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giovedì 28 dicembre 2017

Riccardo Muti, l'arciitaliano, mostri a Vienna il suo 'cuor di leone'.

Per la quinta volta Riccardo Muti dirigerà il prossimo Capodanno il concerto da Vienna, con i Wiener Philharmoniker. Al giornalista (portavoce?) del Corriere della Sera, Valerio Cappelli, ha dichiarato che lui il valzer non lo sa ballare - in questo è in compagnia di tanti altri cittadini del mondo - e che il programma - nel quale ha fatto entrare anche Rossini - lo ha scelto accuratamente facendosi aiutare e consigliare dal direttore  della 'Società  Johann Strauss', della quale egli è membro onorario.

 Ma la dichiarazione più importante  è quella di  voler bandire ogni scherzo dal concerto, a differenza di quasi tutti i direttori del capodanno viennesi che con lo scherzo al momento degli auguri,  hanno pensato di deliziare  il pubblico in sala e quello televisivo. Tutti, salvo Karajan ed ora anche Muti. Perchè, ha spiegato, quella viennese non è musica d'intrattenimento, ma musica come tante, anzi tutte, le altre e perciò va presa sul serio, anche perchè è intrisa allo stesso tempo di felicità e senso drammatico - ha precisato - e "si sente la fine un impero che sta per crollare."

 Ma c'è anche un altra ragione per cui è opportuno che Riccardo Muti, l'arcititaliano, bandisca ogni scherzo. Perché c'è poco da scherzare  per i tempi che stiamo attraversando, e ancor meno c'è da scherzare a Vienna, nell'Austria che all'Italia e  al mondo sta cominciando a giocare brutti, anzi drammatici scherzi.

Con l'Italia poi la ragione è duplice, dal rafforzamento dei controlli austriaci  al Brennero, alla  unilaterale subdola destabilizzante e non amichevole intenzione di concedere la doppia cittadinanza ai cittadini altoatesini.  Al punto che per l'ennesima volta ci chiediamo come abbia potuto un paese così retrogado e reazionario nella politica ( non serve per questo citare che in passato l'Austria ha avuto come cancelliere un ex SS)  -  esprimere tanta bella, ed anche grandissima, musica.

Infine, per quel che riguarda l'Italia, non vorremmo mai essere testimoni delle drammatiche conseguenze che un EMBARGO TURISTICO DA PARTE DEGLI ITALIANI produrrebbe sulla economia austriaca.

 Per questo consigliamo a Muti di evitare giustamente  ogni scherzo o gag , ma di dire con chiarezza quattro parole a proposito, al momento di fare gli auguri.

Poi nell'intervista al 'Corriere' Muti ha detto più dì una cosa sul Concerto veneziano di Capodanno che lui non ha mai diretto - perchè non ha voluto, o perchè non è stato mai invitato? - argomento che conosciamo molto bene e sul quale torniamo sul post successivo.

lunedì 4 dicembre 2017

James Levine,il potente direttore del Met, anche lui ha molestato anni fa alcuni ragazzi. Sospeso

La decisione l'ha presa Peter Gelb, il potente capo della Metropolitan Opera di New York, sposato alla direttrice d'orchestra Keri-Lynn Wilson. James Levine (che per decenni è stato direttore musicale del teatro, che ha avuto successi in ogni parte del mondo, anche a Salisburgo -  dove  era invitato regolarmente da Karajan che voleva accaparrarsi il favore dei media e del mondo musicale americano - e che per alcuni anni, di recente, ha dovuto rinunciare alla direzione per gravi motivi di salute, ora, al riemergere di pesanti accuse di molestie sessuali- delle quali si era già a conoscenza ma che il direttore aveva sempre rigettato- che avrebbe rivolto, dagli anni Ottanta a Novanta, ad un giovane, anzi ragazzo, quando lui era un uomo, con la promessa che lo avrebbe fatto diventare direttore d'orchestra), è stato espulso dal teatro immediatamente,  e non dirigerà neanche i prossimi impegni di fine anno già programmati, come Tosca, con Grigolo. E, del resto, attendere che le indagini si concludano, anche quelle promosse autonomamente dal Metropolitan, non aveva senso.

A quest'accusa circostanziata con una denuncia alla polizia alla base dell'espulsione, un altro paio se ne sono aggiunte,  risalenti addirittura agli anni Sessanta, rivolte  sempre al direttore, allora poco sopra i venticinque, da ragazzi che, all'epoca avevano pochi anni meno di lui; e dunque, in questo caso, si tratta di coetanei che denunciano il caso, dopo mezzo secolo.

Adesso il 'vaso di pandora' delle molestie sessuali nel mondo della musica si è scoperchiato e forse anche qui, come nel cinema, chissà quante denunce verranno fuori. Perchè le molestie non riguardano solo quelle fra sessi diversi, ve ne sono anche fra omosessuali, come nel caso di Levine, oltre che, ancor più orribili,  quelle ai danni di bambini - come ha dimostrato una recente inchiesta sul Coro di voci bianche di Ratisbona, dove  oltre gli abusi sono emersi maltrattamenti, e quelli del cosiddetti 'chierichetti' del papa in Vaticano.

Si deve, comunque, fare chiarezza, anche a costo di gravi conseguenze per i diretti interessati una volta appurata la loro colpevoleza. Chi ha sbagliato, profittando della posizione di potere, deve pagare, senza eccezione. Anche nel nostro mondo di abusi, soprattutto a sfondo sessuale, ve ne sono stati, perché non è immaginabile che ne sia  esente, solo perché la musica educa alla bellezza ed eleva lo spirito, e dunque non dovrebbe fare spazio a comportamenti illeciti di sopraffazione a scopo sessuale e non solo.

Anche per il mondo della musica, molti dovrebbero parlare, uomini che donne che hanno subito molestie di ogni genere, per salire qualche gradino nella propria carriera. Coraggio, denunciate soprusi e molestie,  sessuali e non,  qualcuno salterà,  e forse qualcosa finalmente cambierà.

domenica 15 ottobre 2017

Sul modo di intendere l'alternanza scuola lavoro. La protesta degli studenti

Quando la Giannini la introdusse, la novità di far passare agli studenti, alcuni periodi, durante gli anni studio, in luoghi  di lavoro, fu salutata come non solo utile ma sacrosanta. Far mettere il naso fuori dalle aule agli studenti fu considerata una giusta decisione. La legge e la Giannini dimenticarono, però, di considerare alcune cose che avrebbero dovuto prevedere per porvi rimedio. E  cioè che mentre tale alternanza ha un senso per le scuole professionali, qualora si riesca a far andare gli studenti nelle fabbriche più adatte alla loro specializzazione, ha poco senso  se  si mandano gli studenti a fare lavori che a loro praticamente nulla insegnano, e a farli gratuitamente. Se va  a fare il cameriere, o le pulizie, o  lavora in un call center, il liceale - o lo studente, in generale - imparerà soltanto che c'è chi lavora, che fa lavori talvolta umili ecc... ma allo stesso tempo imparerà a sue spese che si può essere sfruttati, come nel loro caso. Che esista il mondo del lavoro lo sanno, specie quelli i cui genitori  fanno lavori duri mal pagati.

Se uno vuol fare una esperienza lavorativa, in senso lato, cioè una qualunque, la  può fare durante le vacanze - come fanno già molti studenti - seguendo orari e regole, ma facendosi pagare.

 Come abbiamo fatto anche noi, con un  gruppo di amici, alla fine degli studi liceali, quando andammo a lavorare in una fabbrica metallurgica, in Germania, a Offenbach. Lavorammo sodo, con turni massacranti, giornalieri o notturni alternativamente, vivendo in baracche nel vero senso della parola. In Germania, gli studenti che lavoravano d'estate, non pagavano tasse, perciò alla fine del periodo di lavoro che durò all'incirca un mese e mezzo, guadagnammo bei soldini ( marchi -quando il marco era molto forte) e con quelli ci facemmo un bel viaggio in Europa, riuscendo a portare a casa anche qualche soldo rimastoci.
Noi pensavamo che quell'esperienza non ci sarebbe servita dal punto di vista lavorativo - speravamo di non essere costretti a fare quel lavoro massacrante che tanti fanno - ma solo per farci capire che significasse lavorare e lavorare duro. E ci servì.

La Giannini deve spiegarci perché la scuola deve prestare ad imprenditori di ogni genere dei giovani studenti, gratuitamente. Per ora non ce lo ha spiegato e soprattutto non l'hanno spiegato, nè Lei nè la Fedeli, agli studenti .
 Per questo siamo d'accordo con la protesta degli studenti. Se alternanza ci deve essere fra scuola e lavoro, deve essere pensata, studiata ed organizzata per renderla utile ed efficace.  Mentre ora, stando alle denunce degli studenti essa è stata  casuale, inutile  e priva di senso.

La protesta degli studenti ci ha fatto venire in mente  ciò che avviene nel mondo della musica con le cosiddette orchestre 'giovanili' o orchestre 'di formazione'. Che sono modi per sfruttare i giovani musicisti,  il più delle volte senza dare loro nulla in cambio.

Che sia utile per gli studenti di Conservatorio fare esperienza di orchestra, per la maggior parte delle classi di strumento, non c'è neppure bisogno di sottolinearlo, visto che  una simile esperienza - utilissima e di grande valore formativo - in Conservatorio non si fa. E che  la formazione di tali orchestre abbia finalità tutt'altro che formative è altrettanto chiaro.

Si fa un bando per reclutare giovani, si forma alla bell'e meglio un'orchestra, la si fa lavorare per una manifestazione che magari dura nel tempo, e alla fine, saluti e baci, chi s'è visto s'è visto. I giovani musicisti  hanno goduto di vitto e alloggio, qualche volta in condizioni di autentico sfruttamento e, terminata l'esperienza, tornano ai loro studi senza nulla di nuovo e di meglio per cui ricordare quell'esperienza. Perché poi, nella maggior parte dei casi queste orchestre giovanili vengono affidate a direttori che considerarli tali è un insulto alla professione; oppure a direttori alle prime armi che hanno loro bisogno di imparare e, di conseguenza, nulla possono ancora insegnare ai giovani loro affidati. Il caso di una giovanissima direttrice alla quale viene affidata la direzione di un 'giovane' complesso, a Napoli, ne è  esempio lampante.

Ci viene in mente, al contrario, l'esperienza esaltante che molti giovani d'Europa, italiani compresi, vissero negli anni in cui nacque e fu attiva la ECYO - poi divenuta EUYO - e cioè l'Orchestra  giovanile della Comunità (poi Unione) Europea. Come la sua filiazione più diretta, la Mahler, fondata e diretta da Abbado o la 'Divan' fondata ed affidata a Barenboim, la 'Cherubini' di Muti e, secondo noi, anche la 'Mozart' di Abbado, finita miseramente con la morte del direttore, e che ora  fra mille difficoltà, sta tentando di risorgere.

(Il contrario di ciò che avviene, ad esempio, con l'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani, della cui esistenza ogni tanto arriva qualche segno positivo e subito dopo un segno opposto, che viene montata ogni volta che serve - quasi mai per ragioni  musicali! - affidata sia per la gestione che per la direzione a mani assolutamente inesperte e la cui attività, circoscritta nel tempo, nessun segno lascerà nei giovani musicisti).

Beh, in quei primi anni di vita della ECYO, i selezionatissimi giovani musicisti, per qualche mese, solitamente d'estate, lavoravano prima 'a sezioni', e poi  affidati alla direzione di grandissimi - quelli veri- direttori ( Bernstein, Karajan ecc... se ricordiamo bene), giravano il mondo,  ricavandone benefici,  dagli stessi, anche a distanza di tempo, riconosciuti. E per i quali sono, anche da adulti e dopo molti anni, grati per  quell'esperienza.
 Anche quei giovani musicisti non ricevevano il becco di un quattrino; ma vuoi mettere i frutti di quell'esperienza, maggiori di qualunque compenso?

mercoledì 22 febbraio 2017

Spira mirabilis, un miracolo? No, il vero miracolo è Formigine

 Se ne parla da anni, almeno dal 2007 quando un bel gruppo di giovani valenti musicisti, fra i quali  Lorenza Borrani, ex Scuola di Musica di Fiesole, spalla di alcune importanti orchestre, diede vita ad un esperimento che, all'inizio non sembrava, così originale. In che cosa consisteva.

Un gruppo non tanto esiguo, diciamo una vera orchestra, in formazione 'classica', s'era accordata per lavorare senza direttore, riunendosi due o tre volte l'anno, a proprie spese, in una piccola cittadina del modenese, studiare per una settimana  insieme un programma, che i singoli avevano già studiato ed approfondito, ed alla fine presentarsi davanti al pubblico a suonare.
 I giornali, che solitamente fanno casino senza chiedesi se è il caso, hanno parlato della morte del direttore, del despota che dal podio impone la sua volontà, la sua visione, a tutti, senza sentire ragioni, come vuole una certa letteratura che nell'autorità del direttore d'orchestra crede incarnarsi il mito del dittatore.

In buona sostanza non è la prima orchestra che suona senza direttore, anche se nei casi già esistenti si è sempre trattato di organici cameristici. Un gruppo di musicisti, piccolo, medio o mediogrande che sia, si riuniscono studiano insieme per arrivare ad un risultato che, nell'orchestra classica,  viene indicato, e forse imposto dal direttore. A sostegno della loro tesi di libertà portano innumerevoli esempi di direttori-dittatori, a cominciare da Toscanini per finire a karajan.

Noi siamo del parere, pur riconoscendo la lodevole iniziativa di riunirsi in una mirabile spirale ( Spira mirabilis) per far circolare da uno all'altro ciò che i singoli hanno appreso e scoperto studiando, che alla fine una visione d'insieme deve emergere ed anche prevalere ed essere imposta. Si dirà che nel caso in oggetto l'imposizione non sembra tale. Comunque in questo esperimento ci colpisce l'entusiasmo dei singoli e la loro determinata volontà a riunirsi e far  nascere lì l'opera che i singoli hanno studiato. Per ora, con tutta la benevolenza possibile, si tratta di un esperimento, i cui risultati sembrano apprezzabili e basta. Contenti i singoli, contenti anche noi.

 Il vero miracolo di 'Spira mirabilis' l'ha fatto la cittadina di Formigine, dove tre o quattro volte l'anno i giovani musicisti si riuniscono, studiano per preparare un programma da concerto e poi si presentano al pubblico del modenese, e, da qualche tempo, anche altrove ( Londra, Milano ecc..) ovunque ammirati.
 Formigini ha costruito un auditorium, 400 posti, che ha chiamato con il nome della gloriosa loro creatura strumentale, i cui componenti sono considerati alla stregua di figli dagli abitanti di Formigini, che nelle settimane di studio, li accolgono nelle loro famiglie e - ci dicono- li coccolano anche.
 Capite, un nuovo auditorium in un paese che alla musica dedica un attenzione e risorse pari, se non al di sotto dello zero. E' questo il vero miracolo. Con il contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Modena e della Regione Emilia Romagna,  il Comune ha racimolato i 900.000 Euro del costo dell'auditorium,  compresi i necessari sevizi, e lo ha costruito a beneficio innanzitutto dei giovani musicisti, come anche di altri e  di diverse attività.
 Lo abbiamo appreso soltanto ieri, dai giornali, da quegli stessi giornali per i quali, evidentemente, l'inaugurazione dell'Auditorium, più di due anni fa, non è stata considerata un notizia. Quanto meno, anche a noi, avidi lettori,  è fuggita.

P.S. La notizia ci ha riempito di gioia ed anche, un pò, di tristezza riandando agli anni in cui ci fu affidata la direzione artistica di un festival. Ad una analoga iniziativa stavamo pensando, e cioè a far diventare Città di Castello, sede del Festival delle Nazioni, la residenza di una delle orchestre giovanili di prestigio ( Cherubini, Mozart, od anche della stessa Verdi, che in quella edizione fu l'orchestra residente del festival, ogni estate). I notabili, famelici, della cittadina non ce ne diedero il tempo; ed ora l'attuale direzione artistica ricorre ogni anno, per un paio di concerti, alla stessa orchestra, nella speranza che la direzione dell'orchestra  lo chiami a dirigerla (il direttore del Festival). Semplice malignità? Non del tutto.

mercoledì 28 dicembre 2016

Concerto di Capodanno da Vienna.Il più giovane e il più vecchio direttore: Dudamel e Pretre

Non facciamone comunque una questione di età, perché l'età non conta, sebbene essere chiamati a dirigere quel concerto significhi la consacrazione mondiale. L'età diventa un fattore non più irrilevante quando a dirigere il Concerto viennese - da più di dieci anni scalzato e superato, in fatto di ascolti, da quello di Venezia che ha preso il posto dell'altro su Rai 1, il 1° di gennaio - viene chiamato un giovanissimo direttore di appena trentasei anni, Gustavo Dudamel, mentre anche il fondatore di quel concerto cominciò che di anni ne aveva quarantacinque, Boskowsky.
Da allora, a dirigere il Concerto di Capodanno di Vienna sono passati tutti i grandi nomi della direzione mondiale, ma tutti in età più che adulta (fra cui Abbado, Mehta, Baremboim, Muti e altri...) compreso Karajan che di anni, al suo debutto a Vienna, ne aveva più di ottanta, ottantuno per la precisione.

L'arrivo di Dudamel fa notizia perché è il più giovane di sempre. Meno notizia forse farà all'indomani, perché non è che in certi repertori il direttore venezuelano abbia fatto faville negli ultimi anni, se pensiamo alle sue presenze scaligere con l'opera poco apprezzate.
Per il pubblico andrà bene comunque, perché la gioventù ed i primati nei vari campi contano molto, più del dovuto. Per la storia  assai meno.
 
Se Dudamel sarà il più giovane direttore a salire sul podio dei Wiener per il Capodanno 2017, il più vecchio è stato Georges Pretre che, per la prima volta, ha diretto il Concerto da Vienna nel 2008, alla veneranda età di 84 anni; ed una seconda, appena due anni dopo, quando di anni ne aveva 86. E dire che Vienna, dopo Parigi, è stata per Pretre direttore, una seconda patria.

Vi raccontiamo come è andata la storia, per conoscenza diretta. Fin dalla prima edizione (2004) ci siamo occupati del Concerto di Capodanno da Venezia, come consulente artistico, relativamente al programma, curando che la sua conformazione avesse determinate caratteristiche adatte a quel concerto 'televisivo': brani conosciuti, per orchestra, corali e con solisti, brani di breve durata e di caratteristiche musicali sempre diverse, continuamente alternati e prevalentemente attinti dal repertorio del nostro melodramma con due pezzi d'obbligo finali: va pensiero e brindisi dalla Traviata. Un format che avremmo potuto depositare alla SIAE, ma non l'abbiamo fatto)). Pochi elementi che ne hanno segnato il grande successo che tuttora dura, anche se un pò ridimensionato, dopo il nostro abbandono.
 Quegli stessi anni collaboravamo, in qualità di critico musicale al quotidiano 'Il Giornale', per il quale facemmo al direttore francese, in occasione della sua venuta a Venezia, una lunga intervista.
 Durante la quale raccogliemmo il suo disappunto per quel che lui  definì una specie di 'tradimento'  da parte dei Viennesi che gli avevano sempre dimostrato affetto e stima. Lo avrebbero tradito, a suo dire, perché mai lo avevano invitato a dirigere il Concerto di capodanno. Quel grido di dolore  fu subito raccolto da Vienna che per l'anno successivo (2008) lo invitò. Nel 2009, Pretre tornò nuovamente  a Venezia e quando gli facemmo notare che lui doveva al Concerto veneziano ( e appena appena anche a noi) se aveva diretto, a 84 anni, la prima volta a Vienna, lui non raccolse, fece finta di dimenticare quanto aveva dichiarato l'anno precedente a noi. Senonchè per ripagarlo di quella lunghissima assenza, una seconda volta Vienna lo invitò a dirigere il Concerto di Capodanno, nel 2010.

Ora dopo Pretre, il più vecchio a dirigere il Capodanno viennese, arriva Dudamel , il più giovane, ma non è detto che sarà il migliore, perchè il più giovane.

venerdì 13 novembre 2015

RICCARDO CHAILLY. DALLA SCALA ALLA SCALA. Intervista ad un direttore affermato agli inizi della carriera. ( Salisburgo 1984)


Oggi Riccardo Chailly è per tutti un direttore affermato, di valore, e dalla carriera gloriosa; non più il 'figlio' del compositore Luciano, al vertice della Scala, dove il giovane Riccardo, ventenne, aveva mosso i primi passi dal podio, come assistente di Abbado. Nel 1984, al tempo di questa intervista, egli era in grande ascesa ma ancora giovane. E, perciò, di grande interesse risulta conoscere come la pensava allora un giovane direttore che oggi è tornato 'vincitor' dove era partito come apprendista

Salisburgo (estate 1984) in un pomeriggio piovoso. Incontrammo Riccardo Chailly, in un bar, a due passi dalla Sala grande del festival, quarantotto ore dopo il suo concerto con i Wiener Philharmoniker ed Alexis Weissenberg - in programma il 'Concerto n.3' di Rachmaninov e la 'Sinfonia n.5' di Ciaikovskij - che aveva mandato il pubblico in delirio - e subito dopo le prove del 'Requiem' di Verdi, diretto da Karajan, alle quali solo Chailly era stato autorizzato ad assistere. Ma il fatto nuovo ed importante di quella edizione del festival di Salisburgo era la chiamata di Chailly, per espressa volontà di karajan, a dirigere l'opera inaugurale del festival di quell'anno, il 'Macbeth' di Verdi. Karajan, per problemi di salute aveva voluto come suo sostituto il giovane direttore (31 anni appena) primo italiano a dirigere l'inaugurazione del famoso festival internazionale, fra mugugni, critiche, ed anche qualche cattiveria. Quella intervista, pubblicata sul mensile 'Piano Time', la riproponiamo ora che Chailly, coronando il sogno, legittimo, di una vita, è stato nominato 'direttore musicale' del più grande teatro d'opera, salutato con favore anche dai milanesi, suoi concittadini.

Ovvio che lei si senta lusingato, inutile chiederglielo. Ci sveli, allora, qualche segreto del 'demiurgo' salisburghese in prova.
Innanzitutto sono onorato di essere forse l'unico direttore ad avere ufficialmente accesso alle prove del Maestro, sia a Salisburgo che a Berlino. Sono rimasto colpito dal lavoro di scavo di Karajan, ogni volta che sale sul podio, compresa questa mattina. In particolare, con il 'Requeim' di Verdi (Chailly dirà sempre 'Verdi Requiem. Chissà perchè,ndr.) e la 'Patetica' di Ciaikovskij, una sinfonia con la quale io sono praticamente cresciuto, a cominciare dalle prime incisioni mono, sempre di karajan. Di questa stessa sinfonia possiedo anche una delle sue prime incisioni stereo con i Berliner Philharmoniker. E, raffrontando le due registrazioni con la prova di questa mattina, è interessante vedere come il suo lavoro di scavo sia ancora oggi inesorabile. Per Verdi in particolare, poiché debutterò in ottobre a Berlino con la mia orchestra nel 'Requiem' di Verdi, le prove di questi giorni mi hanno suggerito ancora altre ipotesi di riflessione.
In particolare.
Innanzitutto la fedeltà a quanto Verdi scrive e desidera. Ma anche, e può sembrare un assurdo, come a volte non bisogna seguire alcune indicazioni 'di tempo' segnate da Verdi in partitura. Karajan gli è fedele nel senso che conosce Verdi più profondamente di ciò che è indicato in partitura. Una conoscenza approfondita di un autore - come karajan la possiede senza dubbio di Verdi - a volte suggerisce di non fare anche quello che è espressamente indicato. Chi conosce dal di dentro tale problema può capire quanto dico. In Bruckner, ad esempio - ho appena inciso e portato in tournée la sua Sinfonia n.7 - è fondamentale porsi tale problema. Le revisioni Novak vanno liberate di aggiunte di revisione dettate da Nikisch ( per le quali ha avuto sempre il consenso dell'autore?) al tempo della prima esecuzione.
E' soddisfatto di come la critica soprattutto ha accolto il 'Macbeth' che ha appena diretto?
Enormemente. Direi che è stata un'apoteosi europea ed extraeuropea soprattutto per la parte che mi riguarda, quella musicale; mentre è stato criticato, quasi coralmente, l'allestimento. Non voglio entrare nel merito né schierarmi da una parte o dall'altra. Constato una realtà. Musicalmente ho avuto la gioia di essere stato riconosociuto, più che dai grandi giornali ( Stuckenschmidt ha titolato il suo articolo ' Un trionfo per Chailly; il 'Times' di Londra ha ugualmente elogiato la mia direzione, per non dire dei giornali viennesi, sempre molto polemici ma di grande peso culturale, come 'Die Presse', che ha 'ammirato' il mio 'Macbeth') dal successo di pubblico - il che mi onora maggiormente - che alla fine di ogni recita ritrovo sempre crescente. E, infine, le parole di elogio di Karajan che ha assistito all'ante prova generale, alla generale ed alla prima dell'opera, oltre che al mio concerto sinfonico dell'altro ieri, dal palcoscenico. Tutto questo mi ha veramente commosso.
I giornali italiani, al confronto, le sono sembrati un po' tiepidi?
Ne ho letti alcuni, un po' vagamente - qui si fa fatica a trovarli. Confesso apertamente di leggere i giornali come di ascoltare i dischi, a differenza di molti colleghi che dichiarano esattamente il contrario, mentre poi leggono avidamente quel che si scrive di loro e, in caso di recensioni negative, vanno anche in bestia. Se devo parlare della critica italiana, fra la stampa europea, mi è sembrata quella più tiepida. Ma ciò non mi farà assolutamente cambiare il mio giudizio di entusiasmo per questo 'Macbeth', e per il riconoscimento generale riscontrato in Europa.
Ascolta i dischi regolarmente in fase di studio, per cavarne suggerimenti ed formulare ipotesi interpretative? A tal proposito quale edizione dell'opera verdiana l'ha maggiormente interessata?
Due almeno. Il nastro del 'Macbeth' con De Sabata e la Callas , per l'inaugurazione della Scala, nel 1952 (una lettura così geniale dell'opera che meritava di essere studiata a fondo, senza però restarne galvanizzato, anzi da dimenticare immediatamente dopo) e quella di Abbado, in disco, che per me rappresenta la più bella edizione dell'opera. Una interpretazione magistrale e definitiva! Per tornare alla critica musicale, mi rallegra particolarmente l'ammissione generale che la mia lettura del 'Macbeth', nel bene e nel male, è diversa da quella di Claudio ( Abbado, ndr.). Considero una vittoria essere riuscito a trovare una mia strada, affrancandomi dalla bellezza e dal fascino di quella di Abbado che conoscevo bene, avendo seguito all'epoca tutte le prove con Abbado e Strehler.
Tra breve ci sarà un Macbeth anche in Italia, diretto da Muti, per l'inaugurazione della stagione del Teatro San Carlo. Andrà ad ascoltarlo?
Ah, non lo sapevo.
Ha dischi in uscita o registrazioni già programmate?
Proprio ieri è stato presentato qui, a Salisburgo, nel corso di una festa della Decca, 'Andrea Chénier' con Pavarotti e Caballé; a fine anno uscirà ' The Rake's Progress' e, successivamente un album interamente dedicato a Ciaikovskij ('Giulietta e Romeo', 'Francesca da Rimini') con l'Orchestra di Cleveland...
Quando tornerà a dirigere in Italia?
In dicembre per due concerti, uno a Firenze al Teatro Comunale e l'altro a Milano, per la Stagione Rai; a giugno poi, alla Scala, riprendo 'Andrea Chénier' con Carreras.
Perchè, di recente, Martha Argerich ha disertato il concerto al Maggio Fiorentino, sotto la sua direzione?
Per motivi che hanno a che fare con la sua vita privata. Tanto è vero che, poi, ha partecipato alla tournée in Spagna, con me e con l'Orchestra fiorentina. Non credo, perciò, che ce l'avesse con Firenze (o come me). Problemi personali.
Quando farà un regalo a suo padre che ora è al Carlo Felice di Genova, dirigendo l'orchestra di quel teatro?
Con mio padre c'è un pour parler, per un concerto con l'Orchestra genovese. Vi fui invitato, forse otto anni fa, ma poi non se ne fece nulla, per ragioni burocratiche e finanziarie. Successivamente non sono mai andato a Genova, semplicemente perché non sono stato mai invitato dopo. Può darsi, invece, che ora... anche se non abbiamo amato mai, io e mio padre, collaborare insieme ufficialmente. Quando lui aveva responsabilità di vertice ha sempre evitato di scritturarmi, per non suscitare logici attacchi...
Ora la situazione è cambiata. Lei è un direttore, non più, semplicemente il figlio di...
Sì, anche perché pare che la richiesta sia venuta dall'orchestra. Perciò, forse, andrò a Genova. Mi permetta di aggiungere qualcosa che interessa direttamente la sua rivista pianistica ( Piano Time, ndr.). In autunno termineremo la registrazione dei 'Concerti per pianoforte' di Beethoven, e la 'Fantasia corale', con Alicia De Larrocha e l'Orchestrta della Radio di Berlino. Abbiamo già inciso il Primo, Terzo e Quinto; usciranno tutti all'inizio dell'85.
A proposito del concerto dell'altro ieri, il 'Concerto per pianoforte' n.3 di Rachmaninov l'avevo già diretto, con Weissenberg e l'Orchestra di Cleveland; da allora mi ero riproposto di dirigerlo anche in Europa con lo stesso pianista. Poi è venuta la chance di farlo a Salisburgo, dove mancava da più di un decennio. Il successo del nostro concerto, merita più alta considerazione, perché Rachmaninov in Austria è considerato un musicista di 'seconda classe'. Io combatto strenuamente tale opinione e per dimostralo, l'anno prossimo, porto in tournée la mia orchestra negli Stati Uniti, con la 'Sinfonia n.2' di Rachmaninov, che considero un capolavoro nel suo genere.
Insomma può ritenersi soddisfatto.
Inaugurare il Festival di Salisburgo è il massimo traguardo per qualunque direttore. Sebbene si tratti di un traguardo che mette il direttore in una posizione, fra le più ambite ma anche fra le più scomode. Non posso dimenticare che sono stato l'unico a succedere a Karajan, nell'inaugurazione del festival.
I grandi direttori italiani, Muti o Abbado, non hanno mai avuto tale onore? Abbado, come anche Muti, hanno diretto e dirigono regolarmente a Salisburgo, ma non hanno mai inaugurato il festival. Nel mio caso, in particolare, c'è stato il passaggio dello scettro direttamente dalle mani di Karajan.
Ora la invidieranno.
Non può chiederlo a me. Ora, superata questa che considero la prova del fuoco, sono ormai definitivamente fuori pericolo. L'anno prossimo tornerò a Salisburgo per la ripresa del 'Macbeth' e per un concerto ancora con i Wiener Philharmoniker.
                                                                    ( 'Piano Time', anno II, n.19 - Ottobre 1984)



giovedì 9 ottobre 2014

VIVE LA CALLAS? LA WARNER RIPUBBLICA TUTTE LE SUE REGISTRAZIONI FATTE IN STUDIO

Un noto istituto italiano specializzato in ricerche nel campo musicale, i cui risultati pubblica mensilmente sul bollettino di casa, ha effettuato un sondaggio dal quale è risultato che Maria Callas è la 'cantante più importante del secolo scorso', conclusione più o meno immaginata, ma non ci ha detto se è anche la più popolare. E allora ci siamo messi a cercare altre prove per avvalorare il risultato, quasi scontato, di quel sondaggio e per vedere se la Callas sia anche stata la più popolare, e se valore e popolarità siano in stretto rapporto. E, infine, quale sia il grado di popolarità di Maria Callas al momento.
Quale sistema usare per definire il grado di popolarità di un personaggio pubblico, un artista conosciuto? La risposta, nè facile né ovvia, ci ha condotti, attraverso i nostri sistemi poco scientifici, a ribadire che la popolarità di un personaggio dipende soprattutto dalla professione svolta e anor più dal mezzo che lo fa conoscere: Pippo Baudo è certamente più popolare di Carlo Rubbia; almeno così è risultato a noi; ma mettere sullo steso piano le due professioni è quasi una bestemmia. Perciò non conta affatto la profesione né la utilità sociale della medesima; perchè, come nel nostro caso, incide enormemente sul grado di popolarità il mezzo attraverso il quale un personaggio viene conosciuto. La televisione, ad esempio, nel caso di Baudo, per la cui potenza di popolarità si arriva a dire che 'se non sei in televisione semplicemente non esisti' , è il mezzo che procura a chicchessia la popolarità più sfacciata.
Stringendo la ricerca alla musica, nelle varie professioni., ci siamo chiesti fra cantanti, strumentisti, direttori d'orchestra ed anche compositori, perché no?, quali musicisti siano più popolari? E se il palcoscenico sia una cassa di risonanza capace di amplificare la notorietà degli artisti, al pari della televisione?
Abbiamo sempre pensato, senza fare ricerche e indagini in tal senso, che la popolarità maggiore fra i musicisti, l'avessero i cantanti, per la ragione che moltissimi pensano di poter fare ciò che fa il cantante, mentre nessuno, ragionevolmente, crede di poter fare quel che fa il direttore d'orchestra, lo strumentista e, meno ancora, il compositore. E che il cantante, per tale ragione, è il musicista con il quale più facilmente ci si identifica e che lo rende popolare agli occhi di tutti. Come dimostrano, indirettamente, schiere di imitatori di cui la televisione è piena e con le quali vivacchia in assenza di idee.
E perciò cercare i personaggi più popolari fra i cantanti ci era parsa la strada migliore per proseguire l' indagine. Il che faceva anche al nostro caso, visto che l'oggetto primo della nostra ricerca era Maria Callas.
Per avere una prima conferma abbiamo fatto ricorso all'anagrafe popolare più vasta ed aggiornata: la rete. Digitando alla rinfusa, nomi di cantanti, direttori, compositori, strumentisti, abbiamo, ad esempio, scoperto che Bach ha il numero di annunci maggiore di tutti ( 162.000.000. Una vera scoperta!), Mozart 97.000.000 e Beethoven 18.600.000. E che, solo dopo di loro appaiono, per numero di annunci, i cantanti - i più popolari, naturalmente. Pavarotti, guida la classifica, con 10.700.000 annunci, Maria Callas 2.080.000; mentre Verdi è a quota 3.770.000, superato da Puccini che si attesta a 5.140.000. Karajan si ferma a quota 1.410.000, da non credersi; e Glenn Gould, tanto per citare un pianista fra i più conosciuti ed idolatrati, ne ha 2.070.000. Sorprendente, ad un passo dalla Callas. Arturo Benedetti Michelangeli e Cecilia Bartoli, in fondo alla classifica, con circa 650.000 annunci ciascuno. Neanche a prenderli in considerazione.
Questa nostra indagine, non scientifica, ha, secondo noi, il merito di mettere le cose in ordine, ponendo al vertice della piramide musicale i compositori, senza i quali Callas e Pavarotti non potevano che fischiettare canzoni popolari sotto la doccia, o mentre si sbarbavano, nel caso di Pavarotti. Una vendetta postuma contro quel modo barbaro di intendere la musica - avallato da una comunicazione che spara a caratteri cubitali il nome degli interpreti e con caratteri minuscoli, quasi illeggibili, quello dei compositori - che mette cioè gli interpreti al primo posto, e poi i compositori.
Bach è il musicista più popolare di tutta la storia, anche più del grandissimo, fondamentale Beethoven e dell'amatisimo Mozart. Ed anche di Pavarotti e Karajan. Pavarotti resta fra i più amati e conosciuti, ma probabilmente non per il suo valore musicale, bensì per la bellissima voce, ed anche per la simpatia, oltre che per la morte recentissima; e, forse, anche di lui fra qualche anno si perderà ogni ricordo; in quel momento toccherà a qualche casa discografica tenerne vivo il ricordo, immettendo nuovamente sul mercato pacchi di dischi.
Il discorso, attenenndoci al verdetto della rete, è ancor più sfavorevole per la Callas, almeno per il grado della sua attuale popolarità, ma, a differenza di Pavarotti, il suo peso musicale è enormemente più grande, come ha confermato il noto istituto di indagine musicale. Mentre a rinverdirne la popolarità, ci pensa ora la sua casa discografica, pubblicando tutte le sue registrazioni effettuate in studio.
Studiando il fenomeno Callas abbiamo scoperto che esiste negli archivi della Fonit Cetra di Torino, il suo primo provino discografico, nel quale canta 'Casta diva'. Quando in una delle tante ricorrenze si è fatto ascoltare quel provino, di una giovanissima cantante, la commozione ha preso tutti.
Del suo esordio sulle scene in età abbastanza precoce, sotto i vent'anni, e dei suoi studi alla fine degli anni Trenta, ad Atene, dove si era trasferita dalla nativa New York ( era nata nel 1923, il 12 dicembre) con Elvira De Hidalgo, la sua maestra cui è rimasta sempre devota, e con la quale ha mantenuto una fitta corrispondenza epistolare, si sa tutto
Della sua scoperta e del successivo esordio italiano, prima all'Arena ( dove il 3 agosto 1947 cantò 'Gioconda', ed aveva 23 anni) e poi alla Fenice e solo dopo a Firenze, ad opera di una coppia di musicisti illuminati e di grande fiuto, il direttore Tullio Serafin e l'organizzatore/musicista Francesco Siciliani, anche. Così Siciliani ci raccontò l'incontro con la giovane cantante, del quale a distanza di molti anni ricordava anche il mese ed il giorno:16 ottobre 1948, “in casa del maestro Serafin con il quale Lei aveva già cantato, in via dei Monti Parioli, a Roma.
“Alcuni giorni prima dell'incontro in casa Serafin - ci raccontò Siciliani all'indomani della mnorte della celebre cantante - ascoltavo 'Tristano' alla radio. Ricordo che l'ascoltai fino alla fine per conoscere il nome della cantante che interpetava Isotta, dalla cui voce ero rimasto colpito: Maria Callas. All'epoca ero direttore artistico del Maggio Fiorentino. Pochi giorni prima di quell'incontro ricevetti una telefonata angosciata di Serafin. Ho qui con me - mi disse con voce concitata - una cantante greco-americana che ha già lavorato con me, ha fatto poi una serie di audizioni, a cominciare dalla Scala, senza esito. Ora è, di conseguenza, costretta ad imbarcarsi a Napoli per l'America; non ha soldi e dovrà viaggiare in classe 'emigrante'. Perchè non viene a Roma per ascoltarla?”
“Incontrai, dunque, Maria in casa di Serafin: era una donna un po' rotonda, ma dal vitino stretto e con uno sguardo magico. Una grande personalità. Serafin si mise al pianoforte e accompagnò la Callas in 'Turandot', 'Gioconda', 'Tristano' ecc... in un repertorio di grande taglio drammatico. Ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad una cantante eccezionale. Le chiesi con chi aveva studiato, mi rispose: De Hidalgo, un grande soprano di coloratura. Ma allora, perché non interpreta questo repertorio, le chiesi? Perché non me lo fanno cantare, fu la sua risposta. Mi misi allora io al pianoforte e le feci cantare 'Puritani'. Mi convinsi immediatamente di aver scoperto con lei quello che nell'Ottocento era detto 'soprano drammatico di agilità', che all'importanza della voce univa la possibilità di fare colorature di espressione, non di solo virtuosismo. Chiamai subito il sovrintendente fiorentino, Pariso Votto, fratello di Antonino - il celebre direttore - e gli esposi il caso. Feci fare alla Callas un contratto triennale per riprendere il repertorio per il quale sembrava essere fatta la sua voce. Cominciammo con 'Norma', anche posticipando l'inizio della stagione invernale. Le recite di 'Norma', due appena, ottennero un successo travolgente. Seguirono 'Traviata' e 'Lucia' - in quest'ultima opera fece tremare il teatro, perché eravamo abituati ad ascoltare Lucia da voci di soprano lirico leggero. Poi 'Puritani', 'Orfeo ed Euridice' di Haydn, diretto da Erich Kleiber (padre di Carlos), 'Vespri siciliani', che poi riprese anche alla Scala, diretta da De Sabata. Per due anni ancora ebbi modo di lavorare con Lei, facendole studiare un'opera, che poi non è stata più ripresa, 'Armida' di Rossini, nella quale la Callas credette di aver raggiunto i vertici dell'arte, ma quei vertici li raggiunse davvero quando le feci studiare, nonostante la sua riluttanza, 'Medea' di Cherubini. Dimenticavo: dopo le recite di 'Norma' della fine 1948, a settembre dell'anno dopo, la portai a Perugia, alla Sagra Musicale Umbra ( il celebre festival di cui Siciliani è stato per decenni direttore ndr.) dove, interpretò, dopo pianti e ripensamenti, il 'S. Giovanni Battista' di Stradella in prima ripresa moderna”.
Questi i primi anni di carriera, già luminosa, di Maria Callas, raccanotata dal suo 'scopritore', ruolo nel quale la Callas, a Siciliani, affiancava Serafin, dal quale riconosceva di aver appreso una grande lezione: “ recitare attraverso la musica. Mi diceva. Non rendere Gilda 'graziosa'. Sarà pure vergine, ma non dimenticare che muore per amore!”.
Dopo quegli inizi la Callas, nel corso della sua non lunga carriera, operò una vera rivoluzione nel repertorio operistico, professando la sua fedeltà assoluta al testo, e sancendo la fine definitiva dell'epoca d'oro del belcanto. Via le 'belle voci' con il 'cuore in mano' e lo 'spartito in soffitta'. Ebbe scarsa considerazione della tradizione che definiva ironicamente: 'l'ultima cattiva interpretazione', per concludere che la tecnica, che possedeva in grado altissimo, doveva sottoporsi alla necessità drammatica. E così, con tale uso della tecnica, la poesia faceva il suo ingresso nel mondo dell'interpretazione vocale. Per questa sua unicità, lei ha fatto scuola, ma senza avere eredi, contrariamente a ciò che qualche studioso ebbe a proporre, affermando che se al tempo della Calla fossero state attive la Caballè o la Sutherland, queste le avrebbero dato filo da torcere. No, Monserrat Caballè, la più bella voce del secolo, come anche Joan Sutherland, magnifica cantante, mai e poi mai avrebbero potuto essere antagoniste della Callas, e tanto meno sue eredi. Belle voci, ottime interpreti, ma non interpreti di storica rilevanza.
Un duro colpo lo diede anche alla sostanziale impreparazione della critica 'vocalistica' –-che non l'amò - ed alle grosse carenze della musicologia che, “illuminata dal genio dell' arte vocale e dal soffio vitalizzante dell' arte tragica della Callas, dovrà smentire frettolose bocciature, minimizzanti etichettature, e sghembe suddivisioni gerarchiche di cui erano costellate certe 'Storie della Musica' in circolazione” (Franco Soprano).
Ma allora la Callas è diventata più popolare di Giuseppe Verdi? Non sappiamo. In un'asta recente, un pacco di lettere indirizzate alla sua maestra De Hidalgo ha trovato subito il compratore, e non ad un prezzo di favore, mentre una bella e storica collezione di lettere di Giuseppe Verdi è rimasta invenduta. Come spiegarcelo? Non sappiamo. Noi preferiamo pensare che quella vendita si spieghi semplicemente con il feticismo nei riguardi di grandi personalità e di ogni loro cosa, oppure con la semplice, diffusa mania del possesso; e che Verdi perciò sia - e debba restare - più popolare di Maria Callas.
                                                                                    ( Suono. Per gentile concessione)





mercoledì 24 settembre 2014

Dopo l'addio di Muti reazioni scomposte. Dal Costanzi al Campidoglio tutti matti

Dovevamo assistere anche a questo spettacolo scomposto. Comincia ad essere davvero troppo.
 Innanzitutto che si fa con l'inaugurazione della stagione alle porte? La ricetta del sovrintendente Fuortes è  un sostituto per il titolo inaugurale. Giusto, ma  non va cercato, come vorrebbe il sovrintendente  INESPERTO  fra direttori giovanotti o  di  terza o quarta classe. Se Fuortes fosse un sovrintendente all'altezza, saprebbe trovare un direttore degno sostituto, intanto per l'inaugurazione, come Lissner fece alla Scala, chiamando  Barenboim. Per un 'direttore musicale' - via quell' incarico buffo di 'direttore onorario a vita' - ci si penserà più tardi. Ma che non può essere, comunque, Rustioni, dove arrivano gli orizzonti  musicali di Fuortes.
 I sindacati  CGIL e FIALS promettono ancora sfracelli, come non fossero già sufficienti quelli prodotti con la loro condotta anti sindacale e a rischio fallimento per il teatro. Non  vogliono sentire ragioni, il referendum sull'accettazione del piano di risanamento formulato da Fuortes e dalle necessità di bilancio - che pure ha spaccato letteralmente in due il teatro - lo disconoscono e contestano, e come reazione annunciano altri scioperi. Evidentemente non  hanno capito la gravità della situazione e lavorano per la chiusura del teatro. Che Fuortes e Marino, e mettiamoci anche Franceschini, dovrebbero  cogliere al volo e  mettere in atto. Perchè se la CGIL e la FIALS intendono proseguire con il loro comportamento irresponsabile, venisse anche Karajan redivivo, all'Opera fra breve ci risiamo.  E, del resto, non si può far mettere per iscritto  agli sciagurati dipendenti sindacalizzati che non sciopereranno più, pena il licenziamento. Fra parentesi,  a coloro i quali ironizzano sulle 8 sigle sindacali dei dipendenti dell'Opera,  vorremmo ricordare che al Senato o alla Camera le sigle sindacali dei dipendenti sono 23, dunque il cattivo esempio lo dà come sempre la politica; e gli altri lo seguono.
 Ma veniamo all'inaugurazione. L'ipotesi pazza prospettata ieri da 'Repubblica' che, ovviamente, ha raccolto le intenzioni di Fuortes e Marino è rimandare l'inaugurazione di due mesi, da novembre a gennaio. Siamo matti? si rendono conto  di quale assurda soluzione vorrebbero prospettare. cancellando un  titolo si risparmia - è questa la loro  drammatica strategia?  E a che scopo, far sbollire i furori degli orchestrali sindacalizzati? Ci vuol poco per riattizzarli anche dopo che si sono momentaneamente placati, come è accaduto fra l'estate e queste ultime settimane. La situazione è drammatica e va  affrontata  e risolta immediatamente, senza attendere un solo istante. Trovare il sostituto per il titolo inaugurale, un sostituto all'altezza del  fuggitivo Muti, e, contemporaneamente , pensare ad una trattativa, questa volta articolata e fondata sul dialogo che la precedente non è stato affatto seguito. Ecco perchè diciamo da tempo che Fuortes non sa fare il suo mestiere. Lui viene da 'Musica per Roma', dove non ci sono oltre cinquecento dipendenti, e perciò è facile con tanti stagionali, la quasi totalità di chi lavora all'Auditorium, metterne fuori alcuni e chiamarne altri. Fuortes, con l'aiuto di Marino avrebbe dovuto da subito metter in campo tutte le ipotesi di accordo, senza cedere naturalmente a richieste ormai impossibili da soddisfare e che lascerebbero i problemi irrisolti e pronti a riesplodere alla prima occasione. Un sovrintendente  non alle prime armi questo modo di gestire la risoluzione di una crisi lo conosce e sa attuarlo, ecco perché ce ne vorrebbe uno più capace e con maggiore esperienza di Fuortes.
Infine, per tornare al caso di Vincenzo Bolognese che in questi giorni torna ad essere  portato a modello del malcostume e dei privilegi dei nostri teatri. Bolognese, spalla dell'orchestra del teatro, forse in permesso artistico, in questi giorni è andato a lavorare, alla testa di un'altra orchestra romana, per un festival fuori Roma, 'Reate Festival' - che  brutto nome ! -  il cui sovrintendente è una collaboratrice del teatro, pagata e bene dal teatro, il cui presidente  è Gianni Letta e fondatore Bruno Cagli. Capite in che pasticci siamo?

venerdì 12 settembre 2014

Il Riccardo (Chailly) della 'Scala d'oro' non ha un cuore di leone

Abbiamo letto sul numero dell'Espresso in edicola, la prima intervista 'esclusiva' al nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala dell'era Pereira ( che però rischia di concludersi anzitempo), che dal prossimo primo gennaio sarà direttore 'principale' al posto di Barenboim , che a maggio, dirigendo 'Turandot' ( di Puccini, con il finale di Berio), aprirà ufficialmente la stagione della 'Scala per l'Expo' e che dal 1 gennaio 2017 sarà direttore musicale del teatro milanese.
Per Chailly si tratta di un ritorno 'in famiglia', ma anche 'di famiglia'. Suo padre è stato direttore artistico della Scala nel triennio 1968-1971, e lui  Riccardo, Claudio Abbado volle come assistente per la stagione sinfonica nel 1972, che non aveva ancora vent'anni. Poi dicono che i debutti anzitempo sono un fatto di questi anni recenti, e che allora, al contrario di quel che accade oggi, le famiglie non contavano. Vero, anche a noi risulta che  non hanno mai contato, né oggi e neanche ieri!
 Comunque Chailly s'è costruita subito una grande carriera debuttando poco più che ventenne nei luoghi musicali che contano, nei due continenti e poi la chiamata a Salisburgo, da karajan in persona, per sostituirlo ai primi anni Ottanta - allora si disse perché non gli poteva far ombra, certo solo a causa della sua giovane età, per buona pace dei maligni - fino agli impegni importanti ad Amsterdam e Lipsia, ma con la mente e il cuore sempre a Milano, alla Scala da dove era partito, incarico che  da molto prima di ora egli  era convinto di meritare, anche per nascita.
 Appena ne avremo il tempo, ricopieremo l'intervista che gli facemmo per 'Piano Time', che all'epoca dirigevamo - in un pomeriggio piovoso  a Salisburgo, seduti ad un bar.
 Da questa intervista esclusiva non abbiamo appreso granché - prossimamente Chailly esponga senza timore le sue idee sulla Scala - salvo la sua intenzione, condivisa da Pereira, di ritornare alla tradizione che negli anni di Lissner-Barenboim - almeno per il grande repertorio italiano - sembrava essere stata accuratamente sepolta. Ha ragione Chailly quando dice che La Scala deve essere innanzitutto questo, che poi è ciò che è sempre stata. Ed anche ciò per cui il nome della Scala è noto nel mondo.
   Una delle poche novità è che lui vuole riportare  a Milano tutti quelli che non hanno ancora 'condotto' . I tram? E ' quella  becera mania che anche il suo intervistatore, Riccardo Lenzi, mostra da tempo,inglesizzando il nome ( conduttore) ed il ruolo ( conduce) del direttore d'orchestra, che poi fa il paio con quel modo altrettanto barbaro di indicare alcune opere, come il Requiem di Verdi che Chailly  preferisce sempre e comunque chiamare il 'Verdi Requiem'. Contento lui!
Viene toccato anche l'argomento 'loggione', sul quale Chailly è allineato a Pereira, sbagliando  come lui. Quando la Scala tornerà ad esser il primo teatro del mondo, gli artisti chiederanno, nonostante la marcatura a vista del loggione, di potervi cantare, suonare e dirigere. E' una legge banalissima.
Oggi vi sono grandi nomi  convinti di potersi costruire una carriera, girando alla larga dalla Scala, e forse hanno in parte ragione; ma quando la Scala tornerà ad essere il centro mondiale del melodramma italiano ( che è poi il repertorio fra i più alti di ogni tempo. cosa che Lissner e Barenboim hanno volutamente ignorato!) ciò non sarà più possibile, e questo vale  anche per Alagna come per la Bartoli ecc...
Noi, poi, vorremmo che a Milano come a Roma,  e Chailly vi ha appena fatto cenno, non vi fossero più lotte fra istituzioni che danneggiano tutti; sogneremmo che a Roma, ad esempio, Muti diriga l'Orchestra di Santa Cecilia come Pappano all'Opera; stessa cosa a Milano fra Scala, Verdi ed altre importanti realtà cittadine. Ma forse  questo è ancora lontano a venire, perchè i musicisti, anche sommi, sono uomini come tutti, con le loro miserie, meschinità, invidiuzze recondite.

mercoledì 30 ottobre 2013

L'invidia è un terribile peccato: Luisi preferito a Chailly dagli orchestrali della Scala? alla fine ha trionfato Chailly

Quando si diffonde la notizia che dal Consiglio di amministrazione della Scala, e di Alexander Pereira, prossimo sovrintendente, sarebbe venuta l’indicazione del nome di  Riccardo Chailly come successore di Barenboim,  l’Orchestra scaligera, che comunque dovrà esprimere un parere- non vincolante - su tale nomina eventuale, fa sapere che preferirebbe Fabio Luisi, che negli stessi giorni dirigeva alla Scala il ‘Don Carlo’ di Verdi. Che Chailly, che ha alle spalle un curriculum professionale prestigioso al quale  va unito quello anagrafico saldamente ancorato alla città di Milano, sia il partito migliore è abbastanza evidente. E nonostante ciò,perchè l'Orchestra scaligera che con la lettera del 30 settembre aveva  voluto far capire ai dirigenti che voleva contare di più nelle nomine importanti di questi mesi,  fa il nome di Luisi? Senza fare  psicologia  spicciola, una ragione c’è.  
Dappertutto gli stranieri-  e tali vanno considerati anche quelli che vengono da regioni vicine – sono guardati con sospetto, tranne che quando questi stranieri hanno raggiunto vertici professionali invidiabili; allora vengono sempre accolti fra due ali di folla plaudente. 
L’indicazione di Luisi,  verrebbe da coloro i quali non riescono a farsene una ragione del fatto che un loro compagno di studi - come può essere Chailly nella sua Milano per tanti orchestrali scaligeri - non possa aver fatto tanta carriera.  Fra i leggii  scaligeri vi sarà sempre qualcuno che  dica: quello studiava nella mia stessa classe... quante volte gli ho corretto i compiti di armonia o qualcosa di simile. 
Dunque a  far uscire il nome di Luisi,  è sicuramente l’invidia per il successo di Chailly che ora, qualche compagno di studi non vorrebbe ritrovarselo a impartirgli ordini dal podio..  Si troverà sempre qualcuno di sposto a giurare che Chailly è arrivato dove è arrivato perché suo padre , compositore, è stato sovrintendente della Scala, begli anni in cui il figlio muoveva i primi passi, affiancando anche Abbado, allora  direttore alla Scala ecc…  
 Un pò di fango si gettò sul giovane Chailly, allorchè Karajan lo chiamò, nel 1986, ad inaugurare a posto suo il festival di Salisburgo. Perché Chailly e non un altro direttore del suo peso? Perché chiamando un altro direttore del suo stesso ‘peso’  avrebbe potuto avere  in casa un concorrente, mentre con Chailly  non ci poteva essere concorrenza alcuna, poteva dormire sonni tranquilli.
 Sarà stato anche vero, nel pensiero di karajan, all'epoca - oltre 30  anni fa! - ma poi Chailly ha fatto una carriera prestigiosissima, ai massimi livelli, ed oggi non si può continuare a pensare malignamente ma anche stupidamente che quella carriera sia frutto di  privilegi ereditari e comunque immeritata. Solo degli invidiosi- come appaiono oggi gli orchestrali milanesi - possono pensarla così.
E poi, non bisogna dimenticare, a proposito delle 'solide' convinzioni dei componenti l'Orchestra della Scala, che alla fine della recente tournée in Giappone - con un orchestra di sostituti, perché molti titolari s'erano dichiarati indisponibili o indisposti - avevano neppure tanto velatamente criticato Dudamel, lo stesso direttore che due anni fa avrebbero voluto come direttore musicale.
P.S. Pereira ha illustrato all'orchestra il suo piano artistico e fatto il nome di Chailly come prossimo direttore musicale della Scala, e l'orchestra  ha acconsentìto