 agosto 2014
Santa Cecilia: Cagli lascia. Dall'Ongaro successore ideale? Ideale un corno!
Bruno Cagli, come rivela oggi il Corriere, nell'intervista esclusiva a Valerio Cappelli, è stanco e lascia prima del tempo - dopo vent'anni, non è troppo presto - non senza aver indicato, anzi suggerito e caldeggiato il nome del suo successore: Michele Dall'Ongaro, oggi vicepresidente dell'Accademia, per volontà di Cagli che voleva crescersi, prima di indicarlo, il suo successore, con incarico di sostegno alla direzione artistica (già molto affollata: Bucarelli, Pappano, Nicoletti Altimari e Cupolillo, indirettamente!). La cosa stupisce noi, ma non turba affatto un capitano di lungo corso come Cagli, se si ricorda che meno di un anno fa all'indirizzo degli Accademici - che sono poi quelli che devono eleggere il successore di Cagli - giunsero alcune lettere che criticavano duramente l'operato di Cagli (ne scrissero il Cardinal Bartolucci, il m.Campanella, e due altri Accademici che non ebbero il coraggio di firmare le loro reprimende, per timore di rappresaglie da parte di Cagli). In tutte quelle lettere uno degli appunti ricorrente rivolto a Cagli era lo strapotere che proprio lui aveva concesso a Dall'Ongaro. Ne scrisse ampiamente Elisabetta Ambrosi su 'Il fatto Quotidiano'. Cagli, al momento di insediarlo come vicepresidente, aveva convinto gli accademici ad avallare la sua scelta dicendo che attraverso la RAI, Dall'Ongaro avrebbe portato benefici anche economici all'Accademia, e aggiunto che il suddetto era anche imparentato con Abbado. Noi della 'grandissima voglia di crescere ad ogni costo' di Dall'Ongaro abbiamo scritto apertamente in una pagina di Music@, nel lontano 2007. Quella pagina, nella quale denunciavamo come Dall'Ongaro attraverso il suo incarico di responsabile della musica di Radio 3 (bei tempi, allora, oggi è padrone di mezza RAI!), aveva tratto benefici professionali, svolgendo egli parallelamente il mestiere di compositore che grande impulso aveva avuto dal suo incarico a Radio 3 (una semplice conta dello smoderato aumento delle 'commissioni' e 'prime esecuzioni' di Dall'Ongaro negli stessi anni, è significativa) ci meritò una denuncia per calunnia, con richiesta di danni. Il giudice dell'Aquila ha rigettato totalmente la sua richiesta e l'ha condannato a pagare le spese di giudizio, motivandola con la correttezza del nostro modo di agire nell'esercizio del diritto di critica, messo in atto senza offendere in alcun modo Dall'Ongaro. La sentenza è del novembre 2013, e si può leggere anche in questo Blog.
Oggi, rispetto al 2007, le responsabilità di Dall'Ongaro si sono moltiplicate all'interno della stessa Rai e fuori. E, se venisse eletto all'Accademia come successore di Cagli, ci vorrebbero almeno una decina di persone per ricoprire tutti i suoi incarichi attuali, ottenuti e gestiti non per disinteressato amore verso la musica. Lui stesso, qualche rarissima volta, rendendosi conto che quando è troppo è troppo, ha fatto un passo indietro, lasciando qualche briciola ad altri. Come è accaduto quest'estate quando, ritenendo eccessivo che il suo nome comparisse nel comitato artistico del Festival Pontino, del quale sempre lui, Dall'Ongaro, in virtù del suo incarico di responsabile per la musica di Radio 3, registra e trasmette i concerti, ha fatto cancellare il suo nome dal sito. Ma non ha potuto farlo dal dépliant, stampato in precedenza, e che attesta uno degli infiniti suoi conflitti di interessi. Qualche volta potrebbe essere stato 'vittima' di benefici anche 'indiretti', diciamo così, come nel caso del recente Maggio Fiorentino, quando il direttore stabile dell'Orchestra RAI, invitato a Firenze, ha messo in programma anche un brano di Dall'Ongaro (in realtà, il programma preliminare parlava di una 'prima assoluta', commissionata dal festival fiorentino, che poi non c'è stata, perché troppo occupato era il compositore, o perché gli è stato consigliato di mantenere un profilo più defilato?).
Tanti incarichi, perciò, dovrebbe lasciare, ammesso che venga eletto - ma noi ci auguriamo sinceramente che gli Accademici non assecondino, eleggendolo, la sua sfrenata voglia di espansione nel mondo musicale. Dovrebbe lasciare innanzitutto Radio 3, il suo trampolino di lancio, che vuol dire anche 'I Concerti del Quirinale'; poi la sovrintendenza dell'Orchestra sinfonica nazionale della RAI con sede a Torino; poi anche RAI 5 - canale nel quale egli sembra il vice del direttore D'Alessandro, perché del settore musicale è il signore assoluto, al punto da ritenersi intoccabile, potendosi permettere una scivolata nella volgarità, come quella di alcuni giorni fa, nella 'sua' trasmissione, che ha per titolo il famoso burattino caro a Strawinsky, quando, presentando un'opera poco nota di Schumann ('Concerto per violino') scritta negli ultimi anni di vita, segnati dalla malattia mentale, ha detto testualmente: 'questo concerto lo ha scritto quando nun ce stava più con la capoccia', vestendo i finti panni del divulgatore.
Dovrebbe ancora lasciare il suo posto nel comitato artistico dell'Accademia Filarmonica Romana, dove siedono suoi sodali che nella sua elezione ad Accademico di Santa Cecilia, hanno avuto un certo ruolo.
Ed anche tanti altri incarichi di cui non ci è giunta ancora notizia, anche se quelli di maggior peso sono quelli in RAI, dai quali ha tratto vantaggio per la sua scalata alle istituzioni musicali, accusa implicita anche nelle credenziali che Cagli offriva agli Accademici, quando ha voluto vice presidente Dall'Ongaro.
Chi allora al posto di Dall'Ongaro, dopo Cagli? Pappano è il candidato ideale, ammesso che voglia lasciare anzitempo Londra, per insediarsi stabilmente a Roma. Ed è il candidato ideale anche per una ragione, la principale, e cioè che senza di lui, addio sogni di gloria per l'Accademia, nonostante che in questi anni l'orchestra si sia guadagnata alcune importanti medaglie, ma sempre a fianco di Pappano. Il quale potrebbe decidersi al grande passo, anche perchè, per i prossimi due anni, dopo aver ottenuto dai suoi amici fraterni, i gioiellieri Nicola e Paolo Bulgari, un sostanzioso contributi per l'Accademia, è legato a doppio filo all'Accademia. Dunque lasci Londra. Potrebbe accettare un incarico triennale, affidando la gestione economica a persona competente, e da qui guardare al futuro, programmandolo con calma e ponderazione. E, magari, se proprio ci tiene, si tenga Dall'Ongaro come vice presidente, pregandolo però di lasciare tutti gli altri suoi incompatibili incarichi, specie quelli in RAI, e poi vediamo come procede la sua carriera.
P.S. In caso di impedimento o dimissioni del presidente in carica, il vice presidente svolge le funzioni del presidente e nel giro di 60 giorni convoca l'assemblea degli accademici per procedere all'elezione del nuovo presidente/sovrintendente. Dall'Ongaro dunque, governando per sessanta giorni l'Accademia, dopo aver incassato il via libera da Cagli, avrà tutto il tempo per organizzarsi la campagna elettorale, promettendo favori a destra e sinistra, esattamente come aveva fatto Cagli - secondo le accuse mossegli in primis dal card. Bartolucci - salvo poi a non elargirli, una volta eletto. Mobilitiamoci per scongiurare tale sciagura.
Oggi, rispetto al 2007, le responsabilità di Dall'Ongaro si sono moltiplicate all'interno della stessa Rai e fuori. E, se venisse eletto all'Accademia come successore di Cagli, ci vorrebbero almeno una decina di persone per ricoprire tutti i suoi incarichi attuali, ottenuti e gestiti non per disinteressato amore verso la musica. Lui stesso, qualche rarissima volta, rendendosi conto che quando è troppo è troppo, ha fatto un passo indietro, lasciando qualche briciola ad altri. Come è accaduto quest'estate quando, ritenendo eccessivo che il suo nome comparisse nel comitato artistico del Festival Pontino, del quale sempre lui, Dall'Ongaro, in virtù del suo incarico di responsabile per la musica di Radio 3, registra e trasmette i concerti, ha fatto cancellare il suo nome dal sito. Ma non ha potuto farlo dal dépliant, stampato in precedenza, e che attesta uno degli infiniti suoi conflitti di interessi. Qualche volta potrebbe essere stato 'vittima' di benefici anche 'indiretti', diciamo così, come nel caso del recente Maggio Fiorentino, quando il direttore stabile dell'Orchestra RAI, invitato a Firenze, ha messo in programma anche un brano di Dall'Ongaro (in realtà, il programma preliminare parlava di una 'prima assoluta', commissionata dal festival fiorentino, che poi non c'è stata, perché troppo occupato era il compositore, o perché gli è stato consigliato di mantenere un profilo più defilato?).
Tanti incarichi, perciò, dovrebbe lasciare, ammesso che venga eletto - ma noi ci auguriamo sinceramente che gli Accademici non assecondino, eleggendolo, la sua sfrenata voglia di espansione nel mondo musicale. Dovrebbe lasciare innanzitutto Radio 3, il suo trampolino di lancio, che vuol dire anche 'I Concerti del Quirinale'; poi la sovrintendenza dell'Orchestra sinfonica nazionale della RAI con sede a Torino; poi anche RAI 5 - canale nel quale egli sembra il vice del direttore D'Alessandro, perché del settore musicale è il signore assoluto, al punto da ritenersi intoccabile, potendosi permettere una scivolata nella volgarità, come quella di alcuni giorni fa, nella 'sua' trasmissione, che ha per titolo il famoso burattino caro a Strawinsky, quando, presentando un'opera poco nota di Schumann ('Concerto per violino') scritta negli ultimi anni di vita, segnati dalla malattia mentale, ha detto testualmente: 'questo concerto lo ha scritto quando nun ce stava più con la capoccia', vestendo i finti panni del divulgatore.
Dovrebbe ancora lasciare il suo posto nel comitato artistico dell'Accademia Filarmonica Romana, dove siedono suoi sodali che nella sua elezione ad Accademico di Santa Cecilia, hanno avuto un certo ruolo.
Ed anche tanti altri incarichi di cui non ci è giunta ancora notizia, anche se quelli di maggior peso sono quelli in RAI, dai quali ha tratto vantaggio per la sua scalata alle istituzioni musicali, accusa implicita anche nelle credenziali che Cagli offriva agli Accademici, quando ha voluto vice presidente Dall'Ongaro.
Chi allora al posto di Dall'Ongaro, dopo Cagli? Pappano è il candidato ideale, ammesso che voglia lasciare anzitempo Londra, per insediarsi stabilmente a Roma. Ed è il candidato ideale anche per una ragione, la principale, e cioè che senza di lui, addio sogni di gloria per l'Accademia, nonostante che in questi anni l'orchestra si sia guadagnata alcune importanti medaglie, ma sempre a fianco di Pappano. Il quale potrebbe decidersi al grande passo, anche perchè, per i prossimi due anni, dopo aver ottenuto dai suoi amici fraterni, i gioiellieri Nicola e Paolo Bulgari, un sostanzioso contributi per l'Accademia, è legato a doppio filo all'Accademia. Dunque lasci Londra. Potrebbe accettare un incarico triennale, affidando la gestione economica a persona competente, e da qui guardare al futuro, programmandolo con calma e ponderazione. E, magari, se proprio ci tiene, si tenga Dall'Ongaro come vice presidente, pregandolo però di lasciare tutti gli altri suoi incompatibili incarichi, specie quelli in RAI, e poi vediamo come procede la sua carriera.
P.S. In caso di impedimento o dimissioni del presidente in carica, il vice presidente svolge le funzioni del presidente e nel giro di 60 giorni convoca l'assemblea degli accademici per procedere all'elezione del nuovo presidente/sovrintendente. Dall'Ongaro dunque, governando per sessanta giorni l'Accademia, dopo aver incassato il via libera da Cagli, avrà tutto il tempo per organizzarsi la campagna elettorale, promettendo favori a destra e sinistra, esattamente come aveva fatto Cagli - secondo le accuse mossegli in primis dal card. Bartolucci - salvo poi a non elargirli, una volta eletto. Mobilitiamoci per scongiurare tale sciagura.
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