Incuriosisce il fatto che si parli ancora di 'giovani' direttori, quando hanno già una quarantina d'anni. E, invece, non dovrebbe incuriosire e neppure meravigliare, perchè il mestiere del direttore ( a differenza di tutti gli altri musicali, compreso quello del compositore, per non parlare anche degli strumentisti, che possono tutti sbocciare molto presto) è un mestiere che si può anche esercitare da giovanissimi, per la gioia del pubblico soprattutto che si intenerisce per il piccolo genio e non distingue più il valore dall'apparenza, ma che si acquisisce con gli anni. E quaranta, nel nostro caso, non sono molti.
Certo si pone, poi, il problema di quando cambiare aggettivo; quando, insomma, un direttore non è più da considerare un 'giovane' direttore, ma un direttore 'adulto', un 'direttore' 'tout court'. Mentre, per gli anni successivi, il problema non si pone: si passa, saltando alcune tappe, immediatamente al direttore 'maturo'.
La settimana scorsa il problema, sotto altra prospettiva , se l'è posto il settimanale 'L'Espresso', con un lungo articolo dedicato ai 'giovani' direttori - nel senso che dicevamo prima - italiani, ed alla tradizione italiana rintracciabile anche nel suono dei nostri solisti e delle orchestre italiane, da cui speso provengono i nostri direttori. Un suono che differisce da quello tedesco, ad esempio, o russo, o americano. Diciamo anche che la conoscenza, vera o data per scontata, del repertorio operistico italiano conta molto per questi direttori chiamati all'estero.
'L'Espresso', passando in rassegna alcune nostre promettenti glorie del podio che si stanno facendo largo anche all'estero, scrive che giovani direttori italiani li troviamo anche in Cina, Australia, Americhe - fuori i nomi!
Ma, mentre il riferimento a Rustioni, come a Battistoni ed anche a Mariotti - il più apprezzato di questi - sembra giustificato, non altrettanto si può dire per Francesco Lanzillotta ed alcuni altri che il settimanale si propone di promuovere senza averne ancora le prove, che non è in grado di fornire, per assenza di capacità di giudizio. Più semplicemente, della sfilza di giovani direttori, di ambo i sessi, Riccardo Lenzi dell'Espresso ha forse sentito solo alcuni, e perciò l'elenco potrebbe averglielo fornito qualche agenzia non troppo disinteressata. E pensiamo ai casi di Matteo Beltrami, Valerio Galli ed altri; mentre diverso, perchè promettente, è il caso di Michele Gamba che Barenboim ha voluto come assistente a Berlino, e una sicurezza è già Lorenzo Viotti.
Analogo discorso meritano le direttrici donne o direttore 'al femminile', come si preferisce dire oggi. Fra tutte emerge Speranza Scappucci (anche Lei ha un piccolo incarico all'estero) ma le altre citate sono oggi semplici promesse, mentre ce n'è qualcuna, ed una in particolare su tutte, da considerare, alla prova dei fatti che volutamente si intendono ignorare, per le ragioni alle quali abbiamo accennato in principio, una promessa mancata, un fuoco fatuo, accesosi per l' ancor giovane età anagrafica e per la bella presenza.
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mercoledì 2 maggio 2018
giovedì 15 marzo 2018
Al Regio di Torino hanno acquistato, a scatola chiusa, un 'pacchetto' dal Teatro di Liegi. Ora scartano il sovrintendente, poi il direttore
Per i verdiani Lombardi alla prima crociata, al Teatro Regio di Torino in aprile, torna sul podio Michele Mariotti, un nostro direttore che sta facendo, come si legge immancabilmente in ogni comunicato, una brillante carriera internazionale e che nel 2016 ha vinto il Premio Abbiati come miglior direttore - una specie di Nobel ed Oscar insieme, assegnato, o elargito, dalla gloriosa compagnia dei critici musicali italiani: roba da niente, ma non essendoci altro, tenuto in grande considerazione. Il seguito delle sue gloriose imprese, soprattutto sul terreno di guerra bolognese, si può ancora leggere tale e quale scorrendo i comunicati stampa di qualunque teatro italiano che si rispetti, dove manca la voglia e la capacità di cambiare neanche una virgola.
Consentiteci una parentesi. Lunga. Michele Mariotti è entrato, in Italia, nel ristrettissimo gruppetto di direttori dei quali non si legge mai nulla che non sia superlativo. Tale gruppetto che è guidato dal nostro Pappano che non ne sbaglia mai una, ne comprende pochissimi altri: ad esempio Chailly. E' da oltre quindici anni in Italia, stabile a Roma, gira il mondo con la sua orchestra ceciliana, e mai una volta ciò che fa non risulta almeno sublime, eccezionale.
Noi conosciamo Pappano da molti anni, e ne abbiamo raccontato la biografia e la veloce ascesa fra i primi, sottolineando il suo impegno e la totale dedizione alla musica, ragione principale se non unica della sua vita. Nonostante ciò siamo convinti che ci sarebbe di tanto in tanto qualche cosa non proprio all'altezza delle sue migliori prestazioni; neanche una diversità di veduta dalla tradizione. No mai nulla.
Anni fa, ad esempio, tanto per dirne una, ascoltando un suo Ciaikovskij - se ben ricordiamo, la Sesta - fummo sorpresi dalla sua quasi incapacità di cogliere, in un movimento intermedio della sinfonia, il secondo, l'Andante con grazia, la 'leggerezza' del brano, come in qualche altro caso 'il comico' (al Rossini del Barbiere, è arrivato tardi!) tendendo egli quasi per natura al 'tragico' . Non è che un esempio. Anche di questa mai nessuna traccia nei continui resoconti dei suoi concerti. Insomma Pappano è più infallibile perfino del Papa, contro il quale negli ultimi mesi si è aizzata una canizza vergognosa.
Ci sovviene, riflettendo, di aver letto una volta qualche appunto, in occasione di una Passione bachiana eseguita all'Auditorium. Il critico di un giornalone faceva notare come la sua impostazione generale non aveva nulla a che fare né con la antica tradizione interpretativa, che potremmo chiamare 'sinfonica', né con quella in voga da almeno mezzo secolo, che viene chiamata per comodità 'filologica'. Insomma si diceva timidamente da parte di qualcuno - che poi evidentemente si è pentito o è stato redarguito al punto che non ha mai più osato esprimere un qualche dubbio sulle sue interpretazioni - che quella sua Passione molto ben curata - come noi sottolineammo in un nostro articolo per Il Giornale - non era nè carne nè pesce.
Ci siamo fatti prendere la mano, uscendo fuori del seminato dal quale eravamo partiti.
Torniamo a parlare del Regio e dell'apertura del pacchetto acquistato in blocco dalla Fondazione italiana in quel di Liegi. In quel pacchetto Liegi vendeva, pro tempore, a Torino la sua direttrice principale Speranza Scappucci - che due anni fa aveva già diretto Cenerentola - per le prossime Nozze mozartiane di giugno, ma intanto si doveva anche prendere il sovrintendente che gliel'aveva prestata, nelle vesti di regista dei Lombardi verdiani. Non c'era altra regia, anche tradizionale come viene cantata quella in arrivo firmata da Stefano Mazzonis, da utilizzare a Torino, anche senza ricorrere ad un nuovo allestimento?
Questa operazione ci sembra simile a quelle, che noi come tutti conosciamo bene, messe in campo dalle agenzie che, vendendo pro tempore un loro cavallo di razza, vero o presunto, gli affiancano anche qualche scartino, prendere o lasciare.
Consentiteci una parentesi. Lunga. Michele Mariotti è entrato, in Italia, nel ristrettissimo gruppetto di direttori dei quali non si legge mai nulla che non sia superlativo. Tale gruppetto che è guidato dal nostro Pappano che non ne sbaglia mai una, ne comprende pochissimi altri: ad esempio Chailly. E' da oltre quindici anni in Italia, stabile a Roma, gira il mondo con la sua orchestra ceciliana, e mai una volta ciò che fa non risulta almeno sublime, eccezionale.
Noi conosciamo Pappano da molti anni, e ne abbiamo raccontato la biografia e la veloce ascesa fra i primi, sottolineando il suo impegno e la totale dedizione alla musica, ragione principale se non unica della sua vita. Nonostante ciò siamo convinti che ci sarebbe di tanto in tanto qualche cosa non proprio all'altezza delle sue migliori prestazioni; neanche una diversità di veduta dalla tradizione. No mai nulla.
Anni fa, ad esempio, tanto per dirne una, ascoltando un suo Ciaikovskij - se ben ricordiamo, la Sesta - fummo sorpresi dalla sua quasi incapacità di cogliere, in un movimento intermedio della sinfonia, il secondo, l'Andante con grazia, la 'leggerezza' del brano, come in qualche altro caso 'il comico' (al Rossini del Barbiere, è arrivato tardi!) tendendo egli quasi per natura al 'tragico' . Non è che un esempio. Anche di questa mai nessuna traccia nei continui resoconti dei suoi concerti. Insomma Pappano è più infallibile perfino del Papa, contro il quale negli ultimi mesi si è aizzata una canizza vergognosa.
Ci sovviene, riflettendo, di aver letto una volta qualche appunto, in occasione di una Passione bachiana eseguita all'Auditorium. Il critico di un giornalone faceva notare come la sua impostazione generale non aveva nulla a che fare né con la antica tradizione interpretativa, che potremmo chiamare 'sinfonica', né con quella in voga da almeno mezzo secolo, che viene chiamata per comodità 'filologica'. Insomma si diceva timidamente da parte di qualcuno - che poi evidentemente si è pentito o è stato redarguito al punto che non ha mai più osato esprimere un qualche dubbio sulle sue interpretazioni - che quella sua Passione molto ben curata - come noi sottolineammo in un nostro articolo per Il Giornale - non era nè carne nè pesce.
Ci siamo fatti prendere la mano, uscendo fuori del seminato dal quale eravamo partiti.
Torniamo a parlare del Regio e dell'apertura del pacchetto acquistato in blocco dalla Fondazione italiana in quel di Liegi. In quel pacchetto Liegi vendeva, pro tempore, a Torino la sua direttrice principale Speranza Scappucci - che due anni fa aveva già diretto Cenerentola - per le prossime Nozze mozartiane di giugno, ma intanto si doveva anche prendere il sovrintendente che gliel'aveva prestata, nelle vesti di regista dei Lombardi verdiani. Non c'era altra regia, anche tradizionale come viene cantata quella in arrivo firmata da Stefano Mazzonis, da utilizzare a Torino, anche senza ricorrere ad un nuovo allestimento?
Questa operazione ci sembra simile a quelle, che noi come tutti conosciamo bene, messe in campo dalle agenzie che, vendendo pro tempore un loro cavallo di razza, vero o presunto, gli affiancano anche qualche scartino, prendere o lasciare.
lunedì 12 marzo 2018
Daniele Rustioni ha fatto quello che Renzi avrebbe dovuto fare: emigrare e non farsi vedere per un pò.
Giunge graditissima la notizia che Daniele Rustioni, l'ancor giovane direttore d'orchestra italiano, sposato ad un'altra nostra eccellenza musicale, la violinista Francesca Dego, è stato nominato direttore dell'Opéra di Lione, seconda in Francia solo a quella di Parigi. Senza dimenticare che anche un altro nostro direttore, pure egli ancor giovane, Andrea Battistoni, ha un incarico stabile in Giappone. Dunque lo scambio di musicisti fra nazioni e continenti esiste e coinvolge anche il nostro paese, dove, ad un italiano - come abbiamo quasi giornalmente accusato - viene sempre immancabilmente preferito uno straniero.
E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a Roberto Abbado (Valencia), e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua improvvisa notorietà?
E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.
La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala, ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti. Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.
Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato' e soprattutto di 'affermazione' all'estero: Amsterdam e poi Lipsia.
Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per scorrazzare anche per l'Italia).
Rustioni così facendo, ha indirettamente voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito. Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema. Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.
E Battistoni e Rustioni non sono che due casi di direttori impegnati all'estero fra i molti altri italiani, da Gatti ( Amsterdam) a Roberto Abbado (Valencia), e financo la Scappucci (Liegi). La quale però, giorni fa, parlando dei suoi prossimi impegni ha dimenticato - garda caso - di citare il suo unico incarico stabile: Liegi. Non le sembra adeguato alla sua improvvisa notorietà?
E ciò nonostante, esiste un male tutto italiano - non ci sembra che all'estero sia altrettanto endemico. E cioè che gli italiani più valenti in ogni campo, musica compresa, prima di essere apprezzati per quel che valgono anche in Italia, devono farsi valere all'estero.
La carriera di Riccardo Chailly non è che un esempio lampante. Debuttò giovanissimo financo alla Scala, ma poi è arrivato sempre secondo; c'era sempre qualcun altro prima di lui, anche se nel suo caso quelli che lo precedevano in graduatoria, si chiamavano Abbado e Muti. Si potrebbe dire una cosa analoga anche di Luisi, che dopo i successi e gli incarichi stabili all'estero ( Dresda, New York) ha ottenuto un incarico a Firenze, succedendo a Zubin Mehta - per quanto il povero ha una bella gatta da pelare, lavorando in un teatro che ha ancora grossi guai, nonostante la presenza finora non brillante del 'salvatore' dei nostri teatri, Cristiano Chiarot.
Chially prima di arrivare alla Scala, nel ruolo che si è ampiamente guadagnato, ha avuto il suo lungo periodo, prima di 'apprendistato' e soprattutto di 'affermazione' all'estero: Amsterdam e poi Lipsia.
Per tornare a Rustioni, il giovane direttore prima di volare a Lione, qualche incarico l'ha avuto in Italia, a Bari ( Teatro Petruzzelli) prima e poi a Firenze ( Orchestra della Toscana). Ora ha pensato bene di andarsene per qualche anno fuori d'Italia, dove ha detto che tornerà molto saltuariamente, almeno fino al 2022, perché fino a quella data il suo calendario di impegni è già completo. E perchè - e questo non ci piace molto - in Italia si programma sempre con troppo ritardo ( la stessa manfrina la fa sempre Cecilia Bartoli che , poi, quando esce un nuovo disco, trova il tempo per scorrazzare anche per l'Italia).
Rustioni così facendo, ha indirettamente voluto dire al fiorentino Renzi che anche lui- come promesso e consigliato da amici- avrebbe dovuto prendere la via dell'esilio rigeneratore, dopo la sconfitta del referendum, senza attendere l'amara conferma delle 'politiche' che hanno praticamente spazzato via dalla faccia dell terra il suo partito. Fai come ho fatto io, caro Renzi - sai bene che le vittorie soprattutto in Italia hanno molti padri, mentre le sconfitte uno solo, come nel tuo caso, dove però le tue responsabilità non sono di poco conto - e come ha annunciato di fare anche il Dibba. Non fare come Veltroni che dopo aver minacciato della sua assenza il paese, anticipando che sarebbe andato a fare il missionario in Africa, s'è riciclato, più comodamente, ancora in Italia, dandosi al cinema. Dove ottiene il successo che negli ultimi anni gli aveva negato la politica, forse anche perché i potenti - compresi quelli di un tempo ma che ancora contano - possono sempre contare su uno stuolo di gente pronto a servirli.
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giovedì 22 febbraio 2018
Coincidenze. Speranza Scappucci e La sonnambula; Maria Grazia Schiavo e La Traviata
Sono solo gli ultimi esempi di una consuetudine bugiarda ed inutile, emersa dalle dichiarazioni di due interpreti, una dopo l'altra impegnate all'Opera di Roma: Scappucci, direttrice di Sonnambula di Bellini, e Schiavo, Violetta nella Traviata di Verdi.
Fiorenza Scappucci ha dichiarato che la prima opera che i suoi la portarono a vedere all'Opera fu proprio La sonnambula, con la quale fu amore a prima vista, e che perciò non vedeva l'ora di dirigerla, come ha appena fatto a Roma, passando molti anni dopo dalla platea alla buca d'orchestra, come era scritto nel suo destino, con Sonnambula sempre nel cuore.
Maria Grazia Schiavo, soprano che solo avanti nella carriera ha cambiato repertorio, passando dal Barocco all'Ottocento, e che ora torna a cantare in Traviata, nel ruolo della protagonista (che già interpretò al debutto della Traviata dei record, nel 2016) ricorda al suo intervistatore che la prima opera che vide, in assoluto, in televisione... indovinate quel fu? Traviata naturalmente. Mai e poi mai, cantando Violetta, sarebbe potuta essere un'altra.
Possibile che ogni volta che un interprete dal podio o sul palcoscenico interpreti un melodramma, debba dire che si tratta della sua opera 'del cuore', della 'preferita', di quella che ha sempre sognato di interpretare e che segnò il primo incontro con il melodramma?
Noi siamo convinti che lo dicano per ogni titolo che stanno interpretando ogni volta. Tanto il pubblico non si cura delle loro dichiarazioni, perdona quelle bugie inutili ed infantili, e poi già il giorno dopo si dimentica di ciò che ha letto il giorno prima, figuriamoci dopo mesi ed anni; ma li attende alla prova dei fatti, gli unici che contano, sia per un'opera considerata ostica che amata, veramente o per opportunismo, sia per quelle viste al primo affaccio in un teatro d'opera o davanti ad uno schermo televisivo o all'ultimo.
Fiorenza Scappucci ha dichiarato che la prima opera che i suoi la portarono a vedere all'Opera fu proprio La sonnambula, con la quale fu amore a prima vista, e che perciò non vedeva l'ora di dirigerla, come ha appena fatto a Roma, passando molti anni dopo dalla platea alla buca d'orchestra, come era scritto nel suo destino, con Sonnambula sempre nel cuore.
Maria Grazia Schiavo, soprano che solo avanti nella carriera ha cambiato repertorio, passando dal Barocco all'Ottocento, e che ora torna a cantare in Traviata, nel ruolo della protagonista (che già interpretò al debutto della Traviata dei record, nel 2016) ricorda al suo intervistatore che la prima opera che vide, in assoluto, in televisione... indovinate quel fu? Traviata naturalmente. Mai e poi mai, cantando Violetta, sarebbe potuta essere un'altra.
Possibile che ogni volta che un interprete dal podio o sul palcoscenico interpreti un melodramma, debba dire che si tratta della sua opera 'del cuore', della 'preferita', di quella che ha sempre sognato di interpretare e che segnò il primo incontro con il melodramma?
Noi siamo convinti che lo dicano per ogni titolo che stanno interpretando ogni volta. Tanto il pubblico non si cura delle loro dichiarazioni, perdona quelle bugie inutili ed infantili, e poi già il giorno dopo si dimentica di ciò che ha letto il giorno prima, figuriamoci dopo mesi ed anni; ma li attende alla prova dei fatti, gli unici che contano, sia per un'opera considerata ostica che amata, veramente o per opportunismo, sia per quelle viste al primo affaccio in un teatro d'opera o davanti ad uno schermo televisivo o all'ultimo.
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