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mercoledì 2 maggio 2018

Le età dei direttori d'orchestra. E quelli italiani più in vista

Incuriosisce il fatto  che si parli ancora  di 'giovani' direttori, quando hanno già una quarantina d'anni. E, invece, non dovrebbe incuriosire e neppure meravigliare, perchè il mestiere del direttore ( a differenza di tutti gli altri musicali, compreso quello del compositore, per non parlare anche degli strumentisti, che possono tutti sbocciare  molto presto) è un mestiere che si può anche esercitare da giovanissimi, per la gioia del pubblico soprattutto che  si intenerisce per  il piccolo genio e non distingue più il valore dall'apparenza, ma che si acquisisce  con gli anni. E quaranta, nel nostro caso, non sono molti.

Certo si pone, poi, il problema  di quando cambiare aggettivo; quando, insomma, un direttore non è più da considerare un 'giovane' direttore, ma un direttore 'adulto', un 'direttore' 'tout court'. Mentre, per gli anni successivi, il problema non si pone: si passa, saltando alcune tappe, immediatamente al direttore 'maturo'.

La settimana scorsa il problema, sotto altra prospettiva , se l'è posto il settimanale 'L'Espresso',  con un lungo articolo dedicato ai 'giovani' direttori - nel senso  che dicevamo prima - italiani, ed alla tradizione  italiana rintracciabile anche nel suono dei nostri solisti e delle orchestre italiane, da cui speso provengono i nostri direttori. Un  suono che differisce da quello tedesco, ad esempio, o russo, o americano. Diciamo anche che la conoscenza, vera o data per scontata, del repertorio operistico italiano conta molto per questi direttori chiamati all'estero.

 'L'Espresso',  passando in rassegna alcune nostre promettenti glorie del podio che si stanno facendo largo anche all'estero, scrive che giovani direttori italiani li troviamo anche in Cina, Australia, Americhe - fuori i nomi!

Ma, mentre il riferimento a Rustioni, come a Battistoni ed anche a Mariotti - il più apprezzato di questi - sembra giustificato, non altrettanto  si può dire per Francesco Lanzillotta ed alcuni altri che il settimanale si propone di promuovere senza averne ancora le prove,  che non è in grado di fornire, per assenza di capacità di giudizio. Più semplicemente, della sfilza di giovani direttori,  di ambo i sessi, Riccardo Lenzi dell'Espresso  ha forse sentito solo alcuni, e perciò l'elenco potrebbe averglielo fornito qualche agenzia  non troppo disinteressata. E pensiamo ai casi di Matteo Beltrami, Valerio Galli  ed altri; mentre  diverso, perchè promettente, è il caso di Michele Gamba che Barenboim ha voluto come assistente a Berlino, e  una sicurezza è già Lorenzo Viotti.

 Analogo discorso meritano le direttrici donne  o direttore 'al femminile', come si preferisce dire oggi. Fra tutte emerge Speranza Scappucci (anche Lei ha un piccolo incarico all'estero) ma le altre citate sono oggi semplici promesse,  mentre ce n'è qualcuna, ed una in particolare su tutte, da considerare, alla prova dei fatti che volutamente  si intendono ignorare, per le ragioni  alle quali abbiamo accennato in principio, una promessa mancata,  un fuoco fatuo, accesosi per l' ancor giovane età anagrafica e per la bella presenza.

lunedì 12 marzo 2018

Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.

Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.

E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di  direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a  Roberto Abbado (Valencia),  e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua  improvvisa notorietà?

E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè  che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.

La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala,  ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti.  Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.

 Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato'  e soprattutto di 'affermazione' all'estero:  Amsterdam e poi Lipsia.

 Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per  scorrazzare anche per l'Italia).

Rustioni così facendo, ha  indirettamente  voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito.  Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema.  Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.

lunedì 4 dicembre 2017

I giovani, a teatro o concerto, si vestono a festa.Vedi alla Scala alla 'primina' di 'Andrea Chenier'

Da alcuni anni il Teatro alla Scala di Milano programma alla vigilia di importanti appuntamenti operistici - e la serata inaugurale di stagione, a  Sant'Ambrogio, è certamente l'appuntamento più importante - una 'primina', così battezzata perchè anticipa di qualche giorno la 'prima' vera e propria, ma anche perchè è riservata ai giovani. Sempre affolatta, sempre gradita dai giovani che, nella stragrande maggioranza, per la prima volta mettono piede in teatro, almeno era così nelle prime sperimentazioni, mentre adesso i giovani attendono ogni anno quella 'primina', quale che sia il titolo prescelto. e fra loro c'è un discreto numero di irriducibili e aficionados.

Ieri la tv ha mostrato, in diversi servizi giornalistici, alcuni di questi giovani che affollavano il foyer, al termine dello Chenier ed ha chiesto loro qualche impressione: più a proposito di quelle che la Carlucci ci rimanderà il 7 dicembre dallo stesso foyer, ma con altro pubblico.

Ma la cosa singolare è che nessun giovane è andato alla Scala con infradito e magliette sdrucite., come tanti musicisti eccentrici e intellettuali fasulli vorrebbero che fosse 'addobbato' il pubblico del concerto o dell'opera. Per svecchiare. Tutti erano vestiti a festa, facevano anche un pò tenerezza; ma di nessuno di loro si poteva dire che non si era vestito come l'occasione richiedeva. Il che dimostra che, contrariamente a ciò che pensano ed auspicano certuni, i giovani sanno come ci si veste in determinate circostanze.

Mentre li guardavano abbiamo pensato a cosa avrebbe potuto dire Currentzis - il direttore di origine greca che vuole rivoluzionare l'ascolto musicale, a partire dalla mise da concerto che deve essere lasciata alla libera scelta di ciascuno, senza regole. Come pensa anche quel violinista 'maledetto', alla Paganini, genio buttato alle ortiche,  che di nome fa Malikian e recentemente si è ascoltato anche a Roma, che prima di salire in palcoscenico si traveste, mette la maschera di pirata e  fa letteralmente pena, mentre i giovani alla Scala facevano solo tenerezza, e nessuna pena nei loro abiti da festa o da grandi occasioni.
 E come pensa, purtroppo, anche il nostro aitante direttorino Battistoni, il quale nel suo  libercolo  'Non è musica per vecchi' è sulle stesse insulse posizioni e si augura che la platea dei teatri si trasformi d'estate, in uno stabilimento balneare, per come è svestito il pubblico, e 'd'inverno' , in una stazione sciistica.
 Per fortuna i giovani che loro vorrebbero vestiti, anzi travestiti, la pensano diversamente.

lunedì 10 luglio 2017

Lorenzo Viotti debutta alla Scala invitato da Pereira

Due anni, quanti ne sono trascorsi dalla vittoria a Salisburgo alla sua prima scrittura importante in Italia per Lorenzo Viotti, in fondo non sono tanto lunghi da passare. E comunque il giovane direttore, dal cognome familiare ha ora appena 27 anni e solo 25 ne aveva quando  al Festival di Salisburgo fu laureato come miglior giovane direttore. Ora a quella vittoria sene è aggiunta una seconda: gli International Opera Awards e, forse, la sua carriera prenderà il volo e proseguirà, se il giovane direttore continuerà a studiare - cosa che dovrà fare sempre fino all'ultima sua lontanissima direzione, se vorrà restare, meritandoselo, sempre sul podio.
 Lui forse del suo candore giovanile s'è fatto già i primi nemici in Italia, quando  ha dichiarato alla Manin ( Corriere) che in Italia le uniche orchestre con cui si lavora bene, perchè professionali e disciplinate, sono Torino, Firenze e Santa Cecilia, oltre La Scala naturalmente.
 Adesso tutte le altre o non lo inviteranno mai o lo inviteranno al più presto per smentire quanto ha detto, oppure non lo inviteranno e basta, come è più probabile. E forse farà così anche La Fenice che ebbe sue padre direttore stabile, magari accampando: 'alla famiglia abbiamo già dato'.

In questi giorni abbiamo letto anche di un altro direttore, del quale non conoscevamo neanche il nome ,italiano, Enrico Calesso, trevigiano, che ha lavorato stabilmente a  Bregenz e nel teatro di Wurzburg, invitato a dirigere Traviata a fine anno alla Fenice.
E forse nei mesi ed anni prossimi accadrà ancora, secondo il principio che 'ti devi fare le ossa ed un nome all'estero per essere poi apprezzato in patria', di leggere di artisti sconosciuti da noi che fanno una bella carriera all'estero. Da dove,  sempre più spesso, noi importiamo giovani di talento, mentre analoga attenzione non mostriamo verso i talenti nostri che, anche in campo musicale, preferiscono andare all'estero, perchè in Italia, accade molto sovente che se non sei figlio/a o marito/moglie o amante di questo o quel potente, sono c... - per dirla alla romana.

 Di giovani italiani, anzi giovanissimi nel caso di uno di essi ( Battistoni) che fanno carriera in Italia ne conosciamo due. Battistoni, appunto, appena nominato a Genova, e Rustioni che fino all'altro ieri era a Firenze (Orchestra della Toscana) ed ora crediamo sia andato a lavorare all'estero.
 Forse su Ciampa si sono appuntate molte speranze, mentre su Lanzillotta le speranze si sono  dissolte.
Per non dire poi delle direttrici. Se si cerca in rete  ce ne è una sfilza. Mai avremmo immaginato di tante di esse, tutte italiane. Però crediamo che su di esse, quelle con più chances, si accenda un fuoco di paglia, un fuoco di 'genere', che poi subito si spegne.

martedì 25 ottobre 2016

Francesca Gentile Camerana: anche i ricchi piangono

Francesca Gentile Camerana. La signora la conosciamo da molti anni, anche se la nostra conoscenza è stata sempre a distanza, prevalentemente telefonica o epistolare, e semplicemente di tipo professionale. Dagli anni in cui dirigevamo Piano Time, anni Ottanta, a metà degli anni Novanta, quando con  la rivista Applausi da poco nata ed anche quella da noi diretta, partecipammo ( distribuendola materialmente al pubblico) all'inaugurazione dell'Auditorium del Lingotto, con Abbado sul podio.

Da sempre per Lei abbiamo nutrito la più grande ammirazione per la 'sua' straordinaria 'De Sono', nata nel 1988, che ha allevato tanti tantissimi talenti  in campo musicale, strumentisti e studiosi di valore.
Premettiamo che noi con Lei e la sua 'De Sono' o con  l'attività dei 'Concerti del Lingotto'  avviata successivamente, lavorativamente non abbiamo mai avuto rapporti, come invece non possono dire tanti che poi ne hanno scritto positivamente e forse non senza un diretto interesse; dunque tutto quello che sempre abbiamo pensato e detto lo abbiamo pensato e detto semplicemente riflettendo sulla sua attività. E la stessa regola vale anche oggi per ciò che stiamo per dirvi e che,  sinceramente, non nasconde critica alcuna.

In questi giorni è uscita una intervista alla signora a firma Alberto Mattioli, su 'La stampa', alla vigilia della stagione di concerti sinfonici - che sono magna pars della sua attività strettamente musicale - nella quale si legge che anche Lei ha sentito i riflessi della crisi. Dichiara infatti la signora che  la sua stagione attinge soldi dal botteghino ( 10%, una nullità), dagli sponsor ( 30%) e dalla Compagnia di San Paolo ( 60%). E perciò, se per assurdo dovesse mancare il pubblico ai suoi concerti -dove non è mai mancato né mancherà questa volta - il bilancio economico chiuderebbe senza perdite. E questo perchè la Gentile Camerana e le sue attività sono state sempre finanziate da  Casa Savoia alla Fiat, da Carlo Alberto a John Elkan. Nonostante ciò  la crisi la sente anche Lei e se ne lamenta, ma non più di tanto, visti i conti delle entrate e la loro ripartizione.
Non ci viene detto da Mattioli, en passant, se la Fondazione guidata dalla dott. La Rotella, sposata Vergnano,  procacciatrice di soldi per la cultura a Torino ( a proposito che fine ha fatto La Rotella, dopo l'insediamento della Appendino?), ha a che fare con la Gentile Camerana, ma forse non se ne accenna nell'intervista, perché appartenenti a due parrocchie diverse.

Mattioli, acuto ed arguto intervistatore, le chiede poi: non c'è troppa musica a Torino? La signora risponde candidamente - ma inesattamente - che a Torino l'Opera la fa il Regio, la cameristica, l'Unione Musicale ( due feudi musicali con direzioni eterne per la loro durata!)  e lei  pensa alla musica sinfonica. E Mattioli tace a seguito della risposta, mentre avrebbe dovuto presentare alla signora il 'conto della spesa' musicale torinese.

Ma come signora Camerana - d'ora in avanti la chiamiamo con il solo cognome da sposata, per non allungare il brodo ai lettori - lei dimentica di citare altre istituzioni che hanno attività sinfonica a Torino, ben più intensa della sua, che in fondo fa solo 9 concerti, seppure tutti di grande livello, per gli esecutori invitati, soldi permettendoglielo. C'è  il Regio che fa 12 concerti sinfonici e poi - come fa a dimenticarlo? - la Orchestra sinfonica nazionale della Rai, che ne fa 25 di concerti, con una replica per ciascuno, e dunque, alla fine, 50 concerti.
Che rappresentano allora i suoi nove concerti, se non una goccia nel mare? La diversità con tutti gli altri più numerosi concerti torinesi sta nel fatto che Lei si può permettere di invitare orchestre di grande fama (ma anche di grandi costi), disponendo di grandi soldi, seppur ridotti dalla crisi; soldi che il salotto buono torinese a Lei, che ne fa parte, non farà mai mancare e che, comunque, è sempre meglio spenderli nella musica  piuttosto che ...
Questo per dire che le dimenticanze della Camerana - sfuggite, chissà perchè, anche a Mattioli - non sono casuali; nascondono falle e guerre intestine nel 'Sistema Musica' torinese, non note a chi, guardando da lontano, registra solo l'intensa attività musicale di una delle capitali del nord.

Poi la signora Camerana accenna ad una mancanza di lealtà. Ma non siamo riusciti a capire cosa intenda. Forse che i giovani che Lei ha  allevato non sono riconoscenti - e perciò sleali? - perché spesse volte non citano l'apporto consistente della De Sono nella loro formazione? La signora avrebbe dovuto imparare in tanti anni - noi lo diamo ormai per scontato - che non ci si può sempre aspettare riconoscenza, giacché questa virtù non cresce spontanea e neanche nei giardini.
E comunque, senza avere il minimo appiglio per esserle personalmente riconoscente desideriamo rivolgerle i più sinceri auguri per la sua attività,  ed anche RINGRAZIARLA  per tutto quello che ha fatto - come noi,  benché in minima parte rispetto a Lei, senza ricevere mai riconoscenza da nessuno - per la musica in Italia.

P.S. Già che ci siamo desideriamo comunicare ai nostri lettori che l'Orchestra sinfonica nazionale della Rai ha rinnovato i suoi vertici. Nuovo direttore musicale è James Conlon, e nuovo direttore artistico (al posto di Cesare Mazzonis che si ripromette di riposare; sarà vero? ) Ernesto Schiavi che arriva direttamente dalla Filarmonica della Scala. Un segnale di pace fra le due capitali del nord, nonostante la brutta storia del doppio antagonistico Salone del libro?
 Infine, come abbiamo tante altre volte sottolineato, anche in questa stagione tutti gli artisti ospiti della stagione sinfonica della Rai di Torino, sono  stranieri. Le uniche presenze italiane sono quelle di Andrea Battistoni ( direttore) e Bearice Rana (pianista). Se questa non è una vergogna?

giovedì 16 giugno 2016

Roberto Giachetti vuole suicidarsi (politicamente) gettandosi dal Ponte della Musica, mentre Gianni Letta, credendo di vivere in eterno, assume nuovi incarichi

Il candidato sindaco del Pd a Roma, in attesa del tragico ballottaggio di domenica prossima - quando viene data per vincitrice la Raggi, con tutta la sua inesperienza, nell'intento di  dare una lezione al Pd ed ai suoi esponenti che si sono mangiati Roma in anni e anni di malgoverno,  sedendo a tavola, insieme con Alemanno e tutti i suoi boys, i corrotti e i ladri - ha deciso dove tenere l'ultimo comizio,  ed ha scelto, per naturale masochismo e volontà di autodistruzione, un luogo  che potrebbe portargli davvero jella, trattandosi di un monumento allo spreco ed all'inutilità, il cosiddetto 'Ponte della Musica'. Voluto  da quell'incosciente di Veltroni che voleva collegare ' americanamente' sport e cultura, inaugurato dal suo successore Alemanno almeno quattro o cinque volte, senza mai riuscire ad attirare l'attenzione della città, e, alla fine della storia, intitolato ad un musicista che, per quanto brillante e geniale, è poco noto e certamente non appartenente al ristretto numero di quelli di' prima fascia' - in una città in cui  grandissimi musicisti hanno una strada dedicata in periferia - quale è Armando Trovajoli. Alla cui intitolazione non sono estranei Gianni Letta e quel salotto buono di Via Condotti che si riunisce da Battistoni e di cui l'ex sottosegretario è frequentatore assiduo, e dal quale uscì - per dirvi se conta - l'indicazione di un ex presidente della Rai, passato inosservato ai più,  e noto quasi esclusivamente come 'inviato' a Mosca de 'La repubblica'.
I frequentatori assidui di quel salotto nel quale hanno intessuto rapporti  solidi,  sono nate amicizie e elargiti anche favori reciproci,  avevano una dépendance all'Olgiata, nella villa del compositore. Per riconoscenza, alla sua morte, suggerirono all'analfabeta Alemanno, di intitolargli quel ponte , assolutamente inutilizzato dalla cittadinanza, e bisognoso  di periodici restauri, per cancellarne i segni dello stato di abbandono, conseguenza della sua inutilità, di intitolarlo ' Ponte della Musica Armando Trovajoli'.
Sarebbe ingiusto incolpare Trovajoli  di aver portato male a quel ponte inservibile, che  male se lo sa fare da solo. Certo è che anche dopo quella intitolazione, spiegabile solo con l'ignoranza di chi la propose e  di chi l'accettò, il Ponte, a differenza degli altri trafficatissimi, resta lì solitario e attraversato complessivamente da qualche decina di passanti al giorno., mentre più intensa ma anche più losca è la vita che vi si svolge sotto le sue arcate, sulle sponde del Tevere.
 Un momento di notorietà,  l'unico, con il risvolto della sua utilizzazione,  a mò di belvedere , l'ha avuto dopo il crollo degli ultimi piani del palazzo,  nel quale ha sede il teatro Olimpico. Chiuso il Lungotevere, transennate le vie di acceso, i curiosi che volevano ammirare quel disastro,  dovevano necessariamente scegliere di attraversare il ponte e  fermarsi, sulla sua estremità, a guardare.
 Letta, Gianni in questo caso (meglio precisarlo, perchè di Letta che contano è piena l'Italia) non si espande però a causa di quel ponte, sarebbe poca cosa. Si espande ancora, a Roma,  assumendo la presidenza della Fondazione del Teatro Eliseo, retto da Barbareschi, incurante dei grattacapi che gli potranno venire in questi mesi dalla 'reggenza' del partito di Berlusconi, convalescente. Ma con gli anni che ha - ottantuno! - gli impegni (ed anche i traffici) politici, gli mancava ancora di mettere lo zampino in un'altra istituzione culturale della Capitale? Dopo Musica per Roma, Accademia di Santa Cecilia, premi Carli, Agnes, Comitato Andreotti,  Associazione Civita (per un elenco, ancora incompleto, si legga  il precedente post: Antico gioco del letta).
Se ne stia a casa, non necessariamente a ricamare, può sempre leggere, guardare la tv, ma anche frequentare salotti, andare ai concerti, come già fa, all'Opera,  presiedere le giurie di numerosi premi e qualunque altra cosa egli voglia, ma  per un attimo dica a se stesso che quando è troppo è troppo. Perchè, già prima di quest'ultimo incarico, il suo nome viene fuori per qualunque cosa.

lunedì 17 agosto 2015

il Festival di Salisburgo laurea un giovanissimo direttore d'orchestra di sangue italiano anche se svizzero di nazionalità: Lorenzo Viotti

Da anni il Festival di Salisburgo  nella sua politica di promozione dei giovani musicisti ( ha anche  ospitato, come residenti, l'orchestra venezuelana Bolivar e quella del 'divano' di Barenboim) ha avviato due iniziative, una destinata a scovare nuovi cantanti ed una  seconda, nuovi direttori d'orchestra. Ha trovato sponsor ed è andata avanti.
 Qualche anno fa, prima che partisse l'iniziativa destinata ai direttori, seguimmo da vicino quella destinata ai cantanti; in tale occasione segnalammo l'assenza di giovani cantanti italiani, e la presenza deflagrante, per qualità delle voci, di cantanti dell'est europeo, superiori per numero a quelli dell'estremo oriente. L'Accademia salisburghese era importante anche per una seconda ragione, dopo quella della presenza di importanti maestri dell'arte del canto, e cioè quella del debutto dei più meritevoli, scoperti da una giuria di star, nella successiva edizione del festival.
 Ora che, seppure di nazionalità svizzera, ha vinto il premio come direttore un giovane, molto giovane con sangue italiano nelle vene, che fa di cognome Viotti e di nome Lorenzo, figlio del compianto Marcello, deceduto a seguito di un ictus alla ancor verde età di cinquant'anni, nel 2005, a Monaco di Baviera, non riusciamo a controllare la nostra più che giustificata felicità.
 Ora ci attendiamo che i soloni integerrimi direttori artistici delle nostre istituzioni gli riservano la stessa attenzione che in questi ultimi anni hanno riservato a giovani, giovanissimi direttori, stranieri per lo più,(con le sole  eccezioni di Battistoni  e Rustioni) principalmente perchè  raccomandati e portati in palmo di mano da alcuni ben noti mammasantissima del settore, non sapendo i nostri direttori artistici da soli decidere del valore dei giovani musicisti.
 Il giovane Lorenzo Viotti, che ha solo 25 anni, e che quando è morto suo padre era ancora un ragazzino, è stato premiato dalla giuria del concorso salisburghese perché meritava. Diversamente da qual che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, senza eccezione, e cioè che alcuni rampolli fanno carriera perchè figli di padri potenti.  Lorenzo Viotti ha avuto un premio in denaro, 15.000 Euro, e dirigerà l'anno prossimo a Salisburgo
 Ora vogliamo vedere se, come sarebbe opportuno, lo inviteranno a dirigere, ma senza strafare; altrimenti peste li colga, i direttori artistici di casa nostra

mercoledì 15 luglio 2015

Non buttiamola in burletta. Anche la Musica ha le sue Femen

Puntualmente  arriva qualche visionario, disinteressato, che ci ricorda come la musica fosse nel passato soprattutto elemento di svago. E propone di tornare a divertirci con la musica, non senza qualche ragione. E fin qui nulla da eccepire, e non sarebbe neanche una novità, perchè esistono già piccoli gruppi che di tale aspetto della musica hanno fatto la loro ragion d'essere. Ne esistono anche in Italia, e non mancano anche in altri continenti, come quel duo americano in programma a Santa Cecilia, per l'intensa stagione estiva fatta di ben tre concerti.
 Ora  arriva, in tale settore ideologico, una novità di quelle che non lasceranno il mondo della musica indifferente. Sì, perchè da poco esistono anche le 'Femen' della Musica, che hanno assunto il nome di 'Salut Salon'. Un quartetto di giovani e belle -  e si sottolinea 'belle' - musiciste tedesche di Amburgo, che si divertono e vogliono fa divertire tutti con la musica, anche agendo su brani ed autori che certamente divertenti non erano e che non  volevano far divertire nessuno. Semmai riflettere. Ci vengono in mente solo alcuni nomi, pochissimi: Beethoven, Schumann, Bach, Verdi, Wagner, per i quali il divertimento, sempre e comunque, non apparteneva ai loro orizzonti.
 Ma le nostre Femen musicali che fino a questo momento si sono presentate in abiti apparentemente castigati non è detto che in futuro, in previsione del successo sperato, non arrivino, sempre per gioco, a mostrare anche le loro grazie fisiche accanto a quelle musicali. Perchè no? Altrimenti non si capisce quell'insistenza su quel 'giovani e belle'.
Lasciamo da parte tutta questa ideologia d'accatto  sulla seriosità della musica classica e dei suoi riti che vanta già numerosi adepti e sostenitori; ci ha già provato a scalzarla, inutilmente, da noi anche il giovane Battistoni, con quel suo libretto :' la musica classica non è cosa per vecchi' e quel pianista riccioluto, Giovanni Allevi, che scrive 'musica classica contemporanea',  noiosetta. Noia per noia , meglio la 'noia' beethoveniana  o bachiana.
C'è anche da dire, per amore di verità e completezza, che le belle quattro si sono già impegnate in progetti educativi con ragazzi e bambini di classi sociali disagiate, e di questo va riconosciuto il merito alle belle Femen musicali.  Che hanno già licenziato il loro primo CD ( senza immagini? non non è la stessa cosa) ed annunciato un tour - anche la terminologia  pende per la 'leggera', mentre  nel nostro settore si preferisce tourné -  per l'inizio del prossimo anno, immaginiamo anche  in Italia.

martedì 16 giugno 2015

Quanta musica su Style, il mensile del Corriere della Sera!

Non ci capitava da tempo di contare  su un giornale  tanti spazi dedicati alla musica, come sull'ultimo numero del mensile allegato al Corriere, Style. Ed oltre tutti i servizi, anche l'inserto Moda con aitanti giovanotti ben vestiti, tutti con strumenti. Che bello, il mondo sta cambiando, ci siamo detti, nella speranza che una volta o l'altra succeda. E c'è anche l'editoriale firmato da Paola Turci sul quale sorvoliamo perchè ad una lettura veloce ci sembra non ci interessi.

A pag. 20, un servizio intitolato 'Musica Espresso' riferisce di una iniziativa berlinese, dove tre sale da concerto si sono accordate per una forma abbastanza inusuale, per noi bislacca, di distillare la musica. In alcuni giorni del mese le tre sale fanno concerti in ore inusitate, alle 14, durano  tre quarti d'ora circa, senza intervallo e si concludono con un caffè offerto dagli organizzatori, che pretendono solo un biglietto da 6 Euro, poco più di un caffè, dicono loro,  acquistando invece un'oretta di buona musica.  Pausa caffè e pausa musica? Servirà alla causa di acquisire nuovo pubblico o testare nuove forme di concerto?

 A pag.118 ( dopo il lunghissimo inserto moda-musica), un servizio intitolato assai idiotamente  'Mehta di villeggiatura' presenta  il prossimo Festival di Verbier, dove Zubin Mehta è uno dei direttori presenti. Firmato da Beba Marsano, il breve servizio si avventura perfino nella categoria dei neologismi musicali, dove scrive di Thomas Quasthoff  "alla sua prima conduzione con la Passione secondo matteo di bach". Non serve commentare, basta aggiungere che, dopo, il servizio vira sul lato villeggiatura, e vaffanc...la musica, indicando alberghi e ristoranti .

A pag 157 si dà notizia di una serie tv che spopola in America, e che si vedrà da metà luglio su Sky, intitolata 'Mozart in the Jungle' il cui protagonista è "Rodrigo DeSousa, il giovane direttore d'orchestra ispirato a Gustavo Dudamel", che già ispira  figli e nipoti, il quale viene assunto da una orchestra di New York che manda a casa il vecchio direttore, nella speranza di risolvere le sorti critiche  della musica classica che, come ribadisce Battistoni, il nostro direttorino profeta, non è ' musica per vecchi'.

Per arrivare a pag. 170 e seguenti che ospitano un lungo servizio intitolato ' chi guadagna con la musica' a firma Andrea Laffranchi. Si legge che il disco rappresenta solo metà del fatturato, l'altra metà è invece rappresentato dal digitale: dall'economia del possesso si sta passando a quella dell'accesso, che oltre tutto occupa meno spazio ed offre un catalogo praticamente illimitato, al quale accedere in ogni momento ed in qualunque posto della terra. I ricavi complessivi dell'industria musicale ammontano oggi a 13,5 miliardi. E gli autori (d'accordo, ma non sempre, con gli editori) studiano nuove forme per far soldi.