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lunedì 18 giugno 2018

L'Opera di Firenze nel profondo rosso. Dei conti

Da quello che dice il Commissario del Mibact alle Fondazioni liriche, e scrivono anche i giornali, l'Opera di Firenze è nella condizione finanziaria peggiore di tutte le altre fondazioni liriche italiane, perfino dell'Opera di Roma e del Comunale di Bologna, con i suoi  62 milioni  di Euro di debiti pregressi, accumulati negli ultimi decenni, per i quali  Cristiano Chiarot, chiamato da Venezia al capezzale del malato fiorentino gravissimo, che è riuscito a raggiungere il pareggio di bilancio, nulla ha potuto. Anzi, contemporaneamente, ha lanciato l'SOS: servono subito una decina di milioni di Euro, non abbiamo liquidità; e Renzi che, per l'Unità d'Italia, aveva messo nel programma anche un pacco di milioni per il nuovo teatro della sua città, adesso non può fare più nulla, perchè i cordoni della borsa sono passati in altre mani, e quella del Comune,  nelle mani da Nardella, non suona, pechè di fiorini non ne ha più da dare all'Opera.

Colpisce in questa storia il fatto che almeno negli ultimi  due decenni circa siano passati nelle stanze della sovrintendenza fiorentina i big delle istituzioni culturali, che big evidentemente non erano e non sono, pur continuando ad essere considerati tali e ad essere contesi, non appena lasciano, correndo e di notte per non essere raggiunti dagli inseguitori con i forconi, una poltrona.

A Firenze c'è stato Francesco Giambrone, all'inizio degli anni Duemila,  per il successo (di deficit) conseguito a Palermo anni prima, c'è stato anche il 'grande&grosso' direttore generale Nastasi come commissario, c'è stata l'ing. Colombo, Francesca (in arte Micheli), c'è stato uno dei due fratelli che erano gli avvocati di fiducia di Renzi, e cioè Francesco  Bianchi, ed ora Chiarot che certamente ha le mani legate e che forse si è reso conto di aver fatto il passo più grande della gamba, venendo via dalla tranquilla Fenice, ed ora forse medita, prima che sia troppo tardi, di darsela anche lui a gambe levate.

 Bene, tutti questi campioni dell'amministrazione culturale - materia che tutti vanno insegnando nelle università dei loro paesi. Capito a che cosa si sono ridotte le università? - compreso il Commissario Nastasi, nulla hanno fatto per sanare negli anni il debito, nè per ridurlo quantomeno. E tutti sono accomunati dalla stessa tecnica utilizzata per uscire di scena.

Sono sempre andati via prima che scoppiasse il bubbone. Loro  si sono dimessi, dicendo che lasciavano perchè interessati 'ad altri progetti', e l'indomani, puntualmente i giornali scrivevano della difficile, anzi tragica situazione finanziaria del Teatro del Maggio fiorentino. 

Di una in particolare siamo stati testimoni oculari, durante la sovrintendenza Colombo. Recatici a Firenze per intervistare Zubin Mehta,  nella bacheca del teatro, leggemmo del consistente ritardo, forse uno o due mesi, del pagamento degli stipendi per mancanza di liquidità. Anche la sovrintendente Colombo era stata chiamata, dopo il gigante Giambrone, per mettere ordine nei conti. Anche Lei  non riuscì nell'intento, al suo posto Renzi mise Bianchi, e dopo Bianchi, anche lui uscito prima della denuncia del buco profondo del bilancio, è arrivato Chiarot, l'impotente, perchè forse nulla o pochissimo può.

mercoledì 5 aprile 2017

Se il Teatro dell'Opera di Roma con Fuortes è in queste condizioni, che ne sarà del Teatro del Maggio a Firenze, con Chiarot?

Quando Francesco Bianchi decideva di gettare la spugna sull'orlo di una  drammatica crisi di bilancio - l'ennesima - dell'Opera di Firenze, della quale era stato messo a capo prima come commissario e poi da Sovrintendente, il primo nome che  correva sulla bocca di tutti, pensando ad  un  possibile sostituto/ salvatore, era quello di Fuortes che Franceschini ora e Nastasi, per Franceschini, prima, volevano a capo di tutte le fondazioni,  credendolo dotato di capacità taumaturgiche manifestatesi all'Auditorium di Roma - ma solo lì, perchè anche il suo passaggio al Teatro Petruzzelli di Bari, a posteriori, non è stato rose e fiori.

Ma si sa che il 'modello auditorium' non è esportabile per mille ed una ragione, la prima delle quali è che non ha in pianta stabile masse - le definiscono così anche se di qualità - artistiche, come qualunque fondazione lirica; e la seconda che  l'Auditorium con la complessa ricchezza di spazi si presta ad essere affittato per qualunque  manifestazione, alla Coldiretti, agli estimatori del tango o del flamenco, ad una nazione dell'estremo oriente con la cucina in primo piano che ci fa un festival dimostrativo, ai vari festival: filosofia ,scienza, storia, libri e cinema. E poi la pista di ghiaccio a Natale, e le convention di ogni genere, e le riunioni di Confindustria ecc.. ecc... tutte cose che costano poco e rendono molto. Ma forse oggi l'Auditorium batte in ritirata per la concorrenza della Nuvola di Fuksas, all'Eur.
 E poi...poi non va sottovalutato l'apporto finanziario capitolino, forte del quale Fuortes nei dieci anni all'Auditorium viaggiava baldanzoso, perchè garantitogli sempre da governanti amici- e per un pezzo anche da amici 'per caso', Alemanno, che gli mise alle costole Regina (o 'del sigaro toscano') e mandò via Borgna che se la prese molto a ragione. Ora  la giunta Raggi, al contrario, chiederà in cambio qualcosa e forse diventerà più sparagnina - anzi lo è già diventata - con le istituzioni culturali cittadine.

Con un medagliere così rilucente sul petto, il generale Fuortes è apparso al miope Franceschini ed anche a Nastasi, che non poteva muovere la sua mole alla stessa velocità del generale,
un 'cristointerra', capace di fare miracoli nella gestione degli enti culturali. Per questo lo mandarono a Bari, lasciandogli anche la gestione dell'Auditorium (ma forse sarà stato lui a puntare i piedi per tenerselo, non sapendo come sarebbe finita l'esperienza barese), poi  l'hanno voluto commissario dell'Opera di Roma (sempre mantenendo l'Auditorium) fino alla sua nomina a sovrintendente dell'Opera, dopo la quale ha dovuto, suo malgrado, abbandonare l'Auditorium.

Un solo particolare sulla multigestione di Fuortes. Marino, che d'accordo con Franceschini l'aveva nominato, si faceva vanto di avere il 'mejo' sovrintendente in circolazione, a costo zero. Perchè dall'Opera egli prendeva poche migliaia di Euro. Il quale però - ma questo Marino non lo diceva e tanto meno Fuortes - zitto zitto si è sempre fatto pagare il massimo consentito, come del resto sarebbe giusto per un buon amministratore , e cioè intorno ai 240.000 Euro. Infatti a far raggiungere a Fuortes quella cifra ci pensava l'Auditorium.  
Insediatosi come sovrintendete, nessuno ha contestato a Fuortes l'inutile e costosa presenza di due direttori artistici che oggi fanno spendere all'Opera forse più di quanto aveva risparmiato ai primi tempi,  ma sempre tenendo presente che a Fuortes pensava l'Auditorium.

Tornando a noi, Fuortes - secondo il  detto: fatti un nome  poi fotti tutti - Franceschini l'ha voluto come commissario a Verona per salvare l''Arena,  disastrata dal Girondini, pupillo di Tosi ( a che punto il salvataggio  sia oggi non sappiamo); lui resta ancora commissario, nonostante  sia stato nominato un sovrintendente 'a tempo' che Fuortes ha preso dal suo primo domicilio romano: dall'Accademia di Santa Cecilia.

Appena si è  diffusa la voce del disastro fiorentino, il primo nome che s'è ascoltato del salvatore, invocato da tutti, è stato ancor una volta quello di Fuortes.
 Ora dopo la diagnosi impietosa de 'Il fatto quotidiano' che  mette in dubbio il miracolo di Fuortes a Roma, si avrà ancor il coraggio di invocarlo per ogni situazione critica? Forse non più. 'Medice, cura te ipsum' gli direbbero i latini;  e poi, semmai dopo che avrai portato la salute a casa tua - l'Opera di Roma - vai a curare anche altri  'extra moenia'.

Ciò detto, pensando al caso dell'Opera di Firenze, che è ancora più drammatico di Roma, Cristiano Chiarot, appena nominato sovrintendente, non dorme sonni tranquilli. Perchè - e lo sa bene anche lui - Firenze non è Venezia, l'Opera di Firenze non è la Fenice; e un teatro disastrato è più difficile (forse impossibile) da gestire di un teatro che ha i conti quasi in ordine o con qualche buchetto.
Ma allora perché ha deciso di andarsi ad immolare,  a metaforicamente suicidarsi, lontano da casa? Per ambizione? per incoscienza? Per ambizione ed incoscienza insieme? O per i soldi che Franceschini (Renzi) ha deciso di iniettare nelle casse VUOTE e BUCATE del teatro fiorentino?

Ci viene il dubbio che l'allarme lanciato sul Teatro dell'Opera di Roma, preluda ad una iniezione ministeriale di denaro fresco nella speranza, questa volta almeno, che Fuortes il benedetto miracolo di una sana gestione  e del risanamento dei conti riesca a farlo. Inutile sperare nell'aiuto del Campidoglio che ha già fatto capire a Fuortes che non sarà della stessa manica larga dei governi precedenti e che ha già limato il suo contributo che è il più ALTO DI UN COMUNE alla propria fondazione lirica.

E qui si avvera la vecchia profezia/ammonimento di Gian Paolo Cresci : se volete un teatro  di 'rappresentanza' tirate fuori i soldi; perchè quelli che si ricevono normalmente non basteranno mai. Tutti lo criticarono, ma poi quando per qualche tempo ci passò dalle stanze della sovrintendenza del Costanzi, anche l'avvocato   Vittorio Ripa di Meana, anch'egli fece sua quella profezia/ ammonimento/richiesta; ed ora, senza dirlo apertamente, sta per sottoscrivere anche Fuortes. Perché i miracoli non li fa più nessuno. Capito Chiarot?

giovedì 2 marzo 2017

Riccardo Muti torna a Firenze per il G7 della cultura, a fine marzo

Firenze è sempre stata considerata come una sorta di zona franca, fra Milano (Scala) e Roma (Opera), dove, invece, chi ci è passato, prima o poi, ha dovuto pagare pegno. I casi di Abbado e Muti stanno a testimoniarlo.
Sia Abbado, quand'era in vita, che Muti prima di tornare a Roma o a Milano  s'erano fatti ascoltare a Firenze, accampando talora ragioni sentimentali. Nel caso di Muti,  perchè Firenze era stato il suo primo incarico stabile in Italia, dopo la vittoria del Premio Cantelli, chiamatovi da Roman Vlad, la riconoscenza verso il quale Muti ha sempre dimostrato anche  prendendo per mano il suo figlio diletto e piazzandolo all'Opera di Roma, dove forse con le sole sue forze  non sarebbe mai giunto, come anche in altri incarichi sui quali  il grande direttore mantiene una sua influenza, se non diretta, almeno di prestigio.

Comunque resta il fatto che sia Abbado che Muti, in Italia, nei periodi di maretta con le rispettive orchestre di titolarità passata, oltre le orchestre giovanili dagli stessi fondate ( le Orchestre  Mozart e Cherubini), le rare volte che hanno diretto in Italia, hanno diretto a Firenze, l'Orchestra del Maggio fiorentino, fra le più prestigiose. L'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, altra anomalia, nè l'uno nè l'altro  l'hanno diretta per anni; e, nel caso di Muti, crediamo una delle sue rare volte ai tempi di Siciliani, perciò un secolo fa.

Ora Muti torna a dirigere, in due concerti, l'Orchestra fiorentina che da poco ha un suo direttore musicale, in Fabio Luisi, ed un direttore ' a vita', più o meno, in Zubin Mehta che l'ha guidata per anni ed anni. Ma non ha più un sovrintendente, dopo le dimissioni irrevocabili di Francesco Bianchi che ha fatto sapere pubblicamente di aver risanato i conti della Fondazione. E tutti si augurano che sia la volta buona.

Nei giorni scorsi ci siamo permessi di suggerire a Nardella ed anche a Franceschini, ai quali spetta il compito di individuare e nominare il nuovo capo dell'Opera di Firenze, il nome di Carlo Fontana, che, fra tutti i manager  'culturali' in circolazione ed in fondo liberi da incarichi simili è forse il più titolato. Sempre che lui lo voglia e che voglia anche abbandonare la presidenza dell'AGIS, dove sembra essere da anni a 'bagnomaria'. E sarebbe sicuramente la scelta migliore per Firenze. Naturalmente sarebbe opportuno, vista la disponibilità di Bianchi a restare sino alla fine di aprile, che la nomina eventuale di Fontana avvenisse  dopo la fine di marzo, per non  fargli incrociare come padrone di casa Muti, con il quale i rapporti alla Scala non furono alla fine e forse anche durante, sempre felici.
 Dopo la fine di marzo il suo arrivo a Firenze sarebbe provvidenziale.

Ed ora  una noterella sul programma che Muti dirigerà a Firenze: sinfonia da Guglielmo Tell di Rossini, Schubert, Sinfonia n.8, 'Incompiuta' e Brahms, Sinfonia n.2. Un programma che a noi sembra fatto non con la testa e considerando il dovuto peso che si deve alla musica ed alle singole opere.
Due sinfonie, in ciascuna delle due parti del concerto a noi sembrano come buttate lì, specie se consideriamo il senso che soprattutto la sinfonia di Schubert ha nella storia. Il programma ideale anche per il pubblico -  non diverso potrebbe essere il discorso per il primo dei due concerti riservato agli ospiti del G7 che a tutto penseranno tranne che alla musica e che non vedranno l'ora di andarsene via - sarebbe di una prima parte  composta da brani, due o tre, sulla falsariga della magnifica sinfonia rossiniana, che preparano alla seconda, dove da sole la Sinfonia di Schubert o Brahms sarebbero più che sufficienti.

 Noi siamo sempre stati contrari ai programmi maratona, ed a quelli che in quattro serate,  buttate lì due per sera, esauriscono, ad esempio, le sinfonie di Beethoven.  Un simile ciclo con un simile ritmo non giova  né alla musica  né a chi l'ascolta.

 Se poi la scelta di Muti è caduta su quei brani perché li straconosce, come anche l'orchestra fiorentina, in modo che con due prove  possa concertarle, peggio ancora.

venerdì 28 ottobre 2016

L'Arena di Verona commissariata fino a data da destinarsi. E forse stessa sorte per Bologna ed anche per Firenze

L'allarme lo ha lanciato il superquotato sovrintendente Nicola Sani, quando ha dichiarato di aver fatto ogni sforzo, senza riuscire a far rientrare la fronda dei possibili licenziati. O accettano la condizioni  prospettate - ha detto Sani - o il Comunale di Bologna rischia  il commissariamento,  se non anche il fallimento. Un barlume di speranza l'ha acceso l'assessore alla cultura ( c'è sempre qualche magagna nelle leggi che permette di fare favori agli amici . Franceschini potrebbee ripristinare il codicillo che gli consentirebbe in casi particolari di destinare al teatro in difficoltà, un finanziamento supplementare pari agli introiti che il teatro è stato in grado di procurarsi da solo, attraverso sponsor e mecenati).
 Sorte abbastanza simile all'Opera di Firenze, dove il sovrintendente Bianchi aveva detto che poteva chiudere la trattativa e riprendere il  normale cammino entro ventiquattrore. Ma i dipendenti licenziati, per i quali tuttavia erano già aperte le porte degli Uffizi, per accoglierli, non avrebbero accettato. Dunque anche a Firenze commissariamento o fallimento. Commissariamento affidato allo stesso Bianchi che del teatro fiorentino, prima di essere nominato sovrintendente, era stato commissario. Oppure anche a Firenze lo stesso salvataggio prospettato dall'assessore bolognese, con il favore di Franceschini ( potrebbe Franceschini non fare un favore al premier, dando una  mano al teatro della sua città, mentre gli sussurra nell'orecchio. Matteo stai sereno?).
 In caso di commissariamento, naturalmente, occorre pensare ai commissari nell'uno come nell'altro caso. E nell'uno come nell'altro caso non potrebbe certo essere il commissario salvatore d'Italia, Carlo Fuortes.

Come a Verona, dove il ministro ha già deciso: proroga dell'incarico a Fuortes, con l'avallo di Tosi, fino a quando il risanamento non sarà  andato in porto. Con un vantaggio per la Fondazione Arena: risparmio del compenso al sovrintendente che, nel caso di Girondini, era il più alto dì'Italia. Il che vuol dire che se il commissariamento di Fuortes dovesse andare avanti per qualche anno, il risparmio sarà di almeno 240.000 Euro per anno - che non è poca cosa - perché quei soldi Fuortes li prende già dall'Opera di Roma.
Poi, forse Tosi, se resterà lui a reggere la città - ma anche se dovesse succedergli la sua compagna nella vita - rinominerà il suo fedelissimo Girondini: così il risparmio andrà in fumo, e forse l'Arena dovrà essere nuovamente commissariata.
Perchè se si mette allo stesso posto di responsabilità quella stessa persona che ha combinato il disastro protrattosi per anni, vuol dire che si ha la 'capa tosta'. Intendiamo Tosi.

martedì 25 ottobre 2016

Fondazioni liriche italiane . Acque agitatissime

Le notizie che arrivano da molti teatri lirici destano seria preoccupazione. Da Bari, al Petruzzelli, il personale assunto e subito dopo licenziato, a quota 70 circa, vorrebbe essere riciclato in ALES, la società che fa capo al Mibact,  creata in previsione delle varie ristrutturazioni, o dismissioni di personale, cui i teatri stanno mettendo mano, per risanare i conti, ed accedere ai vantaggi della Legge Bray - quella che consente loro di avere denaro fresco onde sanare i buchi, a tassi bassissimi (non come come quelli che concedono le banche,  e da restituire in tempi più lunghi di Equitalia, e che per questo suo incarognimento Renzi pare abbia deciso di sciogliere.
Ristrutturazioni  necessarie in vista del prossimo traguardo legislativo del 31 dicembre 2018, al quale tutte le fondazioni devono arrivare con i debiti da pagare  secondo un piano approvato dal ministero, e con i bilanci in equilibro, pena la decadenza da 'Fondazione lirica' e passaggio nella categoria  'Teatro lirico'. Cosa vorrà dire tale passaggio, cosa significare e comportare è ancora  oscuro. Si prospetta solo un gran pasticcio, nel caso sia possibile uscire ed entrare nel ristretto numero delle Fondazioni.
E' un altro dei casini di Nastasi da inquadrare nel più generale progetto di gettare a mare il patrimonio di esperienze e tradizione dei nostri teatri. Tanto a lui non gliene frega nulla. Un tempo, quando ha dovuto trovar  un posto alla sua mogliettina, ha dovuto creare il Museo del San Carlo.  Allora e per quella ragione forse  gli importava la sorte delle Fondazioni liriche, ma ora che la sua Giulia è diventata anche mamma, non gliene può fregare di meno. La confusione, dal 1 gennaio 2019, sarà grande sotto i cieli melodrammatici d'Italia.
 Continuando nei prelievi delle acque agitate ed insane in cui  sembrano muoversi molte delle 12 fondazioni liriche, c'è il caso del Comunale di Bologna, che si è visto decurtare il FUS perchè la qualità della sua attività artistica non è stata giudicata all'altezza dal Ministero. Chissà come  se la sarà presa  Nicola Sani, il sovrintendente-direttore artistico più richiesto d'Italia, tanto che lavora contemporaneamente oltre che a Bologna, alla Chigiana di Siena, all'Istituto di Studi verdiani di Parma, alla Fondazione Luigi Nono di Venezia, forse ancora alla Fondazione Scelsi, e sicuramente alla IUC di Roma ( speriamo di non averne dimenticata nessuna perchè l'interessato si offenderebbe!).
 Dal suo teatro dovrebbero uscire in 30, assorbiti da ALES, ma i diretti interessati non ci stanno e c'è minaccia di commissariamento od anche i declassamento a breve. Intanto il teatro ha da affrontare assieme alle autorità comunali problemi di pubblica sicurezza, perchè la zona dove sorge lo storico magnifico teatro, è frequentata da tossici ed è spesso teatro di disordini  e contestazioni che coinvolgono anche il teatro.
 Da Bologna a Firenze, nel teatro del premier, dove Bianchi, il sovrintendente, un paio di giorni fa, alle prese anch'egli con la ristrutturazione, fatica a ricollocare 48 dipendenti, assorbibili da ALES, che 'Gli Uffizi'  - ha fatto sapere il suo direttore - accoglierebbero a braccia aperte, ma che loro non accettano. Per cui la vertenza generale che lui diceva di poter chiudere in 48 ore, minaccia ora di concludersi alle calende greche, sempre che il teatro, i cui lavori di completamento sono stati di recente finanziati,  resti aperto.
 A Genova, il Nuovo Carlo Felice, in crisi  perenne da anni, continua a pregare Iddio che arrivino i sospirati 13 milioni della Legge Bray che per partire alla volta delle casse del teatro attendono solo la firma dei ministeri competenti, e subito dopo a stretto giro, anche della Corte dei Conti. Anche per pagare gli stipendi e gli artisti ospiti che potrebbero, perdurando tale situazione di insolvenza, non voler più lavorare al teatro genovese. E allora sarebbe c... amari- come si dice a Roma, e a Genova non sappiamo.
 Alla Scala, invece, ente ormai autonomo come l'Accademia di santa Cecilia- le due eccellenze musicali italiane, per volontà di Nastasi-Ornaghi - i lavoratori presentano il conto. Come ogni anno, avvicinandosi Sant'Ambrogio, al quale sanno di poter domandare miracoli.

giovedì 25 agosto 2016

Francesco Giambrone chiama gli 'amici fiorentini' a Palermo

Il Teatro Massimo di Palermo, senza Francesco Giambrone sarebbe ripiombato nel malaffare nella cattiva amministrazione nei debiti. Anche il diretto interessato ne è convinto. E invece con lui al vertice tutto funziona a meraviglia.
Arrestano il responsabile di sala, per 'collusione' con la mafia, cambia il direttore operativo ( perchè quello che per tanti anni ha guidato il teatro, viene dirottato alla sovrintendenza dell'Orchestra sinfonica siciliana, che dopo l'uscita di Roberto Pagano,  dissennatamente patrocinata dal barone Francesco Agnello, non ha mai trovato pace), riduce le cause di contenzioso di dipendenti con la Fondazione,  e, conseguentemente, anche le spese legali, recupera crediti bloccati dal 2007.

Poi, in prossimità delle elezioni comunali e regionali, o in previsione delle stesse, fa venire da Firenze un nuovo direttore operativo, Elisabetta Tesi, che nell'amministrazione fiorentina ha assunto diversi incarichi. Perchè proprio da Firenze? Gliel'ha suggerita il premier Renzi o il suo vice Nardella?  No, nessun suggerimento esterno.  Decisione di chiamata 'sua sponte'.

Giambrone conosce  Elisabetta Tesi dagli anni in cui egli aveva asunto la sovrintendenza del Teatro Comunale (oggi: Opera di Firenze) in coppia con Paolo Arcà. Incarico dal quale si dimise, ricordate perchè? Per semplici ragioni di bilancio: il solito buco nero della gestione, in conseguenza del quale venne chiamata a Firenze la  commissaria/sovrintendente, ing. Francesca Colombo ( tutti 'franceschi' all'Opera di Firenze negli ultimi anni: Francesco Giambrone, Francesca Colombo, Francesco Bianchi; se non son franceschi non li prendono!).

Negli anni in cui Giambrone era a Firenze, e dunque gli stessi anni per la cui gestione, evidentemente non positiva, si dovette rimandarlo - con la coda fra le gambe, come si dice -  a Palermo ( dove, ironia della sorte, insegnava anche all'Università 'buona gestione delle imprese culturali'; e dove  con il ritorno di Orlando al Comune, ha potuto ripetere la stessa ascesa di molti anni prima: prima supporter del sindaco, poi assessore e poi di nuovo al Massimo, scippandolo a Cognata) e chiamare a Firenze la Colombo per metterci una toppa, Elisabetta Tesi aveva al Teatro Comunale  il medesimo incarico che ora ha assunto a Palermo.

Dunque Giambrone per un incarico così delicato, non fidandosi dei palermitani,  chiama direttamente ad occuparlo una persona 'fidatissima' che ha lavorato con lui quando era sovrintendente a Firenze (lui per prevalenti meriti politici: suo fratello senatore e ai vertici del partito che fu di Di Pietro, anche in Sicilia, e di Orlando!) e che ha dovuto in quegli anni, assieme a lui, firmare bilanci quasi sempre con buchi, facendo piombare, con il contributo di entrambi, l'Opera di Firenze in una situazione economica quasi fallimentare che la Colombo non è riuscita a sanare e forse neppure Francesco Bianchi riuscirà, ora che il debito complessivo si è fatto grande quanto una montagna.

Illazioni, accuse? Semplici  logiche riflessioni alla luce dei fatti. Comunque ad Elisabetta Tesi i migliori auguri di sana gestione. Augurandole che, ad elezioni avvenute, nel caso il partito di Orlando dovesse perderle e Giambrone fratello lasciare l'incarico al Massimo, il suo successore - come di regola - non abbia ad accusarlo di cattiva amministrazione, nella quale necessariamente, sarebbe coinvolta anche lei, direttore amministrativo della Fondazione, e tornarsene a Firenze


lunedì 18 luglio 2016

ANFOLS:Fondazioni lirico sinfoniche italiane. Firenze maglia nera; il Petruzzelli va difeso; a Genova Franceschini mandi i soldi

La lettura della stampa sul sito delle Fondazioni lirico sinfoniche italiane( ANFOLS) è molto istruttiva. Innanzitutto i ritagli stampa arrivano direttamente dall'AGIS. Quella stessa AGIS che, nella sezione regionale pugliese, per bocca del suo presidente, vorrebbe che il Petruzzelli, teatro, diventasse come un residence con parecchi inquilini, fra i quali anche la Fondazione lirica. Che la proposta venga da una associazione di spettacolo, anzi dall'associazione nazionale dello spettacolo, è davvero  imbarazzante, impressionante. Perché se tale associazione ed i suoi uomini non capiscono la differenza fra un affittacamere ( o spazi) ed una fondazione lirica che  si sta rimettendo in carreggiata con una produzione sempre più ricca come quella pugliese, chi altro volete che capisca  questi problemi?
 Insomma il presidente dell'AGIS Puglia non si scaglia contro i malfattori che per anni hanno rubato o fatto il buono e cattivo tempo sotto il cielo pugliese della musica, e vuole ripulire l'immagine affittando il teatro per risanare i conti e riempire le casse. Tanto a lui- par di capire- della qualità degli spettacoli, minati da un simile traffico, importa zero.

Da Genova il sovrintendente che faticosamente sta tentando di risanare la fondazione lirica dice che non ha soldi per pagare gli stipendi. E sapete perchè? Perchè il solerte ministro Franceschini che trova soldi per costruire la platea al Colosseo, non gli fa arrivare i soldi  della Legge Bray già stanziati per quel teatro ma non ancora erogati. E c'è cho teme che tale ritardo possa nascondere qualche insamo progetto del ministro. C'è però anche una notizia che induce a riflettere sul nuovo  Teatro Carlo Felice. Si legge  nella rassegna stampa dell'ANFOLS che  la macchina scenica - modernissima- ha bisogno di esser ristrutturata. Ma come, già da ristrutturare ed ammodernare, una macchina scenica della quale si diceva che era troppo moderna e all'avanguardia quando fu costruita?

Infine  di Firenze, teatro del premier e del sindaco diplomato in Conservatorio,  ormai  sono anni che si va dicendo che è in crisi. Nel corso di  una nostra visita, ai tempi dell'ing. Francesca Colombo, in bacheca si avvertivano i dipendenti che il pagamento degli stipendi, causa mancanza soldi in cassa, sarebbe stato ritardato. Poi la Colombo , che aveva presentato un suo piano di risanamento dei bilanci che evidentemente non ebbe esito positivo, venne licenziata, ed al suo posto messo il commissario Francesco Bianchi, uomo di fiducia del premier e del sindaco Nardella. Lui avrebbe risanato tutto. Successivamente, del risanamento non si ebbe più notizia, ma  Bianchi venne nominato sovrintendente. Solo allora il problema del risanamento riemerse. Il premier ha trovato i soldi per completare il nuovo teatro dell'Opera di Firenze - come ora si chiama - ma i bilanci con  Bianchi, non sarebbero più in profondo rosso ( ma c'è anche chi non nutre tale certezza), il debito invece viaggia sui 70 milioni di Euro.
Ed ora che si fa? Mancano parecchie decine di milioni di Euro,  senza i quali il nuovo teatro dell'Opera di Firenze e tutta la sua macchina artistica falliranno. Ma i soldi non bastano, dice e pensa il ministro. Occorre una legge. E qui i nostri timori sulle capacità riformistiche di Franceschini si fanno più seri, specie dopo aver appreso delle sue 'trame' politiche per prendere il posto di Renzi, casomai debba  dimettersi per qualche ragione. E a preoccuparci c'è anche la notizia della visita ufficiale di Nardella a Franceschini, il quale insiste - e qui ci spaventiamo - che sta preparando una riforma di sistema, perchè una nuova iniezione di soldi - così la pensa il ministro -  non è sufficiente a sanare una volta per tutte le fondazioni liriche italiane.
Lo scenario che qualche  giornalista va dipingendo sul futuro assetto delle fondazioni italiane è  dranmatico e raccapricciante. Si racconta della distruzione del sistema delle Fondazioni liriche italiane, riducendole in maniera considerevole di numero. Nel frattempo si insiste per la ricostruzione della platea del Colosseo, dove forse Franceschini pensa di spostare gli spettacoli d'opera all'aperto, dalle distrutte (chiuse) fondazioni.

domenica 10 aprile 2016

Francesco Girondini costretto da Tosi a salvare l'Arena di Verona, che ora è messa in liquidazione coatta per fallimento

Quando un anno fa circa si  trattò di nominare il nuovo sovrintendente dell'Arena di Verona, c'è stata una sollevazione generale contro il sovrintendente uscente, Francesco Girondini, definito dai più accomodanti : un incapace,   convinti che neanche un secondo bacio di Tosi sarebbe riuscito a trasformarlo da rospo in principe azzurro. Si ricordi per per qualche anno Girondini è stato anche a capo dell'Associazione che riunisce le Fondazioni liriche italiane.
Tosi  impartì l'ordine al consiglio di indirizzo dell'Arena di rinominare Girondini, il quale fu  confermato con il voto unanime del consiglio salvo uno, che naturalmente non conta in democrazia, mentre contò, prevalendo, la volontà del sindaco che lo volle ad ogni costo, sicuro che avrebbe sanato il buco del bilancio - avvalendosi della Legge Bray - che ammontava a 25.000.000 di Euro, una cifra certo alta, ma che per i bilanci enormi della grande Arena sono quisquilie.
Ad un anno di distanza dalla sua riconferma, o poco più, Girondini ha dovuto alzare le mani in segno di resa, non riuscendo a ricorrere alla Legge Bray, perchè il risanamento non è roba per lui, in quanto non è riuscito a convincere i lavoratori  della Fondazione ai piccoli sacrifici  necessari per ottenere il beneficio della legge che concede prestiti a prezzi di favore con l'obbligo però, scritto e circostanziato, di avviare un piano di risanamento.
 Ha minacciato licenziamenti, esuberi, aiutini per uscite anticipate, ma alla fine non è riuscito a combinare nulla, mentre il suo sponsor, Tosi, era occupato a procurarsi un progetto di copertura dell'Arena ( sperando inconsciamente di coprire anche la vergogna della scandalosa  gestione della fondazione?) per utilizzare quell'enorme spazio durante tutto l'anno e per tutti gli usi possibili. Insomma un teatro storico affidato a mani barbare.
E alla fine,  Girondini, il sovrintendente più pagato d'Italia( 250.000 Euro!), se Tosi non lo mette come commissario di se stesso per non  fare emergere  le infinite incapacità e forse anche le  irregolarità della sua gestione areniana, esce di scena, costrettovi dalla sua stessa incapacità.
 Che invece non hanno dimostrato in analoghe circostanze, dopo i passi falsi in partenza, nè Fuortes a Roma, il quale dopo quella pazza uscita della 'esternalizzazione' ha fatto marcia indietro trattando con orchestra ed altri lavoratori dell'Opera di Roma; nè Francesco Bianchi  a Firenze, dove anche l'Opera del premier Renzi rischiava di finire allo stesso modo travolta dai debiti (in realtà, da qualche sussurro che emerge dal silenzio del nuovo teatro, si capisce che i lavoratori non sono del tutto convinti dei bilanci in ordine; temono lo siano solo in apparenza e che in ogni momento potrebbe scoppiare il bubbone).
 Tosi getta acqua sul fuoco, assicurando che la prossima stagione estiva, per la quale da tempo ci sono prenotazioni da parte di tour operator, si svolgerà regolarmente con il calendario già noto, e sarà gestita dal Comune.
 Ora, con tutto il credito che si vuole e si può fare a Tosi, si capisce che  ci saranno dei contraccolpi negativi  a seguito di questa  vergognosa faccenda, alla quale , per responsabilità dello stesso Tosi, non s'è voluto porre rimedio, quando  ancora si poteva  e si doveva, affidando le redini dell'Arena ad altri più competenti e dalle capacità di gestione, anche sindacale, comprovate.