Per la quinta volta Riccardo Muti dirigerà il prossimo Capodanno il concerto da Vienna, con i Wiener Philharmoniker. Al giornalista (portavoce?) del Corriere della Sera, Valerio Cappelli, ha dichiarato che lui il valzer non lo sa ballare - in questo è in compagnia di tanti altri cittadini del mondo - e che il programma - nel quale ha fatto entrare anche Rossini - lo ha scelto accuratamente facendosi aiutare e consigliare dal direttore della 'Società Johann Strauss', della quale egli è membro onorario.
Ma la dichiarazione più importante è quella di voler bandire ogni scherzo dal concerto, a differenza di quasi tutti i direttori del capodanno viennesi che con lo scherzo al momento degli auguri, hanno pensato di deliziare il pubblico in sala e quello televisivo. Tutti, salvo Karajan ed ora anche Muti. Perchè, ha spiegato, quella viennese non è musica d'intrattenimento, ma musica come tante, anzi tutte, le altre e perciò va presa sul serio, anche perchè è intrisa allo stesso tempo di felicità e senso drammatico - ha precisato - e "si sente la fine un impero che sta per crollare."
Ma c'è anche un altra ragione per cui è opportuno che Riccardo Muti, l'arcititaliano, bandisca ogni scherzo. Perché c'è poco da scherzare per i tempi che stiamo attraversando, e ancor meno c'è da scherzare a Vienna, nell'Austria che all'Italia e al mondo sta cominciando a giocare brutti, anzi drammatici scherzi.
Con l'Italia poi la ragione è duplice, dal rafforzamento dei controlli austriaci al Brennero, alla unilaterale subdola destabilizzante e non amichevole intenzione di concedere la doppia cittadinanza ai cittadini altoatesini. Al punto che per l'ennesima volta ci chiediamo come abbia potuto un paese così retrogado e reazionario nella politica ( non serve per questo citare che in passato l'Austria ha avuto come cancelliere un ex SS) - esprimere tanta bella, ed anche grandissima, musica.
Infine, per quel che riguarda l'Italia, non vorremmo mai essere testimoni delle drammatiche conseguenze che un EMBARGO TURISTICO DA PARTE DEGLI ITALIANI produrrebbe sulla economia austriaca.
Per questo consigliamo a Muti di evitare giustamente ogni scherzo o gag , ma di dire con chiarezza quattro parole a proposito, al momento di fare gli auguri.
Poi nell'intervista al 'Corriere' Muti ha detto più dì una cosa sul Concerto veneziano di Capodanno che lui non ha mai diretto - perchè non ha voluto, o perchè non è stato mai invitato? - argomento che conosciamo molto bene e sul quale torniamo sul post successivo.
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giovedì 28 dicembre 2017
lunedì 4 dicembre 2017
James Levine,il potente direttore del Met, anche lui ha molestato anni fa alcuni ragazzi. Sospeso
La decisione l'ha presa Peter Gelb, il potente capo della Metropolitan Opera di New York, sposato alla direttrice d'orchestra Keri-Lynn Wilson. James Levine (che per decenni è stato direttore musicale del teatro, che ha avuto successi in ogni parte del mondo, anche a Salisburgo - dove era invitato regolarmente da Karajan che voleva accaparrarsi il favore dei media e del mondo musicale americano - e che per alcuni anni, di recente, ha dovuto rinunciare alla direzione per gravi motivi di salute, ora, al riemergere di pesanti accuse di molestie sessuali- delle quali si era già a conoscenza ma che il direttore aveva sempre rigettato- che avrebbe rivolto, dagli anni Ottanta a Novanta, ad un giovane, anzi ragazzo, quando lui era un uomo, con la promessa che lo avrebbe fatto diventare direttore d'orchestra), è stato espulso dal teatro immediatamente, e non dirigerà neanche i prossimi impegni di fine anno già programmati, come Tosca, con Grigolo. E, del resto, attendere che le indagini si concludano, anche quelle promosse autonomamente dal Metropolitan, non aveva senso.
A quest'accusa circostanziata con una denuncia alla polizia alla base dell'espulsione, un altro paio se ne sono aggiunte, risalenti addirittura agli anni Sessanta, rivolte sempre al direttore, allora poco sopra i venticinque, da ragazzi che, all'epoca avevano pochi anni meno di lui; e dunque, in questo caso, si tratta di coetanei che denunciano il caso, dopo mezzo secolo.
Adesso il 'vaso di pandora' delle molestie sessuali nel mondo della musica si è scoperchiato e forse anche qui, come nel cinema, chissà quante denunce verranno fuori. Perchè le molestie non riguardano solo quelle fra sessi diversi, ve ne sono anche fra omosessuali, come nel caso di Levine, oltre che, ancor più orribili, quelle ai danni di bambini - come ha dimostrato una recente inchiesta sul Coro di voci bianche di Ratisbona, dove oltre gli abusi sono emersi maltrattamenti, e quelli del cosiddetti 'chierichetti' del papa in Vaticano.
Si deve, comunque, fare chiarezza, anche a costo di gravi conseguenze per i diretti interessati una volta appurata la loro colpevoleza. Chi ha sbagliato, profittando della posizione di potere, deve pagare, senza eccezione. Anche nel nostro mondo di abusi, soprattutto a sfondo sessuale, ve ne sono stati, perché non è immaginabile che ne sia esente, solo perché la musica educa alla bellezza ed eleva lo spirito, e dunque non dovrebbe fare spazio a comportamenti illeciti di sopraffazione a scopo sessuale e non solo.
Anche per il mondo della musica, molti dovrebbero parlare, uomini che donne che hanno subito molestie di ogni genere, per salire qualche gradino nella propria carriera. Coraggio, denunciate soprusi e molestie, sessuali e non, qualcuno salterà, e forse qualcosa finalmente cambierà.
A quest'accusa circostanziata con una denuncia alla polizia alla base dell'espulsione, un altro paio se ne sono aggiunte, risalenti addirittura agli anni Sessanta, rivolte sempre al direttore, allora poco sopra i venticinque, da ragazzi che, all'epoca avevano pochi anni meno di lui; e dunque, in questo caso, si tratta di coetanei che denunciano il caso, dopo mezzo secolo.
Adesso il 'vaso di pandora' delle molestie sessuali nel mondo della musica si è scoperchiato e forse anche qui, come nel cinema, chissà quante denunce verranno fuori. Perchè le molestie non riguardano solo quelle fra sessi diversi, ve ne sono anche fra omosessuali, come nel caso di Levine, oltre che, ancor più orribili, quelle ai danni di bambini - come ha dimostrato una recente inchiesta sul Coro di voci bianche di Ratisbona, dove oltre gli abusi sono emersi maltrattamenti, e quelli del cosiddetti 'chierichetti' del papa in Vaticano.
Si deve, comunque, fare chiarezza, anche a costo di gravi conseguenze per i diretti interessati una volta appurata la loro colpevoleza. Chi ha sbagliato, profittando della posizione di potere, deve pagare, senza eccezione. Anche nel nostro mondo di abusi, soprattutto a sfondo sessuale, ve ne sono stati, perché non è immaginabile che ne sia esente, solo perché la musica educa alla bellezza ed eleva lo spirito, e dunque non dovrebbe fare spazio a comportamenti illeciti di sopraffazione a scopo sessuale e non solo.
Anche per il mondo della musica, molti dovrebbero parlare, uomini che donne che hanno subito molestie di ogni genere, per salire qualche gradino nella propria carriera. Coraggio, denunciate soprusi e molestie, sessuali e non, qualcuno salterà, e forse qualcosa finalmente cambierà.
domenica 15 ottobre 2017
Sul modo di intendere l'alternanza scuola lavoro. La protesta degli studenti
Quando la Giannini la introdusse, la novità di far passare agli studenti, alcuni periodi, durante gli anni studio, in luoghi di lavoro, fu salutata come non solo utile ma sacrosanta. Far mettere il naso fuori dalle aule agli studenti fu considerata una giusta decisione. La legge e la Giannini dimenticarono, però, di considerare alcune cose che avrebbero dovuto prevedere per porvi rimedio. E cioè che mentre tale alternanza ha un senso per le scuole professionali, qualora si riesca a far andare gli studenti nelle fabbriche più adatte alla loro specializzazione, ha poco senso se si mandano gli studenti a fare lavori che a loro praticamente nulla insegnano, e a farli gratuitamente. Se va a fare il cameriere, o le pulizie, o lavora in un call center, il liceale - o lo studente, in generale - imparerà soltanto che c'è chi lavora, che fa lavori talvolta umili ecc... ma allo stesso tempo imparerà a sue spese che si può essere sfruttati, come nel loro caso. Che esista il mondo del lavoro lo sanno, specie quelli i cui genitori fanno lavori duri mal pagati.
Se uno vuol fare una esperienza lavorativa, in senso lato, cioè una qualunque, la può fare durante le vacanze - come fanno già molti studenti - seguendo orari e regole, ma facendosi pagare.
Come abbiamo fatto anche noi, con un gruppo di amici, alla fine degli studi liceali, quando andammo a lavorare in una fabbrica metallurgica, in Germania, a Offenbach. Lavorammo sodo, con turni massacranti, giornalieri o notturni alternativamente, vivendo in baracche nel vero senso della parola. In Germania, gli studenti che lavoravano d'estate, non pagavano tasse, perciò alla fine del periodo di lavoro che durò all'incirca un mese e mezzo, guadagnammo bei soldini ( marchi -quando il marco era molto forte) e con quelli ci facemmo un bel viaggio in Europa, riuscendo a portare a casa anche qualche soldo rimastoci.
Noi pensavamo che quell'esperienza non ci sarebbe servita dal punto di vista lavorativo - speravamo di non essere costretti a fare quel lavoro massacrante che tanti fanno - ma solo per farci capire che significasse lavorare e lavorare duro. E ci servì.
La Giannini deve spiegarci perché la scuola deve prestare ad imprenditori di ogni genere dei giovani studenti, gratuitamente. Per ora non ce lo ha spiegato e soprattutto non l'hanno spiegato, nè Lei nè la Fedeli, agli studenti .
Per questo siamo d'accordo con la protesta degli studenti. Se alternanza ci deve essere fra scuola e lavoro, deve essere pensata, studiata ed organizzata per renderla utile ed efficace. Mentre ora, stando alle denunce degli studenti essa è stata casuale, inutile e priva di senso.
La protesta degli studenti ci ha fatto venire in mente ciò che avviene nel mondo della musica con le cosiddette orchestre 'giovanili' o orchestre 'di formazione'. Che sono modi per sfruttare i giovani musicisti, il più delle volte senza dare loro nulla in cambio.
Che sia utile per gli studenti di Conservatorio fare esperienza di orchestra, per la maggior parte delle classi di strumento, non c'è neppure bisogno di sottolinearlo, visto che una simile esperienza - utilissima e di grande valore formativo - in Conservatorio non si fa. E che la formazione di tali orchestre abbia finalità tutt'altro che formative è altrettanto chiaro.
Si fa un bando per reclutare giovani, si forma alla bell'e meglio un'orchestra, la si fa lavorare per una manifestazione che magari dura nel tempo, e alla fine, saluti e baci, chi s'è visto s'è visto. I giovani musicisti hanno goduto di vitto e alloggio, qualche volta in condizioni di autentico sfruttamento e, terminata l'esperienza, tornano ai loro studi senza nulla di nuovo e di meglio per cui ricordare quell'esperienza. Perché poi, nella maggior parte dei casi queste orchestre giovanili vengono affidate a direttori che considerarli tali è un insulto alla professione; oppure a direttori alle prime armi che hanno loro bisogno di imparare e, di conseguenza, nulla possono ancora insegnare ai giovani loro affidati. Il caso di una giovanissima direttrice alla quale viene affidata la direzione di un 'giovane' complesso, a Napoli, ne è esempio lampante.
Ci viene in mente, al contrario, l'esperienza esaltante che molti giovani d'Europa, italiani compresi, vissero negli anni in cui nacque e fu attiva la ECYO - poi divenuta EUYO - e cioè l'Orchestra giovanile della Comunità (poi Unione) Europea. Come la sua filiazione più diretta, la Mahler, fondata e diretta da Abbado o la 'Divan' fondata ed affidata a Barenboim, la 'Cherubini' di Muti e, secondo noi, anche la 'Mozart' di Abbado, finita miseramente con la morte del direttore, e che ora fra mille difficoltà, sta tentando di risorgere.
(Il contrario di ciò che avviene, ad esempio, con l'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani, della cui esistenza ogni tanto arriva qualche segno positivo e subito dopo un segno opposto, che viene montata ogni volta che serve - quasi mai per ragioni musicali! - affidata sia per la gestione che per la direzione a mani assolutamente inesperte e la cui attività, circoscritta nel tempo, nessun segno lascerà nei giovani musicisti).
Beh, in quei primi anni di vita della ECYO, i selezionatissimi giovani musicisti, per qualche mese, solitamente d'estate, lavoravano prima 'a sezioni', e poi affidati alla direzione di grandissimi - quelli veri- direttori ( Bernstein, Karajan ecc... se ricordiamo bene), giravano il mondo, ricavandone benefici, dagli stessi, anche a distanza di tempo, riconosciuti. E per i quali sono, anche da adulti e dopo molti anni, grati per quell'esperienza.
Anche quei giovani musicisti non ricevevano il becco di un quattrino; ma vuoi mettere i frutti di quell'esperienza, maggiori di qualunque compenso?
Se uno vuol fare una esperienza lavorativa, in senso lato, cioè una qualunque, la può fare durante le vacanze - come fanno già molti studenti - seguendo orari e regole, ma facendosi pagare.
Come abbiamo fatto anche noi, con un gruppo di amici, alla fine degli studi liceali, quando andammo a lavorare in una fabbrica metallurgica, in Germania, a Offenbach. Lavorammo sodo, con turni massacranti, giornalieri o notturni alternativamente, vivendo in baracche nel vero senso della parola. In Germania, gli studenti che lavoravano d'estate, non pagavano tasse, perciò alla fine del periodo di lavoro che durò all'incirca un mese e mezzo, guadagnammo bei soldini ( marchi -quando il marco era molto forte) e con quelli ci facemmo un bel viaggio in Europa, riuscendo a portare a casa anche qualche soldo rimastoci.
Noi pensavamo che quell'esperienza non ci sarebbe servita dal punto di vista lavorativo - speravamo di non essere costretti a fare quel lavoro massacrante che tanti fanno - ma solo per farci capire che significasse lavorare e lavorare duro. E ci servì.
La Giannini deve spiegarci perché la scuola deve prestare ad imprenditori di ogni genere dei giovani studenti, gratuitamente. Per ora non ce lo ha spiegato e soprattutto non l'hanno spiegato, nè Lei nè la Fedeli, agli studenti .
Per questo siamo d'accordo con la protesta degli studenti. Se alternanza ci deve essere fra scuola e lavoro, deve essere pensata, studiata ed organizzata per renderla utile ed efficace. Mentre ora, stando alle denunce degli studenti essa è stata casuale, inutile e priva di senso.
La protesta degli studenti ci ha fatto venire in mente ciò che avviene nel mondo della musica con le cosiddette orchestre 'giovanili' o orchestre 'di formazione'. Che sono modi per sfruttare i giovani musicisti, il più delle volte senza dare loro nulla in cambio.
Che sia utile per gli studenti di Conservatorio fare esperienza di orchestra, per la maggior parte delle classi di strumento, non c'è neppure bisogno di sottolinearlo, visto che una simile esperienza - utilissima e di grande valore formativo - in Conservatorio non si fa. E che la formazione di tali orchestre abbia finalità tutt'altro che formative è altrettanto chiaro.
Si fa un bando per reclutare giovani, si forma alla bell'e meglio un'orchestra, la si fa lavorare per una manifestazione che magari dura nel tempo, e alla fine, saluti e baci, chi s'è visto s'è visto. I giovani musicisti hanno goduto di vitto e alloggio, qualche volta in condizioni di autentico sfruttamento e, terminata l'esperienza, tornano ai loro studi senza nulla di nuovo e di meglio per cui ricordare quell'esperienza. Perché poi, nella maggior parte dei casi queste orchestre giovanili vengono affidate a direttori che considerarli tali è un insulto alla professione; oppure a direttori alle prime armi che hanno loro bisogno di imparare e, di conseguenza, nulla possono ancora insegnare ai giovani loro affidati. Il caso di una giovanissima direttrice alla quale viene affidata la direzione di un 'giovane' complesso, a Napoli, ne è esempio lampante.
Ci viene in mente, al contrario, l'esperienza esaltante che molti giovani d'Europa, italiani compresi, vissero negli anni in cui nacque e fu attiva la ECYO - poi divenuta EUYO - e cioè l'Orchestra giovanile della Comunità (poi Unione) Europea. Come la sua filiazione più diretta, la Mahler, fondata e diretta da Abbado o la 'Divan' fondata ed affidata a Barenboim, la 'Cherubini' di Muti e, secondo noi, anche la 'Mozart' di Abbado, finita miseramente con la morte del direttore, e che ora fra mille difficoltà, sta tentando di risorgere.
(Il contrario di ciò che avviene, ad esempio, con l'Orchestra Nazionale dei Conservatori Italiani, della cui esistenza ogni tanto arriva qualche segno positivo e subito dopo un segno opposto, che viene montata ogni volta che serve - quasi mai per ragioni musicali! - affidata sia per la gestione che per la direzione a mani assolutamente inesperte e la cui attività, circoscritta nel tempo, nessun segno lascerà nei giovani musicisti).
Beh, in quei primi anni di vita della ECYO, i selezionatissimi giovani musicisti, per qualche mese, solitamente d'estate, lavoravano prima 'a sezioni', e poi affidati alla direzione di grandissimi - quelli veri- direttori ( Bernstein, Karajan ecc... se ricordiamo bene), giravano il mondo, ricavandone benefici, dagli stessi, anche a distanza di tempo, riconosciuti. E per i quali sono, anche da adulti e dopo molti anni, grati per quell'esperienza.
Anche quei giovani musicisti non ricevevano il becco di un quattrino; ma vuoi mettere i frutti di quell'esperienza, maggiori di qualunque compenso?
mercoledì 22 febbraio 2017
Spira mirabilis, un miracolo? No, il vero miracolo è Formigine
Se ne parla da anni, almeno dal 2007 quando un bel gruppo di giovani valenti musicisti, fra i quali Lorenza Borrani, ex Scuola di Musica di Fiesole, spalla di alcune importanti orchestre, diede vita ad un esperimento che, all'inizio non sembrava, così originale. In che cosa consisteva.
Un gruppo non tanto esiguo, diciamo una vera orchestra, in formazione 'classica', s'era accordata per lavorare senza direttore, riunendosi due o tre volte l'anno, a proprie spese, in una piccola cittadina del modenese, studiare per una settimana insieme un programma, che i singoli avevano già studiato ed approfondito, ed alla fine presentarsi davanti al pubblico a suonare.
I giornali, che solitamente fanno casino senza chiedesi se è il caso, hanno parlato della morte del direttore, del despota che dal podio impone la sua volontà, la sua visione, a tutti, senza sentire ragioni, come vuole una certa letteratura che nell'autorità del direttore d'orchestra crede incarnarsi il mito del dittatore.
In buona sostanza non è la prima orchestra che suona senza direttore, anche se nei casi già esistenti si è sempre trattato di organici cameristici. Un gruppo di musicisti, piccolo, medio o mediogrande che sia, si riuniscono studiano insieme per arrivare ad un risultato che, nell'orchestra classica, viene indicato, e forse imposto dal direttore. A sostegno della loro tesi di libertà portano innumerevoli esempi di direttori-dittatori, a cominciare da Toscanini per finire a karajan.
Noi siamo del parere, pur riconoscendo la lodevole iniziativa di riunirsi in una mirabile spirale ( Spira mirabilis) per far circolare da uno all'altro ciò che i singoli hanno appreso e scoperto studiando, che alla fine una visione d'insieme deve emergere ed anche prevalere ed essere imposta. Si dirà che nel caso in oggetto l'imposizione non sembra tale. Comunque in questo esperimento ci colpisce l'entusiasmo dei singoli e la loro determinata volontà a riunirsi e far nascere lì l'opera che i singoli hanno studiato. Per ora, con tutta la benevolenza possibile, si tratta di un esperimento, i cui risultati sembrano apprezzabili e basta. Contenti i singoli, contenti anche noi.
Il vero miracolo di 'Spira mirabilis' l'ha fatto la cittadina di Formigine, dove tre o quattro volte l'anno i giovani musicisti si riuniscono, studiano per preparare un programma da concerto e poi si presentano al pubblico del modenese, e, da qualche tempo, anche altrove ( Londra, Milano ecc..) ovunque ammirati.
Formigini ha costruito un auditorium, 400 posti, che ha chiamato con il nome della gloriosa loro creatura strumentale, i cui componenti sono considerati alla stregua di figli dagli abitanti di Formigini, che nelle settimane di studio, li accolgono nelle loro famiglie e - ci dicono- li coccolano anche.
Capite, un nuovo auditorium in un paese che alla musica dedica un attenzione e risorse pari, se non al di sotto dello zero. E' questo il vero miracolo. Con il contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Modena e della Regione Emilia Romagna, il Comune ha racimolato i 900.000 Euro del costo dell'auditorium, compresi i necessari sevizi, e lo ha costruito a beneficio innanzitutto dei giovani musicisti, come anche di altri e di diverse attività.
Lo abbiamo appreso soltanto ieri, dai giornali, da quegli stessi giornali per i quali, evidentemente, l'inaugurazione dell'Auditorium, più di due anni fa, non è stata considerata un notizia. Quanto meno, anche a noi, avidi lettori, è fuggita.
P.S. La notizia ci ha riempito di gioia ed anche, un pò, di tristezza riandando agli anni in cui ci fu affidata la direzione artistica di un festival. Ad una analoga iniziativa stavamo pensando, e cioè a far diventare Città di Castello, sede del Festival delle Nazioni, la residenza di una delle orchestre giovanili di prestigio ( Cherubini, Mozart, od anche della stessa Verdi, che in quella edizione fu l'orchestra residente del festival, ogni estate). I notabili, famelici, della cittadina non ce ne diedero il tempo; ed ora l'attuale direzione artistica ricorre ogni anno, per un paio di concerti, alla stessa orchestra, nella speranza che la direzione dell'orchestra lo chiami a dirigerla (il direttore del Festival). Semplice malignità? Non del tutto.
Un gruppo non tanto esiguo, diciamo una vera orchestra, in formazione 'classica', s'era accordata per lavorare senza direttore, riunendosi due o tre volte l'anno, a proprie spese, in una piccola cittadina del modenese, studiare per una settimana insieme un programma, che i singoli avevano già studiato ed approfondito, ed alla fine presentarsi davanti al pubblico a suonare.
I giornali, che solitamente fanno casino senza chiedesi se è il caso, hanno parlato della morte del direttore, del despota che dal podio impone la sua volontà, la sua visione, a tutti, senza sentire ragioni, come vuole una certa letteratura che nell'autorità del direttore d'orchestra crede incarnarsi il mito del dittatore.
In buona sostanza non è la prima orchestra che suona senza direttore, anche se nei casi già esistenti si è sempre trattato di organici cameristici. Un gruppo di musicisti, piccolo, medio o mediogrande che sia, si riuniscono studiano insieme per arrivare ad un risultato che, nell'orchestra classica, viene indicato, e forse imposto dal direttore. A sostegno della loro tesi di libertà portano innumerevoli esempi di direttori-dittatori, a cominciare da Toscanini per finire a karajan.
Noi siamo del parere, pur riconoscendo la lodevole iniziativa di riunirsi in una mirabile spirale ( Spira mirabilis) per far circolare da uno all'altro ciò che i singoli hanno appreso e scoperto studiando, che alla fine una visione d'insieme deve emergere ed anche prevalere ed essere imposta. Si dirà che nel caso in oggetto l'imposizione non sembra tale. Comunque in questo esperimento ci colpisce l'entusiasmo dei singoli e la loro determinata volontà a riunirsi e far nascere lì l'opera che i singoli hanno studiato. Per ora, con tutta la benevolenza possibile, si tratta di un esperimento, i cui risultati sembrano apprezzabili e basta. Contenti i singoli, contenti anche noi.
Il vero miracolo di 'Spira mirabilis' l'ha fatto la cittadina di Formigine, dove tre o quattro volte l'anno i giovani musicisti si riuniscono, studiano per preparare un programma da concerto e poi si presentano al pubblico del modenese, e, da qualche tempo, anche altrove ( Londra, Milano ecc..) ovunque ammirati.
Formigini ha costruito un auditorium, 400 posti, che ha chiamato con il nome della gloriosa loro creatura strumentale, i cui componenti sono considerati alla stregua di figli dagli abitanti di Formigini, che nelle settimane di studio, li accolgono nelle loro famiglie e - ci dicono- li coccolano anche.
Capite, un nuovo auditorium in un paese che alla musica dedica un attenzione e risorse pari, se non al di sotto dello zero. E' questo il vero miracolo. Con il contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Modena e della Regione Emilia Romagna, il Comune ha racimolato i 900.000 Euro del costo dell'auditorium, compresi i necessari sevizi, e lo ha costruito a beneficio innanzitutto dei giovani musicisti, come anche di altri e di diverse attività.
Lo abbiamo appreso soltanto ieri, dai giornali, da quegli stessi giornali per i quali, evidentemente, l'inaugurazione dell'Auditorium, più di due anni fa, non è stata considerata un notizia. Quanto meno, anche a noi, avidi lettori, è fuggita.
P.S. La notizia ci ha riempito di gioia ed anche, un pò, di tristezza riandando agli anni in cui ci fu affidata la direzione artistica di un festival. Ad una analoga iniziativa stavamo pensando, e cioè a far diventare Città di Castello, sede del Festival delle Nazioni, la residenza di una delle orchestre giovanili di prestigio ( Cherubini, Mozart, od anche della stessa Verdi, che in quella edizione fu l'orchestra residente del festival, ogni estate). I notabili, famelici, della cittadina non ce ne diedero il tempo; ed ora l'attuale direzione artistica ricorre ogni anno, per un paio di concerti, alla stessa orchestra, nella speranza che la direzione dell'orchestra lo chiami a dirigerla (il direttore del Festival). Semplice malignità? Non del tutto.
mercoledì 28 dicembre 2016
Concerto di Capodanno da Vienna.Il più giovane e il più vecchio direttore: Dudamel e Pretre
Non facciamone comunque una questione di età, perché l'età non conta, sebbene essere chiamati a dirigere quel concerto significhi la consacrazione mondiale. L'età diventa un fattore non più irrilevante quando a dirigere il Concerto viennese - da più di dieci anni scalzato e superato, in fatto di ascolti, da quello di Venezia che ha preso il posto dell'altro su Rai 1, il 1° di gennaio - viene chiamato un giovanissimo direttore di appena trentasei anni, Gustavo Dudamel, mentre anche il fondatore di quel concerto cominciò che di anni ne aveva quarantacinque, Boskowsky.
Da allora, a dirigere il Concerto di Capodanno di Vienna sono passati tutti i grandi nomi della direzione mondiale, ma tutti in età più che adulta (fra cui Abbado, Mehta, Baremboim, Muti e altri...) compreso Karajan che di anni, al suo debutto a Vienna, ne aveva più di ottanta, ottantuno per la precisione.
L'arrivo di Dudamel fa notizia perché è il più giovane di sempre. Meno notizia forse farà all'indomani, perché non è che in certi repertori il direttore venezuelano abbia fatto faville negli ultimi anni, se pensiamo alle sue presenze scaligere con l'opera poco apprezzate.
Per il pubblico andrà bene comunque, perché la gioventù ed i primati nei vari campi contano molto, più del dovuto. Per la storia assai meno.
Se Dudamel sarà il più giovane direttore a salire sul podio dei Wiener per il Capodanno 2017, il più vecchio è stato Georges Pretre che, per la prima volta, ha diretto il Concerto da Vienna nel 2008, alla veneranda età di 84 anni; ed una seconda, appena due anni dopo, quando di anni ne aveva 86. E dire che Vienna, dopo Parigi, è stata per Pretre direttore, una seconda patria.
Vi raccontiamo come è andata la storia, per conoscenza diretta. Fin dalla prima edizione (2004) ci siamo occupati del Concerto di Capodanno da Venezia, come consulente artistico, relativamente al programma, curando che la sua conformazione avesse determinate caratteristiche adatte a quel concerto 'televisivo': brani conosciuti, per orchestra, corali e con solisti, brani di breve durata e di caratteristiche musicali sempre diverse, continuamente alternati e prevalentemente attinti dal repertorio del nostro melodramma con due pezzi d'obbligo finali: va pensiero e brindisi dalla Traviata. Un format che avremmo potuto depositare alla SIAE, ma non l'abbiamo fatto)). Pochi elementi che ne hanno segnato il grande successo che tuttora dura, anche se un pò ridimensionato, dopo il nostro abbandono.
Quegli stessi anni collaboravamo, in qualità di critico musicale al quotidiano 'Il Giornale', per il quale facemmo al direttore francese, in occasione della sua venuta a Venezia, una lunga intervista.
Durante la quale raccogliemmo il suo disappunto per quel che lui definì una specie di 'tradimento' da parte dei Viennesi che gli avevano sempre dimostrato affetto e stima. Lo avrebbero tradito, a suo dire, perché mai lo avevano invitato a dirigere il Concerto di capodanno. Quel grido di dolore fu subito raccolto da Vienna che per l'anno successivo (2008) lo invitò. Nel 2009, Pretre tornò nuovamente a Venezia e quando gli facemmo notare che lui doveva al Concerto veneziano ( e appena appena anche a noi) se aveva diretto, a 84 anni, la prima volta a Vienna, lui non raccolse, fece finta di dimenticare quanto aveva dichiarato l'anno precedente a noi. Senonchè per ripagarlo di quella lunghissima assenza, una seconda volta Vienna lo invitò a dirigere il Concerto di Capodanno, nel 2010.
Ora dopo Pretre, il più vecchio a dirigere il Capodanno viennese, arriva Dudamel , il più giovane, ma non è detto che sarà il migliore, perchè il più giovane.
Da allora, a dirigere il Concerto di Capodanno di Vienna sono passati tutti i grandi nomi della direzione mondiale, ma tutti in età più che adulta (fra cui Abbado, Mehta, Baremboim, Muti e altri...) compreso Karajan che di anni, al suo debutto a Vienna, ne aveva più di ottanta, ottantuno per la precisione.
L'arrivo di Dudamel fa notizia perché è il più giovane di sempre. Meno notizia forse farà all'indomani, perché non è che in certi repertori il direttore venezuelano abbia fatto faville negli ultimi anni, se pensiamo alle sue presenze scaligere con l'opera poco apprezzate.
Per il pubblico andrà bene comunque, perché la gioventù ed i primati nei vari campi contano molto, più del dovuto. Per la storia assai meno.
Se Dudamel sarà il più giovane direttore a salire sul podio dei Wiener per il Capodanno 2017, il più vecchio è stato Georges Pretre che, per la prima volta, ha diretto il Concerto da Vienna nel 2008, alla veneranda età di 84 anni; ed una seconda, appena due anni dopo, quando di anni ne aveva 86. E dire che Vienna, dopo Parigi, è stata per Pretre direttore, una seconda patria.
Vi raccontiamo come è andata la storia, per conoscenza diretta. Fin dalla prima edizione (2004) ci siamo occupati del Concerto di Capodanno da Venezia, come consulente artistico, relativamente al programma, curando che la sua conformazione avesse determinate caratteristiche adatte a quel concerto 'televisivo': brani conosciuti, per orchestra, corali e con solisti, brani di breve durata e di caratteristiche musicali sempre diverse, continuamente alternati e prevalentemente attinti dal repertorio del nostro melodramma con due pezzi d'obbligo finali: va pensiero e brindisi dalla Traviata. Un format che avremmo potuto depositare alla SIAE, ma non l'abbiamo fatto)). Pochi elementi che ne hanno segnato il grande successo che tuttora dura, anche se un pò ridimensionato, dopo il nostro abbandono.
Quegli stessi anni collaboravamo, in qualità di critico musicale al quotidiano 'Il Giornale', per il quale facemmo al direttore francese, in occasione della sua venuta a Venezia, una lunga intervista.
Durante la quale raccogliemmo il suo disappunto per quel che lui definì una specie di 'tradimento' da parte dei Viennesi che gli avevano sempre dimostrato affetto e stima. Lo avrebbero tradito, a suo dire, perché mai lo avevano invitato a dirigere il Concerto di capodanno. Quel grido di dolore fu subito raccolto da Vienna che per l'anno successivo (2008) lo invitò. Nel 2009, Pretre tornò nuovamente a Venezia e quando gli facemmo notare che lui doveva al Concerto veneziano ( e appena appena anche a noi) se aveva diretto, a 84 anni, la prima volta a Vienna, lui non raccolse, fece finta di dimenticare quanto aveva dichiarato l'anno precedente a noi. Senonchè per ripagarlo di quella lunghissima assenza, una seconda volta Vienna lo invitò a dirigere il Concerto di Capodanno, nel 2010.
Ora dopo Pretre, il più vecchio a dirigere il Capodanno viennese, arriva Dudamel , il più giovane, ma non è detto che sarà il migliore, perchè il più giovane.
venerdì 13 novembre 2015
RICCARDO CHAILLY. DALLA SCALA ALLA SCALA. Intervista ad un direttore affermato agli inizi della carriera. ( Salisburgo 1984)
Oggi Riccardo Chailly è
per tutti un direttore affermato, di valore, e dalla carriera
gloriosa; non più il 'figlio' del compositore Luciano, al vertice
della Scala, dove il giovane Riccardo, ventenne, aveva mosso i primi
passi dal podio, come assistente di Abbado. Nel 1984, al tempo di
questa intervista, egli era in grande ascesa ma ancora giovane. E,
perciò, di grande interesse risulta conoscere come la pensava allora
un giovane direttore che oggi è tornato 'vincitor' dove era partito come apprendista
Salisburgo
(estate 1984) in un pomeriggio piovoso. Incontrammo Riccardo Chailly,
in un bar, a due passi dalla Sala grande del festival, quarantotto
ore dopo il suo concerto con i Wiener Philharmoniker ed Alexis
Weissenberg - in programma il 'Concerto n.3' di Rachmaninov e la
'Sinfonia n.5' di Ciaikovskij - che aveva mandato il pubblico in
delirio - e subito dopo le prove del 'Requiem' di Verdi, diretto da
Karajan, alle quali solo Chailly era stato autorizzato ad assistere.
Ma il fatto nuovo ed importante di quella edizione del festival di
Salisburgo era la chiamata di Chailly, per espressa volontà di
karajan, a dirigere l'opera inaugurale del festival di quell'anno, il
'Macbeth' di Verdi. Karajan, per problemi di salute aveva voluto
come suo sostituto il giovane direttore (31 anni appena) primo
italiano a dirigere l'inaugurazione del famoso festival
internazionale, fra mugugni, critiche, ed anche qualche cattiveria.
Quella intervista, pubblicata sul mensile 'Piano Time', la
riproponiamo ora che Chailly, coronando il
sogno, legittimo, di una vita, è stato nominato 'direttore musicale'
del più grande teatro d'opera, salutato con favore anche dai
milanesi, suoi concittadini.
Ovvio che lei si senta
lusingato, inutile chiederglielo. Ci sveli, allora, qualche segreto
del 'demiurgo' salisburghese in prova.
Innanzitutto
sono onorato di essere forse l'unico direttore ad avere
ufficialmente accesso alle prove del Maestro, sia a Salisburgo che a
Berlino. Sono rimasto colpito dal lavoro di scavo di Karajan, ogni
volta che sale sul podio, compresa questa mattina. In particolare,
con il 'Requeim' di Verdi (Chailly dirà sempre 'Verdi Requiem.
Chissà perchè,ndr.) e la 'Patetica' di Ciaikovskij, una sinfonia
con la quale io sono praticamente cresciuto, a cominciare dalle prime
incisioni mono, sempre di karajan. Di questa stessa sinfonia
possiedo anche una delle sue prime incisioni stereo con i Berliner
Philharmoniker. E, raffrontando le due registrazioni con la prova di
questa mattina, è interessante vedere come il suo lavoro di scavo
sia ancora oggi inesorabile. Per Verdi in particolare, poiché
debutterò in ottobre a Berlino con la mia orchestra nel 'Requiem' di
Verdi, le prove di questi giorni mi hanno suggerito ancora altre
ipotesi di riflessione.
In particolare.
Innanzitutto
la fedeltà a quanto Verdi scrive e desidera. Ma anche, e può
sembrare un assurdo, come a volte non bisogna seguire alcune
indicazioni 'di tempo' segnate da Verdi in partitura. Karajan gli è
fedele nel senso che conosce Verdi più profondamente di ciò che è
indicato in partitura. Una conoscenza approfondita di un autore -
come karajan la possiede senza dubbio di Verdi - a volte suggerisce
di non fare anche quello che è espressamente indicato. Chi conosce
dal di dentro tale problema può capire quanto dico. In Bruckner, ad
esempio - ho appena inciso e portato in tournée la sua Sinfonia n.7
- è fondamentale porsi tale problema. Le revisioni Novak vanno
liberate di aggiunte di revisione dettate da Nikisch ( per le quali
ha avuto sempre il consenso dell'autore?) al tempo della prima
esecuzione.
E' soddisfatto di come
la critica soprattutto ha accolto il 'Macbeth' che ha appena diretto?
Enormemente.
Direi che è stata un'apoteosi europea ed extraeuropea soprattutto
per la parte che mi riguarda, quella musicale; mentre è stato
criticato, quasi coralmente, l'allestimento. Non voglio entrare nel
merito né schierarmi da una parte o dall'altra. Constato una realtà.
Musicalmente ho avuto la gioia di essere stato riconosociuto, più che
dai grandi giornali ( Stuckenschmidt ha titolato il suo articolo ' Un
trionfo per Chailly; il 'Times' di Londra ha ugualmente elogiato la
mia direzione, per non dire dei giornali viennesi, sempre molto
polemici ma di grande peso culturale, come 'Die Presse', che ha
'ammirato' il mio 'Macbeth') dal successo di pubblico - il che mi
onora maggiormente - che alla fine di ogni recita ritrovo sempre
crescente. E, infine, le parole di elogio di Karajan che ha assistito
all'ante prova generale, alla generale ed alla prima dell'opera, oltre
che al mio concerto sinfonico dell'altro ieri, dal palcoscenico.
Tutto questo mi ha veramente commosso.
I giornali italiani, al
confronto, le sono sembrati un po' tiepidi?
Ne ho
letti alcuni, un po' vagamente - qui si fa fatica a trovarli.
Confesso apertamente di leggere i giornali come di ascoltare i
dischi, a differenza di molti colleghi che dichiarano esattamente il
contrario, mentre poi leggono avidamente quel che si scrive di loro
e, in caso di recensioni negative, vanno anche in bestia. Se devo
parlare della critica italiana, fra la stampa europea, mi è
sembrata quella più tiepida. Ma ciò non mi farà assolutamente
cambiare il mio giudizio di entusiasmo per questo 'Macbeth', e per
il riconoscimento generale riscontrato in Europa.
Ascolta i dischi
regolarmente in fase di studio, per cavarne suggerimenti ed
formulare ipotesi interpretative? A tal proposito quale edizione
dell'opera verdiana l'ha maggiormente interessata?
Due
almeno. Il nastro del 'Macbeth' con De Sabata e la Callas , per
l'inaugurazione della Scala, nel 1952 (una lettura così geniale
dell'opera che meritava di essere studiata a fondo, senza però
restarne galvanizzato, anzi da dimenticare immediatamente dopo) e
quella di Abbado, in disco, che per me rappresenta la più bella
edizione dell'opera. Una interpretazione magistrale e definitiva! Per
tornare alla critica musicale, mi rallegra particolarmente
l'ammissione generale che la mia lettura del 'Macbeth', nel bene e
nel male, è diversa da quella di Claudio ( Abbado, ndr.). Considero
una vittoria essere riuscito a trovare una mia strada, affrancandomi
dalla bellezza e dal fascino di quella di Abbado che conoscevo bene,
avendo seguito all'epoca tutte le prove con Abbado e Strehler.
Tra breve ci sarà un
Macbeth anche in Italia, diretto da Muti, per l'inaugurazione della
stagione del Teatro San Carlo. Andrà ad ascoltarlo?
Ah,
non lo sapevo.
Ha dischi in uscita o
registrazioni già programmate?
Proprio
ieri è stato presentato qui, a Salisburgo, nel corso di una festa
della Decca, 'Andrea Chénier' con Pavarotti e Caballé; a fine anno
uscirà ' The Rake's Progress' e, successivamente un album interamente
dedicato a Ciaikovskij ('Giulietta e Romeo', 'Francesca da Rimini')
con l'Orchestra di Cleveland...
Quando tornerà a
dirigere in Italia?
In
dicembre per due concerti, uno a Firenze al Teatro Comunale e l'altro
a Milano, per la Stagione Rai; a giugno poi, alla Scala, riprendo
'Andrea Chénier' con Carreras.
Perchè, di recente,
Martha Argerich ha disertato il concerto al Maggio Fiorentino, sotto
la sua direzione?
Per
motivi che hanno a che fare con la sua vita privata. Tanto è vero
che, poi, ha partecipato alla tournée in Spagna, con me e con
l'Orchestra fiorentina. Non credo, perciò, che ce l'avesse con
Firenze (o come me). Problemi personali.
Quando farà un regalo
a suo padre che ora è al Carlo Felice di Genova, dirigendo
l'orchestra di quel teatro?
Con
mio padre c'è un pour parler, per un concerto con l'Orchestra
genovese. Vi fui invitato, forse otto anni fa, ma poi non se ne fece
nulla, per ragioni burocratiche e finanziarie. Successivamente non
sono mai andato a Genova, semplicemente perché non sono stato mai
invitato dopo. Può darsi, invece, che ora... anche se non abbiamo
amato mai, io e mio padre, collaborare insieme ufficialmente. Quando
lui aveva responsabilità di vertice ha sempre evitato di
scritturarmi, per non suscitare logici attacchi...
Ora la situazione è
cambiata. Lei è un direttore, non più, semplicemente il figlio
di...
Sì,
anche perché pare che la richiesta sia venuta dall'orchestra.
Perciò, forse, andrò a Genova. Mi permetta di aggiungere qualcosa
che interessa direttamente la sua rivista pianistica ( Piano Time,
ndr.). In autunno termineremo la registrazione dei 'Concerti per
pianoforte' di Beethoven, e la 'Fantasia corale', con Alicia De
Larrocha e l'Orchestrta della Radio di Berlino. Abbiamo già inciso
il Primo, Terzo e Quinto; usciranno tutti all'inizio dell'85.
A
proposito del concerto dell'altro ieri, il 'Concerto per
pianoforte' n.3 di Rachmaninov l'avevo già diretto, con
Weissenberg e l'Orchestra di Cleveland; da allora mi ero riproposto di
dirigerlo anche in Europa con lo stesso pianista. Poi è venuta la
chance di farlo a Salisburgo, dove mancava da più di un decennio.
Il successo del nostro concerto, merita più alta considerazione,
perché Rachmaninov in Austria è considerato un musicista di
'seconda classe'. Io combatto strenuamente tale opinione e per
dimostralo, l'anno prossimo, porto in tournée la mia orchestra negli
Stati Uniti, con la 'Sinfonia n.2' di Rachmaninov, che considero un
capolavoro nel suo genere.
Insomma può ritenersi
soddisfatto.
Inaugurare
il Festival di Salisburgo è il massimo traguardo per qualunque
direttore. Sebbene si tratti di un traguardo che mette il direttore
in una posizione, fra le più ambite ma anche fra le più scomode.
Non posso dimenticare che sono stato l'unico a succedere a Karajan,
nell'inaugurazione del festival.
I grandi direttori
italiani, Muti o Abbado, non hanno mai avuto tale onore? Abbado,
come anche Muti, hanno diretto e dirigono regolarmente a Salisburgo,
ma non hanno mai inaugurato il festival. Nel mio caso, in
particolare, c'è stato il passaggio dello scettro direttamente dalle
mani di Karajan.
Ora la invidieranno.
Non
può chiederlo a me. Ora, superata questa che considero la prova del
fuoco, sono ormai definitivamente fuori pericolo. L'anno prossimo
tornerò a Salisburgo per la ripresa del 'Macbeth' e per un concerto
ancora con i Wiener Philharmoniker.
( 'Piano Time', anno II,
n.19 - Ottobre 1984)
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giovedì 9 ottobre 2014
VIVE LA CALLAS? LA WARNER RIPUBBLICA TUTTE LE SUE REGISTRAZIONI FATTE IN STUDIO
Un
noto istituto italiano specializzato in ricerche nel campo musicale,
i cui risultati pubblica mensilmente sul bollettino di casa, ha
effettuato un sondaggio dal quale è risultato che Maria Callas è
la 'cantante più importante del secolo scorso', conclusione più o
meno immaginata, ma non ci ha detto se è anche la più popolare. E
allora ci siamo messi a cercare altre prove per avvalorare il
risultato, quasi scontato, di quel sondaggio e per vedere se la
Callas sia anche stata la più popolare, e se valore e popolarità
siano in stretto rapporto. E, infine, quale sia il grado di
popolarità di Maria Callas al momento.
Quale
sistema usare per definire il grado di popolarità di un personaggio
pubblico, un artista conosciuto? La risposta, nè facile né ovvia,
ci ha condotti, attraverso i nostri sistemi poco scientifici, a
ribadire che la popolarità di un personaggio dipende soprattutto
dalla professione svolta e anor più dal mezzo che lo fa conoscere:
Pippo Baudo è certamente più popolare di Carlo Rubbia; almeno così
è risultato a noi; ma mettere sullo steso piano le due professioni
è quasi una bestemmia. Perciò non conta affatto la profesione né
la utilità sociale della medesima; perchè, come nel nostro caso,
incide enormemente sul grado di popolarità il mezzo attraverso il
quale un personaggio viene conosciuto. La televisione, ad esempio,
nel caso di Baudo, per la cui potenza di popolarità si arriva a
dire che 'se non sei in televisione semplicemente non esisti' , è il
mezzo che procura a chicchessia la popolarità più sfacciata.
Stringendo
la ricerca alla musica, nelle varie professioni., ci siamo chiesti
fra cantanti, strumentisti, direttori d'orchestra ed anche
compositori, perché no?, quali musicisti siano più popolari? E se
il palcoscenico sia una cassa di risonanza capace di amplificare la
notorietà degli artisti, al pari della televisione?
Abbiamo
sempre pensato, senza fare ricerche e indagini in tal senso, che la
popolarità maggiore fra i musicisti, l'avessero i cantanti, per la
ragione che moltissimi pensano di poter fare ciò che fa il cantante,
mentre nessuno, ragionevolmente, crede di poter fare quel che fa il
direttore d'orchestra, lo strumentista e, meno ancora, il
compositore. E che il cantante, per tale ragione, è il musicista
con il quale più facilmente ci si identifica e che lo rende popolare
agli occhi di tutti. Come dimostrano, indirettamente, schiere di
imitatori di cui la televisione è piena e con le quali vivacchia in
assenza di idee.
E
perciò cercare i personaggi più popolari fra i cantanti ci era
parsa la strada migliore per proseguire l' indagine. Il che faceva
anche al nostro caso, visto che l'oggetto primo della nostra ricerca
era Maria Callas.
Per
avere una prima conferma abbiamo fatto ricorso all'anagrafe popolare
più vasta ed aggiornata: la rete. Digitando alla rinfusa, nomi di
cantanti, direttori, compositori, strumentisti, abbiamo, ad esempio,
scoperto che Bach ha il numero di annunci maggiore di tutti (
162.000.000. Una vera scoperta!), Mozart 97.000.000 e Beethoven
18.600.000. E che, solo dopo di loro appaiono, per numero di annunci,
i cantanti - i più popolari, naturalmente. Pavarotti, guida la
classifica, con 10.700.000 annunci, Maria Callas 2.080.000; mentre
Verdi è a quota 3.770.000, superato da Puccini che si attesta a
5.140.000. Karajan si ferma a quota 1.410.000, da non credersi; e
Glenn Gould, tanto per citare un pianista fra i più conosciuti ed
idolatrati, ne ha 2.070.000. Sorprendente, ad un passo dalla Callas.
Arturo Benedetti Michelangeli e Cecilia Bartoli, in fondo alla
classifica, con circa 650.000 annunci ciascuno. Neanche a prenderli
in considerazione.
Questa
nostra indagine, non scientifica, ha, secondo noi, il merito di
mettere le cose in ordine, ponendo al vertice della piramide musicale
i compositori, senza i quali Callas e Pavarotti non potevano che
fischiettare canzoni popolari sotto la doccia, o mentre si
sbarbavano, nel caso di Pavarotti. Una vendetta postuma contro quel
modo barbaro di intendere la musica - avallato da una comunicazione
che spara a caratteri cubitali il nome degli interpreti e con
caratteri minuscoli, quasi illeggibili, quello dei compositori - che
mette cioè gli interpreti al primo posto, e poi i compositori.
Bach
è il musicista più popolare di tutta la storia, anche più del
grandissimo, fondamentale Beethoven e dell'amatisimo Mozart. Ed anche
di Pavarotti e Karajan. Pavarotti resta fra i più amati e
conosciuti, ma probabilmente non per il suo valore musicale, bensì
per la bellissima voce, ed anche per la simpatia, oltre che per la
morte recentissima; e, forse, anche di lui fra qualche anno si
perderà ogni ricordo; in quel momento toccherà a qualche casa
discografica tenerne vivo il ricordo, immettendo nuovamente sul
mercato pacchi di dischi.
Il
discorso, attenenndoci al verdetto della rete, è ancor più
sfavorevole per la Callas, almeno per il grado della sua attuale
popolarità, ma, a differenza di Pavarotti, il suo peso musicale è
enormemente più grande, come ha confermato il noto istituto di
indagine musicale. Mentre a rinverdirne la popolarità, ci pensa ora
la sua casa discografica, pubblicando tutte le sue registrazioni
effettuate in studio.
Studiando
il fenomeno Callas abbiamo scoperto che esiste negli archivi della
Fonit Cetra di Torino, il suo primo provino discografico, nel quale
canta 'Casta diva'. Quando in una delle tante ricorrenze si è fatto
ascoltare quel provino, di una giovanissima cantante, la commozione
ha preso tutti.
Del
suo esordio sulle scene in età abbastanza precoce, sotto i
vent'anni, e dei suoi studi alla fine degli anni Trenta, ad Atene,
dove si era trasferita dalla nativa New York ( era nata nel 1923, il
12 dicembre) con Elvira De Hidalgo, la sua maestra cui è rimasta
sempre devota, e con la quale ha mantenuto una fitta corrispondenza
epistolare, si sa tutto
Della
sua scoperta e del successivo esordio italiano, prima all'Arena (
dove il 3 agosto 1947 cantò 'Gioconda', ed aveva 23 anni) e poi
alla Fenice e solo dopo a Firenze, ad opera di una coppia di
musicisti illuminati e di grande fiuto, il direttore Tullio Serafin e
l'organizzatore/musicista Francesco Siciliani, anche. Così Siciliani
ci raccontò l'incontro con la giovane cantante, del quale a distanza
di molti anni ricordava anche il mese ed il giorno:16 ottobre 1948,
“in casa del maestro Serafin con il quale Lei aveva già cantato,
in via dei Monti Parioli, a Roma.
“Alcuni
giorni prima dell'incontro in casa Serafin - ci raccontò Siciliani
all'indomani della mnorte della celebre cantante - ascoltavo
'Tristano' alla radio. Ricordo che l'ascoltai fino alla fine per
conoscere il nome della cantante che interpetava Isotta, dalla cui
voce ero rimasto colpito: Maria Callas. All'epoca ero direttore
artistico del Maggio Fiorentino. Pochi giorni prima di quell'incontro
ricevetti una telefonata angosciata di Serafin. Ho qui con me - mi
disse con voce concitata - una cantante greco-americana che ha già
lavorato con me, ha fatto poi una serie di audizioni, a cominciare
dalla Scala, senza esito. Ora è, di conseguenza, costretta ad
imbarcarsi a Napoli per l'America; non ha soldi e dovrà viaggiare
in classe 'emigrante'. Perchè non viene a Roma per ascoltarla?”
“Incontrai,
dunque, Maria in casa di Serafin: era una donna un po' rotonda, ma
dal vitino stretto e con uno sguardo magico. Una grande personalità.
Serafin si mise al pianoforte e accompagnò la Callas in 'Turandot',
'Gioconda', 'Tristano' ecc... in un repertorio di grande taglio
drammatico. Ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad una cantante
eccezionale. Le chiesi con chi aveva studiato, mi rispose: De
Hidalgo, un grande soprano di coloratura. Ma allora, perché non
interpreta questo repertorio, le chiesi? Perché non me lo fanno
cantare, fu la sua risposta. Mi misi allora io al pianoforte e le
feci cantare 'Puritani'. Mi convinsi immediatamente di aver scoperto
con lei quello che nell'Ottocento era detto 'soprano drammatico di
agilità', che all'importanza della voce univa la possibilità di
fare colorature di espressione, non di solo virtuosismo. Chiamai
subito il sovrintendente fiorentino, Pariso Votto, fratello di
Antonino - il celebre direttore - e gli esposi il caso. Feci fare
alla Callas un contratto triennale per riprendere il repertorio per
il quale sembrava essere fatta la sua voce. Cominciammo con 'Norma',
anche posticipando l'inizio della stagione invernale. Le recite di
'Norma', due appena, ottennero un successo travolgente. Seguirono
'Traviata' e 'Lucia' - in quest'ultima opera fece tremare il teatro,
perché eravamo abituati ad ascoltare Lucia da voci di soprano lirico
leggero. Poi 'Puritani', 'Orfeo ed Euridice' di Haydn, diretto da
Erich Kleiber (padre di Carlos), 'Vespri siciliani', che poi riprese
anche alla Scala, diretta da De Sabata. Per due anni ancora ebbi modo
di lavorare con Lei, facendole studiare un'opera, che poi non è
stata più ripresa, 'Armida' di Rossini, nella quale la Callas
credette di aver raggiunto i vertici dell'arte, ma quei vertici li
raggiunse davvero quando le feci studiare, nonostante la sua
riluttanza, 'Medea' di Cherubini. Dimenticavo: dopo le recite di
'Norma' della fine 1948, a settembre dell'anno dopo, la portai a
Perugia, alla Sagra Musicale Umbra ( il celebre festival di cui
Siciliani è stato per decenni direttore ndr.) dove, interpretò,
dopo pianti e ripensamenti, il 'S. Giovanni Battista' di Stradella in
prima ripresa moderna”.
Questi
i primi anni di carriera, già luminosa, di Maria Callas, raccanotata
dal suo 'scopritore', ruolo nel quale la Callas, a Siciliani,
affiancava Serafin, dal quale riconosceva di aver appreso una grande
lezione: “ recitare attraverso la musica. Mi diceva. Non rendere
Gilda 'graziosa'. Sarà pure vergine, ma non dimenticare che muore
per amore!”.
Dopo
quegli inizi la Callas, nel corso della sua non lunga carriera, operò
una vera rivoluzione nel repertorio operistico, professando la sua
fedeltà assoluta al testo, e sancendo la fine definitiva dell'epoca
d'oro del belcanto. Via le 'belle voci' con il 'cuore in mano' e lo
'spartito in soffitta'. Ebbe scarsa considerazione della tradizione
che definiva ironicamente: 'l'ultima cattiva interpretazione', per
concludere che la tecnica, che possedeva in grado altissimo, doveva
sottoporsi alla necessità drammatica. E così, con tale uso della
tecnica, la poesia faceva il suo ingresso nel mondo
dell'interpretazione vocale. Per questa sua unicità, lei ha fatto
scuola, ma senza avere eredi, contrariamente a ciò che qualche
studioso ebbe a proporre, affermando che se al tempo della Calla
fossero state attive la Caballè o la Sutherland, queste le avrebbero
dato filo da torcere. No, Monserrat Caballè, la più bella voce del
secolo, come anche Joan Sutherland, magnifica cantante, mai e poi mai
avrebbero potuto essere antagoniste della Callas, e tanto meno sue
eredi. Belle voci, ottime interpreti, ma non interpreti di storica
rilevanza.
Un
duro colpo lo diede anche alla sostanziale impreparazione della
critica 'vocalistica' –-che non l'amò - ed alle grosse carenze
della musicologia che, “illuminata dal genio dell' arte vocale e
dal soffio vitalizzante dell' arte tragica della Callas, dovrà
smentire frettolose bocciature, minimizzanti etichettature, e
sghembe suddivisioni gerarchiche di cui erano costellate certe
'Storie della Musica' in circolazione” (Franco Soprano).
Ma
allora la Callas è diventata più popolare di Giuseppe Verdi? Non
sappiamo. In un'asta recente, un pacco di lettere indirizzate alla
sua maestra De Hidalgo ha trovato subito il compratore, e non ad un
prezzo di favore, mentre una bella e storica collezione di lettere di
Giuseppe Verdi è rimasta invenduta. Come spiegarcelo? Non sappiamo.
Noi preferiamo pensare che quella vendita si spieghi semplicemente
con il feticismo nei riguardi di grandi personalità e di ogni loro
cosa, oppure con la semplice, diffusa mania del possesso; e che
Verdi perciò sia - e debba restare - più popolare di Maria Callas.
( Suono. Per gentile concessione)
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mercoledì 24 settembre 2014
Dopo l'addio di Muti reazioni scomposte. Dal Costanzi al Campidoglio tutti matti
Dovevamo assistere anche a questo spettacolo scomposto. Comincia ad essere davvero troppo.
Innanzitutto che si fa con l'inaugurazione della stagione alle porte? La ricetta del sovrintendente Fuortes è un sostituto per il titolo inaugurale. Giusto, ma non va cercato, come vorrebbe il sovrintendente INESPERTO fra direttori giovanotti o di terza o quarta classe. Se Fuortes fosse un sovrintendente all'altezza, saprebbe trovare un direttore degno sostituto, intanto per l'inaugurazione, come Lissner fece alla Scala, chiamando Barenboim. Per un 'direttore musicale' - via quell' incarico buffo di 'direttore onorario a vita' - ci si penserà più tardi. Ma che non può essere, comunque, Rustioni, dove arrivano gli orizzonti musicali di Fuortes.
I sindacati CGIL e FIALS promettono ancora sfracelli, come non fossero già sufficienti quelli prodotti con la loro condotta anti sindacale e a rischio fallimento per il teatro. Non vogliono sentire ragioni, il referendum sull'accettazione del piano di risanamento formulato da Fuortes e dalle necessità di bilancio - che pure ha spaccato letteralmente in due il teatro - lo disconoscono e contestano, e come reazione annunciano altri scioperi. Evidentemente non hanno capito la gravità della situazione e lavorano per la chiusura del teatro. Che Fuortes e Marino, e mettiamoci anche Franceschini, dovrebbero cogliere al volo e mettere in atto. Perchè se la CGIL e la FIALS intendono proseguire con il loro comportamento irresponsabile, venisse anche Karajan redivivo, all'Opera fra breve ci risiamo. E, del resto, non si può far mettere per iscritto agli sciagurati dipendenti sindacalizzati che non sciopereranno più, pena il licenziamento. Fra parentesi, a coloro i quali ironizzano sulle 8 sigle sindacali dei dipendenti dell'Opera, vorremmo ricordare che al Senato o alla Camera le sigle sindacali dei dipendenti sono 23, dunque il cattivo esempio lo dà come sempre la politica; e gli altri lo seguono.
Ma veniamo all'inaugurazione. L'ipotesi pazza prospettata ieri da 'Repubblica' che, ovviamente, ha raccolto le intenzioni di Fuortes e Marino è rimandare l'inaugurazione di due mesi, da novembre a gennaio. Siamo matti? si rendono conto di quale assurda soluzione vorrebbero prospettare. cancellando un titolo si risparmia - è questa la loro drammatica strategia? E a che scopo, far sbollire i furori degli orchestrali sindacalizzati? Ci vuol poco per riattizzarli anche dopo che si sono momentaneamente placati, come è accaduto fra l'estate e queste ultime settimane. La situazione è drammatica e va affrontata e risolta immediatamente, senza attendere un solo istante. Trovare il sostituto per il titolo inaugurale, un sostituto all'altezza del fuggitivo Muti, e, contemporaneamente , pensare ad una trattativa, questa volta articolata e fondata sul dialogo che la precedente non è stato affatto seguito. Ecco perchè diciamo da tempo che Fuortes non sa fare il suo mestiere. Lui viene da 'Musica per Roma', dove non ci sono oltre cinquecento dipendenti, e perciò è facile con tanti stagionali, la quasi totalità di chi lavora all'Auditorium, metterne fuori alcuni e chiamarne altri. Fuortes, con l'aiuto di Marino avrebbe dovuto da subito metter in campo tutte le ipotesi di accordo, senza cedere naturalmente a richieste ormai impossibili da soddisfare e che lascerebbero i problemi irrisolti e pronti a riesplodere alla prima occasione. Un sovrintendente non alle prime armi questo modo di gestire la risoluzione di una crisi lo conosce e sa attuarlo, ecco perché ce ne vorrebbe uno più capace e con maggiore esperienza di Fuortes.
Infine, per tornare al caso di Vincenzo Bolognese che in questi giorni torna ad essere portato a modello del malcostume e dei privilegi dei nostri teatri. Bolognese, spalla dell'orchestra del teatro, forse in permesso artistico, in questi giorni è andato a lavorare, alla testa di un'altra orchestra romana, per un festival fuori Roma, 'Reate Festival' - che brutto nome ! - il cui sovrintendente è una collaboratrice del teatro, pagata e bene dal teatro, il cui presidente è Gianni Letta e fondatore Bruno Cagli. Capite in che pasticci siamo?
Innanzitutto che si fa con l'inaugurazione della stagione alle porte? La ricetta del sovrintendente Fuortes è un sostituto per il titolo inaugurale. Giusto, ma non va cercato, come vorrebbe il sovrintendente INESPERTO fra direttori giovanotti o di terza o quarta classe. Se Fuortes fosse un sovrintendente all'altezza, saprebbe trovare un direttore degno sostituto, intanto per l'inaugurazione, come Lissner fece alla Scala, chiamando Barenboim. Per un 'direttore musicale' - via quell' incarico buffo di 'direttore onorario a vita' - ci si penserà più tardi. Ma che non può essere, comunque, Rustioni, dove arrivano gli orizzonti musicali di Fuortes.
I sindacati CGIL e FIALS promettono ancora sfracelli, come non fossero già sufficienti quelli prodotti con la loro condotta anti sindacale e a rischio fallimento per il teatro. Non vogliono sentire ragioni, il referendum sull'accettazione del piano di risanamento formulato da Fuortes e dalle necessità di bilancio - che pure ha spaccato letteralmente in due il teatro - lo disconoscono e contestano, e come reazione annunciano altri scioperi. Evidentemente non hanno capito la gravità della situazione e lavorano per la chiusura del teatro. Che Fuortes e Marino, e mettiamoci anche Franceschini, dovrebbero cogliere al volo e mettere in atto. Perchè se la CGIL e la FIALS intendono proseguire con il loro comportamento irresponsabile, venisse anche Karajan redivivo, all'Opera fra breve ci risiamo. E, del resto, non si può far mettere per iscritto agli sciagurati dipendenti sindacalizzati che non sciopereranno più, pena il licenziamento. Fra parentesi, a coloro i quali ironizzano sulle 8 sigle sindacali dei dipendenti dell'Opera, vorremmo ricordare che al Senato o alla Camera le sigle sindacali dei dipendenti sono 23, dunque il cattivo esempio lo dà come sempre la politica; e gli altri lo seguono.
Ma veniamo all'inaugurazione. L'ipotesi pazza prospettata ieri da 'Repubblica' che, ovviamente, ha raccolto le intenzioni di Fuortes e Marino è rimandare l'inaugurazione di due mesi, da novembre a gennaio. Siamo matti? si rendono conto di quale assurda soluzione vorrebbero prospettare. cancellando un titolo si risparmia - è questa la loro drammatica strategia? E a che scopo, far sbollire i furori degli orchestrali sindacalizzati? Ci vuol poco per riattizzarli anche dopo che si sono momentaneamente placati, come è accaduto fra l'estate e queste ultime settimane. La situazione è drammatica e va affrontata e risolta immediatamente, senza attendere un solo istante. Trovare il sostituto per il titolo inaugurale, un sostituto all'altezza del fuggitivo Muti, e, contemporaneamente , pensare ad una trattativa, questa volta articolata e fondata sul dialogo che la precedente non è stato affatto seguito. Ecco perchè diciamo da tempo che Fuortes non sa fare il suo mestiere. Lui viene da 'Musica per Roma', dove non ci sono oltre cinquecento dipendenti, e perciò è facile con tanti stagionali, la quasi totalità di chi lavora all'Auditorium, metterne fuori alcuni e chiamarne altri. Fuortes, con l'aiuto di Marino avrebbe dovuto da subito metter in campo tutte le ipotesi di accordo, senza cedere naturalmente a richieste ormai impossibili da soddisfare e che lascerebbero i problemi irrisolti e pronti a riesplodere alla prima occasione. Un sovrintendente non alle prime armi questo modo di gestire la risoluzione di una crisi lo conosce e sa attuarlo, ecco perché ce ne vorrebbe uno più capace e con maggiore esperienza di Fuortes.
Infine, per tornare al caso di Vincenzo Bolognese che in questi giorni torna ad essere portato a modello del malcostume e dei privilegi dei nostri teatri. Bolognese, spalla dell'orchestra del teatro, forse in permesso artistico, in questi giorni è andato a lavorare, alla testa di un'altra orchestra romana, per un festival fuori Roma, 'Reate Festival' - che brutto nome ! - il cui sovrintendente è una collaboratrice del teatro, pagata e bene dal teatro, il cui presidente è Gianni Letta e fondatore Bruno Cagli. Capite in che pasticci siamo?
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venerdì 12 settembre 2014
Il Riccardo (Chailly) della 'Scala d'oro' non ha un cuore di leone
Abbiamo letto sul numero dell'Espresso in edicola, la prima intervista 'esclusiva' al nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala dell'era Pereira ( che però rischia di concludersi anzitempo), che dal prossimo primo gennaio sarà direttore 'principale' al posto di Barenboim , che a maggio, dirigendo 'Turandot' ( di Puccini, con il finale di Berio), aprirà ufficialmente la stagione della 'Scala per l'Expo' e che dal 1 gennaio 2017 sarà direttore musicale del teatro milanese.
Per Chailly si tratta di un ritorno 'in famiglia', ma anche 'di famiglia'. Suo padre è stato direttore artistico della Scala nel triennio 1968-1971, e lui Riccardo, Claudio Abbado volle come assistente per la stagione sinfonica nel 1972, che non aveva ancora vent'anni. Poi dicono che i debutti anzitempo sono un fatto di questi anni recenti, e che allora, al contrario di quel che accade oggi, le famiglie non contavano. Vero, anche a noi risulta che non hanno mai contato, né oggi e neanche ieri!
Comunque Chailly s'è costruita subito una grande carriera debuttando poco più che ventenne nei luoghi musicali che contano, nei due continenti e poi la chiamata a Salisburgo, da karajan in persona, per sostituirlo ai primi anni Ottanta - allora si disse perché non gli poteva far ombra, certo solo a causa della sua giovane età, per buona pace dei maligni - fino agli impegni importanti ad Amsterdam e Lipsia, ma con la mente e il cuore sempre a Milano, alla Scala da dove era partito, incarico che da molto prima di ora egli era convinto di meritare, anche per nascita.
Appena ne avremo il tempo, ricopieremo l'intervista che gli facemmo per 'Piano Time', che all'epoca dirigevamo - in un pomeriggio piovoso a Salisburgo, seduti ad un bar.
Da questa intervista esclusiva non abbiamo appreso granché - prossimamente Chailly esponga senza timore le sue idee sulla Scala - salvo la sua intenzione, condivisa da Pereira, di ritornare alla tradizione che negli anni di Lissner-Barenboim - almeno per il grande repertorio italiano - sembrava essere stata accuratamente sepolta. Ha ragione Chailly quando dice che La Scala deve essere innanzitutto questo, che poi è ciò che è sempre stata. Ed anche ciò per cui il nome della Scala è noto nel mondo.
Una delle poche novità è che lui vuole riportare a Milano tutti quelli che non hanno ancora 'condotto' . I tram? E ' quella becera mania che anche il suo intervistatore, Riccardo Lenzi, mostra da tempo,inglesizzando il nome ( conduttore) ed il ruolo ( conduce) del direttore d'orchestra, che poi fa il paio con quel modo altrettanto barbaro di indicare alcune opere, come il Requiem di Verdi che Chailly preferisce sempre e comunque chiamare il 'Verdi Requiem'. Contento lui!
Viene toccato anche l'argomento 'loggione', sul quale Chailly è allineato a Pereira, sbagliando come lui. Quando la Scala tornerà ad esser il primo teatro del mondo, gli artisti chiederanno, nonostante la marcatura a vista del loggione, di potervi cantare, suonare e dirigere. E' una legge banalissima.
Oggi vi sono grandi nomi convinti di potersi costruire una carriera, girando alla larga dalla Scala, e forse hanno in parte ragione; ma quando la Scala tornerà ad essere il centro mondiale del melodramma italiano ( che è poi il repertorio fra i più alti di ogni tempo. cosa che Lissner e Barenboim hanno volutamente ignorato!) ciò non sarà più possibile, e questo vale anche per Alagna come per la Bartoli ecc...
Noi, poi, vorremmo che a Milano come a Roma, e Chailly vi ha appena fatto cenno, non vi fossero più lotte fra istituzioni che danneggiano tutti; sogneremmo che a Roma, ad esempio, Muti diriga l'Orchestra di Santa Cecilia come Pappano all'Opera; stessa cosa a Milano fra Scala, Verdi ed altre importanti realtà cittadine. Ma forse questo è ancora lontano a venire, perchè i musicisti, anche sommi, sono uomini come tutti, con le loro miserie, meschinità, invidiuzze recondite.
Per Chailly si tratta di un ritorno 'in famiglia', ma anche 'di famiglia'. Suo padre è stato direttore artistico della Scala nel triennio 1968-1971, e lui Riccardo, Claudio Abbado volle come assistente per la stagione sinfonica nel 1972, che non aveva ancora vent'anni. Poi dicono che i debutti anzitempo sono un fatto di questi anni recenti, e che allora, al contrario di quel che accade oggi, le famiglie non contavano. Vero, anche a noi risulta che non hanno mai contato, né oggi e neanche ieri!
Comunque Chailly s'è costruita subito una grande carriera debuttando poco più che ventenne nei luoghi musicali che contano, nei due continenti e poi la chiamata a Salisburgo, da karajan in persona, per sostituirlo ai primi anni Ottanta - allora si disse perché non gli poteva far ombra, certo solo a causa della sua giovane età, per buona pace dei maligni - fino agli impegni importanti ad Amsterdam e Lipsia, ma con la mente e il cuore sempre a Milano, alla Scala da dove era partito, incarico che da molto prima di ora egli era convinto di meritare, anche per nascita.
Appena ne avremo il tempo, ricopieremo l'intervista che gli facemmo per 'Piano Time', che all'epoca dirigevamo - in un pomeriggio piovoso a Salisburgo, seduti ad un bar.
Da questa intervista esclusiva non abbiamo appreso granché - prossimamente Chailly esponga senza timore le sue idee sulla Scala - salvo la sua intenzione, condivisa da Pereira, di ritornare alla tradizione che negli anni di Lissner-Barenboim - almeno per il grande repertorio italiano - sembrava essere stata accuratamente sepolta. Ha ragione Chailly quando dice che La Scala deve essere innanzitutto questo, che poi è ciò che è sempre stata. Ed anche ciò per cui il nome della Scala è noto nel mondo.
Una delle poche novità è che lui vuole riportare a Milano tutti quelli che non hanno ancora 'condotto' . I tram? E ' quella becera mania che anche il suo intervistatore, Riccardo Lenzi, mostra da tempo,inglesizzando il nome ( conduttore) ed il ruolo ( conduce) del direttore d'orchestra, che poi fa il paio con quel modo altrettanto barbaro di indicare alcune opere, come il Requiem di Verdi che Chailly preferisce sempre e comunque chiamare il 'Verdi Requiem'. Contento lui!
Viene toccato anche l'argomento 'loggione', sul quale Chailly è allineato a Pereira, sbagliando come lui. Quando la Scala tornerà ad esser il primo teatro del mondo, gli artisti chiederanno, nonostante la marcatura a vista del loggione, di potervi cantare, suonare e dirigere. E' una legge banalissima.
Oggi vi sono grandi nomi convinti di potersi costruire una carriera, girando alla larga dalla Scala, e forse hanno in parte ragione; ma quando la Scala tornerà ad essere il centro mondiale del melodramma italiano ( che è poi il repertorio fra i più alti di ogni tempo. cosa che Lissner e Barenboim hanno volutamente ignorato!) ciò non sarà più possibile, e questo vale anche per Alagna come per la Bartoli ecc...
Noi, poi, vorremmo che a Milano come a Roma, e Chailly vi ha appena fatto cenno, non vi fossero più lotte fra istituzioni che danneggiano tutti; sogneremmo che a Roma, ad esempio, Muti diriga l'Orchestra di Santa Cecilia come Pappano all'Opera; stessa cosa a Milano fra Scala, Verdi ed altre importanti realtà cittadine. Ma forse questo è ancora lontano a venire, perchè i musicisti, anche sommi, sono uomini come tutti, con le loro miserie, meschinità, invidiuzze recondite.
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mercoledì 30 ottobre 2013
L'invidia è un terribile peccato: Luisi preferito a Chailly dagli orchestrali della Scala? alla fine ha trionfato Chailly
Quando si diffonde la notizia che dal Consiglio di
amministrazione della Scala, e di Alexander Pereira, prossimo sovrintendente, sarebbe venuta l’indicazione del nome di Riccardo Chailly
come successore di Barenboim,
l’Orchestra scaligera, che comunque dovrà esprimere un parere- non vincolante - su tale nomina
eventuale, fa sapere che preferirebbe Fabio Luisi, che negli stessi giorni
dirigeva alla Scala il ‘Don Carlo’ di Verdi. Che Chailly, che ha alle spalle un
curriculum professionale prestigioso al quale
va unito quello anagrafico saldamente ancorato alla città di Milano, sia
il partito migliore è abbastanza evidente. E nonostante ciò,perchè l'Orchestra scaligera che con la lettera del 30 settembre aveva voluto far capire ai dirigenti che voleva contare di più nelle nomine importanti di questi mesi, fa il nome di
Luisi? Senza fare psicologia spicciola, una ragione c’è.
Dappertutto gli stranieri- e tali vanno considerati anche quelli che
vengono da regioni vicine – sono guardati con sospetto, tranne che quando
questi stranieri hanno raggiunto vertici professionali invidiabili; allora
vengono sempre accolti fra due ali di folla plaudente.
L’indicazione di Luisi, verrebbe da coloro i quali non riescono a farsene una ragione del fatto che un loro compagno di studi -
come può essere Chailly nella sua Milano per tanti orchestrali scaligeri - non
possa aver fatto tanta carriera. Fra i leggii scaligeri vi sarà sempre qualcuno che dica: quello
studiava nella mia stessa classe... quante volte gli ho corretto i compiti di
armonia o qualcosa di simile.
Dunque a far uscire il nome di Luisi, è sicuramente l’invidia
per il successo di Chailly che ora, qualche compagno di studi non vorrebbe ritrovarselo a impartirgli ordini dal podio.. Si troverà sempre qualcuno di sposto a giurare che Chailly è
arrivato dove è arrivato perché suo padre , compositore, è stato sovrintendente
della Scala, begli anni in cui il figlio muoveva i primi passi, affiancando
anche Abbado, allora direttore alla
Scala ecc…
Un pò di fango si gettò sul giovane Chailly, allorchè Karajan lo chiamò, nel 1986, ad inaugurare a posto suo il
festival di Salisburgo. Perché Chailly e non un altro direttore del
suo peso? Perché chiamando un altro direttore del suo stesso ‘peso’ avrebbe potuto avere in casa un concorrente, mentre con Chailly non ci poteva essere concorrenza
alcuna, poteva dormire sonni tranquilli.
Sarà stato anche
vero, nel pensiero di karajan, all'epoca - oltre 30 anni fa! - ma poi Chailly ha fatto una carriera
prestigiosissima, ai massimi livelli, ed oggi non si può continuare a pensare
malignamente ma anche stupidamente che quella carriera sia frutto di
privilegi ereditari e comunque immeritata. Solo degli invidiosi- come appaiono oggi gli orchestrali milanesi - possono pensarla così.
E poi, non bisogna dimenticare, a proposito delle 'solide' convinzioni dei componenti l'Orchestra della Scala, che alla fine della recente tournée in Giappone - con un orchestra di sostituti, perché molti titolari s'erano dichiarati indisponibili o indisposti - avevano neppure tanto velatamente criticato Dudamel, lo stesso direttore che due anni fa avrebbero voluto come direttore musicale.
P.S. Pereira ha illustrato all'orchestra il suo piano artistico e fatto il nome di Chailly come prossimo direttore musicale della Scala, e l'orchestra ha acconsentìto
P.S. Pereira ha illustrato all'orchestra il suo piano artistico e fatto il nome di Chailly come prossimo direttore musicale della Scala, e l'orchestra ha acconsentìto
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