La SCEMA MADRE conclusiva dell'opera di Bizet che Chiarot ha suggerito al regista non è piaciuta, come si aspettava. Non è piaciuta a gran parte del pubblico, non è piaciuta alla critica, non è piaciuta affatto a giornalisti ed intellettuali (da Facci a Mattia Feltri, a Massini, a Gramellini,a Sgarbi rispettivamente su Libero, La Stampa, Repubblica,Corriere, Giornale) che hanno ironizzato e sbeffeggiato il sovrintendente - improvvisatosi drammaturgo e letterato. E piaciuta oltre che a Chiarot, a Muscato ed anche a Nardella. Direte che c'entra Nardella? C'entra appunto come il cavolo all'opera, ma c'entra. Loro hanno rappresentato la triade felice della trovata e del risultato sul pubblico che ha già mandato esaurite tutte le recite (senza incidenza alcuna della notorietà e popolarità dell'opera?); ma per questo aspettiamo che vengano resi noti i biglietti venduti e di incassi. Contano i numeri, le chiacchiere propagandistiche stanno a zero
Chiarot, gongolante di gioia per il chiasso, perfino di alcuni giornali stranieri, noncurante degli sberleffi, sta già pensando a come far parlare dell'Opera di Firenze in futuro, qualora altro argomento non ci fosse per farlo. Pensa già alla fine di stagione quando ha assoldato il regista fantasista Francesco Micheli, provenienza Sferisterio di Macerata e stabile a Bergamo, per Donizetti, per la cosiddetta 'trilogia' verdiana
(Traviata, Rigoletto, Trovatore). Sicuramente ne vedremo delle belle, e già qualche indiscrezione sulle future riletture è venuta fuori. Ne riparleremo.
Intanto sta pensando alla Variazione n.2 sulla Carmen, con o senza Muscato, alle prossime repliche che torneranno regolarmente, in questa e nelle prossime stagioni fiorentine, visto il successo presente.
La Variazione n.1, in scena in questi giorni, prevede che Carmen, braccata dal suo vecchio spasimante che la perseguita, onde evitare un femminicidio ante litteram, gli spara e lo fa secco (non importa se alla 'prima' la pistola ha fatto cilecca con grande divertimento del pubblico, che ha dovuto fino alla fine dell'opera l'annunciata ma ormai famosa 'SCEMA MADRE').
Chiarot, nella rilettura di Bizet volendo essere corretto oltre misura, non si è accorto che la signora, anzi sigaraia, meglio zingara, aveva una pistola con la quale ha capovolto l'esito finale, precedendo Don Josè, nell'atto criminoso contro di Lei. Qualcuno, sommessamente, glielo ha fatto notare al neo drammaturgo fiorentino: la signora, pardon: sigaraia ( una zingara assunta al monopolio? solo a Firenze, in teatro, si può) e zingara ( ovvio, con la pistola in tasca), per evitare un omicidio sì è resa Lei colpevole di altrettanto misfatto. E allora il neo drammaturgo intende correre ai ripari, ipotizzando la Variazione n.2 della SCEMA MADRE, che andiamo a raccontarvi.
Innanzitutto viene confermato che la SCEMA MADRE sarà la scena finale e resterà quella, per far godere al pubblico per intero l'opera e per lasciare forte la suspence di come finirà la prossima volta, volendo eliminare l'omicidio del quale si macchia Carmen e non Don Josè, come voleva quell'idiota di Bizet.
Allora raccontiamola questa Variazione n.2 . Mentre nell'Arena il toreador Escamillo s'è fatto incornare dal toro - e dunque fuori un amante di Carmen - nei paraggi dell'Arena Don Josè, tenta ancora una volta di far tornare Carmen da lui. L'abbraccia, la stringe forte, la bracca letteralmente, Lei tenta in tutti i modi di liberarsi dalla stretta, lui allora estrae la pistola dalla foderina e nella colluttazione con la sua ex, invece di uccidere Lei parte un colpo e lui cade a terra morto. Suicidato.
Lei non contenta, tira fuori il coltello a serramanico, dotazione di base di ogni zingara professionista, si avventa su Don Josè, e gli infila la lama nel petto, gridando di fronte alla folla, che uscita dall'Arena aveva fatto capannello intorno a i due;' Muori scellerato cadavere!". E questa sarebbe la prima delle due varianti del libretto da introdurre a seguito della Variazione n.2. Poi, muovendo i fianchi come solo Lei sapeva, si fa largo fra i curiosi e va via, mentre questi - e qui sarebbe la seconda variante del libretto - gridano: "Scemi, Scemi".
Resta da spiegare all'indirizzo di chi quel grido d'insulto. Secondo il drammaturgo, all'indirizzo dei protagonisti. Starebbe a dir loro, specie al defunto Don Josè: come si può ancora oggi uccidere o uccidersi per un donna, quando di donne libere ve ne è tantissime? Questa l'interpretazione del drammaturgo. Secondo il pubblico, invece, 'SCEMI, SCEMI' era per Chiarot, Muscato e Nardella - mettiamoci pure lui, altrimenti nessuno lo prende in considerazione - rispettivamente suggeritore/impositore, realizzatore e utilizzatore finale ( per i benefici che porterà alle casse del teatro) della SCEMA MADRE. Chiarot fa capire che la metterà in atto, a sorpresa, senza preavviso.
Ci sarebbe anche una Variazione n.3 per la Carmen 'da Bizet', di Chiarot, che però Muscato ha solo
ipotizzato senza intenzione di verificarne l'efficacia. E cioè rispondere alla proposta del sovrintendente, come avrebbe potuto e non ha voluto, senza mezzi termini: 'ma che c... dici?'.
Bene ha fatto a non metter in atto tale Variazione n.3, perchè la risposta del sovrintendente possiamo brevemente dargliela noi, che quando ci siamo opposti alla sua proposta, al tempo della nostra consulenza, per conto della Rai, per il Concerto di Capodanno, di aprire il Concerto televisivo con una nuova composizione di Giorgio Battistelli, siamo stati accusati da Chiarot di 'lesa maestà' e costretti ad annullare la consulenza, mentre, proprio l'anno prima, siamo anche dovuti intervenire a calmare una solista - che il teatro aveva scritturato, non noi - presa dal panico, pochi minuti prima di cantare. L'abbiamo tranquillizzata noi, poi sono accorsi in camerino sia Chiarot che Ortombina.
Stessa sorte è toccata ad altra persona, incaricata dalla Fenice, e dal teatro pagata, di tenere i rapporti del teatro con la Rai, il cui rapporto di consulenza è stato, per una ragione assai simile, interrotto, dopo quasi un quarto di secolo. Mentre prima, e assai spesso, lo steso sovrintendente Chiarot incaricava di trattare con i sindacati che, in occasione del Concerto di Capodanno, erano quasi sempre sul piede di guerra, e che lui evidentemente non riusciva a convincere a sotterrare l'ascia di guerra. Dunque guai ad opporsi alla sua volontà.
Concludendo, Muscato può anche ripensarci alla prossima proposta di SCEMA MADRE, e mettere in atto la Variazione n.3, sappia però che potrebbe toccare la stessa sorte che toccò anche a noi. Se se la sente, lo faccia. Tanto Carmen di Bizet vivrà, nonostante Chiarot.
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martedì 9 gennaio 2018
giovedì 21 dicembre 2017
A proposito dello 'Chénier' su Rai 1, a Sant'Ambrogio, interviene il 7 del Corriere della Sera
Ieri, su 7- settimanale del 'Corriere', diretto da Severgnini - è intervenuto Matteo Persivale ("che, per la prima volta , scrive di televisione", sottolinea il settimanale) per parlare della 'prima' scaligera di quest'anno, trasmessa in diretta su Rai 1, che ha avuto un buon ascolto, sopra i 2.000.000 di telespettatori - 600.000 in meno rispetto allo scorso anno quando il titolo era più popolare - ma comunque un ascolto che incoraggia a proseguire.
Contento il direttore generale, scrive Persivale, contento Teodoli, direttore di Rai 1, contenta Calandrelli, direttora di Rai Cultura, dalle cui sinergie tecniche e artistiche è scaturita la diretta.
Dunque tutti contenti? Sì e no. La Rai non si può ricordarsi dell'opera solo una volta l'anno e per il resto considerarla una penitenza alla quale non vale la pena sottoporre i poveri telespettatori. Poveri un corno. Tutto il mondo ci invidia l'opera che noi italiani abbiamo inventato agli inizi del Seicento; tutto il mondo l'apprezza al punto da frequentare i nostri teatri come facciamo noi, ma più pigramente, tutte le televisioni la trasmettono REGOLARMENTE, l'Italia no. L'anacronismo sta proprio qui, e non viene cancellato dalla diretta televisiva in occasione dell'inaugurazione di stagione alla Scala.
Teodoli, più di Orfeo, sa bene che anni fa, ormai quindici, esisteva una bella trasmissione, All'Opera!, trasmessa d'estate, per sei anni consecutivi da Rai 1 in seconda serata, in cicli di dieci titoli per volta, che teneva viva la tradizione del melodramma in Italia. Con la partecipazione di Antonio Lubrano, faceva buoni ascolti, ma mentre interessava al pubblico televisivo alla dirigenza Rai non interessava neanche un pò, così che alle prime obiezioni ha preferito cancellarla, fra mille proteste e con la promessa che sarebbe tornata. Promessa ovviamente non mantenuta.
E' chiaro che una rondine - la prima scaligera - non fa primavera neanche nel settore del melodramma. E allora che fare?
La Rai si può impegnare ad essere più sollecita e presente nel riprendere e mandare in onda altri spettacoli d'opera? Non pare; ma se, invece, ci sbagliamo, ci faccia sapere i suoi programmi 'operistici' futuri, per lo meno quelli della stagione corrente ed estiva, quando l'Italia pullula di festival anche operistici.
Ma per non far dire, a seguito di eventuali risultati poco lusinghieri, ai dirigenti Rai che 'l'opera non si addice alla tv', come sosteneva anche quel sapientone di Guglielmi, iscritto di diritto al club degli analfabeti musicali, bisogna che Rai e Rai Cultura cui sono demandate alcune decisioni in proposito, si diano da fare.
Rai Cultura deve acquisire COMPETENZA e AUTOREVOLEZZA- che evidentemente ancora non ha - per trattare con le istituzioni musicali in Italia, con le quali deve poter concordare i titoli da riprendere e trasmettere. Anche Persivale insiste sull'argomento. Non si possono trasmettere titoli sconosciuti che potrebbero far desistere per l'ennesima sciagurata volta la Rai dal trasmetterli. Insomma Rai Cultura deve andare a dire a brutto muso alla Scala. l'Attila di Verdi ( programmato per la prossima inaugurazione) non fa per noi. Volete fare Attila, nessuno ve lo proibisce, ma per carità programmatelo in altra data ( Noi questo l'abbiamo scritto su questo blog, già molti giorni fa!)
Per fare questo Rai Cultura e Rai 1 deve poter trattare con le istituzioni. Un esempio. per una decina di anni e passa, noi, per conto della Rai, abbiamo seguito la formulazione del programma del Concerto di capodanno dalla Fenice (vi abbiamo raccontato tante volte questa storia, finita senza una ragione plausibile, col risultato che i telespettatori, nel giro di tre anni sono crollati di quasi 800.000). Teodoli conosce bene questa storia perché l'ha vissuta direttamente ed anche in loco tutti questi anni!
Negli anni in oggetto abbiamo fatto una fatica del diavolo per convincere il direttore artistico e sovrintendente del teatro veneziano che certi titoli di quel programma non andavano bene, per un concerto trasmesso in tv, all'ora di pranzo, in un giorno di festa. Più o meno, ma sempre on grande fatica, ci siamo riusciti. Quando abbiamo abbandonato quell'impegno, la direzione artistica del teatro s'è data a programmare titoli assolutamente inadatti; e il risultato dell'Auditel , prevedibile, ci ha dato ragion, come attestano gli 800.000 telespettatori in meno in soli tre anni.
Vogliamo dire che Rai e Rai Cultura devono imporsi con le Istituzioni, anche con la Scala, trattando da pari, perché la trasmissione tv comporta alcune regole e questa vanno osservate anche da chi si affaccia in tv poche volte l'anno.
Adesso, invece, Rai e Rai Cultura vanno col cappello in mano alla Scala, o accettano senza fiatare il programma del Concerto di Capodanno della Fenice. Ma per cambiare musica deve dotarsi di consulenti o dirigenti all'altezza, per competenza e autorevolezza. Che ora non ha. Sia chiaro non ci stiamo candidando noi. Noi siamo in età di pensione, abbiamo già dato e fatto egregiamente il nostro lavoro; ma qualche consiglio, come questo, ancora possiamo offrirlo, augurandoci che il destinatario ne faccia tesoro.
Contento il direttore generale, scrive Persivale, contento Teodoli, direttore di Rai 1, contenta Calandrelli, direttora di Rai Cultura, dalle cui sinergie tecniche e artistiche è scaturita la diretta.
Dunque tutti contenti? Sì e no. La Rai non si può ricordarsi dell'opera solo una volta l'anno e per il resto considerarla una penitenza alla quale non vale la pena sottoporre i poveri telespettatori. Poveri un corno. Tutto il mondo ci invidia l'opera che noi italiani abbiamo inventato agli inizi del Seicento; tutto il mondo l'apprezza al punto da frequentare i nostri teatri come facciamo noi, ma più pigramente, tutte le televisioni la trasmettono REGOLARMENTE, l'Italia no. L'anacronismo sta proprio qui, e non viene cancellato dalla diretta televisiva in occasione dell'inaugurazione di stagione alla Scala.
Teodoli, più di Orfeo, sa bene che anni fa, ormai quindici, esisteva una bella trasmissione, All'Opera!, trasmessa d'estate, per sei anni consecutivi da Rai 1 in seconda serata, in cicli di dieci titoli per volta, che teneva viva la tradizione del melodramma in Italia. Con la partecipazione di Antonio Lubrano, faceva buoni ascolti, ma mentre interessava al pubblico televisivo alla dirigenza Rai non interessava neanche un pò, così che alle prime obiezioni ha preferito cancellarla, fra mille proteste e con la promessa che sarebbe tornata. Promessa ovviamente non mantenuta.
E' chiaro che una rondine - la prima scaligera - non fa primavera neanche nel settore del melodramma. E allora che fare?
La Rai si può impegnare ad essere più sollecita e presente nel riprendere e mandare in onda altri spettacoli d'opera? Non pare; ma se, invece, ci sbagliamo, ci faccia sapere i suoi programmi 'operistici' futuri, per lo meno quelli della stagione corrente ed estiva, quando l'Italia pullula di festival anche operistici.
Ma per non far dire, a seguito di eventuali risultati poco lusinghieri, ai dirigenti Rai che 'l'opera non si addice alla tv', come sosteneva anche quel sapientone di Guglielmi, iscritto di diritto al club degli analfabeti musicali, bisogna che Rai e Rai Cultura cui sono demandate alcune decisioni in proposito, si diano da fare.
Rai Cultura deve acquisire COMPETENZA e AUTOREVOLEZZA- che evidentemente ancora non ha - per trattare con le istituzioni musicali in Italia, con le quali deve poter concordare i titoli da riprendere e trasmettere. Anche Persivale insiste sull'argomento. Non si possono trasmettere titoli sconosciuti che potrebbero far desistere per l'ennesima sciagurata volta la Rai dal trasmetterli. Insomma Rai Cultura deve andare a dire a brutto muso alla Scala. l'Attila di Verdi ( programmato per la prossima inaugurazione) non fa per noi. Volete fare Attila, nessuno ve lo proibisce, ma per carità programmatelo in altra data ( Noi questo l'abbiamo scritto su questo blog, già molti giorni fa!)
Per fare questo Rai Cultura e Rai 1 deve poter trattare con le istituzioni. Un esempio. per una decina di anni e passa, noi, per conto della Rai, abbiamo seguito la formulazione del programma del Concerto di capodanno dalla Fenice (vi abbiamo raccontato tante volte questa storia, finita senza una ragione plausibile, col risultato che i telespettatori, nel giro di tre anni sono crollati di quasi 800.000). Teodoli conosce bene questa storia perché l'ha vissuta direttamente ed anche in loco tutti questi anni!
Negli anni in oggetto abbiamo fatto una fatica del diavolo per convincere il direttore artistico e sovrintendente del teatro veneziano che certi titoli di quel programma non andavano bene, per un concerto trasmesso in tv, all'ora di pranzo, in un giorno di festa. Più o meno, ma sempre on grande fatica, ci siamo riusciti. Quando abbiamo abbandonato quell'impegno, la direzione artistica del teatro s'è data a programmare titoli assolutamente inadatti; e il risultato dell'Auditel , prevedibile, ci ha dato ragion, come attestano gli 800.000 telespettatori in meno in soli tre anni.
Vogliamo dire che Rai e Rai Cultura devono imporsi con le Istituzioni, anche con la Scala, trattando da pari, perché la trasmissione tv comporta alcune regole e questa vanno osservate anche da chi si affaccia in tv poche volte l'anno.
Adesso, invece, Rai e Rai Cultura vanno col cappello in mano alla Scala, o accettano senza fiatare il programma del Concerto di Capodanno della Fenice. Ma per cambiare musica deve dotarsi di consulenti o dirigenti all'altezza, per competenza e autorevolezza. Che ora non ha. Sia chiaro non ci stiamo candidando noi. Noi siamo in età di pensione, abbiamo già dato e fatto egregiamente il nostro lavoro; ma qualche consiglio, come questo, ancora possiamo offrirlo, augurandoci che il destinatario ne faccia tesoro.
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mercoledì 13 dicembre 2017
Concerto di Capodanno 2018 dalla Fenice di Venezia in diretta su Rai 1. A proposito del programma
Dopo tre anni di perdita costante ed anche consistente di ascolti, Fortunato Ortombina, ora gran capo della Fenice di Venezia, della quale oltre che direttore artistico è diventato anche sovrintendente, comincia ad imparare la lezione - che, UMILMENTE, per una decina d'anni gli abbiamo impartito, senza evidenti frutti - relativa alla corretta e sapiente formulazione del programma del Concerto di Capodanno, trasmesso in diretta su Rai 1. Almeno in parte. Perchè solo in parte?
Perchè non ha capito che è un gravissimo errore iniziare con il Preludio di Carmen, seguito dal coro dalla Traviata che alla Spagna dei toreador rimanda - e qui l'ex musicologo Ortombina sarà andato in brodo di giuggiole, ma non altrettanto i telespettatori con lui; perchè, per quanto molto conosciuto il primo brano, ma non altrettanto il secondo, sono messi nella posizione sbagliata. Aprire con il Preludio di Carmen seguito da quel Verdi 'coloristico' è un errore imperdonabile, reso drammatico dalla Barcarolle di Offenbach.
Il seguito, per qualche numero, è meglio: Questa o quella ( Rigoletto), O mio babbino caro ( Gianni Schicchi e Can can dalla Gioconda. Questi tre brani, in ordine inverso, messi al posto dei primi tre avrebbero costituito un'apertura di programma decisamente migliore, più accattivante, e del giusto ritmo (e durata).
Poi il tonfo, per il quale la necessità di costruirci sopra, come sicuramente faranno nell'Otello, un balletto, non ha giustificazione alcuna. La sinfonia rossiniana ( 8 minuti buoni, una durata interminabile!), il popolarissimo Nessun dorma ed i 'ballabali' verdiani, durano complessivamente sui 18 minuti, che per i poco più di quaranta minuti, che sono quelli della durata complessiva del concerto ( parliamo della durata della musica, alla quale vanno aggiunti i minuti di spiegazione affidati ad uno speaker, fuori campo) - costituisce un peso eccessivo. Ortombina questo discorso su pesi e misure non l'ha mai voluto capire.
Il resto va da sè, anche se 'Un bel dì vedremo' non è proprio nelle corde di un concerto di Capodanno, come non lo sono neanche 'O mio babbino caro' e 'Nessun dorma', per quanto quest'ultimo si tiri dietro orde di amanti dell'urlo. Forse un brano di carattere allegro, comico, divertente, ci stava bene. Possibile che Ortombina, nella sua immensa cultura operistica non ne abbia trovato uno, uno solo, da inserire quest'anno?
I due pezzi d'obbligo di chiusura (Va pensiero e Libiam) - CHE FURONO UNA NOSTRA INVENZIONE, per i quali Ortombina non ha NESSUN MERITO, lo sa bene e dovrebbe riconoscerlo, almeno!!!!!) vanno da sè, con grande immancabile successo.
Possiamo dire che sta prendendo la piega giusta? Forse sì per alcuni dei titoli prescelti, ma non ancora per la loro collocazione, e senza un giusto criterio di alternanza fra brani orchestrali, corali e solisti.
Prima che il pubblico televisivo venga catturato e fidelizzato all'intero programma - il che verosimilmente accadrà con il secondo blocco ( Questa o quella, O mio babbino caro, Can can) - deve superare lo scoglio del primo, assolutamente fuori luogo sia per la scelta dei brani che per la loro collocazione, in apertura.
Poi il terzo blocco, mortale, con due brani eccessivamente lunghi e così poco trascinanti, prima di arrivare alla 'sempre verde' chiusura con i pezzi d'obbligo, il cui successo è assicurato.
Continuerà a calare lo share, come è già accaduto nei tre anni precedenti, perdendo complessivamente 800.000 telespettatori dei 4.400.000 che noi abbiamo lasciato, quando curavamo, per conto di Rai 1, il programma del Concerto, in perenne disaccordo con Ortombina? Temiamo di sì, ma ci auguriamo che almeno il calo non sia pesante come lo scorso anno ( 400.000 telespettatori circa) e, preghiamo che almeno si fermi l'emorraggia e Ortombina rifletta!
Perchè non ha capito che è un gravissimo errore iniziare con il Preludio di Carmen, seguito dal coro dalla Traviata che alla Spagna dei toreador rimanda - e qui l'ex musicologo Ortombina sarà andato in brodo di giuggiole, ma non altrettanto i telespettatori con lui; perchè, per quanto molto conosciuto il primo brano, ma non altrettanto il secondo, sono messi nella posizione sbagliata. Aprire con il Preludio di Carmen seguito da quel Verdi 'coloristico' è un errore imperdonabile, reso drammatico dalla Barcarolle di Offenbach.
Il seguito, per qualche numero, è meglio: Questa o quella ( Rigoletto), O mio babbino caro ( Gianni Schicchi e Can can dalla Gioconda. Questi tre brani, in ordine inverso, messi al posto dei primi tre avrebbero costituito un'apertura di programma decisamente migliore, più accattivante, e del giusto ritmo (e durata).
Poi il tonfo, per il quale la necessità di costruirci sopra, come sicuramente faranno nell'Otello, un balletto, non ha giustificazione alcuna. La sinfonia rossiniana ( 8 minuti buoni, una durata interminabile!), il popolarissimo Nessun dorma ed i 'ballabali' verdiani, durano complessivamente sui 18 minuti, che per i poco più di quaranta minuti, che sono quelli della durata complessiva del concerto ( parliamo della durata della musica, alla quale vanno aggiunti i minuti di spiegazione affidati ad uno speaker, fuori campo) - costituisce un peso eccessivo. Ortombina questo discorso su pesi e misure non l'ha mai voluto capire.
Il resto va da sè, anche se 'Un bel dì vedremo' non è proprio nelle corde di un concerto di Capodanno, come non lo sono neanche 'O mio babbino caro' e 'Nessun dorma', per quanto quest'ultimo si tiri dietro orde di amanti dell'urlo. Forse un brano di carattere allegro, comico, divertente, ci stava bene. Possibile che Ortombina, nella sua immensa cultura operistica non ne abbia trovato uno, uno solo, da inserire quest'anno?
I due pezzi d'obbligo di chiusura (Va pensiero e Libiam) - CHE FURONO UNA NOSTRA INVENZIONE, per i quali Ortombina non ha NESSUN MERITO, lo sa bene e dovrebbe riconoscerlo, almeno!!!!!) vanno da sè, con grande immancabile successo.
Possiamo dire che sta prendendo la piega giusta? Forse sì per alcuni dei titoli prescelti, ma non ancora per la loro collocazione, e senza un giusto criterio di alternanza fra brani orchestrali, corali e solisti.
Prima che il pubblico televisivo venga catturato e fidelizzato all'intero programma - il che verosimilmente accadrà con il secondo blocco ( Questa o quella, O mio babbino caro, Can can) - deve superare lo scoglio del primo, assolutamente fuori luogo sia per la scelta dei brani che per la loro collocazione, in apertura.
Poi il terzo blocco, mortale, con due brani eccessivamente lunghi e così poco trascinanti, prima di arrivare alla 'sempre verde' chiusura con i pezzi d'obbligo, il cui successo è assicurato.
Continuerà a calare lo share, come è già accaduto nei tre anni precedenti, perdendo complessivamente 800.000 telespettatori dei 4.400.000 che noi abbiamo lasciato, quando curavamo, per conto di Rai 1, il programma del Concerto, in perenne disaccordo con Ortombina? Temiamo di sì, ma ci auguriamo che almeno il calo non sia pesante come lo scorso anno ( 400.000 telespettatori circa) e, preghiamo che almeno si fermi l'emorraggia e Ortombina rifletta!
venerdì 8 dicembre 2017
Bentornato Andrea Chénier. Successo alla Scala
Dopo trent'anni è tornato alla Scala, nella serata inaugurale di stagione per giunta, il capolavoro di Umberto Giordano, musicista foggiano, emigrato a Milano, ed approdato alla verdissima età di 29 anni, quanti ne aveva quando il suo Chenier, alla Scala di Milano, alla fine dell'Ottocento. L'ultima volta al Piermarini 32 anni fa, e sul podio anche quella volta c'era Riccardo Chailly.
Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio - modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.
Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.
La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei all'opera non ci va, ma che ha semplicemente risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno, di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del 'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di 2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico), e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo.
A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.
Questa mattina conosceremo anche il verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai, 'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione e costanza richiederebbero.
Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra di Rossini.
In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche, ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni propongono un centinaio di titoli. Dunque nel giro di una decina di anni ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE, presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.
Così facendo terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.
Si fa fatica a comprendere perchè mai un titolo come quello di Giordano, popolare ed abbastanza conosciuto, abbia fatto questa lunghissima anticamera, interrotta solo dalla determinazione di Chailly che da quando è rientrato a Milano, ha tentato di rimettere un pò d'ordine almeno per il repertorio - modificato a proprio discapito dalla gestione Lissner-Barenboim, durata dieci anni, nel corso dei quali Puccini era stato bandito e Verdi era venuto secondo dopo Wagner, anche nel bicentenario dalla nascita dei due musicisti, nel 2013.
Chenier ha avuto il successo che si meritava, con una compagnia di canto senza defaillances, un coro attrezzatissimo ed una orchestra abilissima e malleabile nella mani di Chailly, aiutato da una regia per una volta 'modernissima' - come ha scritto alla vigilia, Natalia Aspesi, ancora vedova inconsolabile di Lissner - perché 'senza stravolgimenti' curata da Martone, che in fatti di rivoluzioni e ghigliottine è di casa. L'opera si fa incandescente nella seconda parte, che comprendeva i due atti conclusivi, dei quattro totali, da quando il grande affresco sulla rivoluzione francese ed il brutto clima del momento, si restringe in un quadro con pochi protagonisti, lasciando la Parigi del terrore sullo sfondo, o quanto meno più sfuocata. I tre protagonisti sono all'altezza dei loro compiti, non facili, ed alla fine il successo meritato l'ottengono, suggellato dai lunghi applausi meritati.
La diretta televisiva su Rai 1 è stata condotta da una coppia - la solita 'bella e bestia', scherziamo!- formata da Di Bella - non fatevi fuorviare dal cognome - e Carlucci, la quale proprio per dimostrare che Lei all'opera non ci va, ma che ha semplicemente risposto all'appello ( ha sparato un 'Otello di Zeffirelli', con il quale si inaugurò negli anni Settanta la tradizione delle prime scaligere trasmesse in diretta, come poteva sapere la poverina che di Otello ve ne è più d'uno, di Verdi e Rossini per cominciare, e che Zeffirelli e numerosissimi altri registi sarebbe stati gli autori, a suo dire , della celebre storia del 'moro'. Non l'hanno neanche informata che la sera della prima La Scala mette in cassa un ricavo di 2.000.000 di Euro, e che perciò parlare di 2000 invitati, come ha fatto Lei, è un falso storico), e con la sua chiacchiera a vuoto, ha fatto perfino miglior figura di Di Bella, apparso intimidito dalla regina del ballo, con e sotto le stelle. Ieri sera, a dare una mano a Pereira, che alla fine della prima parte non sembrava ancora convinto del successo finale, è arrivato Fortunato Ortombina, già alla Scala ed ora sovrintendente della Fenice, che ha promosso a pieni voti il 'suo' teatro di un tempo.
A breve l'aspetta il 'Concerto di Capodanno' su Rai 1 che, da quando se ne occupa lui e lui solo, senza aiuti esterni, 'benedetti', per la formulazione del programma, ha perso in tre anni oltre 800.000 telespettatori; speriamo che abbia capito l'antifona e faccia le cose come fino a quattro anni fa, quando il Concerto viaggiava su 4.400.000 telespettatori, mentre ora è caduto fino a 3.600.000.
Questa mattina conosceremo anche il verdetto dell'Auditel, interessante, visto lo sforzo che la Rai, 'perfetta analfabeta musicale', ha fatto per questa 'prima', addirittura spostando il telegiornale delle 20.30. Ma non c'è da attendersi un risultato esaltante, perché non si può pretendere da una Rai, che semel in anno fa questo sforzo, che ottenga risultati che ben altro impegno ma anche convinzione e costanza richiederebbero.
Comunque qualcosa da dire anche sul repertorio ci sarebbe, dopo i 32 anni di attesa dello Chenier e i 150 de La gazza ladra di Rossini.
In Italia ci sono, attive tutto l'anno, finanziate con denaro pubblico in massima parte, 14 fondazioni liriche, ed anche alri teatri oltre a festival che si cimentano nel melodramma. Fermandoci alle 14 fondazioni liriche, più o meno programmano una decina di titoli a stagione, e perciò in una decina di stagioni propongono un centinaio di titoli. Dunque nel giro di una decina di anni ciascuna potrebbe , anzi DOVREBBE, presentare TUTTI i titoli del grande repertorio, senza precludersi epoche , generi ed autori - come non fanno mentre dovrebbero, anche lasciando spazio una volta per stagione a novità del presente od a riprese del passato.
Così facendo terrebbero sempre viva la memoria del grande repertorio, evitando che, ad esempio, quel capolavoro del Barbiere rossiniano manchi dai palcoscenici italiani per troppo tempo. E tale importante compito - la conservazione del repertorio e della sua tradizione interpretativa - deve esser , soprattutto per La Scala, il compito primario. Che sia Lissner che Barenboim, il quale a Berlino dirigeva opere che a Milano non ha mai fatto (d'accordo con Lissner) hanno negletto. Colpevolmente.
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mercoledì 21 giugno 2017
Festa della musica o Festa alla Musica?
Oggi, 21 giugno, dovremmo gioire, senza pause, dalla mattina alla sera,ed anche alla notte e fino alla mattina di domani, perchè a Roma, non solo, in Italia, e in Europa si celebra la Festa della Musica, voluta molti anni fa dal ministro Lang in Francia e poi diffusasi in tutto il vecchio Continente.
E sicuramente fra le 552 città italiane che vi hanno aderito, le oltre 10.700 iscrizioni e i quasi 35.000 artisti, tutta l'Italia suonerà e risuonerà. Quest'anno poi il Mibact di Franceschini ha voluto darle un tono più solenne impegnando anche un famoso testimone come Nicola Piovani.
A Roma, la Associazione che ogni anno organizzava - a modo suo - questa festa è stata sciolta od esautorata ( non sappiamo se è ancora in vita ed a quale festa si sia votata), ma la amministrazione della Raggi ed il suo fantasioso assessore alla 'ricrescita culturale', Bergamo, hanno invitato tutti i cittadini a parteciparvi attivamente, cioè scendendo in strada, con qualunque cosa di musicale abbiano o conoscano, per fare la loro parte. Anche senza vergogna.
Hanno, insomma, invitato tutti a fare festa, per la musica che oggi si festeggia e attraverso la musica che sanno fare. Ma non c'è ordine, non ci sono gerarchie, e neppure generi, maggiori e minori, più o meno importanti. Insomma la caciara solita dei Cinquestelle, che arrivano sempre all'ultimo minuto ( come hanno già fatto a Capodanno e come del resto stanno facendo per l'ESTATE ROMANA; l'anno scorso avevano almeno una qualche giustificazione: erano arrivati da poco al governo cittadino, ma gli uffici che facevano?) e poi con la solita faccia tosta si improvvisano organizzatori dalla parte del popolo ( perchè sarebbe stato il popolo, ora ingannato e finalmente cosciente dell'inganno, a votarli).
Che senso ha dire a tutti di partecipare, basta andare sul sito della 'festa della musica' - che abbiamo cercato invano - ed iscriversi? Ognuno fa quel che vuole e dove vuole; comunicarlo a che serve, allora, oltre che mostrare una lista lunga quanto l'autostrada Roma-Napoli e ritorno?
Governare è altra cosa. Innanzitutto mostrare interesse verso i settori diversi in cui si articola l'attività della società civile (i Cinquestelle, specie verso la cultura hanno mostrato un interesse solo di 'facciata'); poi, agire in tempo per ottenere buoni risultati ( e questo finora non è mai accaduto in nessun caso specifico e per qualunque settore, anche in quelli decisivi per la convivenza); infine, fare una cernita, delle proposte ( ma con lo stesso spirito critico che dimostrano solo nei casi in cui distribuiscono incarichi e premi ai fedelissimi, per il resto: liberi tutti! Loro aprono i cancelli ed entri chi vuole!).
Questa politica (?) DISTRUGGERA', NEL CHIASSO GENERALE, ANCHE LA MUSICA.
E sicuramente fra le 552 città italiane che vi hanno aderito, le oltre 10.700 iscrizioni e i quasi 35.000 artisti, tutta l'Italia suonerà e risuonerà. Quest'anno poi il Mibact di Franceschini ha voluto darle un tono più solenne impegnando anche un famoso testimone come Nicola Piovani.
A Roma, la Associazione che ogni anno organizzava - a modo suo - questa festa è stata sciolta od esautorata ( non sappiamo se è ancora in vita ed a quale festa si sia votata), ma la amministrazione della Raggi ed il suo fantasioso assessore alla 'ricrescita culturale', Bergamo, hanno invitato tutti i cittadini a parteciparvi attivamente, cioè scendendo in strada, con qualunque cosa di musicale abbiano o conoscano, per fare la loro parte. Anche senza vergogna.
Hanno, insomma, invitato tutti a fare festa, per la musica che oggi si festeggia e attraverso la musica che sanno fare. Ma non c'è ordine, non ci sono gerarchie, e neppure generi, maggiori e minori, più o meno importanti. Insomma la caciara solita dei Cinquestelle, che arrivano sempre all'ultimo minuto ( come hanno già fatto a Capodanno e come del resto stanno facendo per l'ESTATE ROMANA; l'anno scorso avevano almeno una qualche giustificazione: erano arrivati da poco al governo cittadino, ma gli uffici che facevano?) e poi con la solita faccia tosta si improvvisano organizzatori dalla parte del popolo ( perchè sarebbe stato il popolo, ora ingannato e finalmente cosciente dell'inganno, a votarli).
Che senso ha dire a tutti di partecipare, basta andare sul sito della 'festa della musica' - che abbiamo cercato invano - ed iscriversi? Ognuno fa quel che vuole e dove vuole; comunicarlo a che serve, allora, oltre che mostrare una lista lunga quanto l'autostrada Roma-Napoli e ritorno?
Governare è altra cosa. Innanzitutto mostrare interesse verso i settori diversi in cui si articola l'attività della società civile (i Cinquestelle, specie verso la cultura hanno mostrato un interesse solo di 'facciata'); poi, agire in tempo per ottenere buoni risultati ( e questo finora non è mai accaduto in nessun caso specifico e per qualunque settore, anche in quelli decisivi per la convivenza); infine, fare una cernita, delle proposte ( ma con lo stesso spirito critico che dimostrano solo nei casi in cui distribuiscono incarichi e premi ai fedelissimi, per il resto: liberi tutti! Loro aprono i cancelli ed entri chi vuole!).
Questa politica (?) DISTRUGGERA', NEL CHIASSO GENERALE, ANCHE LA MUSICA.
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venerdì 5 maggio 2017
Le orchestre italiane sono indisciplinate. Chi è l'autore di una simile calunnia apparsa sul Corriere della Sera?
Senza Valerio Cappelli che ci informa puntualmente su tutto ciò che accade nel mondo musicale, avanti e dietro le quinte, i lettori dei giornali resterebbero all'oscuro della complessa macchina che muove il mondo musicale italiano
Ieri, ad esempio, ci ha rivelato qualcosa che noi mai e poi mai avremmo supposto, e cioè che nelle orchestre italiane, anche in quelle che vanno per la maggiore e 'in giro per l'Europa', ci sono sacche di indisciplina che comunque non sfuggono al suo occhio attento e lungo di cronista. Il quale, nei più recenti concerti dell'Orchestra di Santa Cecilia, ha beccato un paio di strumentisti, fra quelli seduti nelle prime file, fronte pubblico, quindi sotto gli occhi di Pappano, che se la ridevano contenti, senza pudore. Rispondevano forse ad un sorriso di compiacimento del direttore? Neanche per sogno. Se la ridevano e basta.
Sempre Cappelli, sempre ieri, ci ha rivelato alcune confidenze di Riccardo Muti, che lui ha incontrato nei giorni scorsi, il quale gli ha ricordato che non dirige l'Orchestra ceciliana dagli anni Ottanta, per una ragione simile. Un orchestrale, appena iniziate le prove del Requiem di Verdi, voluto da Muti in pianissimo, disse al direttore, coram populo: ' Maestro, ha messo la sordina?'. Muti se l'è legata al dito e da allora non ha mai più diretto l'Orchestra di Santa Cecilia Questo avrebbe detto a Cappelli.
Possiamo, anzi dobbiamo credergli fino in fondo, a Muti? Chissà.
Non è che Muti, dagli anni Ottanta in avanti, non ha mai più diretto orchestre italiane, perché lo ha fatto dalla Scala al Maggio al San Carlo, all'Opera di Roma, oltre l'amata 'Cherubini'. E vuol farci credere il direttore che non ha mai assistito ad episodi simili e che nessun altro orchestrale, dopo quello screanzato dell' Orchestra di santa Cecilia, durante le prove, abbia beccato mentre parlava con il vicino o si distraeva?
Noi di prove ne abbiamo seguite tante, con diverse orchestre. Da quella della Rai di Roma, ai tempi della sua esistenza, quando i direttori dovevano interromperle più che per correggere certi passaggi, per invitare gli orchestrali a fare silenzio e a non distrarsi.
Più ancora, per dieci anni consecutivi, ogni Capodanno abbiamo seguito, a seguito di un incarico Rai per il Concerto di Capodanno, trasmesso da Rai 1, dalla Fenice, le prove d'orchestra, dalla prima all'ultima, in quel teatro.
Immancabilmente i componenti di alcune famiglie strumentali, sempre gli stessi e sempre delle stesse famiglie, erano continuamente distratti, ridevano e parlottavano al punto che il direttore invitato, rinunciava a riprenderli di continuo, dopo aver constatato che i suoi interventi venivano subito dopo disattesi. Ne ricordiamo uno in particolare come fosse ieri. Qualche volta, indignati perfino noi, ne abbiamo parlato con la dirigenza del teatro la quale ha fatto sempre spallucce, come a dire: purtroppo è così, non possiamo farci nulla. Ma come?
Anche l'orchestra di santa Cecilia aveva questo vizio, almeno fino all'arrivo di Pappano. Un vizio che credevamo finalmente perduto, prima della rivelazione di Cappelli. Ma forse non avremmo dovuto farci illusioni, per un vizio così antico e radicato. Anche Giuseppe Verdi, ai suoi tempi, notava che gli orchestrali italiani 'sono molto indisciplinati, più indisciplinati di quelli francesi'. Non possiamo dimenticare alcuni orchestrali che durante le prove, ma forse anche durante il concerto della domenica pomeriggio, ancora nell'Auditorium di via della Conciliazione, parlavano fra di loro e qualcuno - potremmo fare i nomi, ma non li facciamo per carità cristiana e soprattutto perché non compete a noi farli - ascoltava con l'auricolare le partite di calcio che si svolgevano in quelle stesse ore.
Questi ed altri episodi appartengono alla storia patria dell' Italia musicale. Possibile che solo a Muti, dopo quell'episodio degli anni Ottanta, non sia capitato mai più di esserne testimone? Neanche una volta al Teatro dell'Opera? Boh!
E allora qual è la ragione per cui non dirige l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia?
Chi ha seguito, negli anni di sua permanenza a Roma, al Teatro dell'Opera, le polemiche quasi giornaliere fra Muti e Cagli, ammiraglio dell'orchestra ceciliana, saprà trovare altri motivi, futili anch'essi, della sua assenza da Santa Cecilia. La quale sta tentando, magari in maniera maldestra e con ritardo cronico, di sanare quella situazione, come ha fatto, ad esempio, candidando al Premio 'Presidente della Repubblica' il noto direttore.
Ora vorremmo fare noi una piccola, forse insignificante, rivelazione. Nei giorni in cui Riccardo Muti, con gesto da vero italiano e meridionale verace, lavorò a L'Aquila , dopo il terremoto, fermandosi per una settimana in quella città di rovine, avemmo modo di parlare spesso con lui ed anche di intervistarlo ufficialmente. Era il periodo in cui si venne a sapere, a seguito degli interventi di Vespa ed Alemanno, andati in pellegrinaggio a Salisburgo per incontralo, che Muti avrebbe assunto un incarico all'Opera di Roma ( non un incarico qualunque, perché lui stesso ci disse che avrebbe risollevato le sorti del teatro e dell'orchestra, portandovi tanti suoi amici direttori e solisti di grido 'come ho fatto con il festival di mia moglie a Ravenna' - testuale)
Nel corso delle nostre chiacchierate, il discorso cadde anche sull'Orchestra di santa Cecilia che aveva tenuto all'Aquila un concerto diretto da Pappano. Quando gli facemmo notare che l'Orchestra ceciliana, recentemente, era cresciuta, lui smorzò subito il nostro entusiasmo: 'ma che quella è un'orchestra?' - testuale.
Naturalmente demmo a quella affermazione confidenziale (che, perciò, non citammo nell'intervista, anche perché la tragedia aquilana imponeva il riserbo su qualunque altro argomento non altrettanto rilevante) il peso che meritava, in considerazione delle circostanza nella quale era stata pronunciata: alla vigilia, cioè, del suo sbarco al Teatro dell' Opera di Roma, la cui orchestra, neppure lontanamente poteva essere paragonata, per qualità, a quella ceciliana, prima della 'cura Muti', che doveva per forza produrre i suoi effetti. Miracolosi!
Ma allora perchè Muti non dirige a santa Cecilia? Potremmo anche aggiungere: perchè Pappano non dirige al Teatro dell'Opera?
Perchè direttori( ed anche solisti) del grande giro, alcuni vengono regolarmente in Italia ed altri mai?
Perchè quando Abbado era alla Scala, Muti non ci ha messo mai piede? E perchè Muti, a sua volta, quando era alla Sala, non vi ha fatto mai mettere piede ad Abbado, a dispetto dei finti calorosi inviti a ritornare?
Vogliamo aprire il capitolo delle miserie umane? Preferiamo di no.
Ieri, ad esempio, ci ha rivelato qualcosa che noi mai e poi mai avremmo supposto, e cioè che nelle orchestre italiane, anche in quelle che vanno per la maggiore e 'in giro per l'Europa', ci sono sacche di indisciplina che comunque non sfuggono al suo occhio attento e lungo di cronista. Il quale, nei più recenti concerti dell'Orchestra di Santa Cecilia, ha beccato un paio di strumentisti, fra quelli seduti nelle prime file, fronte pubblico, quindi sotto gli occhi di Pappano, che se la ridevano contenti, senza pudore. Rispondevano forse ad un sorriso di compiacimento del direttore? Neanche per sogno. Se la ridevano e basta.
Sempre Cappelli, sempre ieri, ci ha rivelato alcune confidenze di Riccardo Muti, che lui ha incontrato nei giorni scorsi, il quale gli ha ricordato che non dirige l'Orchestra ceciliana dagli anni Ottanta, per una ragione simile. Un orchestrale, appena iniziate le prove del Requiem di Verdi, voluto da Muti in pianissimo, disse al direttore, coram populo: ' Maestro, ha messo la sordina?'. Muti se l'è legata al dito e da allora non ha mai più diretto l'Orchestra di Santa Cecilia Questo avrebbe detto a Cappelli.
Possiamo, anzi dobbiamo credergli fino in fondo, a Muti? Chissà.
Non è che Muti, dagli anni Ottanta in avanti, non ha mai più diretto orchestre italiane, perché lo ha fatto dalla Scala al Maggio al San Carlo, all'Opera di Roma, oltre l'amata 'Cherubini'. E vuol farci credere il direttore che non ha mai assistito ad episodi simili e che nessun altro orchestrale, dopo quello screanzato dell' Orchestra di santa Cecilia, durante le prove, abbia beccato mentre parlava con il vicino o si distraeva?
Noi di prove ne abbiamo seguite tante, con diverse orchestre. Da quella della Rai di Roma, ai tempi della sua esistenza, quando i direttori dovevano interromperle più che per correggere certi passaggi, per invitare gli orchestrali a fare silenzio e a non distrarsi.
Più ancora, per dieci anni consecutivi, ogni Capodanno abbiamo seguito, a seguito di un incarico Rai per il Concerto di Capodanno, trasmesso da Rai 1, dalla Fenice, le prove d'orchestra, dalla prima all'ultima, in quel teatro.
Immancabilmente i componenti di alcune famiglie strumentali, sempre gli stessi e sempre delle stesse famiglie, erano continuamente distratti, ridevano e parlottavano al punto che il direttore invitato, rinunciava a riprenderli di continuo, dopo aver constatato che i suoi interventi venivano subito dopo disattesi. Ne ricordiamo uno in particolare come fosse ieri. Qualche volta, indignati perfino noi, ne abbiamo parlato con la dirigenza del teatro la quale ha fatto sempre spallucce, come a dire: purtroppo è così, non possiamo farci nulla. Ma come?
Anche l'orchestra di santa Cecilia aveva questo vizio, almeno fino all'arrivo di Pappano. Un vizio che credevamo finalmente perduto, prima della rivelazione di Cappelli. Ma forse non avremmo dovuto farci illusioni, per un vizio così antico e radicato. Anche Giuseppe Verdi, ai suoi tempi, notava che gli orchestrali italiani 'sono molto indisciplinati, più indisciplinati di quelli francesi'. Non possiamo dimenticare alcuni orchestrali che durante le prove, ma forse anche durante il concerto della domenica pomeriggio, ancora nell'Auditorium di via della Conciliazione, parlavano fra di loro e qualcuno - potremmo fare i nomi, ma non li facciamo per carità cristiana e soprattutto perché non compete a noi farli - ascoltava con l'auricolare le partite di calcio che si svolgevano in quelle stesse ore.
Questi ed altri episodi appartengono alla storia patria dell' Italia musicale. Possibile che solo a Muti, dopo quell'episodio degli anni Ottanta, non sia capitato mai più di esserne testimone? Neanche una volta al Teatro dell'Opera? Boh!
E allora qual è la ragione per cui non dirige l'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia?
Chi ha seguito, negli anni di sua permanenza a Roma, al Teatro dell'Opera, le polemiche quasi giornaliere fra Muti e Cagli, ammiraglio dell'orchestra ceciliana, saprà trovare altri motivi, futili anch'essi, della sua assenza da Santa Cecilia. La quale sta tentando, magari in maniera maldestra e con ritardo cronico, di sanare quella situazione, come ha fatto, ad esempio, candidando al Premio 'Presidente della Repubblica' il noto direttore.
Ora vorremmo fare noi una piccola, forse insignificante, rivelazione. Nei giorni in cui Riccardo Muti, con gesto da vero italiano e meridionale verace, lavorò a L'Aquila , dopo il terremoto, fermandosi per una settimana in quella città di rovine, avemmo modo di parlare spesso con lui ed anche di intervistarlo ufficialmente. Era il periodo in cui si venne a sapere, a seguito degli interventi di Vespa ed Alemanno, andati in pellegrinaggio a Salisburgo per incontralo, che Muti avrebbe assunto un incarico all'Opera di Roma ( non un incarico qualunque, perché lui stesso ci disse che avrebbe risollevato le sorti del teatro e dell'orchestra, portandovi tanti suoi amici direttori e solisti di grido 'come ho fatto con il festival di mia moglie a Ravenna' - testuale)
Nel corso delle nostre chiacchierate, il discorso cadde anche sull'Orchestra di santa Cecilia che aveva tenuto all'Aquila un concerto diretto da Pappano. Quando gli facemmo notare che l'Orchestra ceciliana, recentemente, era cresciuta, lui smorzò subito il nostro entusiasmo: 'ma che quella è un'orchestra?' - testuale.
Naturalmente demmo a quella affermazione confidenziale (che, perciò, non citammo nell'intervista, anche perché la tragedia aquilana imponeva il riserbo su qualunque altro argomento non altrettanto rilevante) il peso che meritava, in considerazione delle circostanza nella quale era stata pronunciata: alla vigilia, cioè, del suo sbarco al Teatro dell' Opera di Roma, la cui orchestra, neppure lontanamente poteva essere paragonata, per qualità, a quella ceciliana, prima della 'cura Muti', che doveva per forza produrre i suoi effetti. Miracolosi!
Ma allora perchè Muti non dirige a santa Cecilia? Potremmo anche aggiungere: perchè Pappano non dirige al Teatro dell'Opera?
Perchè direttori( ed anche solisti) del grande giro, alcuni vengono regolarmente in Italia ed altri mai?
Perchè quando Abbado era alla Scala, Muti non ci ha messo mai piede? E perchè Muti, a sua volta, quando era alla Sala, non vi ha fatto mai mettere piede ad Abbado, a dispetto dei finti calorosi inviti a ritornare?
Vogliamo aprire il capitolo delle miserie umane? Preferiamo di no.
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giovedì 5 gennaio 2017
E' morto, ieri, a Parigi, Georges Pretre
Lui a staccare la spina non ci pensava davvero, tanto che anche in questa stagione aveva fissato alcuni appuntamenti a Milano, alla Scala, ed altrove, e di anni ne aveva 92 anni. Diversamente, ad esempio, da alcuni suoi compagni di viaggio, molto avanti negli anni ma un pò meno di lui, che continuamente, nell'atto di assumere impegni per il futuro, fanno notare che mentre prendono impegni non dimenticano la loto età - come ha detto scherzosamente Haitink in una intervista, alla vigilia del suo ritorno sul podio della Mozart, alla verde età di 87 anni.
Pretre a mollare il podio non ci pensava. Negli anni passati, lo abbiamo frequentato abbastanza - e di anni ne aveva già in abbondanza - in occasione dei due concerti di Capodanno alla Fenice di Venezia e reincontrato anche a Roma con i Wiener, per un concerto nella Basilica di san Paolo fuori le mura, in occasione del festival di 'musica e arte sacra'. Si comportava e pensava al suo futuro, come se di anni ne avesse al massimo cinquanta o sessanta.
Sempre all'altezza del compito, sempre fresco e impegnato strenuamente nel lavoro, elegante. Forse che avendo la sensazione che qualcosa potesse cominciare a sfuggirgli di mano, si attaccava a tutto quello che gli capitava, ancora più strettamente. Mai una parola sull'abbandono del podio con l'avanzare dell'età, nonostante che negli ultimi tempi gli avesse riservato qualche amara sorpresa. Al punto che, superati gli ottanta, a Venezia per il Concerto di Capodanno, lamentava con forza che a Vienna, dove lui era di casa, non lo avessero mai ancora invitato a dirigere il Concerto di Capodanno. Noi raccogliemmo quella sua lamentela, la rendemmo pubblica ed ottenne l'effetto sperato: Vienna rispose invitandolo ben due volte a pochi anni di distanza l'una dall'altra - e la seconda volta, gli ottantacinque li aveva superati.
Il carattere tutto particolare di Pretre direttore sarà difficile recuperarlo, anche se qualcuno gli ha rimproverato superficialità e facciata. Falso. Era il suo personale modo di rapportarsi al repertorio che conosceva meglio ed amava. E, comunque la si pensi, certe sue interpretazione - non solo di musica 'francese' (l'etichetta non gli piaceva; e infatti faceva notare come aveva diretto, anche a Vienna, Beethoven, Brahms, Bruckner ecc...) resteranno memorabili.
Noi vogliamo ricordarlo anche come il gran signore sul podio, al momento dell'ultimo saluto.
Pretre a mollare il podio non ci pensava. Negli anni passati, lo abbiamo frequentato abbastanza - e di anni ne aveva già in abbondanza - in occasione dei due concerti di Capodanno alla Fenice di Venezia e reincontrato anche a Roma con i Wiener, per un concerto nella Basilica di san Paolo fuori le mura, in occasione del festival di 'musica e arte sacra'. Si comportava e pensava al suo futuro, come se di anni ne avesse al massimo cinquanta o sessanta.
Sempre all'altezza del compito, sempre fresco e impegnato strenuamente nel lavoro, elegante. Forse che avendo la sensazione che qualcosa potesse cominciare a sfuggirgli di mano, si attaccava a tutto quello che gli capitava, ancora più strettamente. Mai una parola sull'abbandono del podio con l'avanzare dell'età, nonostante che negli ultimi tempi gli avesse riservato qualche amara sorpresa. Al punto che, superati gli ottanta, a Venezia per il Concerto di Capodanno, lamentava con forza che a Vienna, dove lui era di casa, non lo avessero mai ancora invitato a dirigere il Concerto di Capodanno. Noi raccogliemmo quella sua lamentela, la rendemmo pubblica ed ottenne l'effetto sperato: Vienna rispose invitandolo ben due volte a pochi anni di distanza l'una dall'altra - e la seconda volta, gli ottantacinque li aveva superati.
Il carattere tutto particolare di Pretre direttore sarà difficile recuperarlo, anche se qualcuno gli ha rimproverato superficialità e facciata. Falso. Era il suo personale modo di rapportarsi al repertorio che conosceva meglio ed amava. E, comunque la si pensi, certe sue interpretazione - non solo di musica 'francese' (l'etichetta non gli piaceva; e infatti faceva notare come aveva diretto, anche a Vienna, Beethoven, Brahms, Bruckner ecc...) resteranno memorabili.
Noi vogliamo ricordarlo anche come il gran signore sul podio, al momento dell'ultimo saluto.
mercoledì 1 giugno 2016
Concerto dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai al Quirinale, con un programma fuori luogo. il pianoforte era Fazioli
Quanto ad inopportunità, il programma del Concerto dell'Orchestra sinfonica nazionale della Rai di retta da James Conlon, confezionato dal suo attuale direttore artistico, Cesare Mazzonis, e che Rai 1 sta trasmettendo in questi minuti dal Quirinale, in occasione della festa della Repubblica, se anche non supererà uno di qualche anno fa, diretto da Gianluigi Gelmetti, nel quale veniva eseguita, previa pratica degli scongiuri da parte dei presenti nel cortile del palazzo presidenziale, anche la raveliana Pavane pour une infant défunte - non proprio di buon auspicio per una Repubblica in fondo ancora giovane - certamente non è da meno, quanto ad inopportunità.
Nella seconda parte s'è scelto di eseguire il Triplo Concerto di Beethoven, chiamando a collaborare con l'Orchestra tre generazioni di notissimi musicisti italiani( Accardo,Brunello,Rana) aggiungendo un elemento di interesse maggiore al notissimo concerto beethoveniano; ma nella prima, dedicata esclusivamente a Giuseppe Verdi, Mazzonis ha optato per tre brani da sue opere, del tutto o quasi sconosciute sia al pubblico televisivo che agli ospiti del Presidente Mattarella, mentre data la circostanza delle festa 'popolare' della Repubblica, ad altri avrebbe potuto pensare.
Ha scelto brani da La battaglia di Legnano, Macbeth e Luisa Miller. E viene da chiedersi perchè non Nabucco, Rigoletto, Forza del destino - tanto per citare qualche titolo fra i più popolari - e perchè non anche una bella sinfonia di Rossini che sprigiona vitalità e mette buon sangue nelle vene?
Mazzonis, se interpellato, potrebbe rispondere seccamente: perchè il programma lo faccio io e non altri. Giusta risposta. Alla quale chiunque potrebbe replicare: ma è evidente che Lei, caro Mazzonis, non ha saputo confezionare un programma adatto alla circostanza. Proprio così, senza scusanti.
E' ricorso a brani non noti, per un concerto - ripetiamolo - popolare, non rivolto al pubblico di un teatro o di una istituzione sinfonica nelle normali stagioni - e trasmesso anche in tv. Mazzonis ha voluto impartire attraverso il programma di un concerto popolare, una lezione pratica di musicologia che nessuno è disposto ad ascoltare, oltretutto inopportuna in questa occasione.
Noi, che vantiamo una lunga esperienza di discussioni con i vertici del Teatro La Fenice con i quali ogni anno, per incarico della Rai, abbiamo dovuto concertare il programma del Concerto di Capodanno, su Rai 1, possiamo ora confessare che se quel concerto ha mantenuto negli anni indici di ascolto altissimi, con un pubblico televisivo al di sopra dei 4 milioni (almeno fino a quando ce ne siamo occupati), ciò è potuto accadere perchè, dopo animatissime discussioni, siamo riusciti a conservare al concerto veneziano, il 'tono' popolare di un concerto in giorno di festa.
Di italiano al concerto c'era anche il pianoforte che era un gran coda Fazioli. Il suo artefice, l'ing. Paolo Fazioli, è stato nominato Cavaliere del Lavoro.
P.S. IL concerto ha avuto uno share di poco sopra l'8%, ed una media di telespettatori intorno aile 900.000 unità.
Da registrare, infine , sul Corriere di oggi, la promozione a pieni voti sia del Concerto dal Quirinale, definito 'sobrio', che sul programma.
Nella seconda parte s'è scelto di eseguire il Triplo Concerto di Beethoven, chiamando a collaborare con l'Orchestra tre generazioni di notissimi musicisti italiani( Accardo,Brunello,Rana) aggiungendo un elemento di interesse maggiore al notissimo concerto beethoveniano; ma nella prima, dedicata esclusivamente a Giuseppe Verdi, Mazzonis ha optato per tre brani da sue opere, del tutto o quasi sconosciute sia al pubblico televisivo che agli ospiti del Presidente Mattarella, mentre data la circostanza delle festa 'popolare' della Repubblica, ad altri avrebbe potuto pensare.
Ha scelto brani da La battaglia di Legnano, Macbeth e Luisa Miller. E viene da chiedersi perchè non Nabucco, Rigoletto, Forza del destino - tanto per citare qualche titolo fra i più popolari - e perchè non anche una bella sinfonia di Rossini che sprigiona vitalità e mette buon sangue nelle vene?
Mazzonis, se interpellato, potrebbe rispondere seccamente: perchè il programma lo faccio io e non altri. Giusta risposta. Alla quale chiunque potrebbe replicare: ma è evidente che Lei, caro Mazzonis, non ha saputo confezionare un programma adatto alla circostanza. Proprio così, senza scusanti.
E' ricorso a brani non noti, per un concerto - ripetiamolo - popolare, non rivolto al pubblico di un teatro o di una istituzione sinfonica nelle normali stagioni - e trasmesso anche in tv. Mazzonis ha voluto impartire attraverso il programma di un concerto popolare, una lezione pratica di musicologia che nessuno è disposto ad ascoltare, oltretutto inopportuna in questa occasione.
Noi, che vantiamo una lunga esperienza di discussioni con i vertici del Teatro La Fenice con i quali ogni anno, per incarico della Rai, abbiamo dovuto concertare il programma del Concerto di Capodanno, su Rai 1, possiamo ora confessare che se quel concerto ha mantenuto negli anni indici di ascolto altissimi, con un pubblico televisivo al di sopra dei 4 milioni (almeno fino a quando ce ne siamo occupati), ciò è potuto accadere perchè, dopo animatissime discussioni, siamo riusciti a conservare al concerto veneziano, il 'tono' popolare di un concerto in giorno di festa.
Di italiano al concerto c'era anche il pianoforte che era un gran coda Fazioli. Il suo artefice, l'ing. Paolo Fazioli, è stato nominato Cavaliere del Lavoro.
P.S. IL concerto ha avuto uno share di poco sopra l'8%, ed una media di telespettatori intorno aile 900.000 unità.
Da registrare, infine , sul Corriere di oggi, la promozione a pieni voti sia del Concerto dal Quirinale, definito 'sobrio', che sul programma.
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giovedì 30 aprile 2015
Peracottari a Milano, in piazza Duomo, per l'apertura dell'EXPO.
Il concerto di questa sera che ha inaugurato ufficialmente l'Expo 2015, con l'Orchestra ed il Coro del Teatro alla Scala di Milano, ci ha fatto subito pensare al Concerto di Capodanno che, in diretta, Rai Uno ha trasmesso dal Teatro La Fenice, a partire dal 2004 per festeggiare 'dov'era e com'era' il teatro ricostruito, dopo l'incendio. E, più ancora, alla fatica che un direttore artistico come Pereira ( sovrintendente, innanzitutto) ha dovuto fare per convincere i solisti, soprattutto loro, a cantare all'aperto una serie di brani celebri di opere le più diverse e di diversi autori, l'uno dietro l'altro, alla maniera di famosi Concerti 'Martini & Rossi', ed anche, appunto, del Concerto di Capodanno di Rai Uno.
Perché i cantanti - lo sappiamo per esperienza diretta, o perchè così ci è stato detto in più d'una occasione - non amerebbero questo tipo di concerti, anche se al chiuso, come non li amerebbero neanche i direttori artistici che, invece, godono solo alla riscoperta di un titolo sconosciuto, soprattutto quando è apprezzato solo dalla critica e niente affatto dal pubblico, che per loro vuol dire appuntarsi una medaglia al 'valore culturale' sul petto.
S'è ascoltata anche 'Di quella pira' - che a Venezia è vietato - il brindisi dalla Traviata, la Tarantella di Rossini, e il pucciniano 'e lucean le stelle' ecc... Bocelli mattatore, direttore Armiliato.
E c'è poi il capitolo P.P.( Presentatori Peracottari), nel quale è scritto a lettere cubitali il nome di Bonolis che non è capace di presentare, come si deve, una serata che mette l'Italia sotto gli occhi di tutti, come quella dell'inaugurazione dell'EXPO. Saluta in varie lingue, trattandosi di una trasmissione in mondovisione, ma le storpia e ci scherza come si fa quando si vuole ingiuriare uno straniero di cui non si capisce la lingua. Vergognoso. Scherza, rasentando anche la volgarità, nel presentare la Clerici - certo una scelta non felicissima per l'occasione - attirata a Milano, sottolinea Bonolis, a causa del cibo, ( lei la signora delle tagliatelle!) anzi, aggiunge, 'lei stessa è un padiglione' che...' andrebbe visitata' aggiunge testualmente, mentre gli punta gli occhi addosso, squadrandola dalla testa al petto.
E poi, annunciando Lang Lang che sta per suonare 'alla turca', celebre rondò da una sonata di Mozart ( n.11) dice testualmente: ed ora 'il Concerto per pianoforte n.11 di Mozart'. E' possibile che nessuno degli autori sapesse il titolo esatto del brano pianistico mozartiano? Che figura ci facciamo di fronte al mondo?
Non manca - come poteva? - il coro 'Va pensiero'. esattamente come a Venezia, mentre il brindisi finale del concerto veneziano qui è stato servito in apertura, per augurare all'EXPO un felice svolgimento.
E, per finire, sorpresa delle sorprese, 'O sole mio', cantato a squarciagola da tutti i cantanti schierati davanti all'orchestra, augurandosi che domani il sole , più sereno sereno, splenda davvero sull'avversata EXPO milanese, oscurando quel costoso inutile pacchiano 'albero della vita' orgoglio di Balich, inventore agricoltore.
P.S. Grande successo per Rai 1: 6.361.000 telespettatori, per uno share del 27,2%, hanno seguito la lunga diretta da Piazza Duomo, per il concerto inaugurale dell'EXPO, durato dalle 21.15 circa fin quasi a mezzanotte.
Perché i cantanti - lo sappiamo per esperienza diretta, o perchè così ci è stato detto in più d'una occasione - non amerebbero questo tipo di concerti, anche se al chiuso, come non li amerebbero neanche i direttori artistici che, invece, godono solo alla riscoperta di un titolo sconosciuto, soprattutto quando è apprezzato solo dalla critica e niente affatto dal pubblico, che per loro vuol dire appuntarsi una medaglia al 'valore culturale' sul petto.
S'è ascoltata anche 'Di quella pira' - che a Venezia è vietato - il brindisi dalla Traviata, la Tarantella di Rossini, e il pucciniano 'e lucean le stelle' ecc... Bocelli mattatore, direttore Armiliato.
E c'è poi il capitolo P.P.( Presentatori Peracottari), nel quale è scritto a lettere cubitali il nome di Bonolis che non è capace di presentare, come si deve, una serata che mette l'Italia sotto gli occhi di tutti, come quella dell'inaugurazione dell'EXPO. Saluta in varie lingue, trattandosi di una trasmissione in mondovisione, ma le storpia e ci scherza come si fa quando si vuole ingiuriare uno straniero di cui non si capisce la lingua. Vergognoso. Scherza, rasentando anche la volgarità, nel presentare la Clerici - certo una scelta non felicissima per l'occasione - attirata a Milano, sottolinea Bonolis, a causa del cibo, ( lei la signora delle tagliatelle!) anzi, aggiunge, 'lei stessa è un padiglione' che...' andrebbe visitata' aggiunge testualmente, mentre gli punta gli occhi addosso, squadrandola dalla testa al petto.
E poi, annunciando Lang Lang che sta per suonare 'alla turca', celebre rondò da una sonata di Mozart ( n.11) dice testualmente: ed ora 'il Concerto per pianoforte n.11 di Mozart'. E' possibile che nessuno degli autori sapesse il titolo esatto del brano pianistico mozartiano? Che figura ci facciamo di fronte al mondo?
Non manca - come poteva? - il coro 'Va pensiero'. esattamente come a Venezia, mentre il brindisi finale del concerto veneziano qui è stato servito in apertura, per augurare all'EXPO un felice svolgimento.
E, per finire, sorpresa delle sorprese, 'O sole mio', cantato a squarciagola da tutti i cantanti schierati davanti all'orchestra, augurandosi che domani il sole , più sereno sereno, splenda davvero sull'avversata EXPO milanese, oscurando quel costoso inutile pacchiano 'albero della vita' orgoglio di Balich, inventore agricoltore.
P.S. Grande successo per Rai 1: 6.361.000 telespettatori, per uno share del 27,2%, hanno seguito la lunga diretta da Piazza Duomo, per il concerto inaugurale dell'EXPO, durato dalle 21.15 circa fin quasi a mezzanotte.
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