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sabato 10 febbraio 2018

SALVATE LA DIRETTRICE della GALLERIA BORGHESE di Roma ANNA COLIVA

 A Roma non serve spiegare chi è Anna Coliva. Basti sapere che la direttrice della Galleria Borghese, frequenta tutti i salotti bene della Capitale, ha agganci con tutti gli ambienti che contano ed è stata l'unica di direttrice di museo ad essere confermata dopo la rivoluzionaria 'riforma' Franceschini: via tutti i direttori in carica e insediamento, dopo concorso (truccato? comunque non alla luce del sole) di nuovi direttori in buona parte stranieri, finalmente pagati il dovuto: sui 150.000 Euro lordi annui.

Nessuno dei precedenti direttori venne confermato, eccetto una: Anna Coliva. Non poteva sfuggire a nessuno che la sua riconferma, al di là dei risultati che anche altri potevano vantare e dei titoli  e delle esperienze e competenze che anche gli esclusi avevano, andava ascritta principalmente alla rete di  amicizie e conoscenze che la potente direttrice, studiosa del Bernini, aveva instaurato nel corso degli anni con il cosiddetto 'generone' romano e con il mondo della politica.  Contro la quale neanche Franceschini avrebbe potuto nulla - e forse anche lui, prima di altri, apparteneva a quella rete di appoggi della Coliva. E così fu confermata e dallo stipendio vergognoso da funzionaria, che aveva prima della riconferma - neanche 2.000 Euro al mese - ne ottenne uno tutto nuovo e molto più consistente -  introno ai 10.000 Euro mensili, per complessivi 150.000 Euro circa annui.

 In verità lei non è mai stata con le mani in mano, si è data da fare, ha seminato in quei salotti bene al punto che una sua amica  - o conoscente? - Maite Carpio sposata Bulgari ha fondato, per darle una mano, l'Associazione 'Mecenati della Galleria Borghese', che intanto ha messo insieme la considerevole somma di 70.000 Euro - una cifra! - per restaurare uno dei 'giardini segreti' della galleria. La quale, si accusò  di aver recato qualche danno quando organizzò una cena di gala con tanto di cucine  installate troppo vicine all'edificio storico. Con il paradosso che i mecenati che avrebbero dovuto salvare la galleria  le avevano prodotto qualche danno.

La Coliva ha naturalmente anche molti nemici, forse meno potenti degli amici, ma sicuramente più solerti ed attenti.  E fra questi alcuni che l'hanno accusata di essere uscita dalla galleria, in orario di servizio, par motivi personali, per un totale di una cinquantina di ore in un anno.  I fatti risalgono al 2014, alla vigilia del 'riformatorio' di Franceschini. Lei ribatte che quelle accuse - infondate, perchè quelle assenze, tranne forse una di sole 4 ore, non erano da attribuire a a motivi personali  - venivano lanciate da chi non voleva che lei avesse una qualche chance (anzi, temeva che le avesse) per restare alla guida della celebre galleria. Insomma i suoi 'nemici' avevano già sentito puzza di bruciato ( sapevano che la loro direttrice era tanto potente da non poter essere spostata) e si erano mossi in tempo per silurarla,  portandola in tribunale.

Ora si sta discutendo la causa. Chi vivrà vedrà, ma certamente  anche la  condanna a risarcire  lo Stato per l'eventuale danno, non riuscirà a disarcionare la potente direttrice. Non deve, per l'inconsistenza del danno. E poi, suvvia, si può assimilare la Coliva agli squallidi ' furbetti del cartellino'? Non scherziamo.

venerdì 26 maggio 2017

Il caso dei cinque direttori dei Musei dimessi dal TAR, fa traslocare Vittorio Emiliani dal 'Corriere' al 'Fatto quotidiano'

Siamo quasi sempre d'accordo con Vittorio Emiliani che, da presidente del Comitato per la bellezza spessissimo prende posizione su molti aspetti riguardanti la cultura  e la sua gestione nel nostro paese.
 Specie quando, come fa spessissimo dalle colonne del Corriere della sera, bolla la cosiddetta 'riforma' di Franceschini. Perché - e Emiliani non è il solo a denunciarlo -  nella gestione Franceschini ci sono molti buchi neri (noi stessi lo abbiamo denunciato tante volte).

Ora, a seguito dell'annullamento da parte del TAR del Lazio ( 'porto delle nebbie' a tutti noto) di cinque nomine delle venti fatte da Franceschini nel 2015, per i direttori di importantissimi sedi museali ed archeologiche italiane, sette dei quali sono manager stranieri (ma Europei, si badi bene!) Vittorio Emiliani non ne ha scritto sul 'Corriere', come fa sempre, che sull'argomento gli ha poreferito un lungo articolo di Gian Arturo Ferrari , ma sul 'Fatto quotidiano'. E la ragione è che Ferrari la pensa all'opposto di Emiliani, il quale perciò ha dovuto migrare sul Fatto, non rappresentando in questo caso la linea del noto quotidiano.
 La tesi fondamentale di Ferrari è quella della internazionalità della cultura, portando come prova il fatto che molti manager italiani guidano importantissime istituzioni culturali estere di qua e di là dell'oceano.

Emiliani, al contrario di Ferrari, articola in più punti il suo appoggio al TAR -  che, con una sua sentenza, ha rimesso intorno al Colosseo i centurioni che perfino la Raggi aveva capito essere una vergogna -  che quindi ritiene abbia fatto bene ad annullare, accogliendo due ricorsi, quelle cinque  nomine (Ad Emiliani sfugge il caso Coliva, l'unico caso di direttore confermato.  Forse perchè  Emiliani frequenta a Roma gli stessi salotti di gossip e di potere frequentati dalla Coliva, la cui riconferma è passata liscia come l'olio, mentre non fosse stata Lei avrebbe scatenato un putiferio).

Emiliani appoggia la sentenza del TAR del Lazio,
Primo: perché la legge italiana non prevede che dirigenti pubblici possano essere stranieri, benchè europei. E qui, nonostante la legge, Vittorio Emiliani fa la figura del 'provinciale' antistorico.
Secondo: perché i titoli presentati dai candidati a suo tempo non erano quelli di  numeri uno nella gestione della cultura. E ai titoli erano stati assegnati punteggi superiori a quelli effettivamente meritati. A proposito del nuovo direttore degli Uffizi, dice che si era occupato di 'tessile' negli USA. Faceva, cioè, la maglia?
Terzo:  perché i colloqui  si erano svolti a porte chiuse; e mai il Ministero ha reso pubblica la lista dei candidati esclusi, onde valutare  i titoli degli esclusi e se esclusi a ragione o per le soliti inciuci.
Quarto: perché i risultati, tutti positivi, presentati dai direttori cancellati con una sentenza, sono gonfiati. Tali risultati sono il frutto soprattutto delle domeniche in cui si entra gratis nei musei, e della paura del  terrorismo internazionale che avrebbe convogliato in Italia molti viaggiatori che, altrimenti, avrebbero scelto  altre nazioni. La buona gestione dei nuovi direttori non c'entra affatto.

P.S. Si apprende dai giornali di domenica 28 maggio ( in verità l'ha scoperto e denunciato 'Il fatto quotidiano') che a introdurre la norma che gli incarichi come quelli di direttori di musei ecc..  erano riservati ai soli cittadini italiani, era stato proprio 'mezzodisastro' Franceschini, quando era sottosegretario  alla Presidenza del Consiglio ( con Prodi ed Amato). Ora sta brigando per l'introduzione di una correzione a se stesso, attraverso una regoletta introdotta nella manovrina che attende il voto parlamentare. Neanche lui se la ricordava. O forse fingeva?

L'Italia è una Repubblica seduta sui TAR, a rischio esplosione

Avete presente la situazione di Napoli e dei suoi cittadini, da tempo seduti sul Vesuvio che è sempre a rischio esplosione? Quella dell'Italia, della nostra Repubblica, non è tanto dissimile, giacchè sta seduta sui TAR che ogni giorno mettono in croce qualunque governo decisionista, rallentano ogni cambiamento, mandano all'aria ogni riforma. L'ha detto anche Renzi, sempre più ringalluzzito, dopo la notizia che il TAR del Lazio aveva annullato la nomina di cinque dei venti direttori di Musei che Franceschini aveva nominato:' abbiamo fatto tante riforme, alcune altre le avremmo voluto fare ma ce le hanno bocciato, ma l'unica riforma alla quale non abbiamo pensato e che doveva essere fra le prime ad essere proposte, era la riforma del TAR.

Due degli esclusi da quelle nomine hanno fatto ricorso al TAR ed il Tribunale amministrativo del Lazio, fra i più attivi ed anche discussi, l'ha accolto, annullando la nomina dei cinque direttori, sentenza subito esecutiva che ha comportato la decadenza dei cinque direttori contestati, uno dei quali era straniero, messi a capo di musei che proprio nell'anno di loro direzione hanno aumentato gli introiti per ingressi.

Le ragioni addotte dal TAR nella sua sentenza è che la prova orale dei candidati è stata fatta a porte chiuse, dunque illegale (Paolo Baratta, l'esimio presidente della giuria internazionale, quel giorno dove stava? Non conosce le regole per i concorsi pubblici?), ed anche perchè - ma questo riguarda solo un caso quello del direttore straniero: europeo sia chiaro - per gli incarichi di dirigenti pubblici in Italia, secondo la legge, non possono parteciparvi cittadini non italiani. E se fossero europei? L'Europa non esiste, sembra affermare il TAR contro ogni evidenza. La risposta piccata dei giudici del TAR del Lazio non s'è fatta attendere: non date la colpa a noi, cambiate le leggi che noi siamo tenuti solo ad osservare, non c'è bisogno di cambiare il TAR.

Franceschini, che alla figura tiene più che alla sostanza, ha subito tuonato: ricorrerò al Consiglio di Stato - un altro di quei tribunali che assieme al TAR, fa il gioco delle parti in un paese in cui tre gradi di giudizio - ingiusto, tante volte  ammettiamolo!-  non bastano, ce ne vogliono altri due e forse anche tre o quattro ancora. Intanto quei cinque Musei in attesa del parare del Consiglio di Stato che Franceschini spera favorevole, sono rimasti senza direttori. Grasso, presidente del Senato che la riforma renziana voleva abolire o rendere quasi innocuo legislativamente, alla prima occasione di legge fatta 'con i piedi' dalla Camera dei Deputati. ha sottolineato che se non c'era il Senato avremmo dovuto tenerci quella legge mal fatta. Ma non ha detto che il Parlamento le leggi deve farle non a dispetto del diritto e dei cittadini,  ma come si conviene, ed ha difeso il Senato, la 'seconda' camera,  nella sua  funzione di 'balia' dei parlamentari ignoranti ed inadempienti della 'prima'.

Due riflessioni a margine di tale nuovo casino istituzionale. Nel nostro paese nessuno si fida  della magistratura e tanto meno dei governi, l'una e l'altro non ancora vaccinati contro imbrogli, inciuci, particolarismi e favoritismi di cui storia e cronaca sono pieni al punto che  si  potrebbero riempire milioni di pagine di 'tragica' e 'comica' insieme storia patria.

La nomina dei venti direttori, ad esempio. Per la gran parte risultarono vincitori italiani, sette o giù di lì stranieri d'Europa, e uno soltanto confermato, la direttrice della Galleria Borghese, Anna Coliva, sulla cui riconferma piovvero subito critiche anche giustificate: la signora, sicuramente brava direttrice come altri,  ma, a differenza degli altri, frequentatrice assidua dei salotti del potere romano, lei sola e nessun altro,  doveva aver convinto Franceschini ed anche Baratta che doveva restare. A pensar male non sempre si sbaglia. E, del resto, anche la Coliva aveva fatto qualche sbaglio clamoroso, come quando per dare il benvenuto ai 'Mecenati della Galleria Borghese', capeggiati da Maite Bulgari, aveva fatto impiantare all'esterno della Galleria, ma sicuramente  non a distanza di sicurezza, un catering con cucina annessa, sul quale erano piovute tante critiche. Ma quelle critiche  furono subito messe a tacere, per la stessa ragione per cui la Coliva  aveva convinto il ministro ed il presidente della commissione giudicatrice, attraverso la fitta rete di relazioni, costruita nel tempo con tenacia e scrupolo, pronta a proteggerla da ogni possibile attacco.

E poi Franceschini stesso dovrebbe sapere come alcune commissioni centrali del suo Ministero sono state elette in barba ai requisiti  professionali dei candidati, fra i quali s'erano preferiti quelli più ossequienti (ne abbiamo scritto all'epoca, specie per la Commissione centrale Musica, ma il discorso vale anche per le altre). Dunque Franceschini, al di là della figuraccia da lui fortemente temuta, dovrebbe prima dar prova della totale legalità  e correttezza di ogni sua decisione. Ma forse questa non può assicurarla a quei pochi cittadini che fossero d'accordo, eventualmente, con la decisione del TAR.

E c'è poi la questione 'europea', sulla quale anche s'è espresso il TAR: i cittadini non italiani, per la nostra legge, non possono partecipare a concorsi pubblici per incarichi di dirigenza; mentre cittadini italiano possono partecipare ad analoghi concorsi in altri paesi d'Europa, dove  per la direzione di importanti istituzioni pubbliche sono stati assunti anche cittadini italiani o stranieri per il paese interessato.
 Franceschini tuona: ci accuseranno come sempre di provincialismo, ed ha ragione; dimenticando che la più importante istituzione pubblica musicale, la Scala ( fintamente privata, reggendosi con il sostegno irrinunciabile dello Stato!) è da oltre dieci anni guidata da manager stranieri, prima Lissner (che a Milano ha trovato anche moglie) ed ora da Pereira ( che di compagna ne ha una orientale).

Noi, anche noi, siamo destinatari dell'accusa di provincialismo che Franceschini ha rivolto al TAR, per la ragione che da anni ci battiamo per l'invasione di musicisti stranieri nelle nostre istituzioni. Dunque anche noi saremmo 'provinciali' e provinciale sarebbe la nostra causa?

No, la nostra battaglia contro detta invasione poggia su altre basi, molto più solide. A santa Cecilia, di cui abbiamo scritto proprio nei giorni scorsi, per la prossima stagione sinfonica, i direttori sono TUTTIIII stranieri, e molti di loro sono praticamente sconosciuti in Italia. Il che dimostra che non sono stati invitati in virtù della loro fama - come, invece, accade ogni volta che all'estero scritturano per un incarico stabile un direttore italiano: Gatti ad Amsterdam - ma perchè la lunga mano delle agenzie straniere, le più potenti, arriva dove non  conta mai prima il merito e la carriera avviata. Come appunto all'Accademia di Santa Cecilia, ed anche all'Orchestra sinfonica della Rai di Torino, e l'elenco potrebbe continuare, e sta a dimostrare come i vizi si diffondono molto prima delle virtù.

martedì 20 settembre 2016

Scalinata di Trinità dei Monti. Trovata la soluzione al dilemma: cancellata no. Vigilanza giorno e notte

Trovata la soluzione? Sì, forse no.  Ma ci stanno pensando - stanno provvedendo, come si usa dire.   E per questo, per prendere tempo, causa tempo, hanno rimandato di 24 ore l'inaugurazione, spostandola a Giovedì. Per riflettere, ancora un giorno, alla soluzione da adottare per rendere il monumento fruibile dai cittadini e, nello stesso tempo,  proteggerlo dalle intemperanze di vandali ed incivili che ogni giorno - ed ancor più la notte - attraverseranno la scalinata.

Diciamo che coloro i quali non vogliono protezioni né di giorno né di notte, ora se la stanno facendo sotto, temendo che alla prima notte, la scalinata riaperta venga imbrattata. Perchè se ciò accadesse - e non è detto che non accada - allora giustamente il mondo intero metterebbe al muro i difensori della libera circolazione di giorno e di notte, convinti che il popolo  è educato, benchè non l'abbia  ancora mai dimostrato, a giudicare dalle condizioni in cui hanno ridotto tanti monumenti lasciati incustoditi.

Di nuovo in queste ultime ore è arrivato un proclama di Claudio Parisi Presicce - quello che diede l'autorizzazione per l'inscatolamento delle bianche statue in Campidoglio, per proteggerle dagli sguardi micidiali del presidente iraniano che avrebbe potuto ridurle in frantumi per l'offesa che  avrebbero potuto recare alla sua sensibilità - il quale ha detto basta alle inferriate. Non solo non ne metteremo alla Scalinata ma le toglieremo anche dai monumenti che ora ne sono provvisti, dall'Arco di Costantino in avanti, per fermarci a  Roma. Troppe inferriate, senza bisogno perché tutti i monumenti SONO PRESIDIATI. Evviva . ciò che si voleva ottenere, e cioè il presidio da parte elle forze dell'ordine di tutti i monumenti, giorno è notte, è cosa fatta.

E poi,  c'è anche un appello firmato da intellettuali, personalità politiche e artisti, con il quale prospettano una soluzione, davvero geniale. La scalinata serve solo per farla su e giù. Ma solo nella parte centrale di essa, in quelle laterali ci si potrà fermare, sedersi, ma senza mangiare o bere o fumare o fare altro - come è stato tante volte fatto  senza che nessuno, in conseguenza di ciò, venisse punito.

Firma quest' appello - che prospetta una soluzione all'italiana, una brutta soluzione, una non soluzione -  anche Vittorio Emiliani che  si era dichiarato pubblicamente per la cancellata e per la posa in opera di panche in piazza di Spagna (la Piazza è fatta per fermarsi, la scalinata solo per salire e scendere!) e che ora dice  sì al saliscendi, ma sulle rampe laterali concede che ci si fermi. Anzi che non hanno proposto, i firmatari dell'appello che appartengono alla categoria di coloro i quali sono del parere che i monumenti devono anche fruttare, tavolini e sedie e servizio di bar sulle medesime fasce laterali della scalinata. Come finalmente potrà fare la Coliva alla Galleria Borghese che ora con i soldi freschi del ministero, vuole aprire  un bar ed anche un ristorante aperto anche quando la Galleria è chiusa.

I firmatari dell'appello bastava che aspettassero solo qualche ora per avere la vera soluzione del problema , quella che tutti s'aspettavamo: e cioè quella venuta dal sovrintendente Parisi Presicce che assicura un vigilanza  continua ai monumenti.

lunedì 19 settembre 2016

Lo straziante appello di Anna Coliva direttrice della romana Galleria Borghese per il restauro dei giardini 'segreti' della Villa

Quando il ministro Franceschini nominò i venti direttori dei Musei e siti archeologici o monumentali più importanti del nostro paese, alcuni pescandoli all'estero, qualche protesta ci fu per Anna Coliva, l'unica direttrice restata al suo posto. Si disse allora che era difficile scalzarla, anche per il ministro, perché Lei a Roma s'era creati infiniti appoggi e poteva perciò vantare protezioni impossibili da neutralizzare.
 In effetti la Coliva, proprio e a seguito dei suoi infiniti appoggi - è una delle presenza più costanti dei salotti che contano (quelli  frequentati da chi ha  i soldi  o il potere politico, poi anche quelli dove si fanno solo chiacchiere e si mangia) - per la Galleria Borghese sembra darsi molto da fare, e sembra anche con qualche risultato.
 L'appello lanciato ieri dalle colonne del Corriere dell Sera-Roma, per salvare i giardini 'segreti', ben tre, della Villa ed a che della Galleria che li ha presi in carica, ci è sembrato straziante e va ascoltato dagli stessi frequentatori dei salotti che contano. Ci spieghiamo.

Non più tardi di un paio d'anni fa, alla presentazione ufficiale dell'associazione 'Mecenati della Galleria Borghese' voluta e presieduta da Maite Carpio ( signora Bulgari, moglie di Paolo, attivissima in città in varie opere caritatevoli - Agenda sant'Egidio - o di mecenatismo culturale come  in favore della Galleria Borghese  o della digitalizzazione della Biblioteca Vaticana; ma anche, in prima persona in coppia con il marito, con  singoli interventi, qualcuno di poco conto economicamente, come quello in favore dell'Opera di Roma - Concorso di Composizione) ci fu un gran parlare dell'evento  organizzato per l'occasione. Ai mecenati - tutta gente con doppio o triplo cognome, ma forse poco generosi - fu offerta una visita speciale della Galleria, seguita da cena faraonica, servita da un catering esterno ( non c'è neanche bisogno che diciamo il suo nome, perchè non è difficile intuirlo, il solito; due soli esempi: gestisce i bar del'Auditorium e diede da mangiare ai potenti del mondo riuniti all'Aquila dopo il terremoto) il quale non fu molto rispettoso della galleria, al momento di impiantare fuori del museo le sue cucine 'da campo'.  I giornali ironizzarono, anzi accusarono questi strani mecenati che volevano salvare la Galleria Borghese e poi ponevano di fatto in atto contro la stessa azioni distruttrici. Sorvoliamo.
 Più di recente, quest'estate appena passata, sempre la benemerita associazione di mecenati della Borghese, ha fatto sistemare uno dei tre giardini 'segreti' della Galleria, di cui il Corriere offre la bella foto dall'alto. una meraviglia. Resta da fare analoga risistemazione anche degli altri due giardini per la quale la Coliva ha lanciato il suo straziante appello rivolgendosi a noi tutti, non più ai mecenati quelli con due o tre cognomi e tante palle sui rispettivi stemmi araldici, in aggiunta ai ricchi opatrimoni. Perchè no ai mecenati? Perchè loro hanno già dato, dice di fatto la Coliva. Ed uno, a questo punto, si immagina quale grande cifra  abbiano raccolto quei signori per far risistemare il primo dei tre giardini. Alla stessa Coliva, che non riesce a tenere il vergognoso segreto, le scappa  che quella risistemazione è costata ai famosi mecenati, la considerevole somma di 70.000 Euro. Sì 70.000, non 700.000 Euro. E che loro prima di poter nuovamente racimolare un seconda simile somma hanno bisogno di qualche anno almeno. Insomma i mecenati quando si  iscrivono all'associazione pagherebbero una considerevole somma, dai 20 ai 60 euro, e poi ogni volta che si vedono per cene sociali - pagate forse con i soldi di mecenati di altri musei - sono tenuti a versare una trentina di Euro.
 Noi, ma solo per carità cristiana, non facciamo i nomi di alcuni mecenati che conosciamo bene  e che basterebbe che devolvessero alla galleria Borghese, per far smettere quel pianto straziante della Coliva,  il costo di una mise di cachemire o di un paio di scarpe artigianali - non parliamo di gioielli, perchè non servono tanti soldi -  e da tre o quattro di loro si avrebbero i soldi per restaurare anche gli altri due giardini 'segreti' della Borghese.
 Lanciamo questa provocazione. E attendiamo di leggere i loro nomi nelle aiuole restaurate. due o tre nomi  sarebbero sufficienti a fornire i soldi necessari.
 A Franceschini non osiamo rivolgerci per chiedergli quei fondi che, lo ripetiamo, sono miserabili - de minimis non curat Darius, direbbero i romani antichi - fino a quando non si leverà dalla testa quella sua pazza idea di ricostruire la platea lignea del Colosseo, per la quale ha immobilizzato ben 18 milioni di Euro. Ma poi dove li ha trovati, se piange sempre miseria?

mercoledì 19 agosto 2015

Anna Coliva, Romana, l'unica che resta. A proposito della selezione dei direttori dei maggiori musei italiani e della commissione presieduta da Paolo Baratta. Il Maxxi diretto dall'italo-americana Melandri

La Commissione internazionale voluta da Franceschini per individuare venti professionisti da mettere a capo dei principali musei italiani - che , da quanto si apprende dovrebbero avere autonomia di gestione, ma sui particolari di tale autonomia nulla ancora si sa, a selezione conclusa - e presieduta dal sempiterno Paolo Baratta ( a capo della Biennale, con mandato in scadenza e che non disdegnerebbe di essere rinominato per la terza volta consecutiva, dopo incarichi anche precedenti sempre alla Biennale, e con nessuna voglia di farsi da parte per avviare il ricambio che , su invito di Franceschini, ha tentato di mettere in atto  con la commissione da lui presieduta) ha concluso i lavori fornendo al ministro Franceschini, - ' mezzo disastro', ma con tanta voglia di comparire a tutti i costi - la lista dei venti prescelti.
Baratta ha anche spiegato che l'esame delle candidature si è svolto in due momenti. Il primo attraverso la valutazione, con assegnazione di punteggio,  in base ai titoli - e in molti casi la somma di essi  ha visto parecchi candidati in lizza per il medesimo incarico, con un punteggio uguale od assai simile - il secondo con un colloquio - lo ha dichiarato Paolo Baratta - della durata di una quindicina di minuti nel quale agli aspiranti candidati è stato chiesto - sempre la stessa domanda- come vedrebbe valorizzato il museo alla cui direzione si è candidato.
 Ha ragione perciò chi ha contestato i risultati della selezione, sul piano del merito e delle competenze e non per eventuali contestazioni legali e di svolgimento, al di là del fatto che dei venti sette sono stranieri - e nulla lo vieta. Lo vieterebbe semmai il fatto che alcuni di essi, sono sì studiosi, ma con esperienze dirette nel campo della direzione dei musei praticamente nulle. Dove forse per uno o due di essi l'attività all'estero li vedrebbe più preparati professionalmente nel cosiddetto campo della 'valorizzazione' dei musei italiani,  forse carenti sotto questo profilo, fra i quali sono compresi i massimi del nostro paese,  anche Uffizi  e Brera.
Non sarà sfuggito a nessuno il caso della grande mostra su Pompei, con materiali provenienti dall'Italia, a Londra, per la quale si è registrato un sorprendente inusuale numero di presenze di visitatori ed anche enormi entrate. Reperti italiani che a Londra sono stati valorizzati ed in Italia giacciono magari nei depositi.
 A proposito di Pompei, Ieri in tv hanno mostrato la Pompei di questi giorni. Un disastro, che ci fa venire qualche dubbio sul reportage di diversissimo segno che Giuliano Ferrara aveva  fatto su 'Il Fogli'o, dove Pompei che lui aveva visitato non era quello schifo  di inefficienze sporcizia ecc... che i giornali ogni giorno, ed anche la televisione ieri sera, mostrano, bensì un giardino di delizie e meraviglie.
 E c'è poi anche il problema che  il permanere immobile della burocrazia ministeriale forse non aiuterebbe i nuovi direttori. Che farà un direttore tedesco - si è anche detto che Renzi ha svenduto alcuni Musei italiani alla Merkel - di fronte ad una assemblea sindacale che fa restare chiuso un museo, magari con preavviso di poche ore?
Ieri in un accesissimo dibattito tv sull'argomento - de La 7, al quale non si capisce perchè  abbiano invitato anche la Polverini che certamente cosa sia un museo o la cultura in genere  poco sa; ma lei va tanto di moda, come  va di moda anche la Gelmini, alla quale sul medesimo settore di cui ha parlato la Polverini andrebbe inibita la parola per la mancata conoscenza dell'argomento e per i danni procurati alla scuola italiana nei mesi in cui è stata ministro dell'Istruzione; sì, lei che per superare un concorso  è andata a farlo in Calabria, dove sperava di poter farla franca alla commissione, vergogna!- tutte queste obiezioni sono emerse con rara chiarezza, negli interventi infuocati di Sgarbi, il più duro, con conoscenza di causa, contro le scelte della commissione.
 Ciò che non è mai venuto fuori è l'eccezione romana, della romana Anna Coliva, direttrice della galleria Borghese, l'unica che resta al suo posto, nonostante le contestazioni dei mesi precedenti su grandi feste ospitate nella pubblica galleria d'arte con scarso rispetto per le strutture della medesima ed anche altro.
Noi non abbiamo i titoli per discutere delle competenze dalla Coliva - sulle quali nessuno ha mosso dubbi, ci pare - ci colpisce però il fatto che lei sia l'unica a restare. Non sarà che  chi sta a Roma riesce ad allungare i suoi tentacoli dappertutto fino ad abbracciare tutti? Lei tutti quelli che comandano a Roma, li conosce, e con loro magari vanta anche amicizie, dal Ministro a Baratta. e perciò lei non si tocca, nessuno la tocca, neppure l'integerrimo ( ahahahah!) Baratta può farlo.
A proposito di questi concorsi internazionali o delle 'cosiddette manifestazioni di interesse' che piacciono tanto al ministro, va detto che si tratta in molti casi di fumo negli occhi, perché poi la valutazione delle singole candidature non si basa sugli effettivi titoli o meriti, perché alla fine quasi sempre ogni commissione nomina chi c... gli pare. Come si è visto anche nelle Commissioni centrali del Ministero che dovrebbero fornire al Ministro valutazioni qualitative nei vari settori dello spettacolo. Possiamo dirlo anche per esperienza diretta, sfidiamo anche l'ex direttore generale Nastasi a smentirci.
 Anche all'Auditorium si è scelto un  capo azienda straniero, spagnolo. Bene, ma poi il consiglio di amministrazione appena ricostituito, è fatto dei soliti noti, di quelli  che troviamo contemporaneamente seduti su diverse poltrone, dove fanno sempre lo stesso gioco, quello di chi li ha messi lì.
 E c'è, infine, il caso del Maxxi, dove per le ultime piogge si sarebbe aperta una  crepa sul tetto - sì proprio una crepa, in un museo progettato da  una notissima archistar,  consegnato da pochissimi anni! Sul cancello del Museo è stato affisso un cartello in due lingue, e quello in lingua inglese, nel museo diretto da una pdiessina notissima, parlamentare ed anche ministra,  faceva uso di un imbarazzante  inglese maccheronico , degno di un film di Totò.
Ma non la dirige quella galleria una italo-americana, nata addirittura a  New York, appunto Giovanna Melandri  che avrebbe potuto mettere una di seguito all'altra quattro parole, in un inglese non maccheronico,  su  quel cartello che dichiarava la galleria chiusa per lavori, senza specificare quali, alla cui lettura  molti sono scoppiati a ridere?