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lunedì 8 gennaio 2018

'Spelacchio' ha trovato la sua anima gemella in 'Spelacchia' con la quale condivide ora i momenti di gloria

Per il massmediologo Marco Travaglio, il destino della sindaca di Roma, Virginia Raggi, che lui ha ribattezzato 'Spelacchia',  fa il paio con quello di 'Spelacchio': per giorni e giorni nella polvere, ed ora sull'altare del successo.

Quell'albero di Natale, battezzato 'Spelacchio' perchè si è rinsecchito ed ha perso subito gli aghi, come  una vittima di forte depressione, che è divenuto il monumento, esposto nella pubblica piazza, alla incapacità della Giunta Raggi nel governo della Capitale,  oggi vive il suo momento di gloria.

Nonostante le condizioni fisiche in cui versa - che naturalmente non sono le stesse della sindaca Raggi, sul cui volto splende beltà e giovinezza e che, quando si veste a festa, come ha fatto per la serata inaugurale all'Opera di Roma, riesce a far strabuzzare gli occhi anche al sovrintendente Carlo Fuortes -  pare che diverse istituzioni culturali pubbliche se lo stiano contendendo. Lo vogliono al Maxxi, retto da quella intellettuale, premio Nobel, ex ministra, Giovanna Melandri, che spera, con questa mossa, che i giornali si interessino anche al suo Museo, come sembrano aver fatto per l'albero che un destino crudele e la incapacità palese e certificata a governare della Giunta Raggi hanno condannato ad una fine prematura e miserevole.

 E che  Raggi/Spelacchia stia risalendo nel gradimento pubblico, nonostante tutto, al pari di Spelacchio,  nell'acuta analisi di Marco Travaglio, lo dimostra la soluzione della emergenza dei rifiuti nella Capitale.

E' accaduto che, su richiesta del Campidoglio, sia intervenuto il governatore Zingaretti che ha chiesto l'intervento del suo omologo  emiliano il quale ha acconsentito di smaltire e trattare  15.000 tonnellate circa di rifiuti della Capitale. Poi Spelacchia si è resa conto che  tale aiuto di Zingaretti non sarebbe stato del tutto disinteressato. Lui l'avrebbe fatto valere al momento delle prossime elezioni regionali, il 4 marzo, vantandosi di aver, parzialmente, risolto il problema dei rifiuti che la giunta Spelacchia non è riuscita ancora a risolvere, dopo un anno e mezzo di governo cittadino. E allora Spelacchia ha fatto marcia indietro, tirando fuori che i costi per il trasferimento sarebbero stati troppo alti e dunque la rinuncia, con grande gioia e soddisfazione dei romani che non vogliono più staccarsi da quelle montagne multicolori che ormai fanno parte del paesaggio urbano, con il consenso di Spelacchia.

Ma c'è anche la storia del processo che la riguarda la cui  prima udienza, saltata quella 'preliminare', è stata fissata a giugno, a elezioni avvenute. E Marco Travaglio  la giustifica,  Spelacchia: il calendario giudiziario non è la sindaca a fissarlo, e  se avessero fissato la prima udienza, saltando quella preliminare, a febbraio o marzo, lei non si sarebbe sfilata. Lei quindi, certa della propria innocenza, non temeva affatto la coincidenza della udienza con le elezioni, tanto i Cinquestelle stravinceranno - secondo la  previsione del massmediologo Travaglio. E' stato il Tribunale di Roma a rimandarla.

E infine l'inaugurazione della Metro, stazione San Giovanni , che Raggi/Spelacchia ha fatto sapere sarà inaugurata il 4 marzo, ed un suo assessore, ha precisato: tra febbraio e marzo, per non correre il rischio di non poter mantenere la data fissata.

Nonostante tutto questo bailamme di disastri amministrativi, la sindaca Raggi, battezzata  Spelacchia, vanta un gradimento in continua crescita, proprio come Spelacchio, il povero albero di Natale impiantato a Piazza Venezia prima delle feste e già morto e defunto dopo pochi giorni, e che ora tutti fanno a gara per resuscitarlo in una diversa esistenza, quella artistica.

 E Spelacchia? Al Museo delle cere, prossimamente, in attesa di definirne la sezione di esposizione, che quasi certamente sarà quella dei grandi statisti.

sabato 23 dicembre 2017

Il Fatto Quotidiano e il governatore pugliese Emiliano non ammetteranno MAI le sconfitte

Cominciamo dal secondo caso che è quello più drammatico, perchè coinvolge le sorti di ventimila lavoratori circa e il futuro di una intera città, Taranto per l'affare ILVA. Quando sembrava ad un buon punto la trattativa con il gruppo indiano che la acquisterà, arriva l'IRRESPONSABILE altolà del governatore  pugliese e del sindaco di Taranto che si mettono di traverso sulla strada che Calenda, il ministro per lo sviluppo economico, stava tentando di condurre in porto. E presentano un ricorso al TAR, il cui esito non è noto e potrebbe richiedere anche tempo, comunque troppo per un industriale che non comprerebbe una azienda che ha infiniti problemi, senza sapere quale sorpresa, ad acquisto avvenuto, potrebbe riservargli la sentenza del tribunale amministrativo regionale.

 Calenda si reca a Taranto con il ramoscello di ulivo per gli amministratori pugliesi, Emiliano - che già per la seconda volta o la terza ( ricordate la sua candidatura alla segreteria del PD finita nel nulla  sonoramente bocciata?) non vuole ammettere di aver fatto un passo falso ; anzi sembra addirittura che voglia rifarsi della precedente sconfitta, FREGANDOSENE del destino dei tarantini e dell'ILVA.

 Calenda gli ha chiesto di ritirare il ricorso, la stessa cosa ha fatto Gentiloni, ma lui non sembra disposto a farlo, anzi minaccia: Calenda è un immaturo, Gentiloni ricattatore. E lui? Lui un irresponsabile. Neanche i sindacati che temono il peggio e perciò  si sono schierati a favore della mediazione del Governo - memori di altre vertenze finite male,  anzi malissimo, come Alitalia, quando hanno appoggiato i lavoratori che tiravano la corda senza accorgersi che stava per rompersi come poi è accaduto - sono riusciti a far desistere il corpulento governatore dalle sue posizioni bellicose ma disfattiste.

Se si rompe il negoziato con Mittal su ILVA il pericolo reale è che l'impianto venga spento entro la prima decade di gennaio, e addio sogni di lavoro ed anche di risanamento. Senza l'accordo non ci sarà lavoro, e neppure il risanamento della fabbrica che inquina. E così i tarantini moriranno per l'inquinamento ma anche per  la disperazione perchè senza lavoro.

 Che faranno allora i ventimila di Taranto? Andranno a casa di Emiliano, dove la tavola è sempre apparecchiata, e a Natale perfino con frutti di mare prelibati, quando in molte famiglie tarantine  comincerà ad essere impresa dura mettere insieme il pranzo con la cena? Perchè Emiliano non ammette la sconfitta, ritira il ricorso al TAR e riavvia le trattative per concordare con Governo e nuovi proprietari tutte le misure possibili per assicurare ai cittadini coinvolti lavoro e salute, che lui proclama  di difendere, ma SOLO A PAROLE?

Qualcosa di simile accade anche alla direzione de 'Il Fatto quotidiano', a causa della sua voracità  giornalistica che non conosce limiti, e del delirio di onnipotenza ed infallibilità dei suoi vertici?
 Ha dato addosso di brutto al sindaco di Mantova - anche perchè del PD di Renzi?- coinvolto in una brutta storia. Poi quando si scopre che la signora che aveva architettato questa diffamazione  aveva falsificato tutto per accusare il sindaco,  che viene perciò scagionato dall'accusa, non si dice soddisfatto perchè la magistratura ha sventato un imbroglio, ma ricorda che  scagionato dall'accusa più infamante, ne restano contro di lui altre. Accuse che in altri casi, come quando hanno riguardato i Cinquestelle amici, hanno precisato che non tutte sono uguali, come ad esempio una di quelle rivolte al sindaco di Mantova e cioè 'abuso di ufficio'. Perchè,  ha spiegato Travaglio, un amministratore è facile incorra in tale reato; e che comunque non può essere messo sullo stesso piano del reato di truffa, o di associazione o di concorso esterno in associazione mafiosa.

 Allora perché alla magistratura si crede quando conviene  e quando non conviene, perchè non si vuole ammettere l'errore e scusarsi, non si crede?


venerdì 3 novembre 2017

Marco Travaglio l'ha buttata a ridere, dopo la beffa del falso Mannino sul suo 'Fatto quotidiano'

E' accaduto che l'altro ieri sia sia letta sul Fatto una intervista al senatore Mannino, ex DC, tante volte ministro, accusato e poi prosciolto da reati gravissimi - mafia e dintorni. Foto di Calogero Mannino con opportuna ed azzeccata didascalia. Ed è già molto, essendo i lettori costretti tante volte a vedere foto con didascalie errate e  a leggere, l'indomani, le reclamate rettifiche e le scuse di questo o quel giornale.
Così fan tutti, il degrado e la sciatteria serpeggiano dappertutto. Nessuno più ne è esente, neanche fra i piccoli giornali che hanno una foliazione  ridottissima, come il Fatto, perchè anche i piccoli giornali aggiungono al problema della sciatteria quello del poco personale, per risparmiare (come del resto hanno insegnato anche i grandi giornali).

 Nel leggere l'articolo-intervista notiamo alcune anomalie - il panegirico di Fava, il giudizio  durissimo sulle liste di destra ecc.. Conoscendo le travagliate vicende  giudiziarie dell'intervistato,  attribuiamo tali anomalie alla sua volontà di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ma anche, più disinteressatamente, alla sua conoscenza approfondita, oltre la facciata, dell'ambiente politico siciliano di ieri e di oggi.
 E la cosa finisce così.

L'indomani, quando esce il giornale, Calogero Mannino - il suo avvocato per lui - chiama il giornale e dice che lui quell'intervista non l'ha mai fatta e che perciò esige una rettifica, con la precisazione che l'intervistato  si chiama sì Mannino, ma è suo fratello, che di nome fa  Antonino, detto Nino, il quale a sua volta smentisce di chiamarsi Calogero, nel corso di una  sacrosanta protesta presso il giornale.

Travaglio offre a Mannino Calogero una intervista, lui la rifiuta - naturalmente. E Travaglio è costretto l'indomani a rivelare l'accaduto sul suo editoriale  quotidiano , intitolato 'L'Ora illegale', ma che forse avrebbe fatto meglio a titolare 'Figura di merda'. Naturalmente tenta una spiegazione che, come sempre in questi casi, è più grave dell'errore. L'equivoco sarebbe avvenuto perchè nella agenda della segreteria di redazione c'era il telefono di Mannino e il giornalista ha telefonato per intervistarlo. Ma se il giornalista si occupa di politica come fa a non sapere che di Mannino  ve ne sono due,  Calogero e Antonino, detto Nino, ambedue politici, solo che hanno  militato in due partiti diversi: Dc e PCI?

Tanto per restare nelle fratellanze politiche, il Fatto sa, per esempio, che di Giro ve ne sono due, ambedue  dello stesso partito ed ambedue, ora l'uno ora l'altro, sottosegretari, e che, infine,  solitamente quando uno è sveglio ed attivo  l'altro fa il ghiro?  E' bene che se lo appunti, per non ricadere in futuro nello stesso errore.

L'errore madornale, imperdonabile ed anche tragico, nel quale è incorso Il Fatto del 'puntiglioso' e 'precisino' Travaglio, ci ha fatto venire in mente un caso analogo del quale fummo noi protagonisti molti anni fa, poco meno di una ventina.

Accadde all'Auditorium di via della Conciliazione, dove eravamo andati ad ascoltare, per ragioni professionali, un concerto diretto da Antonio Pappano, con Horacio Lavandera pianista.
Durante l'intervallo del concerto, trasmesso in diretta da Radio 3  - una radio per la quale noi avevamo fatto in passato molti programmi ma dalla quale, in quel momento, eravamo costretti a girare alla larga,  perchè caduti  in disgrazia agli occhi dei dirigenti di allora, la Carlotto e Dall'Ongaro. Sulla loro  gestione dei fatti musicali nutrivamo molte riserve e  tante volte le  avevamo espresso nella nostra attività giornalistica. Durante l'intervallo del concerto,  si avvicinò a noi il cronista di Radio 3, che era che il giovane  compositore Antonioni, il quale prima di porci il microfono ci presentò così:  "abbiamo con noi il maestro Marcello Panni al quale chiediamo un giudizio sul concerto".

Premettiamo che Pappano era una delle prime volte, se non la prima, che veniva a dirigere l'Orchestra di Santa Cecilia, ed il giovane pianista era fresco di vittoria al Busoni di Bolzano. In seguito Pappano si stabilì a Roma e noi  siamo stati, ben felici, il primo suo biografo.

Prendemmo il microfono,e correggemmo immediatamente, in diretta, il povero Antonioni che non poteva più rimediare in nessun modo,  ma che aveva una qualche scusa per essere incorso in quell'errore, e cioè che altre volte ci avevano scambiato per Marcello Panni. Ma, evidentemente, Antonioni non conosceva  Panni e neppure noi che di mestiere facevamo il critico musicale e che avevamo diretto la più importante rivista di pianoforte uscita in Italia, la gloriosa Piano Time. Ma per tanta ignoranza - come del resto per il giornalista del Fatto - non c'è scusa che tenga.

Dopo esserci presentati per quello che eravamo, aggiungemmo anche che da Radio 3 noi eravamo stati banditi, ed anche che le nostre competenze in fatto di musica pianistica, rendevano eventualmente il nostro giudizio forse più affidabile di quello del m. Marcello Panni. Nel frattempo il povero Antonioni sbiancò,  e ci lasciò parlare a lungo,  mentre in cuffia - come ci rivelò, terminato il collegamento - dalla redazione gli lanciarono una sfilza di insulti, avendo egli offerto il microfono, gratuitamente, ad uno dei nemici dichiarati di Radio 3. E noi naturalmente ne avevamo approfittato. Non contenti, l'indomani, per  ulteriore vendetta - dopo che la prima il caso ce l'aveva offerta su un piatto d'argento -  scrivemmo al direttore della rete (Valzania) per raccontargli l'esilarante episodio, facendogli notare come anche nel nostro caso il diavolo aveva fatto le pentole ma non...

Più avanti, quando divenimmo direttore artistico del Festival delle Nazioni di Città di Castello, ci fu un avvicinamento con Radio 3 ( Radio 3 con noi, per l'esattezza; e  ne conosciamo bene le ragioni non dichiarate!) ed una volta, durante un concerto dei Berliner, nel nuovo auditorium, direttore Simon Rattle, fu proprio Dall'Ongaro a farci intervistare sempre da Radio 3 durante l'intervallo, in diretta, premettendo: così non potrai più dire che  Radio 3  non ti intervista mai.

In seguito  i rapporti  con Radio 3 tornarono ad essere pessimi, come prima,  specie dopo la nostra uscita da Città di Castello. E noi abbiamo continuato a criticare,  all'occasione e non a caso e neppure per interessi  o vendette personali,  il modo in cui Dall'Ongaro - sempre lui - continuò a gestire la musica in quella rete radiofonica pubblica. Dall'Ongaro, non ci porse più il microfono, si risentì e ci denunciò, ma perse la causa,

Lui, poi, è diventato sovrintendente di Santa  Cecilia, e noi abbiamo continuato a fare, ed ancora continuiamo, con lo stesso puntiglio, il nostro lavoro di cronista musicale.  Anche da questo blog.
Ma quest è naturalmente ancora un'altra storia.

sabato 16 settembre 2017

Dieci domande ( come già a Berlusconi e Boschi) a...Fabio Fazio, detto 'Fabbio', sono troppe. Basterebbe una sola

Aveva cominciato La Repubblica di Ezio Mauro la quale, ai tempi dei numerosi scandali in cui venne coinvolto, a torto o ragione,  pose  a Silvio Berlusconi dieci domande, rispondendo alle quali si sarebbe salvata l'anima, come assicurava il quotidiano  romano. Berlusconi non rispose e preferì dannarsela, l'anima.

Ha fatto la stessa cosa, in tempi più recenti Il Fatto Quotidiano diretto da Travaglio; che dieci domande dieci  ha rivolto alla ministra Maria Elena Boschi, sul 'salvataggio ' cosiddetto di Banca Etruria e sui suoi buoni uffici in favore della banca presso l'allora ad di Unicredit, come l'accusò De Bortoli. Anche la ministra, come il cavaliere ha preferito non rispondere, fottendosene delle conseguenze, tanto lei è rimasta 'zarina' anche in assenza dello zar (Matteo) e nel nuovo consiglio di 'reggenza', quello con Gentiloni a capo, è pure salita di grado.

Temiamo che la stessa sorte, toccata  alle dieci domande più dieci rivolte a Berlusconi e Boschi,  ora toccherà alle dieci domande che proprio oggi, Selvaggia Lucarelli pone dalle pagine del giornale di Travaglio a Fabio Fazio, detto 'Fabbio'. In sintesi la giornalista chiede al collega un pò di trasparenza sui suoi guadagni in Rai, quest'anno e per i prossimi quattro, sempre con il suo programma, trasferito anzi promosso e perciò anche meglio pagato, a Rai 1, del quale è autore, conduttore, proprietario del format - la Lucarelli ironizza sul 'format': uno o  più ospiti seduti in poltrona od intorno ad un tavolo e lui, 'Fabbio' che intervista. E' questo un format per il quale Fabbio percepisce alcune centinaia di migliaia di Euro l'anno? -  e proprietario, per il 50%, della società che lo produce (Officina), e perciò percettore finale per tutte queste voci e forse anche per  altre.

Fabbio non risponderà, non inviterà mai Selvaggia neanche come ospite, perchè ha osato Lei porre le domande all'intervistatore per eccellenza, né potrà mai dar seguito alla richiesta della giornalista di essere accolta fra i suoi autori che, si illude la Lucarelli, anche loro siano ben pagati.
Sicuramente anche lì, Fabbio riesce a far risparmiare alla Rai, prendendo i suoi collaboratori fra gli allievi dei suoi corsi universitari. Insegna anche all'Università?  Comunicazione televesiva o Economia aziendale?

Vediamo se a noi tocca sorte migliore della Lucarelli, ponendo a 'Fabbio' una sola domanda? Perchè ha promesso di dedicarsi al lavoro dei campi fra quattro anni, quando uscirà definitivamente dagli schermi televisivi? La domanda è: perchè non lo ha fatto ora? Non ha ancora abbastanza soldi per assicurarsi una vecchiaia tranquilla? Non ha messo a frutto i miliardi che si fece dare dalla tv che ora si chiama La7, senza aver mai lavorato?Prese i soldi e scappò! Lei di soldi ne ha guadagnati tanti, senza rischiare mai nulla , perchè sempre le hanno dato ciò che chiedeva - come potevano rifiutarsi di premiare economicamente la tv intelligente?

Lei, 'Fabbio', ha preso la stessa malattia di Renzi il nostro ex premier, quella di promettere anzitempo qualcosa che sa bene che non manterrà, perchè fra quattro anni si inventerà una storia per cui sarà costretto a restare, a grande richiesta, e a rimandare l'uscita di scena.

 'Fabbio', Lei  non è tra quelli che un giorno sì e l'altro pure si accalora parlando con persone solitamente sue coetanee del lavoro dei giovani che in Italia non c'è?
 Allora sia  bravo, dia un segno. Per mettere a tacere tutte le voci sul suo carattere ligure, attaccato ai soldi, molli la tv subito e così libera un posto per qualche giovane bravo che certamente ci sarà in Italia. O pensa che con Lei la stirpe si è esaurita?

E se lo farà Lei, Fabbio, tanto stimato ed ascoltato, vedrà che altri la seguiranno, del mondo dei dinosauri che, prima di lei, avevano promesso che si sarebbero ritirati al compimento degli ottanta, non dei settanta, e, invece, continuano imperterriti a parlare di lavoro giovanile che in Italia manca, ed a lavorare ancora anche in tv, profumatamente retribuiti.  Sicuramente allora, per non essere da meno, seguiranno il suo esempio, non so... Piero Angela, Corrado Augias ed altri di cui al momento non ricordiamo, per colpa dell'età, la nostra, i nomi.

domenica 13 agosto 2017

Per favore, aprite gli occhi al 'Fatto Quotidiano' sulla monnezza a Roma

Fa bene il giornale diretto da Marco Travaglio a bacchettare gli altri giornali quando le sparano grosse; anche oggi Il Fatto si è esercitato in questo sport, sparando addosso ai due maggiori quotidiani, cui imputa articoli inesatti o vere e proprie bufale che d'estate, sono una costante del gironalismo in vacanza.

In un altro articoletto di contenuto simile, ha imputato al Sole 24 Ore di predicar bene e razzolar male, riferendosi alle ricette, ed anche alle prediche, impartite da Confindustria attraverso il suo giornale che, amministrativamente è nei guai - e forse per questo porterà in giudizio i precedenti amministratori, direttore Napoletano compreso - ed ha anche raccontato bugie sulle vendite ed altro ancora. Insomma una vergogna. Dunque giustamente bacchettato!

Ancora oggi Il Fatto, tornando a parlare, in un terzo articoletto, dei giornali troppo distratti per vedere come stanno le cose, li rimprovera per non aver notato e riferito che la monnezza è sparita dalle strade di Roma. Naturalmente, fa presente che i romani rimasti a casa d'agosto sono molti di meno e dunque meno monnezza produce la città quindi più facile raccoglierla tutta. Però, dice Il Fatto, se la  monnezza non c'è più, complice le vacanze dei romani, perchè non dire che l'amministrazione sta facendo fronte alla emergenza rifiuti?

E qui Il Fatto che  è come quei ciechi per posizione, che non vogliono vedere, non riesce  neanche a vedere che la monnezza c'è ancora, persiste, per le strade; e che le aree dove sono i cassonetti, per la gran arte sventrati, sembrano delle discariche. Parliamo  di Roma città, non della periferia  ed oltre. L'altro giorno abbiamo segnalato che proprio dalle nostre parti, sulla Nomentana, all'altezza del palazzo dell'INAIL  si poteva ammirare una fila di cassonetti strapieni, e per terra bustoni pieni di altra monnezza. Lo spettacolo s'è goduto per una settimana e oltre, prima che l'efficiente assessore Montanari mandasse i suoi a ripulire.

Dei nostri conoscenti che abitano in altre zone di Roma ci hanno detto che lì hanno sostituito i cassonetti vecchi con dei nuovi. Beati loro! Da noi no, ed andrebbero sostituiti anche da noi, perchè sembrano bombardati e puzzano di una puzza insopportabile.

 Che la monnezza persiste, a dispetto dei ciechi de Il fatto, lo dimostra anche l'arrivo in città dei gabbiani che come uccelli rapaci si avventano sugli scarti alimentari gettati per strada, e li  consumano anche nel traffico, incuranti delle macchine che potrebbero investirli, ma che, data la loro mole, cercano di evitarli. Ci è capitato di vederne due occupati a consumare il 'fiero pasto' proprio di fronte al noto ristorante-bar 'Lo zio d'america', in zona Ojetti, l'altro ieri. Forse avremmo dovuto fotografarli con il telefonino ed inviare l'immagine al Fatto quotidiano, appuntando una copia del Fatto al becco di uno dei gabbiani, per verificarne la data.

giovedì 18 maggio 2017

Con quelli del 'Fatto Quotidiano' - Lillo & Travaglio - sono incazzato nero

Sono incazzato nero con quelli del Fatto Quotidiano per via del  finto best seller appena uscito in edicola e cioè 'Di padre in figlio' scritto dal principe dei cronisti, Marco Lillo. E lo sono perché quel titolo: 'Di padre in figlio'  faceva pensare  ad una reprimenda circostanziata, con il supporto della cronaca, come sa fare un bravo cronista, contro il vizio del 'familismo', vizio  tutto italiano,  quantomeno più italiano che di altri paesi.

Confesso che sono un pò sono incazzato anche con me stesso, perché stamattina quando ho preso in mano il volume, prima di acquistarlo, mi avrebbe dovuto dissuadere dall'acquisto, quel sottotitolo, al quale in questi giorni, il direttore Travaglio, le infinite volte che si è presentato negli studi televisivi di qua e di là dal Tevere, non ha fatto mai cenno; e cioè: 'Le carte inedite sul caso Consip e il familismo renziano', perchè l'uno e l'altro costituiscono l'unico argomento del libro. Ora del 'giglio magico' cosa non si sapeva ancora che Lillo abbia scoperto? Personaggetti - direbbe il pittoresco De Luca, non estraneo a maneggi simili - di contorno,  e neppure tanto interessanti; mentre i nomi dei pezzi grossi, le loro carriere  a seguito delle spinte renziane sono materia arcinota.

Ecco perché quel libro non è stato mai mostrato e si è puntato tutto sulla telefonata fra Renzi figlio e Renzi padre, lo scoop degli scoop, in un caso che, a ben guardare, non ci sembra, con tutta la benevolenza verso il giornale di Travaglio, tanto grave come 'Il Fatto'  lo  intende, ma che  non si giustifica con la semplice ragione che se non gonfia qualunque cosa non saprebbe come riempire le pagine, poche, per giorni e giorni.  E forse una volta che il libro sia andato a ruba, ingannando tanti altri imbecilli come me, che non hanno altro da leggere di più interessante del caso Consip, solo allora il Fatto girerà pagina e parlerà d'altro, magari facendo scrivere in quarant'otto ore un altro libello sull'ennesimo caso.

Che cosa aggiunge di nuovo il cronista Lillo del 'Fatto' a quanto già non si sapesse sul caso Consip, ma anche sulla inclinazione renziana di circondarsi di persone  a lui care, e devote, magari chiudendo qualche occhio, in alcuni casi, sulle loro capacità? L'evangelista griderebbe a questo punto. chi è senza peccato ... E' una assoluta novità di comportamento di chi ha il potere? Certo che no. E non è che tutti gli altri campi della vita pubblica ne siano esenti.

Vogliamo dare una rapida scorsa a quanti cognomi celebri girano nelle redazioni di giornali, quasi tutti figli di...  nipoti o fratelli di ..., ed anche mogli ed amanti di... Sono tutti entrati nelle redazioni per capacità o perché il mestiere di giornalista si tramanda di padre in figlio,  soprattutto attraverso  gli spermatozoi?

E, nel campo della musica, forse che tutti coloro che la esercitano, fra le generazioni  più giovani, sono tutti estranei alle grandi famiglie? Quando mai?
 Non  ci venga a dire Lillo che il problema di Consip e soprattutto di Renzi è diverso, perché si tratta dell'invasione di istituzioni pubbliche, dello Stato. Perché anche nel settore della musica, finanziato in larga parte dallo Stato, le famiglie  contano eccome!

mercoledì 3 maggio 2017

Marco Travaglio non ha nulla da dire sul botta e risposta fra la procura di Catania e quella di Siracusa?

Al procuratore di Catania che ha avanzato sospetti, senza averne le prove - come ha dichiarato egli stesso - di collusioni fra ong, che salvano i migranti, e scafisti - ha risposto, nel corso di un'audizione in Parlamento il procuratore di Siracusa, il quale ha nettamente smentito che ci sia la benché minima prova di tale collusione, non solo, ma che non ci sono neanche sospetti. E la procura di Siracusa è competente sulla medesima materia, ed ha giurisdizione sullo steso tratto di mare  che è sotto la giurisdizione catanese. Da quando esiste il fenomeno dei migranti, non abbiamo mai riscontrato fatti che possano avallare le dichiarazioni della Procura di Catania.

Ieri s'è pronunciato anche il presidente di Medici senza frontiere - De Filippi, se non ci sbagliamo - il quale ha detto che il procuratore di Catania non ha nessun elemento sul quale fondare le affermazioni accusatorie che ha fatto. Il procuratore di Siracusa ha aggiunto che se una differenza esiste fra le ong che si dedicano al salvataggio dei migranti in mare, la differenza va cercata nel diverso grado di collaborazione con le autorità delle varie ong. Solo lì.

E' intervenuto anche il governo che ha detto chiaramente che le ong vanno ringraziate per quello che fanno, non infangate, e la medesima cosa ha ripetuto anche Laura Boldrini, un tempo impegnata in tale settore.

E Travaglio cosa dice? Non ha nulla da aggiungere nulla su questa che appare piuttosto una guerra fra procure, nel tentativo di una di primeggiare sull'altra?
 Resta comunque il grave fatto del procuratore di Catania che ha lanciato accuse, sulla base di semplici sospetti. Ma come si fa ad avere sospetti, se poi non si ha uno straccio di prova- come lui stesso ha dichiarato nel mentre lanciava l'accusa?

domenica 30 aprile 2017

Marco Travaglio non la racconta giusta sul procuratore di Catania e sui compiti dei magistrati in genere

  Nel suo editoriale domenicale, intitolato 'Il silenzio degli indecenti' Marco Travaglio ne ha per tutti, da Alfano ad Orlando, a Grasso, ma non staremo qui a riferire della singola razione di  vaffa... riservato a ciascuno, mentre salva il procuratore siciliano che ha avanzato i suoi sospetti, anche senza portare le prove, mentre dovrebbe averle sempre a portata di mano ogni volta che muove un'accusa.

Ci interessa, invece, riferire come conclude la sua invettiva, perché la conclude davvero male.
 Scrive:" Dunque quando i pm fanno una retata di criminali da strada o di mafiosi o di spacciatori, si astengano dal farsi belli nelle conferenze stampa, altrimenti sono fuori dall'ordinamento e dalle competenze di magistrati: ci diranno tutto a fine indagini ( nel frattempo congiunti ed amici degli arrestati avvertiranno Chi l'ha visto?). E se, per dire, un pm scopre che in una delle terre dei fuochi sparse per l'Italia i cittadini mangiano e bevono prodotti radioattivi e cancerogeni, non lanci alcun allarme e non avverta le pubbliche autorità: sarebbe fuori dai suoi poteri, anzi dell'ordinamento. Quindi si tenga tutto per sè un paio d'anni, sino al termine dell'indagine. Poi però se arriva in tempo potrà parlarne ai funerali".
 Lui sa mettere sempre il pepe sulla coda al suo discorso, quale che sia l'occasione o quali che siano i protagonisti. Il veleno per il morso finale  - ne parleranno ai funerali.. -  lui l'ha sempre pronto, ne ha anche una boccetta di riserva.
Però. Il pm che scopre delle irregolarità le scopre perché la polizia, su sua richiesta od indicazione, ha fatto indagini, che, nella ipotesi di lavoro di Travaglio, si sono tradotte in  analisi sul terreno e sugli alimenti. Fatte le quali, e riferito ai magistrati, questi devono immediatamente  proseguire ed approfondire le indagini per trovare i colpevoli dell'avvelenamento della popolazione; e scovatili, metterli al sicuro dietro le sbarre. Questo il loro compito. E dopo parlare. Perchè se lo fanno prima possono anche destare i sospetti che abbiano voluto dare una mano ai malavitosi 'amici' o 'amici degli amici'.
 Che effetto e rilevanza può avere se annuncia anzitempo alla popolazione ciò che i corpi di polizia, dietro sua indicazione, hanno scoperto - e che riferiranno oltre che  alla magistratura  alle autorità pubbliche - ma senza che lui abbia individuato i responsabili?  Perchè compito della magistratura è scoprire i responsabili del malaffare per farlo cessare. Neanche Travaglio può negare a se stesso che a  volte ( troppe volte?) i magistrati colgono alcune occasioni di indagine, anche sacrosante, per mettersi in mostra.